COLLARS

Tracoma

2020 - Karma Conspiracy Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
01/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"Piaccia al cielo che il lettore, reso ardito e fatto momentaneamente feroce come ciò che legge, trovi, senza disorientarsi, il suo cammino scosceso e selvaggio, attraverso le paludi desolate di queste pagine scure e piene di veleno; poiché, a meno che egli non introduca nella sua lettura una logica rigorosa e una tensione di spirito simile almeno alla sua diffidenza, le emanazioni mortali di questo libro gli imbeveranno l'anima come l'acqua lo zucchero. Non è bene che tutti leggano le pagine che seguono. Pochi solo assaporeranno questo frutto senza pericolo. Di conseguenza, anima timorata, prima di penetrare oltre in simili lande inesplorate, dirigi i tuoi calcagni indietro e non in avanti".

Il buon Antonio Sechi di GOTRTV cita nientemeno che "I Canti di Maldaror" del Conte di Lautréamont, al secolo Isidore Ducasse, per introdurre la sua bella videorecensione di "Tracoma" (che vi consiglio caldamente di recuperare sul canale YouTube GOTRTV). E fa benissimo, a parer di chi scrive: non solo perché lo stesso Lautréamont viene richiamato nel titolo dell'ultima traccia del disco (una dichiarazione di intenti più che palese, aggiungerei), ma anche e soprattutto perché il debutto dei bolognesi Collars è uno dei pochi album in grado davvero di poter esprimere in musica l'epico e minaccioso tormento di quel capolavoro letterario del 1869. Lo si capisce già dalla splendida copertina: colori bui ed asfissianti, un casolare solitario, sperduto e abbandonato, sullo sfondo una tempesta in arrivo e quell'effetto vintage di filigrana e di "bruciatura" che dona all'immagine un tocco ancora più cupo e inquieto. Un'immagine che sembra quella di un olio su tela, dove la densità fumosa di quelle nuvole opprimenti rimanda da un lato alla ferale impetuosità della natura e dall'altro ad una sensazione di catarsi e di allucinata ricongiunzione alla natura stessa. "Tracoma" ci accoglie così, con un'inquietudine visiva che anticipa quella sonora e, ancor prima di inserire il disco nel lettore e premere play, avvertiamo già a pelle una forte sensazione di irrequietezza, un vago senso di malessere che si irradia sulla nostra psiche e non promette nulla di buono. E questo è bene. Un gran bene.

Ho conosciuto i Collars prima ancora che fossero i Collars, quando una sera, per puro caso, mi ritrovai a chiacchierare con il buon Alberto "Balbo" Balboni in quel di Bologna, durante uno dei miei primissimi concerti al Freakout Club nell'ormai lontana primavera del 2017. Fu in quell'occasione che conobbi la sua band, i Nadsat, e che iniziai a farmi largo a poco a poco tra la scena underground bolognese, vedendo più volte dal vivo band che prima avevo solo ascoltato su disco, come i Marnero, e scoprendone live delle altre che sarebbero rimaste scolpite nel mio cuore, come gli Hyperwulff. Gli Ornaments arrivarono in un secondo momento, quando sempre l'onnipresente Balbo mi fece conoscere il buon Enrico Baraldi, bassista della band e tecnico del suono presso il Vacuum Studio di Bologna (da cui erano uscite band come Dolpo e Carmona Retusa), per poi scoprire che altri due membri del combo (Alessandro e Davide) suonavano anche in uno di quegli antichi amori del mio periodo screamo che furono i The Death Of Anna Karenina. "Pneumologic" fu semplicemente amore al primo ascolto: gli Ornaments avevano infilato in quel dischetto del 2013 tutto quello che avevo sempre adorato nel post metal, dalle atmosfere più oscure e sciamaniche di "Aer" alle violente melodie emotive di "Galeno". Nel mentre, i Nadsat non erano da meno: riprendere il nome di quella lingua inventata da Burgess per il suo "Arancia Meccanica" mi sembrava una vera dichiarazione di intenti per quelle che poi si sono rivelate composizioni estremamente ispirate, tanto nel debutto "Crudo" (registrato con l'aiuto del Baraldi stesso) quanto nel successivo "Feral", sempre a metà strada tra gli umori più inquieti del noise rock e un nervosismo mathcore che non lasciava mai un attimo di tregua. Potete solo immaginare, quindi, come mi sono sentito quando ho saputo che queste due grandiose band, quali sono gli Ornaments e i Nadsat, si erano unite nella creazione di un nuovo progetto musicale ed erano al lavoro su un album che prometteva di travolgere le nostre sinapsi con tutta la passione e l'esperienza che questi musicisti avevano accumulato in anni e anni di ascolti, sudore e distorsioni. Erano nati i Collars, e non ce n'era più per nessuno.

Per avere "Tracoma" tra le mani, tuttavia, abbiamo dovuto aspettare un paio d'anni. I lavori di messa a punto della loro formula sonora erano iniziati già nel 2018 e nessuno, finora, si sarebbe immaginato che il loro debutto sarebbe uscito nel bel mezzo di una pandemia globale destinata a cancellare per molto tempo la parola "concerto" dal nostro vissuto e dalla nostra quotidianità. Ma ciò non significa che i nostri si siano persi d'animo e, seppur con tutte le precauzioni del caso, la promozione del disco è passata anche attraverso l'attività dal vivo, come il concerto di inizio autunno al Gozerian Sunday nello Spazio211 di Torino (locale a cui sono personalmente legato fin dai tempi in cui ci vidi dal vivo per la prima volta i Neurosis e gli Ufomammut). La dimensione live sembra tra l'altro essere l'habitat naturale per un suono come quello dei Collars, che fonda le sue radici sull'impatto devastante delle chitarre e della batteria, su atmosfere dense di epicità, su melodie dissonanti e su quel rigore chirurgico di derivazione mathcore che, alimentato da dosi massicce di brutalità, risulta ancora più efficace nel colpire a stilettate le orecchie di ogni incauto ascoltatore che decida di affrontarli. Ascoltare i Collars, come previsto, è come essere presi a sberle in faccia dai Nadsat in una stanza buia che gli Ornaments controllano dall'alto: un'esperienza sonora totalizzante, angosciante e meravigliosa.

Osmio

Citando Wikipedia: "L'osmio è un metallo duro, fragile, di color blu grigio o blu nerastro, che si usa in alcune leghe con il platino e l'iridio". Quale migliore presentazione per la musica della band? L'opener di "Tracoma" si presenta proprio così, come un brano ruvido e massiccio ma al contempo nervoso, pronto a rompersi da un momento all'altro, sullo sfondo di un cielo plumbeo che si incupisce sempre di più man mano che le sue nuvole si gonfiano riempendosi di pioggia e disperazione. Solo il tempo per Balboni di dare il tempo con le sue bacchette e terzine di accordi distorti irrompono sulla scena senza troppi complimenti, per poi evolversi in un mid-tempo cadenzato che catalizza completamente i nostri padiglioni auricolari neanche fosse un magnete al neodimio, e sostenuto dal rimbombo di una batteria che non smette di picchiare un attimo neanche per sbaglio. È così che, di primo acchito, le sonorità marce e violente che introducono "Osmio" in grande stile riportano alla mente un nome che è impossibile non citare per descrivere la musica dei Collars: quello degli svedesi Breach. Tomas Hallbom e compagni sembrano davvero aver influenzato lo stile del combo bolognese, a giudicare sia dall'impostazione con cui vengono costruiti i riff, sia dal sound di chitarra scabro, forte e denso di rozzume che viene sputato fuori dagli strumenti con arroganza, esattamente come faceva la band post-core di Luleå nei suoi lavori, in particolare i primi della sua carriera, come "Friction", "Outlines" e "It's Me God". I Collars appaiono subito abili nell'afferrare la materia post-core, infarcirla di cattiveria doom metal e renderla ancora più tesa, nervosa e pronta ad esplodere da un momento all'altro, attraverso riff ispirati che si destreggiano tra balletti post-rock di chitarra e basso e distorsioni di pura cattiveria sonica. Nella seconda parte del brano la lezione dei Breach sembra poi essere talmente ben compresa e assimilata che l'andamento di chitarra ritmica, reciso da una chitarra solista acida e dannatamente oscura, sembrano usciti fuori da una versione rivisitata e incattivita di "Curfew". E per un amante sfegatato dei Breach come il sottoscritto, non poteva esserci un biglietto da visita migliore per i Collars. Promossi.

Vertebra

Se c'è un motivo per cui adoro le band nate dall'incrocio tra altre band è per la loro peculiare capacità di mischiare le carte in tavola, prendere le migliori idee da una parte e dall'altra, per poi rimescolarle in qualcosa di nuovo e unico, che sappia integrare le migliori qualità delle band madri in un mix sapiente ed esplosivo. Così "Vertebra" inizia proprio come avrebbero fatto gli Ornaments, in modo pacato e squisitamente atmosferico, eppure attraverso una fisionomia decisamente diversa da quella post metal tipica della band di Baraldi, molto più inquieta, spigolosa e nervosa, come invece da tradizione per il noise di casa Nadsat. L'arpeggio di chitarra che introduce il brano sembra fatto di goccioline di pioggia acida che cadono giù a piccoli rovesci da un cielo uggioso, denso e nero che più nero non si può. Man mano che l'atmosfera prende forma, sostenuta dal rimbombo neurosisiano della seconda chitarra e dalla batteria secca e arida di Balboni, il brano si carica di una cattiveria sottesa che poi esplode, riprendendo l'arpeggio iniziale in una veste distorta e dannatamente irrequieta. Anche qui i Breach sembrano metterci lo zampino, ma la lentezza progressiva del brano e le atmosfere dense e sature richiamano più che altro ai toni oscuri dei Cult of Luna di "Vertikal" e "A Dawn To Fear". Le chitarre della coppia Gherardi/Malaguti non si fanno scrupoli nel travolgere di inquietudine l'ascoltatore, ipnotizzandolo con tutta la pesantezza delle loro più marcate influenze doom/sludge, e al contempo attraverso effetti di pedaliera che imbastardiscono il suono di venature quasi black metal, tanto da darci l'impressione di ascoltare uno screaming in sottofondo e chitarre che "cantano" (o meglio, urlano) nel vero senso della parola. "Vertebra" si dimostra quindi un brano di grande impatto e basato su meccaniche di post metal cadenzato e atmosferico che ricorda gli umori più aggressivi di band come Alaskan e What Mad Universe, ma in una veste decisamente più grezza e dalla forte attitudine in your face. Belle cose.

Spira

Lo spettro dei Breach aleggia prepotentemente nel primo minuto di "Spira": le chitarre entrano in scena portandosi appresso un'inquietudine che sembra presa di peso da "Kollapse", mentre la batteria regge il gioco e sostiene una ritmica ripetitiva e alquanto ossessiva. Ma è solo un'illusione: ben presto le melodie di chitarra prendono un'altra direzione, virando verso un post rock dalle tinte fosche che ricorda certi incubi dei God Is An Astronaut e degli If These Trees Could Talk più cupi. Si stende così una matassa sonora che cresce costantemente e con falsa lentezza; sebbene ascoltare sempre la stessa nota dia un'idea di ripetitività e di una costruzione che se la prende comoda, la tensione sotto è forte, tangibile, palpitante. Non ci vorrà molto infatti perché le distorsioni facciano il loro ingresso, e il riff portante esploda in faccia all'ascoltatore con tutta la sua più ruvida irruenza. Forti suggestioni doom irrompono nel post metal dei nostri, con una chitarra ritmica annichilente che se la gioca con la bestiale batteria di Balboni, mentre l'arrivo sulla scena di una seconda chitarra crea atmosfere malsane e genera un'armonia e un equilibrio tra gli strumenti totalmente al servizio della più bieca distruzione. Il bridge che segue è una pausa dalla tempesta, un riparo improvvisato e fortemente instabile, basato sul basso pulsante di Baraldi e che pesca a piene mani da un'azzeccata commistione sonora tra gli arpeggi inquieti degli Slint e gli umori neri dei Breach. Ma un così fragile riparo non può proteggere a lungo da un vento impetuoso che continua a sbattere sulle imposte e pretende di continuare la sua opera di distruzione; non ci vorrà molto affinché il basso ceda il passo a riff di chitarra sospesi tra accordi nervosi e saliscendi armonici dal forte impatto emotivo, che avviano così il brano verso una conclusione che alza ancora di più l'asticella dell'eccitazione auditiva. Il finale, dalle tinte quasi jazz fusion, ricorda parecchio la caotica instabilità degli Zu nel suo cercare di donare al pezzo una quadratura del cerchio ottimale, incanalando in un magma sonoro inconsulto il riff portante del brano verso la completa saturazione dell'aria e dei sensi. Non so se sia il caso di definire "Spira" la traccia migliore di "Tracoma", ma di certo è una delle più potenti ed emotive dell'intero album.

Livido

Poche note di chitarra e già la tensione diventa chiara, palpabile, assoluta. Come cumulonembi densi e carichi di pioggia che non aspettano altro di esplodere e riversarsi sulla terra, le schitarrate dei Collars strisciano lente e sinuose, senza dare alcuna certezza e, anzi, facendoci interrogare su cosa ci aspetterà dopo. La batteria di Balboni non può che coadiuvare queste sensazioni, con battiti discreti, soffusi e appena percettibili. L'atmosfera diventa sempre più carica e malsana, man mano che "Livido" si insinua nelle nostre orecchie, con un arpeggio tutt'altro che rassicurante che si adagia piano sopra il basso di Baraldi, come fosse un cadavere appoggiato dentro una bara. Non appena il riff distorto di Malaguti preme un po' più sull'acceleratore, ecco partire uno squisito balletto di chitarra, basso e batteria che ricorda degli Slint sotto anfetamine, prima che faccia il suo ingresso un ipnotico mid-tempo che prende i giri di basso degli Shellac, li imbastardisce con massicce dosi di Cult Of Luna e ci tiene compagnia sino alla ripresa dell'arpeggio iniziale, stavolta molto più di tensione che evolve in puro spleen in stato confusionale. "Livido" è probabilmente il brano più squisitamente post rock di "Tracoma", nonché quello che riesce a rendere al meglio le atmosfere instabili del combo bolognese e quel loro personalissimo concetto di "trasposizione in musica di un cielo nero pronto a trasformarsi in temporale da un momento all'altro". Perché questo è ciò che accade qui: l'intero brano non è stato altro che una lenta marcia funerea verso un totale stato di abbandono, magistralmente rappresentato dalla batteria irrequieta e nevrotica di Balboni, che alza su un polverone denso e fumoso che si insinua dappertutto, in ogni pertugio, finché una distorsione di chitarra annichilente e quasi black metal (tant'è che a tratti mi ha persino ricordato qualcosa di "Panzerfaust" dei Darkthrone) non arriva a mettere la parola fine nel modo più violento e decisivo possibile. Un attimo prima sei lì che ti fai cullare e l'attimo dopo ti sento confuso e smarrito, finché non perdi la strada di casa e ripiombi nel baratro. I Collars sono così, prendere o lasciare. Io prendo eccome, anzi: è proprio questa una delle caratteristiche che alle mie orecchie rende le loro composizioni così interessanti e ricche di fascino.

Cumuli

"Cumuli": mai nome fu più appropriato. Il quinto e penultimo brano di "Tracoma", infatti, inizia lento e ovattato, con un arpeggio che mi ha ricordato nemmeno troppo vagamente le atmosfere di "The Fire In Our Throw Will Beckon The Thaw" dei Pelican, disco che era realmente in grado di farti viaggiare con la mente verso orizzonti sconfinati, fatti di nuvole che si spostano dolcemente da una parte all'altra della stratosfera. Ma i Collars sono di tutt'altra pasta, non sono qui (solo) per farci sognare, ma per svegliarci dal nostro torpore e prenderci a randellate sulle gengive. Ci mettono ben poco le distorsioni della coppia Gherardi/Malaguti a travolgerci con straordinaria efficacia, attraverso ritmiche al fulmicotone, nervosi riff in palm-mute e disarmonie ragionate e create per confonderci e destabilizzarci. L'intera musica dei Collars, a dirla tutta, si fonda sull'instabilità e viene da essa plasmata, addensandosi in riff che si evolvono man mano dalla tensione iniziale verso vere e proprie esplosioni di rabbia e violenza, e la prima parte di "Cumuli" non è altro che un perfetto esempio di questa attitudine all'irrequietezza, di questo continuo e disturbante approccio che spinge l'ascoltatore e a star sempre sul chi va là, senza mai avere la certezza che quell'arpeggio così rassicurante non possa degenerare da un momento all'altro in armonie ben più inquietanti e in distorsioni annichilenti e totalizzanti. Anche qui, dopo aver assimilato le basi della lezione dei Breach, i Collars dimostrano di saperla amalgamare perfettamente a quelle costruzioni sonore che erano proprie dei Cult Of Luna di "The Beyond", dei loro andamenti marziali e delle loro atmosfere soffocanti. Eppure la personalità della band nostrana si discosta nettamente da quella dei loro cugini svedesi, perché essi, lungi dal soccombere a quelle matasse da loro stessi innalzate, come fin troppo spesso vuole la tradizione del post metal più ortodosso, preferiscono spezzare quel legame appena possibile, con violenza e senza rimorsi, forti di un'attitudine decisamente più punk e che risente di quelle influenze math-noise di cui i due membri dei Nadsat si fanno portatori. In un brano come "Cumuli" è ancora più evidente, infatti, quanto il sodalizio tra Ornaments e Nadsat abbia dato vita a una creatura capace di camminare con le proprie gambe, di non piegarsi semplicemente agli stilemi più classici del post metal, ma di imbastardirli con un approccio decisamente più diretto e di stampo rock. Motivo per cui, a differenza delle due band madri, i Collars risultano decisamente di difficile catalogazione; ed il bellissimo quanto disorientante finale di "Cumuli", costituito da un lungo e disarmonico arpeggio che ricorda degli Slint ancora più inquieti e confusi del solito, non fa altro che ricordarcelo. Una band che, ad ogni brano, diventa sempre più interessante, affascinante e ricca di bellissime sfaccettature.

Lautréamont

A detta del batterista Alberto Balboni, il titolo dell'ultima traccia dovrebbe essere stato scelto da Davide Gherardi, e posso dire che la cosa non mi sorprende per nulla. Il brano, infatti, sembra intriso fino al midollo di quella poetica sonora e di quella "violenza atmosferica" con cui il chitarrista emiliano rimpolpava le composizioni degli Ornaments; e a ben vedere, "Lautréamont" non è solo il brano forse più tipicamente post metal di tutto "Tracoma", ma anche quello che porta all'esasperazione la ferinità creativa dei nostri, in una conclusione epica e maestosa che tiene fede all'importanza del nome che porta. Ma cosa significa, a tal proposito, "Lautréamont"? Tale era lo pseudonimo di uno dei più iconici poeti del romanticismo francese dell'Ottocento, all'anagrafe Isidore Lucien Ducasse, figlio di un funzionario del consolato francese in Uruguay, che con la sua principale opera, il poema epico "I Canti Di Maldoror", non solo ha espresso al massimo delle sue potenzialità l'energia adolescenziale della ribellione romantica, ma ha influenzato anche il successivo movimento surrealista del Novecento attraverso una poesia portavoce del totale annientamento della realtà a favore dell'immaginazione, anche onirica. Neanche a dirlo, l'intensa brutalità espressiva dell'opera preoccupò il troppo timoroso Albert Lacroix, editore di Hugo e Zola, che aveva fatto stampare il poema, ma non lo mise in vendita per la minaccia di censura; il Conte di Lautréamont aveva cercato di cantare gli orrori dell'uomo come prima di lui aveva fatto Baudelaire, ma il bigottismo dell'epoca rendeva i tempi non erano ancora maturi per comprendere fino in fondo la genialità di questi poeti, senza pregiudizi dettati da una morale cieca e bacchettona. Oggi però, nel nuovo millennio, non solo abbiamo imparato ad apprezzare gli urli di disperazione nella poesia del passato, ma abbiamo anche generi musicali come il metal, che sono l'accompagnamento ideale per dare forma a quelle letture fatte di tormenti interiori e di oscure visioni. Consiglio quindi a tutti la lettura dei "Canti" con in sottofondo "Lautréamont" dei Collars: vedrete come scorreranno bene i versi del Conte sotto immense bordate di derivazione sludge metal, onde nere di una chitarra che annichilisce ogni cosa sul suo cammino e che si infrangono poi in pause tattiche figlie illegittime dei Cult Of Luna e degli Isis dell'immenso "Panopticon" (gli arpeggi del bridge, per quanto più acidi e distorti, ricordano fin troppo bene quelli finali di "So Did We"), per concludere infine questo bellissimo album nel modo più imponente e solenne possibile. Tanta roba.

Conclusioni

Quando ho ascoltato per la prima volta alcuni riff casuali di "Tracoma", non avevo ancora capito che si trattava di un disco strumentale e, anzi, ero seriamente convinto che lì, in mezzo a quel marasma sonoro, fosse ben presente anche la voce di qualcuno. Certo, si trattava di un ascolto disattento e di sfuggita con le casse di uno smartphone mezzo scassato, ma resta il fatto che mi sembrava di aver udito perfettamente un growl umano là dove invece si insinuava il ruggito roboante di chitarre nervose e distruttive. Perché le chitarre dei Collars sono così: ruggiscono, nel vero senso della parola. Si insinuano nelle orecchie di chi ascolta proprio come fa il "tracoma" negli occhi dei malcapitati: un'infezione aggressiva della cornea e della congiuntiva che si trasmette attraverso il contagio degli insetti in ambienti decisamente poco salubri, e che non a caso è stata scelta come titolo di un disco invasivo, contagioso, malsano, che satura l'aria di zolfo e suggestioni doom, attraverso un sapiente uso sia della materia sludge che di quella post rock, in un mix sonoro che, complici anche le influenze noise di Balboni e Malaguti e quelle hardcore di Baraldi e Gherardi, dona al disco un impatto tanto ruvido quanto devastante, pur conservando una precisione chirurgica ad ogni riff, ad ogni nota, ad ogni martellante colpo di batteria.

Già dalle sue prime note, la nuova uscita in casa Karma Conspiracy Records si configura come un must per gli amanti di certe sonorità strumentali a metà strada tra il la densità parossistica dei Pelican e le sperimentazioni dei Russian Circles, ma andando avanti nell'ascolto si configurano scenari via via sempre più complessi e sfaccettati. I giri armonici e i possenti riff dell'opener "Osmio", ad esempio, si sposano alla perfezione con il basso pulsante all'inizio di "Spira" nel ricordarmi un altro nome che senza dubbio ha influenzato lo stile e la poetica di Baraldi e company: quello dei Breach. La band culto di Luleå, infatti, fu una di quelle davvero in grado di segnare per sempre un genere, il post-core, fin dalla loro comparsa sulla scena nel lontano 1993; non stupisce quindi che ancora oggi ci siano formazioni che mostrano sulla propria pelle le cicatrici di quell'influenza così ingombrante, costruita su bassi aspri e su distorsioni di chitarra sgraziate e rugose, proprio come le palpebre di chi viene disgraziatamente infettato dalla tracoma. Là dove i Breach potevano contare sulla voce sguaiata di Tomas Hallbom nel condire i propri brani di scomposta animalità, i Collars si affidano alla potenza della coppia d'asce Malaguti/Gherardi nel raschiare i timpani di chi ascolta, lasciandolo sempre in balia della corrente, senza alcuna certezza e senza alcun appiglio a cui aggrapparsi. La già citata "Spira" è emblematica in tal senso: la tensione breachiana portata a galla dalle chitarre nella fase iniziale viene poi allentata dal basso di Baraldi, che srotola una matassa costruita su tempi dispari attorno ad una stasi ipnotica, prima di scatenarsi in tutta la sua irruenza e sfociare così in schitarrate martellanti e cadenzate, seppur molto metodiche nella loro ferinità schiacciasassi. Ma ogni brano di quest'opera è, in generale, un piccolo scrigno ricco di soprese da scoprire e da gustare, dalla cavalcata "Vertebra", che riprende le atmosfere più malsane dei Cult of Luna ed il post metal cadenzato dei What Mad Universe, fino alla potenza annichilente di "Lautréamont", passando per un brano sorprendente come "Cumuli", che fa capolino con le sue suggestioni post rock per poi lanciarsi umori lunatici e sempre in costante mutamento sonico. Nel complesso, la forza dei Collars è proprio nella tensione, nell'irrequietezza e nell'inquietudine: ogni loro canzone sembra una corda di violino portata all'estremo delle sue forze e pronta a spezzarsi da un momento all'altro, riversando sull'ascoltatore una cattiveria auditiva di prim'ordine e un insieme di influenze gestite saggiamente e dosate alla perfezione, per poi essere consacrate alla causa di una musica totalizzante, estremamente ruvida nei toni e al contempo dotata di una sensibilità in grado di toccare corde profonde nei meandri delle nostre emozioni nascoste. Se i giri di basso di Baraldi restano fedeli alla lezione del post-core breachiano e la batteria secca di Balboni pesta a sangue in modo tanto impietoso quanto chirurgico, le chitarre della coppia d'asce Gherardi/Malaguti esplorano i più diversi territori della violenza atmosferica (che il cielo della copertina esemplifica fin troppo bene), pescando a piene mani dal post metal più cadenzato, dal noise più acido e nervoso, ma al contempo anche dal proto-post rock degli Slint di "Spiderland" (soprattutto in "Spira" e in "Cumuli") e, soprattutto, dai propri demoni interiori e dai propri nodi emotivi ancora irrisolti.

"Tracoma" è un disco che fa della ruvidezza e della spigolosità la sua poetica, senza tuttavia mai mancare di classe ed eleganza, riuscendo così paradossalmente ad essere incredibilmente raffinato proprio in virtù della sua rude violenza, delle sue molteplici influenze e dei suoi ispirati colpi di genio. Un disco (e una band) che ancora una volta ci dimostrano quanto la scena italiana sia viva e in grado di sprigionare, a cadenza regolare, delle autentiche perle tutte da scoprire e da assaporare. Un disco da ascoltare nel più cupo dei pomeriggi, camminando nelle campagne della bassa bolognese sotto dei nuvoloni che non promettono nulla di buono. In compagnia della paura, lucida, costante e reale, di essere colpiti da un fulmine da un momento all'altro.

1) Osmio
2) Vertebra
3) Spira
4) Livido
5) Cumuli
6) Lautréamont