CHRONOSPHERE

"Red N' Roll"

2017 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
03/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dopo averci regalato secoli di storia e cultura, la Grecia continua il proprio omaggio alla modernità cambiando completamente genere; dalla terra ellenica giungono, in un panorama di band Metal sempre più valido e fornito, i Chronosphere, quartetto dedito ad un Thrash Metal old school il cui scopo è stritolare le vertebre cervicali a tutti gli ascoltatori amanti della vecchia scuola, senza al contempo sdegnare una buona dose di modernità. La loro avventura inizia nel 2009, nel più genuino ed underground dei modi, ovvero l'incontro di due membri (il chitarrista e cantante Spyros Lafias ed il bassista Kostas Spades), dai quali il combo inizia a sviluppare le prime graffianti composizioni. Come è naturale, l'inizio li vede ispirarsi alla grande tradizione del genere, prendendo come esempi mostri sacri quali Anthrax, D.R.I, Bio-Cancer, Crisix e Testament, ma ben presto, il loro sound assume una forma sempre più personale ed attuale, che li rende un perfetto mix di contemporaneità e rispetto per la tradizione. A far muovere loro i primi passi è il demo d'esordio "Hypnosis", registrato nel 2010 ai Made In Hell Studios, e poi la partecipazione alla compilation "Manifesto Music Moviment", ma a lanciarli sulla scena è il debut album "Envirusment", pubblicato dalla label indipendente Athens Thrash Attack in co-produzione con la Eat Metal Records. Le sonorità sono ancora ruvide e acide come delle lame arrugginite che si insinuano nei meandri dell'addome, ma come una stoccata dataci da un malintenzionato, allo stesso modo la loro dedizione ci arriva lanciata dalla spinta delle loro braccia, che lasciano il sangue sugli strumenti pur di far tremare i timpani del pubblico. È proprio questa attitudine che spinge i quattro ad intraprendere una serie di date in tutta la Grecia, che dal tour principale si arricchirà poi con una serie di apparizioni nei festival locali ed internazionali (tra cui il famosissimo Wacken Open Air) arrivando inoltre a fare da gruppo di supporto ai leggendari Sodom, ai conterranei Rotting Christ e Suicidal Angels e agli inglesi Evile. Due anni più tardi, arriva il successivo passo avanti della band, "Embracing The Oblivion", con il quale il gruppo segna il sodalizio con l'etichetta Punishment 18 Records; una nuova ondata di riff, un'altra colata di Thrash/Speed Metal dritta negli occhi, ed ecco che i consensi a favore dei Chronosphere si ampliano portandoli nuovamente sui palchi del globo in qualità di scudieri dei già citati Sodom, dei Destruction e dei Tankard. Tutto questo non si ottiene stando fermi ad aspettare la manna dal cielo, ma imputridendo in sala prove, respirando giorno dopo giorno tutto ciò che la passione per la musica ha da offrire, la cronosfera ha continuato a girare per altri tre anni ed ecco che vede la luce il terzo lavoro del combo greco, "Red N' Roll" con cui la band si appresta a scuotere nuovamente le viscere del mondo thrash. A balzare agli occhi innanzitutto è il cambio di stile per quanto riguarda la copertina: da un iniziale approccio fumettistico molto old school (che vedeva un soldato con maschera antigas su sfondo post apocalittico sul debut album ed una figura demoniaca sorridere malvagiamente sull'umanità inebetità nella pubblicazione del 2014) la grafica diventa, su questo nuovo lavoro, decisamente più astratta: in alto notiamo il logo della band scritto in rosso vivo, con un semplice carattere stampatello maiuscolo (ben diverso quindi da quello precedentemente usato), in basso compare poi il titolo dell'album, scritto con un tratto molto manuale, che ci lascia immaginare che le tre parole siano state scritte da una mano rapida e sbrigativa, come un furtivo murales lasciato da un teppista su una parete pubblica. Al centro dell'immagine, contornato da una suggestiva nube distesa su un fondo nero, troviamo un esoterico simbolo a metà tra un teschio stilizzato ed una rivisitazione del famoso giglio di Firenze, un disegno critptico quanto affascinante che a mò di sigillo su un antico codice ci invoglia ancora di più a scoprirne il contenuto. Scaldiamo quindi i muscoli, stiriamo bene le braccia e prepariamoci per un tuffo nel mosh pit di questo nuovo album dei Chronosphere.

Alu Card

Come preludio troviamo "Alu Card", un'introduzione strumentale che fin dalle prime note ci appare sinistra ed inquietante, gettando così le basi del turbamento della proverbiale quiete che precede la tempesta. Le tastiere infatti stendono un sottofondo corale costituito dai campionamenti digitali di alcune voci digitali malsane, le cui altissime tonalità, grazie ad un sapiente gioco di panpot all'interno dell'immagne stereo, ci rimbalzano da una parte all'altra della testa rendendo ancora più soffocante l'ascolto. Immaginate quindi di non percepire queste note di fronte a voi ma di avere degli spiriti che vi ruotano intorno urlando come delle banshee ossessionate; nel mentre prende forma un crescendo che porta il volume della base orchestrale quasi all'apice della distorsione, spegnendosi improvvisamente come un qualcosa che è stato stroncato sul nascere in pochi secondi, si torna improvvisamente alla calma, ma ecco ripartire un nuovo sottofondo: questa volta le note sono decisamente più gravi ed avvolgenti e quasi ci invitano a rilassarci dopo l'ansia provata precedentemente ma a tranciare nuovamente la nostra percezione irrompe ora un grido disperato: siamo nuovamente colti dal panico e poi il silenzio, i Chronosphere sono ora in faccia a noi ed iniziano il loro massacro sonoro.

Demonized

Con la opener "Demonized" ("Indemoniato"), i quattro iniziano infatti a colpire duro; una serie di stacchi inizia a tirarci i primi quattro pugni infaccia, giusto per mettere in chiaro le cose, e poi si parte con un'esitation il cui tempo ostinato e gli accordi di chitarra ricchi di armonici ci lasciano premonire che presto succederà qualcosa di ancora più violento. A spingere tutto è il sound corposo del basso, che con le sue plettrate sostiene lo shredding della chitarra prima arrivi l'esplosione della strofa; grazie ad un avvincente raddoppio di cassa, dove dai sedicesimi si passa ai trentaduesimi, veniamo letteralmente scagliati in una mischia che ci mescola le ossa a forza di tupa tupa. Un quattro quarti netto ed incalzante inaugura il brano a tutti gli effetti ed il tiro si fa immediatamente serratissimo, per poi stringere ulteriormente la propria morsa in un pre ritornello dove Thanos Krommidas dà prova di tutta la sua maestria dietro le pelli, prima con il doppio pedale e poi con un blast beat chirurgico e mitragliato. È lo stesso Spyros ad assumere il ruolo di voce narrante: come un individuo che improvvisamente viene posseduto, il suo corpo inizia improvvisamente a bruciare, facendogli percepire un dolore lancinante ad ogni muscolo; colto dal panico, si dispera e cerca di combattere contro quella sensazione che la sua mente non conosce. Il tempo frenetico e lo shredding di chitarra rendono perfettamente la frenesia con cui il demone si impossessa del malcapitato; gli arti infatti si spezzano per le fitte e la faccia inizia a dilaniarsi, lasciando cadere a terra i brandelli di pelle che lasceranno così solo il suo teschio alla vista. Gli occhi ormai sono rosso fuoco e la sua pelle è arsa completamente, il protagonista dunque non può far altro che chiedersi se quel sortilegio sia una sorta di magia oscura o il verbo di un culto sconosciuto. Su questo insoluto enigma, la base musicale vira verso il bridge e il ritornello, dove il tempo si fa sempre più serrato fino a sfociare in un blast beat in pieno stile black metal. "Rendetemi ciò che merito", supplica il dannato invano nel tenttivo di porre fine a quel calvario, egli però riceve un rifiuto come risposta e la scelta del tempo utilizzato dai grandi maestri del genere di origine scandinava si rivela quindi perfetto per sostenere l'affermazione principale della voce narrante: "Sono indemoniato!". Tuttavia il cantato di Spyros è deciso ed energico e non disperato, ciò ci lascia supporre che il thrasher greco quasi sperasse di essere preso dal maligno e anche se questo processo gli lacera le membra, egli sembra ora godere del pieno potere di questa possessione. Dopo un efficace stop and go, che arresta solo provvisoriamente la potenza della traccia, i quattro riprendono nuovamente a spingere con la seconda strofa, che si modella sul medesimo quattro quarti della prima. I Chronosphere non lasciano quindi nemmeno un attimo di respiro ma ci passano nuovamente sopra senza pietà, come un veicolo che dopo averci investito fa retromarcia per maciullarci nuovamente. Ora il protagonista sente la voce del demonio direttamente nella sua testa: un sussurro malvagio, al quale viene nuovamente chiesta clemenza invano. Questa creatura ormai respira dentro la carne del vocalist greco, ormai egli è posseduto e su quel che resta della sua epidermide spicca marchiato a fuoco un 666, che come un sigillo lo consacra per sempre all'oscurità degli Inferi. A questo punto del brano prende sviluppo un'avvincente special ricco di groove, dove i quattro si lanciano in un mid tempo in puro stile old school che ci riporta alla mente gli Anthrax di "State Of Euphoria"; è qui che il chitarrista solista Panos Tsampras ha modo di lanciarsi in una stoccata velocissima con la sua sei corde: le note sono rapide e precise, suonate attraverso un tocco fluido e potente che dopo la sua rapida fiammata si riallaccia ai suoi compagni. Sul finale del pezzo troviamo un efficace encore del ritornello, dove la voce principale si mescola con i cori in screaming per lanciare un'ultima richiesta di pietà al signore delle tenebre, il quale ancora una volta nega; il corpo di Spyros è definitivamente preso e sulla coda delle chitarre si sfuma così anche il respiro di un posseduto da Satana che trasuda zolfo da ogni parte.

Before It's Gone

Successivamente troviamo "Before It's Gone" ("Prima Che Sia Trascorsa"), brano che si apre con un rapido passaggio sui fusti eseguito da Thanos Krommidas che premette subito una cosa: i quattro hanno intenzione di continuare a colpire duro senza ripensamenti. La chitarra ritmica fa il suo ingresso immediatamente dopo, sfoderando un main riff ispirato direttamente dalla grade scuola dell'Heavy Metal (è infatti inevitabile pensare ai Running Wild come musa ispiratrice per questo incipit). Dopo una rapida serie di stacchi accentati, la strofa prende forma su un avvincente tempo lineare, al quale si alterna un medley strumentale prima che venga lanciato il ritornello. Su queste prime due tracce possiamo apprezzare come i Chronosphere, pur componendo brani dalla struttura abbastanza schematica, vogliano comunque sperimentare anche altre soluzioni attraverso l'utilizzo di brevi incisi strumentali, che rendono più variegato il nostro ascolto senza però smorzare l'energia nella loro cavalcata. Il tema della lirica ora si fa decisamente più concreto, presentandosi come un'attualizzazione dell'oraziano motto "carpe diem": non occorre essere filosofi dei tempi antichi (e qui i nostri giocano in casa dato il loro vastissimo retaggio culturale) per capire che il tempo passa come un soffio del vento di fronte ai nostri occhi: non facciamo a tempo a goderci la vita che giungiamo subito alla fine di essa; non ci resta quindi che goderci ogni singolo giorno come se fosse l'ultimo, senza pensare troppo ai rimorsi e alle eventuali conseguenze che le nostre scelte avrebbero potuto comportare se fossero state diverse. Attraverso la mazzata sonora di questo gruppo greco ci giunge dunque l'imperativo categorico di vivere la nostra vita prima che sia trascorsa, non importa quanto lunga sarà la nostra esistenza e non abbiamo modo di saperlo, l'unico modo che abbiamo quindi per ingannare il tempo e far sì che egli ci porti via con il sorriso sulle labbra, dopo esserci goduti ogni attimo concesso, e per scandire meglio questo messaggio, esso viene recitato su una serie di stacchi accentati, di modo che il concetto ci si imprima nella testa a forza delle martellate che le bacchette di Thanos battono sui piatti del suo set. Dopo questo rallentamento, i quattro riprendono a premere sull'acceleratore: la seconda strofa infatti torna a martellare senza pietà rigettandoci nella mischia di un pogo che tutti i thrasher non potranno far altro che adorare. La riflessione viene ulteriormente estesa, come un discorso di logica dove vengono esposte le diverse argomentazioni di una tesi: il vocalist ci chiede se non abbiamo mai avuto la sensazione di giocare ad un gioco del quale non conosciamo proprio bene le regole, a volte si vince e a volte si perde ma i risultati non sempre ci sono chiari. Alla fine dei conti però, quello che davvero importa è che noi siamo in campo e dobbiamo giocare al meglio la nostra partita, sia che restiamo per tutti i 90 minuti sia che il mister ci faccia alzare dalla panchina a pochi secondi dalla fine. Il medley strumentale successivo al secondo ritornello ci conduce ad un nuovo cambio, il tempo ora si modella su un passaggio articolato sui fusti, dove mentre le chitarre lanciano una serie di acordi pieni il basso opta invece per un costrutto in ottavi, attraverso il quale possiamo percepire tutta la potenza delle plettrate di Kostas Spades. Questo passaggio serve ad introdurre lo snodo lirico del testo: attraverso le bugie, i peccati e gli errori compitu da Spyros, che ancora una volta interpreta il ruolodi protagonista della lirica, egli decide di giocare secondo le sue regole, leggendo il testo della sua esistenza così come lui lo ha scritto ed affrontando tutto ciò che ne consegue. Poprio in corrispondenza di questa ribellione al destino, il brano passa ora ad un quattro quarti trascinante, dove ci viene gettato in faccia tutto l'istinto ribelle dei Chronosphere: il chitarrista e cantante del gruppo ha fatto le sue scelte e così dobbiamo fare anche noi, le parole sono solo il pretesto che usano i perdenti per arrampicarsi sugli specchi, non ci sono scuse, bisogna agire e prendere in mano le redini della propria vita. Esistere è un gioco riservato solo a coloro che sanno giocare duro e non bisogna dare retta a nessuno, siamo solo noi con il nostro avversario più temibile, il tempo, e solo la tomba è il luogo dove ci ritroveremo tutti a stillare le classifiche della nostra performance: chi avrà giocato bene le proprie carte e chi avrà fatto schifo, nessuo è esente dal giudizio, ma qualora non avessimo capito, Spyros ce lo ripeterà ancora una volta: "Vivete la vostra vita prima che sia trascorsa!".

Picking Up My Pieces

Al quarto posto della tracklist troviamo "Picking Up My Pieces" ("Raccogliendo I Miei Pezzi"), la cui apertura questa volta è lasciata al basso: il fraseggio del quattro corde è semplice e minimale e serve giusto per introdurre il main riff di chiarra, al quale si unirà in maniera esplosiva la batteria per avviare una nuova mazzata nei denti. Il tempo è ancora un quattro quarti netto e lineare e la creatività è lasciata tutta alle sei corde, le quali, infarciscono la loro parti di passaggi dinamici che si concatenano così in una velossima serie di note, per poi stendersi una volta giunto il cantato. Su questo brano, la grinta dei Chronosphere ci induce a pensare non solo al Thrash Metal come musa ispiratrice ma anche al Death Metal di stampo svedese: il riff sul quale i nostri modellano la strofa rimanda infatti anche agli At The Gates di "Slaughter of The Soul", in particolar modo per la linearità dello shredding eseguito su un tempo di batteria travolgente e pressochè privo di varianti. Il testo si presenta nuovamente come un'indagine introspettiva del vocalist del gruppo, che inizia la propria narrazione constatando quante volte egli si sia trovato a pensare e a chiedersi che cosa abbia fatto di sbagliato nella sua vita, tormentandosi nella ricerca di una verità su se stesso che forse, a conti fatti, sarebbe meglio non trovare. A causa del suo egoismo infatti la sua strada si è divisa da quella di un'altra persona, probabilmente la ex compagna, la quale ha deciso di lasciarlo e lui, a causa del suo orgoglio, non ha impedito il suo allontanamento, ma anzi l'ha esortata ad andare via, sfoggiando sul volto una maschera di finta noncuranza sotto la quale si celava in realtà un dolore inimmaginabile che lo ha distrutto ed ora è qui, da solo, a raccogliere i suoi pezzi cercando di rimettersi insieme. La strofa continua a pompare adrenalina attraverso una batteria serrata ed incalzante e mentre Spyros è intento a radunare i cocci della propria esistenza, egli resta inoltre fiducioso che lui e l'altra si rincontreranno presto o se così non succederà, non è tuttavia giunta la fine; ognuno trova sul proprio cammino le persone che merita, ma la traccia nasconde tutto sommato una fiducia in un destino superiore che prima o poi riallineerà i propri elementi. Dall'energia travolgente della strofa giungiamo al ritornello, momento in cui la struttura compositiva della traccia si amplia per vertere ora su una soluzione più orecchiabile e di facile presa: la batteria continua a picchiare sul quattro quarti, sono le chitarre a distendersi insieme al basso, sfoderando un fraseggio melodico che rende questa parte cantata un motivo coinvolgente e trascinante: al protagonista occorre il tempo di raccogliere i propri pezzi ed è una cosa che non ha mai tenuto nascosta, ma è giunto il tempo di cambiare e adesso è più forte di prima, fidarsi di sé stessi è qualcosa di difficile e molte cose nel processo di crescita vengono date per scontate, ma la vita è così, fa parte del gioco e presto egli risorgerà dalle proprie ceneri come una fenice. Nonostante questa vena riflessiva, il pezzo resta sempre sostenuto da una furia avvolgente che ci stritola come un vortice, quella di Spyros non è solo una constatazione ma una vera e propria promessa rivolta direttamente alla ex, la quale, presto o tardi, lo rivedrà rialzarsi dopo la pesantezza del pugno allo stomaco che ella gli ha inferto. Proprio in questo passaggio, la strutturapassa ad una serie di stop and go secchi e spezzati, ai quali si alterna un'esplosiva ripresa con la cassa in treentaduesimi; grazie a questa soluzione possiamo quasi vedere il protagonista rialzarsi da terra con il viso ancora inpolverato per tornare all'attacco più agguerrito di prima e sulle martellanti note della chitarra solista, che da una iniziale partenza in solitaria si unisce poi alla collega in una avvincente cavalcata armonizzata, i Chronosphere ci danno il colpo di grazia con un ultima ripresa del ritornello; Spyros è uno spirito libero e nessuno potrà mai imprigionarlo o sottometterlo al proprio volere, non ci sono soluzioni, ed il finale netto della traccia lascia sfumare nel riverbero di una stanza vuota una sola parola: "bitch" (ovvero "stronza") lanciando così un messaggio senza peli sulla lingua a quella puttanella.  

Be The Best

Proseguiamo con "Be The Best" ("Sii Il Migliore"), che già dal titolo illustra come i thrasher greci siano musicisti estremamente convinti di quello che fanno e che la loro filosofia di vita sia incentrata sull'affrontare a muso duro ogni ostacolo senza mai tirarsi indietro, come dei veri e propri opliti pronti a serrare i ranghi di fronte al nemico. Lo start è subito travolgete e trascinante, grazie ad un'efficace sequenza di note di chitarra eseguite in pull off, il tiro è subito fluido ed immediato e la batteria di Thanos Krommidas ha gioco facile nel gettarci in una nuova mischia travolgente. La velocità delle asce, in questo corrosivo avvio, resta sempre sostenuta dal basso di Kostas Spades, le cui plettrate scandiscono in maniera precisa e monolitica il centro tonale di ogni cambio strumentale. Il testo inizia senza tanti convenevoli, fin dalle prime frasi Spyros ci esorta a combattere per ciò che vogliamo e a non farci scrupoli nel tentare di ottenerlo: non importa di cosa si tratti, è un qualcosa che ci serve, quindi fanculo ogni ostacolo che si presenti sulla nostra strada, che verrà travolto senza pietà. Fondamentale per il compimento di questa nostra missione è confidare nei nostri mezzi, la nostra intelligenza, la nostra caparbietà e il nostro coraggio... essi diventano le armi con le quali costruiremo un mondo nuovo fatto a misura nostra ed ideale ad ospitarci. Qualsiasi cosa faremo non dovremmo mai dimenticare di dover essere i migliori, di essere una spanna sopra gli altri, e nel crearci il nostro spazio vitale non dovremmo lasciare spazio ai parassiti. Sulle note serrate di queste strofe incalzanti, i Chronosphere ci ricordano dunque che è fondamentale cogliere e sfruttare al meglio ogni istante della nostra esistenza, che sia di giorno o di notte non importa, ogni secondo è fondamentale per il nostro obiettivo, il futuro deve essere per noi un regalo roseo e privo di ostacoli che noi stessi ci offriamo; se per riuscire a farlo dovremmo violare le regole della società così sia, fanculo le regole e fanculo tutto il resto, sul terreno dobbiamo solo esserci noi ad avanzare inarrestabili come dei bulldozer che stritolano ed ammazzano tutto ciò che si presenta sotto i cingoli. La prima metà di traccia ci trascina senza freni in una alternanza di strofa e ritornello corrosiva quanto il napalm, per poi darci un attimo di respiro in un momentaneo break: l'accordo viene lasciato andare e nel mentre la chitarra ritmica si lancia in un riff acido e stracarico di gain in pieno stile old school. Le orecchie abituate ai suoni fini patiranno questa stoccata graffiante, ma stiamo parlando di Thrash Metal e se non sanguinano le orecchie durante l'ascolto non ne vale nemmeno la pena. Questo intermezzo funge così da lancio per la seconda parte della traccia, dove la batteria conduce il tutto su un tempo lineare più cadenzato, sempre sostenuto però dalla doppia cassa; l'incedere ora è più marziale ma adattissimo ad una nuova sessione di headbanging; questa macchina da guerra ha demolito tutto ciò che restava della vecchia esistenza ed è giunta l'ora di costruire il nostro domani su queste macerie. La nostra anima non sarà mai pienamente appagata finchè non raggiungeremo il successo, e solo buttando il sangue nella nostra battaglia comprenderemo il valore di quello che stiamo compiendo, attraverso i nostri sforzi, per quanto pesanti siano, riusciremo letteralmente a toccare il cielo, per poi trascenderne ulteriormente i confini e andare ancora oltre, dove nessun essere umano è mai arrivato prima. Il comandamento resta sempre lo stesso: mai esistare e soprattutto zittire e mandare a quel paese chi addita le nostre gesta come inutili e destinate al fallimento, dobbiamo correre il rischio e giocare proverbialmente con il fuoco, solo così vinceremo la nostra guerra, altrimenti non arriveremo a celebrare e a goderci il nostro domani, che con fatica ci siamo costruiti per vivere sereni e senza nemici in vista. Questa cavalcata conclusiva, arricchita nuovamente da una serie di stop and go, lascia poi nuovamente campo alla ripresa del quarto quarti lineare dell'inizio, con il quale possiamo tornare a dare spallate ai nostro compagni mentre Panos Tsampras ci delizia con una eccelsa performance solista, poi una nuova pausa fulminea ed un ultima ripartenza con un encore del ritornello, i Chronosphere ci maciullano così le ossa, intimandoci, ora e sempre, di essere i migliori.  

The Force To Put An End

Ed è nuovamente il basso ad aprire le danze su "The Force To Put An End" ("La Forza Di Porre Una Fine"), traccia decisamente più oscura e sulfurea delle precedenti fin qui ascoltate. Il quattro corde infatti ci regala una sequenza di note "zappate" grazie alla pesantezza del tocco plettrato, la cui alternanza continua rende questo riff decisamente ansiogeno e soffocante. Trepidanti infatti aspettiamo che arivi qualcosa a scuotere la nostra attenzione, e per aumentare la tensione inizia anche un'esitation di batteria, snodata attraverso due cambi di tempo che ben presto ci conducono allo start vero e proprio. La strofa si modella su un mid tempo carico di potenza e di groove, ma come accennato, il riffing delle chitarre è decisamente più chiuso e grave di tonalità rispetto alle composizioni passate; l'accordatura ribassata si rivela in questo senso ottimale per rendere il tutto ancora più cupo e anche la voce di Spyros si mantiene su un registro molto più gutturale. Siamo nuovamente di fronte ad una amara constatazione di cinismo: non siamo mai abbastanza forti infatti da accettare i nostri errori passati e metabolizzare che a volte, durante la vita, la nostra strada si divida da quella degli altri. A bruciare nell'animo del frontman del gruppo è ancora la perdita della donna amata, questa volta affrontata non con la spavalderia e la non curanza dimostrata in "Picking Up My Pieces", ma con una rassegnazione malinconica ed un rimorso che corrode l'anima in ogni sua parte. Il protagonista del testo infatti racconta di come ogni notte si svegli di soprassalto, aspettando di poterla trovare nuovamente al suo fiaco nel letto, tuttavia, questa possibilità si presenta alquanto remota e Spyros inizia a chiedersi quindi se non sia folle sperare ancora che quel desiderio si realizzi. Se gli altri gli danno del pazzo a lui non importa, tutto ciò che desidera e poter riavere indietro la sua donna. Con l'arrivo del ritornello la struttura passa da un riffing contratto ad una sequenza di accordi più di ampio respiro, dove il vocalist greco ha modo di urlare tutta la sua disperazione: egli infatti chiede in maniera ossessiva che cosa debba fare, che cosa debba scambiare per poter nuovamente riabbracciare la sua donna, o che per lo meno gli venga data la forza di porre fine a questo calvario devastante. Ma la rassegnazione lascia ora lo spazio alla rabbia crescente della seconda strofa, dove i Chronosphere riprendono a martellare senza pietà con un incisivo mid tempo da mosh pit garantito; molto cinicamente, Spyros constata che il tempo non ha guarito assolutamente niente, il dolore per la perdita della sua donna è sempre vivido anche ad anni di distanza e le ferite che egli ha sulla sua carne sono la prova che evidentemente egli non è riuscito a proteggerla e a stringerla a sé come avrebbe dovuto fare: ogni colpo di rullante quindi è una metaforica martellata su un chiodo che lentamente si insinua nel cuore del thrasher, facendo sì che il dolore si propaghi incessantemente, lasciando trasparire una malinconia di fondo in questa nuova sferzata sonora. Lo splendore di quel viso infatti è ormai perso per sempre e al disperato protagonista non resta altro da fare che lanciare invano delle preghiere verso il cielo vuoto che, incurante del suo dolore, continua a compiere inesorabilmente il proprio ciclo. Passato il secondo ritornello arriviamo ad uno stop, una cesura che ormai sembra una consuetudine nel songwriting dei Chronosphere: una serie di quartine di chitarra, che rimbalzano ora a sinistra ora a destra del nostro impianto, introduce una nuova progressione a base di breakdown, le pennate ora sono fedelmente seguite dal basso e dalla cassa della batteria, per lasciare al rullante l'onere di coprire i momenti di silenzio risultando ancora più di impatto. Questa sessione prosegue riprendendo il main riff principale ed avviando una lunga suite strumentale, dove la batteria passa provvisoriamente ad un tempo ostinato per poi riprendere la struttura lineare. La mancanza della voce viene sostituita ora da una base corale di tastiere, un espediente nuovo per il quartetto thrash, ma che si rivela ottimale per rendere più piena e solenne la parte prima che Spyros faccia nuovamente il suo ingresso vocale per l'ultimo ritornello, ulteriormente sostenuto da una progressione che aumenta la tensione per poi spegnersi improvvisamente, lasciando la chiusura ad un ultima serie di quartine della chitarra.

Honest To Kill

Con la seguente "Honest To Kill" ("Onesto Per Uccidere") il gruppo torna a seguire fedelmente i dettami dell'old school, regalandoci un brano che marcia imperterrito dall'inizio alla fine triturando ossa senza pietà. La rullata di batteria in apertura, effettata con un effetto flanger, serve giusto come momentaneo incipit prima che i quattro partano in blocco, colpendoci diretti come un pugno nei denti; le chitarre regalano una possente cavalcata in shredding, dove alle pennate decise si alternano dei rapidi fraseggi ricchi di stile e perizia tecnica, il tutto sostenuto dal basso dinamico e da una batteria inarrestabile. Fin dai primi secondi possiamo quindi dedurre che questa traccia, in sede live, mieterà un appropriato numero di vittime nel pogo; passata la malinconia adesso Spyros torna ad eruttar rabbia ed odio come un vulcano: una cosa che è sempre mancata in questo mondo, secondo il thrasher ellenico, è l'onestà. Essa è una virtù sempre più rara che, se fosse diffusa, ci consentirebbe di guadagnare il rispetto che meritiamo e ci eviterebbe di essere ingannati dal prossimo, ma voi, gente comune, ne avete mai sentito parlare? Spyros è qui, ora, con il suo gruppo per farsi cantore di questo concetto metafisico a forza di Thrash Metal, descrivendocela come quella virtù che distingue i codardi dai veri uomini. Il tempo sempre sostenuto del brano mantiene vivo il focolare della nostra attenzione gettandoci sopra delle colate sulfuree di un riff sempre dinamico ed energico; l'invito è molto schietto e diretto, facciamoci crescere i coglioni ed acquistiamo l'onestà... per uccidere. Esatto, avete letto bene, gli onesti, secondo i Chronosphere sono coloro che non si fanno scrupoli anche ad uccidere pur di sostenere la loro causa, in fondo, se l'essere umano avesse più coraggio nel compiere un omicidio, non ci sarebbe l'ipocrisia, aumenterebbe sì il tasso di violenza nel mondo ma perlomeno gli uomini sarebbero in grado di essere onesti e non ricorrerebbero a futili inganni per ottenere i propri egoistici scopi. La vita è troppo breve per ingannare, o per essere ingannati, e giustiziare un infame che se lo merita è un sistema molto più rapido rispetto al dover progettare un macchinoso trucco per depistare il nostro avversario, il concetto si riallaccia quindi al tema della brevità della vita, dove l'onesta è però un dono costoso che non tutti possono avere e le persone parsimoniose non sono contemplate in questo scorrere esistenziale votato all'autarchia. A metà del minutaggio avviene il cambio testuale: il ritmo si mantiene sempre serranto, alternando quattro quarti e mid tempo, mentro Spyros si dimostra quasi più comprensivo nei nostri confronti: egli sa bene che alle volte possiamo avere dei dubbi riguardo alla nostra forza effettiva e che ci sentiamo incapaci di riuscire, ma la forza necessaria è nascosta dentro di noi, nel nostro carattere, e sarà proprio la nostra caparbietà ad innescare la scintilla che ci farà guardare con occhi di fuoco lo sguardo di chi invece è debole. Su questa distensione caratteriale prende avvio la suite strumentale destinata a sorreggere l'assolo di chitarra di Panos Tsampras, una nuova mitragliata di note che ci viene sparata addosso con una violenza pari a quella di una gatling in azione. In questo frangente il tempo viene rallentato, in modo che la velocità lasci ora il posto al groove e sia possibile apprezzare anche l'ottimo lavoro di Kostas Spades con il basso, ma è solo un intermezzo, che seppur di ottima fattura serve solo ad introdurre l'ultimo encore del ritornello, un'ultima ripresa in cui i quattro ci incoraggiano nuovamente a tirar fuori le palle e a far vedere chi siamo, non c'è nulla di cui vergognarsi se si diventa talmente onesti da non aver alcun rimorso nell'uccidere chi ci ostacola.

Wolves Out Of Cage

Sempre aggressivo è anche l'attacco della seguente "Wolves Out Of Cage" ("Lupi Fuori Dalla Gabbia"), che si apre con un muro sonoro creato dall'immediato start di tutti e quattro gli strumenti assieme: un colpo di cassa e del crash della batteria, un accordo lanciato delle due chitarre sostenuto dalla botta del basso ed ecco che si crea così un'efficace esitation. In solitaria troviamo un riff di chitarra acido e graffiante, rapidissimamente scandito dagli accenti di Thanos Krommidas, ed ecco che i quattro si lanciano in una nuova strofa al fulmicotone; se siete patiti del Thrash vecchia scuola questo è il pezzo che fa per voi: preciso, veloce e diretto come una martellata in pieno volto. Di fronte ai nostri occhi compiaiono immediatamente quattro lupi, che con la bava alla bocca si avventano su di noi, sono queste quattro belve greche, che con gli artigli affilati e le zanne ben in vista lanciano ancora una volta un attacco a questo schifo di società. La lirica è infatti una dichiarazione di guerra verso tutti i perbenisti e moralisti che additano i Chronosphere come dei nullafacenti, dei falliti e dei perdigiorno; loro non suonano né per soldi né per la fama, ma portano avanti la loro passione per la musica Metal perchè questo è il loro destino, non si arrenderanno mai al volere della massa, questo è il loro comandamento e giuramento di fratellanza, ed insieme combatteranno uniti fino alla fine, facendo brillare come dei bagliori i loro artigli nelle carni di chi oserà mettersi contro di loro, lanciando a tutti gli altri metal head del pianeta un marcato monito: unirsi a loro prima che sia troppo tardi. Quello del Metal inteso come una fede che ci unisce agli altri fratelli è un clichè ormai abbastanza affermato, portato in auge dai Manowar, eppure, questo brano dei Chronosphere, unendo tale concetto ad una freschezza compositiva decisamente interessante e ad un'energia travolgente, arriva dritto al punto. Al di là dell'orecchiabilità del ritornello, nella composizione sono presenti diverse varianti strumentali, che pur variegando notevolmente le misure e le soluzioni durante l'ascolto si rivelano sempre accattivanti: dalla strofa diretta senza la benchè minima traccia di stop si passa ad un incedere stoppato, dove il basso armonizzato conferisce, con le sue plettrate, un'ulteriore spinta al lavoro delle chitarre, rendendo sempre interessante il tutto attraverso i continui salti di tonalità. Facciamo ben attenzione perchè queste quattro belve ci spunteranno improvvisamente alle spalle per morderci al collo e gettarci nel loro reame di oscurità , sensazione di soffocamento ottimamamente resa attraverso un nuovo cambio strumentale sempre rapidissimo e volutamente spiazzante. Su questa canzone i Chronosphere ci riportano alla mente i Megadeth degli anni d'oro di "Rust In Peace", dove un testo relativamente breve si inseriva in un mosaico musicale ben più ampio e variegato e dove, alle volte, la musica stessa raccontava storie più avvincenti di quelle contenute nelle frasi parlate. Il riffing dinamico degli struementi a corde infatti compie dei brillanti saliscendi tonali che si incastrano perfettamente tra un colpo di rullante e l'altro di un tempo sempre incalzante, elemento che non solo dimostra la grande bravura tecnica di questi musicisti ma che al contempo ne mette in luce l'enorme estro compositivo. Scocca la mezzanotte, e questi quattro lupi non hanno ancora cessato di sguinzagliare la loro furia, ci avevano avvertito, ma non abbiamo dato peso al loro monito e ora è la fine: nel buio sentiamo echeggiare il loro ululato che come un preludio anticiperà il massacro che faranno con la loro musica una volta saliti sul palco, i Chronosphere sono quattro lupi che dopo essere stati rinchiusi per diverso tempo vengono ora liberati e sul palco daranno sfogo a tutta la loro sete di sangue.

Warriors

Si prosegue con "Warriors" ("Guerrieri"), una marcia militare il cui protagonista si rivela essere il bassista Kostas Spades: su un tempo di batteria marziale e scandito, tenuto unicamente con la cassa, il rullante e la campana del ride utilizzati per un ostinato di marcata scuola slayeriana; è il suo quattro corde a lanciarsi in una serie di avvincenti acrobazie soliste, sostenuto dalle pennate in palm muting delle chitarre alle quali fa seguito un accordo tenuto. Siamo in mezzo ad una strada e verso di noi un esercito sta marciando ad armi spianate. In testa al battaglione troviamo Spyros, che ancora una volta interpreta in prima persona il ruolo di personaggio principale: un condottiero pronto a guidare i suoi soldati nell'ultima grande battaglia per la vittoria. La struttura strumentale resta sempre lineare, intervallata unicamente dagli stacchi segnati dalle rullate di batteria che spezzano provvisoriamente l'andamento del pezzo; nel pieno della nebbia ecco emergere dalla nube i pugni alzati di questi combattenti, il protagonista della lirica ha gli occhi solo sul suo nemico e la tensione è elettrica, le sue mani stringono la spada, ha un combattimento da affrontare e nessuno lo fermerà, possiamo dargli del pazzo, dell'ossesso, del posseduto ma a lui non importa, è in marcia coi suoi guerrieri e tra quei ranghi non c'è spazio per i codardi. Come accennato, è il bassista della band il vero condottiero a livello musicale, il suo lavoro di basso infatti ricorda molto quello di Greg Christian su "Souls Of Black" dei Testament: preciso, eclettico e fluido, reso evidente anche grazie alla caratura del suono che lo rende squillante ma anche abbastanza grande e corposo da dare ai pezzi il giusto impatto. Spyros non ha mai detto di non aver paura, e chi abbia detto ciò è un bugiardo, lui ha solo il desiderio di sconfiggere il suo nemico e, come una belva, vuole avventarvisi contro, per poi trovarsi faccia a faccia con lui e poterlo uccidere in un duello leale. Concluse le prime due strofe, con cui i guerriri metaforicamente arrivano sul campo di battaglia di fronte al nemico, la successiva porzione di traccia rappresenta il momento in cui viene dato l'ordine per la carica. Dopo un incisivo break di chitarra infatti, la batteria si lancia in un quattro quarti inarrestabile, un vero e proprio massacro sonoro che anche in sede live non mancherà di scatenare un devastante wall of death; la vendetta è ciò che scorre nelle vene di questa orda di guerrieri e la velocità serrata di questo frangente ci consente di percepre su di noi la massa di soldati nel pieno dell'attacco, che con le spade sguainate sono pronti a travolgerci. La moneta ha solo due lati, dunque due sono anche gli esiti con i quali questa guerra potrà concludersi: con la vittoria, e dunque Spyros e i suoi innalzeranno il trofeo da vincitori, o la sconfitta, che vedrà il nostro soccombere insieme ai suoi compagni sotto le armi di un nemico più forte. L'unico modo per scoprire quale sarà il risultato finale è uno solo: combattere con tutto il coraggio e la forza che si ha in corpo. La velocità si arresta, le chitarre lasciano andare il proprio accordo ed ecco che riparte il tempo marziale. I Chronosphere hanno vinto, e dopo aver concesso ai sopravvissuti un momento di respiro nel silenzio che commemora i caduti, l'esercito è ora pronto ad intraprendere una nuova marcia verso la prossima battaglia; la batteria è sempre sostenuta e decisa ed il riffing mantiene il proprio monolitico spessore; in questo nuovo cammino, il condottiero ha modo di lasciare che il suo corpo sia pervaso dal senso di gloria per l'impresa appena compiuta, respirando a pieni polmoni l'ossigeno che è dovuto solo ai vincitori, la marcia continua ed una cosa è certa, i veri guerrieri non si arrenderanno mai.

Portal To The Underworld

 L'album si chiude con "Portal To The Underworld" ("Portale Per Il Mondo Sotterraneo"), un pezzo il cui inizio si rivela a dir poco spiazzante: un blast beat serratissimo sostiene un riffing gelido e ruvido di chitarra, dove lo shredding è l'ingrediente principale e dove la somma di tutti e quattro gli strumenti lanciati a folle velocità ci travolge come un fiume in piena. Siamo per caso di fronte ad un brano black metal? Abbiamo inavvertitamente schippato all'album successivo del nostro lettore? No, semplicemente i Chronosphere sono musicisti dalle influenze ampie e variegate, dove il Thrash Metal è si il genere principale di riferimento ma non è nemmeno l'unico. Dall'incipit che sembra estrapolato da un album dei Marduk infatti, il brano si modula in maniera molto graduale e progressiva verso una soluzione thrash più lineare, che consente al vocalist di stendervi sopra le porzioni di testo costituenti le strofe; il blast beat adesso, assieme ad uno sviluppo diverso più moderno e pregno di groove, diventa un efficace inciso per separare i diversi parlati. Per quanto "strana" sia questa scelta, essa si rivela assolutamente convincente, un unione di stili che si mescola per creare un brano che non lascia un attimo di respiro e ci trascina in un vortice di potenza e melodia di altissima caratura tecnica. I Chronosphere si stanno preparando per partire verso un mondo migliore, collocato in un'altra dimensione rispetto a quello in cui viviamo adesso, un mondo collocato in un futuro migliore e lontano dalla disonestà dell'uomo, verso il quale i quattro ci invitano per poter finalmente risorgere e vivere davvero. Siamo incuriositi da questa possibilità? Allora non ci resta che unirci a loro per questo avvincente viaggio, dove la musica sarà il nostro mezzo di trasporto e dove l'assoluta libertà sarà la meta finale. Il gruppo di viaggiatori è ormai radunato, ed il messaggio con l'invito è giunto anche a noi così come era stato previsto. Ancora una volta Spyros ci parla in qualità di spirito guida e di motivatore: la forza per mettere la parola fine a tutta l'ipocrisia e alle difficoltà della nostra vita attuale è dentro di noi, ci forgeremo l'armatura con la quale passare attraverso le avversità e trovare la forza di raggiungere il nostro obiettivo ed avere successo nel realizzare i nostri sogni; la musica dei quattro thrasher è solo un mezzo ma è il nostro benessere il vero fine. La chitarra solista di Panos Tampras ora si lancia in una picchiata solista solcando il cielo di una base ritmica immensa e ricca di colore, la batteria infatti sostiene sempre il tutto come un motore che arde e la sei corde diventa così la musa ispiratrice di questo nuovo desiderio di libertà; alle nostre anime daremo ora una nuova linfa ed una nuova essenza vitale, dato che saranno guidate dalle leggi che noi stessi creeremo per popolare questo nuovo mondo nascosto. Ciò che questa lirica (ed altre precedenti di questo album) ci hanno insegnato è che dobbiamo sempre focalizzare il nostro obiettivo e raggiungerlo, non importa quanta fatica dovrmmo fare, nel nostro animo è custodita l'energia necessaria, dobbiamo solo credere in noi stessi e riuscire a sbloccare tutto il nostro potenziale. Incamminiamoci dunque e apriamo il portale di questo nuovo mondo sotterraneo dove poter essere finalmente liberi. Su un brano che non smette nemmeno per un secondo di pompare adrenalina, i quattro thrasher si rivolgono a noi ascoltatori chiamandoci "Chrono-maniaci", proprio per indicare il senso di fratellanza tra la band e i fan, e ci incoraggiano: è tempo di far sentire il nostro urlo di guerra facendo sentire la nostra voce sulle loro canzoni, alle nostre anime la musica farà un dono, quello di farle sentire davvero vive, dunque facciamo un bel respiro e gettiamoci nell'abisso, varcando così il portale del mondo sotterraneo nascosto.  

Conclusioni

"Red N' Roll" rappresenta a tutti gli effetti la terza tacca sul fucile dei Chronosphere, gruppo che senza peccare di superbia può ritenersi degno alfiere della nuova ondata di Thrash Metal moderno: insieme ai conterranei Suicidal Angels (e ad altre band provenienti da nazioni diverse), essi infatti hanno il merito di conservare i dettami di una delle frange più storiche del Metal e al tempo stesso mantenerla viva, rinfrescandola con un'energia compositiva rinnovata. In questo particolare ambito musicale infatti, gli artisti tendono a scindersi in due filoni netti tra i quali sembrano non esserci vie di mezzo, o, se ci sono, sono veramente poche: chi non si stacca dalla tradizione old school ed ancora oggi, nel 2017, tenta e vuole suonare come i vecchi dischi degli anni Ottanta, rischiando peraltro di risultare più una fotocopia che un conservatore di una cultura musicale, e chi dalle radici di essa prende avvio verso una nuova evoluzione artistica; i tempi incalzanti, i riff acidi e rapidissimi e l'impatto di un sound che si è creato la propria notorietà demolendo le pareti dei locali underground, in questo album vengono presi come modello per poi far sì che su di essi vengano modellati gli spunti compositivi di quattro ragazzi che trasudano passione per la musica da ogni poro della loro pelle. In particolare, è interessante come gli schemi mediamente standard del Thrash vengano presi da questi musicisti e scomposti in tasselli più piccoli, per poi essere riassemblati con combinazioni diverse che fanno delle loro composizioni dei veri e propri mosaici musicali compatti ma al tempo stesso variegati ed articolati: da un tupa tupa lanciato a velocità funamboliche si passa senza esitazioni ad uno sviluppo in break down, dove è la potenza della pennata degli axemen a dare la proverbiale botta, per poi ripartire ancora su uno sviluppo trascinante ma diverso dal primo, lasciando per un momento che la voce taccia e che sia questa macchina musicale compatta ed efficiente a recitare il proprio ruolo espressivo. In tal senso, nel tentativo di voler ricercare un connubio tra tradizione ed innovazione, la post produzione del lavoro si presenta ahimè senza infamia e senza lode da questo punto di vista: vi è il perfetto bilanciamento dei volumi e l'ottima equalizzazione della sezione ritmica (basso e batteria), che gode di suoni semplicemente eccelsi, moderni e perfettamente in linea con quello che sono le possibilità digitali di oggi, che però cozza con un settaggio troppo acido e "zanzaroso" delle chitarre: d'accordo che abbiamo sottolineato come in ambito Thrash un po' di vetriolo sui timpani sia dovuto, ma ci sono frangenti, specialmente i break dove la sei corde è lasciata in solitaria, dove da un sound corposo d'insieme, con l'arrestarsi degli altri elementi, viene a mancare il dovuto supporto all'ascia, che risulta "piccola" e troppo distorta; un lavoro più accurato sulle chitarre avrebbe sicuramente reso ancora più d'impatto un disco comunque validissimo che sottolinea l'altissimo valore dei Chronosphere e, beninteso, questa vuole essere una critica propositiva e non distruttiva di un'ottima performance. Se vi piacciono le proverbiali motoseghe nelle orecchie, allora questo quartetto greco fa sicuramente al caso vostro.

1) Alu Card
2) Demonized
3) Before It's Gone
4) Picking Up My Pieces
5) Be The Best
6) The Force To Put An End
7) Honest To Kill
8) Wolves Out Of Cage
9) Warriors
10) Portal To The Underworld
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