CINDERELLA

Heartbreak Station

1990 - Mercury

A CURA DI
ANDREA CERASI
25/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Giungono gli anni 90 e ogni cosa, nel mondo della musica, è destinata a cambiare. I Cinderella intuiscono il cambio di rotta, annusando nell'aria odore di rivoluzione, eppure fanno di testa propria, andando incontro al futuro guardando orgogliosamente al passato. Se "Night Songs" è un disco figlio dei colorati anni 80 e "Long Cold Winter" un album invernale, a metà strada tra presente e passato, è con "Heartbreak Station" che la band si libera dell'iconografia anni 80 per sfidare i nuovi gusti musicali e le mode in voga all'epoca ricercando se stessa, indagando sulla propria intimità, ripercorrendo una strada a ritroso che la conduce alla riscoperta delle proprie radici, lungo i binari del vecchio rock n roll. Il terzo lavoro dei Cinderella è un tributo al rock anni 60 e 70 e al blues più viscerale, tra le note di questo album ecco che fanno capolino i Rolling Stones, gli Eagles e i Creedence, ma anche i Led Zeppelin del terzo album, quelli più acustici e oscuri, e il blues delle vecchie generazioni. Il tutto viene avvolto da un'atmosfera malinconica e amara, a cominciare da una copertina color seppia che rievoca tempi lontani e che recupera una poetica fortemente contrastante con quella tipica degli anni 80 e, in particolare, della corrente sleaze metal, tutta lustrini, capelli cotonati e vesti appariscenti, e si punta sull'indagine introspettiva che riflette bene il nuovo decennio e che, paradossalmente, per concetto si avvicina di molto alla nuova scena grunge, che lentamente sta prendendo piede, partendo dalla città di Seattle per conquistare il mondo intero. Dopo il successo planetario di "Long Cold Winter", che ha venduto milioni e milioni di copie, e del relativo tour costituito da una serie infinita di date, Tom Keifer, forse sfiancato e in piena riserva energetica, prende per mano i suoi compagni e decide di ammorbidire i suoni, smussando le asperità in favore di una certa ricercatezza compositiva. "Heartbreak Station" è un'opera intrisa di memorie e di sentimentalismo, gli arrangiamenti vengono studiati fin nei minimi dettagli, le linee melodiche accentuate rispetto all'energia dell'hard rock, e i testi più maturi denotano una certa crescita emotiva. I ragazzi di Filadelfia sono cresciuti e con loro anche la musica che creano, ma l'intero ambiente hard rock sta battendo gli ultimi colpi, prima di ridimensionarsi drasticamente, e quindi il cambio di rotta serve a ben poco, almeno in termini di vendite. La nuova creatura della band americana sale in classifica grazie al rilascio di tre grandi singoli, in particolare la ballata che dà il titolo al disco riscuote un ottimo successo, messa in continua rotazione su radio e tv, ma anche la bella e popolare "Shelter Me" fa la sua figura, e alla fine dell'anno l'album vende circa un milione e mezzo di copie, un numero sempre alto ma certamente inferiore al successo ottenuto con "Long Cold Winter" solo due anni prima. L'inverno è ora alle spalle e per i Cinderella arriva una nuova stagione, la primavera, dove i paesaggi si vestono di nuovi colori: i suoni sono più caldi ed eleganti, meno pressanti e adagiati su toni country e blues. La rivoluzione dei primi anni 90 colpisce anche Keifer e soci, il treno ha fatto tappa in un'arida terra desolata, in uno di quei piccoli villaggi che si trovano lungo la Rout66 dove i motociclisti hanno modo di riposarsi dalle fatiche del viaggio. Questa volta, il batterista Fred Coury prende parte alle registrazioni e il chitarrista Jeff LaBar e il bassista Eric Brittingham partecipano maggiormente alla stesura delle liriche, anche se poi è sempre lo stesso vocalist e tenere le redini delle composizioni. Come un treno che viaggia nel tempo, "Heartbreak Station" recupera atteggiamenti e coordinate del passato, e grazie ai suoi suoni conduce l'ascoltatore in luoghi lontani e lontani negli anni. Dal primo all'ultimo brano, la musica rock blues, ribattezzata da molti come blues metal, fa rivivere particolari momenti della vita di un uomo, e alla fine, ciò che resta in mano, non è altro che una vecchia fotografia sbiadita dove ricordi e lacrime si mischiano. Il declino della band è vicino, lo si intravede in lontananza, lo capiscono i musicisti e lo capisce l'etichetta discografica, la Atlantic, ma c'è ancora il modo di racimolare gli ultimi barlumi di successo, prima di essere spazzati via dal ciclone grunge. A questo punto, i musicisti si imbarcano in un lungo tour, le prime date vanno benissimo, anche se le arene sono meno gremite rispetto a poco prima, ma i problemi arrivano all'improvviso, quando Keifer accusa seri danni alle corde vocali, costringendo la band a mettersi in pausa.

The More Things Change

L'attacco è emblematico, l'incipit di "Long Cold Winter" viene smussato e si trasforma in The More Things Change (Più Cose Cambiano), pezzaccio di sporco hard blues che mette subito in chiaro le cose. La band è in forma smagliante, le chitarre si agitano libere nel deserto per raccontarci una storia di quotidiana avversità. Come nelle leggende blues, la band esprime il proprio disagio e i propri sogni, e lo fa costruendo un ritmo dinamico e solare che ricorda i Led Zeppelin più viscerali: "Mi sono alzato stamani dalla parte sbagliata del letto, mi sento come se mi fosse passato sulla testa un treno merci. Alla radio hanno passato sempre la stessa vecchia canzone, alcuni speaker parlavano del perché il mondo fosse in rovina". Il delirio al mattino, appena alzati, e un richiamo a un treno in corsa che svetterà per tutto il disco. Una quotidianità schiacciante, monotona e letale, che si arrotola su se stessa portando sempre le stesse cose, come una canzone passata alla radio o una società sempre immobile nel suo declino. Il pre-chorus è veloce e azzardato e comporta una punta di amarezza e di sfiducia nel prossimo: "Ma tutto questo parlare di pace e amore è solo per moda, perché ogni volta che ti fidi di qualcuno finisce che vieni stritolato". Oggi, che si dimostra una certa sensibilità ai temi ambientali, i più lo fanno per moda, per darsi un tono, ma poi sono i primi a fregarti. Il ritornello è un arcobaleno lucente che si stende su una vallata desertica, tra colline rocciose e paludi infestate: "Più cose cambiano e più restano le stesse. Ognuno è tuo fratello finché non si volta dall'altra parte. Più cose cambiano e più restano le stesse, tutti noi abbiamo bisogno di un miracolo che ci porti via il dolore". La riflessione è su un pianeta in eterno mutevole movimento, ma allo stesso tempo incapace di evolversi veramente, restando sempre lo stesso, dalla natura marcia e inquinata. Il dolore della vita, di una quotidianità pressante, può essere spazzato via soltanto da un miracolo, perché la vita è dolore, una lunga scia di problematiche che si accumulano giorno dopo giorno. Keifer riflette sull'esistenza, tutta uguale, di ogni uomo, divorato dai problemi e dalle frustrazioni, ed evidenzia tale situazione nella seconda strofa: "Questa mattina mi sono sentito usato, ho staccato il telefono e ho acceso la tv, ma questa trasmetteva sempre le stesse cose. Ognuno pensa di avere la risposta alle vecchie domande". La tv, così come la radio, trasmette sempre le solite cose, pone domande alle quali non si sanno dare risposte concrete, lasciando il popolo nella merda fino al collo. Il pre-ritornello questa volta cambia discorso: "Come una calda pistola fumante il sabato sera che ti viene spinta in gola, tu devi lottare per la tua vita". La vita va combattuta, nonostante la gelida canna della pistola puntata alla tempia, bisogna affrontarla con coraggio e a testa alta, se si vogliamo cambiare le carte in tavola. I riffoni polverosi di Jeff LaBar sono vera goduria, il basso pulsante di Eric Brittingham li accompagna dipingendo un panorama desolato e scheletrico nel quale affogare i rimpianti e le lacrime. Ecco la pausa strumentale che rallenta il tiro, chitarra e basso si incrociano facendo respirare il vocalist, aumentando l'afa proveniente dal deserto. Dunque Tom Keifer torna al microfono per declamare l'ultimo refrain, il quale sottolinea la voracità del tempo ma anche la paralisi della condizione umana.

Love's Got Me Doin' Time

Un riff distorto introduce la cavalcata funky Love's Got Me Doin' Time (L'Amore Mi Ha Fatto Passare Il Tempo), spigliata e danzereccia, che parte in quarta con la voce acida di Keifer e il riff portante del solito grande LaBar, che trattiene gli animi, mantenendo coordinate da mid-tempo. "Abbi compassione di un ragazzo dal cuore povero, perché io possiedo la chiave che può far accendere il motore. Tu non puoi amarmi senza che mi metti nei guai. Mi hai preso ogni cosa che avevo e poi mi hai cacciato via quando ero giù. Questo è divertente, perché quando la guardo negli occhi io vedo il diavolo". Il fascino femminile, da tradizione rock e blues, è sempre accostato a un maleficio, un brutto incantesimo che prima sottomette l'uomo di turno e poi lo abbandona tra le lacrime. Anche in questo caso, la penna di Keifer scrive di un abbandono, dell'uomo-oggetto abusato dalla donna e poi scacciato via, usato come uno straccio solo per trascorrere il tempo. Le liriche sono amare, eppure il ritmo scanzonato non trasmette dolore, come se il protagonista ne avesse preso coscienza e l'avesse presa con filosofia. L'accettazione di un amore stroncato sul nascere è avvertibile nel melodico refrain, poggiato sulla batteria ballerina di Fred Coury: "Ho sentito tra le viti che tu non potresti mai essere mia, non mi vuoi ed io non posso che pagarne il prezzo. Trucca la tua mente prima che perda la mia, il tuo amore mi ha fatto trascorrere il tempo". L'amore usa e getta è il tema di questa frizzante canzone funk, dove i riff solari di LaBar si sposano alla perfezione con il drumming scanzonato di Coury: "Abbi compassione per l'anima di un pover'uomo, sono stato giù per tanto tempo e non avrei mai pensato di arrivare a questo punto. Prima mi amavi, poi mi ha scansato, hai chiuso la porta e girato la chiave. Vedo solo nero, tu sei il diavolo in persona". Il diavolo si è incarnato nella bella ragazza, le cui forme generose vengono trascritte con un assolo che rende bene l'idea della sua sensualità: pungente, vigoroso, melodioso. La donna è un vampiro che risucchia energie e sentimenti, così come cantato nell'ultimo passaggio, dopo la breve e bella parentesi strumentale che smorza un po' il ritmo generale: "Cosa dovrebbe fare un povero ragazzo come me? Ho fatto ogni cosa in mio possesso, sono stato sincero, ma tu ti sei comportata da randagia, mi hai succhiato l'amore come un vampiro. Tu sei il diavolo". E con questo ultimo blocco il brano sfuma lentamente con una lunga coda.

Shelter Me

Arriviamo a uno dei tre singoli scelti per il lancio del disco: Shelter Me (Riparami), funambolico pezzo rock n' roll che ricorda le gesta dei grandi Rolling Stones, con tanto di sax e pianoforte ad arricchire il sound, il cui videoclip è ospite il re del rock primordiale, il leggendario Little Richard, nelle vesti di presentatore di un programma televisivo. Il giro di chitarra acustico e l'armonica puntano dritti al cuore, trasmettendo una certa malinconia di fondo, dando modo alla prima strofa di originarsi in un'atmosfera sulfurea e lontana nel tempo, che prende a piene mai dal rock blues degli anni 60: "Tutti hanno bisogno di un posto dove nascondersi, da qualche parte nel proprio intimo, senza gli altri possano scovarli. Prima o poi tutti noi abbiamo bisogno di trovare questo luogo, per alcuni è il dottore e per altri il rock n roll". Se il primo verso, tutto in acustico, è cadenzato e nostalgico, capace di mettere in risalto una dimensione intima e fragile, il secondo accelera il passo, evidenziando una linea melodica splendida e ricca di pathos, che canta di un rifugio personale nel quale tutti noi troviamo riparo. "Per altri ancora è la bottiglia, per altri le pillole, alcuni leggono la bibbia perché gli dà una scossa. Io ero l'unico a pensare che tutti questi personaggi fossero delusi da ciò che vedevano, ma se vivi in una casa di vetro non scagliare sassi contro di me". La vita è amara e piena di problemi, tutti noi tentiamo di fuggire in qualche luogo astratto, in una dimensione intima, c'è chi si rifugia nella musica, chi nell'alcool, chi nei medicinali, chi nella fede religiosa. Nei momenti più bui, tutti noi abbiamo bisogno di prenderci una pausa dal mondo e riflettere in solitudine. Il ritornello, sempre in acustico, conquista al primo ascolto, tanto è bello e soave, e si presenta quasi come un grido di aiuto dai mali terreni che attanagliano l'essere umano: "Tutti desideriamo un po' di riparo, solo un piccolo aiuto nel quale confortarci, un po' di aiuto, un riapro e va tutto bene". Il destino gioca con le nostre vite, come se fosse un lancio di dadi, e noi poveri esseri umani non abbiamo altra alternativa che cercare conforto nell'ago, o nelle pasticche, nella musica o nella fede: "Per alcuni è un ago e per altri una pasticca, per altri una bibbia. Tu puoi spendere i tuoi soldi come vuoi ed essere ricompensato con il lancio dei dadi che deciderà il tuo destino". La vita è solitudine e rimpianto, ma con un pezzo del genere tutto diventa più leggero, le chitarre si rafforzano, graffiando maggiormente, subentrano le tastiere e poi il sax, che si dimena in un solo spaventoso per un finale gospel. Il rock n roll dei Cinderella si trasforma in un inno stradaiolo folk rock alla Bruce Springsteen e la sua E-Street Band. Un grandissimo singolo.

Heartbreak Station

È tempo di prendere un bel respiro, rilassarsi un momento e dedicarsi alla ballad del disco, la meravigliosa Heartbreak Station (Stazione Dei Rubacuori), malinconica canzone che strappa via l'anima, ricolma dei suoi rimpianti e dei suoi dolori lontani, un po' sbiaditi dal tempo, ma che ancora oggi fanno male. L'arpeggio di chitarra si muove soave nell'aria primaverile, lasciando spazio alla voce di Keifer, che canta di un amore finito per sempre, volato via con l'ultimo treno. "Aspettando alla stazione con le lacrime agli occhi. A volte il dolore che ce li brucia come fuoco dentro il cuore. Mi affaccio alla finestra, è difficile vedere le cose che vuoi ottenere nella vita, perché queste vanno e vengono facilmente". Testo e melodia sono da lacrime, tristi ed emozionali, e altrettante sensazioni trasmette il bel videoclip, girato in bianco e nero nei pressi di una stazione ferroviaria, dove i musicisti cantano, vestiti da cowboy, e riflettono sol loro lungo viaggio. Il ritornello è come una cartolina sbiadita, la voce di Tom Keifer è vaporosa come lo sbuffo del treno che passa sul tracciato, la melodia dritta e severa come i binari che conducono il treno lontano dalla stazione: "Lei ha preso l'ultimo treno, lontano dal mio cuore. Ha preso l'ultimo treno ed ora penso che ricomincerò tutto daccapo". Un canto di riflessione, un inno all'amore sprecato, ma che nonostante tutto lascia sul palato dei bei ricordi e delle piacevoli sensazioni. Il pianoforte entra a dar man forte alla chitarra acustica: "Guardando i giorni che passano, pensando a tutti i piani che abbiamo fatto, giorni che sono diventati anni, il divertimento che svanisce. A volte penso a quei giorni, altre volte non voglio pensarci e li dimentico. Aspetto il treno delle 9.20, aspetto un ricordo". La vita è imprevedibile, una coppia fa programmi a lungo termine, non sapendo che tutto potrebbe finire da un giorno all'altro. Le opportunità sono come treni in transito, bisogna afferrarli al volo, altrimenti si perdono nel tempo. E il tempo è impietoso con tutti, lascia solo ricordi in frantumi e cuori spezzati, perché ci mette davanti agli occhi lo scorrere della vita. "La mia donna è andata via e non tornerà mai più. Il mio amore è come un treno a vapore che scorre via sul tracciato". L'assolo di LaBar è sofferto, il pianoforte dipinge emozioni intense, e la ballata è perfettamente riuscita, scende in profondità e arriva a toccare le corde del cuore. Una gemma nostalgica.

Sick For The Cure

I Rolling Stones di "Sticky Fingers" fanno capolino anche nella spumeggiante Sick For The Cure (Malato Per La Cura), che riflette sul passaggio dalla giovinezza alla maturità e sul trascorrere inesorabile del tempo. "C'era un tempo in cui pensavo di avere tutte le risposte a domande che nessuno sapeva. Un tempo in cui avevo del tempo ma non sapevo mai che fare. Ho sprecato gli anni della mia giovinezza per fare un cambiamento, ma ciò mi ha solo reso più affamato". Quando si è giovani si riflette molto sul senso della vita, spesso se ne ha il tempo ma non si ottengono risposte alle proprie domande, poi si cresce, molte cose si capiscono, altre vengono accettate per quello che sono, ma si ha meno tempo per riflettere sul da farsi. Brittingham e LaBar si divertono con le loro asce, il drumming sornione di Coury asseconda gli ululati acidi di Keifer, che urla per la goduria di sentirsi libero come il vento: "Voglio solo essere libero, libero come il vento, e se il vento gonfia le mie vele io non tornerò più". La voglia di partire per non tornare più è tanta, un viaggio che va affrontato per cambiare vita, per riscattarsi dalla monotonia. "Forse arriverò giù a New Orleans. Non vorrei mai pagare le tasse e non vorrei mai pensare ai problemi, cercando solo un sogno da seguire, anche se i sogni poi diventano realtà e la realtà non è ciò che deve essere". Il sogno di tutti noi è quello di fuggire dalla realtà per rifugiarsi in un sogno: niente tasse, sesso libero, musica, divertimento, e tanto altro ancora, ma i sogni sono fatti per essere infranti, irrealizzabili, quasi sempre, ma anche quando vengono realizzati questi si trasformano ovviamente in realtà, non producendo più soddisfazioni. Insomma, la condizione dell'essere umano è in uno stato di costante frustrazione, un viaggio che non ha mi termine, una meta che nella sua pienezza è irraggiungibile. Il bridge sottolinea il cambio di tempo, la melodia si acuisce, subentrano le tastiere a gongolare l'ascoltatore, prima del finale in stile gospel: "Malato per la cura su queste montagne russe che cavalchiamo, la realtà che ti scaraventa in basso e in alto di continuo, per tutto il tempo, e il tempo non è mai dalla nostra parte". Il tempo non è mai dalla nostra parte, canta il vocalist, ed ha perfettamente ragione, poiché la vita è come una montagna russa, fatta di alta e di bassi.

One For Rock N' Roll

One For Rock N' Roll (Uniti Per Il Rock N' Roll) ha un corpo snello, costruito su una cantilena country tutta da godere. In questo caso Keifer indossa i panni di Johnny Chash e racconta la sua storia di vita, adagiando la voce sulla chitarra acustica: "Sono nato all'alba di una nuova società, mi sento fortunato perché i miei occhi possono vedere persone che possono essere ciò che vogliono essere. Ero solo un ragazzino nell'estate dell'amore, ma io mi sento ancora così, e se la strada è dura io imbraccio la mia chitarra e suono. È stata sempre dalla mia parte per aiutarmi". Potrebbe benissimo essere una canzone degli Eagles, una specie di Desperado degli anni 90, dove la morbidezza del country sposa la muscolosità del rock, per narrare di una società moderna, libera e fiera. Il ragazzino cresciuto nell'estate dell'amore, negli anni 60, decennio di rivolte e conquiste, oggi è un uomo che vive di musica, che trova nella musica il suo riparo, e che, in fondo al cuore, ancora rivede quel bimbo selvaggio e scaltro di tanti anni prima. Il ritornello è un pugno allo stomaco a tutti i perfettini che devono programmare la vita, che vivono giorno per giorno seguendo uno schema, e che invecchiano precocemente senza godersi nulla: "Ora scusatemi se non penso al domani e non vivo anticipandomi le cose che devono arrivare. Scusatemi se non ho fatto certe cose, ma io suono rock n roll e mi sento giovane per sempre". Il rock n roll mantiene giovani in eterno, una grande verità. Coury entra in scena con colpi pressanti e la chitarra prende maggior peso nella dinamica del pezzo: "Non possiamo sempre capire come va il mondo, non lo comprenderemo mai del tutto. Gli anni 70 sembravano come se dovessimo tutti quanti cadere, tranne quelli che tenevano duro e vivevano un'estate eterna. Ora siamo cresciuti, io ho dato il primo bacio, ho bevuto la prima birra e ho avuto il primo amore, le cose non si imparano a scuola, si imparano vivendo, io ho imparato grazie a te. La mia musica". Una storia di vita, un racconto di strada, quello fornito da Keifer, che con la sua penna riesce sempre ad affascinare l'ascoltatore. Tutti noi, come lui, siamo cresciuti, siamo invecchiati, abbiamo fatto le prime esperienze, le abbiamo imparate non a scuola ma sulla nostra pelle, lungo il tragitto di crescita, e siamo ancora qui, animati dallo stesso fuoco che avevamo quando eravamo piccoli. La musica è una storia d'amore eterna.

Dead Man's Road

Facciamo una passeggiata nel deserto, col vento tra i capelli, le balle di fieno che rotolano per le colline e il caldo appiccicoso che ci fa respirare a fatica. L'intro di Dead Man's Road (La Strada Di Un Uomo Morto) è spettacolare, anche inquietante, se vogliamo, data la cupezza, poi subentra la voce del leader che ci rassicura, raccontando un frammento della sua giovinezza. "Quando ero giovane, un anziano mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi disse che avrei dovuto avere un sogno e che sarei potuto diventare ciò che volevo. Ora la vita è andata avanti e l'eco di quella stessa voce ritorna col vento. Mi sta dicendo di andare avanti, io sono che è la voce di quell'uomo". Il vento porta con sé ricordi e fantasmi del passato, ma anche l'insegnamento che il vecchio ha dato al musicista tanti anni prima. La vita è un sogno da inseguire, mai fermarsi altrimenti si è perduti, tutto deve essere in continuo movimento. Ecco il prezioso insegnamento impartito dall'anziano maestro, ribadito in un refrain pomposo che gonfia i suoni anche grazie al sottile intervento delle tastiere: "Lui mi disse, guardati, ragazzino, non fare casini in vita, perché la vita non è un gioco. Che il Signore possa aiutarti ad avere una vita piena e che tutto possa passarti accanto, giù sulla strada dell'uomo morto". Il ragazzino, oggi cresciuto, evidentemente ha imparato la lezione: è diventato un uomo con la testa sulle spalle, ha preso moglie, la rispetta, si confida con lei e la vede come una guida, un faro sul suo cammino. "Ora ho una brava donna, lei mi cerca e quando mi sento cieco lei mi aiuta a vedere, ma devo continuare a correre perché mi stanno cercando. Penso di sentire ancora quella voce che mi parla". La voce del vecchio però riecheggia ancora nell'aria, soprattutto quando il vento si alza da est, e l'eco sussurra al nostro protagonista che non bisogna mai smettere di cercare e di muoversi, bisogna sempre inseguire i sogni, stanarli, per non fermarsi mai. il ritmo accelera, Keifer alza il tiro, il basso prende potenza, i colpi alla batteria si induriscono, poi esplode la chitarra elettrica, velenosa come un cobra fuoriuscito da una roccia e pronto ad assalire l'ascoltatore. Keifer si fa sciamanico, canta nel mezzo del deserto, tra tamburelli, tastiere e granulosi riff acustici, incendiando l'aria. Poesia desertica che si dilunga in una coda che è una vera goduria.

Make Your Own Way

Dinamicità e potenza vengono riprese in Make Your Own Way (Fa La Tua Strada), hard n roll alla AC/DC, ruvido e selvaggio, che ci riporta ai fasti del primo album della band. "Nato e cresciuto in una città da cani che non mi ha mai dato la possibilità di osare. I tempi sono cambiati e tutto è passato. I pregiudizi sono nell'aria, sono stato portato alle droghe sin dalla tenera età e mia madre mi ha sbattuto a calci fuori di casa". L'infanzia del ragazzo non deve essere stata semplice, in una cittadina dove tutti sanno tutto e sparlano dei vicini, una mamma irascibile e un contatto precoce con le droghe che hanno reso il ragazzino un disadattato scappato di casa. Anche in questo caso, il tempo non ha fatto sconti, e adesso quello stesso ragazzino è diventato adulto, pronto a guardarsi indietro per vedere cosa ha combinato nella sua vita. La risposta viene data nel semplice ritornello, anch'esso dai connotati gospel: "Non è sempre facile quando sei affamato, più cerchi di fare e meno ricevi. Non è facile quando vivi giorno per giorno e cerchi di crearti la tua strada". La fame è ciò che spinge l'uomo ad alzarsi la mattina e a darsi da fare per crearsi un futuro, costruirsi una propria strada da seguire. "Fa la tua strada, quando la vita è abbastanza difficile. Fa la tua strada tanto nessuno si preoccupa di te". Nessuno si preoccupa degli altri, viviamo in una società menefreghista e dobbiamo pensare a noi stessi, credere solo in noi e nelle nostre forze. I cori in sottofondo rafforzano il concetto, la chitarra sibillina è screziata di ruggine, dalle corde sporche come la voce del vocalist.  "Ricordo di aver lanciato i dadi in corsa, cercando una mano vincente, non abbiamo mai smesso di meravigliarci delle meraviglie che abbiamo incontrato" recita il bridge, prima di scatenare la tormenta col grande assolo di chitarra. L'ultima parte è dominata dal gospel, tastiere, coretti, riff acustici, tamburi, tutti è in sintonia per le ultime battute: "Abbiamo cercato la terra promessa, abbiamo incontrato un anziano che ci ha dato una sporca mano, promettendoci che avremmo toccato il cielo, ma il diavolo era suo amico e mi ha messo una penna in mano per firmare un contratto secondo il quale avrei dovuto pagare una volta morto". Il diavolo si è impossessato dell'anima dell'uomo, egli si è corrotto pur di avere una piccola soddisfazione in vita, ma la soddisfazione in terra sarà pagata amaramente una volta morto.

Electric Love

La sacralità dell'amore viene espressa nella liberatoria Electric Love (Amore Elettrico), semi-ballata di grandissimo impatto emotivo, una delle hit del disco, con le sue forme sinuose e le linee melodiche seducenti. "Quando ero depresso un angelo venne da me e mi toccò dentro. Era una donna, lei mi liberò riportandomi alla luce, così potei vedere di nuovo il fuoco dentro di me e sentire il calore che ardeva forte". Nella vita del protagonista entra in scena una donna, bella e divina come un angelo, e subito lo irradia di luce paradisiaca, infondendo in lui amore puro e sottomissione, accendendo il suo animo come un fuoco ardente. Se la strofa è piuttosto controllata, giostrata sulla voce del cantante e sulla catatonica batteria di Fred Coury, il ritornello è delizia cremosa che si abbatte sulle casse dello stereo come onda spumeggiante: "Lei aveva il potere, lei mi ha elevato, lei può portare la tempesta e farla brillare. Lei stringe la scintilla del tempo, lei è un puro amore elettrico". Ogni riff partorito da LaBar è un orgasmo, un blues vecchia maniera che riscalda il cuore e fa vivere grandi emozioni: "Amore elettrico che non ha bisogno di medicine, che mi fa volare come quando sono con la mia ragazza. Lei mi rende soddisfatto e se vogliamo soldi li avremo, e se il mondo dovesse smettere di girare il nostro amore resterebbe in vita". In una vita costantemente piena di problemi e di amarezze, finalmente qualcosa di positivo, l'amore nella sua piena essenza, una dichiarazione di sentimento fatta col cuore in mano da parte del vocalist, forse nei confronti della sua vera fidanzata. Un amore eterno, destinato a durare anche dopo la fine del mondo. Brittingham si mette in luce nel break prima dell'ultimo blocco, dondolando il suo basso per accompagnare i vagiti del vocalist, in un'estasi divina che va a sfumare lentamente.

Love Gone Bad

L'incedere di Love Gone Bad (Amore Andato A Male) è febbrile, col suo portamento regale e un riff magico a trainare il brano. Questa volta la band comunica una certa urgenza, il ritmo è diretto e franco, Keifer divora le strofe per raccontare di un amore andato a male, ricordando una sua vecchia fiamma. "Se ti sento avvicinarti e far finta di essere simpatica, fai meglio a continuare a camminare facendo finta di non conoscermi. Non è una novità per te, mia cara, ci siamo già passati sette anni fa e abbiamo capito che non poteva funzionare". Se la donna ha intenzione di rimettersi sotto per riconquistare il suo uomo, questi è di tutt'altro parere, troppo deluso per riprovarci. Dopo tutto, se è andato male una volta, per quale motivo dovrebbe andare bene oggi? La sezione ritmica si avvolge in un blues metal di grande finezza, con chitarra e basso in primo piano e la solita voce rauca che intona il suo canto di disperazione. Il ritornello è bello, semplice e brevissimo, poi si riattacca alla grande, senza perdere tempo: "Se stai parlando cercando di sussurrarmi alle orecchie, ascolta le parole che dico: lascia che chiarisca tutto, non chiedermi soldi, non pronunciare il mio nome. Andava tutto bene prima, lasciamo che tutto resti così". L'uomo è perentorio, non la vuole vicino, non vuole neanche lei pronunci il suo nome, per lui è tutto fino, l'amore è tramontato per sempre. LaBar si mette in luce con un buon assolo, dialogando con una serie di fraseggi con il compagno Brittingham, ma Keifer si impone ancora una volta: "Hai morso la mela del peccato per pochi centesimi, ma il tuo amore è malato, il tuo amore è marcito". Il cambio di tempo che arriva a metà è repentino e sorprendente, il ritmo cala inesorabile e ciò che rimane sono dei riff grassi e abrasivi e gli ululati del vocalist. Gli ultimi due minuti, dei quattro e mezzo totali, non sono altro che una specie di outro basato sul suono di un sax, che sovrasta delle voci e lo schiocco di dita, come se ci ritrovassimo tutti all'interno di un locale, tra odore di birra e puzza di sigarette che impregnano le assi dei tavoli.

Winds Of Change

Winds Of Change (I Venti Del Cambiamento) è delicata, costruita sull'arpeggio mistico della chitarra, e dà spazio subito alla voce del vocalist, il quale canta di invecchiamento. Troviamo ancora una storia di crescita, di trapasso temporale, di crisi di fronte all'agilità della vita. Gli anni passano e i ricordi sbiadiscono: "Guardo allo specchio e posso contare gli anni, i ricordi sono chiari, tutte le paure che avevo. Guardo il tempo che passa lentamente, che va e viene come onde, il mare che tocca il cielo nella notte, sinonimo della libertà che io bramo". L'aspetto malinconico e quasi frustrante della vecchiaia che incalza si avverte per tutta la durata del brano, ma è nel ritornello che raggiunge il suo acme, attraverso un profondo esame introspettivo che divora il narratore. "Sto per cambiare la mia vita e andrà tutto bene, guardo una fotografia vecchia di mille anni e mi meraviglio di ciò che ci riserba il domani. I nostri ieri sono trascorsi veloci, se solo potessi guidare i venti del cambiamento, sai dove li guiderei". Keifer viene accompagnato nel coro da suoi compagni, poi ecco che sopraggiungono le tastiere a invadere gli spazi lasciati dallo sporco fraseggio della chitarra elettrica, che come cantilena ipnotica, riproduce sempre gli stessi accordi. "Ho camminato da solo nella notte più oscura, ho sentito freddo, ho sentito il morso, ho preso la strada in salita e non è andata bene, perché era una strada in discesa mascherata". Tra tastiere eteree e arpeggi mistici, la canzone risulta evanescente e nebulosa, e trasmette una certa serenità, forse dovuta a una consapevolezza raggiunta nella mente e nel cuore dei singoli musicisti dopo un lungo viaggio fatto di ricordi ed esperienze, e così la band ci lascia con l'ultima riflessione, prima di chiudere un disco magico ed estremamente maturo: "Raggiungo la cima di una collina solo per guardare giù dall'altra parte, solo quando pensi che è dalla tua parte questo mondo ti mostra che non ci sono ragioni per crederlo. Il tempo cambia ogni giorno, una volta ti viene incontro, un altro ti allontana. A volte il mondo gira al contrario, come se ogni cosa dovesse fallire, e altre volte i giorni migliorano e ti fanno stare bene".

Conclusioni

Ancora una volta, storie di vita vissuta ed esperienze quotidiane si susseguono nella track-list del terzo lavoro dei Cinderella. Storie vissute in prima persona dai quattro musicisti di Filadelfia e, in particolare, dai vocalist della band, Tom Keifer, vero leader che traina i compagni di squadra in questa ennesima avventura, un'avventura che fa tappa in una cittadina desolata, in mezzo al deserto, tra polvere e rimpianti, per raccontare una storia di crescita, ossia il delicato passaggio dai fasti dell'innocenza alle problematiche dell'età adulta. "Heartbreak Station" è il disco della primavera, una stagione che indossa nuove sfumature di colore, lasciandosi alle spalle le rigidità dell'inverno per ricercare una diversa immediatezza sonora, certamente più ricca e minuziosa. Gli arrangiamenti del terzo parto della band americana sono maggiormente curati rispetto al passato, piccoli aggiustamenti che non stravolgono il tipico sound hard rock dei nostri ma che, in un certo qual modo, lo focalizzano dandogli un'impronta diversa, più blues e più leggera. La potenza granitica tipica dello sleaze metal è pur sempre ascoltabile, le cavalcate hard rock ci sono, da "Shelter Me" a "Love Gone Bad", da "The More Things Change" a "Dead's Man Road", ma l'influenza del blues dei giganti degli anni 60 e 70 è palese in ogni singola canzone. Tutto ciò fa di "Heartbreak Station" l'album più ragionato dei Cinderella, da molti acclamato come apice assoluto, da altri considerato affascinante e ottimo ma un poco debole rispetto agli episodi precedenti. Certo è che è innegabile la classe della formazione americana, un gruppo di fenomeni che al posto di piegarsi al mercato imperante cercano quasi il suicidio artistico, sfidando tutti con suoni provenienti da un passato remoto. Le liriche sono eccellenti e, come al solito. alla penna Keifer ha un gran talento e riesce facilmente a farci immergere in queste atmosfere polverose e lontane che fuoriescono dai solchi del disco, descrivendo piccoli frammenti di vita e narrando immagini, odori e sensazioni di un viaggio, fisico e mentale, che sta per concludersi. Il tema del viaggio è colonna portante della struttura di ogni lavoro della band, viaggio inteso come crescita fisica ed emotiva, esperienza intima da vivere in piena solitudine, lasciandosi alle spalle amici e familiari per gettarsi tra le braccia del destino. Persino l'amore, in questo caso, è visto come un intralcio, e spesso viene allontanato di proposito, concepito quasi con malumore, come sottolineato in brani quali "Love Gone Bad", "Love's Got Me Doin' Time" o nella stessa title-track, dolorosa ballata che rischia di far scendere le lacrime. Alla fine, tutto ciò che resta di un disco del genere è una sensazione amara, di disillusione e di rimpianti per un'esistenza che procede imperterrita, che va avanti senza fermarsi mai, seguendo i binari della vita. Emozioni profonde che lasciando cicatrici nel cuore e sulla pelle di un uomo, non appena questi si guarda allo specchio, notando un'immagine invecchiata e piena di acciacchi. Proprio come una fotografia sbiadita, "Heartbreak Station" riflette sul trascorrere del tempo e sul faticoso raggiungimento dell'età adulta, ce lo ricorda Keifer sin dall'apertura con "The More Things Change", passando per "Sick For The Cure", e ancora "Make Your Own Way", fino ad arrivare alla conclusiva "Winds Of Change", elogio al cambiamento, dove i tratti del volto sono invecchiati e di strada ne è stata fatta abbastanza. Tra esperienze quotidiane e anni passati in viaggio, l'amore è tutto ciò che resta: l'amore per i dettagli, per i piaceri della vita, come il sesso, il divertimento e la birra, l'amore per i propri cari e soprattutto per la musica, amica fedele da portare sempre con sé. Come un fiume che scorre in eterno, "Heartbreak Station" è rappresentazione intima di un'esistenza da vivere, musica da custodire nel proprio cuore, e perciò sincera e reale. Una cartolina da un villaggio lontano, opaca e un po' usurata dal tempo, ma che rivela un'inaspettata energia e una natura che, come la primavera, ha desiderio di ritornare alla vita dopo il rigido inverno.

1) The More Things Change
2) Love's Got Me Doin' Time
3) Shelter Me
4) Heartbreak Station
5) Sick For The Cure
6) One For Rock N' Roll
7) Dead Man's Road
8) Make Your Own Way
9) Electric Love
10) Love Gone Bad
11) Winds Of Change
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