CRUENTUS

Fake

2019 - Triple A Events Rec.

A CURA DI
DAVIDE CILLO
21/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Trent'anni sulla scena, senza mai smettere di "predare" nuovi palchi e grandi eventi. Un complesso che in Puglia tutti gli amanti delle sonorità heavy conoscono, ma molto di più: i Cruentus si sono fatti conoscere un po' dappertutto, e il loro debutto "In Myself" del '96 è ricordato tutt'oggi come un album eccezionalmente valido e variopinto, rigorosamente old school, ma che sarebbe sminuito se semplicemente posto sotto l'etichetta "Death/Thrash": i Cruentus nel loro "In Myself" ci misero un po' di tutto, ma quel tutto mai fuori luogo, ascoltare per credere: sassofono nella traccia introduttiva "Trip into the Absolut Vacuum", arpeggi, tastiere e persino una guest vocalist femminile nel brano conclusivo del full, "Paths in Memory". Dentro "In Myself" ascoltammo persino il vocalist estremo Nicola Bavaro ricoprire cantati in pulito e dal timbro acuto, cosa del tutto insolita nell'universo Death Metal, specie all'epoca, dove "In Myself" in quanto a sperimentazione davvero fu secondo a pochi dischi del settore. Ripercorriamo però la storia della band: i Cruentus nascono a Bari nel 1989 per opera dell'axeman Antonello Maggi, con l'idea di proporre del metal estremo ma sempre con un attento occhio di riguardo verso la sperimentazione. Le solide mattonelle della band arrivano nel '92, quando alla voce arriva il sopra citato Nicola Bavaro e al basso giunge Adriano Boghetich, fra l'altro principale autore delle liriche della band. Per quanto riguarda la restante parte della formazione, tuttavia, nel corso dei loro 30 anni di attività i Cruentus come molti faticano a trovare una quadra fissa. Il debutto discografico della band arriva proprio nel '92, con il demo-tape "Seeking the Truth", lavoro che consente ai Cruentus di cominciare a farsi conoscere nel settore locale anche grazie alle peculiarità del loro sound. Il secondo demo arriva nel '94: si tratta di "When the World Ends to Be", un lavoro che introduce la band verso un sentiero più Progressive, con la conseguenza di brani più lunghi ed elaborati. L'uscita, fra l'altro, riceve recensioni positive su magazine e fanzine, aumentando la notorietà della band in tutto lo stivale italico. Le 1500 copie stampate della demo girano, e i Cruentus iniziano a battere le strade del nostro paese con diversi concerti dal vivo. La grande novità arriva nel '95, quando l'etichetta siciliana "Polyphemus Rec." propone alla band un contratto discografico per la realizzazione dell'album di debutto. Nell'agosto di quell'anno, i Cruentus per la prima volta della loro carriera superano il confine nazionale esibendosi allo "Sziget Festival" di Budapest, per poi entrare nel mese successivo in studio per lavorare alla loro opera: la produzione del disco viene affidata, pensate un po', a Paul Chain (già, proprio lui, servono presentazioni?), mentre per le riprese la scelta ricade sugli Strana Officina Studios, Livorno. A sorpresa però durante le registrazioni si interrompono improvvisamente i rapporti con la "Polyphemus Rec.", e l'album finisce con l'uscire per la "New LM Rec.": il lavoro viene accolto benissimo da pubblico e critica, ottenendo consensi molto positivi anche grazie all'innovativa proposta di sound. La band nel '97 si lancia in un tour europeo con Arch Enemy e Dew Scented, e ad oggi non mancano i nomi di rilievo con cui la band si è esibita a partire dal '98: Destruction, Flotsam & Jetsam, Entombed, Coroner, Necrodeath e numerosi altri. Il grande e atteso ritorno discografico è del 2019, con l'album protagonista della recensione odierna, intitolato "Fake". Il lavoro è stato registrato presso il Mast Recording Studio di Bari, registrazione mixaggio e mastering a cura di Massimo Stano, con la sola eccezione del brano "See You On The Top", a cura di Valerio Di Masi (batterista della band) presso "The Houses of 1000 Doses", Massafra. Per quanto riguarda la composizione delle canzoni, queste sono ad opera del fondatore della band e chitarrista Antonello Maggi, ad eccezion fatta per "Step By Step", che vede l'importante contributo alla scrittura di Domenico Mele. Testi come sempre ad opera di Adriano Boghetich, la tromba presente nel già citato pezzo "See You On The Top" è suonata da Alberto Racanati. Per la realizzazione di "Fake" è da citare inoltre il patrocinio di Programmazione Puglia Sounds Record 2019. Il lavoro vede la luce il 15 ottobre per "Triple A Events Rec.". Arriviamo però all'elemento più importante, ovvero la formazione della band: accanto al fondatore Antonello Maggi e alle "garanzie" Nicola Bavaro e Adriano Boghetich si affiancano Domenico Mele alla chitarra, che rimanendo in ambito di musica heavy conoscerete per The Ossuary e Natron, e il sù citato Valerio Di Masi alla batteria. Una formazione d'eccellenza per questo "Fake" del 2019, che già ci lascia un indizio importante: mi riferisco alla durata complessiva di 37 minuti, in decisa controtendenza rispetto alla durata di oltre un'ora del loro coraggioso debutto discografico. Noi di "Rock & Metal In My Blood" siamo felici di porre quest'interessantissima uscita sotto la nostra lente d'ingrandimento, e siamo pronti a sviscerare questo atteso ritorno targato Cruentus. Come di consueto, siamo pronti a lanciarci nel "track by track": seguiteci a volume rigorosamente massimo, perché nel corso di questo ascolto non abbiamo intenzione di fermarci neanche per un secondo.

Circles

"Se ammettiamo che l'essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere". I Cruentus "la toccano piano" aprendo in grande stile con Tolstoj, seguito da un devastante riff che dopo soli sette secondi dal nostro "play" sembra volerci comunicare che i Cruentus sono già pronti qui, alle nostre orecchie, pronti a spazzare via qualunque cosa. Il brano si intitola "Circles" (Cerchi), e l'immediato attacco vocale di Nicola Bavaro come sempre non tradisce: rauco e vecchia scuola, il cantante si distacca dagli stereotipati e omologati "growl" tipici della deriva del metal estremo moderno, con un contributo vocale di primo rilievo per ogni band di questo genere che si rispetti. La batteria asseconda le variazioni di ritmo chitarristiche e spinge, con quella giusta quantità di doppio pedale mai stucchevole, mentre il rullante appare ben esplosivo e si inserisce in maniera adeguata all'interno del mix; non lascia inoltre dubbio alcuno la presenza del basso di Adriano Boghetich che non è assolutamente trascurato, sicuramente a livello di volumi ci siamo. Il brano ha una sua linea melodica, sempre portata avanti dalla variazione fra i due riff principali, quello rapido della strofa e quello più cadenzato del ritornello, mentre nella parte centrale del brano i Cruentus condiscono il loro brano con una parte atmosferica con un complice occhio strizzato alla psichedelia. All'avvolgente assolo segue una ritmata e più lenta parte che porta in primo piano le influenze Death Metal old school della band, che si unisce magneticamente alle evocative atmosfere della sezione precedente. Il testo appare filosofico e riflessivo, soffermandosi sul significato della vita e il suo trascorrere ciclicamente senza un vero apparente tempo né spazio: la vita è cerchi, noi stessi siamo come cerchi, in un infinito e circolare perimetro tutto da definire. Questo brano ci lascia intendere che i Cruentus sono qui per proporci un approccio duro e diretto, ma senza trascurare quella componente musicale che è caratteristica fondamentale per una band che porti la "b" maiuscola.

Everspace

Il secondo capitolo di questo "Fake" si intitola "Everspace" (Spazio sempre), un brano complessivamente inferiore ai tre minuti di durata che ruggisce sin dal primo istante con ritmi sostenuti e ritmiche semplici e potenti, dirette e tutt'altro che intricate. Se "Circles" si era più mostrato alle nostre orecchie Death Metal vecchia scuola in senso stretto, questa "Everspace" sembra riportarci a quella famosa etichettatura "Death/Thrash" che spesso si mostra adeguata a tracciare un segmento della musica targata Cruentus. Il complesso qui trova una formula che porta il brano ad essere "avvincente" e "vincente": al riff più rapido si contrappone la magnetica parte rallentata a firma Antonello Maggi, che riesce in maniera sincera e brillante a captare l'attenzione dell'ascoltatore, che ben presto viene nuovamente scagliato fra i ritmi rapidi e aggressivi della traccia. "Non la più insolita delle variazioni di tempo", potreste pensare, eppure questa "Everspace" riesce davvero a giungere al punto desiderato con una formula essenziale, punto a favore. La seconda metà del brano è quasi un capitolo a parte, con il basso che separa quasi il pezzo in due: i Cruentus introducono qui una melodia che cerca di raggiungere ad un compromesso fra appunto una componente melodica e una più criptica e malvagia. La band infine chiude tornando al riff principale della canzone, con tanto di gutturale Nicola Bavaro e mazzate sui denti. Dal punto di vista delle lyrics, la band è solo in parziale controtendenza rispetto alla precedente "Circles": i nostri infatti ci descrivono il flusso della vita, ma stavolta sotto una prospettiva più "esistenzialista", raccontandoci di un percorso basato sull'autoaffermazione e sullo sviluppo di sé. Ognuno di noi occupa uno spazio, uno spazio che va sfruttato per crescere, vivere, creare ma anche distruggere, amare ma perché no, odiare: l'imperativo categorico appunto è uno ed uno solo, vivere e vivere al massimo, vivere al 200% tutto ciò che si intreccia al nostro percorso in questo mondo. Per questa canzone fra l'altro è stata realizzata una videoclip, che potrete trovare in basso conclusa la recensione.

Spoil the Flesh

Abbiamo avuto i primi due assaggi di questo "Fake", secondo album dei Cruentus rilasciato il 15 ottobre 2019. L'inizio lascia senz'altro presagire per il meglio, ma mancano ancora ben dieci tracce tutte da godere alla conclusione del nostro percorso. Eccoci dunque alla terza canzone dell'album, intitolata "Spoil the Flesh" (Rovinare la carne): non servono molti aggettivi per descrivere il riff d'apertura di questo pezzo, semplicemente devastante insieme alla complicità della linea vocale a firma Nicola Bavaro, straordinariamente aggressiva e che ancora una volta trasuda attitudine vecchia scuola da tutti i pori. Il brano, lungo poco più di tre minuti e trenta, non tralascia una delle classiche formule della band, cioè cambiamenti di tempo fra ritmiche più lente e altre più veloci e ossessive: se i riff sono davvero degni di nota e le parti di chitarra continuamente movimentate e interessanti, qui tuttavia è proprio la voce l'elemento che carpisce l'attenzione e sale in cattedra, dietro il microfono Nicola è un vero e proprio trascinatore ed il pezzo giova a 360 gradi della sua prestazione in studio. I Cruentus sono la sua band, i riff di Antonello sembrano scritti appositamente per lui e in questa "Spoil the Flesh" ciò emerge come più non potrebbe. Davvero pregevole il rallentamento a metà pezzo, che per ben un minuto ci culla in un intermezzo destinato a fungere da "bridge" per la strofa conclusiva, per l'occasione coadiuvata da uno squillante assolo eseguito come di consueto da Domenico Mele. Il testo del brano, all'insegna della violenza più totale, ci racconta della brutale tortura infernale, con innocenti anime afflitte da eterni dolori e da sofferenze che non augureremmo neanche al peggiore dei nostri nemici. Un capitolo massacrante questo terzo di "Fake", che porta l'ascoltatore a desiderare sempre più di questo sound.

Never Forget

E' il momento di "Never Forget" (Non dimenticare mai), quarto pezzo dell'album. "Never Forget", fra l'altro, è il brano più lungo del disco con i suoi cinque minuti di durata complessiva. Il perché lo comprendiamo subito: le ritmiche sono lente e riflessive, il brano ci è raccontato da una sorta di "voce narrante", in una formula assolutamente inattesa ed interessante. Il growl di Nicola Bavaro subentra dopo circa un minuto e venti d'ascolto, formando un muro di suono roccioso insieme al riff di Antonello, mentre l'accompagnamento solista della chitarra di Domenico dona un tocco unico al riff. Questa "Never Forget" ruota interamente intorno a velocità più pacate e meno ossessive, e si innalza come un puro inno Death Metal vecchia scuola ma sempre, rigorosamente, nel marchio di fabbrica Cruentus. Bellissimo l'arpeggio conclusivo della traccia, macabro e tinto di avvelenata malinconia, ad un amante del Thrash come me ricorda vagamente i californiani Forbidden: questa parte di chitarra classica è eseguita da Antonello. Ciò che ci colpisce di questo quarto pezzo è che, pur avendo poche variazioni rispetto a quelle che ci si aspetterebbero dal minutaggio, ci tiene incollati all'ascolto fino alla fine, mostrandosi incredibilmente "quadrato" e "compatto". Anche dal punto di vista batteristico la canzone è probabilmente meno impegnativa dal punto di vista tecnico rispetto a quanto ascoltato nei primi brani dell'album, specie per quanto riguarda il lavoro di resistenza, ma ciò poco conta quando hai la fortuna di trovare una band che, proprio come avveniva nei veri anni del metal, riesce a tirarti fuori il massimo anche con il minimo: ed è proprio lì che risiede il miglior massimo possibile. La parte riguardante il testo, con tanto di citazione di Bukowski, intende trasmetterci un messaggio positivo: quello di rimanere sempre attivi e allerta nella vita, pronti a raccogliere ogni occasione positiva, anche nei momenti di maggiore difficoltà, perché sebbene non ci sia possibile sconfiggere la morte, ci è possibile sconfiggere la morte nella vita. Più impareremo a farlo, più luce ci sarà.

Passin' Over

Decisa controtendenza in "Passin' Over" (Spirando), che sin da subito parte in maniera volgare e diretta, con tanto di growl di Nicola e violenza a tutto spiano: con i suoi circa due minuti e cinquanta secondi di ascolto, il pezzo sarà il perfetto successore di "Never Forget" all'interno della scaletta dell'album. Al rallentamento segue di fatto l'accelerazione, e così il brano schizza a tutta velocità con tanto di tupa tupa di batteria e ritmiche rapide e piacevolmente grezze. La sezione intermedia del pezzo è invece più ritmata e frammentata, un ponte ideale per il ritorno alla più totale velocità e schizofrenia. I Cruentus riscoprono a pieno le loro radici, il brano è implacabile in ogni suo istante, e nella sua seconda parte ci mostra anche il robusto doppio pedale di Valerio di Masi. L'assolo di Domenico Mele è melodico e musicale, funge quasi da accompagnamento, riconducendo Nicola Bavaro al momento growl. "Zero compromessi" più che mai, questo è il mantra di questa "Passin' Over", ma in generale è quello che ci ha trasmesso quest'inizio di "Fake". Finita la furia, andiamo però come di consueto a dare uno sguardo alle liriche del pezzo. La canzone è la storia di un'anima appena staccatasi dal corpo, spirato, e allarmata all'idea di dover affrontare un'eternità di torture nel fuoco dell'inferno: chi non lo sarebbe, del resto? Morire, ad ogni modo, significa passare ad una nuova realtà, dove tutto viene percepito in modo diverso, più profondo, più completo: si tratta di un infinito viaggio attraverso un'eternità immateriale e difficilmente definibile, un viaggio che trascende il tempo ed ogni confine limitato conosciuto dalla nostra umana realtà. Ora è tempo però di lanciarci all'ascolto del sesto pezzo di questo album.

Funambulism

Siamo dunque alla sesta traccia, intitolata "Funambulism" (Funambolismo): l'apertura appare vagamente meno estrema rispetto a quella delle canzoni precedentemente ascoltate, e lo stesso avvio di pezzo cattura la nostra attenzione grazie ad un immediato assolo di Domenico. Il brano appare più incentrato sulla componente melodica e su riff più vorticosi rispetto a quanto finora ascoltato. La gutturale vocalità di Nicola è sempre fedele al 100% alla sua linea, mancano del tutto quelle variazioni vocali ascoltate nell'album di debutto della band "In Myself", ma di questo andremo meglio a parlarne in fase di chiusura della recensione. Ad ogni modo, per quanto questo pezzo sia diretto e violento, continua comunque ad apparire meno estremo e più musicale alle mie orecchie nel paragone con i precedenti. L'assolo di Domenico Mele qui si fa più veloce e squillante, "metallaro" se vogliamo, concludendosi però in maniera tendenzialmente atmosferica. Ritorno alla strofa, ritorno alla voce, e nei suoi quattro minuti circa d'ascolto il brano si conclude all'insegna della "quadratezza". Ad ogni modo, da citare a metà canzone, come appunto durante l'assolo, la presenza di ritmiche nuovamente di influenza Thrash, in quello che oramai è un elemento a tutti gli effetti caratterizzante di questo "Fake". Le liriche di questo brano sono molto brevi, raccontandoci di una pericolosa e funambolica "evasione" attraverso una camminata su una corda: si evade da una prigione, alla ricerca dell'equilibrio dei pensieri, angosciati dall'idea di precipitare ma con la consapevolezza di dover attraversare un passaggio che appare obbligato, se si vuole cambiare la propria realtà. Mai troppo veloce, mai troppo lenta, "Funambulism" ci ha accompagnato eccellentemente grazie alle sue interessanti caratteristiche sonore. Pronti alla settima traccia? La prima metà di questo album è già conclusa.

Shadows

A battezzare la seconda parte di questo full del 2019 dei Cruentus è un pezzo intitolato "Shadows" (Ombre), della durata complessiva di tre minuti e dall'apertura lenta e robusta. Come visto con la precedente traccia intitolata "Funambulism", qui i Cruentus scelgono di aprire con un seppur breve assolo di Domenico Mele: la parte è lenta e magnetica, assecondando l'introduzione heavy della canzone che ben presto impenna a tutta velocità. Il riff principale di questo brano è davvero veloce, pungente e con la produzione interessante, sembra quasi di ritrovarsi dinanzi ad una sorta di "Speed-Death Metal". I Cruentus poi rallentano, la voce di Nicola gutturale ed estrema è come sempre in cattedra, poi si ritorna ancora una volta a questa ritmica rapida e d'impatto. Novità d'assoluta per questo "Fake" la parte successiva, che vede una vera e propria cooperazione negli assoli fra Antonello Maggi e Domenico Mele: la prima parte più melodica, la seconda più veloce e squillante, in un brano di influenza "Speed" ma anche dal vago sapore HC. Lo stato di prigionia lo ritroviamo anche nel corso di questo testo, perché in "Shadows" si parla di una vita passata letteralmente in catene, come se ci si ritrovasse con un nodo costantemente stretto a strangolarci la gola. Ci ritroviamo qui nella totale illusione della libertà, spesso interpretando qualcosa che non siamo, mentre le ombre ci richiamano sussurrando per trascinarci. Questa settima "Shadows" è la traccia che porta senza dubbio le maggiori differenze, il sound appare ugualmente legato alla vecchia scuola, ma meno in linea con il metal estremo nudo e crudo che ci saremmo aspettati. Non un qualcosa di negativo, giusto da comprendere come interagisce con il "clima" generale di questo secondo album della band. Bando alle ciance, lanciamoci nell'ascolto del pezzo successivo!

Blindness Means Watching

Il capitolo che ci attende si intitola "Blindness Means Watching" (Cecità significa guardare), l'avvio è robusto e su tempi medi, l'ingresso di Nicola arriva dopo 15 secondi e il riff della strofa è enfatizzato da qualche brevissimo istante arpeggiato. Si fa particolarmente apprezzare la struttura dinamica di questo frangente di strofa, sempre vario e interessante alle nostre orecchie. Bella la parte di metà brano dove ascoltiamo il vocalist ripetere "Blindness Means Watching, Blindness Means Watching" in un ritornello che difficilmente si lascerà da noi dimenticare. Nel brano manca un vero assolo, tuttavia non se ne sente assolutamente la mancanza: i Cruentus infilano eccellenti riff in questa sezione centrale della canzone, portandoci all'apice dell'ascolto. La band, comunque, anche in altri episodi del full si è dimostrata non legata a "stereotipi del metal", come appunto la presenza di un assolo dopo il secondo ritornello, e di ciò non se n'è mai sentita davvero la mancanza. In questo pezzo ho apprezzato moltissimo inoltre la traccia di batteria, con le giuste dosi di doppio pedale al momento giusto e la quantità giusta di variazioni sempre nel momento più opportuno. Diamo però ora una lettura al testo di questo ottavo brano: "Blindness Means Watching" è la storia di un protagonista che, avendo smarrito la vista, gode di una percezione ampliata. "La cecità significa guardare, brucia i tuoi occhi per vedere, chiudi gli occhi per vivere": questo il mantra del pezzo, che utilizza la più totale e cruenta violenza per descriverci di sofferenze e torture, espediente narrativo sempre ben accetto. L'impatto e la scorrevolezza di questo brano sono stati di primo piano, è tempo di continuare spediti la nostra marcia.

Step by Step

Comincia ora "Step by Step" (Passo dopo passo), brano che come accennato in fase d'apertura di recensione vede l'importante contributo al songwriting di Domenico Mele. Il pezzo, con una durata inferiore ai due minuti e trenta d'ascolto, parte violentissimo sin dal primissimo istante: l'attacco vocale di Nicola Bavaro è praticamente immediato, e il riff si mostra tanto semplice quanto devastante e di impatto. A dir poco massacrante anche la frammentata ritmica successiva, che possiamo ascoltare a partire dal ventesimo secondo di ascolto: il lavoro dietro le pelli è di primo rilievo, la voce di Nicola è incessante e non concede all'ascoltatore un attimo di respiro, segue un breve e squillante assolo di chitarra eseguito come di consueto da Domenico. Il brano scorre liscio come l'olio, spazzando via qualunque cosa gli si pari innanzi e provocando spiacevoli controindicazioni per il collo dell'ascoltatore. A metà brano arriva precisa la prima variazione con un riff mid-tempo in puro stile concettuale Thrash Metal, segue un secondo assolo sempre eseguito da Domenico: rapido, aggressivo, ben amalgamato alla melodia e opportuno più che mai. La band sceglie poi di ritornare come di consueto alla strofa di canto, e il pezzo si conclude in maniera secca e decisa con la voce di Nicola. Nel testo del brano ci si unisce ad un protagonista che sembra vivere un conflitto interiore con se stesso, raccontato metaforicamente tramite torture e sofferenze. L'uomo deve cimentarsi nel salire sino alla cima di quella che viene definita "la scala della vita", una scala dall'accesso impervio, e la traviata esperienza si mostrerà costantemente ostica e affannosa. Devo dirlo, giunti sino a questo momento posso anticipare che sto apprezzando tantissimo questo "Fake", ma "Step by Step" mi ha davvero impressionato. Avanziamo senza indietreggiare al brano successivo, che come vedremo sarà particolare.

Timeless

"Timeless" (Senza tempo) è un'evocativa traccia strumentale di oltre un minuto, eseguita dalla chitarra classica di Antonello Maggi, e interamente scritta dallo stesso Antonello. Il brano è malinconico e profondo, struggente ed avvolgente, e non vi è alcuno strumento a coadiuvare la performance del chitarrista. Un'introduzione con i fiocchi per la successiva traccia, e che culla l'ascoltatore attraverso un ascolto che catalizzerà la sua attenzione e lo preparerà al meglio ai due episodi finali del full: pronti alla guerra che ci attende con "The Strain"?

The Strain

Siamo come anticipato a "The Strain" (Lo sforzo): questo brano, l'undicesimo di "Fake", è il penultimo dell'album. I Cruentus scelgono qui di battezzare la traccia con un'introduzione lenta e sporca, che ben presto tramuta nella strofa con tanto di relativa voce. Il sound è ancora una volta avvolgente, saturato, e la vera e propria "deriva metallara", con distorsione a tutto spiano, arriva dopo i primi quaranta secondi della traccia. La band poi torna alla parte introduttiva, in uno scambio di schema A-B-A-B che si protrae nei primi due minuti della canzone. Devo complimentarmi ancora una volta con l'opportuna traccia di batteria, che sa ben dosare robusti frangenti di doppio pedale a parti più sobrie e dal buon gusto ritmico. Come in "Step by Step", la band a metà pezzo mischia le carte facendo schizzare il brano a tutta velocità con un riff estremamente rapido e aggressivo, stavolta cantato da Nicola ma ancora una volta dal sapore Thrash vecchia scuola. Si torna poi alla parte introduttiva, una sorta di ritornello musicale che personalmente ho potuto assaporare anche dal vivo: posso assicurarvi che, se possibile, rende ancora meglio. "The Strain" è un brano a dir poco stupendo, e apprezzo tantissimo che i Cruentus abbiano deciso di non retrocedere di un centimetro per quanto riguarda il livello qualitativo dell'album con il passare dei minuti. Le contaminazioni filosofiche dei testi realizzati da Adriano Boghetich non si esauriscono: il pezzo parla della tristezza e vuotezza del nostro mondo, composto di dolore e brutalità e una quasi assoluta mancanza di amore. Siamo seppelliti da un abisso di menzogne, in un continuo nulla assoluto basato sull'evitare i dolori della vita e ciò che, ancora una volta, ci attende. Questa bellissima traccia è conclusa, siamo quasi all'epilogo del disco, che mi auguro vi sia piaciuto.

See You On The Top

La canzone conclusiva è "See You On The Top" (Ci vediamo in cima): più che un vero e proprio brano nel senso consueto del termine, si tratta di un macabro e tetro atto conclusivo interamente strumentale, di durata inferiore ai due minuti. Questo è il brano che, fra l'altro, vede la partecipazione alla tromba di Alberto Racanati, con la produzione ad opera del batterista della band Valerio Di Masi. Se vi aspettavate un epilogo a suon di Death Metal a tutto spiano, beh, i Cruentus ancora una volta vi avranno sorpreso: sono le cupe atmosfere di "See You On The Top" a chiudere questo "Fake", che è scivolato via come solo gli ottimi album sanno fare.

Conclusioni

"Fake" ci stupisce in tutto e per tutto, sia con riferimento al grande livello qualitativo sia per quanto riguarda le caratteristiche del lavoro. Un ritorno discografico di assoluto impatto quello dei baresi Cruentus, pronti a ricordare a chiunque di essere una grande band. Con la sua durata complessiva di 37 minuti, l'album si mostra in decisa controtendenza rispetto al debut album "In Myself": se quest'ultimo era infatti più sperimentale, complesso e articolato, con elementi del tutto fuori dalle righe per il genere, "Fake" è puro e sanguigno Death-Thrash Metal, seppur rigorosamente in salsa Cruentus. Un album volgare, distruttivo, diretto e d'impatto, che non lascia spazio ad altro che non sia violenza allo stato puro. La band, fra l'altro, descrive così il proprio lavoro: ""Fake" è un tributo ai nostri trent'anni di attività no-stop, dal 1989 ad oggi, tra centinaia di concerti in Italia e all'estero, sperimentazioni sonore, e diversi lavori in studio. E' il nostro secondo disco ufficiale, che esce a distanza di ventitré anni dal debut-album del 1996, "In Myself", con una line-up per tre quinti uguale a quella di allora. Il tempo intercorso ha raccolto esperienze ed emozioni di ogni genere e, in modo circolare, ci ha riportati alle nostre origini più crude: per attitudine è più vicino al primo demo-tape del 1992, "Seeking the Truth", che a tutte le altre nostre produzioni. "Fake" è il disco più maturo e rappresentativo del nostro intero percorso artistico: 37 minuti impattanti, con brani diretti e sanguigni, dannatamente old school!". Beh, che dire, in generale saranno poche le band che vi presenteranno il proprio ultimo album come "meno maturo" o valido rispetto ai precedenti, ma qui pare proprio di ritrovarsi di fronte ad una presa di coscienza, quella di voler essere semplici ma efficaci, il voler omaggiare le proprie influenze musicali e le proprie vere origini. Scompaiono così tastiere, sassofoni, voci femminili e quant'altro, "sopravvive" solo la particolarità della tromba di Alberto Racanati nell'ultima, conclusiva, traccia. E tutto ruota per il meglio, la voce di Nicola Bavaro è semplicemente "la voce Cruentus", non uno di quei growl omologati e stereotipati di cui accennavamo, ma una vera e dannata voce Death Metal old school, valorizzata al meglio dalle composizioni sia più estreme, sia più melodiche e musicali a firma Antonello Maggi. Impeccabile e puntuale il terzo componente storico della band, il bassista Adriano Boghetich. Per quanto riguarda i nuovi volti della band, e in particolar modo riguardo la chitarra di Domenico Mele, questa è una garanzia, fra coloro che seguono la scena heavy pugliese non ne troverete uno che non conosca questo chitarrista, impeccabile dal punto di vista dell'esecuzione e ricco di esperienze di rilievo. Della parte batteristica ho apprezzato in particolar modo molto le tracce, mai troppo "fiacche" né oltre i limiti. La produzione, piuttosto che puntare tutto sulla "grossezza" e sullo spropositato volume del master, come sempre più spesso avviene nei lavori moderni, raggiunge un compromesso con l'integrità vecchia scuola del sound del gruppo, con le chitarre cattive al punto giusto e il rullante di Valerio esplosivo come dev'essere. La sobria presenza degli assoli di chitarra è una caratteristica tutta Cruentus, si mette al primo posto la vera e propria musica, influenze usi e consuetudini vengono solo in secondo piano rispetto a quella che è la predisposizione naturale di band: questo ci piace, e molto! Un plauso lo meritano le liriche ad opera del bassista Adriano, che veramente si discostano dai classici del metal estremo andando ad affrontare tematiche profonde e introspettive ma anche dal sapore filosofico e letterario, narrando di un mondo governato da un dualismo ed eterno conflitto fra bene e male, con cui il ciò che noi siamo deve interagire fra mille difficoltà. Mi ha incuriosito molto la scaletta dei brani, ed in particolare il collocamento delle due strumentali nella parte conclusiva del full: ciò non ha guastato affatto, anzi, contribuisce a donare un tocco comunque unico al lavoro. Per questo album ho speso solo parole buone, questo ovviamente perché mi è piaciuto in tutti i suoi aspetti. Non vi è una macchia soltanto da segnalare alla band e addetti ai lavori. Non posso esimermi dunque dal dare un giudizio estremamente positivo, ovvero un pieno 8 su 10, perché Fake possiede tutto ciò che un album del suo genere deve possedere: violenza, attitudine ed un eccezionale impatto, ma senza mai tralasciare la componente musicale pura che ogni grande band porta sempre con sé.

1) Circles
2) Everspace
3) Spoil the Flesh
4) Never Forget
5) Passin' Over
6) Funambulism
7) Shadows
8) Blindness Means Watching
9) Step by Step
10) Timeless
11) The Strain
12) See You On The Top