CIRITH UNGOL

Half Past Human

2021 - Metal Blade Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
09/09/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione

Sembrava quasi impossibile, invece eccomi qui a recensire una nuova uscita dei Cirith Ungol. Dico così perché come ormai sapete bene la band era sparita dal panorama da lustri. Più precisamente dal 1991, che è l'anno di uscita di "Paradise Lost", ovvero quello che per tutti questi anni è stato considerato come l'ultimo lavoro di una discografia di alto livello, ma piuttosto esigua. Erano soltanto quattro gli album composti dalla band, infatti, quattro album in un decennio. Eppure, sicuramente anche grazie all'avvento di internet e della nostalgia verso gli anni '80 è stato possibile per molti giovani e non riscoprire i lavori e i capolavori dei Cirith Ungol, questi alfieri dell'Epic Metal più cupo e primordiale. È così che qualche anno si cominciavano a sentire voci di reunion e di concerti speciali. Non si poteva che gioire, sperando che questi concerti speciali sarebbero durati il più possibile. Sappiamo che è stato così, e tra un concerto speciale e un altro la band è riuscita addirittura a toccare finalmente il suolo europeo, che è la vera meta per chi suona questo genere. Testimonianza di tutto ciò sono le prestazioni contenute in "I'm Alive", live album del 2019, ma è con "Forever Black" del 2020 che si può assaggiare la vera e propria rinascita di questi musicisti che sembravano ormai sepolti sotto le sabbie del tempo. Se, in effetti, il live album ci mostra una band che è ancora in forma e con tanta voglia di suonare e divertirsi (forse senza le pressioni e la voglia di sfondare che si ha da giovani), con l'album di inediti possiamo apprezzare una band che si è tolta di dosso le sabbie del tempo e ci mostra tutta la sua scintillante ispirazione. Scintillante, si fa per dire, visto che il suono e lo stile sono gli stessi che hanno reso famosi i Cirith Ungol, quindi marce lente e lugubri e atmosfere sinistre. Insomma, "Forever Black" è stato apprezzato un po' ovunque e ha avuto anche il pregio, oltre che di riconsegnarci la band, anche di farci sperare in un seguito. Anche questo sembra impossibile, forse dovremmo accontentarci di quell'album di inediti insperato, forse è quello il vero canto del cigno. Invece no, c'è ancora qualcosa da dire. Ecco dunque che ci viene in aiuto un EP, un breve CD con sole quattro canzoni. Certo, non è un album vero e proprio, però non fa niente, quando si è stati a digiuno per così tanti anni va bene qualsiasi cosa. All'entusiasmo dell'uscita di "Half Past Human" si è unita la meraviglia per la splendida copertina che ritrae, come da tradizione consolidata, Elric di Melniboné mentre trafigge un nemico con la sua Stormbringer e ne assorbe l'anima. Opera ovviamente firmata da Michael Whelan, e anche questa è una tradizione consolidata. Va detto che i brani sono sì inediti, ma risalgono ai primi vagiti della band, forse vengono addirittura dagli anni '70, ma qui vengono riproposti nello stile che è diventato proprio della band da "King of the Dead" in poi.

Route 666

Il primo dei quattro brani è "Route 666", che fa ovviamente il verso alla celeberrima Route 66, la strada che percorre quasi tutti gli U.S.A. da est a ovest. La strada è ormai simbolo di avventure su strada, di lunghissimi viaggi alla ricerca di sé stessi, dell'altro o semplicemente di nuovi luoghi. Anche qui c'è una sorta di viaggio, e non poteva essere altrimenti con questo titolo, però chiaramente l'ambientazione e gli avvenimenti saranno molto diversi da quelli tipici del sogno americano. Il titolo lo dice molto esplicitamente. Comunque, iniziamo questo lungo viaggio. La canzone inizia con un andamento molto heavy metal, che però non disdegna un certo retrogusto hard rock "settantiano", com'è tipico di molte canzoni della band, ma è anche naturale, visto che le canzoni di questo EP sono molto vecchie. Il suono è bello ruvido, ma allo stesso tempo denso e avvolgente, con una nota di acidità data dalla voce di Baker (vero marchio di fabbrica del gruppo), e questo ci piace perché è proprio questo che volevamo sentire, nessuna sperimentazione o cose alla moda, solo il caro vecchio heavy metal. Baker si trova per strada, quella di cui parlavamo prima, va veloce, la chitarra solista si fa sentire con delle brevi apparizioni per sottolinearlo, ma ecco che spuntano i primi problemi: "Viaggiando lungo la strada, come potevo sapere cosa sarebbe successo quella notte? Il mio motore morì, non sapevo il perché, i miei occhi erano accecati dalla luce, cominciai a correre, allora iniziò il divertimento." L'atmosfera si fa glaciale e tetra, chi incontrerà mai Tim lungo la strada? Chi se non la Bestia? Il giovane Tim è congelato e spaventato, ma non può fare a meno che sentire il fascino del Male e andargli incontro, tanto da diventarne schiavo. Il ritornello arriva a puntino e il canto di Baker si fa ancora più acido e sguaiato, mentre la batteria e il basso rallentano, lasciando però la chitarra solista al suo riff melodico che è la vera colonna portante del brano. Il ritornello ci svela anche la verità, ovvero che questa strada, la Route 666, altro non è che la strada del Demonio, e basta percorrerla per diventare suoi schiavi. L'assolo "doppio" è piuttosto eccitante e anch'esso ha una certa anima rock al suo interno, e pare imitare le fiamme che si spargono per strade non appena il Diavolo fa la sua comparsa. Rieccoci però al presente, con Tim che avverte il suo interlocutore: "Ora è il tuo turno, e ora potete imparare cosa significa essere scelti. Addio amico mio, ma ci incontreremo ancora, ci vedremo sulla Route 666". Ci immaginiamo Tim che dice l'ultima frase con gli occhi fiammeggianti e un sorriso malefico, prima di ricominciare col ritornello che fa ancora una volta da spiegazione. La canzone termina con un rombo (udibile anche all'inizio), forse qualche Ferrari tanto amata da Robert Garven, che ingrana le marce e corre via lontano. Chissà se verso la strada del Diavolo o più lontano possibile da essa?

Shelob's Lair

Con una band che si chiama Cirith Ungol, non può di certo mancare il brano tolkieniano, ed ecco infatti "Shelob's Lair" a fare la sua comparsa e quasi il paio con la classicissima "Cirith Ungol" presa dal capolavoro "King of the Dead". Ebbene sì, Cirith Ungol significa proprio Passo del Ragno, ed è il nome di una fortezza che si trova sui monti che circondano Mordor. Ovviamente, deve questo nome a un motivo. Lì nelle vicinanze c'è, come recita il titolo, La Tana di Shelob, il ragno enorme che darà filo da torcere a Sam e Frodo. Il riff iniziale è solitario e guardingo, cadenzato mentre si fa strada lentamente e con cautela attraverso le rocce e gli stretti passaggi. Sembra tutto tranquillo, allora si uniscono a lui anche la seconda chitarra (vi ricordo infatti che oltre a Jim Barraza presente da "Paradise Lost, la band ritrova anche Greg Lindstrom, il quale era presente agli albori del gruppo ed è l'autore di questo brano), il basso e la possente batteria di Robert Garven. Non è una vera e propria tranquillità però, e ce lo ricorda bene Tim Baker con la sua voce acida e maligna. Il cantante ribalta tutto, affermando di come i due hobbit si siano accordi troppo tardi della presenza di Shelob e ora sono intrappolati. A questo segue quindi una lieve accelerazione con una bella melodia di chitarra che avvolge tutto come una sinuosa ragnatela. In questo secondo verso, concordando con l'accelerazione, la musica si fa più aggressiva, ed è ancora Baker a mettervi l'accento cantando in modo ancora più acuto e acidulo, con versi terribili: "Avvertiti da occhi che non dormono mai, gli orchi brulicarono dai loro profondi sotterranei, le urla del Nazgûl squarciavano l'aria annerita. Il portatore dell'anello giace nella tana di Shelob." Ora Garven detta tempi nuovamente cadenzati e si torna proprio al riff iniziale, ma invece di proseguire con una nuova strofa, ecco qui una bella sezione solista dal sapore retrò che spezza in due il brano e per un attimo ci permette di volare oltre le nere nubi e i fumi che coprono Mordor. Tuttavia, bisogna tornare indietro, perché Frodo ancora giace nella tana e, come ci dice Tim nella terza strofa, adesso anche Sam è in pericolo poiché l'affamata Shelob si è accorta della sua presenza. Sam però non è tipo che si fa intimorire così facilmente, e l'accelerazione del brano pare simulare proprio una sua carica contro il mostro. Ed è proprio così! Come per la prima parte della canzone, il cantante sfodera ancora il suo timbro più acuto e lancinante, ma stavolta per descrivere la caduta del ragno: "Troppo tardi lei guardò, e sentì il morso, il morso di Pungolo forò il suo fianco corazzato, la puzza di morte riempì l'aria stagnante, ora Shelob giace nella tana di Shelob." Per celebrare la vittoria, Barraza si cimenta in un altro assolo inserito sempre su una ritmica leggermente accelerata, che però si spegne piano piano e sancisce la fine del pezzo. E che pezzo! La struttura è molto semplice, con quattro versi che si susseguono in modo uguale, ovvero prima quello lento e poi quello accelerato, ma la cosa interessante è che ognuno dei versi termina con le stesse parole ("nella tanta di Shelob") e questo dà al brano un senso quasi di ballata medievale, ottimo per narrare una storia come questa.

Brutish Manchild

"Brutish Manchild" (Figlio Brutale) è la canzone scelta come singolo per presentare l'EP e inizia subito con delle fugaci armonie di chitarra che sembrano, in qualche modo, già nella nostra mente. Forse ricordano qualche altra canzone che non riesco a ricordare. In ogni caso, dopo i primi precisi colpi di Garven e Leatherby, si parte con una bella galoppata heavy che ci fa ripercorrere la storia dell'Uomo, più o meno. Tim Baker ci racconta di come tantissimi e indefiniti anni fa l'uomo scimmia s'incamminò sulla via che poi ha portato all'Uomo di oggi. Sembra quasi un documentario, ma ovviamente i Cirith Ungol non si accontentano di raccontare storie dell'evoluzione, deve esserci per forza qualcosa dietro, qualcosa di oscuro. Il ritornello ce lo comincia a mostrare, in modo molto semplice e diretto, visto che consiste nella semplice e tagliente ripetizione del titolo del pezzo. Il figlio brutale! Con il ritornello c'è un lieve rallentamento che sembra rendere tutto più poderoso, ma dura poco perché la corsa verso l'evoluzione deve continuare e con essa anche la galoppata. Con essa, continua anche la narrazione: "Con un brutale sguardo sulla sua fronte inclinata, più di primate sembrava in qualche modo, intelligenza c'era dietro quegli occhi, eppure le sue prime poche parole erano bugie." La voce di Baker è sempre acida e riesce a mettere degli accenti strazianti su alcuni punti. Il rallentamento che precede il ritornello, inoltre, si fa apprezzare anche perché si sente piuttosto bene il suono del basso, e questo ci porta direttamente ai tempi di "King of the Dead". Un rallentamento termina, e un'accelerazione comincia. Giunge il tempo dell'assolo, incastonato in una sezione ritmica che suona decisamente anni '70 con un irrobustimento metal. Niente male anche qui l'assolo, il quale si trasforma dopo un po' nell'armonia che avevamo già apprezzato all'inizio. In ogni caso, la storia si fa sempre più cupa: "Lungo la strada da primate a uomo, attraverso gli anni del periodo di oscurità, arriva Lui di cui siamo avvertiti, il Figlio Brutale, una bestia è nata." Ecco quindi l'epilogo. Nel corso dell'evoluzione c'è qualcosa che è andata storto, una linea che ha portato a un risultato differente e spaventoso. Riusciamo a immaginare molto bene uno di quei nemici animaleschi che popolano le storie di Conan il Barbaro e di Elric di Melniboné, quest'ultimo campeggia anche sulla copertina mentre ne uccide uno. Mi piace pensare che sia proprio quello della canzone.

Half Past Human

L'EP è quasi concluso, ma manca il pezzo forte ancora, manca il pezzo che dà il titolo all'album, ovvero "Half Past Human" (Umano e Mezzo). Se le tre canzoni precedenti potevano rappresentare un esempio di heavy/rock selvaggio e a tratti acido, è con quest'ultimo brano che i Cirith Ungol sfoderano cappa e spada, è qui che possiamo apprezzare il vero epic metal, anche se poi in realtà il testo non ha niente a che vedere con il fantasy o il mito, bensì con una sorta di fantascienza distopica che forse prende leggermente spunto dall'omonimo romanzo di T.J. Bass, ma di questo non sono certo. In ogni caso, già l'apertura ci trasporta in un altro mondo, con quella chitarra acustica malinconicamente sognante accompagnata dal basso suadente di Leatherby. Sembra quasi di sentire l'introduzione di un grande classico come "Finger of Scorn" - non a caso anche qui il pezzo porta la firma di Lindstrom. Entrano allora in gioco la chitarra elettrica e la batteria, i tempi sono lenti e si respira un'aria di decadenza e di oblio. Pare quasi che questa traccia sia il seguito di quella appena conclusa: lì abbiamo assistito alla nascita del Figlio Brutale, un uomo bestia che è una deviazione dell'evoluzione, qui, dopo secoli, è proprio lui a prendere il sopravvento: "Viaggia avanti nel tempo, per vedere cosa succederà, l'evoluzione al contrario, una cosa brutta da vedere. 50 milioni di secoli, l'Uomo Scimmia governa la Terra, la scienza è dimenticata, mentre l'oscurità fa scorrazzare la sua maledizione." Non appena questa strofa termina arriva il colpo da maestro: Garven detta tempi marziali e rocciosi, chitarre e basso si fanno più potenti e pesanti, mentre in sottofondo si possono apprezzare dei cori che rendono tutto più epico e solenne. Una solennità che però contrasta di molto con la bruttezza del futuro dominato dall'Uomo Scimmia che ride e fa sacrifici alla Bestia. A questo punto, la canzone riesce a mantenersi sempre piuttosto rocciosa, senza però dimenticare quell'aria decadente e sofferente che l'ha fatta iniziare. Nel terzo verso, comunque, Baker ci spiega che la Bestia è risorta per guidare i prescelti verso un'oscurità eterna. Forse è per questo dunque che è avvenuta quest'evoluzione al contrario, cioè il diavolo vi ha messo lo zampino. Arriva il momento dell'assolo, che con la sua distorsione sembra voler imitare le risate volgari e animalesche degli Uomini Scimmia. Ritroviamo anche la marcia marziale con i cori alla fine dell'assolo, e non può che farci piacere visto che è uno dei momenti migliori della canzone. Altro tempo passa nel futuro distopico, e questa volta pare che sia la fine anche per gli Uomini Scimmia: "La Terra è oscura è congelata, non ci sarà mai più un'altra alba. Il cruento dominio è finito, per la progenie senza fede dell'umanità. Discepoli morti, Terra congelata, ma la Bestia non sta in lutto, gracchia e ride, e porta i suoi pensieri verso mondi che ancora devono nascere". Bisogna soffermarsi un attimo per apprezzare questi versi e vedere quanto siano evocativi, l'abilità della band sta anche in questo, da sempre. Comunque, con questa strofa da brividi capiamo che era tutto orchestrato dalla Bestia, la quale ora che ha distrutto un mondo pensa subito ad un nuovo piano. La canzone non è ancora terminata del tutto però, poiché c'è ancora un assolo da dover sfoderare. Stavolta sembra più melodioso e giusto per una coda, ma la band decide di piazzare un'inaspettata accelerazione che dà un po' di verve prima che l'assolo torni ad essere melodioso e ci porti verso la fine vera e propria. Che dire, sicuramente la traccia migliore dell'EP.

Conclusioni

Eccoci qui, dopo sole quattro canzoni, alla fine dell'EP. Certo, dopo il rientro con "Forever Black" tutti si aspettavano, anzi, desideravano, un bell'album vero e proprio, ma forse proprio a causa del rientro in aspettato direi che l'EP dopo l'album, anche a breve distanza, va più che bene. Va anche aggiunto che in quest'intervallo di tempo la band ha anche avuto modo di far uscire in musicassetta "The Orange Album", che riporta alla luce le primissime cose mai registrate dalla band (nel lontano 1978). Tuttavia, è l'uscita di questo "Half Past Human" che ha destato più attenzione, anche perché quella copertina, diciamocelo, non passa certo inosservata e per un fan della band e del genere rappresenta una succulenta novità. In ogni caso, come già detto, anche i pezzi qui sopra vengono dagli anni '70, alcuni addirittura dalla prima metà, ma qui trovano una nuova veste e una vera e propria nuova vita. A volte gli EP inseriscono anche delle versioni dal vivo o alternative di altri classici, ma devo dire che qui non se ne sente per niente la mancanza, perché tutto ciò che vogliamo è sentire inediti dei Cirith Ungol. Questi qui superano la prova, e una menzione va a fatta anche alla prova della band, che decide di suonare senza accorgimenti moderni, la produzione stessa è perfetta così, priva di quella sensazione di suoni sì puliti e potenti ma spesso ammassati uno sull'altro. Qui invece riusciamo a percepire bene gli strumenti e il loro incedere crudo e sanguigno. Forse avrei alzato un pochino di più il basso del "giovane" Leatherby, ma giusto per riportare in auge le sonorità di "King of the Dead", altrimenti non è un vero difetto. Una menzione speciale va ovviamente fatta per Tim Baker, che anche qui dimostra di essere in formissima. La sua voce è il vero marchio di fabbrica della band, ma anche la sua croce e delizia, visto che molti si allontano al primo ascolto dalla loro musica proprio a causa della sua voce maligna, acuta e sinistra. Ora non è più acuta come un tempo naturalmente, ma il suo essere un po' più roca dà una nuova sensazione di fatalità e morte, senza quindi perdere neanche una virgola in quanto ad espressività. I pezzi sono quasi tutti piuttosto acidi, galoppanti e selvaggi, non hanno quella atmosfera sulfurea che ha reso grande la band, ma non per questo suonano distanti da loro, anzi, è soltanto l'altra faccia della medaglia. Il lato epico e cadenzato lo troviamo infatti nella title-track, grande brano che non sfigurerebbe per niente vicino a classici come "Finger of Scorn" o "Chaos Rising". Se proprio devo trovare un difetto è "Witch's Game". Sì, non c'è nessuna "Witch's Game" su quest'album, quindi dov'è il problema? Il problema è proprio che non c'è. Parliamo infatti del primo brano in assoluto scritto e pubblicato dopo l'infinito silenzio della band, il brano della rinascita insomma. Lo si poteva inserire su "Forever Black" come bonus track magari, ma niente, lo si poteva inserire anche qui, ci sarebbe stato benissimo, invece ancora niente. Non resta che ascoltarlo su internet o comprare il singolo. Per concludere, si è capito che "Half Past Human" viene promosso a pieni voti e non vediamo l'ora di ascoltare un nuovo album.

1) Introduzione
2) Route 666
3) Shelob's Lair
4) Brutish Manchild
5) Half Past Human
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