DAMMERCIDE

The Seed

2020 - FusionCore Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
28/08/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Risulta alquanto piacevole ritrovarci in questa sede per parlare di un gruppo italiano che definire strepitoso è puro eufemismo. Un gruppo che, con questo nuovo disco, ha dato alle stampe la quantità esigua di soli due album, ma nonostante ciò non ha mancato di stupire all'epoca e riesce nell'impresa anche in data odierna. Loro sono i Dammercide, piemontesi e attivi sin dal lontano 1994, e il disco in oggetto quest'oggi è il loro nuovo "The Seed" (del 2020). Ma come, direte voi, solo due dischi e tanto plauso da parte di chi scrive? Addirittura il termine "strepitoso"? Si. E non è affatto un'esagerazione. Il loro primo disco, "Link", del 2000, non mancò di far parlare di sé data la sua innegabile bellezza, la sua genuinità, la sua originalità: un death metal moderno ma non frutto assolutamente d qualche scimmiottamento nei confronti delle grandi realtà del settore. Certo nulla si inventa di punto in bianco, ma qualsiasi influenza in quel platter risulta talmente ben amalgamata da dare la giusta impressione che il disco sia 100% Dammercide. Un disco che generò a suo tempo un nugolo di recensioni - giustamente - positive e che pose i Dammercide tra le nuove brillantissime promesse del genere. Poi vent'anni di silenzio. Forse addirittura preoccupante per chi, come me, aspettava con ansia un seguito a quel disco fantastico. Dopo tanto attendere, alla fine la bella sorpresa: il ritorno sulle scene con "The Seed". Ed è stato sorprendente anche scoprire l'evoluzione del loro sound dopo tutti questi anni. Qualcuno, come me, si aspettava un The Link parte II. Ma forse sarebbe stato banale. Forse un operazione del genere non avrebbe valorizzato il loro talento, finendo per proporre un disco che sarebbe diventato immediatamente un oggetto di paragone con il primo. Un po' come - e lasciatemi passare il paragone improprio - i Soundgarden stupirono tutti con Superunknown. Tanti si aspettavano che il successore proseguisse su quella linea stilistica... e infatti così è stato. Down on the Upside ha seguito bene o male gli stessi dettami del precedente (ammorbidendo ulteriormente un sound già smussato negli angoli con Superunknown: Badmotorfinger era assai più metallico ed arrembante) ma ne è risultato una copia sbiadita. Oggetto, tra l'altro, di inevitabili paragoni con il precedente. Per i Dammercide non è stato così: vent'anni sono serviti per mutare pelle. E al death moderno proposto nel primo disco si è sostituito un sound molto più incline al mood dei Nevermore. Certo, ancora una volta - come in precedenza - non vi sono rimandi espliciti, e quel genere di sonorità finisce per mescolarsi abilmente con il proprio "Dammercide sound" dando luogo, tra richiami progressive e vaghe nuances death, a un prodotto ancora una volta originale ed estremamente godibile. Qualcuno, altrove, ha accennato a una certa componente Djent. Si, no, forse. Se c'è non è preponderante. Ad un primo impatto ho notato più che altro un qualcosa delle modalità espressive di Warrel Dane (R.I.P.) e soci. Queste vengono subito alla mente. Il resto è frutto di una loro innegabile cultura musicale che evidentemente riesce a triturare influenze e a inserirle in una particolare, bellissima visione d'insieme. Ma immagino che molti dettagli saranno chiariti/messi in evidenza nel prosieguo della recensione. Poche righe ancora, giusto per presentare l'attuale line up, composta da Fabio Colombi (voce), Enrico Benvenuto, Fausto Massa, Demetrio Scopelliti (chitarre), Fabio Decovich (basso) e Enzo Rotondaro (batteria). Possiamo ora passare alla consueta track-by-track, nella quale, come al solito, cercheremo di dare uno spaccato più ampio ad ogni singola traccia.

Octagon

Si inizia alla grande con "Octagon" (ottagono), brano che sembra parlare di una missione nello spazio profondo destinata a concludersi nel peggiore dei modi, ossia la caduta in un buco nero. Si parla al contempo di un ottagono, forse uno strano elemento presente nel buco nero. L'ottagono presentato come "la chiave di una serratura da sbloccare", mentre continua il viaggio del povero astronauta negli abissi dell'ignoto più insondabile. La realtà, all'interno di questa stella morta, si divide in due. Qui nessuno può vederlo scomparire né sentire le sue urla mentre tale percorso lo porta inesorabilmente verso l'infinito. L'introduzione è affidata a una parte strumentale sghemba, alienante, condita con delle vocals distanti, pesantemente disturbate dalla musica in primo piano. Intorno ai venti secondi si inserisce una parte vocale ben più nitida e melodica, relegando sullo sfondo l'ottimo tappeto strumentale. Colpi di batteria cronometrica si susseguono e il guitar work si mantiene particolarmente teso. La voce, impostata su una linea energica ma armoniosa, sovente cede il passo a sfuriate più rabbiose. Il brano prosegue dunque in un mood multiforme, scolpito da un apparato strumentale sempre vario e cangiante, sino a regalarci quasi al minuto e cinquanta un ottimo guitar solo, capace di inserirsi di soppiatto nel tessuto musicale e donargli un notevole surplus di bellezza. In definitiva, senza dover fare la cronaca di ogni singolo momento, un pezzo eccellente, che mostra la "nuova pelle" dei nostri paladini metallici.

Hunter

Si continua egregiamente con "Hunter" (cacciatore), brano che stavolta ha a che fare con il rapporto tra cacciatore (appunto) e preda. Il protagonista, un cacciatore come suggerito dal titolo, ha trovato il giorno giusto per mettersi alla caccia della sua preda, un cervo rosso. Il suo cuore è freddo, la sua mano ferma. Pensieri si affastellano nella sua mente, e gli torna alla memoria il detto che "la caccia è migliore della cattura", quindi che l'aspettativa è di gran lunga più soddisfacente del risultato. Ma con tale detto sembra di trovarsi in disaccordo, dato che aggiunge che chi ha pronunciato tale detto non conosce il vero piacere di giocare al gioco più pericoloso. Il cacciatore arriva dunque a un sentiero ricco di strepaglie, foglie, siepi, con corna di cervi abbandonate nel tragitto. Continua nei suoi pensieri, quando a un certo punto appare il cervo rosso. Lo sguardo del cacciatore si abbassa, e il cervo si inchina, quasi a sottomettersi al suo destino. Il cacciatore è pronto ad ucciderlo. Il pezzo inizia con un riffing deciso e possente, scandito da una batteria sempre precisa. In breve subentra la voce, decisamente melodica, armoniosa, capace di mantenere inalterata una grinta invidiabile. Gli strumenti, sul fondo, ricamano un arazzo possente e desolante, portandoci, quasi al minuto e trenta, a un solo guitar fantastico, perfettamente in sintonia con tessuto strumentale di cui sembra un'appendice serpentiforme. Appena dieci secondi dopo, sfumato il solo, ci rincanaliamo nella texture principale, possente, massiccia, trainata da un lavoro strumentale efficace e distruttivo.

The Artifact

Il prosieguo è affidato a "The Artifact" (l'artefatto), brano che sembra incentrato sui pensieri di un padre riguardo al suo rapporto con il proprio figlio. Questi è consapevole che la sua ora stà per scoccare, che la sua vita è ormai giunta al termine, e comprende di dover scrivere alcune parole di commiato da far avere al figlio. Inizia dunque a scusarsi per averlo trattato come - e cito testualmente - un "artefatto" (che poi la parola artefatto viene scritta in maiuscolo, quindi ci si riferisce ad un artefatto ben preciso che non ci è dato sapere) mentre oscuri personaggi gli promettevano ogni genere di cosa. Ben presto si delimitano scenari che possono portarci in mente forse il nazismo (vengono usate le parole "fertig", "zielen" e "feuer", ossia "finito", "scopo" e "fuoco", che associate ad un capoverso che recita "perso in una base militare segreta" può rimandare facilmente a quegli scenari) e gli esperimenti militari (verso la fine udiamo "durante il test l'artefatto si rifiutò di combattere ne simulatore"). Dunque quanto svelato per gradi rimanda a un qualcosa di sicuramente più oscuro che avvolge di ombre nefaste quella che inizialmente sembrava una semplice ammissione di negligenza di un padre nei confronti del figlio. Il brano inizia molto melodico, con un delicato cesello di chitarra che lascia presto spazio alla voce - armoniosa e colma di pathos - e a una tessitura musicale leggermente più energica ma ancora pregna di una certa melodia e delicatezza. Il brano prosegue su coordinate decisamente più morbide (rispetto agli standard dettati dai primi due pezzi), facendosi carico di un retrogusto melodico quasi struggente. Non un brano "devastante" (almeno sino ai quattro minuti e mezza circa, quando diviene di misura più aggressivo), ma ugualmente una piccola gemma, capace di trasmettere musicalmente un nugolo indefinibile di emozioni.

The Seal

Il quarto brano "The Seal" (il sigillo) si affida, stavolta, a tematiche "guerresche". Protagonista è un soldato a caccia del proprio nemico. Mesmerizzato dalla più solerte dedizione alla propria causa, avverte la sua vittima che è inutile scappare, dato che l'obiettivo è la sua anima peccatrice. Assetato di sangue e disposto a tutto per annichilirlo, ripete che troverà infine le sue tracce, che lo inseguirà sino a conficcare in lui la sua lama.  Non servirà implorare, dato che una volta snidato, il nemico sarà totalmente alla sua mercé, e sarà del tutto vano ribellarsi al suo giogo. Il soldato, nel mentre, ha un flash e gli appare nella mente la parola "libertà". Ma cos'è la libertà, si chiede? L'unico suo dovere è il cibo. E quella strana litania - il credo del fuciliere - che gli inizia a ruotare come un mantra nella testa. Ma gradualmente inizia a fermentare nella sua materia grigia quel concetto, così distante. La libertà. E infine, da quanto si ha modo di intuire, comprende il suo vero significato facendo totalmente suo quel concetto. E sentendosi quindi libero e vivo. Il pezzo inizia con una intro quasi alienante (il ricamo chitarristico risulta particolarmente arcigno e sghembo) e misteriosa. A sugellare quel retrogusto, come detto, vagamente misterioso, subentrano le vocals, basse e lievemente spettrali. Queste si adagiano perfettamente sulla tessitura musicale sghemba che prosegue a loop trasmettendo un indecifrabile senso di disumana spersonalizzazione. Oltrepassato il minuto e venti la voce diviene prima più energica, sprezzante, quindi stentorea e pregna di un certo epos. A quasi un minuto e quaranta un interessantissimo intarsio strumentale spezza la texture del brano inserendosi in questa di prepotenza. Neanche dieci secondi dopo il brano si rincanala nella sua architettura principale riprendendo a marciare fiero e deciso, trainato da un riffing meccanico ed assassino. A due minuti circa un solo guitar fa capolino abbellendo con il suo preziosismo un brano di per sé già riuscito ed accattivante.

Spider

"Spider" (ragno), quinto brano, come suggerito dal titolo ha per oggetto il più temuto degli aracnidi. Il protagonista sembra affetto da una grave forma di aracnofobia, tanto da sfociare, quasi, nella paranoia. Inizialmente, da quanto comprendiamo, questi sente un esercito di ragni camminargli sulla schiena. Quindi parla di come sia rimasto impigliato in una tela, immaginiamo di un ragno gigantesco. Sogno o realtà? Magari la fantasia di una persona ossessionata dagli aracnidi. Sta di fatto che si sente minacciato da quegli orrendi chelicerata sino - forse - ad ingigantire una minaccia magari inesistente. Il pezzo ha la peculiarità di partire con un'introduzione che sembra, grazie alla modalità vocale del singer, echeggiare certo hardcore punk. Ma è solo un attimo, roba di dieci secondi, quando dall'assalto in your face iniziale si passa a modalità ben più "rodate". Un vertiginoso lavoro di chitarra cede dunque il passo a una struttura impostata su chitarre fluide ed evocative, che fungono da contraltare alla voce molto melodica del singer. L'atmosfera che si respira è malinconica e al contempo asfissiante. Un secondo solo guitar, altrettanto vertiginoso, fa in modo di portarci ad un frangente allucinato e alienante, coadiuvato dalla voce isterica di Fabio Colombi. A quasi un minuto e trenta si ritorna elegantemente alla struttura principale, condita da chitarre trasognate e un apporto vocale decisamente melodico.

The Knot

La sesta "The Knot" (il nodo), è una strumentale di esigua durata (un minuto e venti), che si caratterizza per l'andamento soffice, vellutato, privo di spigoli e acredine. Un brano che nella sua pacatezza riesce a trasmettere una notevole carica emotiva. Troppo ampio lo spettro emozionale che riesce a toccare, dunque potrebbe richiamare un desolato giorno di pioggia autunnale come un dolce risveglio dei sensi primaverile. Introspettivo, forse, è la parola giusta. Introspettivo e capace di fare breccia nell'anima dell'ascoltatore in poche, semplici note.

Fractal

"Fractal" (frattale), settimo brano prende i connotati di un incubo sci-fi. O comunque di una fantasia surreale di grande impatto. Il protagonista sta guidando a tutta velocità, quando ad un certo punto, nello specchietto retrovisore, nota che la città, dietro sé, sta collassando in un nugolo di linee e numeri. E le rovine vanno ad unirsi, sfumando in cielo, in una sorta di schema a spirale. Lui corre, accelera cercando di non finire egli stesso, per essere disgregato in particelle matematiche. Ma è tutto inutile. Si sveglia: a quanto pare era solo un sogno. Sudato, si appresta a farsi una doccia, ma si rende conto che quanto appena sognato in realtà aveva una qualche aderenza con la realtà. E infatti si guarda le mani, e nota che si stanno scomponendo in numeri e linee. E allora realizza di far parte di un disegno universale. Che tutto quel che sta accadendo ha uno scopo superiore. E la paura si sostituisce alla totale consapevolezza. Diremmo, quasi, a una sorta di illuminazione. Il brano inizia con un riffing roboante, presto fagocitato da una struttura incalzante (la batteria sugli scudi) nella quale l'apporto vocale di Colombi, stentoreo e possente, riesce ad adagiarsi alla perfezione. Il brano prosegue su una struttura dinamica e potente, che cede il passo prima, verso il minuto e quindici, ad un arzigogolo strumentale, e quindi, circa un minuto dopo, ad un frangente strumentale meccanico ed alienante, preambolo a un guitar work di rara bellezza, perfettamente in sintonia con il paesaggio sonoro proposto.

The Tree

Si continua con "The Tree" (l'albero), che stavolta ha come fulcro la ricerca di libertà di un uomo, il quale si sente sicuro solo in cima ad un albero, al riparo da tutto. Questi pensa inizialmente alla sua casa, trasformata in un inferno (data alle fiamme, immaginiamo), e fuggendo comprende che il suo unico riparo potrebbe essere sulla sommità di un albero. Inizia a scalarlo, nonostante le difficoltà, ma sa che raggiunta la fine, potrà godere di un riparo sicuro, dove poter ritrovare la pace. Si stabilizza quindi sull'albero, e una grande sicurezza inizia a pervadere il suo animo. Restare al buoi non lo spaventa più, e inizia ad essere sicuro, finalmente, di aver ritrovato sé stesso. Il pezzo parte subito in quarta con un bel riffone roboante, che, in meno di venti secondi, pone le basi per l'entrata in scena della voce. Questa risulta colma di pathos, rassegnazione, ben amalgamandosi con il tessuto sonoro imposto dagli strumenti. In breve la voce diviene più arcigna, sofferta, isterica. Nel contempo gli strumenti dipingono mirabilmente un paesaggio sonoro desolante, soffocato. A circa un minuto e dieci parte il refrain, molto melodico, capace di stamparsi sin da subito nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore. Al termine di quest'ultimo prende il via un solo guitar davvero mirabile, di grandissimo pregio. Quindi il brano riparte, in tutto il suo pathos e in tutta la grande carica emotiva di cui si fa carico.

The Godfather

Il brano successivo, "The Godfather" (il padrino), si focalizza su un uomo accecato dalle smanie di grandezza. Un uomo, da quanto si ha modo di comprendere, con grandi mire, considerando che si ode "sarò padrone del tuo mondo, voi sarete schiavi ai miei occhi". L'uomo sembra essere preda di un delirio di onnipotenza, dato che - rivolgendosi a qualcuno, non meglio identificato - dice di volere non solo la sua terra o il suo oro, ma anche l'aria che respira. Oltre a bramare ogni cosa materiale sembra intenzionato a portare avanti una campagna di annichilimento nei confronti di chi ritiene suo nemico. Non vuole affatto prigionieri e non mostra pietà alcuna per il nemico. Vuole distruggere ogni cosa, asciugando l'erba, uccidendo i fiori e sterilizzando totalmente la natura per rendere il territorio dei suoi nemici completamente invivibile. Il pezzo stavolta prende il via in maniera ovattata, scortato da un'introduzione di chitarra soffice e vellutata. Verso il quarantesimo secondo si parte in quarta su ritmi pesanti, con l'accompagnamento dalla voce piena di pathos di Colombi. Gli strumenti tratteggiano una texture disumanizzante, alienata, mentre il vocalist esibisce in maniera magistrale le sue doti vocali, che passano da modalità rabbiose ad altre più sofferte. Verso i due minuti e mezza subentra un frangente strumentale freddo, oscuro, che si sposa egregiamente con il resto del brano, donandogli, se possibile, ancor più fascino. Pezzo ancora una volta a dir poco esaltante, classificabile come ulteriore gioiello in questo mirabile diadema sonoro.

The Comet

Il decimo brano "The Comet" (la cometa), si basa su un testo abbastanza poetico, nel quale il protagonista, nell'anno della cometa, ha una sorta di illuminazione. Questi inizia ricordando la notte stellata sopra di lui, e quella brezza di primavera che gli ha donato nuova linfa vitale. L'anno è quello della cometa, e lui asserisce che quel periodo così particolare è stato capace di far nascere qualcosa in lui. Qualcosa al contempo di terribile e di meraviglioso. Una sorta di illuminazione. Stavolta la partenza è affidata ad un'introduzione fredda, sintetica, ma al contempo dotata di un fascino immenso. Non fosse per il fatto che già conosciamo il testo, avremmo trovato un tale ricamo strumentale perfetto per qualche documentario su lande lontane, fredde e desolate. Per quanto, anche la traccia offerta dagli argomenti "cometa" e "illuminazione", in qualche modo trovano un perfetto binomio con una introduzione di tale potere immaginifico. Dopo questa partenza affascinante, nel giro di una cinquantina di secondi, parte un ricamo ben più grintoso offerto da chitarra e batteria, che ci porta al brano vero e proprio. Il pezzo impenna, inizia a farsi strada su ritmi più massicci, cingolati, caricandosi di una notevole potenza. La voce parte arcigna, adagiandosi su un tappeto strumentale granitico, che si trascina con estrema decisione asfaltando ogni cosa, senza paura di ostacoli. Quasi al secondo minuto i ritmi si fanno meno belligeranti, pur mantenendo una certa carica di potenza, e anche la voce, duttile come sempre, acquista sovente linee più armoniose. Ai due minuti e cinquanta la texture si permea di un notevole afflato melodico, donando maggiore limpidezza a un brano sino a qui decisamente plumbeo. Il brano continua, successivamente, ad alternare frangenti più deflagranti ad altri dotati di un maggiore appeal melodico. Ancora una volta, come sempre sino ad ora, ci troviamo al cospetto di un signor brano, capace magistralmente di calamitare l'attenzione dell'ascoltatore.

The Dance

Il continuo è affidato a "The Dance" (la danza), che ha come soggetti due amanti che ballano dolcemente e la morte che attende in agguato. Sarei tentato di dare libera interpretazione al concetto di "totentanz", che in originale prevede (secondo l'iconografia tardomedievale) una danza tra figure umane e figure scheletriche. Qui la danza è tra due umani, mentre la morte aspetta il momento di sguainare la sua nera falce. Ma il soggetto resta sempre il binomio danza/morte. Loro danzano, e lui le parla dolcemente. Le dice di non preoccuparsi della "figura incappucciata" (facile comprendere quale sia il riferimento), le chiede di restare con lui, a danzare a piedi nudi sulla sabbia, di guardarlo dolcemente, teneramente, e lasciare che la morte attenda. Non c'è fretta. Questo ballo è per loro, per sugellare ancora una volta il loro dolce amore. Forse solo per un'ultima volta. Ad aprire le danze ci pensa un'introduzione di chitarra soffice, delicata, dotata di un gusto quasi leggiadro. Verso i venti secondi parte il brano vero e proprio, che si assesta immediatamente su ritmi decisi (imposti più che altro dalla batteria) ma malinconici, e che lasciano da parte momentaneamente qualsiasi stilettata di violenza intransigente. Le chitarre infatti pennellano riff abbastanza melodici, il cui retrogusto subodora di spleen mal sopito, e la voce si mantiene su toni sofferti. Queste le coordinate di base di un brano stavolta ben più emozionale di molti suoi predecessori, che pur non lesinando in momenti più arrembanti (vedasi la parte strumentale in crescendo dai due minuti e venti), si astiene un momento dalla violenza muscolare (per quanto multiforme, sfaccettata, poliedrica) avvertita a più riprese per regalarci momenti di puro, appagante pathos.

The Roots

Concludiamo in bellezza con "The Roots" (le radici), che, esattamente come il brano precedente, si focalizza sul rapporto tra una coppia di amanti. Lui fa comprendere alla sua amata che, per quanto "tanto tempo fa c'era un uomo che non ti ascoltava, e al contempo c'era una donna che non lo capiva", non è possibile recriminare nessuno per questa cosa. Chiede di essere abbracciato asserendo comunque che non cambierà mai, e che, parimenti, non proverà mai a cambiare lei. Lui è fermo sulle sue posizioni, un uomo caratteriale, e non è disposto a piegarsi di fronte a nulla. Non ha alcuna intenzione di rivedere le proprie posizioni, ancorato fermamente "alle sue radici". L'importante quindi è andare avanti, lasciando perdere quel che è stato. Intorno c'è tanta terra libera su cui costruire un futuro migliore. Il pezzo prende il via con un'introduzione soft che presto sfuma in un frangente decisamente più energico: una texture di chitarra emozionale subentra all'improvviso e si fa largo anche la voce carica di pathos di Colombi. Il brano si assesta così in una struttura che inizialmente si tiene alla larga dalla cieca violenza nonostante la sua energia, ancora una volta incline a comunicare emozioni più che dedicarsi ad assalti alla baionetta. A partire dai due minuti e venti la struttura si fa carico di una maggiore possenza: il ritmi divengono più granitici, belligeranti. Il pezzo impenna verso una muscolarità destabilizzante, per regalarci, quindi, quasi al terzo minuto, un solo guitar davvero di gran pregio, breve ma efficace. Oltrepassati i tre minuti e dieci si ritorna dunque entro territori meno intransigenti, in cui una certa emozionalità si sostituisce all'assalto spasmodico all'arma bianca. Ancora un bel solo verso i tre minuti e cinquanta ci trasporta verso un troncone ovattato, in cui la struttura precedente sembra sfumare annegando in un mare calmo. Il pezzo si dissolve gradualmente, liquefacendosi in un pregevolissimo fade out.

Conclusioni

Il disco giunge al termine. E noi siamo stupiti, estasiati, esterrefatti da tanto ben di dio. Un senso di appagamento ci pervade percorrendo frenetico il nostro corpo, e arrivando al cervello, assuefatto da quanto sentito. Era il disco che ci aspettavamo, dopo una pausa così lunga? No. Assolutamente. Era il disco che avremmo desiderato sentire? Si. Di questo penso di essere sicuro. Almeno parlando a titolo personale. Spesso accade che intervalli interminabili tra un disco e l'altro possano generare risultati "discutibili", se non addirittura pessimi. Inutile fare nomi, tanto di artisti che tirano fuori materiale dopo eoni e sbagliano il tiro ne abbiamo avuti e ne avremo sicuramente anche in futuro (anche tra i big: chi ha detto Guns n' Roses?) ma chiaramente non mancano i fuoriclasse (i Carcass: sedici anni indolori tra Swansong e Surgical Steel) e i nostri si pongono indubbiamente in quest'ultima categoria. Che poi, francamente - come accennato all'inizio - penso che in molti si sarebbero aspettati un "Link parte 2". Il quale sarebbe stato "solo" il fratello minore del suo illustre predecessore. Perché, quando un prodotto, un'opera d'arte - in questo caso musicale - riesce bene essendo ispirata, fatta con criterio, con passione, è inutile replicare certi stilemi. Bisogna andare avanti. Far crescere il proprio suono, avanzare di livello. Cosa che qui è stata fatta. I nostri sono avanzati di livello, portando il proprio mood ad uno step successivo. Tutti i più grandi si sono evoluti, non crogiolandosi mai sugli allori e non peccando mai di immobilismo sonoro: i Carcass (tanto per ripetermi: dal grindcore al goregrind, dal deathgrind al melodic death), i Bathory (dal thrash al black, quindi al Viking. E gli ultimi due generi li hanno praticamente inventati), i Death (tra i padrini del death metal e responsabili del technical death), i Coroner, i Celtic Frost, i Voivod. Persino i Darkthrone, fautori per un periodo del black più intransigente in circolazione. Quindi l'evoluzione, la crescita, per un gruppo che si rispetti, è quasi necessaria. E i nostri sono cresciuti. Quanto dato alle stampe è uno sforzo fantastico di dare al proprio sound quel quid in più. E si sente, dato che ogni cosa sembra funzionare, grazie soprattutto ad un fattore ispirazione mai venuto meno. Inutile dunque stilare una specie di classifica, tipo top 5, dei brani che hanno maggiormente colpito. Tutto funziona a dovere, tutto ha un suo perché in questo compendio della loro bravura. Dalla parte strumentale - ottima - alla voce duttile dell'eccellente Fabio Colombi. Passando per la fruibilità dei singoli brani, che, pur nella loro strutturazione, non fanno mai perdere il filo all'ascoltatore. E non ultima - dato che forse è la parte più importante - quell'ispirazione di cui parlavo prima, che fa la differenza tra un prodotto concepito "di mestiere" e un'opera d'arte. Passano vent'anni - intervallo lunghissimo - e i nostri centrano nuovamente il colpo, portando avanti (sapientemente) la loro crescita come se fosse passato sì e no un anno dall'ultimo, bellissimo Link. Promossi. E non poteva essere altrimenti. Ora speriamo solo di non dover aspettare altri vent'anni per il prossimo (capo)lavoro, dato che la strada ripresa è ottima, e non è stato perso un briciolo di smalto da allora. Se i Nostri iniziano a darsi scadenze più brevi, portando avanti certe idee e non trascurando mai l'importantissimo fattore di "evoluzione musicale", sono convinto che presto avremo capolavori capaci addirittura di superare per bellezza e grandiosità questo splendido The Seed.

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1) Octagon
2) Hunter
3) The Artifact
4) The Seal
5) Spider
6) The Knot
7) Fractal
8) The Tree
9) The Godfather
10) The Comet
11) The Dance
12) The Roots