CULT OF LUNA

The Long Road North

2022 - Metal Blade

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
19/02/2022
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Nel suo bel libro "Metal o niente", un saggio estremamente interessante e divertente sull'evoluzione del metal dalle origini fino ai giorni nostri, lo scrittore e musicista britannico Andrew O'Neill scrive: "L'ispirazione di quasi ogni band post-metal può essere rintracciata in un'unica fonte: i Neurosis. L'ascendente da loro esercitato sull'heavy metal è immenso come la loro musica. Come i Venom nei primi anni Ottanta, hanno sradicato ogni cognizione del possibile. Hanno rivoluzionato tutto. Sono stati uno spartiacque. Una svolta. Una trasformazione profonda. Un ribaltamento. Il loro album capolavoro, "Through Silver In Blood", ha galvanizzato chiunque l'abbia sentito. Se il punk aveva fatto sembrare troppo serio il prog rock, rispetto ai Neurosis ogni altra band metal non sembrava seria a sufficienza." (cit. Andrew O' Neill - "Metal o niente", traduzione di Ilaria Katerinov, Sperling & Kupfer, 2017). Ora, che questo sia vero non ci sono particolari dubbi a riguardo: la discussione resta semmai su chi abbia raccolto il testimone di Scott Kelly e Steve Von Till e abbia continuato a far evolvere quel genere che loro hanno creato agli inizi degli anni '90. Da quel momento le band post metal hanno iniziato a spuntare come funghi, e non si limitavano ad essere dei semplici cloni, quanto ad apportare di volta in volta una propria visione personale del genere: dagli Isis ai Minsk, dai Tides ai The Ocean, dai Callisto ai Rosetta, dai Pelican ai Russian Circles, le band figlie di quella rivoluzione stilistica, musicale e culturale sono proliferate e si sono moltiplicate sempre di più, tanto che ad un certo punto, data la sovrabbondanza di candidati, risultava estremamente complicato, se non impossibile, identificare dei papabili candidati al ruolo di "eredi" del seme neurosisiano. Il periodo di massimo splendore del genere si ebbe soprattutto nella prima metà degli anni 2000: "Oceanic" uscì nel 2002, "Australasia" nel 2003, "Panopticon" e "True Nature Unfolds" nel 2004, "Resurface", "Out Of A Center?" e "The Galilean Satellites" nel 2005, e così via: era nata una nuova epoca, e il metal non sarebbe più stato lo stesso. Ma c'era una band particolare in tutto quel marasma, un collettivo di musicisti che per il momento restavano ancora underground ma che possedevano un sound diverso dagli altri, che sembrava ispirarsi ai Neurosis più nelle intenzioni che nella semplice forma stilistica: erano gli svedesi Cult Of Luna.

La band di Johanness Perrson si formò nel 1999 sulle ceneri post hardcore degli Eclipse e, ironia della sorte, la band era di Umeå, la stessa città storica in cui nacque una band come i Refused quei pazzi che si proposero, riuscendoci, di rivoluzionare il mondo dell'hardcore punk attraverso un album che lo dichiarava apertamente fin dal titolo ("The Shape Of Punk To Come" del 1998); non passò così inosservato ad alcuni come la rivoluzione portata dai Cult Of Luna nel post metal stesse diventando importante proprio come quella dei Refused nel post hardcore (tanto che, giusto per fare un esempio a me molto vicino, i nostrani Nontoccatemiranda, band post hardcore ormai sciolta che all'epoca diventò quasi leggendaria nell'underground pugliese, indicava come città di provenienza "Umeå" nella biografia MySpace al posto della natia Lecce). Nel 2001 fu pubblicato l'omonimo "Cult Of Luna", ancora acerbo e troppo dipendente dalle visioni apocalittiche dei maestri di Oakland, ma poi nel 2003 vide la luce "The Beyond" e fu la svolta: quel disco non venne semplicemente riconosciuto come un capolavoro, ma come un'opera totalizzante, ammaliante, in grado di istituire delle nuove coordinate ma anche, al contempo, di rinchiudersi in un elitismo di difficile catalogazione. Da un lato i Cult Of Luna stavano mostrando agli altri cosa significasse davvero prendere in mano il testimone dei Neurosis; dall'altra, però, sembravano padroni di un sound che nessuno sarebbe stato capace di replicare allo stesso modo. Una delle band che più di tutte provò ad ispirarsi a loro furono i finlandesi Callisto ma, per quanto i loro album fossero delle perle meravigliose destinate a restare nei cuori dei loro appassionati, non possedevano quella capacità creativa e quella forza espressiva che permetteva invece ai loro cugini svedesi di dettare delle nuove coordinate all'interno del genere. I Callisto, e tante altre band post metal nate in quegli anni come loro, erano degli allievi dal talento straordinario; i Cult Of Luna erano invece destinati a diventare i nuovi maestri. La nuova band davanti alla quale, come direbbe O'Neill, "qualsiasi altra band non sarebbe sembrata seria a sufficienza".

Il punto focale di tutto il discorso è che la musica della band di Umeå, con il passare degli anni, è diventata iconica. Non si sono semplicemente trasformati nei portabandiera di un genere, né tantomeno lo hanno solo rinnovato e/o rivoluzionato: la loro musica è invece diventata speciale proprio in quanto tale. Johannes Persson e soci sono riusciti a realizzare qualcosa di unico, e non si tratta tanto di dare l'esempio, di indicare la strada maestra da seguire alle nuove leve del post metal, ma di creare un suono che fosse immediatamente riconoscibile e che solo loro fossero davvero in grado di suonare, tanto da farlo diventare praticamente leggendario, proprio come accadde ai Neurosis tempo dopo: in molti cercarono di imitarli e ne presero in prestito spunti ed influenze, nacque un genere musicale nuovo che si evolse per conto suo, ma il suono vero della band di Oakland restò unico ed inimitabile. Con gli svedesi, dopo ben nove album in studio, è ormai accaduta praticamente la stessa cosa. Dopo "The Beyond" arrivò "Salvation", che imponeva una riflessione intimista dopo il caos apocalittico del suo predecessore, e rielaborava quindi le influenze del post rock per piegarle alle esigenze espressive proprie dello stile dei Cult Of Luna. La diretta conseguenza di quel disco furono prima le incredibili dilatazioni di "Somewhere Along The Highway", capolavoro indiscusso che aveva solo l'unico difetto di essere ancora troppo poco maturo per poter venire digerito e assimilato con facilità, e il successivo "Eternal Kingdom", un disco palesemente di transizione che sviluppava gli elementi prog nelle costruzioni sonore della band e mostrava più che altro i muscoli per far vedere cosa fossero ancora in grado di fare. Poi con "Vertikal" ci fu la svolta: glaciale, spietato, dall'approccio quasi asettico, quel disco era il primo vero segno di maturità per gli svedesi, un album che si nutriva del caos emozionale di "The Beyond" e lo rendeva marziale e consapevole, trasformando la bestia selvatica in una macchina da guerra intelligente ed organizzata: se paragonassimo l'evoluzione discografica dei CoL alle funzioni del corpo umano, "The Beyond" era il braccio, "Somewhere" era il cuore, e "Vertikal" era il cervello. Il passo in più di questa evoluzione sarebbe stato rappresentato da qualcosa in grado di dare una forma compiuta alla natura sfaccettata della band e di riunirle tutte in un corpo in grado di funzionare autonomamente e di attivarle tutte allo stesso tempo. Dopo quindi le sperimentazioni di "Mariner" con la cantante Julie Christmas, necessarie affinché la band riscoprisse quei lati di sé ancora inespressi (anche attraverso il potere delle collaborazioni), "A Dawn To Fear" fu il primo vero tentativo di definire una volta per tutte il sound della band e renderlo immortale. Quel disco di rivelò un vero capolavoro e l'obiettivo venne in parte raggiunto, ma il fatto che dopo solo un anno uscisse un EP così inquieto e affascinante come "The Raging River" indicava come ancora mancava lo sprint finale, la quadratura del cerchio, quel punto definitivo che desse forma compiuta all'instabilità emotiva di "A Dawn To Fear", in qualcosa di monolitico e assoluto. Anno domini 2022, oltre vent'anni di carriera alle spalle, ed eccoci adesso qui: "The Long Road North" è quel punto.

Ma forse la verità è che i primi germogli di "The Long Road North" era possibile avvertirli già in quello stesso "A Dawn To Fear": germogli che poi il successivo EP "The Raging River" ha contribuito a far maturare e che, come ha scritto il giornalista Jools Green per MetalTalk, erano destinati a far parte di un unico grande viaggio emotivo, come tre parti di una sostanziosa trilogia, un "kolossal musicale" che trova finalmente in questo nuovo lavoro la quadratura del cerchio, la dimensione finale di un percorso che ha portato i nostri svedesi non solo a strutturare il loro sound in una veste che ormai, al nono album in carriera, potremmo senza paura definire "iconica", ma anche a venire finalmente a patti con i propri demoni interiori e offrire sul piatto i frutti di ciò che hanno seminato negli anni. Tutto in questo album esprime perfezione, attraverso liriche estremamente profonde e personali (buttate giù da Persson già dopo la collaborazione con Julie Christmas in "Mariner" del 2016), arrangiamenti studiati fin nei minimi particolari e composizioni ammantate di un impatto emotivo così forte proprio perché provengono da un'esperienza che, disco dopo disco, ha trasformato dei musicisti ancora acerbi in uomini capaci di provare ed esprimere una gamma di emozioni umane così intensa da portarli a "creare" una musica tutta loro, tanto unica quanto straordinaria. È lo stesso Johannes Persson a renderci partecipi di come la sua band sia arrivata a raggiungere un obiettivo del genere e a racchiuderlo in questo disco in un modo così emblematico: il titolo "The Long Road North" infatti non riporta tanto ad un estenuante pellegrinaggio lungo le gelide strade scandinave, quanto piuttosto alla metafora di un "viaggio mentale" che il leader dei Cult Of Luna ha affrontato negli ultimi anni della sua vita. Un processo ostico, doloroso ma necessario, che lo ha portato dapprima a realizzare un album come "A Dawn To Fear" ed un EP come "The Raging River", pregni fino all'osso di caos emotivo espresso anche attraverso sonorità dense e spigolose, ed in seguito, con questo nuovo album a trovare finalmente la sua via d'uscita, il primo passo verso la libertà dalle proprie emozioni distruttive e, seppur non rappresenti la tappa finale di quello che è un viaggio ancora in corso, costituisce comunque un traguardo fondamentale per la propria maturazione.

Come dichiarato da lui stesso nelle varie interviste, Persson non ce l'avrebbe fatta a raggiungere una tale consapevolezza senza i viaggi verso Nord (fisici, stavolta) che negli ultimi tempi lo hanno portato a tornare nella sua natale Umeå, nella parte settentrionale della Svezia, dopo ben quindici anni di vita a Stoccolma; ma allo stesso modo non ce l'avrebbe fatta senza gli altri, le persone che lo hanno accompagnato nella sua vita, e che ora manifestano la propria importanza attraverso un disco che, a tutti gli effetti si potrebbe definire "un lavoro di collaborazione". Perché stavolta non si tratta solo dei numerosi membri della band, ben otto musicisti che negli anni hanno sempre dato prova di una coesione straordinaria, né tantomeno di inutili session men, ma di veri e propri musicisti esterni invitati a collaborare e prender parte ad un progetto che, tanto nelle intenzioni e nella forma quanto nella sostanza, si rivela essere il frutto di un incredibile lavoro di squadra: la seducente voce sulla ballad di interludio "Beyond I" appartiene alla cantante del duo progressive jazz Wildbirds & Peacedrums, la polistrumentista svedese Mariam Wallentin; allo stesso modo, il compositore e sassofonista canadese Colin Stetson, che vanta un curriculum di tutto rispetto al fianco di artisti del calibro di Tom Waits, Bon Iver e Arcade Fire, ha composto e mixato l'outro conclusiva "Beyond II" e ha suonato tube, flauti e lyricon in "An Offering To The Wild", mentre al contempo i francesi Phoenix hanno prestato alla causa i chitarristi Chrisian Mazzalai e Laurent Brancowitz per ingigantire il sound della suite finale "Blood Upon Stone" e contribuendo a farlo diventare un vero e proprio inno del post metal contemporaneo. Ciliegine sulla torta: una produzione incredibilmente definita, pura e tridimensionale, frutto di un lavoro di registrazione, mixaggio e mastering che è stato rifinito in almeno cinque o sei studi di registrazione diversi tra la Svezia e gli Stati Uniti, nonché un lavoro di cover art che si è spinto a scomodare un museo, il Vasterbottens Museum di Umeå, per impossessarsi di quelle immagini che scorrono tra le ombrose pagine del booklet e una copertina in digipack che già al tatto rivela l'incredibile cura maniacale che ha accompagnato quello che a tutti gli effetti si presenta come un lavoro di caratura superiore.

"The Long Road North" è un disco che affascina in ogni sua parte, ma allo stesso modo è un lavoro che può incutere un certo timore, una certa sensazione di riverenza nell'approccio, perché si tratta palesemente di un'opera che, almeno la prima volta che la sia ascolta, non può essere consumata in modo veloce e discontinuo per essere vissuta e apprezzata appieno, bensì andrebbe assaporata tutta d'un fiato, senza interruzioni e in religioso silenzio, come fosse parte di un solenne rituale, e con un volume bello alto in grado di farci immergere nel suo muro di note e inebriarci completamente dalle sensazioni e dalle emozioni che da esse scaturiscono. Non resta a questo punto che indossare le nostre migliori cuffie, premere play, chiudere gli occhi e affrontare il viaggio in questa lunga strada verso Nord, un viaggio tanto ostico ed intenso quanto bellissimo e affascinante.

Cold Burn

Due tuoni, due scossoni che ci fanno tremare il terreno sotto i piedi, due plettrate di una chitarra densa e ricca di effetti elettronici che ci inquieta e ci trascina fin da subito in un turbinio di sensazioni, miste a spaesamento e ad un forte turbamento emotivo. Inizia così "Cold Burn", opener dell'album e primo singolo a venir rilasciato il 1° dicembre 2021, a un paio di mesi di distanza dalla pubblicazione del disco, attraverso un suggestivo videoclip in bianco e nero prodotto dalla Noth Kingdom Greenhouse. La storia dietro tale videoclip è oltremodo singolare: trattasi infatti di un vero e proprio videogame in Unreal Engine sviluppato da un team svedese di artisti 3D e game designer, al fine di ottenere un risultato tanto visionario e straniante quanto ricco di fascino. Non è quindi il semplice racconto di una storia girato come fosse un cortometraggio, come se ne vedono a milioni ormai nei videoclip musicali, né tantomeno un collage di scene della band mentre suona la canzone, ma una vera e propria nuova concezione di videoclip come fosse un "videogioco da vivere", rigorosamente in prima persona e con lo sguardo che, guidato da una luce pulsante che pare ispirata alla Navi di Link in Zelda Ocarina of Time, guida il giocatore/osservatore/ascoltatore attraverso un mondo oscuro e desolato. Un mondo fatto di laghi, ghiacciai, foreste spoglie, grotte anguste, pianure innevate, in un intero mondo ricreato appositamente per i Cult Of Luna e per la loro musica, dove lo scrociare potente delle nostre emozioni si confonde con quello della neve e le immagini diventano un tutt'uno con la musica e con ritmiche tribali ricche di inquietudine e di suggestioni sonore. Chitarra e batteria pestano all'unisono mentre la voce granitica di Johannes Persson ci racconta di un mondo talmente decadente da sembrare travolto da una nuova glaciazione, lo stesso che vediamo e viviamo con i nostri occhi sullo schermo: "Respira nella foschia gelata / Il freddo brucia come sale su una ferita / Il cielo si oscura, visioni trascinate dalla luce / il ghiaccio trafigge la tua pelle / Il dolore si muove in ogni vena / il gelo ricopre figure troppo deboli da vedere per te / Gli anni passano più veloci / Le stagioni non mantengono più la loro linea".

Il brano è a dir poco straordinario: attraverso un andamento cadenzato e marziale ci mostra un sontuoso affresco di ritmiche e atmosfere post metal perfettamente bilanciate in ogni loro parte e valorizzate da un lavoro di arrangiamento certosino attento ad ogni singola nota e ad ogni sentore uditivo che possa toccare nel profondo le emozioni dell'ascoltatore. Tuttavia, se confrontato con i brani successivi, "Cold Burn" appare ancora un lavoro relativamente canonico per i Cult Of Luna, per quanto faccia già intravedere la voglia di valorizzare molto la commistione tra potenza e melodia e rendere l'atmosfera parte integrante della forma canzone, riducendo al minimo le dilatazioni fini a sé stesse e avvicinando così il loro stile a quello degli ultimi The Ocean. Ma il motivo per cui "Cold Burn" ancora non riesce ancora a farci percepire appieno la svolta stilistica e sonora raggiunta dai Cult Of Luna in questo nuovo album è anche la causa del suo maggior pregio: l'opener di "The Long Road North", infatti, è un brano "completo" in ogni sua parte, che non rappresenta tanto un manifesto di ciò che sono oggi i Cult Of Luna, quanto di ciò che è oggi il post metal in generale. Un vero affresco di suoni e sensazioni in cui perdersi senza bussola e in cui ogni vero amante di ogni sonorità "post" non potrà che tuffarcisi e godere come un orso in una fabbrica di miele. Una goduria per i sensi.

The Silver Arc

È con la successiva "The Silver Arc" che ci rendiamo davvero conto di ciò che prima avevamo soltanto intuito: i Cult Of Luna sono riusciti a rinnovarsi ancora una volta. Se la roboante introduzione atmosferica è densa e satura di vibrazioni, il riff portante che subito dopo ci viene sbattuto in faccia come un pugno in pieno volto è la rappresentazione perfetta di come suonano i Cult Of Luna del 2022: potenti, massicci, granitici e vigorosi. La lezione di "The Raging River" ha raggiunto qui la sua maturazione, le chitarre sono totalizzanti e ci travolgono, non si fermano mai nemmeno per un secondo e le corde vibrano in continuazione, facendo fuoriuscire un muro di suono dalla densità lavica e dalle proporzioni gargantuesche, mentre in sottofondo gli arrangiamenti donano all'atmosfera un aspetto minaccioso e oscuro che ci cattura e non ci molla più. Ci sentiamo completamente avvolti dai riff e dalle note, mentre il lacerante urlo di Persson è puro concentrato di testosterone, persino superiore di quanto appariva nei brani di "A Dawn To Fear", l'imponente portavoce di un testo poetico e decisamente suggestivo: "Urla che indugiano ancora / Come chiodi sepolti in profondità / La fede cieca regna per sempre / Ben oltre la loro visione della verità / Rimasero dove passano i ricordi / Un segno, una premonizione di ciò che verrà I Nato da un grembo spezzato / Il dolore sta allevando la vita / Consegnando i nomi dei prescelti / Finché un rivestimento d'argento non romperà il cielo".

A quel punto la canzone sembra procedere da sola verso la sua direzione naturale, come se avesse vita propria, mentre le raffinate partiture composte dal gruppo di Ume? sembrano così semplici nella loro perfezione da farci chiedere come mai, dopo anni e anni di post metal, stiamo ascoltando qualcosa del genere soltanto adesso, con buona pace di chi riteneva i Cult Of Luna una band che avesse detto tutto già ai tempi di "Eternal Kingdom". Il brano evolve lentamente, mostrando un gusto peculiare per gli spunti progressive, e riesce nella non facile impresa di bilanciare in modo fin troppo perfetto i delicati equilibri tra violenza delle urla, potenza dei riff, dolcezza delle atmosfere più soffuse, eleganza delle progressioni armoniche, in un quadro di rara bellezza che potrebbe essere preso come esempio durante una lezione su come si dovrebbe suonare il vero post metal. La pura e semplice perfezione.

Beyond I/An Offering To The Wild

Dopo due colossi di tale portata, ci pensa "Beyond I" a donarci un rifugio in cui ripararci dalla tempesta. Primo dei tre interludi che ci accompagneranno durante il viaggio, è anche l'unico che si affida ad una bellissima voce femminile, quella profonda e sensuale di Mariam Wallentin, la polistrumentista svedese cantante del duo progressive jazz Wildbirds & Peacedrums. La sua ugola è come una coperta calda che si posa sulle suggestioni ambient ed elettroniche della tastiera di Angers Teglund, mentre il testo della canzone sembra una lettera scritta per qualcuno di caro che non è più in questo mondo, o forse per un angelo che guarda il cantante da lassù: "Qualcuno sta chiamando il mio nome / Sento l'eco, cupo e fragile / Sotto un cielo nero e blu / In una notte che non finisce mai / Ogni volta che chiudo gli occhi ti vedo".

C'è molto della scuola Neurosis nelle divagazioni chitarristiche che accompagnano il brano, mentre l'attenzione ricercata per le melodie ricorda molto di più gli ultimissimi Katatonia, quelli di "City Burials" e della sua "Vanishers". L'interludio si conclude in maniera estremamente delicata e sognante, depositando nel nostro cuore il ricordo di quelle ultime note, prima che l'arpeggio di chitarra di "An Offering To The Wild", leggermente distorto e dagli echi di carillon, prenda prepotentemente posto nella nostra mente. Ed è qui che ci mette lo zampino l'eclettico Colin Stetson, con i suoi fiati e il suo lyricon, a donare al brano un'atmosfera catartica e dal sapore ancestrale, come se fosse una porta d'accesso verso un mondo dimenticato. Il brano è il più lungo del disco, quasi 13 minuti di durata, e si prende tutto il suo tempo nello srotolare una matassa fatta di note ed echi post metal vibranti e dal sapore drammatico. Per certi versi sembra essere il brano dell'album più direttamente ispirato al passato stesso della band, a quelle divagazioni che ci facevano sognare in "Somewhere Along The Higway" e a quell'andamento ritmato e ipnotico di certi passaggi in "A Dawn To Fear".

Ma anche qui i nostri sfoderano gli artigli e rendono ben più sanguigno e definito il suono delle chitarre, inframmezzandolo con assoli dissonanti che si legano al riff e ci catturano in una spirale vorticosa di sensazioni. Stavolta il ruolo vocale di Persson sembra venir leggermente ridimensionato, rendendolo più un accompagnatore che un protagonista, mentre gli intrecci chitarristici assumono il controllo del brano e lo spingono, riff dopo riff, arpeggio dopo arpeggio, dilatazione dopo dilatazione, verso un finale dalla rara potenza sonora che se ascoltato a volume alto potrebbe farvi scuotere i muri di casa come un terremoto, e infine una chiusura in bellezza con un riff quasi rock'n'roll, lacerante e dirompente, che ci sbatte in faccia un muro di suono dall'elevato tasso di emotività. Ormai è chiaro quanto i Cult Of Luna siano dei maestri in ciò che fanno, e se vi dico che "An Offering To The Wild" non è nemmeno una delle mie tracce preferite del disco, capite bene che qui per me siamo davvero di fronte a qualcosa di qualità superiore.

Into The Night

La posizione di "Into The Night" all'interno della tracklist di "The Long Road North" appare quantomeno strategica: prima di affrontare la seconda parte dell'album i nostri ci propongono una pausa a metà del viaggio, ma non attraverso un semplice interludio, bensì con una canzone che scavalca i normali confini del genere a cui i nostri appartengono e ce li propone in una veste decisamente inedita. Brano crepuscolare come pochi altri nella carriera della band di Umeå, "Into The Night" si apre con arpeggi di chitarra dilatati accompagnati dalla voce di un Persson che finalmente ci sfodera le sue migliori clean vocals, con un approccio seducente quasi a metà strada tra la darwave e certo cantautorato alla Leonard Cohen, che da un lato ci fa sorridere e straniare, dall'altro ci porta inevitabilmente ad amare ancora di più questo nuovo volto della sua band. Ma "Into The Nights" è anche un brano che si nutre di ipnotiche dissonanze, pregno di influenze jazz dalle tinte oscure e dotato di un'attitudine progressive che mi ha ricordato senza troppi sforzi gli esperimenti sonori degli ultimi Opeth di "In Cauda Venenum": tutti elementi che rendono il brano talmente evocativo che se chiudiamo gli occhi ci sembra di essere accanto al fuoco in una foresta sul lato, sotto il luminoso cielo stellato della notte svedese. Per forza di cose, qui più che in ogni altra traccia dell'album viene rispettata pedissequamente la forma canzone, ma per quanto il brano riesca a cullarci con le sue note e ci appaia dolce e vagamente romantico, non riusciamo mai a sentirci davvero al sicuro e una sensazione di inquietudine ci attanaglia per tutto l'ascolto, grazie al sapiente uso di tastiere e di effetti elettronici di scuola elettro-pop.

La canzone sembra avanzare in modo via via sempre più minaccioso, accumulando tensione che si avverte anche nell'aumento fisico dei volumi e nella velocità delle partiture, in un turbine di inquietudine crescente che sembra essere destinata a sfogarsi prima o poi da qualche parte. E in effetti è proprio ciò che accade, e così sul finale le chitarre tornano finalmente a ruggire e ci ritroviamo travolti da un turbinio di suoni ed emozioni che sembra trascinarci di peso nel cuore di un tornado impazzito, come se i nostri avessero rielaborato il bellissimo riff portante di "Three Bridges" (la potente opener dell'EP "The Raging River"), ficcandolo in un frullatore e rendendolo ancora più dissonante, confusionario e vorticoso, fino a lasciarci a terra a riprendere fiato come se davvero fossimo stati sballottati qua e là dalla forza di un uragano. Mica male, per un brano che sulla carta sembrava essere il più "tranquillo" dell'intero disco. Perché è questo il punto, con i Cult Of Luna non ci si può mai rilassare, perché tutta la loro musica è un gioco di contrasti dove la stabilità non è contemplata e tutto è in balia di umori feroci che riescono a coprire l'intero spettro delle emozioni umane. Ed è questo che li rende letteralmente una delle band più autenticamente vere ed "umane" della scena metal contemporanea.

Full Moon/The Long Road North

"Full Moon" si apre con suoni industriali e vagamente inquietanti, per poi cedere presto il passo ad un arpeggio dall'andamento marziale che ci ipnotizza e rende fede al nome del brano, in quanto sembra di ascoltarlo mentre si osserva la luna piena in una fredda notte svedese. Per quanto si tratti di un interludio strumentale di squisita semplicità, che scorre via con una naturalezza tale da non farcene nemmeno accorgere, le sue progressioni atmosferiche, avvallate da ghirigori chitarristici che catturano e cullano la mente, fino alle ispirate aperture melodiche della tastiera di Anders Teglund, costituiscono un mix di rara ricercatezza. La traccia scorre liscia come l'olio e affluisce spontaneamente in quello che è uno dei pezzi forti dell'intero album: la title-track. Perché sì, la canzone omonima di "The Long Road North" è un brano sontuoso, emblema perfetto dello stato di grazia in cui versano i Cult Of Luna del 2022. L'inizio è un capolavoro di suggestioni, di dissonanze ambient e di atmosfera catarticha, dove inserti elettronici chiaroscurali vengono delicatamente accarezzati da rarefatte note di chitarra, e per ben due minuti e mezzo riesce nell'impresa di accumulare una tensione crescente, lenta ma inesorabile, finché non arriva lui, sua Maestà, uno dei migliori riff che la band di Ume? sia riuscita a tirar fuori dal cilindro negli ultimi anni. Il riff portante di "The Long Road North" è imponente, massiccio, dotato di una potenza annichilente a cui è pressoché impossibile resistere, un'onda d'urto che colpisce in faccia e non si ferma davanti a niente e nessuno. L'urlo virile di Persson è talmente interconnesso alle chitarre da formare un tutt'uno, e in ogni singola vibrazione di quella dirompente onda sonora si percepisce tutta la forza emotiva che può possedere il post metal nella sua forma più perfetta e più pura.

Del resto il testo di "The Long Road North" è talmente personale (lo stesso Johannes ne parla in diverse interviste) da farci pensare che sia stato il brano a dare il titolo all'album, e non viceversa come accade di solito; Johannes racconta della sua vita e delle sue emozioni più intime, quasi come se leggesse ciò che ha scritto sul suo diario segreto, ora che, dopo tanti anni di vita a Stoccolma, è tornato nella sua Ume? e che ha ricominciato a viaggiare nel profondo Nord della fredda Svezia: "Il torrente rosso mi riporta a casa, sempre / Seppellendo le mie radici, dove posso respirare / Il cuore mi dirige a Nord, sempre / Dove il cielo esplode di colori / Una lieve canzone si trasforma in una tempesta / Richiamandomi al luogo a cui appartengo". È un muro di suono viscerale e selvaggio quello messo in piedi dai Cult Of Luna, un wall of sound da manuale che travolge tutto, ivi compresi quei momenti in cui accanto gli si aprono oscure aperture melodiche, e che mantiene sempre alto il livello di tensione anche quando la composizione cambia registro e diventa più intimista e riflessiva. Lo stesso si può dire per il finale, dove la nervosa batteria di Magnus Lindberg ci martella le tempie senza pietà e la band non tira il freno nemmeno per un istante, trasformando ogni parte del brano in un'unica grande ammasso di suoni che si erge davanti a noi come l'onda gigantesca di uno tsunami in tempesta. "The Long Road North" è quella che si potrebbe definire una title-track da manuale, perché rappresenta alla perfezione quella ruvida compattezza che è il tratto distintivo più peculiare di questo nuovo disco e del sound attuale dei Cult Of Luna, e che al contempo si fa portavoce di una maturità definitiva per una band ormai talmente abile nel maneggiare la sua materia musicale da non aver bisogno di fronzoli e divagazioni, ma capace di colpire dritto al punto e di riuscire a trapiantare nella mente di chi ascolta un brano post metal di ben dieci minuti senza mai perdersi per strada nemmeno per un istante. Maestria, maestria pura.

Blood Upon Stone/Beyond II

Giunti ormai alla suite finale, dopo aver deglutito, preso un bel respiro e resoci conto di quale lavoro straordinario ci siamo finora apprestati ad ascoltare, le aspettative non possono che essere alle stelle. E i Cult Of Luna sono forse gente che delude le aspettative di chi li ascolta? Ovviamente no. "Blood Upon Stone" (canzone più lunga del lotto dopo "An Offering To The Wild", che la supera di appena un minuto) non ha bisogno di introduzioni magniloquenti e di atmosfere roboanti, ma si limita a catturarci immediatamente con poche e semplici plettrate di chitarra distorta e giusto accennata. Appena il resto della band introduce i suoi strumenti, veniamo come travolti da un'onda di ritmo e melodia di palese ispirazione post rock, e non facciamo in tempo a farci cullare da quelle atmosfere sognanti che subito Johannes Persson ci riporta violentemente a terra, con le sue urla rocciose dai toni grevi, spietati ed implacabili ("Quando l'inverno nega l'alba / Quando il sole è tenuto prigioniero / Non c'è posto dove puoi correre / Qua fuori morirai da solo / La caccia è iniziata / Ora vedrai / Ora abbraccerai la tua fine"), mentre un riff feroce e godereccio, da headbanging immediato, si evolve e aumenta di tonalità, incastrandosi alla perfezione con la chitarra di Fredrik Kihlberg e sballottando la nostra mente da una parte all'altra. Gli evocativi arrangiamenti che accompagnano questo violento schiaffo uditivo sono una dimostrazione di padronanza assoluta, roba che le nuove band post metal dovrebbero studiare a tavolino prima di mettersi a suonare; ma poi, dopo l'assalto iniziale, i Cult Of Luna si fermano finalmente per un istante per tirare i remi in barca e per lasciare spazio a glaciali suggestioni atmosferiche che ci accompagnano verso il tango agognato climax.

"Blood Upon Stone" è anch'esso un brano che gode di collaborazioni importanti, e qui la band svedese ha chiesto una mano alle chitarre di Christian Mazzalai e Laurent Brancowitz dei Phoenix, band indie rock / new wave francese di Versailles attiva fin dai primi anni '90, che sembra quantomeno una scelta originale e insolita per una band così diversa come i Cult Of Luna. Eppure le chitarre di questo duo funzionano alla perfezione e contribuiscono ad ammantare il brano di un fascino melodico avvolgente ed evocativo, senza mai perdere d'occhio l'obiettivo di accumulare tensione, in vista di un climax che di lì a poco potrà essere raggiunto. Ed è quando la band finalmente "esplode" che possiamo affermare di aver ascoltato un vero e proprio capolavoro. In un mondo dove molte band, al nono album in carriera, finiscono con il sembrare sempre più di maniera e nel limitarsi a svolgere il compitino, o perlomeno non riescono più a raggiungere la freschezza compositiva dei fasti passati, i Cult Of Luna qui dimostrano esattamente il contrario, mostrando una compattezza e una padronanza dei propri mezzi espressivi ormai assoluta. La deflagrazione emotiva che riesce a raggiungere "Blood Upon Stone" nella sua parte finale è qualcosa di genuinamente spettacolare, un vento che ci trascina lontano e ci fa viaggiare, una commistione perfetta di note e di suoni tale da scavare nel profondo dei nostri cuori e nel farci sinceramente sentire partecipi di questa sontuosa e viscerale animalità espressiva. La musica nel suo stato di grazia: le chitarre ci tagliano la carne e la fanno sanguinare, affilate come rasoi, la batteria non ci dà tregua, il basso pulsa e dona ritmo come fosse incollato agli strumenti della band, e su tutto si erge infine l'urlo di Johannes, preciso come il bisturi di un chirurgo, mentre questa volta il lirismo del suo ego cede il passo ad una poetica molto più cinica, che non ha paura di liberarsi di tutti i suoi tormenti interiori, come se stesse parlando di fronte ad uno specchio: "La notte ti ha lasciato / Ma resta il buio / La tua stella sta svanendo / quello che resta è il vuoto". "Blood Upon Stone" è il climax assoluto dell'album, un album che ormai è palesemente incastonato nella storia del post metal, una nuova pietra miliare a cui bisognerebbe avvicinarsi con un po' di timore reverenziale, come negli anni '90 lo si faceva con album del calibro di "Through Silver In Blood". Epocale.

A chiudere le danze una volta per tutte ci pensa infine l'outro atmosferica "Beyond II" che, a differenza della sorella "Beyond I", preferisce cedere il passo alle sensazioni dell'ambient piuttosto che alla voce o alla melodia. Composta dalla band insieme al sassofonista Colin Stetson, di cui si è già parlato prima, "Beyond II" è un mosaico di percezioni uditive che sembrano quasi più vicine al mondo delle colonne sonore che non a quello del metal, e se davvero Johannes ha pensato a "The Long Road North" come ad un film parte di un concept, la poetica fine di questo lungo e meraviglioso viaggio non poteva essere affidata ad una traccia migliore. Tanto straniante ed inquietante quanto elegante e ricercata, "Beyond II" è una conclusione che riassume tra le spire del suo sound l'anima di un disco sfaccettato e affascinante come la creatività delle persone che lo hanno composto. Chapeau. Non c'è proprio nient'altro da dire.

Conclusioni

Battito cardiaco accelerato. Tremori. Sudorazione. Vertigine. Sfarfallio delle palpebre. Gemiti inconsci di gioia e felicità. Sono questi i sintomi fisici ed emotivi che il mio corpo ha avvertito non appena ha scoperto che di lì a pochi giorni sarebbe stato pubblicato il nuovo album dei Cult Of Luna. E più o meno si tratta degli stessi sintomi che avevo già imparato a conoscere dopo aver assistito al loro spettacolare concerto all'Alcatraz di Milano nel lontano (ma non troppo) 3 Dicembre 2019, uno degli ultimi grandi concerti a cui ero riuscito ad assistere prima che la pandemia di Covid-19 si abbattesse come un flagello timbrando con un maledetto "CANCELLATO" la stragrande maggioranza degli appuntamenti musicali in tutto il globo. Eppure stavolta si tratta di sintomi particolarmente intensi, amplificati dal fatto che questo nuovo mastodontico lavoro chiamato "The Long Road North" ("La lunga strada verso Nord") sia uscito un po' in sordina, senza troppi e grandi proclami, e per di più a solo un annetto di distanza dalla precedente uscita discografica della band, il granitico EP "The Raging River", che ancora girava bello fresco nel mio lettore come se l'avessi acquistato appena l'altro-ieri. Del resto lo stesso suddetto concerto di Milano era parte integrante di un tour per la promozione del nuovo album "A Dawn To Fear", di cui il sottoscritto scrisse una recensione che potete trovare tra le stesse pagine di questo sito. A conti fatti, ciò che stupisce è il fatto che "A Dawn To Fear" sia stato pubblicato il 20 Settembre 2019, quindi a meno di due anni e mezzo da questo nuovo album, che quindi esce in un momento storico in cui tutto mi sarei aspettato, tranne che Johannes e soci mi tirassero fuori dal cilindro addirittura un intero lavoro nuovo di zecca e dal mood così profondo e magnetico che sembra sia stato concepito in vent'anni invece che in due. Un lavoro la cui maturazione passa attraverso una finale, definitiva e totale rielaborazione di quel materiale sonoro ed emotivo che abbiamo ascoltato in tutta la storia passata degli svedesi, in modo da renderlo un disco in grado di incastonarsi nella nostra mente senza troppe cerimonie, e soprattutto di restarci a tempo indefinito.

Se infatti per assimilare "Somewhere Along The Highway" mi servivano una decina di ascolti, per "Vertikal" cinque ascolti e per "A Dawn To Fear" tre ascolti, "The Long Road North" riuscivo a ricordarlo a memoria già solo dopo essermici tuffato dentro per la prima volta. La maturità data dall'esperienza è ormai giunta al suo culmine, la padronanza dei propri mezzi espressivi è totale, il sound è così iconico da diventare riconoscibile alle prime note e, soprattutto, il disco è finalmente COMPATTO. "The Long Road North" è l'immediatezza fatta Cult Of Luna, è un album che nei suoi 70 minuti di musica riesce a non perdere il filo nemmeno per un istante, si resta incollati all'ascolto senza mai distrarsi e né si vuole sempre di più, sempre più e ancora di più senza stancarsi mai, mai, mai, mai. Non so se tra voi lettori ci sono anche appassionati di anime e manga, ma per farvi un paragone calzante questo disco è un po' come vedersi una puntata dopo l'altra di Attack On Titan perché il ritmo narrativo resta sempre alle stelle, ogni episodio finisce come un cliffhanger e alla fine ci si ritrova ad aver visto ben quattro stagioni di fila senza nemmeno accorgersene. Così, "senza nemmeno accorgermene", mi sono lasciato trascinare dal vento vorticoso di "Cold Born", dal suo andamento ipnotico e marziale e dalla sua atmosfera così evocativa da farmi avvertire lungo la pelle il freddo della notte svedese sotto un cielo stellato; "senza nemmeno accorgermene" mi sono innamorato perdutamente dei riff imponenti e annichilenti di "The Silver Arc" e della marmorea title-track, come anche dei ghirigori chitarristici di "Full Moon" e "An Offering To The Wild", della voce avvolgente di Mariam in "Beyond I"; e soprattutto, sempre "senza nemmeno accorgermene", ho finito per commuovermi e provare una sorta di Sindrome di Stendhal di fronte alle emozioni viscerali che "Blood Upon Stone" è riuscita a smuovere nel mio inconscio, proprio come accade con quelle opere d'arte talmente belle che ti lasciano impietrito nel tentativo di assimilarle e farle diventare parte di te.

La vera rivoluzione nel nuovo sound dei Cult Of Luna, dopo tutti questi anni, è soprattutto qui: la loro minuziosa ricerca, ormai finalmente raggiunta, di un equilibrio perfetto tra quelle dilatazioni atmosferiche che li hanno resi così iconici e un sound che diventa estremamente più massiccio che in passato, mentre al contempo le composizioni si fanno sempre più dirette e attente alla forma canzone in quanto tale, capaci di entrare in testa e non uscirne più, con buona pace della stragrande maggioranza delle band post metal odierne che ancora adesso continuano imperterrite a produrre suite indigeste e ricche di déjà vu. In quest'album ci sono ben 4 canzoni che superano (anche abbondantemente) i dieci minuti di durata, eppure mai, nemmeno per un istante, ci passerebbe per l'anticamera del cervello la tentazione di premere il tasto skip o di andare avanti veloce. Perché sono dei Cult Of Luna asciutti, quelli di "The Long Road North", ben lontani tanto dal caos di "The Beyond" quanto dalle riflessioni intime di "Salvation", lontani dalle dilatazioni totalizzanti di "Somewhere Along The Highway" come dalle intelaiature prog di "Eternal Kingdom". Sono dei Cult Of Luna che ci catturano, ci ammaliano, ci ipnotizzano di prepotenza con muri sonori totalizzanti, con corde di chitarra continuamente violentate senza mai un attimo di tregua, con sonorità elettroniche dosate alla perfezione, con atmosfere sognanti ed evocative talmente efficaci da farci immaginare davvero di trovarci catapultati in un altro mondo (e non è un caso la collaborazione con la Noth Kingdom Greenhouse per la creazione di un videogame in Real Ungine come videoclip per "Cold Burn"), con aperture melodiche frutto più del genio che del talento, e infine con arrangiamenti dotati di una tale cura e minuzia nei particolari da farci venire il dubbio se i membri della band non siano forse appassionati di modellismo. Qui ogni passaggio sembra essere studiato nei più minimi particolari, e se ancora non si può parlare di una vera e propria "forma canzone", non abbiamo mai la benché minima percezione di un ammasso informe di note e riff (fin troppo comune in così tante band post metal), quanto di composizioni immediatamente riconoscibili e con una loro impronta ben definita che si stampa fin da subito nella mente di chi ascolta, lo fa esaltare, estasiare, godere e continua a ripetersi in loop nel cervello anche dopo che il pulsante stop è stato premuto da un pezzo. Non è facile dare una forma al caos, non è facile riuscire a collegare cuore e cervello e a fare in modo che anche le emozioni più dirompenti e viscerali vengano espresse in modo sano, costruttivo e intelligente, con uno scopo che sia costruttivo e non distruttivo, non è facile smettere di essere una pazzo che incendia foreste e rade al suolo le case, diventando invece un contadino che pianta alberi nuovi o un muratore che costruisce nuove case rase al suolo da un terremoto, persone che dentro di sé riescono ad usare la propria straordinaria forza interiore per costruire e non per distruggere: ci vuole un'estrema maturità per farlo, e quando si riesce a far ciò nella musica significa che ormai si è diventati degli artisti adulti. E anche, soprattutto, degli artisti completi.

"The Long Road North" è il punto d'arrivo di una band che ha ormai raggiunto la sua maturazione più completa e definitiva, un punto di riferimento per il genere e per chi a questo voglia approcciarsi, una vera e propria Bibbia da consultare per gli addetti al settore e da cui prendere esempio in rispettoso e religioso silenzio. Chiunque voglia suonare post metal, d'ora in avanti, dovrò confrontarsi con i Cult Of Luna. Sono loro la nemesi da sconfiggere, sono loro i Maestri assoluti di un genere che sembrava ormai morto e sbiadito, e che invece loro hanno resuscitato, smentendo chiunque avesse provato a pensare e dire il contrario. Perché l'arte dei Cult Of Luna è viva e vegeta, e finché esisterà lei a questo mondo, il post metal sarà un genere vivo e vegeto insieme a lei. Tutto il resto, come direbbe Robert De Niro, sono solo chiacchiere e distintivo.

1) Cold Burn
2) The Silver Arc
3) Beyond I/An Offering To The Wild
4) Into The Night
5) Full Moon/The Long Road North
6) Blood Upon Stone/Beyond II
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