COLDWORKER

The Contaminated Void

2006 - Relapse Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
17/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Death metal veloce, dilaniante, modernista, forte di un retaggio grind: questa può essere una definizione per i Coldworker, combo capitanato da Anders Jackbson, ex batterista dei Nasum oltre che fondatore di questi ultimi. I Nasum, per chi avesse la memoria corta o ne avesse solo sentito parlare di sfuggita, erano uno dei più importanti gruppi grindcore a livello internazionale, celebri per la loro preparazione tecnica: nati per volere del già citato Jackobson (all'epoca in veste di chitarrista) e dell' ex vocalist e batterista Rickard Alriksson, i Nasum dovevano rappresentare solo un' appendice ai goregrinders Necrony, finendo ben presto per diventare un progetto ben più serio di quanto programmato. Presto si aggiunse anche il chitarrista Mieszko Talarczyk (da quanto riportano le cronache a due settimane dalla prima registrazione) e con lui ebbero modo di confezionare una serie di album destinati ad entrare nella storia del genere (quattro per la precisione: Inhale/Exhale del 1998, Human 2.0 del 2000, Helvete del 2003 e Shift del 2004), di cui gli ultimi tre forti di un' enorme tasso di tecnicismo. L'avventura dei nostri era destinata ad avere un finale pessimo: il dicembre 2004 a seguito dello tsunami Talarczyk (che si trovava in Thailandia) fu dichiarato disperso. Il suo corpo venne ritrovato privo di vita pochi giorni dopo....Tutto sembrava finito, ma Jackobson da buona macchina da guerra era pronto di li a poco a ricominciare: dapprima con i Krigshot, poi con un nuovo progetto, i Coldworker. Il gruppo unì al classico grindcore di scuola Nasum un death potente ed aggressivo tanto da far guadagnare al loro sound la definizione di "grinding swedish metal". Nel 2006 erano pronti con il loro primo disco, edito dalla Relapse records, "The Contaminated Void" di cui ora andremo a parlare. Il platter, violento, pregno di una notevole carica aggressiva, spinge molto il piede sull'acceleratore ma non disdegna interessanti cambi di tempo e strutture quantomeno variegate inserite in brani piuttosto corti (di sicuro retaggio grind): solo due brani superano di poco la soglia dei 4 minuti mentre gli altri si mantengono nella media dei due minuti abbondanti. L'apertura è lasciata a "The Inteloper", brano devastante che viene inaugurato da un riff secco, aspro che si butta subito in un veloce botta e risposta con velocissimi, sordi rintocchi di batteria. A sette minuti si scatena l'inferno, con gli strumenti che si danno man forte per creare un affresco sonoro simile ad una rappresentazione in musica di una immaginaria terza guerra mondiale e il singer, Joel Fornbrant che inizia a rigurgitare in maniera impietosa tutto l'odio che ha in corpo tramite le sue lacerate corde vocali. Quello che si viene a creare è un wall of sound pari ad un colosso che avanza a velocità spedita pronto a distruggere tutto. Il riff di apertura si ripete monomaniacale mentre la batteria si scatena con una furia distruttrice pari all'uragano Katrina. Poco dopo un asciutto, velocissimo mugolio di chitarra, disturbato di nuovo dall'infiltrazione della batteria da il via ad una seconda parte in cui la chitarra si diverte a ricamare un riff schizoide condito da una batteria violenta ma più ragionata rispetto al primo troncone. La tortura sonora continua sino al minuto e tredici: in quell'attimo parte un vagito di chitarra prolungato mentre la batteria si fa monocromatica ed inizia a ricamare un tappeto cronometrico, claustrofobico. Dopo non molto si riaprono le porte dell'Inferno, e il cerbero Fornbrant ricomincia a devastare tutto con la sua mortifera voce cavalcando maestoso l'apocalisse scatenato dagli strumenti. Il pezzo si chiude in maniera speculare a come era iniziato, con un botta e risposta tra il riff di apertura e la batteria. Pezzo violento oltre che variegato, non potrà non fare la gioia di tutti gli appassionati di deathgrind. D.E.A.D. parte in quarta con una triturazione batteristica di chiara scuola grind strutturata su un riff contorto, malato, intrecciato su se stesso come una creatura di Lovecraftiana memoria. La struttura inaugurale viene ripetuta per quattro volte, dopo di che, subentrata la voce sulfurea di Fornbrant, i ritmi si assestano su una struttura ugualmente violenta ma più ragionata, che attinge la propria furia dal death. la batteria mette in piedi una struttura quadrata, solida, mentre sullo sfondo la chitarra ripete a loop un riff ossessivo. Senza quasi accorgercene la batteria dilata i tempi al ventiseiesimo secondo, mentre Fornbrant, cullato dal malato riff, si diverte ad espellere dal suo marcio buco dentato vocals che sembrano orde di viscidi vermi. Il pezzo continua implacabile alternando parti più ragionate a dilanianti sfuriate grind in un sali-scendi che da l'idea di cosa si possa provare a fare l'ottovolante all' inferno, al cospetto di sua maestà Lucifero. A 1 e 37 un bellissimo solo guitar si erge a protagonista del brano, affrescando un arazzo sonoro da antologia pregno di dramma ed epos. Ancora una volta ci troviamo al cospetto di un brano ottimo, reso tale anche da quel fantastico assolo appena citato, reo di infliggere una bella e sana dose di colore in più al brano. Con An Unforgiven Season arriviamo ad uno dei pezzi forti del disco: peculiarità del brano è la partenza quadrata, rocciosa. Un intro granitico che lo differenzia dall' apertura dilaniante delle due precedenti schegge. Tale intro evapora dopo una ventina di secondi per lasciare spazio ad un giro di chitarra nudo (destinato a ritornare come riff portante del pezzo), rotto immediatamente ad una tonante esplosione batteristica. Al trentesimo secondo fa il suo ingresso la voce tonante, Dolaniana (c' è un vago flavour del vocione ultratombale di Russ Dolan) del singer. Il pezzo si muove in toto su coordinate ossessive, martellanti proiettandosi spedito in tutta la sua potenza come una pallottola di anticarro per i due minuti e mezzo della sua durata. Assolutamente eccellente. La title track parte in maniera molto più agguerrita, decisa, con un riff di chiaro retaggio death rotto cronometricamente dagli incessanti colpi della batteria. Il vocione sepolcrale del singer fa subito il suo ingresso accompagnando la litania, dapprima strutturata su tempi medi, poi in un orgia di blast beat di stampo grind. Tutto si muove su coordinate cupissime, senza speranza (alternando incompromissorie sfuriate a cimiteriali rallentamenti). Anche il testo è inequivocabile: " Sinister silence/ Forced in to nothing/Terror commenced/ In the contaminated void...". Sicuramente con la traccia che da il titolo all' album ci troviamo di fronte ad uno spaccato esemplare del mondo putrido dei Coldworker. Death Smiles At Me parte in quarta come uno schiacciasassi col motore di un jet, maestosa, prepotente, pronta ad investire tutto come una slavina di budella. La voce, elemento aggiunto di violenza parossistica, riesce ancora una volta a dare al brano una connotazione di apocalisse in corso, come se l'armageddon si fosse appena scatenato e i cavalieri dell'apocalisse in sella ai loro destrieri si stiano divertendo a mietere quante più vittime possibili. Il pezzo (manco a dirlo, considerato che è la tematica ricorrente dell' album) parla di morte, e lo fa in maniera molto cinica, disillusa (My heart is pounding/A taste of blood in my mouth/Death smiles at me/ I feel alive...). Stupenda la successiva A Custom - Made Hell con la sua partenza simile alla caduta libera nei baratri infernali: il drum set batte incessante mentre un riff estremamente drammatico dipinge scenari privi di speranza in sottofondo. A quasi quindici secondi, dopo una rullata batteristica si precipita in un orgia di blast beat fomentata dall'ugola malsana di Fornbrant. Il pezzo, eccellente, diventa quadrato, roccioso nella parte centrale, e per la gioia delle nostre orecchie ci delizia con due stupendi, brevi assoli di chitarra: il primo superbo assolo a 1 minuto e 28 e il secondo a 1 minuto e 52 . Davvero esaltante! Return To Ashes consta di un inizio incredibilmente atmosferico con un evocativo mugolio di chitarra prolungato allo spasmo, che inaugura una sezione decisamente rallentata, quasi doomeggiante, in cui la batteria indugia su tempi estremamente ragionati e la chitarra verga sullo sfondo scenari malsani con un riff claustrofobico, asfissiante. Verso il quarantesimo secondo si corregge leggermente la gittata entrando nella traiettoria del mid tempo granitico con la batteria che rincara la dose dei battiti su un tappeto sonoro che rimane praticamente inalterato. Brano stupendo quanto anomalo, si muove in toto su sonorità rallentate e mortuarie, ponendosi come elemento di originalità almeno rispetto ai brani sentiti precedentemente, in cui le parti più quadrate erano alternate a frangenti dilanianti di stampo grind. Con Strain At The Leash si ritorna impantanati in un baccanale di blast beat. La violenza incompromissoria dettata da potenti rullate batteristiche torna a farla da padrona, correlata ugualmente da parti in cui troviamo tempi moderatamente più ragionati a dare respiro al pezzo (es. dal minuto e 50, in alternanza a frangenti più tirati). Il pezzo è di una violenza spropositata, affascinante e riuscito, una pallottola destinata a perforare mortalmente i timpani dell' ascoltatore. Flammable viene inaugurata da poche note mortifere di chitarra, preludio ad un esplosione sonora (varata da decise deflagrazioni batteristiche) destinata a prendere il via dall' ottavo secondo. Il pezzo, molto breve (1 minuto e 58 secondi) si regge in gran parte sul riff schizofrenico mutuato dal giro iniziale, e consta di una parte iniziale dilaniante inframezzata al cinquantunesimo secondo da un frangente squadrato, rantolante destinato a riportarci dopo non molto verso lidi impostati su una velocità parossistica. Antidote ce lo ritroviamo sparato in faccia come un colpo di revolver, danneggiati dal suo impatto distruttivo senza neanche avere il tempo di rendercene conto. Altro bel pezzo veloce ed aggressivo, dalla durata anch'essa relativamente breve (2 minuti e 28), ci sa deliziare verso il minuto e mezzo con un velocissimo assolo, terrificante nella sua follia, devastante nella sua bellezza.They Crawl Inside Me Uninvited inizia la tortura sonora con un intro strumentale di quasi una ventina di secondi, con un riff che gode nell' intrecciarsi su se stesso come un verme, trainato da una batteria impostata su una media velocità. Al termine dello stillicidio iniziale ha il via il pezzo vero e proprio, che si assesta su tempi medi carezzati dall' ugola demoniaca del vocalist. La struttura sonora, fino a questo momento marziale, viene spezzata al trentesimo secondo circa da un susseguirsi di blast beat folgoranti. Il pezzo continua imperterrito la sua marcia con un alternanza sapiente di parti quadrate e sfuriate terremotanti. Il finale è affidato ad un lungo riverbero, che si va ad incrociare con il dodicesimo pezzo, Waiting For Buildings To Colla, stupendo brano introdotto da un intro strumentale di una cinquantina di secondi pregno di atmosfere malsane, morbose. Appena ci svincoliamo dalla morsa dell' introduzione, lasciandoci alle spalle quell' atmosfera insalubre, cadiamo dalla padella alla brace finendo devastati da un' accelerazione dirompente come un treno infernale che a 400 all' ora ci piomba addosso facendo poltiglia delle nostre membra. Il pezzo, diretto, senza fronzoli non concede un attimo di tregua, catapultandoci a tutta velocità verso la fine, lasciandoci, al termine di questa autentica fucilazione sonora, inebetiti con il sorriso sulla faccia a domandarci "cosa diavolo è successo...."

Il penultimo pezzo Heart Shaped Violence, introdotto da un riff in sordina non sposta molto le coordinate del pezzo precedente: ancora una volta ci troviamo di fronte ad una cannonata diretta pregna di sana follia devastante. L'arazzo sonoro viene comunque abbellito da un cambio di tempo verso il minuto e 15 che sposta le coordinate del brano verso territori più rocciosi e dona al brano maggiore respiro evitando che questo rasenti l'asfissia sonora. L' ultimo brano Generations Decay si apre con un giro di chitarra furtivo come un ladro nella notte, di grande fascino e gusto, punzecchiato qua e la da qualche rintocco di batteria. In breve il pezzo scivola verso tempi medi cesellati dal riff di partenza e da una batteria che assume un piglio più deciso, e dopo poco si finisce nell' ennesima accelerazione (00:26). Ancora una volta la forza del pezzo è l'altalenanza tra stralci iper-tirati e momenti in cui si concede tregua all' orecchio del malcapitato con parti meno parossistiche e più ragionate: da antologia il rallentamento atmosferico a 2 minuti e 11 che definisce il secondo troncone del brano dopo una prima parte tutto sommato veloce ed isterica: troncone claustrofobico, malvagio nel quale in breve si inserisce la voce purulenta di Fornbrant, e che con grande maestosità ci porta alla fine del pezzo e del disco. Gran prima prova di una band che ha saputo rinverdire in qualche maniera i fasti dei comunque inimitabili Nasum. Ottimo gruppo, da tenere in considerazioni che consiglio non solo a tutti gli amanti del death più tirato, del deathgrind e del grindcore, ma a tutti i patiti di estremo fatto con classe ed ispirazione.


1) The Interloper  
2) D.E.A.D.                     
3) An Unforgiving Season
4) The Contaminated Void
5) Death Smiles At Me
6) A Custom-Made Hell
7) Return to Ashes
8) Strain At the Leash
9) Flammable
10) Antidote
11) They Crawl Inside Me Uninvited
12) Waiting For Buildings to Collapse
13) Heart Shaped Violence
14) Generations Decay