CIGARETTES AFTER SEX

Cry

2019 - Partisan

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
01/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Solo i Cigarettes After Sex possono rendere la parola scopare così dolce e tenera" è uno dei commenti che si leggono sotto il video di "You're The Only Good Thing In My Life", quarto brano di questo nuovo "Cry". E pochi commenti riescono a rendere così bene il concetto: la band di El Paso, ormai di casa a New York, è una di quelle con un connubio tra il proprio nome e la musica proposta tra i più efficaci in circolazione. La voce androgina del leader Greg Gonzalez, sempre in bilico tra il suo yin e il suo yang, tra il mondo femminile e quello maschile, così come quei testi densi di malinconia e romanticismo, quelle atmosfere dilatate e quei loro suoni estremamente riverberati, hanno ormai creato nell'immaginario dei fan una perfetta sublimazione sonora dell'atto di accendersi una sigaretta dopo aver fatto l'amore e di tutto ciò che a questo atto è legato: il rilassamento estremo che segue alla sensazione di sentirsi svuotati, l'appagamento fisico ed emotivo, i sentimenti più forti e le emozioni più travolgenti, l'amore e il piacere come lo stesso amore e la sofferenza. Tutte queste tematiche sono concentrate dai texani in una poetica compatta, che richiama alla mente il noir degli anni '30 come i film francesi della Nouvelle Vague anni '60, il tutto sullo sfondo di panorami decadenti, nostalgici e saturi di dolce sensualità. Questa è l'identità dei Cigarettes, ed è ormai un'identità ben definita. Forti di un solido seguito di fan che li amano e li apprezzano per come sono, i nostri decidono così di buttarsi sulla strada del secondo album in carriera a solo un paio d'anni dal debutto (senza contare tutti i vari EP e singoli), ormai ben consci della propria poetica, delle proprie capacità espressive e del proprio potenziale. E per farlo si ritirano in una villa nell'isola spagnola di Maiorca, registrano esclusivamente nelle ore notturne e lasciano che l'intero album venga permeato tanto dall'oscurità quanto dal fascino esotico dell'alba insulare, cosa che ben traspare nella chiaroscura copertina del disco: una spiaggia e il mare davanti a sé, in quella che può sembrare una foto d'epoca, scattata in una notte così luminosa che ci fa dubitare se il crepuscolo non sia lì per spuntare all'orizzonte. Un album crepuscolare quindi, ma nelle intenzioni anche più romantico e sensuale di quanto non dovesse già essere il debutto: ispirato dichiaratamente ai film di Eric Rohmer, guarda caso uno dei maggiori esponenti di sempre della Nouvelle Vague francese, il secondo album della band di Greg Gonzalez appare nella mente dello stesso leader come "un film girato in una location esotica, con personaggi in scene diverse, tutti legati da storie d'amore, di bellezza, di sensualità". Tuttavia, lo ricordiamo, "Cry" esce a soli due anni di distanza dal precedente debut omonimo, e da un secondo disco così a ridosso del primo ci si può aspettare di tutto: che sia un passo in avanti rispetto al debutto, che sia una consacrazione della band che conferma la bontà della loro proposta, che sia al contrario un passo falso che può far vacillare le certezze costruite sulla base del primo lavoro, o ancora che sia un semplice disco di transizione di una band che non osa e che preferisce non rischiare, ancora indecisa su quale strada intraprendere e su cosa ne sarà del suo futuro. Futuro che, è bene ricordarlo, appare ancora più incerto dopo l'uscita dalla line-up del tastierista/chitarrista Phillip Tubbs nel 2018, in seguito alla sua decisione di restare più vicino alla sua famiglia e di comporre musica per conto proprio, pur definendo gli altri membri della band come "le persone più dolci e gentili che si possano incontrare". Questo nuovo album dei Cigarettes After Sex sembra delinearsi così più sul versante dell'incertezza e della prudenza, presentandoci un gruppo che, per quanto sia consapevole della forza insita nella sua proposta, non riesce a scrollarsi di dosso tutti i cliché che derivano dalla sua immagine e finisce quindi per cedere agli stessi, proponendoci un lavoro che non osa e non rischia, che non evolve, che ristagna sulle stesse coordinate del passato (per quanto belle) e che resta in bilico tra la riflessione sui propri mezzi espressivi e l'impasse vero e proprio. Certo, il mondo dei Cigarettes è bello, molto bello, come anche questo "Cry" ha una sua bellezza intrinseca di sicuro fascino. Bisognerebbe essere senza cuore e con la sensibilità di un bradipo addormentato per non emozionarsi con le loro canzoni, che anche in questo secondo lavoro continuano a ipnotizzarci e ammaliarci. Tuttavia non sembra che qui ci sia un qualcosa "in più" rispetto al disco precedente, anzi, sembrerebbe quasi che la band abbia deciso di tirare il freno a mano e di mantenersi su un campo di gioco neutro, replicando le stesse sonorità del passato in modo ancora più insistente, come se volesse rivendicare al mondo la sua identità, ma di fatto non rischiando, non provando a cambiare qualcosa, finendo invece con il proporre una versione vagamente sbiadita di sé stessa, che manca un po' di quella genuinità, quell'autenticità, quella travolgente passionalità che animava il debutto. Se siete curiosi di saperne di più, non vi resta che addentrarvi in questa recensione di "Cry", che il sottoscritto andrà ora a vivere per voi.

Don't Let Me Go

L'album si apre con un arpeggio soffuso e particolarmente arioso per la poetica dei Cigarettes After Sex, con poche e semplici note di chitarra che sembrano ondeggiare a passo di danza. È l'opener "Don't Let Me Go - Non lasciarmi andare", e già da subito vediamo come le sonorità sembrano diventate più naif, più morbide, più (passatemi il termine) "mainstream". Questo sembra essersi tradotto anche in una semplificazione della struttura musicale di base che, con buona pace di chi sperava in una evoluzione del sound di Gonzalez e soci, pare al contrario essersi ripiegata su se stesso, ricalcando quella del debutto in maniera più accessibile, con un approccio sostanzialmente più commerciale. Più pop e meno shoegaze, per dirla in altri termini, ma sempre molto "dreamy". Dal punto di vista prettamente tecnico, per quanto la qualità di registrazione sia rimasta più o meno identica al passato, sembra esserci stato un certo miglioramento di fondo, con una pulizia del suono leggermente maggiore e una maggiore brillantezza della voce, che adesso appare un pelo meno sporca e più cristallina, e forse ancora più androgina che in passato. Greg non si fa scrupoli ad andare su tonalità più alte e a rendere la sua ugola più delicata possibile, a costo di poter essere scambiato per una donna, mentre parla di un amore adolescenziale che ha ancora effetto sul presente, come se ora nell'età adulta volesse recuperare il tempo perduto stringendo a sé la sua amata: "When I was young, I thought the world of you / I was dumb to let you drift away / Come to me now / Don't let me go / stay by my side / Stay with me still / I've missed you so / And my heart goes / out to you / Wherever you are" ("Quando ero giovane pensavo al tuo mondo / Sono stato un idiota a lasciarti andar via da me / Vieni da me ora / Non lasciarmi andare / Resta al mio fianco / Non lasciarmi andare / Resta ancora con me / Mi sei mancata così tanto / Il mio cuore / Ti raggiunge / Ovunque tu sia"). È palese che ora il contesto sia molto più pop del solito, e in certi frangenti sembra quasi di ascoltare il brano di una band indie pop molto più lenta e rilassata, come fossero degli Oasis agli albori sotto xanax. Ma "Don't Let Me Go" è anche un brano che riesce a rilassare i sensi, che riesce a trascinarci nel suo mondo e che sa come cullare la mente dell'ascoltatore. Ascoltarlo dà la sensazione di fluttuare tra le nuvole o di farsi dondolare dalle onde del mare, grazie alle sue sonorità ovattate e alle chitarre liquide di Gonzalez, che si muove su coordinate decisamente più semplici e pop-oriented.

Kiss It Off Me

L'inizio di "Kiss it off me - Scaccialo via da me con un bacio" mi ha fatto quasi venire un coccolone misto a una sensazione di déjà vu, perché quelle tastiere dilatatissime mi ricordavano da vicino l'intro della bellissima "Flash" dell'album d'esordio. Tuttavia, se in "Flash" dominava una dolce batteria soffusa, qui aleggia sulle tastiere un basso pulsante e opprimente, che sembra scavare con una pala dentro quell'atmosfera grigia che si espande pian piano. Il brano prende il via in questo modo e prosegue su coordinate semplicissime, dopo è solo e soltanto il basso a farla da padrone, supportato da una delicatissima batteria che ogni tanto fa capolino nella sezione ritmica. Su tutto aleggia però la voce solenne di Gonzalez, che questa volta sembra essere caduto vittima della "sindrome da bravo ragazzo". Il mastermind dei Cigarettes canta di un amore non corrisposto, un amore ingiusto che a qualcuno ricorderà forse una friendzone in versione noir, dove a soffrire è soprattutto colui che ama di più e che è disposto a sacrificare di più per l'inarrivabile oggetto del desiderio: "Could you love me instead / Of all the boyfriends you got / Know I make you forget / About all of those rich fuckboys / Kiss it off me / If you're gonna break my heart / This is a good start" ("Potresti amare me invece / Di tutti i ragazzi che hai avuto / So di averti fatto dimenticare / Tutti quei ricchi stro**etti / Scaccialo via da me con un bacio / Se vuoi spezzarmi il cuore / Questo è un buon inizio"). Un testo del genere, per quanto possa emozionare nel contesto del brano, fa tuttavia emergere una preoccupante vena "emo" nel gruppo, che preoccupa non tanto per essere emo di per sé (non ho nulla contro le band emo, anzi ce ne sono parecchie di valide) quanto per il fatto che da una band sfacciatamente erotica come quella di Gonzalez non ti aspetteresti mai un testo che potrebbe far bella figura in un album dei My Chemical Romance. Ma a parte questo, "Kiss It Off Me" risulta essere un brano piuttosto ispirato, forte di dense atmosfere chiaroscurali e di un saliscendi emotivo non indifferente, penalizzato forse dal fatto di rimanere troppo concentrato sulla sua struttura di base e di non osare più di tanto (ma questo è un difetto dell'intero album in verità). Tuttavia bisogna dare il merito a questo brano di essere l'unico dove la chitarra di Greg finalmente riesce a liberarsi un po', volando su un assolo lento e malinconico che, per quanto molto semplice e adagiato come un calco sulla melodia del ritornello, riesce a suo modo a scaldarci un po' il cuore. Un bel brano, tipico da Cigarettes.

Heavenly

Brano tra i più ispirati di tutto l'album, e non per niente scelto come primo singolo estratto, "Heavenly - Celestiale" sembra un omaggio alla dark wave anni '80 prima di tramutarsi in un brano dolcissimo e dalle tinte seducenti, che ricorda qualcosa dei Mazzy Star più sognanti. Tastiere tiratissime introducono il pezzo sotto il controllo di un basso martellante, in un piacevolissimo tappeto sonoro che potrebbe piacere anche a dei Cure in astinenza di glucosio. La voce di Gonzalez ha un retrogusto dolciastro e si sposa alla perfezione con la tastiera e il basso, riuscendo qui ad essere persino più delicata che nelle precedenti due canzoni. E mentre vola su una nuvola, Gregory ci parla di un amore talmente ideale e perfetto da rasentare il parosissmo, da avvicinarsi quasi al patetico: "Tell me it's love, tell me it's real / Touch me with a kiss / Feel me on your lips / 'Cause this is where I wanna be / Where it's so sweet and heavenly / I'm giving you all my love" ("Dimmi che è amore, dimmi che è reale / Toccami con un bacio / Sentimi sulle labbra / Perché qui è dove voglio stare / Dove è così dolce e celestiale / Ti sto dando tutto il mio amore"). Una delle caratteristiche principali dei testi di tutto "Cry", che risentono di quella "sindrome da bravo ragazzo" di cui si parlava prima, è a mio parere uno dei principali punti deboli del disco: se nel debutto Greg ci parlava di seni sporgenti e sederi sodi, se pur nel romanticismo di fondo era palese la sua ossessione verso il colpo femminile, cosa che rendeva il discorso sull'amore molto più sfaccettato, carnale e interessante, stavolta il sentimento viene come banalizzato e, nel caso specifico di "Heavenly" questo difetto è particolarmente evidente. Certo il testo è molto sentito e si sposa perfettamente con la musica, non lo definirei mai un testo mediocre, ma resta la sensazione di una banalità di fondo che rende il tutto più insipido. Ed è un peccato, se pensiamo a ciò che Greg ha saputo regalarci in passato. Sappiamo che il ragazzo è bravo, ma questa volta non si è impegnato. Resta il fatto che le tastiere e il basso di "Heavenly" sono incredibilmente efficaci, mentre la chitarra, stavolta ben presente, riesce a donare una suadente atmosfera grigio-scura al tutto, deliziandoci le orecchie anche con un'azzeccata digressione sul finale. Un brano adorabile, ma per il testo si poteva fare molto di più.

You're The Only Good Thing In My Life

È tempo di ballate, e "You're The Only Good Thing In My Life - Tu sei la sola cosa buona della mia vita" si presta perfettamente allo scopo. Stavolta i tempi rallentano e lo fanno sul serio, con atmosfere crepuscolari che si dilatano pian piano e lentamente ci fanno dondolare in un mondo fatto di melassa, dove la batteria è come una madre premurosa che culla il figlio-ascoltatore tra le sue braccia. L'influenza post-rock traspare tra le righe e le chitarre riportano alla mente certo slowcore spogliato delle sue spigolosità e del suo andamento minimal e interrotto, che qui invece diventa un continuo flusso che massaggia la mente come la schiuma in una vasca da bagno. Probabilmente il gruppo ne ha mandati giù di bocconi che sapevano di Low e Slowdive, ma la sua personale reinterpretazione sensuale di quelle sonorità in chiave noir le trasforma e le fa progredire verso un genere nuovo, dove il disagio giovanile viene visto attraverso le lenti del mal d'amore. Peccato sia un genere bloccato nel suo stesso cliché, che non riesce a distaccarsi dagli stessi stilemi sonori che lo incatenano. I versi di Gonzalez, nondimeno, faticano a uscire da questo impasse, ripresentando lo stereotipo del personaggio sofferto, divorato da un sentimento più grande di lui, che insoddisfatto della sua vita riesce a vedere la luce solo attraverso il corpo di un'altra persona: "You only fuck for love / Told me you could never get enough / [?] You make me think of / Storms on the beaches / With all the lights off / Everything it's wrong, but it's alright / You're the only good thing in my life" ("Tu scopi solo per amore / Dimmi che non potrai mai averne abbastanza / [?] Tu mi fai pensare / A tempeste sulle spiagge / Con tutte le luci spente / È tutto sbagliato, ma va bene / Tu sei la sola cosa buona della mia vita "). L'atmosfera coinvolge, c'è poco da fare, ci si sente davvero circondati dall'acqua di quel mare in copertina, avvolti da un mondo in bianco e nero che è metafora del cuore di chi narra le sue emozioni attraverso la musica dei Cigarettes. Tuttavia anche qui ritorna uno dei principali difetti dell'album: la mancanza di varietà. Per quanto le note possano cullare, per quanto possiamo emozionarci nel farci travolgere da queste vibrazioni chiaroscurali, nel momento in cui la band gioca a fare i Sigur Ròs in versione sexy il rischio di un attacco narcolettico resta lì dietro l'angolo. Seppur senza sorprese e senza sconvolgimenti di sorta, il brano si chiude con dei suoni di chitarra che riescono a riscaldarci il cuore, mentre stacchiamo le mani dal corpo nostra ipotetica partner, con cui nella nostra mente abbiamo ballato un lento per tutta la durata del brano.

Touch

Le chitarre liquide che introducono "Touch - Tocco", sostenute appena dalla batteria, ricordano più di ogni altro brano nel disco quello che era lo stile dei primi Cigarettes (quelli di "Affection", per intenderci), in un ritorno al passato che tuttavia appare molto più rallentato e dolciastro, adattandosi bene al contesto di tutto "Cry". Con atmosfere dark wave che li avvicinano parecchio ai Cure, nonché con quell'andamento saltellante e intrinsecamente seducente, Gonzalez mette in scena un ballo che sarebbe ottimo come romantico lento di fine anno scolastico, o meglio ancora come colonna sonora per un film d'amore anni '80 in stile "Il Tempo Delle Mele". Torna qui il tema centrale di tutto l'album, richiamato dallo stesso titolo "Cry": il pianto, quelle lacrime che non riescono a fermarsi e colano come se avessimo dimenticato aperti i rubinetti dei nostri bulbi oculari, perché le emozioni che proviamo sono difficili da gestire. Piangiamo perché quella persona ci manca così tanto da farci sentire persi, piangiamo perché le emozioni sono troppo forti e non riusciamo a fare altrimenti, e allo stesso modo sentiamo i nostri partner piangere perché la situazione è insostenibile anche per loro: "Oh I missed you and I cried / But I said that I was alright / And I know it's been a while / Since I needed a distraction / [?] I listen to you cry all night / Through the telephone" ("Oh mi mancavi e piangevo / Ma dicevo di stare bene / E lo so che ne è passato di tempo / Da quando avevo bisogno di una distrazione / [?] Ti ho sentita piangere tutta la notte / Attraverso il telefono"). E così il "tocco" diventa al tempo stesso fonte di piacere ma anche di dolore, due facce della stessa medaglia, perché per quanto bello e travolgente si sa essere effimero; non ne siamo mai sazi e vorremmo non finisse mai, ma purtroppo così non è e dobbiamo accettarlo: "It's leading me on / Every time we touch / Leading me on / Every time it hurts / Feelin so lonely / 'Cause it's not enough" ("Mi guida / Ogni volta che ci tocchiamo / Mi guida / Ogni volta che fa male / Mi sento così solo / Perché non è abbastanza"). Per quanto "Touch" non possa certo considerarsi uno dei brani più ispirati dell'album, facendo della semplicità e del ricalco agli stilemi del passato la sua dichiarazione d'intenti, è innegabile che il brano abbia il suo fascino. Non solo, è un brano che in qualche modo coinvolge, e senza che ce ne rendiamo conto ci entra in testa e non ne esce più. Certo bisogna essere dotati di una certa sensibilità per apprezzarlo senza annoiarsi e (come specificherò più avanti nelle conclusioni della recensione) il modo migliore per godere di un brano del genere sarebbe quello di essere innamorati di qualcuno. Ma se nessuna fanciulla (o fanciullo) popola i nostri sogni amorosi, se già amate i Cigarettes After Sex saprete godere anche in questo caso di una canzone intima, morbida come un pandoro inzuppato nel latte e altrettanto dolce. Meno ispirato rispetto ad altri brani dell'album, un po' troppo legato ai canoni stilistici del passato, ma in ogni caso un brano riuscito e tipicamente Cigarettes.

Hentai

Chi tra voi sa cosa significa "hentai"? Questa parola giapponese, traducibile in italiano come "anormale" o "pervertito", indica nel linguaggio comune un particolare genere di pornografia nipponica all'interno del vasto mondo dei manga (i fumetti prodotti in Giappone, nel caso foste vissuti su Marte negli ultimi settant'anni). Senza scomodare "le leggi fisiche degli hentai" di Nonciclopedia, ci basti dire che questo tipo di pubblicazioni erotiche fanno leva su situazioni che vanno al di là non solo della normalità in quanto tale, ma anche di tutto ciò che nella realtà è umanamente possibile, presentando organi genitali grandi un terzo dei loro proprietari, amplessi da scala Richter e orgasmi per cui il periodo refrattario è un optional. E la scena di uno di questi "Hentai" (titolo stesso della canzone) deve proprio aver impressionato Gonzalez, se ha deciso di usarla come introduzione per il testo del suo brano: "There was a hentai video that I saw / I told you about the night that we first made love / About a girl who as soon as she made you cum / Would show you the future" ("C'era un video hentai che avevo visto / Ti ho raccontato di quella notte in cui abbiamo fatto l'amore per la prima volta / Di quella ragazza che non appena ti ha fatto venire / Ti avrebbe mostrato il futuro"). A dispetto dell'indecenza evocata dal titolo, Gonzalez riesce a costruire dolci immagini profondamente evocative e tira in ballo il romanticismo nell'idea di morire in un incidente aereo accanto alla propria amata, cosa che sarebbe piaciuta a Morrisey quando con i suoi Smiths nel 1986 diceva che morire in quel modo sarebbe celestiale, anche se lui parlava di frontale con un bus in "There Is A Light That Never Goes Out": "Told you I wanted to die in an airplane crush / Over the ocean, thought it was romantic / But you didn't like it, tought it was stupid / Thinking of me dead is making you feel bad" ("Ti ho raccontato che avrei voluto morire in uno schianto aereo / Sopra l'oceano, pensavo fosse romantico / Ma a te questo non è piaciuto, pensavi fosse stupido / Pensare a me morto ti fa sentire male"). E nel raccontarci queste cose, i delicati arpeggi di chitarra di Gonzalez, sostenuti appena dal basso di Randall Miller, costruiscono una ballata che per certi versi è tra le più ispirate dell'album, e che con il suo saliscendi emotivo ricorda molto da vicino lo spirito compositivo dei primissimi Cigarettes, quando "Nothing's Gonna Hurt You Baby" era ancora il loro biglietto da visita, ma reinterpretandolo in una chiave più delicata e molto più slowcore. Un brano nostalgico.

Cry

Una delicata linea di basso appena pizzicato procede a braccetto con poche ma efficaci note di tastiera che riempiono l'aria di un'atmosfera decadente. A cullarli arriva la chitarra, dolce come non mai, mentre con la sua rilassante melodia costruisce una struttura armonica che evoca da vicino gli spaziali Beach House della commovente "Space Song". Questa volta i Cigarettes hanno fatto centro, scegliendo di far rappresentare il loro nuovo album dal suo brano migliore, che così è diventato la title-track: "Cry - Pianto". Un nome che richiama l'effetto che questa canzone potrebbe avere sugli ascoltatori più sensibili, motivo per cui consiglio di premunirsi di fazzoletti prima dell'ascolto. Le melodie sono tornate a colpire lo stomaco come nel primo album, in un tenero dondolio che ci massaggia il cervello e ci riscalda il cuore. La semplicità molto naif del brano lo fa assimilare bene al contesto dell'album, ma stavolta i Cigarettes sono riusciti a donare il meglio di loro stessi in termini emozionali, facendo volare questa musica come non sono riusciti in tutti i restanti 36 minuti del disco. La voce di Gonzalez, meno femminea e più sensualmente rauca, si adagia sul brano e diventa estremamente dolce nel ritornello, come fosse una mano che accarezza il volto dell'amata per consolarla. Non per niente l'intero brano rappresenta la struggente verità che un uomo rivela alla sua innamorata, svelandole come il suo cuore non riesca a legarsi per mantenere una relazione e senta che questo squilibrio di sentimenti è troppo forte e rischia di far soffrire terribilmente la sua donna, troppo presa emotivamente per accorgersi di quanto l'amore possa far male: "It's making you cry every time / You give your love to me this way / Saying you'd wait for me to stay / I know it hurts you / But I need to tell you something / My heart can't be faithful for long / I swear I'll only make you cry" ("Ti fa piangere ogni volta / Che mi dai il tuo amore in questo modo / Dicendo che mi aspetteresti pur di farmi restare / Lo so che ti fa male / Ma ho bisogno di dirti una cosa / Il mio cuore non può restare fedele a lungo / Giuro che ti farei solo piangere"). Per quanto queste dinamiche siano comuni e ben note a chiunque si sia innamorato almeno una volta nella sua vita, Greg riesce a farle riflettere di luce propria in un brano che, pur sfiorando il patetico, mantiene sempre una sua profonda integrità e una dignità di fondo nel rivelare la sofferenza amorosa attraverso l'occhio dell'arte (seriamente, il primo che si azzarda a dire che questi versi gli ricordano Nunzia e Arcangelo di Temptation Island si merita una testata sulle gengive). La natura conflittuale dell'amore non traspare solo nei sentimenti che prova la persona più innamorata, ma anche nel bruciante tormento interiore di chi in teoria dovrebbe essere più al sicuro, ovvero il "meno innamorato" tra i due, facendo trasparire come la dialettica del binomio amoroso vittima-carnefice sia qualcosa di estremamente instabile e complesso: "Maybe I'd change for you someday / [?] Wish that I could give you my love now" ("Forse un giorno cambierò per te / [?] Quanto vorrei poterti dare il mio amore adesso"). Certo occorre dire che anche stavolta la costruzione del brano resta semplice, senza particolari innovazioni e ben ancorata alla struttura strofa-ritornello. Tuttavia, questa volta la semplicità più che un difetto diventa un punto di forza del brano, permettendoci di concentrare le nostre energie sulle emozioni che questa musica sa sprigionare, evocando in noi sensazioni che magari avevamo dimenticato, seppellite nel nostro inconscio sotto il macigno della routine quotidiana, e riesce in questo modo a farci sentire innamorati ancora una volta. "I Cigarettes After Sex mi ricordano una vita che non ho mai vissuto" commenta un utente di YouTube a proposito di questo brano. Posso solo dirvi che, personalmente, questa musica mi ha fatto rivivere la vita che ho già vissuto, la vita che dovrò ancora vivere e la vita che non vivrò mai. È questo il potere della musica. Questa è la sua magia. Un brano che è come un diamante grezzo, bellissimo e imperfetto, incastonato tra le rocce di questo disco.

Falling In Love

Spiace dirlo, ma a mio parere con questo brano i Cigarettes hanno un po' toppato. Strano a dirsi per una traccia che nel titolo dovrebbe richiamare l'essenza della musica stessa del gruppo textano, ma "Falling In Love - Innamorarsi", lungi dall'essere un titolo-emblema significativo, si è dimostrato piuttosto espressione di una banalità a cui purtroppo Gonzalez è vulnerabile e in cui a volte può rischiare di cadere. Certo, le buone intenzioni c'erano tutte. La voglia di costruire una ballata notturna, che potrebbe fare da sottofondo perfetto a una notte di San Lorenzo in cui ammiriamo le stelle cadenti abbracciati alla nostra amata, c'è tutta. Gli arpeggi di chitarra funzionano, come anche funziona l'andamento cadenzato e soffuso con cui la sessione ritmica sostiene una voce seducente, che procede a singhiozzi e cerca di farci emozionare come al solito. Ma stavolta qualcosa si è inceppato (come direbbe Rupert Sciamenna nel "San Ceppato" di macciana memoria). "La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni" dice il detto, e il fatto che i Cigarettes vogliano costruire una ballata dolce e intensa non significa che poi riescano a farlo davvero. Qui tutto sa troppo di pop, un pop di tipo radiofonico in stile canzoni per ragazzine in crisi ormonale trasmesse sulle radio mainstream; non solo, tutto sa anche di già sentito, di giri armonici ormai stra-abusati che, se nei brani precedenti riuscivano comunque ad elevarsi grazie all'ispirazione e alla buona costruzione delle melodie, stavolta si perdono nella mediocrità e in un ritornello che, pur sforzandosi e mettendocela tutta, non ce la fa proprio ad elevarsi e ad emozionare come dovrebbe. Anche il testo di Gonzalez, lungi dall'essere una viscerale poesia sul mistero dell'innamoramento, si perde nella banale descrizione di sensazioni emotive, e paradossalmente ciò che più si salva è il richiamo a immagini mentali evocate dalla vicinanza con la persona amata: "When I hold you close to me / I could always see a house by the ocean / Last night I could hear the waves / As I heard you say "All that I want is to be yours" / Falling in love / Deeper than I've felt before / With you, baby / I feel I'm falling in love with all my heart" ("Quando ti stringo a me / Posso vedere sempre una casa vicino l'oceano / La scorsa notte ho potuto ascoltare le onde / Non appena mi hai detto "tutto ciò che voglio è essere tua" / Innamorarsi / Più profondamente di quanto non abbia mai fatto / Sento che mi sto innamorando con tutto il mio cuore"). Purtroppo con "Falling In Love" Greg Gonzalez deve fare i conti con la realtà: ha composto un brano stucchevole, che per quanto ci provi a essere una ballata pop degna di nota, alla fine annoia e si perde nella mediocrità compositiva, finendo con il sembrare più un filler che altro. Senza nulla togliere al fatto che ai fan più accaniti della band il brano possa piacere in tutti i casi. Anzi, magari qualcuno lo amerà anche. Ma in me non ha risvegliato la benché minima emozione, cosa che ho ritenuto un peccato mortale dopo quella bellissima e commovente botta emotiva della title-track in precedenza, e questa è la realtà dei fatti. Ritenta Greg, sarai più fortunato.

Pure

Sono sicuro che quelle tastiere così delicate che introducono la conclusione dell'album sarebbero piaciute non poco a Robert Smith e ai suoi Cure, e non solo a loro. Note prolungate che girano in tondo, accarezzate da un basso dolcissimo e da una batteria così soffusa che sembra di sentire solo una spazzola che pulisce il rullante, donano a "Pure - Puro" un'atmosfera elegante e di estrema rilassatezza. La voce di Gonzalez segue quest'andamento circolare degli strumenti toccando appena il microfono, e cerca di riappropriarsi di quelle tematiche sulla sensualità così care al passato della band, senza però dimenticarsi nemmeno stavolta (e ci mancherebbe!) di quel sentimento amoroso che anima ogni carezza, ogni palpata, ogni amplesso. Darci dentro come ricci altro non è che una naturale conseguenza dell'amore, un sentimento che, quando è davvero forte, può giustificare qualsiasi passione, anche quelle che ti portano a non accorgerti della TV accesa e del mondo intorno a te. Perché, lungi dall'essere sporco, il sesso fatto per amore è qualcosa di puro, qualcosa che ci avvicina al paradiso: "And the TV is on / When we make love because / We get carried away / We don't care anyways / Man, it's pure / Only your love could get me to fall / Burn as deep, gets so hot / And it's so beautiful" ("E la TV è accesa / Quando facciamo l'amore perché / Ci siamo lasciati trasportare / Ad ogni modo, non ci importa / Uomo, è puro / Solo il tuo amore può farmi cadere / Brucia così profondamente, diventa così caldo / Ed è così bello"). Come prevedibile dai Cigarettes After Sex, il loro ultimo brano è anche quello più mieloso, una composizione che viene servita a fine pasto proprio come fosse un dessert, quell'ultimo assaggio che chiude in dolcezza tutta l'opera. Eppure, dispiace dirlo, a mio parere "Pure" rappresenta forse l'episodio meno riuscito di tutto il disco. Non perché sia un brutto brano, anzi, collocato nel suo ruolo di chiusura dell'opera svolge egregiamente il suo dovere. Tuttavia sembra come se, arrivati a questo punto, i Cigarettes si siano ormai stancati di comporre e di suonare, e decidano di proporre un brano dalla struttura semplice che più semplice non si può, un verso con due accordi che salgono e scendono, un ritornello con quattro accordi abbastanza banali che girano in tondo, e la storia finisce qui. Ed è un peccato, perché la dolcezza di queste atmosfere è davvero ben costruita e ben dosata; ma il difetto maggiore di "Pure" è che sembra davvero un brano composto appositamente per chiudere il disco e non per altro. Proprio per questo potrà forse sembrare un ottimo dessert arrivati alla fine di "Cry", ma preso come singolo brano, ha un effetto narcolettico che supera di gran lunga quello di "You're The Only Good Thing In My Life", e finisce per annoiare, o peggio far pensare che ormai la band non abbia più nulla da dire. Mi sarei aspettato di meglio, sinceramente. Pazienza. Accettiamo questo brano per quello che è nel contesto dell'album: un discreto dessert di fine pasto.

Conclusioni

Qual è il limite da non superare tra la vicinanza e l'imitazione? Fino a che punto si può restare fedeli a se stessi senza risultare una copia sbiadita di ciò che si era un tempo? Certo, squadra che vince non si cambia. Non è detto, tuttavia, che la stessa formazione, con le stesse caratteristiche ad ogni partita, possa vincere contro ogni avversario. Cioè che rendeva speciale un album come l'omonimo "Cigarettes After Sex" del debutto era proprio l'estrema fedeltà del gruppo a un modello, a un ideale di dream pop e di shoegaze che poggiava la sua poetica, come i suoi suoni infarciti di riverberi, su un ben preciso immaginario noir, sensuale e squisitamente decadente. Due anni dopo, questa fedeltà non funziona più. Ormai i Cigarettes non sono più una band di nicchia conosciuta solo da pochi fortunati grazie agli algoritmi di YouTube e che tutti si vantano di aver scoperto per primi, ma una realtà solida, abbastanza famosa, con una discreta cerchia di fan che li adora: quale scelta adottare, quindi, tra l'evoluzione e la riproposizione del medesimo schema per accontentare i fan della prima ora? "Cry" sceglie la seconda strada, e da questo puto di vista rappresenta addirittura un piccolo passo indietro rispetto all'emozionante debutto. Stavolta le canzoni, nel voler apparire come la colonna sonora di un film d'amore nella mente di Gonzalez, non osano, non volano, si mantengono quiete, girano su sé stesse senza climax o particolari guizzi creativi, cosa che spinta sulla durata di un intero album finisce per renderle quasi piatte, un po' troppo anonime rispetto a come avrebbero potuto essere. E la cosa infastidisce parecchio, se pensiamo all'enorme potenziale che la band aveva espresso con il primo album. Alcuni penseranno che il secondo album dei Cigarettes After Sex suoni come una "brutta copia" del primo, ma ciò non corrisponde esattamente al vero, o meglio, non esprime in modo chiaro il concetto. "Cry" è un album "un po' diverso" dal disco omonimo d'esordio: il suo problema è che è "un po' diverso" in peggio. E non solo per la scomparsa del fattore sorpresa che, venuto a mancare, trasforma quella che era una travolgente novità in una noiosa certezza; fosse solo per quello, sarebbe stato anche accettabile. Il punto è che, mentre le canzoni del debutto sembravano avere un fine, sembravano procedere in funzione di un qualcosa, proponendo fraseggi di chitarra, assoli e altre idee che in qualche modo riuscivano a far vibrare nel profondo le corde emotive dell'ascoltatore seppur nella dolcezza di chi rinuncia a dei climax veri e propri, i brani del nuovo album sembrano invece andare avanti solo in funzione di sé stessi, girano in tondo, restano bloccati una struttura strofa-ritornello che in questo contesto corre il rischio di farli risultare troppo piatti e quasi "anonimi", anche se il sentimento messo nella composizione riesce a volte a salvarli dalla banalità emotiva ("Cry" in primis, "Heavenly", "Hentai"); tutto ciò in un abuso dell'accoppiata basso-tastiere a tutto discapito delle chitarre, che per quanto belle e atmosferiche non riescono più a prendere il sopravvento sul brano come in passato e proporci quelle melodie che ci avevano scaldato il cuore in brani del passato come "Flash" o "John Wayne". Eppure non riusciamo a non farci piacere queste canzoni, a non apprezzare la ritmica cullante di "Heavenly", l'intimismo riflessivo di "Hentai", il romanticismo ombroso di "Kiss It Off Me", la malinconia di ballate dolcissime come "You're The Only Good Thing In My Life" e soprattutto la struggente title-track "Cry", che se ci prende in un momento di malinconia rischia seriamente di farci lacrimare peggio di una cipolla spalmata sugli occhi. Le canzoni sono belle, su questo non c'è da discutere. Il problema è che, se confrontati con il disco d'esordio, i contenuti qui presenti non hanno la stessa forza, la stessa sostanza, e in certi casi finiscono così per risultare stucchevoli; è quasi come se, mentre l'emotività delle precedenti composizioni della band era efficaci sempre e in qualunque situazione, quella dei nuovi brani dipendesse dal nostro personale stato emotivo. Se siete nel pieno di un innamoramento, insomma, "Cry (il disco) potrebbe farvi venire i brividi dall'inizio alla fine, ma in tutti gli altri casi potrebbe lasciarvi indifferenti in diversi passaggi, proprio in virtù del fatto che è tutta roba già sentita prima, ma meglio. Magari ascoltare "Cry" (la canzone) mentre pensate a una relazione appena conclusa potrà farvi versare cascate di lacrime, ma canzoni come "Touch", "Falling in Love" o peggio ancora "Pure" ascoltate in assenza di crisi sentimentali o amenità simili potrebbero non farvi né caldo né freddo, a meno che non siate particolarmente sensibili o un fan di vecchia data dei Cigarettes stessi. Stesso discorso vale anche per i testi: laddove nel primo album Greg riusciva a spiazzare l'ascoltatore con le sue visioni decadentiste e con immagini dalla sensualità disarmante, qui si concentra troppo sul fattore emotivo, sull'amore nudo e crudo, quello di stampo più adolescenziale che non tiene conto delle sue tante sfaccettature, finendo quasi per banalizzarlo e renderlo meno potente. E fa male, se pensiamo alle perle di romanticismo che il cantante ci aveva regalato in passato, anche negli stessi singoli ed EP. Chi si aspettava il disco della svolta (se non della consacrazione) per la band di El Paso, in sostanza, resterà inevitabilmente deluso. Chi invece aveva previsto un semplice disco di transizione che confermasse ancora una volta la bontà del loro sound, con ben pochi stravolgimenti rispetto al passato e anche qualche inevitabile idea in meno rispetto alla freschezza del debutto, saprà allora godersi un album fatto di ottime canzoni, composto con un cuore ancora caldo ma non più appassionato come un tempo, che purtroppo soffre della variante musicale della "sindrome da secondo libro" (cosa comune agli scrittori che raggiungono il successo con il romanzo d'esordio): quella sensazione di aver già detto tutto con la prima prova e il cercare quindi di ispirarsi a sé stessi, dimenticandosi che la forza del debutto era data proprio dal fatto che di "debutto" si trattava. Per quanto il fuoco possa bruciare bene sul legno, non ci si può aspettare che raggiunga la stessa fiammata di quando ci abbiamo buttato dentro un foglio di giornale. Tuttavia, continua a bruciare, continua a riscaldarci e ad ammaliarci con le sue scintille. Si parla quindi di un piccolo passo indietro, non certo di una caduta nel vuoto: la propria delusione e soddisfazione per il nuovo album dei Cigarettes dipende tutta dalle aspettative che ci si era fatti in precedenza sul disco e da quanto si desiderasse una svolta o meno. Chi ama i Cigarettes per ciò che sono, per la loro poetica e le loro sonorità, in sostanza, riuscirà ad apprezzare, e forse anche ad amare questo "Cry", ma chi è un tantino più distaccato avvertirà la passione e la genuina ispirazione del debutto, per forza di cose, qui sono venute meno. Avrebbero potuto osare, uscir fuori e lanciarsi nella tempesta di neve con il rischio di fare un passo falso, rompersi una gamba e morire assiderati, ma hanno preferito restare nel calduccio della loro casa a bersi una tazza di cioccolata calda, senza prendersi troppi rischi. Gli si vuole sempre bene, perché sono sempre loro, perché continuano ad emozionarci, a scuotere i nostri cuori e a farci innamorare, anche perché la title-track "Cry" è una delle loro canzoni più emotive di sempre e si candida a nuovo classico della band. Ma si sa, il primo amore è sempre quello più bello, più coinvolgente, più passionale. Il secondo potrà anche essere bellissimo, ma se assomiglia troppo al precedente senza offrire nulla che possa emozionare di più, non avrà mai la sua stessa forza. E quando ci si lascia dopo aver vissuto una relazione in cui credevamo, allo stesso modo di quando si termina l'ascolto di un disco tanto atteso e che ci ha soddisfatti solo a metà, si gira il capo e si va avanti, ogni tanto ci si culla nella memoria cercando di ricordare solo le cose belle che quell'esperienza ci ha lasciato, e si spera in meglio nella prossima relazione. Ciò che resta è una dolce nostalgia nel cuore e un amaro in bocca per ciò che poteva essere e che non è stato. Peccato.

1) Don't Let Me Go
2) Kiss It Off Me
3) Heavenly
4) You're The Only Good Thing In My Life
5) Touch
6) Hentai
7) Cry
8) Falling In Love
9) Pure
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