COMANIAC

Return to the Wasteland

2015 - Autoprodotto

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
10/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

La Svizzera, si sa, è un paese che ha avuto la fortuna di partorire band di un certo valore le quali in qualche modo, chi più chi meno, hanno contribuito sensibilmente ad alzare il livello qualitativo della scena internazionale. Band del calibro di Hellhammer, Celtic Frost e Triptykon (per citare le tre creature di Tom Warrior), Coroner, Samael, Sybreed, o i più orecchiabili ma sempre “tosti” Krokus Gotthard, sono alcuni dei gruppi più importanti della nazione crociata, band che hanno fatto la storia del metal o che tutt’oggi la stanno scrivendo, conquistando le nuove generazioni. Avendo delineato dunque il panorama, è bene definire quale sarà la nostra meta: il nostro viaggio nella terra più neutrale per antonomasia ci porta infatti ad Aarau, città capitale del cantone di Argovia. E' qui che nascono i giovanissimi Comaniac, band dedita ad un thrash metal nudo e crudo che trova tra le proprie influenze pilastri come Sepultura, i connazionali Coroner e colossi americani come gli Overkill. I nostri giovani “maniaci” nascono nel 2010 per volontà del cantante e chitarrista Jonas Schmid e del batterista Cédric Iseli. Inizialmente, avvengono le prime jam session e qualche idea è già nell'aria, ma la line-up viene completata nell'estate del 2012 con l'ingresso alla chitarra solista di Dominic Blum e dal bassista Raymond Weibel. Stabilizzato il discorso “formazione”, i nostri cominciano a buttar giù le loro idee in una stalla adibita a sala prove, idee che sfoceranno poi nella registrazione di un primo demo, intitolato “Demo Cowshed”, ed in pochissimo tempo si ritrovano on stage per far conoscere la loro musica, evidenziando un'attitudine live non certo indifferente. Nel dicembre dello stesso anno decidono di fare sul serio, e dopo aver trovato finalmente una sala prove professionale, decidono che è giunto il momento di uscire con un altro demo, questa voltaintitolato “Tumor Troop”, che però vede la luce nell'estate del 2013. “Ritardo” indolore, dato che questo lavoro viene apprezzato e riconosciuto sia a livello nazionale che dalla stampa internazionale. Verso la fine dell'anno accumulano moltissima esperienza dal vivo, in modo da far conoscere la loro proposta ad un pubblico più vasto possibile. I riscontri sono sempre maggiori ed allora i nostri decidono di fare il grande passo, e dopo aver registrato alla fine del 2014 un nuovo brano, “Killing Tendency”, iniziano le registrazioni vere e proprie per il debut intitolato Return to the Wasteland, pronto per essere pubblicato agli inizi del 2015. Il disco viene prodotto dalla stessa band e come detto, si configura a livello di proposta musicale come un thrash senza troppi compromessi, dotato di una carica e di un entusiasmo che purtroppo troppe giovani band tendono a non avere (in pochi, pur di suonare, arriverebbero ad adibire una stalla a sala prove, questo è più che certo. La voglia di fare e di proporsi ad ogni costo è tutta dalla loro parte!). La passione e l’attitudine per questo tipo di musica si percepiscono chiaramente man mano che si ascolta il disco il quale, pur non brillando certo per originalità, riesce a trasmettere la carica giusta e coinvolge positivamente l'ascoltatore. Analizziamo quindi queste dieci tracce e vediamo di che pasta sono fatti i Comaniac.



1,2, Rage apre le danze con tre colpi di batteria e pedale, che vengono raggiunti inizialmente da una chitarra distorta al punto giusto, la quale si velocizza quasi immediatamente con un bel riff tagliente che viene smorzato da un solo di basso che dà il via effettivo alla song. La cosa che colpisce nell'immediato è il cantato di Jonas che risulta essere proprio “maniacale” (del resto, dato il nome della band, la cosa è più che pisitiva), urlato e quasi schizofrenico. Il ritornello è eseguito molto bene con un paio di pause violente e risulta accattivante e ben eseguito. Una breve strofa viene eseguita inizialmente con una ritmica incalzante, ma che in seguito rallenta un attimo per introdurre ancora una volta il chorus il quale, una volta terminato, è seguito da un riffing molto bello e potente, che ci lascia piacevolmente colpiti ed al contempo strizza l'occhio alle rasoiate presenti in “Kill'em All” dei Metallica; il tutto è presto raggiunto alla grande dal batterista, ed è un vero peccato che questo momento duri troppo poco perché un leggero dilungarsi sarebbe stato estremamente devastante ed ancora più importante per l’economia del pezzo. Un altro ritornello sempre bello accattivante unito a qualche colpo di pedale preludono un solo di chitarra non particolarmente elaborato ma che si staglia nei tipici canoni del genere. Il ritmo questa volta è lento e claustrofobico, si distinguono molto bene gli strumenti e si capisce benissimo che i nostri svizzeri in quanto a tecnica ci sanno fare. Un assolo assassino accoglie il ritornello che viene eseguito a folle velocità ed il brano si conclude con un urlo agghiacciante che mette la parola fine ad un primo ed ottimo biglietto da visita. “Mondo cieco, fede cieca, l'ignoranza decide il nostro stile di vita e il nostro diritto di morire” è purtroppo risaputo che l'ignoranza influisce negativamente sul nostro stile di vita e condiziona inesorabilmente il nostro modo di morire. “Un dannato maniaco, lei non guarda indietro, vuole scappare da questa tortura ed ha bisogno di tutta la rabbia”: qui è la protagonista raffigurata in copertina che cerca di sfuggire a tutti i costi dal suo persecutore, ed è disposta a tutto pur di farlo. Ma una volta oltrepassata la barriera, cosa troverà? Troverà la salvezza, oppure un mondo abbandonato a se stesso per colpa dell'ignoranza umana, popolato dagli aguzzini come quello che ora la tormenta? Si, perché dentro ognuno di noi risiede una parte malata ed oscura, e non chiamatela subitamente “istinto omicida”, è semplicemente il lato nascosto di ogni essere umano, un lato tenta di prendere il sopravvento, ma solo chi ha capacità e la ragione di sapersi controllare riuscirà a tenerlo a freno, mentre gli altri diventeranno carnefici, dispensatori di gesta inumane e impensabili. La “rabbia” deve essere dunque indirizzata verso il bene e l’istinto di sopravvivenza, non certo verso i deboli o la prevaricazione del prossimo. “Rompere queste catene ed uscire”, catene dalle quali siamo imprigionati dal nostro aguzzino ma metaforicamente parlando siamo ogni giorno legati a qualcosa da cui vorremmo scappare, schiavi della nostra routine, schiavi dei media e di tutte quelle cose e situazioni delle quali potremmo e vorremmo fare a meno, ma che in un modo o nell'altro ci risucchiano inesorabilmente nelle loro spire diaboliche. Secret Seed” parte lenta e quasi angosciante, con chitarra e batteria sugli scudi che quasi nell'immediato accelerano per introdurre il cantato che risulta sempre essere graffiante e malato. Tra accelerazioni e violenti rallentamenti, scivola via una prima strofa ben strutturata musicalmente. La sezione ritmica avanza in solitaria e un assolo di classico stampo thrash si fa avanti senza indugio, a tutto questo segue una parte strumentale abbastanza personale e di discreto fascino. Il ritornello è un susseguirsi di voci che si inseguono e si cercano ripetutamente, generando una sorta di caos che però risulta vincente, un caos che dona un tocco di schizofrenia generale e che tende a dare una marcata personalità al brano. Si prosegue su canoni piuttosto standard con una ritmica sostenuta ma al contempo mai fuori dagli schemi, per poi accelerare ulteriormente e rallentare nuovamente a favore di un altro solo chitarristico; sentiamo un sottofondo vocale che piano piano cresce di intensità e volume, e chiude una seconda traccia piuttosto lineare e non troppo elaborata che comunque evidenzia una buona tecnica di base e una preparazione non indifferente da parte dei nostri musicisti. “Troppo tardi per urlare, quando voi vedete cosa accade.. non c'è tempo da perdere”: in certe circostanze ci si rende conto troppo tardi di quello che sta effettivamente succedendo, e allora diventa tardi per gridare aiuto, perché ormai è tutto finito. “Cosa vuole da me?”, sempre tormentata da questo maniaco la nostra protagonista si chiede cosa possa mai volere da lei e cerca di farsi sentire in modo che qualcuno la aiuti. Sa benissimo però che ormai è troppo tardi e allora le scelte sono due: o soccombere alle richieste e alle torture del delinquente o cerca una via di fuga e provare a sfuggirgli, consapevole che se verrà scoperta, la sua vita potrebbe finire forse prima del tempo. Anche in questo caso potremmo leggere tra le righe, pensando forse che anche nella vita di tutti i giorni siamo messi dinnanzi a questa scelta: se vogliamo, possiamo sfuggire a tutte le ingiustizie ed i soprusi che in un modo o nell'altro subiamo quotidianamente, sta a noi però decidere se continuare a vivere in questo modo o fuggire lasciandoci alle spalle tutto quello che ci ha accompagnato nella vita di tutti i giorni, rischiando comunque moltissimo. La terza traccia, Cut Throat”, viene aperta da un arpeggio molto delicato che viene presto raggiunto da Iseli, il quale ne accompagna l'esecuzione. Non fatevi ingannare, però, perché la distorsione arriva, sempre lenta, ma il risultato è altamente “oscuro” e nuovamente porta sul tutto un alone di cattiveria. Improvvisamente, dopo una leggera pausa, i nostri ripartono inizialmente forte ma rallentano nuovamente, e Jonas inizia a cantare questa volta in modo molto più controllato e meno malato, ed il risultato è vincente, dato che punta molto sull'espressività piuttosto che sull'impatto vero e proprio. Il chorus è piuttosto piacevole, ma non memorabile, dove torna la voce cattiva di cui sentivamo la mancanza (anche se comunque siamo stati in ottima compagnia, data la versatilità mostrata da Jonas in precedenza), e dopo un'altra strofa, il ritmo rallenta vistosamente ed un altro arpeggio la fa da padrone; possiamo sentire le due chitarre intrecciarsi in un avvolgente frangente musicale per poi lasciarsi andare in un assolo molto bello ma di breve durata. La strofa seguente segue per filo e per segno la precedente con un'esplosione di piatti e tamburi che rimbombano efficacemente nelle orecchie, ed il singer che urla letteralmente, per poi lasciare spazio ai compagni. L'ultimo atto è interamente musicale, spezzato solo dalle ultime grida del cantante che sanciscono la fine del brano. Diciamo che la song in questione è strutturata piuttosto bene ma forse è un po' troppo fine a se stessa: gode comunque, anche in questo caso, di qualche soluzione vincente che non la fa sfigurare affatto con il resto dell'ascolto. “Amico di giorno, e ti pugnala di notte”, in questa frase purtroppo è racchiusa una triste verità: molte volte ci fidiamo ciecamente di persone che crediamo nostri amici, magari confidiamo loro cose che non diremmo a nessuno con la sicurezza che loro ci capiscano, ci confortino e ci aiutino nei momenti di difficoltà. Ma una volta gettata la maschera, ecco che colui che credevamo un fratello si rivela un voltafaccia pronto ad approfittarsi dei nostri problemi e quindi dei nostri momenti di debolezza, pugnalandoci alle spalle. Una volta scoperto, la delusione è talmente grande da farci cadere nello sconforto più profondo. “Ho perso ogni fiducia in voi, godetevi il mio dolore” ormai non possiamo più fidarci di nessuno ed allora, per assurdo, auguriamo al nostro ormai nemico di godersi tutto il nostro dolore, di ridere di noi e di prenderci anche in giro, tanto ormai quel che fatto è fatto e non si può tornare indietro. Ma ricordate tutti che la ruota gira, e prima o poi avremo la nostra vendetta. La quarta track,  “Fist of Friends”, inizia lenta e marziale, con chitarra ritmica e batteria che si accompagnano a vicenda, per poi lasciare spazio immediatamente ad un breve assolo eseguito da Dominic, che con il supporto dei compagni strumentisti segna un inizio decisamente “catchy” per questo brano. Schmid entra in scena in maniera decisamente più controllata rispetto alle song precedenti e risulta meno aggressivo, ma non per questo meno incisivo. La strofa procede senza stravolgimenti, con una sezione ritmica sugli scudi che macina note e riff precisi ed accattivanti, e la batteria che ad un certo punto alterna sapientemente il trio charleston-rullante-pedale dando una leggera variazione al brano tutto, che altrimenti rischiava di risultare forse troppo anonimo. Il ritornello è alquanto coinvolgente e fila via liscio senza problemi, lascia spazio nell'immediato ad una bella parte strumentale non troppo potente che introduce anche in questo caso un assolo di chitarra che va sfumandosi a favore di colpi di tom da parte di Iseli, nonché a favore del basso che viene risaltato nella sua progressione. Un'altra bella e coinvolgente parte fatta di riff molto decisi e di sicuro fascino, e ci viene in contro ancora il cantante, con il chorus che viene riproposto per un'ultima volta. Il Nostro decide quindi di “abbandonare” i compagni per lasciarli concludere la song: il batterista in particolar modo alza il ritmo con una bella cavalcata di doppia cassa e piatti che esplodono violentemente. Sostanzialmente è un bel brano, che non ha la pretesa di essere violento o di colpire a tutti i costi l'ascoltatore, ma anzi punta molto sull'impatto quasi emotivo, dato che alcune parti risultano particolarmente coinvolgenti; è come trovarsi in apnea, e una volta conclusa la canzone riusciamo a trovare una bolla d'aria per poter respirare nuovamente. “Punizione, pugno dei tuoi amici dritto in faccia”, “Mangiare o essere mangiati, non esiste una scelta”: è un po' come nel regno animale, nel quale o sei preda o sei un predatore. In questo caso bisogna essere forti, più forti del nostro nemico/amico dato che non si fa scrupoli a voltarci le spalle ed a colpirci a tradimento, quindi dobbiamo avere la forza di lasciarci alle spalle il sentimento dell'amicizia assieme ai “bei ricordi”, perché alla minima esitazione saremo spacciati. Purtroppo al giorno d'oggi non è facile fidarsi di qualcuno e se quel qualcuno nel quale noi abbiamo riposto le nostre speranze, col quale abbiamo condiviso le gioie e i dolori di un'esistenza fatta di piacevole compagnia e conforto reciproco, e passato magari alcuni dei momenti più belli della nostra vita, si rivelasse (per colpa di quel “difetto” citato nell'ultima frase del testo, “L’ignoranza della razza umana”) una persona spregevole e diversa da come la conosciamo, allora dovremmo essere pronti a combattere senza esclusione di colpi, per difenderci. Certo c’è comunque da chiedersi il perché di questo cambiamento, e questo accanimento. Purtroppo la risposta è sempre una: ignoranza, è da li che parte tutto, è da li che si incrinano i rapporti anche quelli più speciali.. ma i ricordi di certi momenti non passeranno mai anche se vengono macchiati da certe situazioni. Killing Tendency”, quinta traccia del disco, parte un po' come la song precedente, ovvero non molto veloce e con un leggero assolo iniziale. Questa volta, però, l'ingresso del cantante è molto più violento e dopo una prima e veloce strofa cantata in maniera aggressiva, ci troviamo di fronte ad un ritornello molto bello e cantato a più voci per marcare il concetto di “tendenza omicida” (musicalmente parlando, of course!) che permea durante l'ascolto del brano. Al minuto 1:24 il ritmo sale vertiginosamente e un bell'assolo viene propinato con precisione chirurgica, oltre a preparare nuovamente una strofa di pari passo aggressiva, con rispettivo chorus che si ripete fino allo sfinimento, con le chitarre che si inseguono e una parte finale non esageratamente veloce. Si conclude qui questo breve brano, che al contrario del precedente tenta di puntare più sull'impatto sonoro. “Sono stati costretti a combattere con mazze e coltelli ma non c'è possibilità di sopravvivere, questo modo è così fottutamente malato”, questa che è l'ultima frase che viene recitata nella song, racchiude tutta la rabbia e la frustrazione dell'uomo. Siamo infatti costretti a combattere per sopravvivere in un mondo ormai contaminato e malato dalla cattiveria da noi stessi generata, e questa tendenza ad uccidere non è dettata dal fatto che bisogna per forza dimostrare di essere più forti per poter vivere, anzi, è solamente l’esatto prodotto della follia umana, che genera altra violenza, ovvero quella che si innesca per poter sopravvivere. E' purtroppo la causa di tutto il caos generato, che prima o poi si tramuterà in una mattanza senza fine, dove solo chi avrà la forza e il coraggio potrà sopravvivere. Si potrebbero effettivamente sistemare tutto, ma in questo caso bisognerebbe ammettere i propri errori e farsi un esame di coscienza per capire come in realtà stiano le cose e come si possa effettivamente vivere con semplicità senza fare del male al prossimo, perché le soluzioni ci sono e quella della violenza non certo quello giusta. Un assolo di basso altamente inquietante apre ..And There is no Job”, dove da lì a breve fanno la comparsa chitarra e batteria con una ritmica piuttosto lenta che si tramuta in un mid-tempo davvero di grande effetto, con qualche colpo di doppia cassa a dare risalto al tutto. La velocità aumenta con l'ingresso del vocalist che con aggressività controllata ci propina la prima strofa, dove sul finire assistiamo ad un nuovo rallentamento. Il cantato è quasi disperato e non eccessivamente aggressivo, ma rende bene l'idea di odio e disperazione che i nostri ragazzi vogliono trasmetterci. La chitarra ritmica, improvvisamente lasciata sola, ci spara un riffing tagliente e veloce e permette alla batteria di Iseli di scatenarsi con una breve rullata e una bella cavalcata di doppia cassa. Quando riparte a cantare, Jonas tira fuori tutta la furia di cui è capace, mentre la sezione ritmica si lascia andare in un momento di lentezza e di grande effetto, dove troviamo ancora una volta un grandissimo riff che ci fa saltare letteralmente dalla sedia talmente è ben impostato e di grande spessore. La voce diventa quasi sussurrata e le due sei corde si rincorrono per un breve momento, per poi frantumarsi dinanzi ad una esplosione di piatti che prelude un assolo piuttosto ben fatto ed elaborato, che evidenzia la padronanza tecnica del quartetto di Aarau. Il ritornello dal canto suo è molto angoscioso ma non troppo originale o elaborato, e va a chiudere uno dei brani migliori di tutto il lavoro. Il testo è fortemente influenzato dallo stato deprimente in cui si trovano molti paesi a causa di questa crisi soprattutto in ambito lavorativo. “Non c'è lavoro”, “Vado fuori strada e non importa quello che dite”, inutile sperare nelle parole che ci vengono dette dai politici o da chi per loro, raccontano favole sulla fantomatica “ripresa economica” che da un momento all'altro ci farà uscire dalla crisi, ma sono solo parole; la verità è che loro si arricchiscono sulle nostre spalle e noi povera gente siamo costretti a mantenere questa razza insulsa e senza sentimenti. “Sto elemosinando in ginocchio, non c'è speranza, sono stato licenziato”, questo è quello che può portare noi schiavi dei ricchi a fare: elemosinare per poter sopravvivere perché vivere è diventato impossibile. Come impossibile è diventato sperare in un aiuto da parte di chi professa fede e speranza stando comodamente adagiato su una poltrona, a decidere le sorti di un paese che lentamente sta andando alla deriva, incurante del fatto che la gente muore per strada e che è costretta a rubare per poter sfamare la propria famiglia. Ma a loro non importa, loro non andranno mai in miseria finché ci saremo noi a pagare. Se però un giorno ci rivolteremo contro di loro, allora non potranno permettersi di apostrofarci come delinquenti, perché i veri farabutti sono proprio loro. Solitude parte con una bella chitarra e colpi di cassa raggiunti da un buon suono di basso che ne decreta una bella ritmica e attende il cantato di Jonas, che torna ad essere maniacale e disperato. Un bel ritornello a più voci si fa strada verso una ritmica orecchiabile (ovviamente non nel senso commerciale del termine) che dà un tocco personale al brano. La seconda strofa troverà sicuramente i favori dell'ascoltatore, che apprezzerà la sua composizione e la sua esecuzione con un leggero cambio di velocità, e l'ingresso di un assolo altisonante ben eseguito ma piuttosto breve. La sezione ritmica fa il suo dovere mostrando una buona tecnica di base da parte dei nostri strumentisti, e quando torna la voce lacerante del singer ritroviamo ancora una volta il chorus davvero ben fatto ed eseguito, che lascia successivamente spazio ad una strumentazione bella corposa e pesante al punto giusto, dove trova un posto in prima fila un secondo assolo di notevole caratura che oltre ad evidenziare la professionalità e la preparazione di Dominic denota anche una padronanza strumentale non indifferente. La sezione strumentale si porta avanti per un bel minuto e mezzo per poi tornare sui canoni della song, che viene sul finale accelerata e urlata letteralmente dal frontman in maniera quasi esagerata. Trova spazio ancora una volta il ritornello, ed alla conclusione di quest'ultimo ci troviamo di fronte ancora una volta ad una parte strumentale incredibilmente d'effetto, da headbanging puro che fa letteralmente ritornare alla mente i gloriosi anni ‘80 con una struttura degna di quel tempo. Altro solo di Blum con doppia cassa a farne da sfondo ed i nostri vanno a terminare in dissolvenza un altro grande brano dal sapore un po' retrò ma al tempo stesso moderno ed incisivo. “Dolore, tutti sentono il mio dolore, la mia vita sta scivolando e i miei sogni diventano vani”, in certi momenti il dolore di ognuno di noi è talmente palpabile che viene percepito anche soltanto con uno sguardo; vediamo la nostra vita scorrere velocemente senza neppure aver una possibilità di realizzare i nostri sogni, quegli stessi sogni che avremmo voluto coltivare e che magari potevano per poco essere realizzati. Ma la società non ce lo permette e anzi, fa di tutto per poter rendere impossibile ogni nostro desiderio. “Lentamente mi sento marcire e capisco che il mio tempo è scaduto”, arriva inesorabile il momento della fine e guardandoci dietro, cosa ci rimane? Nulla di quello che abbiamo sognato ed iniziato a realizzare si è veramente materializzato, forse perché pensiamo di avere tutto il tempo che vogliamo a nostra disposizione, ma non è così; non sappiamo quando è il nostro momento per lasciare la vita e dobbiamo cercare di sfruttare il nostro tempo nel miglior modo possibile, perché quando arriverà il nostro momento rimpiangeremo quello che potevamo e non abbiamo potuto fare, spinti dall'ignoranza e dalla superficialità di cui siamo schiavi. “The Rake è l'ottava traccia di questo intenso lavoro e si apre con un arpeggio molto deprimente e dei rumori in sottofondo che ricordano una stazione ferroviaria, con tanto di urla di gente che aspetta il treno, probabilmente per sfuggire da qualcosa o qualcuno. Il ritmo si fa subito sostenuto e il cantato viene proposto come fosse registrato al contrario, ma si riprende subito con arguta ferocia da parte del singer che non si fa scrupoli a muoverci violenza con le sue urla disperate, sorretto da una sezione ritmica che lavora magistralmente per rendere la song incredibilmente incisiva. Tra rallentamenti e cambi repentini di velocità troviamo un buon ritornello eseguito piuttosto bene e di breve durata, che viene fermato da un giro di batteria classico ma che non stona affatto, che spezza brevemente la tensione recepita fino a questo momento. Altra strofa sparata senza indugio e altro giro di batteria che questa volta fa partire letteralmente gli strumenti, e dopo una breve interruzione da parte del cantante si riparte con un assolo piuttosto ben eseguito. Seguono accelerazioni non indifferenti, con doppia cassa e piatti che “volano” da ogni dove e chitarra che macina riff a ripetizione, riff che vanno a chiudere un'altra bella prova la quale va ad arricchire un disco sicuramente di ottima fattura. “Vivere e morire sono così vicini, ditemi qual è la vostra scelta, umiliazione è la vostra aspettativa”, la linea che separa la vita dalla morte è incredibilmente sottile ed in certi casi sta a noi se oltrepassarla oppure no. Il problema è che se si è costretti a scegliere inserendo nella “trattativa” il vivere una vita fatta di umiliazioni e di non riconoscenza, allora ci si trova davanti alla disperazione di aver magari perso tutto quello che si è creato, con sudore e fatica, ed allora ci si trova davanti ad un baratro dove basta anche solo un passo per finirci dentro. Avere la forza di reagire e di non compiere quel passo non è da tutti, ma non dobbiamo darla vinta alle persone che vogliono schiavizzarci, anzi dobbiamo cercare di onorare le nostre scelte e la nostra vita. “E' un diavolo sotto mentite spoglie”, “Traditore, peccatore ti introduce all'inferno” non crediamo a tutto quello che ci viene inculcato in testa da gente poco affidabile, perché saranno la nostra rovina e ci condurranno dritti all'inferno non solo quando moriremo, ma direttamente durante il nostro tempo “da vivi”. Vivremo e staremo male, la depressione avanzerà inesorabile e arriverà il momento che desidereremo farla finita una volta per tutte per colpa di chi ha voluto la nostra fine. Impariamo a ragionare con la nostra testa e riconoscere i nostri errori, e non fare quello che vogliono gli altri, perché il più delle volte guardano i loro interessi e non gli importa nulla di farci finire in miseria, e di conseguenza di porre fine alla nostra esistenza. Monster Final Creation è introdotta da un rumore radiofonico disturbato. Si ode di lì a poco un ordigno che si avvicina perentorio, e la sua deflagrazione fa partire il brano con una bella chitarra ritmica che tesse una bella tela musicale che coadiuvata dalla batteria risulta incredibilmente d'impatto. Vero che il ritmo è lento e tutto basato su mid-tempo, però è ben amalgamato ed omogeneo. La voce di Jonas si fa largo attraverso note penetranti e con la consueta rabbia ci riversa letteralmente addosso una prima strofa molto ben eseguita ed accattivante, dove la velocità sicuramente non la fa da padrone ma è elegantemente strutturata in modo da far scuotere la testa ripetutamente. Una pausa dettata dalla sola chitarra apre la strada a Dominic, il quale si intreccia perfettamente con i compagni e con note inizialmente quasi stonate dona profondità al brano, per poi lasciarsi andare ad un assolo non troppo elaborato. L'incedere della batteria con la sua lentezza caratterizzata da qualche colpo di doppia cassa sembra quasi uno schiacciasassi inarrestabile, e lo strumento continua imperterrito a macinare colpi su colpi senza mai accelerare o strafare. Nell'ultima parte di song un bell'assolo molto evocativo lascia spazio a rumori quasi industriali che chiudono un brano un po' atipico dal contesto di tutto il lavoro, ma che trova apprezzamento per la sua attitudine senza compromessi e per una particolare attenzione al non velocizzare inutilmente una canzone che altrimenti avrebbe perso quel “feeling” che è stato in grado invece di catturare. “Io sono il nuovo signore dell'umanità, Uranio il moderno padrone”, “Una fusione di scienza ed industria per un lavoro finale unico nella storia, ora sono diventato morte, distruttore dei mondi”. La stupidità e l'ignoranza dell'uomo non hanno mai fine. Pur di diventare potente, egli non si cura delle conseguenze portate da certi esperimenti o da certe sostanze pericolose. L'uranio uccide e questo è risaputo, ma viene usato continuamente a scopo militare sapendo benissimo della sua pericolosità. Il lavoro finale, come riporta il testo, unico nella storia, è un'arma a lento rilascio che non lascia scampo, ed è testimoniato dalle numerosi morti causate dalla sostanza stessa. Non esiste un rimedio, una volta contaminati non si ha praticamente scampo, e sono più i civili a morire dell’esercito nemico. Allora, perché viene utilizzato ancora? Semplicemente perché l'ignoranza è sempre alla base di tutte queste situazioni che provocano morte e sofferenza, ed inizialmente non ci si cura delle possibili conseguenze che possono provocare determinati esperimenti: solo dopo, quando ci si trova con le spalle al muro, allora ci rendiamo conto delle stupidaggini che ci vengono inculcate e che compiamo, ma come al solito ormai è troppo tardi e capiamo di aver dato in mano la nostra vita a persone senza scrupoli, mentre noi veniamo usati come cavie per le loro follie. Flakhead è l'ultima traccia di questo “Return to the Wasteland” e si apre con un colpo di batteria che ad intermittenza accompagna una chitarra dall'incedere potente e calibrato. Il cantato arriva immediatamente, mentre il ritmo si fa più sostenuto. Conclusa una prima strofa molto carica di groove, un breve assolo introduce una sezione ritmica che fa molto Megadeth prima maniera, e il ritornello fa capolino con una struttura molto convincente ed un accompagnamento bello corposo. Una parte strumentale che inizialmente viaggia su ritmi sostenuti viene bruscamente rallentata per poi ripartire con una bella dose di potenza controllata, che sfocia in ulteriore velocità da parte della chitarra ritmica, la quale anche in questo caso richiama i tempi gloriosi che furono. Un bell'assolo ci viene proposto per spezzare un po' il ritmo, mentre la band viaggia ininterrottamente verso il finale praticamente tutto strumentale che di fatti termina e chiude un disco decisamente ispirato e ben suonato. “Odio quelle persone patetiche, la loro vita è solo uno spreco e una perdita di tempo, è uno spreco di lotte, mi preparo per la mia caccia finale”: qui troviamo la frustrazione di chi evidentemente è stanco di quelle persone che pensano solo ad arricchirsi facendo combattere la gente tra di loro, solo per la sete di potere e manie di grandezza. E' giunto il tempo di imbracciare le armi e compiere la nostra vendetta, uniti finalmente e non più divisi da sciocchezze. Ormai da perdere non c'è più niente, e al diavolo la nostra vita a questo punto, se dobbiamo morire lo dobbiamo fare mandando al creatore questa gente a costo di venire uccisi noi stessi. Abbiamo una dignità e dobbiamo conservarla senza farci schiacciare da questi criminali. Un giorno finirà tutto questo e un giorno riavremo la nostra libertà, ma finché staremo al loro gioco allora non ci sarà speranza di cambiare qualcosa, e non dovremmo lamentarci se poi le cose non funzioneranno o se volgeranno al peggio.



Cosa dire di questi ragazzi, quindi? Sicuramente hanno sfornato un lavoro di ottima caratura e anche se alcune volte si sente molto l'influenza della vecchia scuola di matrice thrash, hanno l'attitudine giusta per poter far bene anche in futuro. La giovane età sicuramente aiuterà la band ad evolversi ulteriormente anche se la preparazione musicale dei nostri è già di per sé di buona fattura, sia a livello tecnico che a livello compositivo. Di strada ne hanno molta da fare e sicuramente la faranno, l'esperienza in ambito live sicuramente aiuterà ulteriormente il quartetto e se sapranno fare tesoro dell'esperienza ed affineranno ulteriormente il feeling tra di loro e con gli strumenti, allora potranno sicuramente farsi notare in un panorama non certo facile, continuamente sommerso da uscite di qualità, tuttavia molto spesso anche discutibile. Il disco è davvero bello e invoglia a farsi ascoltare più volte, soprattutto grazie a canzoni vincenti e coinvolgenti che i puristi del genere possono solo apprezzare. Nel complesso, questo primo lavoro è omogeneo e ben amalgamato, salvo forse un paio di tracce non troppo esaltanti, ma che comunque si integrano bene con il resto del lavoro. Una produzione un po' più massiccia forse avrebbe risaltato ulteriormente la potenza sonora proposta dai nostri svizzeri, ma nel complesso per essere il primo lavoro e per di più autoprodotto non c'è sicuramente da lamentarsi. Se volevano dare un'impronta “maniacale” al loro sound ci sono riusciti in pieno, complice un cantante che fa della schizofrenia vocale il proprio punto di forza. Attendiamoli quindi con il prossimo lavoro che dovrà essere quello della maturazione complessiva, sperando che qualche persona ben disposta in quanto a mezzi e capacità di investire in giovani band si accorga di loro. La tenacia dimostrata in questo frangente della loro ancora giovane carriera ha sicuramente dell'invidiabile, ma per realizzare dischi di qualità è comunque necessario mettersi nelle mani di professionisti del settore, che sapranno sicuramente come indirizzare al meglio i nostri, anche in fase di promozione e "caccia" di date live nelle quali i nostri dovranno necessariamente farsi le ossa per accrescere ancora di più la loro capacità di coinvolgere il pubblico. Dopo aver provato in una stalla ed aver inciso con le loro sole forze questo bel disco d'inizio carriera, direi che senza dubbio un minimo di luce sul palcoscenico gli spetta eccome.. i mezzi ci sono, speriamo solamente che i Nostri vengano messi sotto l'ala protettrice di chi potrà aiutarli a far maturare il loro potenziale. Nel frattempo in alto le corna e lasciatevi andare ad un headbanging furioso.


1) 1,2, Rage
2) Secret Seed
3) Cut Throat
4) Fist of Friends
5) Killing Tendency
6) ..And there is no job
7) Solitude
8) The Rake
9) Monster Final Creatio
10) Flakhead