COFFINS

The Fleshland

2013 - Relapse Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
01/11/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

I più celebri macellai nipponici del globo giungono al quarto full lenght in otto anni, e lo fanno dimostrando di non aver perso minimamente lo smalto del mostruoso "Mortuary In Darkness" rilasciato nel 2005, probabilmente il disco più rappresentativo in ambito death metal proveniente dal paese del sol levante ad oggi. La formula praticamente intatta é senza dubbio uno dei punti di forza dei Coffins, che sin dagli albori hanno sempre dimostrato una solida fedeltà alla scuola statunitense, rifacendosi a colossi come gli Incantation, rimarcandone i principali tratti somatici spaziando fra fulminee mitragliate dalla breve durata e morbosi, pachidermiche cavalcate all'insegna del death/doom più intransigente. Il tutto avvinghiato dall'immancabile impronta crust, un trademark che appare sempre più consolidato album dopo album. "The Fleshland" si avvale, oltre che della grande intelligenza del quartetto, di una produzione praticamente ineccepibile alla quale non resta che fare i complimenti per il grande impatto sonoro delle chitarre e per la granitica sezione ritmica che non perde mai un colpo. Anche la copertina, come di consueto realizzata da Christophe "Thorncross" Moyen, é un'autentica opera d'arte, più macabra del consueto grazie anche al preponderante viola, tendente al rosa, che rimanda alle interiora. Sì, proprio quelle che l'opening track "Here Comes Perdition" inizia lentamente ma inesorabilmente a lacerare. Già al primo brano siamo a cospetto di un pezzo destinato a diventare un cavallo di battaglia dei Coffins. Azzeccatissimi riff di chitarra, dinamici ed abrasivi qui, lenti e fangosi lì, si alternano in un susseguirsi di cambi di tempo a cui non potrete proprio scampare. A tutto ciò si aggiunge la grande prova del trio Koreeda, Ryo e Uchino dietro al microfono, i quali si danno continuamente il cambio fra strozzati screaming vocals e growls gutturali all'inverosimile. Un brano che non ha proprio punti deboli, e che fa scattare al primo ascolto un collegamento con i Cianide, che se non sono un'istituzione del genere a livello mondiale ci manca poco. Di tutt'altra specie é la seguente "Hellbringer", una scarica elettrica breve ma di altissima intensità contraddistinta da un inarrestabile ritmo infernale che il duo basso-batteria plasma su riff di chitarra cattivi e fulminei come non mai. I (pochi) rallentamenti lasciano spazio a soluzioni compositive ugualmente riuscite -assolo compreso- ottimamente inserite all'interno di quest'autentica dinamite fatta a musica. "The Colossal Hole" riprende il mood generato dal brano di apertura ma trascinandolo in un contesto per quanto possibile ancor più ammorbante e pachidermico. Il ritmo lento e monolitico si protrae per sei minuti dove riff sapienti e "doom oriented" sino al midollo riescono a creare un effetto ipnotico sull'ascoltatore (qualità importante per un brano che non punta decisamente sulla più incontrollata aggressività) senza mai stancare, tant'é che ascolterei questo brano svariate volte consecutivamente avendo la certezza di non annoiarmi mai. Di altra pasta é la seguente "No Saviour", un pezzo tirato al punto giusto grazie ad un Satoshi in grande spolvero dietro le pelli, che si danna l'anima e si rende protagonista di un drumming estremamente variegato diviso fra repentine incursioni e sezioni più lente. Ottimo anche il riffaggio, che appare ispirato come non mai allo stile di John McEntee. La seguente "The Vacant Pale Vessel" rimane a mio avviso il capolavoro del disco, un pezzo dalle complesse trame di chitarra naturalmente plasmate seguendo le classiche coordinate del death/doom, senza mancare di lanciarsi in una deflagrante sfuriata nelle battute finali, prima di immergersi in claustrofobiche dissonanze e riprendendo il monolitico leit motiv del disco. Raramente ho avuto il piacere di udire un drumming di tale qualità e costanza, non c'é proprio nulla da dire se non complimentarsi con Satoshi, autore di performance variegate e precise e sfruttando interamente il suo drumkit in maniera esemplare. Con "Rotten Disciples" i Coffins tornano a premere a fondo l'acceleratore lanciandosi in una cavalcata cataclismica, a tratti deflagrante, nella quale il downtuning delle chitarre rende il tutto più infernale. Nella seconda parte del brano il ritmo si placa (naturalmente per modo di dire) e diviene più ammorbante e pachidermico, prima della tremenda sfuriata che prende piede nelle battute conclusive. Il crust torna a farsi sentire prepotentemente nella seguente "Dishuman", altra breve e ferocissima track che si caratterizza dell'alternanza di riff al vetriolo e riff pachidermici. Il drumming lanciato a trecento all'ora é però il vero protagonista del settimo assalto sonoro dei Coffins, che rallenta solo in vista della parte centrale, nella quale si erge un muro sonoro megalitico e massiccio. Il ritmo torna a rallentare con la seguente "The Unhallowed Tide", sei minuti nei quali i Coffins ribadiscono tutta la loro devozione nei confronti degli Incantation (in alcuni frangenti molto consistente la somiglianza con l'ultimo parto di Severn e soci, "Vanquish In Vengeance"). Un pezzo dai connotati pachidermici, palustri, che trova l'apice della morbosità in un malatissimo stacco centrale di basso, affogato in un mare di morbose dissonanze. Il main riff é piuttosto articolato ma privo di inutili fronzoli e volto ad aggredire l'ascoltatore con il suo gigantesco impatto sonoro. "Tormentopia" chiude in maniera esemplare il disco con un'altra bella scarica di riff taglienti ed abrasivi, sorretti da un drumming mai sopra le righe ma costantemente in primo piano. Come ritmiche oscilliamo fra le monolitiche Here Comes Perdition e The Vacant Pale Vessel. Il refrain si costituisce di un passaggio strumentale incalzante e lacerante sul quale si stagliano veri e propri grugniti, più che growl vocals. Di lì in poi emergono altre belle soluzioni chitarristiche (con tanto di assolo camuffato) sino alla chiusura definitiva, di un disco senza grossi punti deboli e che si candida per un posto di assoluto rilievo nella classifica del 2013.


1) Here Comes Perdition 
2) Hellbringer 
3) The Colossal Hole
4) No Saviour 
5) The Vacant Pale Vessel 
6) Rotten Disciples 
7) Dishuman 
8) The Unhallowed Tide 
9) Tormentopia