CURE

Pornography

1982 - Polydor

A CURA DI
ANDREA CERASI
15/12/2018
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Volevamo realizzare l'album più intenso, quello definitivo". È da questa frase, pronunciata dal batterista Laurance Tolhurst, che bisogna partire per analizzare e capire una delle opere più importanti e venerate di un'epoca. Un'epoca lontana nel tempo, che affonda le radici nel mito, all'alba di quella sperimentazione che ha tracciato un solco profondo nella storia. È il 1982 quando il post-punk e tutta la darkwave, nati pochi anni prima, giungono alla piena maturità, facendo sprofondare il mondo intero in una voragine artistica senza precedenti, un buco esistenziale fatto di depressioni croniche e di riflessioni funebri, dove la vita è immaginata come un calvario senza senso dal quale voler fuggire. In questo periodo, il movimento gotico è all'apice della sua estasi divina e, come un fiume in piena, straborda dagli argini e inonda tutto quanto, rendendo smorti i terreni circostanti. La voce di Ian Curtis e le note misteriche della sua musica ancora riecheggiano nell'aria putrida di una scena musicale annebbiata dalle droghe, dai fumi dell'alcool e dalla follia depressiva. Da molti incoronati come eredi testamentari dei Joy Division, i Cure proseguono il loro cammino, dritti alla conquista del mondo. Ma prima della fama, dei soldi a palate, della gloria eterna, che giungeranno solo nella metà degli anni 80, a seguito dell'ammorbidimento della proposta e a una maggiore apertura al pop, la band inglese si fa portabandiera del movimento post-punk, assieme a un'altra manciata di discepoli, portando a compimento la prima fase di carriera, costituita dai primi quattro lavori in studio. Se fino a questo punto, Robert Smith, Simon Gallup e Laurance Tolhurst, avevano seguito un incredibile percorso di crescita, partendo dal leggendario esordio "Three Imaginary Boys", dai suoni asciutti e sfocati, e proseguendo con i più gelidi e crepuscolari "Seventeen Seconds" e "Faith", gemme nere dalle tinte fredde, è con l'arrivo del quarto sigillo, "Pornography", che i Cure raggiungono le masse, prendendosi con forza e arguzia lo scettro di un intero genere. Le crisi personali, il nichilismo, l'attrazione per un atteggiamento liturgico e solenne, la depressione che sconvolge Smith, le droghe e l'alcool che sommergono i musicisti, sono elementi che influenzano la genesi di uno dei dischi più importanti della storia, uno di quelli che riescono magicamente a plagiare una decade intera. I ritmi sono catatonici, i giri di basso ossessivi, le tastiere atmosferiche che scavano un buco nel cuore, la voce ipnotica che si insinua sotto pelle, la batteria e le chitarre che rievocano un cerimoniale funebre, aprendo a immaginari desolanti e scheletrici che strappano via l'anima dal corpo. "Pornography" è il disco dark per eccellenza, dalle sfumature nere come la pece, dalle ambientazioni nebbiose e caotiche come una notte di tempesta, dai suoni cadaverici che sembrano rintoccare all'interno di una cattedrale gotica. Visioni oniriche, deliri notturni, incubi di follia, che ricreano immagini contorte, mostri che si aggirano in una stanza buia, animali feroci pronti all'assalto; il tutto rinchiuso sotto una lapide di marmo, dentro una bara di legno, sintomo di insanità mentale. Il minimalismo della musica dei Cure è maniacale, una ricercatezza sonora ben studiata, scaturita dalla profonda depressione che stritola il vocalist, dalle allucinazioni che la notte lo soffocano e gli rovinano il sonno. In mezzo a questo delirio va ricercato il cuore di "Pornography", un album particolare, condito da testi astratti che non lasciano speranza, che non fanno filtrare nessuna luce, ma che aprono solo a un mondo di tenebre, costituito da profumi intensi, emozioni sopite, grida soffocate, dolori lancinanti e prontamente anestetizzati dall'abuso di droghe. Se "Faith" era un album che aveva preso vita in base a una riflessione sulla morte, la drammatica malattia della madre di Tohlurst, deceduta durante le sessioni, "Pornography" ne è la sua estensione emotiva, definita da Robert Smith una specie di scatola contenente "atteggiamenti maniacali". Insomma, un manicomio musicale. I testi, non a caso, trasmettono sensazioni di dolore, di perdizione, di alienazione, inabissandosi in questa dimensione psichica dannata e infernale. La paranoia si impossessa del musicista, lo strangola, trasportandolo in un universo tutto suo, in un ambiente intimo e arcano, scaturito dallo stress del periodo e dalle ossessioni che affliggono la sua mente. "Pornography" è un disco maledetto, nel vero senso del termine, un lavoro fitto di ombre con le quali danzare sotto il plenilunio, e per questo è un disco maledettamente affascinante.

One Hundred Years

Il drumming di Tolhurst è morboso, catatonico, immobile, e punta dritto senza cambi di tempo, ripetendosi all'infinito per creare vertigini nella mente dell'ascoltatore, scaraventandolo in un mondo fatto di droghe e di allucinazioni. One Hundred Years (Cento Anni) è dolore e depressione, elementi evidenziati dai sanguinolenti riff di chitarra e di basso che, a più riprese, si incrociano, duellando tra loro, emettendo grida e rantoli doloranti. "Non importa se moriamo tutti, ambizione sul retro di un'auto nera, in un edificio alto c'è tanto da fare. È ora di andare a casa, mentre passa una storia alla radio". Le liriche di Smith sono astratte, metaforiche, poco delineate. Più che altro si presentano come allucinazioni contorte e, a tratti, prive di senso. I suoi pensieri sono malati e oscuri, preda di depressione cronica e droga. "Qualcosa di piccolo ti cade in bocca, ridiamo, preghiamo, amami per favore. La paura avanza, salendo silenziosamente le scale, aspettando il colpo fatale". Al centro della vicenda vi è una coppia in crisi, sull'orlo dell'abisso, schiacciata dal peso della vita e da un'esistenza forse non voluta. Ma la fine è vicina, le chitarre di Robert Smith si contorcono in una serie di riff amari, sembrano rantoli di dolore, acuti lancinanti, mentre il basso solenne di Gallup procede la sua corsa quasi senza espressione, malinconico e sordo. L'atmosfera apocalittica è generata da un tappeto di tastiere che accarezzano i timpani dell'ascoltatore, avvolgendolo insieme alla delicata e gelida voce di Smith, che nella seconda metà del brano si fortifica, delineando ancor di più questa tetra dimensione. Il nichilismo arriva con tutto il suo impeto, mentre le tastiere si intensificano, sprigionando veleni nell'aria. "Ti accarezzo i capelli mentre i missili sorvolano il cielo, lo vediamo in tv, e dividono il mondo in maiali sventrati. Combattiamo per sfuggire. Il dolore è una sensazione strisciante, una ragazzina dai capelli neri aspetta il sabato. La morte del padre induce il suo volto pallido a specchiarsi. Dentro sento solo dolore". Quello descritto nel testo è un mondo in guerra, distrutto da bombardamenti, con tantissimi cadaveri a terra, tra i quali vi è il padre dell'amata. La sua morte costringe la ragazza a specchiarsi, tra le lacrime, il viso pallido. E dentro solo dolore, tanto dolore per un mondo che non c'è più e dal quale si deve fuggire. La coppia si prende per mano e, in preda al terrore, corre via. "Dipingo un volto senza espressione, solo un pezzo di carne in una stanza. I soldati si avvicinano, ombre e delirio, portando una bandiera nera. Cento anni di sangue rosso vivo, la corda si stringe attorno alla gola, apro la bocca e mi esplode la testa. Moriamo uno dopo l'altro". La fuga dura poco, purtroppo, perché le truppe nemiche fanno irruzione in città, si avvicinano e sterminano ogni essere vivente. Una bandiera nera viene piantata nel cuore della disfatta, tra cumuli di macerie e cadaveri sventrati. La morte giunge improvvisa, agguanta la coppia e la porta via con sé.

A Short Term Effect

Degli effetti metallici, gelidi e profondi, irrompono nelle casse delle stereo, il basso si erige con forza sulla batteria e sulle tastiere, conducendo il cerimoniale gotico. Smith imbraccia la sua chitarra e, attraverso un suadente riff, ci prende per mano e ci introduce la scena. A Short Term Effect (Effetto A Breve Termine) è liturgia funerea, un racconto di morte e di distruzione, che vede la contrapposizione tra una melodia accentuata e un sottofondo orrorifico, fitto di echi e di riverberi, che emerge lentamente dalle nebbie sonore. "Un movimento, solo un uccello che cade e colpisce il suolo sanguinante. Ha vissuto ed è morto. Coprimi di terra, in un drappeggio nero, uno statico rumore bianco". L'uomo, alla visione della morte di un uccello, schiantatosi a terra, pensa al giorno della sua dipartita. Il corpo ricoperto di terra, rinchiuso in una bara di legno, e fatto sprofondare nel nulla assoluto. Sottoterra, un silenzio pacifico e la consapevolezza della fine di ogni dolore. Le tastiere si acuiscono, si gonfiano come sonagli, frusciano tra le note della chitarra, e sembrano evocare ombre sempre più minacciose, mostri che crescono lungo le pareti di un muro e che prendono vita nel pungente e placido ritornello. "Un giorno senza sostanza, un cambiamento di pensiero, un'atmosfera che marcisce con il tempo, colori che scintillano nell'acqua. Effetto a breve termine". Il cerimoniale prosegue, la cattedrale gotica rimbomba di suoni e di cori malefici, effetti infernali che comportano una certa dose di psichedelia. "Un grido, mentre cerco di spingerlo giù, debole e malato. Un volto di carbone mi morde la mano, e poi un'eco, la mano di un estraneo, un effetto a breve termine". Il mostro, cresciuto sulla parete della cattedrale, affonda il colpo, mordendo la mano del ragazzo, cibandosi della sua carne. L'uomo urla per il dolore, cerca di divincolarsi, ma è debole e malato, infettato dal malessere. La sua anima è destinata a sprofondare nelle viscere della terra, giù, dritta all'inferno, tra mostri, ombre e diavoli in pena. L'effetto riprodotto dalla chitarra è gelido e caotico, le tastiere danzano, assieme al basso, generando l'immagine di un'orgia selvaggia in balia delle belve venute dagli inferi. La sensazione di perdizione e di negatività si ripercuote per tutta la durata della canzone, ripetendosi all'infinito come un serpente che si morde la coda, ma un piccolo spiraglio di luce si insinua tra le crepe della dolce melodia, la stessa che avvolge il ritornello e che rivela un cuore morbido e forse speranzoso.

The Hanging Garden

Le tastiere arrivano languide, a fasi alterne, puntando dritte al cuore come lame sanguinanti. Le loro note colpiscono repentinamente, infilzando la pelle come spilli. Sotto, troviamo un basso degenere, capace di riprodurre suoni sincopati che sembrano lamenti di creature mostruose. Tolhurst in questo caso è più dinamico, nonostante il minimalismo del suo drumming, e in effetti il brano prende quota via via che si procede, assumendo una certa velocità, assente negli altri pezzi dell'album. The Hanging Garden (Il Giardino Pensile) è una danza tribale, dal ritmo frenetico, che riproduce una visione notturna e autunnale, ricca di rimpianto e di sofferenza, e che afferra l'ascoltatore per la gola lasciandolo senza respiro, strangolandolo con forza. "Creature che si baciano sotto la pioggia, senza forma nel buio, di nuovo, nel giardino pensile. Non parlare qui dentro, nessuno dorme, nel giardino pensile". Il clima è notturno, l'atmosfera tesa, l'apocalisse è arrivata: l'inferno sputerà fuori i suoi mostri, i quali invaderanno la terra, seminando terrore e morte. "Dalla luna prendo magiche luci, che danno alle mie mani una forma angelica. Nel calore della notte gli animali urlano, ed io cammino in un sogno", il protagonista del testo è un dormiente, ancora non conscio del pericolo che sta correndo, la sua mente è alienata, forse sotto l'effetto di droghe, ma su di sé sente il calore del paradiso, le sue mani d'angelo lo proteggono, emanano un bagliore rassicurante e luminoso che contrasta fortemente con l'atmosfera nera nella quale cammina, incauto come un sonnambulo. "Cado, affondo nei muri, salto fuori dal tempo, cado dal cielo, mi copro il volto mentre gli animali piangono, nel giardino pensile". La narrazione diventa più intima, e forse anche più lucida, come se Smith guardasse dentro di sé, scavando in profondità nella sua mente, al fine di tirare fuori le sue allucinazioni e i suoi più oscuri pensieri. I muri descritti sono quelli mentali, come se il suo cervello si accartocciasse e il suo corpo collassasse, generando un buco nero, fuori dal tempo e dallo spazio. Egli diventa una meteora incandescente che cade dal cielo, sospesa nel vuoto, pronta per annientarsi all'impatto.


Siamese Twins

Il torpore colpisce irrigidendo gli arti, paralizzando gli organi, e allora giunge Siamese Twins (Gemelli Siamesi), cadaverica ballata che comporta desolazione e ossessione, che si contorce su se stessa senza via d'uscita. "Ho scelto questo per l'eternità, come angeli caduti. Il mondo è scomparso, ridendo nel fuoco. Carne e sangue ed il primo bacio, i primi colori", recita Smith in stato catatonico, ipnotizzando l'ascoltatore, evocando un mondo in declino, che si fa largo tra macerie e campi aridi. "Sotto una luce rossa ci contorcevamo, allargando sorrisi mistici. Gemelli siamesi, una ragazza alla finestra mi guarda per un'ora, poi tutto va in pezzi, rotto dentro di me". Il concetto di gemello siamese è profondo e delicato, e rappresenta più che altro il tema del doppio: anima e corpo. Se il corpo è ancora in vita, sconfitto e lacerato dai dubbi, l'anima è stata strappata via dalla pelle e annientata. Il corpo adesso è un involucro vuoto che non sa che fare né dove andare, privato della sua energia vitale, delle sue emozioni e del raziocinio. Vaga come uno zombie in questa valle dannata, perduto per sempre. "Le pareti ed il soffitto si muovono col tempo, mi spingi una lama nelle mani. Dei vermi danzano nella mia tasca, si cibano di me. Tu brilli con le braccia aperte e le tue gambe mi cingono. Lasciami morire, non ricorderai la mia voce, ora me ne sono andato, sono invecchiato". Il corpo dell'uomo è ormai in declino, morto, divorato dai vermi, l'anima ora è tornata dal regno dei morti, più cattiva che mai, e reclama la sua vendetta, perciò si scaglia contro quell'involucro vuoto, lo cinge con forza e lo morde, strappandogli lembi di carne. Il tempo, in questo brano, si dilata, ed è un pezzo che tratta proprio del trapasso del tempo, dell'invecchiamento al quale un mortale va incontro, giorno dopo giorno, schiacciato dalla quotidianità. Se il corpo invecchia e si decompone lentamente, la mente fa altrettanto, avvicinandosi alla pazzia e all'isteria. "Non parli mai, non sorridiamo mai, io urlo, tu non sei niente. Non ho più bisogno di te, tu svanisci e vai via, e mentre lo fai canti che moriremo tutti, e poi bruci nel fuoco". Il duello tra mente e corpo è forte, soprattutto davanti allo specchio, dove la metà oscura si riflette, proferendo le sue ultime, definitive, parole. Moriremo tutti quanti, bruciando nel fuoco dell'inferno.

The Figurehead

Il basso minaccioso di Gallup fa tremare i muri, le percussioni generano un ritmo tribale che induce a ballare, in una traccia solenne e atmosferica che racconta di un uomo che si specchia, al mattino, e non si riconosce più, divorato dagli incubi notturni. The Figurehead (Il Prestanome) racconta il passaggio dalla notte al giorno, nel momento in cui sorge l'alba. "Tagliente ed aperto, lasciami stare, dormo sempre meno la notte, mentre i giorni diventano più difficili e pesanti. Aspetto la gelida luce, un rumore, un urlo che mi lacera i vestiti. Le statue si avvicinano, con dentro i ragni e la polvere di una visione infernale che si stende sulle loro labbra. Rido allo specchio per la prima volta in un anno". Robert Smith è uno sciamano divorato dalle droghe, preda di allucinazioni. Nella sua stanza vede i muri spostarsi e creparsi, e dalle crepe fuoriuscire ragni pronti all'assalto. Le statue del giardino di fronte, probabilmente un parco, si animano e si avvicinano minacciose. È tutta un'illusione procurata dai raggi di sole che creano ombre sempre più lunghe, ma si tratta di una luce fredda, smorta, che induce l'uomo a ridere da solo e senza motivo. La follia si è impossessata della sua mente. Il raffinato giro di chitarra emerge con maggior vigore e gode di un sapore arabesco, ciò accentua ancor di più la natura tribale del brano. "Altre cento parole mi accecano con la loro purezza, come una vecchia bambola dipinta nella foga della danza. Penso al domani, ma voglio dormire. La mia mente scivola oltre la finestra". L'uomo resta tale: un mortale che deve fare i conti con il trapasso del tempo, fragile e indifeso come una bambola, un burattino nelle mani del destino. Il domani è incerto, e i pensieri tolgono il sonno. La chitarra elettrica forma un tappeto sonoro avvolgente, mentre i synth emergono come nebbia mattutina portando astrazione e catarsi. Il cambio di tempo è quasi impercettibile, eppure ci sprofonda ancora di più negli abissi di questa mente instabile, preda di follia e depressione. Tra queste ombrose pieghe, l'incedere è disperato. "Mi posso perdere nell'arte cinese e con le ragazze americane, ma sempre mi perdo nell'oscurità. Mi perderò domani, scappando nella notte. Dolore cremisi, il mio cuore esplode, la mia memoria va a fuoco, qualcuno ascolterà per lo meno quel che ho da dire". Smith parla al suo alter-ego allo specchio, viziato e sporco, contaminato dall'odio e dalla disperazione di una vita marcia, e mentre la canzone sfuma, rallentando lentamente, ecco le ultime parole, quelle più ricche di acredine, dirette a se stesso, all'immagine riflessa allo specchio. "Non riesco mai a dire di no. Se non a te. Troppi segreti, troppe bugie che si contorcono con odio. La stessa immagine mi perseguita nella disperazione del tempo. Ho toccato i tuoi occhi e non sarò più pulito, ho il volto macchiato ora".

A Strange Day

La riflessione notturna prosegue con A Strange Day (Uno Strano Giorno), rituale alchemico che, in qualche modo, ridefinisce la psichedelia gotica degli anni 80, grazie a un incedere regale creato da una sezione ritmica pungente e attenta ai dettagli. "Dammi i tuoi occhi affinché io possa vedere l'uomo cieco che mi bacia la mano. Il sole sta vibrando, la mia testa diventa polvere, mentre lui gioca in ginocchio", recita Smith su un tappeto tastieristico dall'aria malinconica che sottolinea un mondo oscuro, cieco, proprio come il narratore, che vive nel ricordo di immagini e colori. Adesso l'uomo cammina sulla spiaggia e sente l'odore della sabbia, il rumore delle onde del mare, la sensazione di libertà. È in questo contesto liberatorio che chitarra e basso cambiano ritmo, addolcendosi per rivelare un ritornello sublime, forse il migliore dell'album, compresso in una melodia raffinatissima e quasi serena. "La sabbia e il mare crescono, chiudo gli occhi e mi muovo lentamente attraverso le onde. Affogo, me ne vado via assieme a uno strano giorno", e anche nella sensazione di morte, un corpo affogato nelle acque del mare, forse dominato da un istinto suicida, riusciamo a commuoverci e a provare pena per l'anima morente. "Rido come portato dal vento, cieco danzo in una spiaggia di pietra, amo i volti che attendono la fine. Sull'acqua cala il silenzio, siamo di nuovo qui". Smith danza sulla sabbia, col vento trai capelli, che gli accarezza il volto, poi si immerge nel mare, per un nuovo battesimo, forse di rinascita, forse di morte. Mentre scende il silenzio, i colpi inferti alla batteria dominano la scena, rafforzandosi mano a mano che si giunge alla fine. "La mia testa cade all'indietro, i muri crollano, il cielo e l'impossibile esplodono. In un istante ricordo una canzone, l'impressione di un suono, poi tutto sparisce per sempre". Avviene l'apocalisse, e con essa giunge la morte, contornata da una melodia celestiale che rimanda al Paradiso, e non all'Inferno, dove l'anima troverà finalmente la pace e sarà avvolta da una luce calda.

Cold

Un lamento infernale si stende lungo la marcia funebre Cold (Freddo), supportato da percussioni fragorose, tastiere a mò di organo e la voce di Robert Smith quasi supplicante. "Cicatrici, le tue spalle erano girate, eri raggomitolata come un feto. Sarai baciata ancora. Ero stupito quando hai detto quelle parole, così ho strisciato verso lo specchio, aspettando il prossimo respiro". Il testo racconta il litigio di una coppia, un amore infranto, e un istinto suicida che prende vita dopo le dure parole urlate dalla ragazza in fuga. Il ritmo catatonico ci avvolge, facendoci sprofondare in questa sinistra nenia priva di speranza. Tutto intorno si fa gelido, il ghiaccio sommerge tutto, come sottolineato nel pungente ed effimero refrain, "Il tuo nome è come ghiaccio nel cuore". La cerimonia funebre procede incauta, sempre sullo stesso ritmo, e stordisce e confonde la mente per la sua romantica bellezza. La band crea una sintesi mortuaria perfetta, una cantilena liturgica e lisergica che inghiotte l'ascoltatore, lo fa suo per stritolarlo, per soffocarlo tra le sue spire. L'organo si innalza, sovrastando la chitarra, raggiungendo la potenza del basso. Eccolo, il trapasso del tempo, una vita spezzata in giovane età: "Una fossa poco profonda, un monumento all'età in rovina, ho del ghiaccio negli occhi. I miei occhi ghiacciati sono paralizzati, urlo alla luna per il tempo perduto". Il suicidio è servito, scaturito dalle pene di un amore perduto. Ora non si torna più indietro, e nessuno può venire a salvarci. L'oblio è davanti agli occhi, ghiaccio e oscurità avanzano devastando ogni cosa. "Tutto è freddo come la vita, qualcuno può salvarci? Tutto è freddo come il silenzio, e tu non dirai mai una parola". L'amante è andata via per sempre, lasciando desolazione, aridità, silenzio e un sentore di morte. La vita è fredda nel cuore dell'uomo.

Pornography

Pornography (Pornografia) è il brano più struggente e cupo del disco, introdotto da lugubri voci distorte, come dei versi animaleschi, e un'atmosfera di pura crudeltà invernale. Le tastiere e i tamburi danzano eterei assieme a ronzii e voci distorte, poi la chitarra prende quota in un giro fantastico sul quale svetta la voce disperata del vocalist. Nel caotico rumore in sottofondo viene sciorinato un testo suddiviso in due grosso blocchi. "Una mano sulla mia bocca, una vita si riversa nei fiori. Sembriamo tutti così perfetti mentre cadiamo, in un bagliore elettrico. Il vecchio è lacerato dall'età, lei ha trovato la sua ultima foto, nelle ceneri del fuoco. Un'immagine della regina, echi intorno al letto sudato, acidi suoni nella mia testa, nei libri e nei film, nella vita e nel paradiso. Il rumore della mattanza riverbera mentre il tuo corpo danza". In questo testo Smith cerca di condensare tutte le tematiche affrontate nelle precedenti canzoni: la caducità della vita, la contrapposizione giovinezza/vecchiaia, l'istinto suicida e omicida, gli amori stroncati, i sogni disillusi, gli incubi notturni, il nichilismo della vita, e soprattutto la follia, sottolineata dalle voci che si accavallano nella testa del protagonista e che noi sentiamo nel caos generale prodotto dagli strumenti e dalle voci preregistrate che invadono tutto il pezzo, dall'inizio alla fine. "È troppo tardi, un altro giorno come oggi e ti uccido, un desiderio di carne e sangue vero. Ti guarderò affogare nella doccia, spingerò la mia vita nei tuoi occhi aperti. Devo combattere questa malattia, devo trovare una cura". Le ultime parole sono emblematiche: l'uomo sa di essere malato, il suo cervello è in pappa, annientato dalle droghe e dalla depressione, la follia è al suo culmine, ma lui se ne rende conto, e allora decide di trovare una cura. In queste note, emerge la vita personale dello stesso Smith, che vive in uno stato di disperazione perenne, soprattutto durante le registrazioni dell'album. Ma l'artista trova la forza di vivere, riuscendo poi a superare il momento più buio della sua esistenza, e ciò si nota anche dal cambiamento stilistico nella musica dei Cure, che dopo "Pornography" diventerà più pop, e anche un po' più gioioso. La title-track di questo lavoro è opprimente, un vero capolavoro di claustrofobia, il punto più profondo mai toccato dall'animo di Smith e dai suoi compagni di avventura. Un caleidoscopio di emozioni funebri che va a chiudere un disco fondamentale per tutto il gothic rock.

Conclusioni

"Non importa se moriamo tutti", queste sono le prime parole pronunciate da Smith in "One Hundred Years", brano d'apertura che ci introduce in questo mondo senza speranza, che si apre su un baratro sconfinato, antro di segreti, di pericoli e di corpi martoriati dall'esistenza. Segnato dalla rabbia giovanile e dal rifiuto alla vita, tanto che Smith lo aveva additato, prima della pubblicazione, come suo ultimo album prima dell'annientamento, per fortuna mai avvenuto, "Pornography" è un simulacro di morte e di decomposizione, dal forte simbolismo che si struttura su cromature scure che rievocano i colori dell'inferno, il nero dell'oblio, il grigio delle anime perdute, e il rosso del fuoco che arde, tutte ben visibili in copertina. Il titolo dell'album nasce per caso, dopo la visione di un dibattito televisivo incentrato sul concetto stesso di sesso, che accende una lunga discussione tra i membri. I tre ragazzi non hanno intenzione di essere provocatori, almeno non in questo caso, ma la parola nasce all'improvviso, con l'intento di mettere in musica un'idea personale di "pornografia", legata ovviamente alla musica gotica, che è per natura romantica e sensuale, capace di risvegliare i sentimenti più remoti dell'animo umano, e anche i più selvaggi istinti carnali. La Polydor Records, etichetta dei Cure, inizialmente è titubante sulla messa in commercio di un lavoro presentato con questo titolo, ma alla fine cede alle richieste dei musicisti. Il debutto in classifica è ottimo, il singolo "The Hanging Garden" resta ai primi posti per diverse settimane, facendo levitare le vendite, il pubblico è in estasi, come in preda a crisi mistiche, e capisce subito il potenziale di un'opera destinata a fare la storia e che incide profondamente negli animi degli ascoltatori. Gran parte della critica invece lo stronca, impietosa, tacciandolo di essere un album sfocato, preda di malessere adolescenziale, "ottuso e teatralmente risibile", come scrive un giornalista. La stampa guarda ai Cure come una band costruita a tavolino, schiava delle proprie incaute pulsazioni, fin troppo chiusa in se stessa, come in un incubo a spirale, che produce musica senza senso, angosciante e pomposa, ma che non porta da nessuna parte. E invece, come spesso accade, l'arte anticipa i tempi e va oltre il parere dei critici, infrangendo ogni confine, straripando, arrivando al popolo come inondazione tossica, il quale se ne abbevera copiosamente e ne respira i malevoli odori a pieni polmoni, facendola propria. Da questo momento in poi i Cure conquistano il mondo, influenzando centinaia di band dello stesso seme e altre provenienti da ambiti diversi. I Cure si prendono gli anni 80, dando inizio a vere e proprie scene di isteria collettiva, sopravvivendo, anche grazie alle giuste evoluzioni sonore, alla scena post-punk della decade d'oro, raggiungendo un successo commerciale quasi impensabile per un gruppo gotico. Il successo e gli impegni incidono molto sulla psiche di Smith, che a più riprese scatenerà litigi con i restanti membri, sostituendoli lungo il corso della carriera, alternando fasi solari e positive ad altre, preda dello sconforto e della malinconia. La morbosità viscerale resta comunque un punto fermo nella vita dell'artista, così come le allucinazioni che lo attanagliano, ma "Pornography" segna un punto di svolta. Questo disco rappresenta l'abisso più profondo mai raggiunto dalla band di Robert Smith, una fase nichilista che raggiunge il suo culmine proprio nel 1982, attraverso otto brani leggendari e sanguigni. In una discografia di grande qualità e dalle molteplici sfumature, dal gelido "Faith", passando per lo spietato "Kiss Me Kiss Me Kiss Me", da "Disintegration", monolite della nostalgia e apice assoluto della band, arrivando allo spiritico "Wish", e poi oltre, fino a raggiungere il quieto e riflessivo "Bloodflowers", "Pornography" è il diamante più nero, quello che incute più timore, quello che emana i bagliori più ardenti, provenienti dal cuore di un'anima dannata che brucia all'inferno.

1) One Hundred Years
2) A Short Term Effect
3) The Hanging Garden
4) Siamese Twins
5) The Figurehead
6) A Strange Day
7) Cold
8) Pornography