CIRITH UNGOL

Forever Black

2020 - Metal Blade Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
06/06/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Difficile da credere, eppure eccomi qui a recensire l'ultima fatica dei Cirith Ungol. I Cirith Ungol sono una delle band cardine dell'Epic Metal, una delle prime uscite allo scoperto e una di quelle che ne hanno forgiato l'immaginario e il suono. Il problema sta nel fatto che durante i loro anni d'oro, pur con album di assoluto valore, hanno raccolto poco, anzi, pochissimo, tanto che in 10 anni sono riusciti a pubblicare soltanto 4 album: il debutto "Frost and Fire" (1981), ancora molto acerbo e non ancora pienamente Epic, il capolavoro massimo "King of the Dead" (1984), "One Foot in Hell" (1986) con il suo suono decisamente più metallico rispetto al precedente e l'ultimo "Paradise Lost" (1991), che nonostante abbia più di qualche calo contiene alcune delle canzone più belle della band e di tutto il genere. La storia della band sembrava fermarsi lì, con il raggiunto status di band di culto, con lavori da tramandare ai posteri che, fuori da certi meccanismi dell'epoca della band, sono riusciti ad apprezzare tutto con passione e senza farsi sviare da pulsioni figlie di un certo tempo e dalla concorrenza spietata che c'era a metà anni '80. L'avvento di internet ha aiutato molto, e ha fatto sì che la band potesse restare viva per molto tempo. In effetti, nel 2001 esce la raccolta "Servants of Chaos", che contiene alcuni pezzi inediti, demo e remix. Niente di speciale, ma ci fa capire che forse c'era ancora voglia di farsi sentire, di far sì che il nome Cirith Ungol stesse sulle bocche dei fan. Tutti speravano in un ritorno, ed ecco che improvvisamente, precisamente nel 2016, succede l'insperabile: i Cirith Ungol si riuniscono in parte e suonano al Frost and Fire Fest. Un'unica data per un'occasione speciale? In realtà no, perché come sappiamo bene oggi la band è rimasta ancora insieme ed è riuscita a calcare i palchi più e più volte, riuscendo a sbarcare anche nella cara vecchia Europa, vero obiettivo per chiunque suoni questo genere e mai raggiunto dai Nostri neanche ai tempi d'oro. Dopodiché sono anche cominciate a circolare squisite ristampe dei vecchi lavori, confermando che la band era viva e vegeta. Certo, mancava ancora una cosa al tassello, per far sì che la band Epic più oscura di tutte innalzasse il suo grido di battaglia. Grido che arriva con un nuovo brano dopo tantissimi anni, ovvero "Witch's Game", un pezzo che sembra uscito direttamente dai vecchi tempi, tanto la band sembra in forma smagliante, con un Tim Baker che ancora canta in modo impeccabile, sempre demoniaco e disperato. Ma non è tutto, visto che nel 2019 esce anche il live "I'm Alive", in cui c'è un gustosissimo DVD che ci leva ogni dubbio sulla forma della band. Il gioco ormai era fatto, ed eccoci qui infatti a recensire il nuovo CD dei Cirith Ungol, che è sicuramente uno dei lavori Epic più attesi degli ultimi anni, se non il lavoro Epic più atteso per eccellenza. Le domande sono tante ovviamente: ci si chiede se dopo tutto questo tempo questi signori siano ancora in grado di scrivere pezzoni, o almeno canzoni gradevoli?paure che però vengono contrastate da una speranza fortissima per un rientro che sembra esser stato voluto dal Caos stesso. La formazione è pressoché uguale a quella di "Paradise Lost", troviamo infatti sempre Tim Baker alla voce, Robert Garven alla batteria e Jim Barraza alla chiattra; le novità risiedono in Jarvis Leatherby al basso (definito dalla band come colui che ha resuscitato il progetto) e la vecchia conoscenza Greg Lindstrom alla chitarra. Quest'ultimo era già presente in "Frost and Fire" e alcuni brani di "King of the Dead" portano la sua firma. Che dire dunque? Le aspettative sono altissime, ma ora addentriamoci per bene nel Passo del Ragno.

The Call

Non sembra vero, eppure ci siamo, le prime note cominciano ad uscire fuori dalle casse con The Call (La Chiamata). È solo un breve intro strumentale, con dei sinistri suoni di tastiera che crescono di tono sempre di più fino a che gli accordi della chitarra si uniscono ad essi, in un crescendo che poi porterà alla vera traccia d'apertura. Niente di sbalorditivo, però il titolo non pare essere proprio a caso: dopo così tanti anni di attesa gli Ungol le legioni potrebbero essersi disperse, c'è quindi bisogno di una chiamata alle armi. La band chiama dunque, i fan rispondono.


Legions Arise

Dopo l'intro, siamo finalmente pronti per gettarsi nella mischia, e lo facciamo con Legions Arise (Legioni si Levano). Una canzone perfetta per cominciare, soprattutto se pensiamo che la canzone all'inizio dell'ultimo album era "Join the Legion". Allora era un invito, adesso, dopo anni, le legioni si sono formate e hanno atteso. L'altro motivo per cui è una canzone perfetta per cominciare è la carica che trasmette, essendo questa una galoppata con tutti i crismi che strizza un po' l'occhio alle sonorità di "One Foot in Hell". La band suona quindi veloce e frizzante, pronta a prendere d'assalto lo spettatore, con versi eloquentissimi cantati dalla graffiante voce di Baker: "A lungo abbiamo dormito, ma adesso ci svegliamo. Abbiamo sognato le vostre anime, le quali adesso prenderemo. Le nostre legioni del caos si sono gonfiate di dimensione. La lunga attesa è finita, per prendere il nostro premio". È chiaramente una canzone autoreferenziale, come dopotutto lo era la sorella "Join the Legion", ma stavolta la voglia di spaccare tutto è ancora più vivida, così come l'affetto per i fan emerge ancor di più, visto che è grazie a quest'ultimi se l'interesse verso la band è rimasto vivo in tutto questo tempo. Ora, come canta Tim, i re sono tornati, ed è come se la band si andasse a sedere sul trono dell'epic, reso vacante dalle defezioni di Virgin Steele e Manowar e dalla morte di Mark Shelton dei Manilla Road. Forse ci sono un paio di band più moderne che potrebbero stare su quel trono, ma i Cirith Ungol tornano per far vedere a tutti che i vecchi paladini ancora hanno energie. La galoppata sembra inarrestabile, ma il semplice quanto efficace ritornello, che comunque non spezza assolutamente il ritmo, dà quel tocco battagliero in più, e già sappiamo che in un attimo ci ritroveremo a cantare con convinzione il titolo del pezzo. Siamo già a metà pezzo e c'è subito spazio per un assolo piuttosto melodico e dal sapore classicissimo. Tuttavia, l'invito della band a far sollevare le legioni torna quasi più forte di prima, così come è più forte di prima la dedica ai fan: "Non avete mai perso la speranza, non vi siete mai allontanati. Levatevi ora miei figli, levatevi dalle tombe. Noi non guidiamo i deboli, loro non risponderanno alla chiamata. Mentre il caos discende, il falso metal cadrà!" Versi orgogliosi e pieni di un'enfasi ritrovata alla quale è difficile resistere. La galoppata è praticamente perpetua, e il ritornello si infila nelle nostre teste come dei dardi scagliati dalle legioni: chiaramente un brano che farà faville dal vivo. Semplice e breve, ma ottimo per iniziare.

The Frost Monstreme

È l'incedere più cadenzato e pesante ad accompagnarci con The Frost Monstreme. Il titolo rimanda direttamente a uno dei racconti Sword and Sorcery scritti da Fritz Leiber, i quali hanno come protagonisti Fafhrd e il Gray Mouser. In Italia è conosciuto come La Mostreme di Ghiaccio. Prepariamoci dunque ad entrare in un mondo antico e selvaggio, dominato da spade, magie e mostri. L'andamento ciondolante ma sicuro e robusto rendono bene l'atmosfera eroica che si vuole descrivere, e ha anche il pregio di essere piuttosto accattivante. In effetti, è difficile immaginare l'epic metal senza questi mid-tempo, e qui la chitarra solista accarezza il tutto con fugaci melodie che fanno capolino come un leggero vento freddo. La voce di Tim Baker emerge dagli iceberg e comincia a narrare la storia, e sembra proprio di essere all'interno di un racconto: "Le navi si stanno incontrando, gli eroi salutando, regali di morte da ciascuno a ciascuno. I corpi si frantumano, le ossa si spanderanno, la carne gelata traccia respiri gelati". L'atmosfera dei vecchi album è tutta intatta, così come la capacità di scrivere testi interessanti per chi apprezza certe tematiche. In ogni caso, la band non si perde troppo in chiacchiere, ed ecco che dai ghiacci perenni emerge il mostro del gelo, salutato dai musicisti con un ritornello forzuto che si stampa subito in testa e che sicuramente farà faville dal vivo, grazie anche al modo in cui è costruito: ai cori virili risponde la maligna voce di Baker. Non è difficile immaginarsi un botta e risposta simile durante un concerto. La batteria di Garven in sottofondo rende il tutto più battagliero e barbaro, con i suoi colpi pesanti e guerreschi, e non è da meno neanche durante il prosieguo del brano, con la marcia che continua. Le navi che prima si stavano incontrando ora si stanno congelando, il vento ulula sempre più forte e la notte è sempre più incombente, tanto che i fuochi non bastano ad illuminarla. Oltre alla batteria è molto apprezzabile anche il lavoro al basso, l'accoppiata infatti rimanda quasi alla musica proposta in "King of the Dead", dove era molto forte la vena Doom. Sembra tutto fermo e congelato nel tempo, con la marcia inarrestabile che preannuncia nient'altro che la morte, ma ecco che all'improvviso c'è un cambio di tempo dal retrogusto anni '70 in cui si può sentire anche un campanaccio. Ora gli accordi sono meno cupi, ed è tutto più ritmato e vivace, c'è pure posto per un assolo che si staglia su un'accelerazione inaspettata. Pare come se i membri delle prima menzionate navi stiano scappando dal mostro che li insegue e li aspetta nascosto nel bianco. Tuttavia, non c'è niente da fare, il mid-tempo torna nuovamente e con esso torna anche l'oscurità e la disperazione: "Le navi stanno affondando, gli occhi sono impassibili, il respiro gelato che preannuncia la morte. Il freddo paralizzante scorre attraverso la tua anima, la carne gelata traccia respiri gelati". Le immagini sono molto simili a quelle della primissima strofa, ma qui ormai è tutto decaduto. Il ritornello mette l'accento sulla situazione, con la sua carica vigorosa e fatale che ci porta a cantarlo con i pugni al cielo. Non è ancora detta l'ultima però, visto che la band ci delizia con un lungo finale fatto di accelerazioni, assoli e ulteriori rallentamenti che lo rendono quasi infinito. Proprio come il freddo che avanza inesorabile.

The Fire Divine

Tutta un'altra atmosfera, invece, quella di The Fire Divine (Il Fuoco Divino). Si inizia subito con un riff squisitamente heavy e ritmiche più veloci e frizzanti rispetto alla traccia precedente, con tanto di assolo "stradaiolo" messo in apertura. Neanche il cantante Baker è immune a questo incedere così ritmato e le sue linee vocali risultano addirittura positive. Per un attimo ci sembra di ascoltare un brano molto ottimista, ma la verità è un'altra, poiché dietro quelle linee vocali così agili libere si nascondono versi oscuri e maledetti: "'Sciocchi!" gridò l'estraneo, non imparerete mai? La devozione e la virtù non vi aiuteranno mentre bruciate". Ebbene sì, ci prepariamo per una discesa verso l'Inferno. Non è un caso, forse, che dopo questa strofa il ritmo rallenta di un poco, con la pesante batteria di Garven che trasmette tutto il peso della dannazione eterna e l'ancora più straziante voce di Baker che trasmette le frustate di fuoco sulle schiene dei peccatori. La band sembra quasi divertirsi con tali immagini, e il ritornello risulta essere il più brioso e orecchiabile di tutto l'album, con le voci secondarie che cantano in modo pulito e quasi solare, e quella principale che risponde graffiando, creando così un bel contrasto che si stampa subito in testa. La corsa verso la dannazione però non si ferma qui, e ecco che le ritmiche guidate da Garven e Leatherby trascinano velocemente i peccatori verso il baratro, mentre sul ciglio di uno dei gironi Barraza si lascia andare ad un breve assolo compiaciuto. La musica è sempre molto legata a certo heavy anni '80, ma i versi cantati da Baker si fanno ancora più cupi, mostrandoci una persona intenta a pregare un Dio che ha già deciso che tanto dovrà bruciare all'Inferno, passando beatamente sopra al concetto di pietà. Ecco quindi che questa terribile rivelazione si tramuta nel lieve rallentamento già incontrato prima, in cui possiamo sentire particolarmente bene i decisi colpi di Garven alle pelli, ma anche una chiara accusa lanciata alla religione e soprattutto al Paradiso: "Il tuo paradiso è solo una fantasia a cui rivolgersi nella tua paura, una debole pagliuzza a cui aggrapparsi quando sai che la morte è vicina". Però, se il Paradiso è solo una fantasia, l'Inferno è invece molto reale, e le sue fiamme cominciano a scaldare le anime dei peccatori. Il ritornello probabilmente entra molto bene in testa già dalla sua prima apparizione, ma non disdegniamo di certo la sua seconda esecuzione, seguita da un assolo molto melodico che si staglia su ritmiche più rallentate. Anche il finale è tutto affidato al ritornello stesso, che si concede anche un'accelerazione prima della chiusura definitiva. Siamo al terzo pezzo, e finora va tutto alla grande, anzi, sembra che più andiamo avanti più si migliora e più vediamo una band in grandissima forma.

Stormbringer

La sensazione viene confermata di molto con Stormbringer (Tempestosa), che è sicuramente uno degli apici del disco. Ad aprire le danze troviamo accordi leggeri, sognanti ed eterei che ci trasportano in un mondo che non è il nostro, in cui la lotta tra Legge e Caos è eterna. Si respira un'aria malinconica, amplificata dalla prova vocale di Tim, il quale stavolta sforna il suo timbro più pulito (un po' come in "Chaos Rising") e ci delizia con quella che sembra proprio essere una sorta di ballata epica. Con i suoi versi la malinconia sale, e presto capiamo perché: "Gli ululanti venti del caos risuonano sopra il grido di battaglia, mentre noi uccidiamo le bestie e beviamo le loro anime per tenerci mezzi vivi". È chiaro ormai, ma lo era già leggendo il titolo, che la canzone è dedicata a Elric di Melniboné, antieroe nato dalla penna di Michael Moorcock e presente sia nella copertina di questo stesso disco, sia in tutte le altre della band. Elric è l'albino imperatore di Melniboné, ma è debole e per tenersi in forze ha bisogno della sua fedele spada senziente, Tempestosa, che beve le anime delle vittime che trafigge, essendo un antico prodotto del caos. Dopo questi primi due versi entra in gioco la chitarra elettrica con un riff che spezza ogni calma e distrugge le pareti della Caverna Pulsante, dove si trova la spada insieme alla sua gemella Luttuosa. La chitarra dà forza alla ballata, avvolgendoci con una malinconica gloria, ora che la spada è nelle mani di Elric: "La nostra lama lamenterà una spaventosa canzone, un'infinta danza della morte, finché i signori del caos non cadranno e ansimeranno il loro respiro finale". Un breve e triste assolo esce come un sospiro dalla Caverna, e ci trasporta molto avanti nel tempo, quando Elric ormai è schiavo della sua lama e la lotta tra Legge e Caos sta raggiungendo il suo apice. Il ritmo è cadenzato e grave, quasi portasse su di sé tutto il peso del Campione Eterno, e la lamentosa voce del cantante, davvero in forma, non fa che aumentare questa sensazione di disperazione, mentre l'albino osserva la fine del mondo, divorato dall'entropia. Il ritornello non è che una naturale prosecuzione di tutto questo, ovvero un grido disperato da cantare a squarciagola con la realizzazione che Elric e la spada sono ormai un tutt'uno. Tutto piuttosto semplice e immediato, ma comunque di grandissimo impatto. Ormai la canzone è esplosa e continuiamo ad ascoltarla con i brividi, con Tim che, nei panni di Elric, continua la sua narrazione apocalittica, accompagnato dal solito incedere lento e fatale, che si trascina come un'anima straziata. L'assolo a metà pezzo riesce a rendere il tutto leggermente più ritmato, come se la Legge si opponesse al Caos, ma ecco che in un attimo quest'ultimo incombe ancora una volta sull'eroe, il quale continua a dialogare con sé stesso e con la sua arma: "Mentre facciamo finalmente calare il sipario e parliamo dei nostri ultimi rimpianti, addio alla nostra coscienza e all'anima che mai incontreremo. Abbiamo visto il mondo smettere di girare e tutti gli altri morire, non abbiamo più umanità per sfidare la parola addio". La voce di Tim è sempre più disperata e trova il suo sfogo nel riuscitissimo ritornello, che a sua volta fa da apripista ad un nuovo assolo, stavolta più lungo e più sentito, quasi che seguisse le crepe che si aprono nel terreno mentre il Caos prende il sopravvento. La vera disperazione però viene raggiunta nel refrain finale, in cui Baker dimostra di non avere problemi a cantare nel modo acido e acuto che l'ha reso famoso. In assoluto uno dei pezzi migliori del disco e dei Cirith Ungol in generale.

Fractus Promissum

Dopo questo brano sorprendentemente bello tocca a Fractus Promissum (Promessa non Mantenuta) continuare a deliziarci. Il riff è molto anni '70, così come l'andamento generale, anche se ovviamente la musica è irrobustita da un suono decisamente più metallico e pesante, con tanto di assolo distorto posto in apertura. La prima strofa risulta comunque meno opprimente rispetto ai primi secondi, e mostra un andamento piuttosto rockeggiante, il quale è sottolineato anche dal campanaccio in sottofondo. La voce di Tim Baker è sicuramente in primo piano, ed è quella che riesce a dar veramente vita a questo brano, con linee vocali agili e rapide ma sempre con quel retrogusto maligno. Neanche la chitarra solista, però, è da meno, piazzando un altro assolo in wah wah alla fine proprio della prima strofa. Finora il brano sembra essere una continua riflessione sulla vita, con il cantante che fa domande e offre spunti di riflessione, come si legge nella seconda strofa, che ci conferma ancora una volta che gli scenari lucenti e spensierati non sono proprio il campo dei Cirith Ungol, visto che qui le liriche trasmettono dubbio e quasi angoscia: "Ci rannicchiamo nelle ombre o facciamo un passo verso la luce, abbracciamo l'accecante furia nata dalla santa forza del caos, alziamo dalle tenebre, mettiamo fine a schemi malvagi oppure pieghiamo le nostre teste e seguiamo il sogno di qualcun altro?". È proprio a questo punto che i toni sembrano alzarsi all'improvviso e Baker dà vita a quelli che sono quasi sicuramente i due versi più riusciti della canzone, quelli che sicuramente entrano in testa da subito e fanno quasi da ritornello, sostituendolo proprio in verità, visto che quest'ultimo è assente in questa traccia. Il cantante, dicevamo, prende tutta la sua forza vocale e canta con disperazione: "La promessa scivola via, un altro sogno infranto". La chitarra solista corre a mettere l'accento a questo momento intenso, e lo fa sempre con il wah wah impostato, anche se c'è anche un altro assolo poco più avanti che non ha questa distorsione. Dopodiché, Baker continua con il suo sermone dannato, ricordandoci come guardiamo più spesso in basso di quanto non guardiamo in alto, seguendo solo gli istinti negativi, arrivando a distruggere anche il nostro pianeta. Dopo il suddetto assolo troviamo le ultime parole sentenziose cantate da Baker, circondate da un breve quanto efficace inasprimento dei suoni: "Un tempo terra di latte e miele, ora sta lentamente marcendo. Vivere in un mondo di promesse infrante". Le promesse che ci vengono fatte sin da bambini, riguardo alla felicità e dei miglioramenti che sicuramente avverranno, fatti anche dalle varie religioni, non trovano riscontro nella realtà, ed è quindi come se non fossero mantenute, ma la band ce lo suona e canta quasi col ghigno sul volto. Non il mio pezzo preferito dell'album, ma sicuramente un altro bel brano.

Nightmare

Non è certamente un ghigno quello di Nightmare (Incubo), che già dal titolo mette le cose in chiaro. L'inizio non è da meno: tempi lenti scanditi dalla solida e imponente batteria di Garven sembrano stendere un velo nero che lascia fuori ogni speranza di luce, mentre la chitarra solista suona sinuosa ma misteriosa. Non appena la coltre cala del tutto il brano può partire sul serio, e lo fa con un mid-tempo roccioso e cupo, in cui la voce di Baker è tutt'altro che rassicurante, impreziosita anche da una sovraincisione che la rende ancora più incisiva e decisa. I versi potrebbero non parlare di nulla di specifico, ma c'è qualcosa che mi fa pensare ancora una volta ad Elric, come quelli della seconda strofa: "Uno spettro nel piano principale, mandato qui dal basso. Maledizioni, morte e caos sono le sole cose che conosco". In effetti, Elric, come tutti i melniboneani, ha il caos come patrono, e non si può certo dire che durante le sue avventure manchino maledizioni e morte, visto che non parliamo del classico eroe senza macchia. Il ritornello, che giunge molto presto e senza troppi preamboli, è diretto come nelle altre canzoni, e riesce ad appesantire ancora di più la musica. La batteria infatti si fa ancora più lenta, con i colpi dati da Garven che sembrano i rintocchi dell'universo che preannunciano l'ascesa del caos, con il basso di Leatherby particolarmente in primo piano: una sezione ritmica molto doom, sulla quale si inserisce a meraviglia la voce di Baker, che per l'occasione decide di cantare in modo lievemente più grave, tanto per ribadire che non c'è speranza. Tuttavia, il mid-tempo riparte, e confrontato al ritornello appare quasi più baldanzoso, tanto da far venir voglia di scuotere la testa, ma ci pensa Tim Baker e ributtarci in un vortice in cui sono i signori del caos a farla da padrone, usciti ormai dalle loro dimore infernali. In tutto questo, Elric si è ritrovato immerso in una lotta cosmica in cui il suo ruolo è quello di riportare l'equilibrio. Ciò però non rende l'eroe fiero, anzi, è sempre pieno di dubbi e pensieri: "Nessuno scampo e nessuna redenzione per le azioni malvagie che ho commesso, ho risuscitato i morti e maledetto tutti voi e cancellato il Sole". Tutto intorno è il caos, niente è quello che sembra o ciò che dovrebbe essere, le forme si mischiano tra di loro, la terra si squarcia e il cielo si apre. Il ritornello giunge nuovamente con tutta la sua gravezza doom, che non possiamo far altro che apprezzare, soprattutto perché la batteria di Garven sembra il martello di un fabbro che martella sulle tempie del nostro protagonista. A metà brano un assolo molto melodico e sinuoso sembra voler portare un po' di fluidità in questo brano così quadrato, e in effetti il leggero contrasto che si va a creare è molto riuscito, anche perché è il solo momento in cui la melodia la fa da padrone, visto che poi riparte l'inesorabile marcia verso il caos e verso il male, con gli incubi che piano piano diventano realtà, così come diventa sempre più reale quanto cantato dall'opprimente ritornello: "Sono cattivo, è ciò che è dentro di me". Nel finale, però, c'è una lieve accelerazione inaspettata che, insieme ad un altro assolo, rende questo brano migliore di quanto già sia. Sono piccole accortezze come queste fare veramente la differenza. In ogni caso, la canzone potrebbe non essere su Elric, però mi è venuto molto naturale legarla a lui, quindi ammetto che è un'interpretazione molto libera.

Before Tomorrow

Siamo quasi giunti alla fine ormai, ma c'è ancora tempo di godere di due pezzoni. Before Tomorrow (Prima di Domani) è stato il secondo e ultimo brano scelto come singolo, ed è stata una scelta davvero azzeccata. Si parte con un riff squisitamente heavy, uno di quelli che viene voglia di imitare facendo "air guitar", e lo stesso vale per la breve fuga solistica che segue. Acciaio lucente e senza fronzoli, che si trasforma prestissimo in un altro mid-tempo che non lascia scampo e schiaccia tutto quello che trova sul suo cammino, regalandoci un'atmosfera dal piglio narrativo che sembra descrivere un'imminente fine del mondo, celebrata perfettamente dalla solita voce espressiva di Baker: "il tintinnio della loro armatura, il crepitio delle loro ossa, il battito della loro volontà, renderebbe pietra gli uomini inferiori". Riusciamo quasi a scorgere i Cavalieri dell'Apocalisse, o altre creature spaventose e diaboliche, che si ergono su di un colle, preannunciando la fine di tutto. Tanto è già stato tutto scritto, ora regna l'anarchia ed è troppo tardi per realizzare ciò che sta accadendo. La musica si fa leggermente più alta, come per sottolineare l'inizio della fine, ma comunque basso e batteria restano piuttosto cupe e saldi ai loro posti, con i loro accordi gravi e precisi. Baker dimostra di essere in uno stato di grazia nel ritornello, che è in verità uno dei miei preferiti di tutto l'album: non ci sono picchi vocali assurdi, anzi, la sua prova è molto lineare e senza esagerazioni, però il modo in cui canta quei versi, come un uomo saggio disperato che cerca di avvertire il mondo del pericolo incombente, resta subito impresso e si infila sotto la pelle. Il mondo però ancora non è finito, e il mid-tempo riprende più roccioso di prima, con le chitarre di Barraza e Lindstrom in primo piano con i loro riff semplici ma efficaci, ma soprattutto con Baker e il suo sermone oscuro. Riusciamo a respirare la tipica epicità dei Cirith Ungol, quella che non è fatta di gloria e potenza, ma di oscurità e atmosfere da male cosmico. Detto ciò, ritroviamo immediatamente il ritornello, che si trascina quasi in modo ossessivo, rendendosi quindi ancora più efficace: "Oggi viviamo nella rabbia, oggi viviamo nella paura, un giorno prima di domani, oggi la fine è vicina". Improvvisamente cala il silenzio, l'oscurità copre questo mondo marcio e non si sente altro che il silenzio. Tutto accade in un istante. Tuttavia, da questo silenzio escatologico emerge un altro riff, che si erge come un nuovo pilastro da cui ripartire. Ecco infatti che ritroviamo basso e batteria, che però hanno un andamento più disteso e malinconico, proprio come quello dell'assolo di chitarra. La vera anima del brano, però, è quella del mid-tempo, il quale torna a farla la padrone da dopo l'assolo in poi, con altre strofe pregne di pathos che non fanno che confermare che la fine è arrivata, chiamata da un antico male e presagita dal sacrale ritornello, che va a chiudere definitivamente uno dei brani migliori di tutto l'album e che può tranquillamente essere messo a confronto con i vecchi classici.

Forever Black

Giungiamo a questo punto alla fine della corsa, ed è la title-track (Per Sempre Nero) è chiudere il cerchio. È un riff solitario che ricorda quasi quello di "Paradise Lost" ad infrangere il silenzio, ma è la possente batteria di Garven a far tremare tutto e a permetterci di calare nell'abisso, il quale si fa sempre più nero e profondo, senza che ci sia una possibilità di risalita. Però, quando Baker comincia a cantare pare che la musica abbassi di un po' il volume, permettendo al cantante di farsi sentire di più, come per uscire dall'abisso, ma in verità è proprio lui a celebrarlo quell'abisso, rendendoci schiavi ma al contempo affascinati. La musica anche adesso è tutta incentrata sul mid-tempo, che è molto lento e opprimente con la prima strofa, ma si ravviva leggermente di più con la seconda, che funge da pre-ritornello e da sentenza: "Nessun posto dove nascondere la verità, nessun posto dove nascondere il dolore, la speranza è lavata via dalla pioggia nero lucente". Questo momento lievemente più ritmato dura poco però, non basta per far scendere un raggio di luce, anche perché in un attimo arriva il ritornello e ci ri-inghiotte nuovamente. Abbiamo infatti a che fare con uno dei momenti più doom dell'album, con ritmiche e riff che si trascinano lenti ma inesorabili, pesanti come macigni e come una coltre nera che inghiotte tutto non lasciando spazio neanche per le stelle. Oramai il nero è la veste di tutto, e questo descrive molto bene anche la situazione cantata da Baker, in cui c'è un'umanità senza speranza, che cerca di consolarsi ma il risultato è solo un grido più straziante e disperato, che preannuncia l'incubo. Puntualmente, quindi, ritroviamo pre-ritornello e ritornello, che fanno un'accoppiata perfetta, con il primo che sembra quasi voler staccarsi dal nero e il secondo che invece ce lo riscaglia dentro e lo soffoca come una colata di pece. La coltre cala sempre più pesante, e l'assolo pare accompagnare questo momento con le sue melodie e le sue note pulitissime e piuttosto veloci, soprattutto se pensiamo al tipo di brano. L'umanità è sempre più vicina al baratro, e il cantante ce lo ribadisce: "Una tragica corsa verso la disillusione, la nostra scelta degli eroi è stata mal fatta, ci hanno guidato nella tentazione e cambiato il nostro futuro in una tomba". Verrebbe quasi voglia di vederci uno scenario Sword & Sorcery, ma la realtà è che molto probabilmente qui si parla proprio di noi, e la band non dimostra certo di essere ottimista. L'andamento doom, e quasi sacrale, del ritornello fa ancora una volta la sua comparsa, ma stavolta la batteria e il basso spingono sull'acceleratore, seguiti a ruota dalla chitarra solista. Un tentativo di fuga verso un futuro migliore, ma c'è sempre Baker che insegue tutti gridando il titolo del brano, ricordandoci che non c'è scampo, e il suo acido urlo finale mette la pietra tombale su ogni speranza. Un grido che chiude anche egregiamente l'album, un grido che sa quasi di presa di posizione e di dichiarazione di intenti: per sempre neri, ciò che i Cirith Ungol saranno.

Conclusioni

E dunque finisce così, l'album dei Cirith Ungol che aspettavamo da quasi trent'anni. È quasi difficile credere che effettivamente siamo riusciti ad ascoltarlo, ma soprattutto che dopo quasi trent'anni i Cirith Ungol sono tornati con un lavoro di questa portata. Ci sono reunion che portano a dischi fatti solo per timbrare il cartellino, per fare qualche concerto in giro giocando sul fattore nostalgia - e negli ultimi anni ce ne sono state parecchie di reunion -, ma questa non è una di queste. Certo, se non fosse stato per il fattore nostalgia che si è andato a creare in una certa fascia del metal probabilmente la band non si sarebbe mai riformata, e quindi lo spettro di un album fatto tanto per, come sopra, timbrare il cartellino era nell'aria, anche se forse la speranza era molto più forte e almeno il sottoscritto non ha mai pensato ad un album terribile. I primi singoli usciti poi non hanno fatto altro che aumentare la curiosità e la speranza stessa. L'album è finito, dicevamo, ed è un gran bell'album! Viene proprio da pensare che è un gran peccato che la band sia stata così sfortunata durante la sua carriera, chissà cosa avrebbe potuto tirar fuori negli anni della giovinezza se le cose fossero andate diversamente. Purtroppo la storia è andata così, ma noi possiamo ritenerci fortunati ad aver vissuto questo ritorno, perché è stata comunque un'emozione, e possiamo quindi dire di aver assistito all'uscita del nuovo album dei Cirith Ungol, una band che non pubblicava un album da quasi trent'anni. Le canzoni sono tutte di alta qualità, non c'è un vero momento morto o una canzone inferiore di molto alle altre. L'unica che mi piace di meno rispetto alle altre è "Fractus Promissum", ma non mi sento di dire che non è un pezzo riuscito, visto che ha comunque bei riff e un andamento accattivante. Ci sono però pezzi che conquistano subito e non temono la comparazione con brani presi dagli album passati, soprattutto con gli ultimi due. Canzoni come "Stormbringer", "Before Tomorrow" o "Forever Black"  possono essere tranquillamente messe vicino ai brani che hanno reso questa band famosa. Lo stesso, comunque, si può dire anche delle altre tracce dell'album, perché "Legions Arise", "The Fire Divine" e "Nightmare" sono dei gran pezzi. La cosa bella è che il suono dei Cirith Ungol è rimasto pressoché immutato, così come il loro stile dedito ad un'epicità cupa, non molto lontana dal doom metal e venata di Male cosmico. Nessuno si aspettava un album innovativo da loro, nessuno si aspettava un'evoluzione e nessuno la voleva. Volevamo questo. Forse sarebbe stato gradito un brano più lungo sulla falsariga di brani epocali come "Finger of Scorn" o "Chaos Rising", ed era, lo ammetto, anche un mio desiderio, però devo dire che durante l'ascolto non si sente la mancanza di questo tipo di traccia, visto che l'album è così compatto e omogeneo che va bene così com'è. "Witch's Game" però già c'era, ed è un peccato che non sia stata inserita all'interno di questo "Forever Black", ed è una scelta che non comprendo, poteva andar bene anche come bonus track, per esempio. Un'altra critica positiva se la prende la produzione, che non cede alla tentazione di suonare moderna a tutti i costi, risultando sì pulita e potente ma equilibrata al punto giusto, così da darci la possibilità di sentire per bene i riff, la batteria e pure il basso. Una produzione pulita e di questi tempi ma che sceglie di rimanere fedele agli stilemi classici. Anche la copertina dell'album è fedele a un certo immaginario, visto che Elric di Michael Wheelan è ancora il protagonista. A conti fatti, si può addirittura sperare che questa reunion dei Cirith Ungol non sia troppo effimera, e, visto che non vedo molti pareri discordanti in giro, si può addirittura sperare in altri tour e, chissà, in un altro album (ovviamente da comprare).

1) The Call
2) Legions Arise
3) The Frost Monstreme
4) The Fire Divine
5) Stormbringer
6) Fractus Promissum
7) Nightmare
8) Before Tomorrow
9) Forever Black
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