Cult of Fire

Ascetic Meditation of Death

2013 - Iron Bonehead

A CURA DI
GHITA BOLGAN
25/04/2022
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

È nel 2010 che, a Praga, nascono i cechi Cult of Fire ("Culto del Fuoco"); I temi trattati dalla band riguardano l'esoterismo, l'oscurità, i rituali vedici e l'induismo. Proprio questo loro interesse per il mondo orientale e la sua spiritualità diverrà un po' il marchio di fabbrica del gruppo, capace in tal modo di creare un qualcosa di unico e profondamente intriso di misticismo.  
I Cult of Fire fanno il loro esordio nel 2011 con un EP intitolato "20-11" e nel 2012 danno alla luce il loro primo full-length "Triumviràt"; album discreto, il quale malgrado lasci intuire il valore potenziale della band, fa trapelare forse troppo pesantemente la ricerca di un Black Metal forzatamente maledetto. È a un anno di distanza, il 5 Novembre 2013, che esce il primo grande capolavoro della band: ossia "Ascetic Meditation of Death" ("meditazione ascetica della morte"); La formazione del gruppo vede Tomá? Corn alla batteria, Vladimír Pavelka alla chitarra e backing vocals e Devilish (Petr Kudlacek) alla voce. L'album esce sotto la label tedesca Iron Bonehead Productions, specializzata in metal estremo. Con questo disco assistiamo a un cambiamento di tematiche che farà virare il gruppo verso quello spiritualismo hindu che lo contraddistinguerà; questo nuovo indirizzo tematico farà acquistare ai Cult of Fire un'originalità che darà un nuovo volto alla band ora finalmente matura. Ci troviamo infatti dinanzi a una formazione ormai solida, consapevole dei propri mezzi e capace di utilizzare a pieno il proprio potenziale. Al titolo dell'album in sanscrito si associa un artwork raffigurante la Dea Kali a opera di David Glomba, artista le cui copertine mostrano spesso scenari horror post-apocalittici con un tocco molto particolare; l'illustrazione riesce perfettamente a trasporre la musica in disegno, rappresentando al meglio quei pezzi ispirati al misticismo indiano che compongono il disco. I brani di questo immenso full-length sono infatti veri e propri diamanti neri dalle sonorità epiche completi di mantra e coronati dalla presenza, azzeccatissima, del Sitar (strumento a corde tipico dell'India settentrionale). Tutti i titoli delle canzoni sono scritti in sanscrito, stendendo in tal modo un velo di mistero sull'opera che in circa 47 minuti totali è capace di trasportare l'ascoltatore in una dimensione sognante e sulfurea. L'album è equilibrato, e sebbene sia composto da 8 canzoni (2 delle quali strumentali) è da prendere come un unico blocco monolitico in quanto spesso non lascia intuire dove finisca una traccia e ne inizi una nuova proiettando così ancor di più l'ascoltatore in una spiritualità dalla forza distruttiva che non perde però mai la sua sacralità. Tra un pezzo e l'altro non esistono infatti pause nette bensì parti musicali strettamente collegate tra loro. L'atmosfera che si viene a creare accresce il valore dell'album che vanta pezzi che passano da parti prettamente melodiche ad altre più spinte e violente con intermezzi orientaleggianti che ci trasportano in una dimensione quasi onirica. La qualità del disco viene incrementata da un'ottima produzione capace di bilanciare perfettamente la grande varietà dei suoni. Lodevole pure l'abilità in fase di songwriting, infatti ogni elemento si trova sempre al posto giusto nel momento giusto garantendo al disco di mantenere sempre alto il suo valore e non lasciando mai spazio a tempi morti. Lo scream vario ed evocativo del vocalist Devilish si sposa magistralmente al tappeto sonoro creato dagli altri strumenti. Quello dei Cult of Fire è un Black Metal moderno capace, come già fatto presente, di far convivere parti più tirate e classiche con parti più ricche di melodia. Non si tratta insomma del solito Black Metal trito e ritrito ma di una ventata d'aria fresca capace di soddisfare sia gli amanti dell'old school che chi è alla ricerca di nuovi spunti. Lodevole come con questo disco la band riesca a fondere due mondi distanti che trovano però un filo conduttore nel culto della morte; la fusione è attuata in maniera magistrale tanto che strumenti appartenenti alla cultura indiana sembrano divenire parte integrante del mondo Black Metal, così come divinità e tradizioni lontane dal genere riescono a sostituire i soliti Dei norreni, demoni e rituali satanici, non risultando mai meno oscuri ed arcani di essi. A incrementare l'aura occulta del gruppo c'è pure la sua spettacolare presenza scenica live: i Cult of Fire sono infatti capaci di far vivere anche tramite i loro concerti un'esperienza mistica agli spettatori adornando il palco di teschi, candele, immagini legate alla cultura hindu e suonando incappucciati senza mai mostrare il volto. Tale scenografia pregna di mistero si lega alla perfezione con le tematiche trattate esaltandole e accrescendone l'impatto emotivo. Assistere ad uno spettacolo simile è sicuramente un'esperienza unica, fortemente coinvolgente e difficile da dimenticare. "Ascetic Meditation of Death" è, tirando le somme, un album che riesce a distinguersi e col quale i Cult Of Fire sono finalmente giunti a esternare il potenziale che in passato non erano stati in grado di sfruttare a pieno. Questo secondo full-length mostra dunque una band ormai matura, sicura di sé e delle proprie qualità, capace di trasmettere forti emozioni con una composizione ben pensata ed equilibrata. Le sensazioni scaturite dalle sonorità arcane del disco hanno la capacità di catapultare l'ascoltatore in un viaggio spirituale verso l'ascesi, assolvendo al compito che il titolo sembra prefiggersi. Il disco si configura così come il sottofondo di uno scavo interiore verso lo squarciamento del velo di Maya e il raggiungimento della propria liberazione attraverso la morte.  Ne consiglio l'ascolto ai divoratori di Black Metal di più vecchia data così come a coloro che, interfacciandosi al genere, cercano un disco diverso dal solito, che per quanto sia a tratti un po' dispersivo e sacrifichi a volte il lato più tecnico in favore dell'esaltazione dell'atmosfera d'insieme, si profila come una delle migliori uscite dell'anno in ambito Black Metal e sicuramente come la più originale. Detto ciò non mi resta che invitarvi a procedere con l'ascolto e lasciarvi trasportare nella dimensione più oscura del misticismo orientale. 

"Om Krim, Kalikaye Namah"  

(Mantra rappresentativo della Madre nera Kali presente nel quarto brano dell'album, ossia "Kali Ma") 


Tracklist:

  1. Black Blood Slaughter
  2. On the Funeral Pyre of Existence
  3. Silence Bodies
  4. Kali Ma
  5. When Death Is All
  6. Gruesome Dance of Death
  7. Khanda Manda Yoga
  8. Burned by the Flame of Divine Love