CINDERELLA

Long Cold Winter

1988 - Mercury

A CURA DI
ANDREA CERASI
02/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Un logo porpora e una copertina interamente bianca e candida come neve, che descrive il lungo rigido inverno, simbolo di purezza, di ritorno alle origini, di glaciazione che annienta ogni impurità. Un gelo che penetra sotto pelle, pietrificando muscoli e ossa. L'inverno questa volta è nel cuore di Tom Keifer, leader dei Cinderella, che dopo i fasti del pluripremiato esordio, quel "Night Songs" che ha portato la band americana a suonare in tutto il mondo e a collezionare premi, proiettandola tra i grandi dell'hard rock anni 80, decide di liberarsi dei deliri fanciulleschi e primitivi per affrontare una sorta di introspezione. I restanti membri della formazione seguono il suo esempio, lo assecondano, e tutti e quattro i musicisti si buttano nel classic rock e soprattutto nel blues, per mettere in piedi una leggenda vecchia quanto il mito. "Long Cold Winter" è un lavoro elaborato, costruito minuziosamente, partendo appunto dalla lezione dei grandi del blues: B.B. King, Luther Allison, Muddy Waters, ma anche gli eroi del rock come Rolling Stones, Aerosmith, Bad Company e Humble Pie, amalgamando alla perfezione le due anime di cui è composta la band statunitense. Il tour di "Night Songs" è lungo e faticoso, e allora Keifer ha tempo per buttare giù una serie di pezzi fenomenali, per poi rielaborarli con calma in studio. Il batterista Fred Coury, arrivato a sessioni finite nel debutto, anche questa volta appare soltanto nei videoclip e ovviamente nei concerti, preferendo lasciare spazio in studio a diversi batteristi del calibro di Joseph Starns, Cozy Powell e Denny Carmassi. Si vocifera che Coury sia un musicista impreciso, almeno in studio di registrazione, e preferisca lasciare spazio ai colleghi. La questione è bizzarra, ma l'alchimia della formazione è talmente alta che il piccolo inconveniente viene superato alla grande. Il chitarrista Jeff LaBar e il bassista Eric Brittingham lavorano instancabilmente per comporre il materiale, plasmandolo sulle idee del cantante, che in questo caso riscopre la musica che ascoltava da bambino, quella con cui è cresciuto. I Cinderella non sono la classica sleaze metal band, tutta lustrini e istinti primitivi, dedita al divertimento e ai festini; in loro c'è il sacro fuoco del blues che brucia ardente nelle vene e che comporta un sound più malinconico, cupo e serioso rispetto alla concorrenza. Tali elementi contribuiscono al successo immediato del secondo album in carriera, un disco che in parte tenta di allontanarsi dal selvaggio esordio, scrollandosi di dosso i valori per il quale il glam metal è noto, al fine di diventare un'opera più matura e sofferta. L'ambientazione è gelida, invernale, i testi sono richiami di casa, inni ai ricordi sbiaditi, storie di vita e racconti di esperienze, ma certamente non mancano le goliardiche cavalcate hard rock tipiche del decennio. Il successo è imponente: i quattro singoli scelti scalano le classifiche, piazzandosi ai primi posti negli U.S.A., e le vendite raggiungono le sei milioni di copie. I Cinderella, arrivati a questo punto, diventano uno dei gruppi più famosi della scena metal di questi anni, e la richiesta di vederli dal vivo è talmente elevata in ogni parte del mondo che l'etichetta, la Mercury Records, organizza un tour massacrante che dura due anni e che alla fine raggiungerà i 255 spettacoli totali, tra cui l'apparizione, nell'agosto 1989, al Moscow Music Peace Festival, insieme ad altri giganti quali Scorpions, Skid Row, Motley Crue, Bon Jovi e Ozzy Osbourne. Il 1988 è l'anno di Keifer e compagni, il popolo metal è costretto a inginocchiarsi davanti a questa opera monumentale, di rara intensità e di grande profondità emotiva, in un mix di valori che la elevano tra le migliori rappresentazioni hard rock del decennio e sicuramente uno dei dischi sleaze più belli della storia. Persino chi non aveva apprezzato troppo le tinte sgargianti e selvagge dell'esordio "Night Songs" è costretto a ricredersi in merito alla classe di questa giovane band proveniente dalla Pennsylvania. Riduttivo definire i Cinderella una semplice glam metal band, perché la loro musica è matura, vissuta, tanto tradizionale quanto moderna, e "Long Cold Winter" si profila come uno splendido affresco invernale dalle tinte smorte, ma in grado di emanare pura energia, alternata a momenti riflessivi che annebbiano la mente e commuovono fino a schiudere il cuore in un tripudio di emozioni contrastanti.

Bad Seamstress Blues/Fallin' Apart At The Seams

Un caldo arpeggio di chitarra ci introduce in una terra selvaggia, deserta, l'armonica a bocca riprende la grande tradizione blues, e così prende forma Bad Seamstress Blues/Fallin' Apart At The Seams (Il Cattivo Ricamo Blues/Che Cade A Pezzi Alle Giunture), apertura fantastica all'insegna della tradizione, ma l'anima puramente blues si smorza dopo poco, lasciando spazio all'irruenza hard rock, con tutti gli strumenti in palla a far mangiare polvere agli ascoltatori. La prima strofa è poggiata su un riff in acustico, di indole Zeppeliana: "Guardo indietro a quando ero giovane, ho provato a cantare, ma la mia canzone era stata già cantata. Ora non nessuna preoccupazione, non ho nessuno da chiamare e che possa essere mio. Penso di esser diventato troppo vecchio e tutto quello che avevo è andato in pezzi". Si incomincia guardandosi indietro nel tempo, a quando si era giovani, e subito i rimpianti prendono forma nella mente del narratore. La vita poi è andata avanti e i sogni di un tempo sono andati tutti in frantumi. La seconda strofa si irrobustisce, gli strumenti si affilano e la sezione ritmica prende il sopravvento: "Cadiamo tutti a pezzi, il vecchio sembra più giovane adesso, ha perso il forte rispetto in qualche maniera. MI guardo allo specchio e ciò che trovo è solo il passato. Ora è tutto finito. Adesso è finita per sempre". L'amara consapevolezza di essere cresciuti, di avere altre esigenze rispetto alla bella età. L'innocenza è perduta e sono giunti i problemi. Il ritornello è un fulmine a ciel sereno, sporco, adrenalinico, ma avvolgente: "Il mio cuore è come una ruota e la mia testa è come pietra. Ho i miei ricordi ma non ho più casa, e sto cadendo a pezzi". La ricerca di casa è lontana, il viaggio è appena iniziato e sarà molto lungo. Lungo il tragitto l'uomo avrà la testa piena di ricordi: "I miei vecchi amici sembrano molto più vicini ora, in qualche modo cercano di resistere alla prova del tempo. Guardo il vincitore che colpisce il terreno, lo fa con forza, ma poi cede". L'uomo si guarda attorno, guarda le persone che conosce, le contempla, capisce che anche loro, come lui, combattono quotidianamente per non soccombere a questa vita problematica. Alla fine, però, tutti sono costretti ad alzare le mani. Già in questo brano di apertura si denota il tema portante dell'album: la fragilità umana, il trapasso del tempo, i rimorsi della giovinezza, e il viaggio di ritorno verso casa, dove tutto è iniziato. Passato e presente che si incrociano costantemente, si avvitano su se stessi, si abbracciano e poi si lasciano.

Gypsy Road

Il primo singolo scelto per rappresentare l'album si intitola Gypsy Road (Strada Nomade), fenomenale e rovente pezzo hard rock diventato presto un cavallo di battaglia, una delle hit di tutto l'hard rock anni 80. Il videoclip viene girato in Messico, dove i Cinderella passeggiano per strada, inquadrando quei luoghi fantastici, tra i quali il sito archeologico Chichen Itza, considerato patrimonio dell'UNESCO. Il tema del brano è ovviamente quello del viaggio e di uno stile di vita nomade, tipico dei musicisti sempre in tour, ma è presente anche la forte sensazione dello smarrimento, dell'inseguimento di un sogno e della solitudine che può colpire il viaggiatore, lontano da casa. "Ero così, adesso non sono quello che tu vedi. Signore, io ci provo e adesso sembra che tutti quei sogni stiano diventando realtà. Eppure, quegli stessi sogni mi stanno trascurando. Qualche donna dalla parlantina facile non appena mi vede qualche stampa sul viso un sorriso. Io guido tutta la notte e finisco nello stesso vecchio posto". Il disagio del vocalist è palese, la vita da rock star ha i suoi privilegi, come numerose donne superficiali che si avvicinano solo perché attratte dal successo, ma i sogni contrastano spesso con la realtà dei fatti, e alla fine quello che si cerca è un po' di riposo. Il riff grondante blues di Jeff LaBar ci abbraccia e ci scalda dal freddo inverno, il basso di Eric Brittingham è il motore pulsante del brano, quello che genera la scarica elettrica che ci conduce al glorioso refrain, più che altro simbolo di un modo di essere: "La mia strada da nomade non mi porta a casa. Ho guidato tutta la notte solo per vedere la luce dell'alba. La mia strada da nomade non mi riporta a casa, ma continua a proseguire perché mi fa sentire bene". Il sogno non è ancora finito, casa è ancora lontana, ma forse meglio così, perché la vita on the road dà le sue soddisfazioni e, nonostante la stanchezza, le persone false che si possono incontrare e le poche ore di sonno, ci si sente bene e si è felici. "E a chi interessa se faccio crescere i capelli fino al cielo. Prenderò un desiderio e una preghiera, incrociando le dita, affinché me la cavi sempre, e perché possa fuggire dagli idioti con la parlantina attirati dai soldi. Ho cancellato il sorriso dalla mia faccia, guido nella notte solo per continuare la corsa al successo". L'obiettivo è uno solo: raggiungere il successo, mai fermarsi lungo la strada, ma perseverare nel proprio sogno di gloria. L'assolo di chitarra è classicamente blues, la voce di Keifer sporca al punto giusto, in sottofondo si possono sentire le tastiere suonate da Kurt Shore, che donano quel tocco solenne in più, quasi sacro, dall'animo black. "Talvolta mi sento così vecchio, ho la mia luce che sta brillando, ma sembra che sono così stanco. A volte mi sento freddo, troppo freddo. Voglio tornare a casa, anche se la strada che sto percorrendo non mi ci porta". La strada di Casa, però, è sempre agognata, e il successo e i soldi non fanno dimenticare le proprie radici.

Don't Know What You Got (Till It's Gone)

Girato sul lago Mono, in California, il videoclip di Don't Know What You Got - Til It's Gone (Non Sai Ciò Che Hai Finché Non Lo Perdi) trasmette le atmosfere malinconiche e strazianti di questa storica ballata, diventata subito una hit planetaria. Il brano parla della perdita di un amore e del vuoto che la sua assenza crea nella vita di una persona. Spesso ci si rende conto di quello che si è perso quando ormai è troppo tardi, infatti si tratta di un brano molto intenso, dove si esprime il dolore di una perdita. Pianoforte, il tramonto alle spalle, arpeggi delicati e un cuore frastornato da un amore perduto. Il dolore trattato nel testo non è solo fisico, è più che altro mentale, e allora dagli occhi del vocalist sgorgano le lacrime. "Non posso restituirti ciò che è stato perduto, i mali del cuore vanno e vengono, e tutto quello che lasciano sono le parole" canta Tom Keifer, con la sua voce rauca, vissuta, piena di lividi, cullando le sue memorie, ricordando il rapporto con la sua amata, ormai lontana dal suo cuore. Ma questa è una canzone che omaggia l'amore in generale, non solo un rapporto di coppia, quindi la famiglia, i cari, ma anche la gloria, il rispetto, la decenza, e infine i beni materiali, come una casa, i soldi, un pasto caldo, assumono grande importanza per una vita degna di essere vissuta. "Non sai quello che hai finché non lo perdi, e adesso non mi rimane che una canzone, ma anche questa è difficile da restituire", sottolinea il refrain dalla melodia irresistibile, e le tastiere, gli effetti della chitarra, i placidi rintocchi della batteria, invadono lo spazio, illuminando questo tramonto californiano con note luminescenti, dipingendo scenari drammatici e lacrimevoli. Il mondo del protagonista delle liriche è stato distrutto, il vessillo della gloria è stato strappato e bruciato, e adesso solo la miseria è sua amica. Ma l'uomo è un lottatore, prende a pugni la vita, e così cerca in tutti i modi di recuperare ciò che ha lasciato per strada. "Don't Kown Waht You Got (Till It's Gone)" è probabilmente il brano più rappresentativo della band, nonché una delle più belle ballad mai scritte nella storia del glam. Appena uscita, raggiunge infatti la posizione 12 della Billboard Hot 100 e la posizione 18 nella classifica delle 25 più grandi power ballad secondo VH1.

The Last Mile

The Last Mile (L'ultimo Miglio) viene pubblicata come ultimo singolo, nell'estate del 1989, e anche questa entra subito ai primi posti della classifica Billboard. Le influenze blues sono decisamente marcate, nonostante il piglio diretto e goliardico. L'arpeggio iniziale è similissimo a quello di "Coming Home", e in effetti, il tema trattato è lo stesso, ovvero quello del viaggio, macinando chilometri su chilometri, per poi tornare a casa, felici e soddisfatti dopo mille avventure. "Io, Billy e la vecchia signora Jane ci siamo fatti dare un passaggio, prendendo un veloce treno in movimento. Abbiamo raggiunto la cima con le nostre teste che giravano. Non sai mai cosa hai fino a quando non stai tornando indietro. Laggiù, sulle fattorie del Mississippi, la gente mi ha detto di vivere giorno per giorno". Il vocalist, su un drumming roccioso impartito dal batterista, ci racconta della sua esperienza nel sud degli Stati Uniti, un percorso che presto lo riporterà a casa. Sul tour bus, la band attraversa i classici paesi di provincia americani, quelli che trasmettono una sensazione di libertà e di benessere, dominati da terreni coltivati, fattorie e casette in legno. L'aria del vecchio blues traspira in tutta la sua essenza, e persino nei cori che troviamo nel buon ritornello, a dire la verità simil-gospel, che narrano delle ultime miglia da percorrere: "E percorro l'ultimo miglio prima di dormire, ci vorrà un po' prima di trovare la pace. Con lo stesso stile ho vagato per anni fino all'ultimo miglio, e adesso posso seppellire le mie paure". Le paure svaniscono una volta compreso che si sta per tornare dove tutto è iniziato, nel luogo chiamato casa. La vita on the road ha messo a dura prova le forze dei ragazzi, ma le prove sono state tutte superate, e ora è tempo di tranquillità e di riposo. "Ho una lunga strada da percorrere prima di raggiungere la luce del giorno, tanti problemi sulle spalle, devo trovare una via migliore. È sempre la stessa vecchia storia, non si ottiene mai ciò che si desidera, e più si ha e più vuole. Talvolta lo fai e poi non lo fai, credo di essere sempre stato un vagabondo, perché quando mi muovo posso opporre resistenza". La notte, e quindi il dolce riposo, è teatro di incubi e di pensieri, di riflessioni e di ricordi: il musicista è tormentato dal rimpianto, ma è anche positivo nel trovare una sua logica nel destino. L'uomo è egoista e avido, più possiede e più desidera, ma la filosofia di vita del cantante è quella di sapersi accontentare, di prendere la vita per quello che è, nonostante i problemi sulle spalle. l'importante è muoversi, muoversi sempre, come un vagabondo, ed essere sempre alla ricerca di qualcosa per cui vale la pena alzarsi la mattina. La riflessione finale giunge nella coda del brano: "Non so più dove sto andando, ma so dove sono stato. Mi guardo attorno e noto che tutti stanno cercando qualcosa per ritenersi vincitori". Il futuro è incerto, il passato è ormai lasciato alle spalle, tutti gli uomini girano a caso cercando qualcosa per cui lottare. Il bridge è sognante, perciò la riflessione sfuma quasi subito, come un sogno dissolto alle prime ore del giorno.

Second Wind

Uno dei momenti più diretti del disco è Second Wind (Energia Di Riserva), rovente hard 'n' roll che incita a non demordere mai, a non arrendersi alle difficoltà. Il tutto è incentrato su un riff portante affilato e schiacciante, nonché su una melodia vocale davvero riuscita, che si smorza non appena giunge il polveroso refrain. "Fulmini cadono davanti ai miei occhi facendoli bruciare e rendendoli ciechi. Posso prendere quello che mi gettano, il fuoco del cielo mi rende libero. È facile venire ed è semplice andarsene, lo sai, quando sono triste e mi sento giù". La vita è spesso un'incognita, è facile venire, nel senso di trovarsi nel posto e nel momento giusto, ed è altrettanto semplice andarsene, cioè perire o fallire nel proprio intento. Le varie difficoltà non devono spaventare anzi, devono essere prese di petto, e così il fuoco che arde nel cielo va afferrato con fame atavica e fatto proprio, in modo tale da rinvigorire il corpo e la mente, come specificato nel chorus: "La mia energia di riserva mi rende forte, sto andando nel posto a cui appartengo, la mia energia di riserva, non posso sbagliare, prendo ciò che è mio e poi proseguo". La fame di successo costringe ad andare avanti senza fermarsi mai, l'obiettivo va conquistato, inseguito, colto al volo. "Second Wind" è un canto di rivalsa, un inno al riscatto. Ottimo il cambio di tempo impartito a metà, nella fase centrale che ci regala una buona carica strumentale che ci riporta all'attitudine del debut-album. "Prendi il mio cuore, prendi la mia anima, prendi i miei muscoli, mentre sono in viaggio. Prendi quello che più ti piace, buttami giù e guardami rivoltarmi a terra. È facile venire ed è facile andare via quando sono giù e triste". Mentre LaBar sfoggia il meglio di sé, sfornando assoli e riff dalle molteplici idee, per poi essere raggiunto dal gran lavoro al basso e alla batteria, Keifer si concede alla vita, lottando con essa, implorandola di farsi strappare il cuore e i muscoli, pur di gettarsi nell'avventura.

Long Cold Winter

Il sognante e nostalgico inverno arriva a palesarsi con Long Cold Winter (Il Lungo Rigido Inverno), strepitosa e gelida ballata dai fraseggi robusti e le atmosfere notturne. Nel segno della tradizione, la chitarra di Jeff LaBar svetta dagli altoparlanti, strizzano l'occhio a un'altra storica e immortale ballata blues: "Since I've Been Loving You" dei Led Zeppelin. La carica sensuale è elevata, a contorno giungono le tastiere, creando una magica intensità, coinvolgendo maggiormente l'udito, dunque Tom Keifer entra in scena: "Ero triste e ho pianto nel cuore della notte. Ho cercato di trovare il tempo per fare del bene. Sarà un lungo e freddo inverno, un lungo e freddo inverno senza il tuo amore". L'inverno è alle porte e nel cuore della notte il protagonista scoppia in lacrime, ricordando la sua vita, scandita dalla solitudine e dalla ricerca di se stessi. "Ho camminato, mi sono congelato, congelato da un amore che ho lasciato alle spalle. ho cercato ma non riesco a trovare la tranquillità. Sarà un lungo e rigido inverno senza il tuo amore", l'amore è perduto, lasciato alle spalle, e allora l'inverno non è solo una stagione, ma piuttosto uno stato d'animo. Il cuore del giovane è freddo e misero, straziato dalla perdita. LaBar fa l'amore con la chitarra, Brittingham lo segue di pari passo, seducendo l'ascoltatore, intavolando dei giri sensuali e crepuscolari. La fase strumentale è emozionante, un capolavoro di melodia, poi il vocalist torna in scena alzando il tiro, quasi sgolandosi per trasmettere le sue amare sensazioni: "Ero triste, sì che ero triste. Tesoro mio, sto congelando, ho freddo. Questo sarà un lungo e freddo inverno senza di te, senza il tuo amore". In sintesi, il pezzo è costruito con estrema semplicità, tre blocchi identici tra loro intervallati dagli splendidi assoli di chitarra. Tre parti uguali che avanzano in tutto il loro splendore notturno, fino a sfumare, lasciando lo spettatore a bocca aperta dopo aver sentito questa magia sonora. Un gioiello.

If You Don't Like It

L'attacco di If You Don't Like It (Se Non Ti Piace) è particolare, sostenuto dai sintetizzatori e da un prepotente giro di basso, è dotato di un'aria minacciosa, ma è tutto un'illusione, poiché dopo pochi secondi il tracotante blues riemerge, distendendosi su un muscoloso riff che incendia i cuori degli spettatori. "Non ho bisogno di nessuno che mi dica come far funzionare la mia vita. Andava tutto bene fino ad ora, non ho mai pensato realmente di aver bisogno di sentire i tuoi consigli. Ho preparato la mia mente e so quello che voglio fare. In ogni caso farò quello che voglio, quindi siediti e sta zitto per un minuto, lascia che ti mostri la scelta che ho fatto". Il vocalist divora la prima strofa, veloce e adrenalinica, cantando di una vita programmata e di una presa di coscienza che coglie tutti i suoi conoscenti impreparati. Nelle liriche, il musicista si prende una bella vittoria contro tutti coloro che non lo avevano supportato, sbattendogli in faccia il suo successo e la realizzazione dei suoi desideri. Egli non ha bisogno di consigli, perché la sua strada se l'è costruita da solo con orgoglio e sacrificio. "Non ho tempo da perdere con te, non hai più tempo da dare, troppi problemi per tutto quello che hai fatto", il pre-chorus è soffice, ma ci prepara tutti per l'esplosione del ritornello, dove il protagonista si sfoga mandando a quel paese colui che l'ha deluso, che può essere un amico, un famigliare o la sua ragazza: "Se non ti piace a me non interessa, mettiti in viaggio perché a me non interessi più". Sbruffone, orgoglioso, presuntuoso, certamente, ma sicuro della propria vita e delle proprie azioni. "Li ho visti andare e venire, il genere che fa tutto per fare spettacolo, fanno la loro camminata, parlano il gergo dei neri, ma io non ci casco, sono sicuro che questi non lavorano tutto il giorno. Parlami col cuore e raccontami che hai combinato sin dall'inizio, dimmi qualche cosa sulla tua vita, siediti e parla". Qui emerge l'acredine nei confronti di tutti quei cretini che si atteggiano a uomini vissuti solo per fare spettacolo, ma che in realtà non combinano mai nulla di buono, preferendo criticare gli altri. Keifer invita l'interlocutore a sedersi e a raccontargli di sé, cosa ha combinato nella vita. Lo sfida, mettendolo a nudo, disprezzandolo.

Coming Home

Uno dei brani di punta della track-list si intitola Coming Home (Tornando A Casa), meravigliosa semi-ballata che fa presa sui cuori dei più nostalgici. Un idillio fatto di passione e di senso di rivalsa, per una narrazione che non è altro che un racconto di vita. La chitarra a dodici corde accompagna le vocals per parlare di vita on the road, ancora una volta, e del desiderio di tornare a casa per riabbracciare i proprio cari. Come rappresentato nel bel videoclip, il protagonista viaggia in moto per le strade d'America, fino a quando la sua moto non si rompe, lasciandolo a piedi. Il giovane fa l'autostop e finalmente raggiunge la sua amata, liberandosi in una sensazione di pace che esplode nel momento in cui ritorna a casa, tra le braccia della famiglia, qualsiasi essa sia. "Ho fatto una passeggiata lungo una strada, è la strada in cui avrei dovuto rimanere. Ho visto il fuoco nei tuoi occhi, ma un uomo ha il suo destino da affrontare. Allora, sei abbastanza decisa per il mio amore? Basta chiudere gli occhi oscurando il cielo sopra di te. Sto tornando a casa", Keifer narra del suo trascorso in una melodia stupenda che si struttura su un delicato arpeggio di chitarra. "Ho fatto un giro per il mondo, sarò agitato per il resto della mia vita, sento il tuo cuore battere forte, tesoro, e a volte taglia come la lama del coltello. Dunque, sei abbastanza decisa ad accogliere il mio amore? Chiudi gli occhi, torniamo a casa". L'atmosfera è bella e coinvolgente, la sezione ritmica accelera per prepararci al ritornello, delicato e snello che conquista al primo ascolto: "Tesoro, lascia che il tuo amore brilli insieme al mio, cantiamo insieme, sei sulla mia strada, continua a brillare con me. Stiamo tornando a casa, lasciamo libero". Casa è metafora di condivisione, di amore condiviso, ma anche di libertà di essere se stessi. La coda finale è un crescendo gospel di grande intensità, che mette in evidenza tutta la passione della band per la musica nera.

Fire And Ice

Fire And Ice (Fuoco E Ghiaccio) è hard rock senza fronzoli che parla di un uomo sedotto da una donna che, tra confusione ed eccitazione, si sente a disagio perché viene trattato come un pupazzo in balia del destino, un destino manovrato dalle avide e nevrotiche mani della donna. La band spinge sull'acceleratore, senza risultare mai troppo violenta, ma tenendo sempre a mente le lezioni del grande blues, quindi un dinamismo controllato: "E ti senti come mi sento io quando ti voglio, bambina. Non puoi nasconderti dentro perché sta graffiando. Andiamo, prendila con calma, non hai nessun posto dove andare. Lei ti prenderà velocemente, e poi ti prenderà lentamente". L'aria è un po' sbrigativa, e allora si passa subito al ritornello, bello robusto, ottimo da cantare a squarciagola sotto al palco, durante un concerto: "Come fuoco e ghiaccio lei porterà via il tuo cuore. Fuoco e ghiaccio lei porterà via il tuo cuore". La donna è fuoco e ghiaccio, animo diviso a metà. La figura è tutto e il contrario di tutto, e proprio a causa di questa natura ambivalente, getta in confusione il nostro protagonista. Il break centrale è una perla, Keifer sospira, sedotto dal fascino della ragazza, il riff di chitarra ci raggiunge timido in sottofondo, lasciando spazio al grasso giro di basso che domina la scena. Emergono i cori che si conquistano lentamente il proprio posto, irrobustendosi secondo dopo secondo, poi ecco la seconda parte: "E quando ti agiti per me mi fai girare la testa. Andiamo, prendila con calma, non hai nessun posto dove andare a ripararti. Lei ti prenderà velocemente e poi lo farà lentamente, come fuoco e ghiaccio". L'uomo invita la propria donna a prendere la relazione con calma, a godersi la vita, ma sa che è un'impresa difficile, e così si immola in nome dell'amore. Forse il brano meno memorabile del lotto, ma certamente di qualità.

Take Me Back

Take Me Back (Riportami Indietro) non va assolutamente sottovalutato, poiché, nonostante l'aria frizzante e gioiosa, da party, è il brano che possiede le migliori liriche, quelle più profonde e sincere. Qui si concentra un testo estremamente nostalgico, che riflette sul corso della vita, sull'età che avanza, e su un passato innocente che diventa sempre più lontano e sbiadito. "Ho camminato da solo, il mio cuore è un po' più freddo ora, ho fatto tutto alla mia maniera, ho fatto un lungo giro, ora sto invecchiando. Diciassette anni sembrano ieri, invece sono fuggiti mentre cercavamo di realizzare un sogno. Ci abbiamo provato e ci siamo sfogati". L'adolescenza non è altro che un ricordo amaro, un momento che è fuggito via troppo presto, e il vocalist lo ricorda come un momento di comunione, di armonia, di fame di gloria, di sogni proibiti. La melodia non è eccezionale, a metà strada tra rock e blues, ma è il significato delle parole a colpire l'immaginario dell'ascoltatore: la realizzazione di un sogno, la ricerca spasmodica di una vita diversa, adulta, matura, di successo. "Portami indietro, perché ho bisogno che sia ricordato tutto quello che ho lasciato alle spalle, così lontano nel tempo. Portami indietro perché ho bisogno di sentire il fuoco e il desiderio ardente del passato", declama il vocalist, con la voce piena di ricordi, mentre LaBar si mette in evidenza con una serie di fraseggi graffianti. Il fuoco e l'energia del passato, di quando si è giovani, non sono altro che ricordi accumulati sulle spalle. Di tempo ne è passato, tutto è cambiato, la spensieratezza della giovane età è bella che svanita. La mente del musicista si abbandona ai dolci ricordi d'infanzia, che esprime soprattutto nel secondo verso: "Sono stato cresciuto dalla mano di mio padre. Mia madre mi ha insegnato come pregare. Non ho rimorsi per le cose che ho fatto. Ora sto guardando indietro, verso il passato, e mi rendo conto che ci hanno preso tutti i sogni che abbiamo vissuto. Ci abbiamo provato". Il padre duro che gli ha insegnato la disciplina, la madre credente che gli ha trasmesso i sacri valori della famiglia e dell'umiltà, ma ora tutto è così sfocato, il tempo ha cancellato ogni cosa, persino i sogni, strappandoli via, distruggendoli. Se l'aria del pezzo è festosa e dirompente, il testo è molto amaro, sintomo di un'esigenza chiara e che è poi la chiave tematiche dell'intero album: un ritorno a casa sempre più voluto, ma forse impossibile da concretizzare. Il viaggio è ancora lungo.

Conclusioni

"Long Cold Winter" è un memorabile racconto invernale, le cui note narrano di un viaggio, di esperienze accumulate, della stanchezza della vecchiaia e del dolce ricordo d'infanzia, e infine di un ritorno a casa. Un ritorno che, tra amarezza e malinconia, ci riporta indietro nel tempo, nei luoghi dove il vecchio blues è sorto e in quelli dove lo sporco rock primordiale ha trovato le sue coordinate. Gli scintillanti suoni degli anni 80 qui vengono tralasciati per favorire l'ingresso di sonorità retrò ma dal fascino immortale e sempre attuale. Il secondo album dei Cinderella è una miniera di gemme preziose, quasi tutte entrate ormai nell'immaginario collettivo del popolo del metallo: "Gypsy Road" è tra gli inni glam metal più famosi degli anni 80, un canto di vita on the road, ma anche di incertezze nella realizzazione di un sogno e l'amara solitudine che colpisce ogni uomo che ricerca se stesso. "Don't Know What You Got ('Til It's Gone)" è una delle ballate più conosciute al mondo, sicuramente la hit per eccellenza della band, una perla intrisa di malinconia e rimpianto che tratta di un amore perduto per sempre. "Coming Home" è una semi-ballata logora fortemente influenzata dal blues, dotata di una certa fragilità e di una splendida melodia, ed è il resoconto di un lungo viaggio per strada e una riflessione sulla lontananza da casa. "The Last Mile" è il proseguimento di "Coming Home", anch'essa si presenta come un delizioso blues metal che parla di viaggi e di chilometri macinati in tour, con la band, ma che indaga anche l'aspetto più intimo di una persona, in questo caso il vocalist Keifer. Ma oltre ai quattro strepitosi singoli, accolti con entusiasmo dal pubblico e dalla critica, tutto l'album è la colonna sonora perfetta di un viaggio immaginario: "Second Wind", "If You Don't Like It", "Take Me Home", "Fire And Ice" e ovviamente la bellissima title-track, ogni brano funziona alla grande, incastrandosi, come un mattone di pietra, in un muro di suono energico e compatto. La maturità della band è impressionante, le piccole ingenuità del già ottimo "Night Songs" vengono, in questo secondo lavoro, perfezionate, così come i richiami agli AC/DC, e le imperfezioni sono levigate per creare un'opera leggendaria, un vero e proprio simbolo dell'hard rock. Le vendite volano, i concerti sono sold-out e i Cinderella diventano una delle metal band più conosciute e seguite, tanto che nell'aprile 1990, appena terminato il lungo tour mondiale, la Mercury rilascia la vhs "Tales From The Gypsy Road", un promo-video che raccoglie i videoclip dei quattro singoli, interviste e due medley live. C'è molta anima nelle note della musica di questa band, e ciò è dovuto al talento di Tom Keifer, fine song-writer, forse un po' troppo sottovalutato ma certamente dotato di grande raffinatezza compositiva, oltre che di una voce personalissima, viscerale. Le sue avventure private diventano il soggetto delle storie musicali dei Cinderella, narrando aneddoti, pensieri, sogni ed emozioni del musicista, sempre in giro per il mondo, tanto selvaggio sul palco quanto schivo e riflessivo fuori. Certo, anche lui, giovane e di bell'aspetto, nonché famoso e appartenente a quella folta schiera di musicisti difficili da domare e che hanno messo a ferro e fuoco gli anni 80, non si è mai risparmiato su feste eccessive, lunghe nottate sotto i deliri dell'alcool, donne e quant'altro, ma allo stesso tempo si è sempre comportato da vero professionista, dedicandosi completamente al lavoro, rivelando uno spirito sensibile e attento ai dettagli. La sua immagine si riflette nel disco, a metà strada tra il dirompente esordio e il sobrio e serioso terzo album, dove la vena blues prende maggiore spazio, inghiottendo gran parte dell'energia glam. Ma la band di Filadelfia non è mai rientrata pienamente nella corrente glam metal, optando per una via piuttosto personale che si evolve e si modella di album in album, ripercorrendo un sentiero a ritroso, alla ricerca degli idoli del rock, dell'hard rock anni 70 e ovviamente del blues. La storia dei Cinderella è breve ma affascinante, costituita da quattro tappe che posso rispecchiare le stagioni: se "Night Songs" è turbolento e imprevedibile come l'autunno, le suadenti note e le tinte opache di "Long Cold Winter" si pongono come un meraviglioso racconto d'inverno, e per tornare a casa, alla calda estate di "Still Climbing", non resta altro che proseguire lungo i binari della vita, su questo treno immaginario che punta dritto verso la prossima tappa: "Heartbreak Station", dove la primavera ci abbraccia con i suoi colori e le sue speranze.

1) Bad Seamstress Blues/Fallin' Apart At The Seams
2) Gypsy Road
3) Don't Know What You Got (Till It's Gone)
4) The Last Mile
5) Second Wind
6) Long Cold Winter
7) If You Don't Like It
8) Coming Home
9) Fire And Ice
10) Take Me Back
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