CULT OF LUNA

A Dawn To Fear

2019 - Metal Blade

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
16/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

La scena è stata questa: mi trovavo nella stazione di Stoccolma Centrale, a bordo di un bel treno regionale della SJ diretto a Göteborg. La cosa più bella di quel treno non era tanto il suo fascino âgé con quel verdone militare a ricoprire carrozze che sembravano uscite direttamente dall'Ottocento, quanto nel fatto che al suo interno ci fosse il Wi-Fi gratuito come praticamente in ogni altro luogo pubblico della Svezia e che quindi si potesse navigare con il proprio device senza preoccuparsi di consumare preziosi giga, sempre così limitati quando ci trova all'estero. Era il 20 Settembre 2019. Appena il tempo di connettermi e driiin, mi arriva una notifica: "Esce oggi il nuovo album dei Cult Of Luna". Non so come mai, forse troppo coinvolto da quel viaggio per farci attenzione, ma mi ero totalmente dimenticato di quella data per me così importante. Ho aperto Spotify e li ho trovati lì ad attendermi: otto brani luccicanti che aspettavano solo la mia pressione del tasto play per farmi immergere nel loro mondo. Ho chiuso gli occhi, mentre il mio cervello immaginava il momento in cui avrei avuto il CD originale tra le mani, in cui avrei potuto aprire quel cellophane e toccare quella copertina con i miei vogliosi polpastrelli. Mi leccai i baffi e infilai le cuffie. Mi trovavo in Svezia. Nella loro Svezia. Quale occasione migliore di un viaggio attraverso i laghi e le foreste nordiche per vivere sulla propria pelle il nuovo lavoro della band di Johannes Persson? Mi aspettava un bel viaggetto di tre ore prima di arrivare sull'altra sponda del Baltico; nessuno mi avrebbe disturbato. Il sole era caldo, il cielo luminoso: il tempo di premere il tasto play e tutto intorno a me diventava nero. Era iniziata "The Silent Man", il primo singolo a fare anche da opener al disco, di cui ricordavo già il visionario videoclip. Ma riascoltare questa canzone nel contesto dell'album aveva tutto un altro sapore. Man mano che la musica scorreva e che i brani si susseguivano, densi come la pece e senza mai un calo di tensione, avvertivo il mio stato d'animo plasmarsi a immagine e somiglianza di quel disco, mentre le mie emozioni salivano a galla e diventavano tangibili dentro di me ad ogni nota. La natura svedese scorreva senza sosta davanti ai miei occhi e la mia mente trasformava tutti quegli alberi in una lenta processione funebre di anime prigioniere sulla superficie terrestre, mentre quei riff di chitarra, quegli arpeggi, quei muri sonori e quelle atmosfere di tastiera annientavano completamente la mia capacità di analisi del mondo circostante. I miei occhi e il mio cervello erano ormai guidati dalle mie orecchie, inermi davanti a quel turbamento stendhaliano e piegati ai voleri delle mie corde emotive. Non è possibile, mi dicevo. L'hanno fatto ancora. Hanno partorito l'ennesimo capolavoro. Non avevamo fatto in tempo a riprenderci da quel "Mariner" con Julie Christmas e dalle atmosfere oppressive e marziali del grigio "Vertikal" del 2013, per non parlare dei nostri ricordi più lontani, della malinconia di "Somewhere Along The Highway" del 2006 e della squisita confusione apocalittica di quell'informe massa sonora che risponde al nome di "The Beyond", ed ecco che ora di fronte a noi si innalza una nuova gemma, anzi, un nuovo passo in avanti, un lavoro che mette ancora più in chiaro quelle che sono le potenzialità della band di Umeå e la ricercatissima impronta emotiva del loro percorso artistico. Stavolta non c'è un filo conduttore a legare i brani, almeno non a livello prettamente tematico; come lo stesso Persson ha dichiarato in una recente intervista, la predisposizione dei Cult of Luna a creare concept album incentrati su un'unica tematica è venuta meno, a favore di una totale spontaneità artistica che li ha portati a creare ciò che sentivano di dover tirar fuori dal loro animo, senza ragionamenti o calcoli di sorta. E a giudicare dal risultato finale, il buon vecchio Johannes aveva un intero buco nero emotivo da buttar fuori. Ormai forti di un'identità artistica solidissima e ben consci dei propri mezzi espressivi, i Cult of Luna hanno deciso di affrontare nel profondo i propri demoni, quell'"alba da temere" a cui rimanda l'ermetico titolo dell'opera, che a giudicare dal decadente immaginario messo su dai versi della title-track si riferisce all'inquietudine per la sorte dell'umanità, all'incertezza sul destino del mondo, all'angoscia dell'uomo davanti la mancanza di stabilità del suo futuro. Il mondo sta davvero per finire? Che fine faremo? Arriverà l'Apocalisse, con i bagliori della sua ultima tragica alba, e ci spazzerà via tutti? Nessuno ha le risposte a queste domande. Per il momento, l'unica cosa su cui potete contare è la straordinaria bellezza di questo disco, che il sottoscritto andrà ora a vivere per voi.

The Silent Man

Scelto come primo singolo estratto prima della pubblicazione dell'album, l'opener "The Silent Man" - "L'Uomo Taciturno" è stata anche la colonna sonora di un videoclip prodotto da Isak Lindberg, nonché scritto e diretto dallo stesso Johannes Persson. Quel video era l'unico indizio che avevo di "A Dawn To Fear" quando feci partire il disco per la prima volta sulla strada per Goteborg. E ironia della sorte, il fatto di trovarmi immerso in quelle foreste, con vista sui laghi e sugli stessi paesaggi svedesi che l'attore Jimmy Lindstrom percorreva negli esterni di quel videoclip, fece riaffiorare la mia memoria a quel 31 Luglio 2019, giorno in cui il brano venne rilasciato e in cui ammirai il suo videoclip. Ricordavo lo spaesamento di quell'uomo che lentamente entrava in quella casa dall'aspetto abbandonato, con quella debole luce che filtrava dalle finestre e rimbalzava sul pavimento creando un bagliore nebbioso che ben si sposava con le atmosfere dense e soffocanti erette pian piano dalla canzone. "The Silent Man" è forse la traccia del nuovo album che più di ogni altro segna una liason con il precedente "Vertikal", un legame che riaffiora specialmente nel marziale riff di apertura dopo quel martellante pulsare di basso, ragion per cui immagino sia stato scelto come brano in apertura del disco. Quella sofferenza interiore che esploderà con forza nei brani finali "The Fall" e "Inland Rain" emerge per ora al suo stadio iniziale, quello legato alle atmosfere grigie, al pulsare della sezione ritmica e alle aperture melodiche tipiche della band di Umea. Tuttavia, l'energia qui sprigionata è qualcosa che ci stupisce, qualcosa di nuovo e inaspettato che non avevamo riscontrato nel ben più asettico album precedente. I riff sono spietati ma non disumani, e più che mastodontica grandezza sembrano voler comunicare all'ascoltatore una vicinanza emotiva al tormento esistenziale che ciascuno di noi si porta dentro. La coppia Kihlberg/Olofsson costruisce strutture portentose in tal senso, con aperture melodiche sentite e incredibilmente ispirate, supportate alla perfezione dalla tastiera di Anders Teglund. E sono sempre le tastiere ad ammantare di fascino la chiusura di questa marcia negli abissi, in uno splendido climax da farfalle nello stomaco. Notevole, davvero notevole.

Lay Your Head To Rest

Anche una traccia come "Lay Your Head To Rest - Stendi la testa per riposare" avrebbe fatto la sua bella figura come apertura del disco, in modo probabilmente più introduttivo e meno d'impatto rispetto al brano precedente. Supportata anch'essa da un bellissimo videoclip che si pone come prosecuzione di quello girato per "The Silent Man", dove prima c'era la terra qui adesso c'è l'acqua, un uomo che affonda, una bambina che aspetta sulla riva e un ragazzino che si sveglia e si ritrova circondato dalla foresta svedese, con i suoi alberi neri che lasciano filtrare solo deboli fasci di luce. È un videoclip estremamente atmosferico, quello di "Lay Your Head To Rest", che riflette alla perfezione lo spirito di una canzone inquieta e dai nervi tesi come corde di violino. Il lavoro dietro le pelli di Thomas Hedlund è magistrale nella sua semplicità, disegnando ritmiche che si sposano totalmente con l'inquietudine delle chitarre e dei versi che Johannes Persson vomita sul microfono (ma nel complesso bisogna dire che tutto l'album si affida molto alla batteria, forse più di quanto non avesse mai fatti con i precedenti lavori).  "Lay Your Dawn To Rest Beside Me / When you are falling / When ghost chant your name. You will carry me / As I carried you » (« Stendi la tua testa per riposare accanto a me / Quando stai cadendo / Quanto i fantasmi cantilenano il tuo nome. Io ti porterò / Come tu hai portato me"). L'uomo che nuota e riesce a risalire a galla fino alla riva viene trovato dai due ragazzini e si affida a loro per addentrarsi nella foresta, e ogni tanto l'inquietante bambina a capo del trio gira la testa per controllare, mentre riff appena accennati alzano la polvere su una nodosa batteria che scandisce i suoi ritmi come fosse un chewing-gum nella bocca di un bruxista molesto. Questa imponente marcia marziale si interrompe a poco a poco fino a stopparsi del tutto, quando l'atmosfera messa su da un arpeggio di chitarra ossessivo e dalla voce effettata e ancora più inquieta di Persson inglobano tutto in un fumo nero che non lascia passare nemmeno uno spiraglio di luce, come gli alberi della foresta che fungono da set al videoclip. Il brano raggiunge qui il suo culmine, prima di ricominciare la sua solenne marcia per l'ultima volta e spegnersi un po' alla volta, come le fiamme che circondano il protagonista del video dopo che si è dato fuoco e si è accasciato nella gelida notte svedese.

A Dawn To Fear

Un canto gregoriano che viene dall'Inferno. Questa l'impressione iniziale per la title-track "A Dawn To Fear - Un'alba da temere", terza tappa di questo meraviglioso viaggio. È la voce pulita a farla da padrone questa volta, con un effetto di eco che rimanda a un coro di voci sciamaniche, come fossero spiriti richiamati dall'Aldilà, per un brano prettamente atmosferico e sostanzialmente di collegamento tra la parte iniziale dell'album e la sua parte centrale. I Cult Of Luna non sono nuovi a operazioni di questo genere, basti pensare alla splendida e inquietante "Passing Through" di Vertikal, precedente album del 2013; tuttavia lo spirito che anima il brano sembra essere più che altro quello di "Somewhere Along The Highway" del 2006, all'atmosfera soffusa di "Finland", al lento incedere delle ritmiche di "Back To Chapel Town" e alle parti più avvolgenti di quel viaggio stralunato che risponde al nome di "Dark City, Dead Man". La title track si nutre di questa lentezza, la inietta un po' alla volta nelle orecchie dell'ascoltatore come un veleno che entra in circolo a poco a poco e si impossessa del corpo del malcapitato. La parola d'ordine qui è atmosfera, e se le clean vocals si rendono regine del brano, la principessa resta di diritto la tastiera, che nel bridge costruisce richiami ancestrali che ci fanno immaginare di avere davanti a noi una vasta landa nera e desolata dall'orizzonte infinito. La voce si fa ancora più sottile, più sospirata, un tenue sussurro che galleggia tra le note di sintetizzatore finché la chitarra non si impossessa della scena e costruisce un arpeggio ipnotico e malizioso, che ammalia i nostri sensi mentre una seconda chitarra gli fa da spalla con note virulente che rendono l'atmosfera ancora più tesa. Quando entrano le distorsioni e la voce diventa distorta, la vera anima nera del brano viene fuori in tutta la sua violenza e rabbia repressa, finché il brano non decide di ritornare sui binari precedenti e si consuma della sua stessa malignità in un climax, l'ennesimo, di tormento interiore impossibile da cancellare. "A Dawn To Fear" (il brano) è una gemma nera di dolore che ti entra sottopelle e si impossessa di te; i Cult Of Luna non potevano scegliere un brano migliore come ponte tra le prime due parti dell'album. Magici.

Nightwalkers

Il centro della Terra. Il nucleo ardente. La quarta traccia di "A Dawn To Fear" è anche il cuore dell'album, nonché uno dei brani che più ne rappresenta l'essenza. "Nightwalkers - Sonnambuli" inizia con un arpeggio che definire ipnotico è un eufemismo, denso e atmosferico, in grado di catalizzare i nostri padiglioni auricolari verso le sue note ripetitive e magicamente ossessive. La sezione ritmica svolge qui un lavoro egregio nel tenere ben salda la struttura del brano e non far calare mai la tensione, irrorandoci le orecchie di echi tribali che sembrano provenire da una OST dell'Apocalisse (qualcuno ha detto "Through Silver In Blood"?), mentre la seconda chitarra sguazza in questa melma sonica come un sub nella fossa delle Marianne. I distorsori si impennano, la batteria si ingrossa, il basso si incazza, e il brano parte in tutta la sua più bieca cattiveria. La batteria non ha pietà per nessuno mentre il riff di chitarra si scaglia con violenza nella nostra mente e quell'arpeggio ci perseguita come fosse un fantasma che è tornato dall'oltretomba solo per tormentarci. Johannes Persson urla come neanche il blackster più disperato, e reminiscenze del passato vengono allo scoperto sotto una luce nuova. È come se "The Beyond" facesse l'amore con "Vertikal" per dare alla luce il feto deforme in Eraserhead di David Lynch, e quando poi subentrano anche le tastiere il brano ha ormai assunto il profilo di un vero trip allucinogeno, uno dei più malsani che i Cult Of Luna ci abbiano mai dato modo di vivere. Il testo, evocativo e dal sapore impressionista, ci immerge ancora di più nell'atmosfera disturbata che "Nightwalkers" vuole farci sperimentare. "I see children run toward the dying light / There is a fire in her voice / Dusk sets a tone / Reminds us of what is to come / This night is a window / We offer our admission and return home / There is a fire in my voice » (« Vedo bambini correre verso la luce morente / C'è un incendio nella sua voce / Il crepuscolo dà l'esempio / Ci ricorda di cosa sta per arrivare / Questa notte è una finestra / Offriamo la nostra ammissione / E torniamo a casa / C'è un incendio nella mia voce"). La grande protagonista del brano resta però la tastiera, che qui davvero concentra le sue energie in una cavalcata degna delle migliori composizioni della band; ma è tutto un procedere verso un climax apocalittico e nero, con le chitarre che si rincorrono e incastrano alla perfezione sostenuto da una sezione ritmica travolgente, in un turbine di note ed emozioni così avvolgente che riesce a sconvolgere i nostri sensi e massaggiarli allo stesso tempo. Uno dei brani più ispirati del disco. Una gemma nera.

Lights On The Hill

"Lights on the Hill - Luci sulla collina" la prende alla lontana. La traccia più lunga di tutto l'album (ben 15 minuti!) inizia con un arpeggio lento e drammatico che sembra fuoriuscire dal disco di qualche band death/doom o suicidal black, ma ben presto ci si accorge che c'è di più. L'arpeggio evolve, pachidermico e asfissiante, sopra una batteria che lo accarezza appena, in una lenta introduzione che occupa quasi un terzo del brano, finché le chitarre non esplodono, tutte insieme, tutte in un colpo. È questa una delle caratteristiche cardine di "A Dawn To Fear": la deflagrazione improvvisa, il muro sonoro che ci travolge senza darci il tempo di prepararci a quell'assalto. Il riff che vien fuori dalle chitarrone di Persson e soci non è meno drammatico dell'arpeggio iniziale e, anzi, porta le sonorità post metal ad un livello di emotività estremo, in una cavalcata impetuosa e inarrestabile. Ma è il momento del rallentamento quello più spiccatamente ispirato del brano, quando le distorsioni si placano e subentra un lento assolo di chitarra che detta le regole del brano. Brano tra i più squisitamente melodici dell'intero brano, "Lights On The Hill", lungi dall'essere un'ostica suite difficile da digerire (come l'avevo immaginata all'inizio), è invece una meravigliosa ballata che cresce ad ogni nota e ad ogni minuto, una monumentale orchestrazione di suoni che ammalia il cuore e non lo molla più. La voce di Persson stavolta non risalta dal resto ma si amalgama alla perfezione con il tappeto strumentale degli svedesi, intonando un canto di desolazione e solitudine: "This land owns him / It speaks through his bones / Deeper cuts that any man could enure / Time is not his alley" ("Questa terra lo possiede / Gli parla attraverso le sue ossa / Tagli profondi che nessun uomo può sopportare / il tempo non è suo alleato"). Siamo a due terzi della canzone e tutto sembra essersi fermato, ma un sibilo metallico in lontananza mantiene tesi i nostri nervi e le nostre emozioni; è così che le chitarre si lasciano andare a un ultimo iato di roboante post metal, un muro sonoro di quelli che solo i migliori Isis sapevano comporre (pace all'anima loro, sigh!), finché le tastiere non chiudono il cerchio e stendono il velo sulle chitarre, ponendo la parola fine a uno dei brani più toccanti dell'album.

We Feel The End

Un viaggio così intenso e impegnativo come questo non può non aver bisogno di una pausa, e i Cult Of Luna ce la concedono con "We Feel The End - "Sentiamo la fine". Oltre ad essere il più calmo e rilassato del lotto, il brano in questione si presenta subito come il più squisitamente elettronico, denso di atmosfere soffuse e dal sapore new wave dove le tastiere la fanno da padrone. L'effettistica delle chitarre e l'evocativa voce riverberata immergono fino al collo l'ascoltatore in una litania lenta e ancestrale, che lo fa affondare sempre più nelle sabbie mobili della sua introspezione. Le note sono poche, lunghe, tirate e incredibilmente evocative, si spandono nell'aria poco a poco e riempiono ogni spiraglio come un gas tossico da cui è impossibile fuggire. Ormai provati dalle emozioni vissute in precedenza, man mano che il brano prosegue ci sentiamo sempre più affossare in questo ultimo atto, in questa parte conclusiva del disco, che "We Feel The End" introduce nell'unico modo giusto: facendoci prendere paura, quella stessa paura che è il perno tematico su cui si basa l'intero album e che viene descritta alla perfezione dalle clean vocals di Johannes Persson: "We break the silence with our heartbeats / [?] Our eyes are shut, my hand are shaking / We feel the end is getting near / We are still here" ("Rompiamo il silenzio con il nostro battito cardiaco / I nostri occhi sono chiusi, le mie mani stanno tremando / [?] Sentiamo che la fine si fa vicina / Siamo ancora qui"). C'è qualcosa di disturbante in "We Feel The End", un'inquietudine che cresce con il passare dei minuti, ma che allo stesso tempo ci calma, ci dà sollievo, ci fa sentire protetti nella sua incubatrice sonora. Perché non di sola inquietudine è fatto questo bellissimo interludio, ma anche di una profonda dolcezza che viene fuori con forza nella sua parte finale, quando il volume si alza e quella melodia così malinconica, così introspettiva, trascina le nostre sinapsi verso la conclusione del brano e verso il canto del cigno di "A Dawn To Fear", in un ultimo baluardo di delicatezza prima che il nostro viaggio giunga al termine.

Inland Rain

"Inland Rain - Pioggia nell'entroterra" riprende da dove "We Feel The End" aveva lasciato: un riverbero di chitarra, un eco lontano e metallico, un passo lento e cadenzato che riporta subito alla mente i maestri Neurosis non appena Johannes Persson prende posto davanti al microfono: "Black roots run through me like veins / Igniting fires / Delivering life / The night brings time to an end / Silence change form / I return" ("Radici nere scorrono attraverso di me come vene / Prendendo fuoco / Consegnando la vita / La notte conduce il tempo alla fine / Il silenzio cambia forma / Ritorno".  Tutto intorno a noi è nero, le atmosfere sono quelle apocalittiche e malsane di "A Sun That Never Sets" della ditta Kelly & Von Till, ma il nichilismo ha lasciato il posto alle emozioni umane più autentiche, come ben dimostrano i fraseggi di una seconda chitarra flemmatica al punto giusto, che pian piano introduce aperture melodiche cullanti e malinconiche. Il brano è lento e cadenzato, le sue tastiere ci avvolgono come una coperta calda e ci facciamo circondare dal tepore della sua atmosfera elettronica. Eppure, non ci sentiamo rilassati, qualcosa ci inquieta e percepiamo di non essere al sicuro. Quando questa indolente processione si interrompe e il silenzio ci avvinghia, interrotto solo da poche note di chitarra in lontananza, percepiamo che qualcosa sta per succedere, un climax sta per arrivare. Ed eccolo lì, il climax, impetuoso come una cascata, che prende il sopravvento man mano che la chitarra degenera in un vortice in cui la voce di Persson irrompe con vigore; arriva il riff, quel benedetto riff di chitarra che probabilmente diventerà un classico tra le composizioni degli svedesi, pochi accordi suonati con un trasporto tale che le emozioni sembrano scivolare dal cuore dei musicisti, passargli tra le braccia (come le radici nere simili a vene di cui parla il testo) e impossessarsi delle corde. "Inland Rain" si dimostra così, a dispetto della sua lenta e inerte introduzione, uno dei brani più viscerali di tutto l'album, una traccia ispirata da un sentimento vorticoso, che prosegue districandosi tra strutture marziali, melodie atmosferiche e tanta, tanta passione. Non poteva esserci brano migliore per farci addentrare nella parte conclusiva di "A Dawn To Fear" anche se, arrivati a questo punto, le emozioni ci hanno così sopraffatto che non sappiamo per quanto ancora potremo resistere. Ma dobbiamo: ne varrà la pena.

The Fall

Vi ricordate di "Dark City, Dead Man"? La traccia conclusiva di quel capolavoro targato 2006 che fu "Somewhere Along The Highway" sanciva la fine di quel viaggio meraviglioso nel migliore dei modi, con un brano che era la summa di tutte le emozioni provate in quell'album, lento prima e trascinante poi, incredibilmente viscerale e in grado di tirar fuori dal cilindro tutte le diverse anime della band svedese. Ecco, per "The Fall - La Caduta" succede più o meno la stessa cosa: non si tratta solo di una canzone tremendamente ispirata che si candida di diritto a migliore dell'album (ma se la gioca con diverse altre), una canzone che chiude "A Dawn To Fear" in modo splendido e degno del resto del viaggio, ma si tratta a ben vedere di un vero e proprio manifesto del post metal, un brano sfaccettato, in possesso di un fascino profondo e dalle mille forme. Non è forse un caso che, se il brano precedente mi aveva ricordato almeno inizialmente l'inquietudine dei Neurosis, "The Fall" mi ricorda invece soprattutto le visioni celestiali dei migliori Pelican. A partire dall'arpeggio iniziale, così dilatato e immerso nell'orizzonte da avermi fatto tornare subito alla mente quel capolavoro che fu "The Fire In Our Throats Will Beckon The Thaw", le chitarre in "The Fall" sono pregne di quel misticismo che da sempre caratterizza la band di Trevor Shelley, e ciò non può che essere una goduria per le orecchie di ogni post metallers cresciuto a pane e Australasia. Il muro di suono a cui l'introduzione ci aveva preparato non arriva all'improvviso, come potrebbe sembrare, ma è cresciuto pian piano nel ventre dell'introduzione stessa; melodie viscerali vengono smorzate da riff violenti e dalla voce disperata di un Johannes Persson che ci dà dentro come un ossesso, tentando di sputare la sua anima sul microfono. Il vortice sonoro che segue è fin troppo difficile da descrivere a parole, un pastone sonoro che ci stritola nelle sue spire fatte di una batteria impazzita, di tastiere con i nervi a fiori di pelle e di chitarre ingabbiate nel tornado da esse stesse sprigionato. Il brano si mostra subito uno dei più viscerali dell'intero album, ma anche uno dei più sfaccettati e ricchi di spunti; quando l'atmosfera si calma, sono le linee di basso a dirigere il gioco, con le due chitarre che fanno capolino in lontananza. E questa nuova sezione del brano, senza che ci sia mai un minimo stacco o un calo di tensione, fa mutare nuovamente il brano, con un riff drammatico che ruba la scena agli altri strumenti, prima che il basso se ne riappropri ricalcando quello stesso riff e seguendolo con le sue pulsazioni, un basso che sembra danzare e saltellare insieme alla batteria sua partner, finché tutti gli strumenti non iniziano a seguire anche loro questa danza, e l'urlo di Johannes si scaglia disperato su di loro. Poi a poco a poco il tornado sonoro si esaurisce e il brano si ricarica un po' alla volta, esplodendo infine con forza in un finale che riporta alla mente le aperture melodiche più belle ed emotive dei Pelican, solo l'ennesima delle mille influenze di cui i Cult Of Luna nutrono la propria musica.  "The Fall" è un brano costruito alla perfezione, dove nulla è lasciato al caso, e ogni passo successivo è costruito sulle basi di quello precedente, in una catena che cresce sempre e non si spezza mai. Non ci sono stacchi netti come in "Inland Rain" e "Nightwalkers", non c'è staticità di forma come in "Lay Your Head To Rest": tutto è in continuo divenire, tutto cambia forma un po' alla volta in un "Panta Rei" sonoro irresistibile, e la materia post metal viene interamente plasmata sulla base dell'assioma eraclitiano facendo vivere all'ascoltatore un continuum di sonorità, percezioni e vissuti emotivi sempre diversi. Una chiusura spettacolare per un album spettacolare, che ci fa capire quanto ormai i Cult Of Luna siano la band da prendere come punto di riferimento per chiunque voglia suonare post metal nel 2019.

Conclusioni

Certo che ne è passato di tempo da quando Johannes si dilettava con il post hardcore ancora grezzo degli Eclipse nei tardi anni '90. Nonostante già nell'acerbo "Bona Fide" si riscontrasse il talento ancora giovane del musicista svedese, fu la formazione fondata insieme al cantante Klaus Rydberg, i Cult Of Luna, che gli diede gli strumenti necessari per uscire da quell'impasse giovanile e far evolvere la sua musica da un punto di vista concettuale. Il risultato fu la creazione di una delle migliori realtà post metal dai primi anni 2000 in poi: gemme grezze come il primo album omonimo e il successivo "The Beyond", insieme ai capolavori successivi da "Somewhere Along The Highway" al più recente "Vertikal", dimostrarono come non solo quei ragazzi avessero realmente qualcosa da dire per distinguersi nel calderone post metal (cosa non così scontata per il genere), ma fossero a conti fatti un gruppo un passo avanti a tutti gli altri. Ascoltare questo "A Dawn To Fear" oggi è come ripercorrere tutta quella strada che ha portato alla consacrazione della band di Umeå, e non perché questo disco sia il loro apice creativo (so bene che possono fare anche di più), ma perché a parere di chi scrive riesce a raggiungere, per la prima volta nella storia dei Cult Of Luna, il vero "stato di grazia" della band, esprimendo in un solo lavoro le componenti più importanti di tutto il loro sfaccettato universo. Non solo: è un album che fa un ulteriore passo avanti, che evolve e perfeziona le capacità artistiche, tecniche ed emotive della band, sia grazie a un perfetto lavoro svolto dalle tastiere e dalla sezione ritmica (mai così varia e presente) nel costruire atmosfere tanto avvolgenti quanto asfissianti, sia grazie a un processo compositivo talmente genuino e spontaneo che verrebbe da prendere in disparte Johannes Persson e abbracciarlo per fargli sentire quanto gli siamo vicini. Perché stavolta il turbamento non è solo raccontato: è reale, è tangibile, si tocca con mano. "A Dawn To Fear" è un album complesso, un lavoro ermetico, molto più di quanto non lo fossero i passati lavori della band svedese. Ma, soprattutto, è un album che racchiude in sé la vera anima dei Cult Of Luna e che la sbatte in faccia all'ascoltatore, stabilizzandolo emotivamente e trascinandolo in un vortice profondo e nervoso, denso di suggestioni oscure e percezioni inquiete. Per tutta la sua ora e venti di durata non ci si annoia mai; al contrario, si è sempre in tensione, sempre all'erta su quale sarà il prossimo passo della band, facendo attenzione a dove mettiamo i piedi nel tortuoso cammino che il loro estro creativo ha edificato per noi.  Troviamo tutto, in questo disco, ma ogni elemento della loro storia viene rielaborato in base a sensazioni nuove, ancora più profonde e mature che in passato: laddove il freddo "Vertikal" si ispirava al distopico "Metropolis" di Frantz Lang nel proporre i suoi riff marziali e le sue atmosfere grigie, qui abbiamo una ripresa di quelle sonorità così impietose in un contesto più caldo e più sentito, meno asettico e molto più "umano"; laddove il malinconico "Somewhere Along The Highway" e il riflessivo "Salvation" dilatavano a dismisura le loro melodie e facevano della lentezza intimista il loro punto di forza, qui quell'intimismo viene gettato con violenza nelle note, viene espresso in riff tormentati e in melodie non più dilatate ma compresse, messe in un contenitore sottovuoto e pronte a esplodere al minimo foro. La tensione è palpabile per tutta la durata del disco, come quella continua sensazione di smarrimento, di inquietudine, di profonda sofferenza interiore: la si avverte nelle opulente aperture melodiche di "The Silent Man" come nel portamento solenne e cadenzato di "Lay Your Head To Rest", nelle malsane suggestioni psichedeliche di "Nightwalker" come nel muro di suono ed emozioni di cui sono composte la poetica "Inland Rain" e la rapsodica "The Fall". La si avverte sempre e comunque, ed è come un mantra che si impossessa delle nostre orecchie e del nostro cervello, ci attanaglia come la morsa di una trappola per orsi e non ci lascia andare finché il disco stesso non avrà deciso che è giunta l'ora. No, "A Dawn To Fear" non è solo l'ennesimo capolavoro dei Cult Of Luna: quest'opera granitica e monumentale è la summa della loro arte nonché perfetta espressione dell'immaginario che anima le loro emozioni (e di conseguenza, i loro strumenti). Detto questo, se nella calda intimità delle vostre cuffie riusciranno a farvi questo effetto, provate a immaginare cosa possano combinare dal vivo. Potrebbe essere l'occasione giusta per innamorarsi ancora, perdutamente e incondizionatamente, di questa band straordinaria.

1) The Silent Man
2) Lay Your Head To Rest
3) A Dawn To Fear
4) Nightwalkers
5) Lights On The Hill
6) We Feel The End
7) Inland Rain
8) The Fall