CREAM

Goodbye

1969 - Polydor Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
20/03/2017
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

I Cream sono una band fondamentale per la storia del rock, ma se si va a guardare la loro storia, la loro discografia, ci si potrebbe stupire di quanto sia esigua la lista delle canzoni che , scritte dai tre, che vengono considerate capolavori o anche solo importanti o innovative. Infatti, la grandezza di questo trio è più che altro dovuta alla fama e alla bravura dei singoli componenti, nonché ad alcune canzoni dense di nuovi spunti, rivoluzionari per l'epoca, che hanno ispirato le band successive. L'ultimo studio album dei Cream , Goodbye, contiene 3 tracce live , tre tracce studio ed in alcune edizioni una bonus track. Con questo disco la band di Clapton e Baker decise di dare l'ultimo sonoro saluto ai fan storici e non, lasciando una eredità certamente pesante da eguagliare. In pochissimo tempo, al pari (anche se questo paragone è da prendere con le pinze) di artisti come i Beatles, i Cream hanno valicato le soglie del tempo, mettendo in scena una musica memorabile. Nel solo spazio di quattro album, la band ha saputo congegnare un sound primordiale, psichedelico, acido ed eclettico al tempo stesso, guadagnandosi appieno titolo lo status di leggende immortali. Nel caso specifico di questo ultimo disco, uscito nel 1969, l'ultimo anno in cui la formazione è rimasta in vita (salvo poi riunirsi per un enorme concerto celebrativo, ma ne riparleremo). Sulla copertina, la cui disamina è affidata alle ultime righe di questo articolo, campeggia una enorme foto della band, e quella scritta di "arrivederci", ci fa quasi scendere una lacrima di commozione. Del resto, per chi ama il Rock sessantiano e la sua pesante influenza sui generi successivi, i Cream sono un passaggio quasi obbligato. La tossica batteria di Ginger, col suo piglio sempre sul pezzo, la scuola Jazz che si mette al servizio del diabolico Rock'n Roll, una commistione che altri non può che far gridare al miracolo. La sei corde di Clapton, mr Slowhand, un uomo, una leggenda, un alone immortale che da sempre contraddistingue questo enorme artista della chitarra, un personaggio della storia musicale che non verrà mai dimenticato, al pari di altrettanti. E poi, anche se non per importanza, abbiamo in ultimo il completamento del trio, Jack Bruce; le sue linee di basso forse non passeranno alla storia della musica come le migliori in assoluto, né tantomeno passerà alla storia il suo carattere forte ed irascibile (che affatto bene si sposerà con l'altrettanto esplosivo Clapton, come abbiamo avuto già modo di raccontare a lungo), ma la sua capacità di composizione, quel suo sapere sempre cosa aggiungere al disco e come metterlo, ne fanno la vera anima della band. Eric del resto non è mai stato un compositore, né probabilmente lo sarà mai fino in fondo, la sua enorme dote è quella di saper giocare con le note un po' a suo piacimento, senza preoccuparsi di niente. Un disco dunque che è passato alla storia e non con poche critiche, perché se paragonato ai precedenti è decisamente un passo indietro; ogni critica però, ogni cucitura del disco stesso, sarà affidata al completo track by track di esso. Come abbiamo già accennato durante le precedenti righe dell'articolo, l'album contiene un  totale di sei tracce, di cui tre sono vecchi successi registrati durante vari live, mentre le altre tre sono canzoni inedite registrate in studio prima dello scioglimento definitivo della band. Il trio inglese si sciolse infatti nel 1968 , subito dopo l'uscita del loro terzo studio-album Wheels of fire . Il concerto di addio si tenne alla Royal Albert Hall il 26 novembre 1968 e di fronte a una folta schiera di fan ,la band eseguì una performance brillante , ma che ,nonostante il suo carico di emozioni e tecnicismi che spaziano dal jazz al blues , non riuscì a nascondere i motivi che avevano portato i tre musicisti alla sofferta decisione di porre fine al progetto "Cream". I continui scontri fra i membri, l'incapacità forse anche di un manager capace di tenerli insieme come si conveniva, ne hanno fatto una vera e propria meteora nel mondo del Rock. Questa storica band anglosassone potrebbe essere definita come una delle prime boy band moderne, nel senso che sono uno dei rari casi di band (di quell'epoca) formata da uomini adulti , esclusivamente per businness, questo risulta evidente in ogni disco della band e specialmente nell'ultimo, quello che ci apprestiamo ad analizzare: GoodBye, che mette in risalto il divario incolmabile che ormai si è creato tra i musicisti. Un gruppo, anzi, un supergruppo (viene infatti definito da molti critici, e non possiamo che essere d'accordo, come il primo vero "power trio" di tutti i tempi); una band messa insieme per un solo scopo, macinare soldi a più non posso. E c'è da dire che, fino a quando la situazione era rimasta in sordina fra i componenti, e gli animi si erano sempre placati alla fine, magari pensando ai lauti guadagni che rincorrevano i nostri albionici, tutto era a posto. Eppure la storia ama sempre metterci lo zampino, e noi, fan incalliti di questa viscerale musica, ci ritroviamo dopo anni a studiare e catalogare quella manciata di canzoni che i nostri tre hanno saputo mettere insieme in così pochi anni di carriera, cercando anche di immaginarci al contempo che cosa avrebbero combinato se fossero rimasti ancora insieme. Bando ad ulteriori indugi, è arrivato il momento, benvenuti nell'ultimo disco firmato Cream.

I'm so Glad

Goodbye si apre con I'm so Glad ( Sono Così Contento): è  una  cover di Nehemian Curtis James, in arte Skip James, chitarrista e pianista statunitense, che raggiunse la notorietà proprio grazie ai Cream. Questa traccia è quella che forse rispetta più fedelmente la forma- canzone dell'epoca,senza mescolare eccessivamente le carte, ovvero i ruoli dei vari componenti.  L'intro è piuttosto breve e a completo appannaggio del basso e della batteria, la chitarra entra in gioco solo con l'inizio del cantato e si tiene ai margini fino al ritornello. Il testo cozza con il titolo e il ritornello di questa canzone , infatti il primo è denso di amarezza e tristezza, mentre il titolo dice tutt'altra cosa, donando così un carattere ironico a questa traccia estrapolata dal primo disco della band "Fresh Cream".  Come abbiamo già detto quando abbiamo parlato del disco di esordio del sacro triumvirato anglosassone, I'm so Glad ha sonorità che in qualche misura anticipano quelle poi verranno sviluppate  e personalizzate da artististi come Jimi Hendrix, Led Zeppelin e in minor misura i Black Sabbath . Perr quanto riguarda questo disco, I'm so glad , in versione live, si presenta identica alla versione studio fino al primo minuto e mezzo, poi Clapton si scatena in uno dei migliori soli della sua carriera, che dura ben 4 minuti creano una sorta di canzone , nella canzone. Piano piano, anche Jack Bruce e Ginger Baker si fanno più presenti, creando uno strumentale , che è una lotta tra titani: il batterista tira dalla parte del jazz, il chitarrista si attiene al suo amato blues, Bruce coglie l'occasione per farsi notare, tentando di unire i due fronti e portando il suo basso a un livello di attenzione fino a quel momento quasi impensabile. Una canzone che alla fine, volente o nolente, è entrata di diritto nella storia della musica; al pari di quelli che successivamente saranno i veri capolavori del gruppo, come Sunshine, Glad entra diretto come un pugno nello stomaco nella mente di chi sa ascoltare davvero. Un pezzo a tratti ipnotico, pieno di verve nel suo essere alla fine una cover di un classico scritto molti anni prima; se si prende in esame per un attimo il modello originale, i Cream non si sono discostati troppo da questo, inserendovi alla fine soltanto alcuni momenti che abbiamo sottolineato durante l'esecuzione della canzone stessa.In sostanza un brano che ti rimane in testa fin dalla primissima volta che lo ascolti; Eric risulta essere in grandissima forma fin dalle prime battute, e la sede live ci regala quel pizzico in più che su LP avevamo perso. L'esecuzione in sè è cristallina e precisa, del resto parliamo di un power trio, una formazione che aveva come solo scopo lo stupire ed il far rimanere a bocca aperta gli astanti sotto al palco: nel complesso direi che come intro ci sono pesantemente riusciti, dando libero sfogo alla loro estroversia, soprattutto slowhand, che con quell'assolo così lungo, contorto e tecnico al tempo stesso, sforna una delle migliori performance che l'orecchio abbia mai avuto il piacere di ascoltare. 

Politician

Dopo sette minuti di strumentale, è arrivata l'ora di dichiarare la tregua e riprendere il canto per portare a termine I'm so glad e continuare il concerto. Politician è un brano composto da Jack Bruce e J. Brown, dal chiaro sapore blues. Esso è uno dei brani più riusciti della band, coverizzato più e più volte da vari artisti, fino a diventare  un classico del blues "moderno". Politician rispetta tutti i canoni del blues classico e in gran parte consta di un duetto ritmico tra Bruce e Baker, con Clapton che rimane sullo sfondo durante le strofe, per poi emergere nelle sezioni strumentali che si ineterpongono tra le parti cantate. Nella recensione sullo studio album da cui è estratto, abbiamo detto che questo brano risultava piuttosto lento, fangoso, difficile da digerire per chiunque, con la sola eccezione, forse, dei bassisti, che non possono non apprezzare lo stile di colui che ha trasformato uno strumento ritenuto di "accompagnamento" in un una figura solista. Questo è vero anche durante il live, dove anzi questa sensazione di viscosità risulta persino amplificata , rispetto alla versione studio. Tuttavia, bisogna ammettere che per quanto sia pesante, il commento musicale è perfettamente aderente al testo. La lirica infatti dipinge la figura di un viscido politico, invischiato in situzioni poco chiare, che non si fa alcun scrupolo a sfruttare il suo potere e la sua posizione sociale per ottenere ciò che vuole, che si tratti di una donna o di affari illeciti, fa poca differenza.  Nella versione live Clapton non brilla troppo, anzi resta un po' in disparte, lasciando che i suoi compagni diano vita al blues fangoso e a tratti angosciante che contraddistingue Politician . Un classico delle blue notes che i nostri ci danno in pasto senza preoccuparsi troppo; alla fine, come abbiamo avuto modo di constatare anche in sede studio, la canzone non brilla certo per composizione, nè tantomeno risulta essere appetibile a tutti quanti. Quel sound così impastato farebbe fuggire non poca gente; come ogni regola che si rispetti però, anche questa ha la sua enorme eccezione, ed in un calderone così ampio, c'è spazio anche per elementi che certamente non vanno scartati. In primis l'assoluta cristallinità dell'esecuzione; come era accaduto per il brano precedente infatti, i nostri tre inglesi danno sfoggio della loro abilità suonando in una maniera unica, senza sbavature o intoppi, fatta eccezione per quel "minestrone" di cacofonia che già si udiva nella versione classica. Sembra quasi, ed alla fine quando ascoltiamo brani live riversati su disco è la cosa più essenziale, di trovarsi fra le migliaia di persone che affollavano la Royal Albert Hall quel giorno. Abbiamo la netta, nettissima sensazione di vederli accanto a noi che agitano le mani e le teste a tempo di questa ipnotica spirale blues psichedelica. Sentiamo il calore del loro applauso alla fine dell'esecuzione, una cascata di fischi di approvazione che ben corona un sogno anche se breve; quello di riuscire a mettere insieme un gruppo che rimarrà nella storia per tutta la vita, e da quel che possiamo sentire, il progetto è stato ampiamente compiuto.

Sitting on Top of the World

La terza traccia del disco è ancora una volta un vecchio brano:  Sitting on Top of the World (Sedendo Sulla Cima Del Mondo), scritta da C. Burnett, in cui i tre musicisti eseguono un "nodoso" blues di Howlin' Wolf, classicissimo. Con questa traccia Clapton assume il ruolo di fine esecutore, facendo risaltare la sua abilità di Clapton. Tuttavia, come abbiamo più volte ribadito, questo brano non mette in rialto solo la maestria del chitarrista inglese, ma anche il divario che c'è tra lui e i suoi compagni. Il  modo di vedere, interpretare e elaborare la musica è totalmente diverso per ognuno dei componenti e questo non può che riflettersi anche sulle loro composizioni. Come ogni blues che si rispetti, anche in Sitting on Top of the World la chitarra e la voce primeggiano su tutto il resto, sebbene Bruce non si faccia da parte neanche in quest'occasione e usi il suo basso per dare più sostanza al brano e legare insieme le varie sezioni che lo compongono. Il testo parla di una relazione finita. Una sorta di continuo " Sto bene, non preoccuparti" in risposta a un amico che cerca di capire come hai preso la fine della storia. Letteralmente dice " Se ne è andata, ma non preoccuparti, sono in cima al mondo", come a dire " si, ok è finita, magari non sto benissimo, ma non ho perso tutto". Sicuramente un'altra delle tracce più interessanti di tutto l'album, per quanto giovi alla stessa che la base da cui viene estrapolata sia ottima. Tuttavia, come abbiamo detto, emerge in maniera abbastanza pesante l'incrinatura che si stava sempre più allargando fra i tre; questo piccolo appunto ce lo eravamo già fatto durante l'introduzione. Eric non ha mai composto molto nella sua vita (salvo comunque eccezioni di grande fattura), ha sempre preferito giocare con la musica, prendere brani scritti da qualcun altro e farli suoi in men che non si dica, sfoggiando il suo enorme talento di chitarrista. Il suo modo di vedere la musica è imbracciare la chitarra ed andare avanti, un po' come faceva anche Jimi stesso, a differenza di Hendrix però, la cui enorme abilità riusciva ad esprimersi anche in brani usciti ad hoc dalla sua testa, Eric ha sempre avuto dei consistenti limiti a cui dover fare fronte. Rimane comunque una discreta canzone; disegni astrali che si intrecciano con la magia delle blue notes, disegnando articolati e pressoché contorte immagini, che allo stesso tempo però rimangono ben piantate nella nostra testa senza andarsene mai. 

Badge

Badge(Segno) si apre con le plettrate ritmichedi clapton, accompagnate dal basso di Jack Bruce. Essa ha un ritmo lento, un misto tra blues e  soul, ma un'atmosfera generale decisamente più leggera rispetto alle canzoni che l'hanno preceduta. Questa traccia non è considerata una delle migliori creazioni del trio e certamente ha poco a che vedere con capolavori come Sunshine of Your Love o White Room , tuttavia contiene i semi di quella miscela perfetta tra ritmo, canto melodico e  soli di chitarre emozionanti, che diventeranno qualchge anno dopo gli ingredienti fondamentali e imprescindibili per una bella ballad glam, ma anche del progressive. Ovviamente sono solo i germogli di quello che poi verrà ripreso e ampliato nei decenni successivi, non è possibile riconoscere le strutture tipiche dei generi da noi citati. Badge è una sorta di nostalgica canzone d'amore, che ripercorre il ricordo di una donna amata , probabilmente la moglie o comunque la madre dei suoi figli. Infatti, ripensando a lei ( o restando più aderenti al testo, mentre parla con lei) le racconta cosa ne è stato dei loro figli, cosa hanno fatto e come stanno e anche di quello che succede intorno a lui, nei luoghi in cui sono stati insieme. Da un punto di vista strumentale, non c'è molto da dire su questa traccia. Essa scorre tranquilla, senza stravolgimenti. Ogni tanto emerge Clapton con i suoi soli leggiadri, che l'hanno reso tanto famoso, ma per il resto Badge sembra essere il brano della tregua, nessuno emerge in modo particolare, nessuno primeggia: ognuno fa ciò che deve, senza uscire dal seminato. Quella che forse è la particolarità più interessante e bella di Badge, è la presenza di un quarto membro che ha suonato, in questo caso specifico, la chitarra ritmica per tutta la durata dell'esecuzione. Accreditato sul disco originale come "L'Angelo Misterioso", un nome che già di per sè fa suscitare sentimenti di un certo tipo nella nostra testa, si è scoperto poi ufficialmente che l'angelo altri non è che una vera e propria leggenda vivente nel mondo della musica Rock, il grandissimo George Harrison. Considerato all'unanimità come uno dei migliori compositori che il mondo abbia mai sentito, l'ex Beatles, morto nel 2001, viene reputato come la vera e propria anima dei Baronetti di Liverpoool. George fu capace di dare quella spinta enorme al sound dei Beatles, portandolo nell'iperspazio e generando un fenomeno culturale di massa che ancora oggi permane, dopo 50 anni di storia quasi. In questo caso specifico però, gli amici Cream chiesero ad Harrison di imbracciare la chitarra di accompagnamento (scelta dettata probabilmente dal fatto che Eric non avrebbe mai accettato di non suonare la sua amata Fender in versione solista, il suo ego lo ha sempre preceduto), dando quel tocco in più ad un brano così "normale" alla fine. Tolto questo dunque, il pezzo in sè non risulta essere così geniale come molte altre produzioni firmate dalla band, ma si lascia ampiamente ascoltare dall'inizio alla fine senza intoppi.

Doing that Scrapyard Things

Doing that Scrapyard Things Questa traccia si apre con un intro corale e pochi accordi al pianoforte. Ha un testo surreale, metaforico, astratto, quasi come se fosse dettato da un trip. La lirica infatti associa cose apparentemente slegate tra loro, senza alcun filo conduttore logico che le lega. In tal senso possiamo ipotizzare che sia un testo scritto sull'onda dei ricordi di infanzia, un pensiero che scorre libero saltando da un ricordo a una altro passando da un pianoforte regalato, ai giochi nella casa sull'albero, fino al lago preferito, luogo quasi magico nella sua visione nostalgica.  Tra un verso e l'altro possiamo ascoltare brevi parentesi strumentali, in cui torna a farsi sentire anche l'organo. Quando riprende la lirica , fantasia e realtà si intrecciano di nuovo, mentre l'autore passa dal modellino di una fabbrica, al ricordo di una relazione e di come lui abbia fatto di tutto per conquistare la sua donna. Poi come era iniziata la traccia termina, defluendo impercettibilmente verso l'ultima traccia del disco. I componenti del gruppo qui riducono la musica all'osso, concentrandosi particolarmente sulle sensazioni che può trasmettere il testo ed il suo carico di emozioni così contrastanti. Persino Eric mette a tacere la propria sei corde per un attimo, cercando di dare libero sfogo di interpretazione alle parole, e non "schiacciando" tutto con la pesantezza della sua sei corde, che è sempre stata così presente all'interno delle canzoni. Se la guardiamo da un certo punto di vista però, la canzone risulta essere come l'emblema di ciò che i Cream stavano attraversando in quel periodo, l'ultimo, della loro carriera. I continui litigi, le incomprensioni, i soldi che entravano e venivano sempre divisi male (secondo i membri), Jack Bruce ed Eric che ormai non si potevano più vedere, ed il pover Ginger che cercava, suo malgrado, di fare da pacere all'interno di questo caos. Il risultato si legge in ogni traccia "inedita" di questo ultimo LP, dove fatta eccezione per pochi, pochissimi elementi, se dovessimo valutare l'album solo sulla sua seconda parte, probabilmente non raggiungerebbe la sufficienza piena. Tuttavia, come sempre, niente si cestina mai fino in fondo, ed anche questa Doing ha qualcosa da salvare; sicuramente le parti di pianoforte sono ben eseguite, ed il sound generale ne giova senza problemi, dato che è uno strumento che la band non ha mai utilizzato molto spesso. Allo stesso tempo emerge anche la pulizia del mixing, che rende il suono pulito ed omogeneo, per quanto scarno, ed in seconda battuta sottolineiamo anche le grandi spazzolate di Baker, che ormai si attesta come uno dei migliori batteristi di sempre. 

What A Bringdown

What A Bringdown L'ultima traccia di questo quarto disco viene aperta da un gioco di batteria e organo, che ci portano verso l'inizio del canto. Ancora una volta il testo  sembra non avere senso: essa di apre parlando di un uomo cresciuto all'estremo Nord, passando per il miracolo di una nuova vita, Nel mezzo compaio scene incomprensibili, foglie di thè vengono affiancate a immagini di strade e di relazioni passate e future. Nel corso delle strofe, il canto viene accompagnato quasi esclusivamente dalla chitarra, semiacustica di Clapton, mentre le parti strumentali risultano ritmiche , scandite come una marcia o forse più una corsa , con le plettrate decise di Clapton, la batteria, i piatti, i timpani di Baker che duettano con il basso di Bruce e l'organo che ci dona quello che forse è l'unico spunto melodico di questa traccia. Il quarto e ultimo disco dei Cream venne rilasciato nel 1969, racchiuso da una copertina che riportava la foto dei tre musicisti vestiti con uno smocking perlaceo, in una posizione che ricorda quella assunta dai ballerini di tip tap alla fine della loro esibizione. Un brano davvero particolare questo, che ormai mentre parliamo della musica dei Cream sta diventando quasi un termine abusato; nel complesso una canzone quasi banale, accompagnata da quei giri di chitarra acustica che ne disegnano alcune delle linee fondamentali. Ma anche qui, come era accaduto per Badge, abbiamo una significativa collaborazione con un artista di fama internazionale; nello specifico parliamo di Felix Pappalardi, musicista italo-americano divenuto famoso per due cose, essere stato ucciso dalla moglie, ed aver prodotto i primi tre album dei Cream. Ebbene si, Felix fu il produttore dei primi tre dischi del gruppo, e se vogliamo anche l'ideatore di quel sound così particolare. Come sappiamo il trio venne messo insieme per macinare soldi come se non ci fosse un domani, e Pappalardi diede il suo enorme contributo alla causa. Passato poi ai grandissimi Mountain insieme a Leslie West, dove si diletterà col suo basso fino alla prematura morte avvenuta per mano di Gail Pappalardi, sua moglie, il 17 Aprile del 1983 per questioni di gelosia (Gail era stata anche l'autrice di tutte le copertine dei Mountain, compresa quella di Climbing! esordio della band che gli valse lo status immortale grazie alla celebre Mississipi Queen). In questa canzone Felix "aiuta" i cream suonando alcune parti di pianoforte, ed il mellotron, uno stanissimo strumento inventato alla fine degli anni sessanta e pensato per riprodurre i suoni di una orchestra o voci umane. Celebre è la sua apparizione nei primissimi secondi di Strawberry Fields Forever dei Beatles, quando ancora era semisconosciuto, e suonato da un giovanissimo Paul McCartney.

Conclusioni

Sull'immagine campeggia il titolo dell'album, scritto con una grafica che richiama le insegne luminose dei locali, il tutto su sfondo nero. Goodbye tutto sommato è un buon album , anche se rende evidente tutte le "debolezze" della band . Infatti, le tracce inedite sono povere di contenuti, a tratti sono anche abbastanza banali. Esse trovano una loro ragione di essere solo attraverso la musica, che seppur di rado, ogni tanto regala qualche piccola gioia. Le tracce live, invece, si differenziano dalla loro versione studio, esclusivamente per la lunghezza delle parti strumentali che, seppur esaltanti e magistralmente eseguite, risultano pesanti, esagerate e rendono evidente l'incompatibilità dei tre musicisti. Nessuno di loro infatti accetta l'idea di mettersi da parte, ognuno di loro vuole emergere e primeggiare sugli altri, così che I'm so Glad passa dai tre minuti standard a ben quindici minuti, tredici dei quali sono strumentali e vedono l'alternarsi dei tre in soli mozzafiato , ma che hanno poco a che fare l'uno con l'altro. Goodbye non è un album molto conosciuto, né molto amato, e leggendo quello che abbiamo scritto, non è difficile capirne il motivo. Goodbye è l'album dell'addio, delle divisioni, di un castello diroccato fatto di speranze andate in fumo, un modo per guadagnare gli ultimi soldi con gli ultimi brani inediti rimasti nel cassetto. Esso è un disco che rende più che mai evidente il motivo della separazione: l'unico che sa scrivere testi e canzoni, che accontentino un po' tutti è Jack Bruce, lui scrive, canta, suona , il 90% del materiale dei Cream è farina del suo sacco, lui ne è consapevole e non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Ginger Baker sa comporre, suona il jazz come pochi altri batteristi dell'epoca sanno fare, ma la diplomazia non è il suo forte, soprattutto con il bassista. Quanto a Clapton, beh, lui è un esecutore eccezionale, lo sappiamo, ma comporre non è il suo forte, il jazz non gli interessa, lui ama alla follia il blues ed è esattamente questo che vuole fare: blues, il più classico possibile, senza sperimentare,senza variare una sola virgola rispetto al classico copione. Questo cocktail esplosivo di incomprensioni e interessi molto diversi è chiaramente avvertibile in Goodbye, così come l'incapacità dei tre di comporre qualcosa che funzioni, insieme, come una vera band. Il progetto era quello di riunire sotto la medesima ala tre artisti di calibro eccezionale; ed i primi esperimenti Fresh Cream, culminati poi in Disraeli, certamente avevano fatto ben sperare tutti quanti. Alla fine però, mettere tre galli in un unico pollaio, non si è rivelata una grandissima idea, e questo album ne è la prova definitiva; se nei dischi precedenti infatti continuava comunque a permanere una sorta di rispetto fra i componenti, che si, cercavano sempre di spaccarsi le ossa fra loro, ma almeno riconoscevano le rispettive abilità, qui invece abbiamo una sola parola per definire il tutto, stanchezza. I nostri probabilmente non avevano voglia di comporre questo ultimo album, ritenendo forse di aver detto tutto in Wheels Of Fire. La pressione della label però, del produttore e di tutti coloro che ruotavano attorno ai Cream fecero si che questo benedetto ultimo album "s'avesse da fare"; riuscirono a malapena a comporre tre brani (che potevano essere benissimo materiale scartato dagli altri dischi per quanto ne sappiamo), ed il tutto venne accorpato alle tracce live, per spremere quella ultima goccia di successo che si sperava ci fosse ancora. Tuttavia è pur sempre un buon album, certo non è eccezionale , ma vale la pena di ascoltarlo, anche solo per apprezzare le idee che verranno riprese da altri gruppi più avanti e daranno vita a nuovi generi.

1) I'm so Glad
2) Politician
3) Sitting on Top of the World
4) Badge
5) Doing that Scrapyard Things
6) What A Bringdown
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