CIGARETTES AFTER SEX

Cigarettes After Sex

2017 - Partisan Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
12/05/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione


Ma è un uomo o una donna? Questa fu la domanda che ronzò nella mia testa, mentre cercavo di decifrare il sesso di quella voce così suadente che continuava a ripetere "Nothing's Gonna Hurt You, Baby". "Niente potrà farti del male, tesoro. Nulla potrà allontanarti da me. E sì, baby, lo sai, finché tu sarai con me, baby, tu starai bene". Quale fanciulla non si scioglierebbe di fronte a frasi del genere? Perché sì, cari/e ragazzi/e, "Nothing's Gonna Hurt You, Baby", la prima canzone in assoluto che ascoltai di quella band, è dedicata a una fanciulla, e quella voce androgina, un po' maschio e un po' femmina, così ambigua e carica di oscura sensualità, è proprio quella di un uomo, tale Greg Gonzalez, un bell'ometto dagli occhi vispi e con una barbetta folta a compensare le stempiature dell'età che avanza (ignoro la sua età, ma immagino sia intorno alla quarantina). Un ometto che, a quanto pare, è cresciuto a pane e hi-fi anni'80, vino e Slowdive, formaggio e Mazzy Star, prosciutto e Cocteau Twins. Quella misteriosa androginia insita nella sua voce non è altro che uno dei più affascinanti marchi di fabbrica della sua band, quel senso di insicurezza che porta chi li ascolta a rivivere momenti di struggimento e tormento interiore. Ma di questa "insicurezza" ne parleremo più avanti. Quella sua band ha un nome, si chiama Cigarettes After Sex, e già solo queste tre parole basterebbero a farci capire con che tipo di musica abbiamo a che fare. "E dopo una bella serata a base di tanto sano sesso, cosa si può volere di più dalla vita?" potremmo chiedervi. "Le sigarette dopo il sesso!" potrebbe esclamare qualcuno, sulla scia dello spot di una ben nota marca di amaro. Perché, a ben vedere, è proprio così. Non solo le sigarette racchiudono alla perfezione il concetto di piacere intenso e sfuggente, che in fondo è una caratteristica propria anche del sesso in quanto tale (e ce lo ricordava già Oscar Wilde, quando tra i suoi famosi aforismi ci diceva che la sigaretta è il piacere perfetto, essendo squisita e lasciando insoddisfatti), ma rappresentano anche la sublimazione materiale del post-orgasmo, quella sensazione di rilassatezza estrema che può seguire solo al piacere più totale, alla completa fusione con un'altra persona, all'attività umana per eccellenza da cui noi stessi siamo "venuti" (in tutti i sensi) al mondo, in cui tutte le nostre forze si prosciugano per trasformarsi tanto in stanchezza quanto in estremo appagamento fisico. Cosa c'è di più dolce, romantico e profondamente umano che fumarsi una sigaretta, stanchi ma rilassati, comodamente stesi sul letto dove ci siamo appena uniti con la persona che amiamo e che ora ci accarezza accoccolata sul nostro petto? E chi potrebbe mai tradurre queste sensazioni in musica, se non una band che si chiama proprio "Le Sigarette Dopo Il Sesso"? Ma cominciamo dall'inizio. Siamo in una città al confine con il Messico, tale El Paso, profondo sud del Texas. Anno 2008. Greg Gonzalez si trova sulla scalinata a quattro piani nell'Università del Texas quando registra quell'EP che fece fare capolino alla sua band nel panorama statunitense. "I", "Io", quasi come a voler rendere gli altri partecipi della propria esistenza e, soprattutto, mettere subito in chiaro quella che sarebbe stata la parola chiave del suo intero progetto: intimismo. Poche caratteristiche racchiudono così bene la natura della band texana come l'intimismo, l'attenzione rivolta verso le proprie sensazioni. I Cigarettes After Sex sono proprio questo, una band intimista, una band che scava a fondo nel proprio animo per permettere a chi li ascolta di specchiarvisi dentro, di riconoscersi, di far proprie quelle paure, quei tormenti, quelle gioie e quelle emozioni che sono proprie dell'essere umano. Greg è solo un tramite, un narratore, un moderno Caronte che traghetta le sue anime da una costa all'altra di quel fiume nero e melmoso che è il nostro vissuto interiore. E canzoni dolci ma tormentate, come le bellissime "I'm a Firefighter" e "Dreaming of You", non fanno che ricordarcelo. 2015. Brooklyn, New York. Gonzalez capisce che il Texas non fa per lui, che la mentalità chiusa, retrograda e bigotta di tutti quei rednecks sudisti che circondano le strade della sua città non avrebbe mai potuto comprendere a fondo la sua arte. Ha bisogno di un posto nuovo per pensare, per creare, per narrare. Un posto moderno, dalla mentalità aperta e pieno di gente lontana dal modo di pensare della provincia. E quale città, se non la Grande Mela? È in questo nuovo contesto culturale che viene registrata "Keep On Loving You", cover della rock band anni '60 REO Speedwagon, e soprattutto la bellissima e malinconica "Affection". Due nuovi singoloni che fanno impazzire il colosso YouTube, con milioni di visualizzazioni e finalmente un biglietto di sola andata verso la fama internazionale, che dal 2015 in poi li ha portati a esibirsi in giro per mezza Eurasia e nei loro nativi Stati Uniti. 2018, Ferrara, Italia. I romanticoni texani propongono il loro concerto in occasione del festival emiliano "Ferrara Sotto Le Stelle", nel bel giardinetto tra le mura del Castello Estense. Così il sottoscritto, che già li conosceva da un po', capisce che stavolta non può farseli scappare e corre a vederli dal vivo, per poi decidere, ancora estasiato dopo quell'esperienza, di acquistare il loro album omonimo, pubblicato il 9 Giugno 2017, con 10 brani nuovi di zecca, ancora più sognanti, ancora più intimisti, ancora più belli. Album, ragazzi/e, che proprio il sottoscritto andrà ora a raccontare e a vivere per voi.

K.

Niente titoloni, niente frasi roboanti per far partire le danze. Iniziamo piuttosto da una lettera: K., iniziali di "Kristen", la ragazza a cui la canzone è dedicata. Una semplice lettera. Danze che iniziano un po' in sordina, a dire il vero, dal momento che K, benché lungi dal risultare anonima, è comunque una delle canzoni più "standard" dell'album, dove gli stilemi della band di El Paso vengono rispettati in modo rigoroso e piuttosto classico. Tuttavia, c'è da dire che, seppur personalmente avrei preferito un altro pezzo a fare da opener (come leggerete a breve), è da rispettare la scelta stilistica di Greg e soci di partire in quarta con un brano che racchiude in sé tutte le caratteristiche salienti dei pezzi che verranno. Perché sì, K è proprio questo, un vero e proprio concentrato di Cigarettes After Sex, dove tutto è perfettamente equilibrato e riassunto in soli 5 minuti e 19 secondi di musica. Non manca proprio nulla all'appello: abbiamo le chitarre liquide e suadenti della coppia Gonzalez/Tubbs; il passo pulsante e punzecchiante di Randall Miller, che soprattutto nelle strofe e nei bridge si dimostra il vero traghettatore dell'anima tormentata del frontman; abbiamo la soffice batteria di Jacob Tomsky, calibrata alla perfezione, precisa, chirurgica, mai invadente e sempre perfetta nell'accompagnare le atmosfere costruite dal resto del gruppo; ma soprattutto abbiamo lei, la voce di Greg Gonzalez, androgina, misteriosa, in bilico tra il sussurro e il lamento, che ci guida in questo viaggio notturno come farebbe un cane per ciechi con il suo padrone, e si fa vera ambasciatrice di questo mondo fatto di inquietudine, passione, sofferenza ma anche tanta dolcezza. K parte, e subito la chitarra di Gonzalez sembra una torcia che ci illumina il viso in un bosco buio, dove gli alberi sono troppo fitti per lasciar passare la tenue luce della luna. Fin da subito appaiono chiari i riferimenti ai migliori Slowdive, e il brano stesso sembra una dichiarazione d'amore verso la band di Reading. Pare quasi di rivivere emozioni perdute negli (ormai) lontani anni '90, come pare che "Souvlaki" sia stato non solo digerito, ma anche assimilato per bene e penetrato in ogni cellula del frontman americano. Ma qui le atmosfere non sono così pompate e asfissianti come per i britannici, al contrario: tutto è calmo, rilassato, tranquillo, la luce è tenue e rarefatta, tutt'intorno c'è solo oscurità e le note vengono fuori pian piano, se la prendono comoda, si accoccolano delicatamente nei nostri padiglioni auricolari, quasi a volerci accarezzare i sensi. E non possiamo non parlare di certi richiami ai Mazzy Star, seppur al momento ancora un po' vaghi, con quelle chitarre così morbide che fanno tornare alla memoria le sonorità più trasognate della band di Pasadena. Questa è K., una canzone che coccola chi la ascolta, mentre la voce di Greg si rivolge direttamente alla sua Kristen, ricordandole di come si sono conosciuti, dei loro giochi di sguardi, di come si sono notati tra la folla per poi scegliersi e amarsi, e chiedendole di tornare da lui, perché lui la aspetta lì, nel letto dove hanno fatto l'amore così tante e tante volte. Solo due versi per il ritornello, e quando sembra che il frontman abbia ancora qualcosa da dire la sua chitarra lo interrompe e canta la sua ninna nanna strumentale, come a zittirlo per non svegliare l'ascoltatore, che ormai ha chiuso gli occhi e sta sognando, perso in un caldo oceano sonoro tanto oscuro quanto accogliente.

Each Time You Fall In Love

L'insicurezza, dicevamo nell'introduzione. A quanti di voi non metterebbe a disagio non capire il sesso del cantante dalla sua voce? A me sì, e anche parecchio, e questa sensazione è proprio quella che i Cigarettes vogliono cercare di trasmettere con la loro musica. Una musica che è come una stanza oscura in cui ci muoviamo senza torcia, a tentoni e toccando le pareti, per poi sbattere il mignolo sul comodino e svegliare i vicini con le nostre urla di dolore. Urla che, metaforicamente, sono quelle del nostro cuore. Perché l'oscurità, per i Cigarettes, non è che è una metafora. È l'oscurità dell'animo, delle emozioni e dei sentimenti, quell'incertezza di fronte ai dilemmi della vita che ci fa restare sempre in tensione, che ci fa riflettere, che a volte ci strugge e ci fa venir voglia di strapparci il cuore dal petto. L'amore, ragazzi/e, chiamiamolo con il suo nome. I Cigarettes After Sex parlano d'amore. Cosa c'è di più insicuro dell'amore? È proprio questo che Greg vuole insegnarci quando tenta di far innamorare il microfono della sua voce e intona i primi versi di Each Time You Fall In Love, "Ogni volta che ti innamori", seconda traccia dell'album. Siamo sommersi da onde sonore che circondano la stanza, da arpeggi di chitarra che sembrano la rappresentazione sonora di cerchi concentrici propagati da un sasso in una pozza d'acqua. Una bella plettratona ed ecco che Greg inizia a cullarci con le sue corde, mentre Randal Miller lo accompagna dolcemente con il suo basso e la chitarra di Philip Tubbs si fa sentire in lontananza per dare un po' di atmosfera. Man mano che si va avanti nella strofa ci si accorge che è il basso di Miller il vero protagonista, con quel suo pulsare continuo, come dei passi che toccano il terreno fangoso di un bosco in una giornata uggiosa. Ma poi le chitarre si alzano e l'atmosfera diventa sempre più chiaroscurale, con quelle note cariche di riverbero e di eco, che si levano da terra, dalle pedaliere, per salire nell'aria e fondersi con i raggi di un sole che sta per sorgere. Siamo solo alla seconda canzone e l'anima del gruppo è già tutta lì, profondamente radicata in quei suoni e in quelle immagini: l'alba, il sole che sorge, la sigaretta che si consuma tra le dita dopo che per tutta la notte è stata consumata la passione. Tutto questo traspare da quelle splendide atmosfere chitarristiche alla Cocteau Twins, mentre la voce di Greg si fa cantore di queste note e ci descrive cosa significhi essere davvero innamorati di qualcuno. "Ogni volta che sogni / Non sai cosa significhi quel sogno / L'unica cosa che vedi è una strada aperta e non hai idea di quale sia la direzione giusta / Ogni volta che ti innamori / Ciò non basta / Dormi tutto il giorno e guidi fuori da Los Angeles / Non è sicuro." No, Greg, non è sicuro. Per niente. Non è sicuro guidare fuori città ubriachi di qualcosa, che sia vino o che sia passione, senza dei cartelli stradali che ti dicano dove diavolo tu stia andando. E non è sicuro innamorarsi, perché l'amore stesso non è sicuro. È un tuffo nel vuoto, l'amore. È un portare sulla testa una mela microscopica mentre qualcuno che si crede Guglielmo Tell vi sta puntando addosso la sua balestra mezza rotta, è un attraversare con il rosso una strada trafficata senza aver prima guardato a destra e a sinistra, è un bungee jumping da un ponte alto millemila metri con una cordicella che non ha passato la revisione annuale del Ministero delle Cordicelle. Questo è l'amore, ci dice Greg, e se vi innamorate sono "volatili per diabetici" (cit.) vostri.

Sunsetz

Se c'è qualcosa che potrei contestare alla band è il non aver scelto Sunsetz come opener del loro disco d'esordio. Perché questa canzone, così delicata ma anche così ricca di seducente passione, è perfetta, a parere di chi scrive, per introdurci in quei sogni oscuri e tormentati che la band ha immaginato per noi. Ci allontaniamo dalle atmosfere alla Cocteau Twins del brano precedente, per addentrarci in un territorio nuovo e tutto da scoprire. Pochi arpeggi timidi ed evocativi introducono plettrate che sembrano uscite direttamente da un brano dei migliori Mazzy Star, con una chitarra che ci culla dolcemente e la batteria di Tromsky che la dirige come un Maestro Vessicchio di una lontana dimensione onirica. Man mano che il brano va avanti i suoni della chitarra si fanno sempre più rarefatta e la voce di Greg si trasforma in due enormi braccia che ci afferrano, ci stringono a sé e ci cullano come fossimo il loro bebè, cantandoci una ninna nanna mentre siamo punzecchiati dal basso tetro e fascinosamente lo-fi di Randall Miller. Sembra davvero di tornare bambini, di vivere un sogno infantile, attaccati al petto del frontman che fa le veci del nostro papà, mentre Greg ci racconta di tramonti, di vagabondaggi in città deserte e, soprattutto, di ricordi. I Cigarettes non fanno mai niente per niente, e se decidono di interpretare un testo in un certo modo, è perché conoscono bene le emozioni profonde che quella particolare musica, associata a quel particolare testo, può suscitare nella psiche di chi la ascolta. E così una canzone che parla di nostalgia, di immagini, di un'altalena in un vecchio parco giochi o del viso della ragazza che amiamo, abbagliata dal sole che riflette su uno specchietto retrovisore, viene accompagnata da una musica che sembra la materializzazione dei nostri ricordi più lontani, di un'infanzia che ormai ci ha abbandonato, di un amore che cerchiamo a tutti i costi di non dimenticare. Senza bisogno di scomodare Proust e il suo capolavoro "Alla ricerca del tempo perduto", è evidente come la memoria, per Gonzalez e soci, si rifletta nelle piccole cose, nei tramonti, negli oggetti, nelle fotografie scattate dalla sua Polaroid o nelle copertine dei libri che amava leggere insieme alla sua compagna di una volta. Se basta un oggetto a farci stringere il cuore, come un libro appartenuto a una persona che abbiamo amato profondamente, o una foto che tempo addietro le abbiamo scattato, i Cigarettes After Sex sanno farsi portavoce di quel cuore, di quella morsa che lo attanaglia, di quella memoria che ci perseguita e non ci molla più. L'amore non perdona, e Greg ne sa qualcosa.

Apocalypse

L'intro di Apocalypse sembra la naturale evoluzione di quello di Sunsetz, con cui condivide vaghe somiglianze, e anche lui ci culla e ci porta con sé in un sogno perduto nella nostra memoria più lontana. Ma stavolta i toni si fanno più delicati, più pacati, e ogni volta che Greg apre la bocca per cantare ci sembra di affondare il cucchiaio in un soffice dolce al mascarpone e di assaporarlo lentamente. Ma cos'è questa "Apocalisse" di cui il frontman vuole renderci partecipi? Riuscite forse a indovinarlo da soli? Esatto, lo sapevo che avevate studiato. È il grande mistero dell'amore, l'Apocalisse di cui parla il cantante. È quell'esplosione fragorosa che accompagna un bacio intenso, appassionato e senza via di scampo. "Your lips / My lips / Apocalypse" canta Greg, e sembra di vedere, quelle due labbra che si cercano, quei denti che si mordono, quelle lingue che si abbracciano, ed è davvero l'Apocalisse. Ma è anche un'invocazione, questa canzone, una richiesta di essere "cacciati" da quella che un tempo era la propria preda, per poi restarle accanto e proteggerla. "Come out and haunt me / I know you want me", dice Greg, perché lui sa che lei lo vuole, che lei non può resistergli, e quindi le chiede di afferrarlo, di non lasciarlo andar via. "When you're all alone / I will reach for you / When you're feeling low / I will be there, too". Ci sarò sempre per te. Questa è l'essenza dell'amore, per Greg. Esserci. E nel profondo di noi stessi, lungi dall'essere in disaccordo con lui, sappiamo di capirlo anche noi. Perché anche noi avremmo fatto di tutto per chi amavamo, l'avremmo fatta ridere quando piangeva, l'avremmo protetta quando era in pericolo e l'avremmo raggiunta, anche alle 3 di notte, quando ci chiamava da lontano per chiederci di non essere più sola. Perché anche noi, per lei, c'eravamo e ci saremmo sempre stati. Perché ciò che prova Greg lo abbiamo provato anche noi, chi prima e chi dopo, sulla nostra pelle. La canzone prosegue. Il basso di Miller, sostenuto da una batteria che stavolta Tromsky sveglia dal torpore e fa pulsare senza sosta, in una sezione ritmica avvolgente come non mai, fanno da sfondo a uno slowcore romantico e a schitarrate degne del dark rock dei Cure, seppur reinterpretando i suoni di Robert Smith in chiave onirica e romantica. Apocalypse è un balletto languido, un lamento agrodolce, una canzone che, come K. prima di lei, racchiude in sé gli stilemi compositivi più caratteristici per la band texana.

Flash

Bene, con Flash si inizia a fare sul serio. Non che prima si sia scherzato, intendiamoci. Ma resta il fatto che questa traccia, in assoluto tra le mie preferite in tutto l'album, ci immerge davvero nel cuore del disco e libera finalmente tutte quelle potenzialità che la band aveva finora solo accennato, che poi verranno rifinite ed espresse con ancora maggior forza nelle successive quattro tracce. Stavolta si rallenta, e lo si fa sul serio. La voce di Greg diventa sempre più rarefatta, sempre più accennata, quasi bisbigliata. Un sussurro che ci accompagnerà per tutta la canzone, mentre Tromsky fa ticchettare le sue bacchette come gocce di pioggia notturna in una città dimenticata da Dio. E quando le chitarre prendono il sopravvento, la parola d'ordine è una sola: ATMOSFERA. Ci sentiamo circondati da quei suoni, avvolti in un morbido telo fatto di note, e vaghiamo intorpiditi su un sentiero che la band costruisce per noi pezzo per pezzo. "And you had to do the right thing / Do the right thing, baby". Devi fare la cosa giusta, tesoro, fai la cosa giusta. Quando Greg pronuncia queste parole e inizia a toccare le corde della sua chitarra, al minuto 01.44, ci rendiamo conto che i Cigarettes iniziano a scoprire le carte in tavola e il loro talento aveva ancora molto da offrire alle nostre orecchie. Il ritornello di Flash non è altro che un meraviglioso dondolio in una barca su un mare nero come la notte sopra di lui, con la luce della luna piena che ci fa compagnia per ricordarci che non siamo soli. Un arpeggio dolcissimo, che introduce un cantato quasi sincopato, con Greg che pronuncia una parola alla volta come se stesse sputando minuscoli spicchi della sua vita, come se la sua testa dondolasse insieme alla musica e non potesse cantare in altro modo. Una voce dolce come non lo era mai stata prima, quasi soave, che si dà il cambio con la chitarra come in un gioco di gesti e sguardi tra due innamorati. E poi di nuovo quell'arpeggio, che ora evolve in piccoli assoli rarefatti, con poche note che si fanno sentire appena ma ci pugnalano il cuore come un coltello affilato. Una piccola gemma, questa canzone. Una gemma tutta da scoprire e ammirare.

Sweet

Il nome dice tutto: "dolcezza". E a ragione: Sweet è indubbiamente la traccia più dolce di tutto l'album, come forse anche la più radiofonica e potenzialmente commerciale. Non è un caso che sia una di quelle più conosciute e amate della band americana. Ci allontaniamo, stavolta, dalle atmosfere tetre di Flash, per addentrarci invece in territori fatti di melassa, canditi e cioccolato che sgorga dalle pareti. Greg dà il meglio di sé nel far apparire il suo cantato come una timida dichiarazione d'amore, e ci sembra quasi di vederlo, mazzo di fiori dietro la schiena, pronto a dichiararsi alla sua bella in un modo tanto impacciato quanto sincero. Vien quasi voglia di spupazzarlo, questo Greguccio, di fargli "pat pat" sulla testa e abbracciarlo per dirgli "I know that feeling, bro", a prescindere dall'esito della sua dichiarazione. Perché ciò che più colpisce, in questo brano, è il modo in cui Gonzalez riesca a trattare la materia amorosa, la sua parte più tenera e infantile, per modellarla in una forma adulta, matura e dignitosa. Sì, è vero, Sweet sarà forse un brano così dolce (giustappunto) da far sembrare la band quasi stucchevole. Eppure, il pericolo è scampato, almeno in parte, perché gli arpeggi di chitarra messi su dalla band, profondamente languidi e shoegaze, accompagnano alla perfezione la voce e le danno una dignità tale da permettersi di essere dolce quanto cavolo gli pare. Niente "Mi ami? Ma quanto mi ami?" al telefono per ore. Greg apprezza soprattutto questo, del vero amore, il fatto che non ci sia bisogno di dichiararlo, perché sono i fatti quelli che contano, e se qualcuno dimostra di amarci davvero, noi sapremo che lui/lei ci ama, senza bisogno di parole. E questo è dolce, molto dolce. "It's so sweet", canta Greg, "Knowing that you love me / Through we don't need to say it to each other / Sweet / Knowing that I love you". Oh, ma quanto è dolce sapere che tu mi ami, e com'è dolce sapere che io ti amo, e com'è dolce sapere che non abbiamo bisogno di dircelo per saperlo. E vabbè, dai. So' ragazzi. Sono innamorati persi l'uno dell'altra, si adorano, che ci vuoi fare? In poche strofe Greg ci ricorda che non importa chi tu sia e quali siano le tue esperienze pregresse, potrai anche essere il più bavoso camionista sudato di tutto il Midwest, brutto, grezzo e peloso che neanche un orso bruno della Kamchatka, con un fisico da Campione Mondiale del lancio della birra in bocca e con un odore che risveglierebbe Nabucodonosor dalla sua tomba: se l'amore decide di colpirti e di farti diventare gli occhi a cuoricino, non c'è nulla che tu possa fare per evitarlo. E bisogna essere maturi, molto maturi, per accettarlo. Sweet è tutto questo, una canzone adorabile, come sempre più adorabile sembra essere questa band. Gli uomini che la ascolteranno torneranno bambini, o perlomeno adolescenti, mentre le donne vedranno nel loro cervello un sogno d'amore a lungo sospirato che diventa finalmente realtà. Leggermente stucchevole, è vero. Ma bella, molto bella, e i texani riescono a non farsi affogare dalle sabbie mobili della loro stessa melassa, dimostrando così una classe e una maturità artistica che poche band riescono a sfoderare in un album d'esordio.

Opera House

Se Sweet ci aveva cullato con la dolcezza, Opera House è come una doccia fredda che ci fa cadere nel baratro del suo tormento. Stavolta il registro cambia. C'è sempre una seconda faccia in una medaglia, come c'è sempre la sofferenza ad accompagnare la felicità. I Cigarettes After Sex lo sanno bene, come sanno che ciò è valido soprattutto quando si parla d'amore. L'intro è di quelle che non perdonano. Chitarre fortemente riverberate fanno risuonare nell'aria note che sembrano provenire da un'altra dimensione, e non ci abbandonano nemmeno quando interviene la batteria di Jacob Tromsky a cullarci, a portarci con sé in un mondo lontano. Poi gli strumenti si fermano, la voce di Greg fa capolino dall'oscurità, e ci si rende conto che in realtà tutto questo buio non porta con sé un vero tormento, quanto piuttosto una intensa sensazione di malinconia. Ed è qui che la vera anima di Opera House salta fuori, in un'esplosione di sensazioni nel nostro cuore. "Oh, I was meant to love you / And alway keep you in my life / Oh, I was meant to love you / I knew I loved you at first sight". Quando il buon Gonzalez pronuncia queste parole, ormai siamo già intrappolati nella sua magia, i riverberi di chitarre ci tirano per dei fili immaginari e fanno di noi quello che vogliono, come un sapiente burattinaio con le sue marionette. "Sapevo che ti avrei amata al primo sguardo", canta Greg. L'amore non lascia scampo al nostro cuore, come questa musica non lascia scampo alle nostre emozioni. È una canzone fatta di luci e ombre, questa Opera House, ricca di sensazioni chiaroscurali e di emozioni sopite che vengono a galla quando meno ce lo aspettiamo. Perché del resto è proprio così che è l'amore. Un bel giorno sei la persona più felice del mondo e il giorno dopo vorresti lanciarti dal miliardesimo piano di un grattacielo giù nel traffico di Shanghai. La creatura sonora di Gonzalez e soci sa bene di che materia è fatto l'amore e, soprattutto, sa come modellare questa materia in musica e in parole. E man mano che il disco prosegue, ce lo dimostra in un modo sempre più spietato. Un'altra gemma, che riesce persino a superare Flash con la sua profonda carica emotiva.

Truly

Non mi meraviglio del fatto che Truly sia stata la canzone con cui il combo texano decise di aprire la sua data in quel di Ferrara. Perché questa canzone, se ci fosse un contest per decidere l'opener del disco, sarebbe sicuramente al secondo posto della mia classifica dopo Sunsetz. I toni di Truly sono divertenti, quasi gioiosi, ma sempre suadenti, carichi di tutta quella sensualità che i Cigarettes possiedono tra i loro assi nella manica. Per questo sembra una canzone perfetta per aprire un concerto come il loro, per far subito "prendere bene" il pubblico con la loro carica potente e ammaliatrice. Qui viene alla luce l'amore del frontman texano per l'indie rock e per la musica anni '80, quella che ha fatto ballare e innamorare i nostri genitori prima di noi. Lo shoegaze non è solo tristezza e "guardarsi le scarpe", non è solo chiudere gli occhi e sognare, ma è anche ballare, farsi coinvolgere dall'atmosfera, farsi trascinare dalle note sempre più liquide delle chitarre, alzare gli accendini al cielo e commuoversi tutti insieme. La musica non è solo questione di intimismo, non è una partita da giocare in solitario, ma è anche qualcosa da condividere con gli altri e insieme agli altri. Questo sembrano dirci quelle chitarre e quelle ritmiche, ammiccanti e anche un po' sexy, che sembrano quasi studiate a tavolino dalla band per far alzare le braccia al cielo al proprio pubblico, in una grande ola sentita e vissuta nel profondo. "Truuuuly", canta Greg, "Know that you really don't need / To be in love to make love to me". Perché non di solo amore vive l'uomo, ma anche di sesso, e anche del sesso senza amore, che a dire il vero è bello lo stesso (e a volte di più). E questa è proprio la sensazione che il sottoscritto ha provato ascoltando questo brano, una canzone che potrebbe piacere anche a chi non è mai entrato nel mondo oscuro della band e non ha idea di cosa suonino in realtà.  Questa è Truly, una canzone che, a differenza delle altre del disco (decisamente più intimiste e indicate per l'ascolto in cuffia e in solitaria), sembra essere perfetta da cantare abbracciati ai propri amici, o al proprio partner, mentre si guarda la band che suona dal vivo e si canta con lei. Truly è la canzone perfetta per sfidare l'oscurità di cui il gruppo ama circondarsi, armandosi di tanti accendini e rivolgendoli al cielo per far capire alla band che non è da sola. Che noi, nel nostro cuore, stiamo suonando con loro.


John Wayne

Ed eccoci qui, ladies and gentleman. La mia canzone preferita, senza nulla togliere alle altre, e non posso farci proprio nulla. Perché amo così tanto John Wayne, mi chiederete, da preferirla a tutte le altre del disco? Forse perché la prima volta che l'ho ascoltata, mentre guardavo il finestrino del treno in una giornata ricca di sole che stonava con ciò che avevo nell'animo, l'ho amata da morire dalla prima all'ultima nota, come un vero e proprio amore a prima vista? Non lo so neanch'io, e in fondo non mi interessa saperlo. Anche questo mistero, questo non saper spiegare perché mi piaccia così tanto, aumenta per me il suo fascino. Da un certo punto di vista, John Wayne potrebbe sembrare l'equivalente speculare di Opera House. Mentre questa appariva come tetra e drammatica, per poi rivelarsi una canzone dolce e malinconica, "John Wayne" appare proprio come dolce e malinconica, ma mentre si viene rapiti da quelle note così meravigliose ci si commuove, quasi si piange, in una sensazione di malessere che solo qualcosa come il mal d'amore sa provocare. E si soffre davvero, gente. La sensazione di malinconia che questo brano riesce a suscitare in cui lo affronta, a parere di chi scrive, è davvero autentica e sincera. Credo mi sia capitato più di una volta di trovarmi con gli occhi lucidi dopo averla ascoltata, tra le innumerevoli volte, e non capire il perché. Sarà perché quell'intro languido, con quegli arpeggi liquidi e rarefatti, quelle note che si disperdono nell'aria come coriandoli, mi hanno stretto il cuore fin dai primissimi istanti dopo aver premuto "play"? Sarà che mi sia immedesimato in quel ragazzo di cui canta Greg, così naif e così pieno d'amore verso la sua "lei", e che abbia provato compassione verso il suo ingenuo modo di vedere l'amore e di credersi capace di tutto "come John Wayne"? Sarà perché ho sentito piangere il mio cuore nell'immaginare il protagonista di questa storia d'amore, o forse di non-amore, che perde sempre più la testa, fino a diventare folle nel tentativo di possedere il suo oggetto del desiderio? Sarà perché il ritornello di questa canzone riesce a trasportarmi lassù nel cielo a un'altitudine che non è stata raggiunta nemmeno dagli altri miei pezzi preferiti del disco? Sarà che quegli arpeggi che partono al minuto "02.35" della canzone, per poi venir ripresi per cullarti dolcemente nel finale, sono così avvolgenti e totalizzanti che quando li ho ascoltati per la prima volta mi sono sentito travolgere da una valanga di emozioni che credevo ormai di aver dimenticato? Sarà quel che sarà, John Wayne è un piccolo capolavoro, l'ennesima gemma di un disco che mi piace sempre più, brano dopo brano. E se non avete un cuore di pietra come quello di Olgierd in The Witcher 3, durante l'ascolto potreste persino piangere.

Young & Dumb

Con l'ultimo brano dell'album, la parola d'ordine stavolta è "tenerezza". Quel tipo di tenerezza che proviamo verso noi stessi, quando riguardiamo le foto di quando eravamo più giovani, e ci scappa un sorriso mentre pensiamo a quanto eravamo stupidi e ingenui, un tempo, prima di affrontare la vita vera, quando ancora guardavamo al mondo con lo stupore e la meraviglia della prima volta. Young & Dumb è una canzone in grado di farci tornare tutti un po' adolescenti, di ripensare all'odio provato verso la ex che ci ha messo le corna, e a quanto avremmo voluto dirle che anche noi l'abbiamo tradita prima che lo facesse lei. Così, per ripicca, perché siamo giovani, orgogliosi, e tanto, tanto stupidi. "Bene, lo sapevo che tu eri la Santa Patrona dei succhiac****", dice Greg. "Signorina, sei una traditrice, e lo sono anch'io". E così Greg parla di tradimento, di come le note della sua chitarra diventino lacrime mentre guarda lei che "bacia lui". Una canzone sulla gelosia, certo, ma anche su noi stessi che la proviamo, su come affrontiamo questo sentimento così impetuoso e violento nelle varie fasi che attraversano la nostra vita. La sofferenza è didattica. Ci insegna ad accettare la vita in ogni sua sfumatura, e a diventare sempre più forti quando ci rialziamo dopo che delusioni, cuori spezzati e aspettative infrante hanno provato a buttarci a terra. Gonzalez sa bene che la musica è catarsi e che l'unica cosa che davvero può far stare bene un artista, quando soffre per amore, è creare, creare, e ancora creare. E forse senza tutta questa sofferenza che abbiamo provato quando eravamo ancora così "giovani e stupidi", non saremmo diventati degli artisti. Non saremmo diventati ciò che siamo ora. Davvero, c'è così tanta tenerezza in questo brano, in queste melodie che racchiudono, ancora una volta, il vero spirito dei Cigarettes. Quella dolcezza malinconica che accompagna ogni loro parto creativo e che ormai, arrivati alla fine di questo lungo viaggio, abbiamo finalmente imparato ad amare. Ed è proprio così che finisce questo disco. Con una sensazione che sentiamo di provare nel nostro cuore, verso la band, verso la musica, verso le persone che amiamo, verso noi stessi. La tenerezza.

Conclusioni

"Questo disco è come una scatola di cioccolatini", direbbe il buon vecchio Forrest Gump. Cioccolatini squisiti, di quelli morbidi come una coperta di velluto e dal ripieno al liquore, tanto forte quanto corroborante. Ci si potrebbe ubriacare, con il liquore dentro questi cioccolatini. Si potrebbe sognare a occhi aperti, facendo vagare la mente come solo un ubriaco potrebbe fare. Perché l'importante è ubriacarsi, diceva Baudelaire, di alcol come di passione. Ma sempre masticando e assaporando quel cioccolato così intenso e così delizioso. Dieci buonissimi cioccolatini che sanno di dream pop, di shoegaze e di un certo slowcore più morbido. Dieci canzoni sognanti e romantiche, che ci avvolgono i sensi con quei suoni di chitarra timidi e rarefatti, con quei riverberi così evocativi, quei delay accennati, quegli eco di chitarra che riempiono i padiglioni auricolari come una fitta nebbia novembrina. Sappiamo bene, come non mancano di ricordarci alcuni tiepidi detrattori, che i Cigarettes After Sex non hanno inventato nulla a livello musicale. Ma come direbbe il Gran Capo Estiquaatsi, questa non è una critica che può reggere un vero giudizio sulla band e chi se ne frega se non sono gli esponenti di chissà quale novità o rivoluzione. Non bisogna fermarsi all'apparenza ma andare davvero nel nocciolo delle cose, capire qual è davvero l'anima di questa band. Perché i ragazzi texani, già nei precedenti lavori ma soprattutto con questo album d'esordio, non sono interessati a proporre un nuovo genere musicale, quanto piuttosto un nuovo modo di concepire il dream pop. I Cigarettes giocano con le melodie romantiche dei Mazzy Star, interpretano lo slowcore dei Codeine in maniera meno deprimente e più romantica/riflessiva, ripropongono in chiave nuova lo shoegaze dolciastro e malinconico degli Slowdive e soprattutto rielaborano quelle atmosfere crepuscolari tipiche dei Cocteau Twins, quei suoni magici e cullanti che hanno fatto sognare un'intera generazione. Tutto questo va a riassumersi in rock avvolgente, lento, profondamente dark, passionale e timido allo stesso tempo, che prende per mano l'ascoltatore e lo accompagna in un mondo oscuro ma rassicurante, dove non bisogna vergognarsi di provare emozioni vere. Greg Gonzalez è un vero maestro nel cantare i suoi tormenti interiori e far sì che gli altri vi si possano immedesimare. E non come se li vivesse nel qui e ora, nel momento presente, ma bensì vivendoli con il giusto distacco temporale, dopo che sono stati assorbiti, analizzati e fatti propri. È anche questa la forza della sua musica, quel non piegarsi semplicemente alla sofferenza di chi ha composto quei brani, ma interpretare quella sofferenza con il senno di poi, prendendo le giuste distanze emotive, quando il cuore ha smesso di dire "ti odio" e ha iniziato a dire "ti amo lo stesso, ti amo nel profondo, a prescindere da ciò che è successo in passato". Greg si dimostra quindi abile nella non facile impresa di rifuggire ogni parossismo, ogni rimando a struggimenti sterili e puerili. C'è sempre dolcezza, invece, nelle sue canzoni. Una dolcezza matura e composta, anche quando le ferite sono ancora aperte, il cuore pulsa più di prima e il sangue continua a scorrere sotto tutti quei cerotti. Non importa quanto l'amore ci abbia fatto soffrire, è un sentimento che non si esaurisce mai e continua a riscaldare l'animo umano anche, e forse soprattutto, nel dolore. Più si soffre e più si ama, e anche quando crediamo che il nostro cuore sia diventato di pietra, di aver sofferto abbastanza e di non meritarci più altre coltellate nel petto, ecco che parte una nuova canzone, una nuova melodia, un nuovo verso e siamo pronti a innamorarci di nuovo. Perché soffrire in fondo un po' ci piace, come ci piace credere che l'amore ci renda vivi, che ci faccia volare senza avere anche il potere di buttarci a terra. Come ci piace rilassarci, sognare e fumare una sigaretta, comodamente stesi accanto alla persona che amiamo, dopo tanto, tanto, tanto, ma tanto sesso.

1) K.
2) Each Time You Fall In Love
3) Sunsetz
4) Apocalypse
5) Flash
6) Sweet
7) Opera House
8) Truly
9) John Wayne
10) Young & Dumb
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