Children Of Technology

Future Decay

2014 - Ripping Storm Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
18/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Tutti noi sappiamo quanto Thrash Metal sia l’unione di Metal classico e Hardcore Punk, due sonorità apparentemente diverse, ma unite dalla voglia di tecnica e sperimentazione, oltre ad una sana e robusta smania di distruzione che alberga in entrambi i lati musicali. Quando le prime band iniziarono a sopperire la mancanza di cattiveria del Metal classico sporcandolo con i ritmi veloci e i testi dissacranti dell’Hardcore, ne venne fuori quel sound tipico a cui noi siamo abituati ancora oggi, le voci sono quasi recitate più che cantate, le chitarre schiacciano pesantemente il contagiri della velocità, la batteria si da all’aggressività più totale, e il basso nel frattempo (in alcuni gruppi più di altri), fa comunque la sua parte, concedendosi anche momenti in cui è l’unico protagonista. Esistono però alcune formazioni che vogliono andare oltre, che non riescono a non sperimentare ancor più di quanto è già stato fatto in più di vent’anni di storia, quella voglia instancabile ed un po’ folle di esplorare terre sconosciute, magari mischiando fra loro altri generi, creando nuove e possenti chimere. E’ il caso senza dubbio dei Children Of Technology, formatisi nel 2007 a Padova, ed in attività ancora oggi dopo sette anni di scorribande musicali senza precedenti; il loro intento è semplice, ma efficace, riportare in auge gli antichi fasti di questo genere, arricchendolo però con venature estrapolate direttamente dalle tradizioni Punk anni ’70, e perché no, anche con quelle Speed anni ’80 o Thrash particolare come quello Canadese (terra in cui, è sempre bene ricordarlo, la sperimentazione sembra quasi albergare direttamente nel sangue di chi ci vive, Rush, Voivod, Annihilator, giusto per citarne tre), insomma, un immenso calderone che sobbolle sul fuoco, certo, il rischio di creare qualcosa di assolutamente non udibile è alto, ma vediamo se i nostro COT ci sono riusciti, analizzando in particolare il loro ultimo full lenght, datato 2014, e dal titolo di "Future Decay".



 



Il pianoforte, in tono quasi malinconico, ci apre le porte del primo brano, title track del disco stesso, "Future Decay" (Futuro Decadimento); prima i COT ci fanno rilassare con ritmi che quasi ci sembrano da ballad lenta e posata, invece, dopo circa un minuto, inizia prima ad entrare il basso con la sua rocciosità innata, che si dedica a stuprare le sue corde con fare da leader, il tutto viene poi ulteriormente appesantito dall’entrata della batteria, che inizia un crescendo stile martello da guerra, finchè poi l’intero sound non deflagra nelle nostre orecchie con un’improvvisa accelerata e al contempo con l’entrata in scena del frontman Death Lord. A questo punto i ritmi che ci saremmo aspettati leggendo la presentazione del gruppo, si fanno sentire in tutta la loro fierezza, le note sono serrate con lucchetti d’acciaio, l’intero plot degli strumenti continua imperterrito a correre e correre, assumendo pian piano sempre più i toni di una canzone Punk, senza però mai farci dimenticare la sana e robusta base di Thrash su cui i COT si appoggiano, e lo sentiamo principalmente nella batteria e nella chitarra che, seppur spesso e volentieri si lasciano andare ai ritmi anni ’70 di chiodi e creste, ogni tanto “riprendono il controllo”, e iniziano a far piovere sulle nostre teste riff e ritmi metallari fino al midollo. Piccola parentesi che va aperta anche sulla voce di Death Lord, versatile e fluida come seta, capace di destreggiarsi fra toni che ci riportano alla mente ricordi da Asso di Picche, mentre in altri l’ugola di Lord si lancia in acuti infernali e potenti, il tutto in un equilibrio solo apparentemente precario, ma in realtà solido e perfetto. E’ quasi una tradizione ormai nella musica Thrash parlare di olocausto nucleare o decadimento della società, il tutto sempre e comunque con una santa vena di ironia e dissacrazione che sono diventate anch’esse un marchio di fabbrica; i COT certo non si risparmiano questa usanza, e nella title track ci parlano proprio di questo, un lento ma profondo decadimento che sta mangiando pian piano la società come una tenia famelica, la cui sazietà è soltanto un puntino lontano nello spazio; in questo universo in decadimento la legge del più forte vale sempre, e gli stessi Children si autodipingono come guerrieri della strada (sembra quasi di rivedere le scene viste in fumetti come Kenshiro o in film come "Interceptor" o "Mad Max"), si sentono i nostri roadwarriors inveire contro gli altri sopravvissuti del mondo, essi sono tornati per “conquistare il deserto armati e pericolosa cattiveria Punk Metal”, quindi in questo caso la musica viene quasi vista come un’arma di distruzione, pronta a ghermire le proprie prede con fare da predatore, il tutto in un atmosfera da giorno del giudizio, in cui ormai le leggi umane sono sparite, dimenticate sotto secoli di polvere, in cui conta solo la violenza e la voglia di sopravvivere, in cui la musica funge da spada per combattere, in cui esistono “solo riff taglienti come rasoi, e batterie che spaccano la testa”, un mondo apocalittico in cui vediamo i nostri COT solcare il viale del tramonto in sella alle loro moto, sicuri di aver conquistato un altro giorno di libertà. Di estrazione sicuramente più classicamente Thrash è invece il brano seguente, "Remembrance Day" (Giorno della Memoria): i ritmi si fanno acidi e serrati fin dai primi secondi, la chitarra di Borys Crossburn si diletta di una cascata di note una dietro l’altra, lasciandoci malconci e senza fiato, mentre Lord continua a inveire contro i nostri timpani raccontandoci di un passato non tanto lontano nel tempo, in cui “Bombe e morti hanno dipinto il cielo”, un momento della storia in cui l’oscurità era scesa su tutti noi, in cui l’incubo della guerra e del nucleare faceva venire i brividi anche solo a dedicarvi un pensiero, tutto questo viene fatto ricadere sotto il nome di “Giorno della memoria, giorno in cui il mondo è morto”, un periodo che, ancora oggi, viene da pensare come sia stato possibile, e viene da chiedersi se la follia umana in certi frangenti abbia davvero un limite, o sia senza freno e pronta a divorare il mondo pur di anelare un altro tassello di potere. Considerato l’argomento della canzone, la durata del brano non poteva che essere breve come il momento che intercorre fra il lancio della bomba ed il suo scoppio, due minuti e poco più di sanguinaria follia musicale omicida, in cui ripercorriamo quasi tutti gli anni ’80, la nostra mente viene costantemente flashata da immagini di morte e distruzione, e quasi ci ritroviamo anche noi nella terra dei fuochi, a vivere sulla nostra stessa pelle le sensazioni di chi quel momento lo ha vissuto davvero. Continuando invece sulla lunga tradizione di argomenti “Nucleari“ presenti nei testi Thrash Metal, incastonata alla terza posizione troviamo "Blackout" (Blackout); ritorna qui l’incubo dell’oscurità perenne, e dell’ascesa di uomini abbietti e senza scrupoli, pronti a tutto pur di sopravvivere, quasi ci sembra di rivivere le sensazioni del primo brano, anche se qui a farla da padrone è la storia del buio. I nostri COT infatti, dopo aver vestito i panni dei roadwarriors, si cambiano d’abito e diventano guerrieri della notte, un manipolo di combattenti che, citando il ritornello del brano stesso “ Noi siamo i guerrieri della notte, non ci importa se c’è luce o buio, noi aspettiamo il blackout”, quasi a simboleggiare che questa squadra della morte non agisce né di notte né di giorno, ma attende paziente come un branco di lupi famelici il momento in cui non vi sarà differenza fra l’uno e l’altro, in cui i toni del cielo saranno sempre gli stessi, quelli delle tenebre più oscure.  Viene da chiedersi a questo punto se le influenze che i COT mettono fra i loro modi di suonare, siano presenti nei brani, e soprattutto se l’equilibrio che si crea risulti essere solido; la risposta è sì, e la terza traccia ne è un chiaro esempio: la matrice da cui si parte è sempre e comunque il Thrash Metal, con la sua carica di velocità e massacro musicale, ma, pur essendo la base, essa viene sovrastata in alcuni momenti da quei toni Punk rappresentati tanto dalla voce di Lord (quando ho detto che ricorda i Motorhead in alcuni passaggi non era ovviamente un’informazione messa li, a caso, i nostri bikers preferiti in effetti, pur non facendo Thrash ma Hard Rock, sono soliti tutt’ora, specialmente Lemmy stesso, sporcare il loro sound con quelle grezze tradizioni anni ’70) quanto da alcuni passaggi della batteria, che invece di gettarsi in assoli metallici, viene lasciata a ritmo costante e martellante nel nostro cranio, come se stessimo circolando per le vie di Londra fianco a fianco con Johnny Rotten. Non è affatto facile mischiare fra loro generi così diversi, e non è corretto pensare “ma l’Hardcore è Punk anch’esso, cosa può esserci di difficile?”, sbagliato, l’Hardcore è definibile come “la parte più razionale del Punk”, è quel modo di suonare venuto fuori negli anni ’80 da chi si era stancato di creare un sound cacofonico ed improntato principalmente sul testo e sulla resa di esso; molte formazioni dunque decisero di dare una svolta tecnica alla loro carriera, così nacque l’HCP, il cui modo di suonare ben più “professionale” del Punk puro, si sposò alla perfezione con l’altra consueta “mania tecnica” dei metallari di inizio anni ’80, in cui il sound doveva essere perfetto in ogni dettaglio. Dopo questo piccolo excursus, è bene sottolineare quanto i COT siano stati capaci di unire fra loro suoni apparentemente discostati fra loro, la capacità di essere ingegneri del suono non è da tutti, ma la resa finale del loro disco fa si che si senta benissimo ogni singola goccia di fatica che i padovani hanno versato sulla loro creatura, sbavature ve ne sono pochissime, e quasi tutte riscontrabili in piccoli errori di registrazione, ma che non gravano assolutamente sull’ascolto totale del disco. Passiamo adesso ad un altro revival del Thrash classico con "Hold Up Your Fuel" (Sostieni il tuo Carburante); qui si sentono molto le influenze di quella parte di Thrash Metal che ha poi gettato le basi per il metal estremo (come i Venom o i Bathory), nonostante infatti i toni musicali siano sempre puri come gli anni ’80 li ha fatti, la voce di Lord qui assume connotati decisamente più aggressivi, spostandosi da quel misto fra Metal e Punk, quasi a sonorità che ci ricordano il Thrash più estremo e sperimentale (come i Voivod o i Vendetta). Il pezzo ci parla dell’importanza del carburante, che, beninteso, può essere interpretato sia come fecero i Metallica, cioè come semplice miscela che spinge al massimo il motore (e anche i COT lo dicono senza problemi, “il potere del nuovo millennio, cibo, acqua, e le taniche di carburante"), ma può anche essere visto come quell’energia che alberga dentro ognuno di noi, pronta ad esplodere ogni volta che la situazione si fa più complicata, quella fiamma interna dentro ogni essere umano che, se alimentata, permette di non fermarsi mai di fronte alle difficoltà, ed è per questo che i COT arringano in tono quasi accusatorio l’umanità, consigliandogli di “sostenere il proprio carburante”, esso è qualcosa che va protetto come la vita stessa, e va da sé che anche lo stesso carburante che muove ogni mezzo su cui ci spostiamo, va protetto con la vita (del resto, sono pur sempre “Figli della tecnologia” no?), esso varrà come l’oro in un momento difficile per il mondo, verrà ricercato come si ricerca l’acqua per dissetarsi. Sempre sulla scia dei brani “estremizzati”, ma questa volta con il ritorno delle partiture Punk, troviamo "Eaten Dust Overload" (Sovraccarico di polvere Mangiata); i ritmi inizialmente sembrano quelli di un classico brano Metal, una cavalcata dirompente che sembra presagire l’inizio di un riff di chitarra degno delle migliori tradizioni, ed invece i Children ci stupiscono entrando senza chiedere neanche il permesso nella nostra testa attaccando un brano che sembra uscito direttamente dal CBGB , o dalla cantina più sporca e buia che possiate immaginare: la voce di Lord, fin dai primi vagiti, ci appare come letteralmente uscita dall’inferno, mentre le possenti mani di Borys si muovono sul manico della chitarra come fossero impazzite, il tutto supportato grandemente tanto dalla batteria di Goddess, quanto dal basso di Mad Jex; il tutto fa apparire il sound come “sporco apposta”, quel tanto che basta per farcelo amare fin dai primi accordi, e gli equilibri anche qui, come qualche traccia fa, sono dosati in maniera egregia e saggia soprattutto, senza rischiare cadute rovinose di stile. Continuano ormai i COT a presentarci testi inneggianti al post-apocalittico, alla strada e al nucleare, e anche in "Eaten Dust Overload" la cosa non è da meno; ci viene posto davanti agli occhi lo scenario di una strada, una di quelle dritte come fusi che percorrono silenziose ma costanti il deserto, con qualche sparuto albero abitato da corvi famelici a fare da “segnaposto” durante il percorso. In tutta questa immagine, noi ci troviamo sul sedile di guida di un auto, pronti alla partenza di una folle corsa, al grido di “i sogni sono qualcosa che non ci appartiene più, la vita non è regolata da nessuno eccetto la strada”, con  questo inno fiero nelle orecchie, partiamo, spingiamo il pedale dell’acceleratore al massimo, il contagiri quasi scoppia sotto i nostri piedi, e percorriamo la strada, sicuri che stavolta non faremo una overdose di polvere, ma arriveremo primi sani e salvi al traguardo, senza pensieri, senza fronzoli e senza regole, soltanto conti da regolare sul duro asfalto. “Forzare la luce ad uscire dopo la tempesta, sta piovendo e piovendo, giorno dopo giorno, i thrashers Omega sono diventati arrabbiati e furiosi, i Punk acidi Splatter sono tornati per prendere a calci il resto”, con queste parole poco rassicuranti veniamo introdotti alla sesta traccia, "Under the Ripping Storm" (Sotto la Tempesta Mietitrice); anche qui i ritmi si fanno nuovamente serrati, e le venature Punk a cui ormai i COT ci hanno abituato, ritornano fuori come un branco di lupi che ha puntato la preda, questa volta però vengono pesantemente aiutate dalle ritmiche Thrash, che invece di fare da tappeto, vengono fuori anch’esse con grande violenza. Sembra quasi di assistere ad un duello a colpi di note, fra chi porta gilet di jeans pieni di toppe e capelli lunghi, e chi invece si è fatto tutta la palette cromatica delle tinture per rinvigorire la propria creata; in mezzo a questo duello, noi poveri ascoltatori ci ritroviamo sotto una pioggia acida incessante, che scioglie come burro qualsiasi cosa su cui le sue gocce si poggiano, viene vista quasi come una purificazione, come un torrente in piena che lava via l’onta di cui ogni uomo si è macchiato, non a caso nella seconda strofa del pezzo, i Children ammiccano in malo modo al mondo, pronunciando le parole “L’universo infettato dagli dei dell’ipocrisia, la martellante tempesta nucleare pulirà il mondo”, torna quindi per l’ennesima volta lo spettro dell’inverno nucleare, questa volta però, invece che visto come qualcosa che lascerà il mondo nella devastazione, viene piuttosto visto come la salvezza del mondo stesso, come l’unica speranza possibile di vedere un pianeta migliore. Come penultimo proiettile della loro cartucciera, i COT scelgono un altro brano velocissimo e pregno delle tradizioni Thrash a cui non sanno proprio rinunciare; "Last Sunshine Gleaming" (L’ultimo Sole Splendente): se il brano precedente vedeva un olocausto come la salvezza del mondo, qui ritorniamo alla distruzione e all’annichilimento più totale, viene fatta una specie di analisi del mondo attraverso parole e frasi l’una l’opposto dell’altra (come “Insanità e  Oscurità, o Angeli Cadenti e Nessun tempo per Piangere”), il tutto finalizzato soltanto a inveire contro il mondo che circonda i Children, forse stanchi di vedere le persone non curarsi di ciò che hanno intorno, sanno che prima o poi il mondo su cui poggiamo i piedi e che abbiamo vessato per millenni, imploderà su sé stesso trascinando con sé tutto ciò che si troverà sul suolo in quel momento, senza lasciare speranza per nessuno, ma solo la luce fioca e sempre più flebile del nostro ultimo sole, o almeno l’ultimo visto dal nostro occhio prima della fine imminente. Considerato il testo aggressivo, anche la musica non può essere da meno, poderose plettrate di chitarra unite a riff tecnici quanto veloci la fanno da padrone, mentre la voce di Lord si rifà alle ormai tradizioni Punk e Kilmisteriane, quasi trasformandosi in un demone venuto da chissà dove, o nel diavolo stesso che, essendo colui che nel suolo ha passato più tempo di tutti, è ben consapevole delle colpe degli uomini. Chiude il disco forse la traccia più elaborata dell’intera produzione, "Fear the Mohawk Reaper(Temete il mietitore di Mohawk), un brano in cui leggiamo vari spunti presi da tutti gli altri pezzi presenti nel disco, e anche quasi tutte le influenze a cui i COT si rifanno; abbiamo una chitarra che viene stuprata ad ogni nuovo passaggio, facendola passare tanto da ritmi al vetriolo Punk, quanto a riff metallari della miglior tradizione, quanto ancora ad altri passaggi in cui pare di scorgere venature di metal estremo, mentre nel frattempo la voce di Lord si destreggia fra quasi tutti i tipi di vocalizzo a cui ci ha abituato in "Future Decay", si passa da momenti di gutturalità pura, ad acuti risonanti ed alti, ad altri ancora di voce grezza e fangosa. La musica qui viene percorsa in tutta la sua interezza, non viene risparmiato neanche un angolo che è stato battuto dai COT, il che fa di questa traccia la più bella dell’intero album, se non altro per il grande impegno che è stato messo nel comporla, unito ad un lavoro di mixaggio davvero egregio, fanno si che questa sia la regina del disco. “Correre nel buio cercando chi, correre fuori dalla luce percorrendo strade infernali, viaggeremo verso una strada ai limiti dei cieli”, il tutto, unito a questa viscerale paura per il mietitore (anche se, tradizione degli anni settanta impone che del mietitore non si debba avere paura .ndr), una di quelle paure primordiali e bambinesche, ma che anche da adulti fanno diventare la nostra pelle d’oca. Il personaggio del mietitore viene inserito nel solito contesto di distruzione e caos, ma viene anche visto come qualcosa da cui ripartire, egli sarà colui che sceglierà coloro degni di vivere, darà vita a “Zero…l’anno da cui ripartiremo ancora”, un reset totale del pianeta ad opera di questa fantomatica creatura, e a noi non rimane che sperare di non essere fra i prescelti della sua falce.



 



Se siete amanti del Thrash classico, Future Decay fa sicuramente per voi, ma anche se siete dei Punkers incalliti, sempre pronti a menare le mani ai concerti, troverete nella musica dei COT elementi che vi faranno drizzare le creste, e persino se siete fan di quell’Hard Rock più sporco e grezzo, riuscirete a farvelo piacere. E’ un disco che non si apprezza al primo ascolto (io stesso, per farmelo piacere, ho dovuto riascoltarmelo almeno due o tre volte), perché la prima volta si sente solo un “rumore” di sottofondo ed una voce diabolica che canta, causa di tutte le influenze che vengono messe. Se si bypassa il primo impatto però, e si cerca di entrare nel vivo del disco stesso, si scoprono tutte le sfaccettature che i Children of Technology sono riusciti ad inserire nel loro full lenght, e soprattutto la capacità che hanno avuto di creare qualcosa che non risulti essere un’accozzaglia di suoni senza senso, ma piuttosto una musica che ha bisogno di tempo e fatica per essere apprezzata e capita, lo stesso tempo e fatica che il gruppo ha messo per produrla, cercando di stare attento ad ogni dettaglio e sfumatura.


1) Future Decay
2) Rememberance Day
3) Blackout
4) Hold Up Your Fuel
5) Eaten Dust Overload
6) Under the Ripping Storm
7) Last Sunsine Gleaming
8) Fear the Mohawk Reaper

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