CHILDREN OF BODOM

Something Wild

1997 - Spinefarm Records

A CURA DI
VALERIA ANGELICO
07/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

4 giugno 1960. L' ombra del tristo mietitore scivola lungo le rive dell'idilliaco lago Bodom, situato vicino alla città di Espoo, in Finlandia. Sulla sua lista sono segnati quattro nomi: Maila Irmeli Björklund, Anja Tuulikki Mäki, Seppo Antero Boisman and Nils Wilhelm Gustafsson; i nomi di quattro adolescenti accampati sulle sponde di quel lago, ignari del loro imminente destino. Quella notte, il gruppetto è selvaggiamente aggredito e tre di loro vengono uccisi, massacrati a randellate e brutalmente accoltellati. Il quarto riesce a sopravvivere e, ritrovato in stato di shock, afferma di aver visto una creatura vestita di nero con brillanti occhi rossi incombere su di loro. Le armi del delitto non furono mai ritrovate e l'oscura vicenda, tuttora irrisolta, pian piano iniziò a depositarsi sul fondo della memoria collettiva e nel fondo di quelle torbide acque lacustri, ma senza scomparire mai veramente, come un cimelio sepolto, che attende di essere riportato alla luce. Un massacro inspiegabile, che troverebbe giustificazione solo nel celebre romanzo di Stephen King, "It", in cui una forza malefica, che assume le sembianze di un inquietante pagliaccio, si risveglia ogni quarto di secolo, e pretende un mostruoso sacrificio umano per placarsi e tornare a sopirsi. 1986 Espoo. Un quarto di secolo è passato dall'agghiacciante assassinio e, per una strana coincidenza, i Children of Bodom iniziano a muovere i loro primi passi, anche se la loro storia, singolarmente, mostra radici musicali riconducibili sin dai tempi dell'infanzia. Markku Uula Aleksi Laiho si avvicina al mondo della musica all'età di sette anni, iniziando a prendere lezioni di violino. La musica classica lo accompagna per i successivi cinque anni, ma il richiamo della musica rock ed heavy metal si fa sempre più forte, anche grazie all' influenza della sorella maggiore, che ascolta gruppi quali Poison, Motley Crue, Skid Row, Guns N' Roses e W.A.S.P. Il Nostro, alla fine, viene letteralmente travolto dalla selvaggia ed affascinante attitudine ribelle tipica dei rockers, e non ci mette poi troppo a decidere che da grande sarà una rock star; per cui, appende al chiodo il violino e si dedica alla chitarra. Il suo amico Jaska Raatikainen inizia, invece, suonando lo strumento che ogni bambino di 9 anni sceglierebbe, il corno francese. Entra a far parte della banda musicale locale ed è lì che incontra un trombettista e anche bravo chitarrista, Alexander Kuoppala. Con il passare degli anni, Jaska si accorge che il corno francese non fa per lui, e rivolge la sua attenzione alla batteria. 1993. Alexi e Jaska, alimentati dalla passione per la musica black e death metal e dall'aggressività di band come Dissection, Entombed ed Obituary, fondano gli Inearthed. La line-up, che vede Alexi nel ruolo di voce e chitarra e Jaska in quello di batterista, viene completata dal bassista Samuli Miettinen, che diventa anche il principale compositore dei testi dei pezzi della band. Nell'agosto di quell'anno, registrano il loro primo demo, "Implosion of Heaven". Alle influenze black e death metal iniziano a sommarsi anche le sonorità heavy metal vecchio stile di gruppi come Manowar e Judas Priest, nonché quelle del neoclassical metal, con riferimento soprattutto a Yngwie Malmsteen. Nel 1995, dopo la registrazione del secondo demo, "Ubiquitous Absence of Remission", Miettinen è costretto a lasciare il gruppo. Abdica a favore di Henkka Seppälä (cresciuto a suon di Slayer, Pantera e Sepultura) lasciando il ruolo di songwriter ad Alexi. Il secondo demo vede l'introduzione per la prima volta delle tastiere, che vengono registrate sia da Alexi che da Jaska separatamente, e poi mixate con gli altri strumenti. Il gruppo ha bisogno, quindi, di un tastierista, e lo trova in Jani Pirisjoki. A completare la band arriva, come chitarrista ritmico, Alexander Kuoppala e il terzo demo, "Shining", vede la luce. Segue una fase che accomuna tutte le band, ovvero quella della frustrazione, degli sforzi orientati alla ricerca di un contratto con qualche etichetta discografica, sforzi che si traducono solo in qualche partecipazione ad eventi locali. Alexi pensa più volte di lasciare la band, ma qualcosa gli dice che deve continuare a persistere. Come ultima speme, il gruppo decide di registrare un album in maniera indipendente. Pirisjoki inizia, però, a disertare le prove, per cui viene rimpiazzato, nel giro di poco tempo, da Janne Wirman, compagno di scuola di Jaska. Janne, in apparenza, è la scelta meno adatta: non ha mai suonato musica metal, è un pianista classico e jazz. Si presenta alle prove con i capelli corti e una candida maglietta bianca, totalmente in contrasto con lo stile della band. Invece, proprio come la variabilità genetica conferisce ad una specie maggiori probabilità di sopravvivere alla selezione naturale, così la pluralità di stili contribuirà a far emergere i futuri Children of Bodom tra migliaia di gruppi, consentendo loro di guadagnarsi un posto nella storia del metal. 1997. Arriva finalmente un'offerta da una piccola etichetta belga, la "Shiver Records", offerta che Alexi definisce "a rip-off deal", un accordo disonesto, ma che comunque rappresenta una possibilità; per cui, i Nostri lo firmano senza remore con il nome di Inearthed. A distanza di poco tempo, però, il gruppo riceve, dall'etichetta finlandese "Spinefarm Records", un'offerta molto più vantaggiosa. Un proverbiale colpo di fortuna, in quanto la "Spinefarm" arriva a notare i Nostri grazie al prezioso "sponsor" di Sami Tenetz, membro di un'altra band di Espoo, i Thy Serpent. Avendo Sami acquistato in anteprima una copia dell'album dal collega Kuoppala (erano infatti impiegati nella medesima ditta), ne rimase talmente colpito che decise di sottoporlo alle attenzioni del boss della "Spinefarm", che a sua volta ne rimane entusiasta. I giochi sembrano fatti, tuttavia c'è un piccolo cavillo posto a mo' di ostacolo: per eludere l'accordo ormai firmato con la "Shiver", e quindi poter sottoscrivere quello offerto dalla "Spinefarm", la band deve trovare un nuovo nome. Si potrebbe pensare che il nome "Children of Bodom" nasca da un'attenta valutazione o magari da un'approfondita ricerca di qualche macabro evento al quale fare riferimento, per fornire alla band un alone inquietante, in tipico stile black metal. Ma la speculazione non è il punto forte del gruppo, guidato più che altro da improvvisazione, immediatezza e impulsività, cosa che emergerà anche dai pezzi del primo album. La soluzione al problema del nome viene affrontata, quindi, scegliendo come fonte di ispirazione l'elenco telefonico.. ed è il macabro evento a trovare loro. Il nome Bodom li chiama, li attira tra tanti, suona bene. Suona ancora meglio quando rispolverano la triste storia che c'è dietro quel nome. Reggendo in una mano una bottiglia di birra e nell'altra una penna, stilano una lista di possibili nomi contenenti la parola Bodom. La scelta finale è quella che tutti intuiamo. Il ricordo del massacro, rimasto sepolto nel lago, è ritornato a galla, e con esso la figura del tristo mietitore, che accompagnerà i Children lungo tutta la loro strada: il "Reaper" diventa, infatti, la loro mascotte, viene ribattezzato Roy, e ci guarderà, malefico e adulatore, da tutte le copertine dei loro album. Novembre 1997. "Something Wild" viene ufficialmente rilasciato, registrato durante i mesi estivi presso gli "Astia Studios" di Anssi Kippo (il quale affiancherà i "bambini" anche in fase di produzione). Sulla copertina, dominata da un colore rosso carminio, in primo piano, al centro, troviamo il già citato Roy, di cui si distinguono a malapena i lineamenti, seminascosti sotto il cappuccio del suo tetro saio. Nella mano sinistra regge l'implacabile falce, mentre la mano destra aperta, quasi un artiglio dalle unghie affilate, è tesa verso di noi, come ad invitarci a prenderla e ad attraversare la sottile linea che separa il nostro mondo dal suo, un mondo desolato in cui un terreno arido e pieno di crepe si perde all'orizzonte, inseguendo un cielo minaccioso, dominato da nuvole che oscurano un sole malato. In alto campeggia il nome della band, scritto in nero con carattere gotico (il font "Civitype" per la precisione). In basso a destra, con lo stesso carattere, ma di dimensioni inferiori, il titolo dell'album. Titolo che non poteva essere più adatto: "selvaggio" è l'aggettivo che meglio si presta a descrivere questo primo full-length. È, infatti, l'istinto a prevalere, sia dal punto di vista musicale, dato che molti assoli nascono dall'improvvisazione, sia riguardo ai testi, dal momento che solo uno viene scritto prima della registrazione, mentre gli altri vengono creati sul momento da Alexi. L'album contiene 7 tracce, per un totale di poco più di 35 minuti di ascolto, una durata relativamente breve, ma che basta ai Children per sferrare un attacco che ha la potenza di un blitzkrieg, un'aggressione veloce, che penetra in maniera violenta e profonda, e ci accerchia grazie alla pluralità di stili utilizzati. Non viene, infatti, deciso a priori uno stile specifico: i CoB usano semplicemente il linguaggio che gli viene più congeniale, quello che hanno acquisito dai loro ascolti. Il risultato, come loro stessi diranno, è "un mix di black metal, musica classica e assoli in stile Yngwie Malmsteen".

Deadnight warrior

Si comincia con "Deadnight warrior (Il Guerriero della Notte)", traccia che ha il compito di aprire questo platter. Il fragore di tuoni e l'inquietante risata che ci danno il benvenuto, costituiscono un frammento audio del film "It", pellicola tratta proprio dall'omonimo libro di Stephen King, di cui si è parlato in precedenza. Improvvisamente, la risata malvagia viene sovrastata da una batteria potente, alla quale si affianca subito una chitarra decisamente prepotente, accordata un tono e mezzo più in basso. Alexi, sostenuto dalla solida chitarra ritmica di Alexander e dal basso di Henkka, ci assale con power chords, movimenti fulminei lungo la scala diatonica, fa ripetutamente uso della cosiddetta "cavalcata" (tecnica caratterizzata da una veloce plettrata alternata in palm-muting, seguita da una verso il basso senza stoppare le corde) e non si risparmia in sweep picking, uso della leva e armonici artificiali. Questo vortice ipertecnico, prova della tendenza a riproporre lo stile di Malmsteen, viene alleggerito e reso più melodico dal suono vetroso e spettrale delle tastiere di Janne. Il tema predominante del pezzo è la morte, un tema cardine per i Children of Bodom. La qualità dei testi in generale risente della mancata composizione a priori: alcuni passaggi risultano poco coerenti ma, dall'altra parte, l'improvvisazione ha il pregio di farci osservare, da vicino e senza filtri, cosa passa nella mente di Alexi. Il cantato, prevalentemente in scream, risulta ancora acerbo e imperfetto poiché anch'esso istintivo e, perciò, non supportato dalla consapevolezza della corretta esecuzione delle tecnica. Il growl emerge in rari momenti, e viene utilizzato principalmente per doppiare alcuni passaggi. Alexi ci accompagna quindi nei meandri del suo cervello, mentre immagina il momento della morte. Lo immagina come un cammino solitario, al calare delle ombre della notte fonda, sotto un cielo nero corvino, nero come l'odio che giace in fondo ai suoi occhi. È un viaggio senza ritorno, la strada è ormai smarrita per l'eternità, ed ecco che appare la morte, il guardiano dei defunti. Ormai la fine è vicina, la percepisce, e il dolore che ne deriva, gli strappa gemiti simili all'ululato di un lupo alla luna. Un modo dunque per nulla "leggero" di trattare un tema assai particolare, quello del trapasso inevitabile. I Nostri sembrano interpretare il tema in maniera molto simile a quanto già fatto da colossi del Metal come i Celtic Frost, andando a puntare i fari sull'ineluttabile destino al quale siamo tutti indirizzati, sin dal giorno della nascita. "Solo la morte è certa", e non si lascia certo impietosire dalle lacrime. Uomini, donne, bambini.. siamo tutti uguali dinnanzi al triste mietitore ed è questo che i nostri vogliono farci comprendere.

In the Shadows

La seconda traccia, "In the Shadows (Nell'Ombra)", inizia con un assolo ossessivo di basso, strumento che in questo pezzo farà sentire maggiormente la sua presenza. Seguono, accompagnate dalle tastiere, una batteria squadrata e le chitarre, che prediligono  plettrata alternata veloce e armonici artificiali. Un contesto quasi Black Metal, ben inserito in un contesto melodico che richiama molto da vicino un gruppo per cui i Nostri godevano particolare stima, ovvero i Dimmu Borgir. Alexi non ha mai nascosto la sua ammirazione per il combo norvegese e l'ha più volte indicata come band particolarmente importante circa le sue ispirazioni. La caratteristica del pezzo, però, è data dall'alternarsi di assoli di chitarra (più lenti rispetto al solito ma non per questo meno aggressivi) e di tastiere (le quali sembrano effettivamente risentire moltissimo dell'esperienza dei già citati Borgir). Questa sorta di sfida tra i due strumenti culmina in un assolo di chitarra in tipico stile neoclassico che si rifà al periodo barocco e che ricorda Vivaldi, a cui si contrappone uno di tastiere, quasi epico, alla cui melodia si aggancia nuovamente la chitarra. Un brano che dunque condensa alla perfezione tutte le caratteristiche tipiche dei Nostri: amore per l'estremo, per la musica classica e per un certo tipo di melodia power-heavy, tinta di neoclassicità. Il testo è una continuazione di quello della traccia precedente, di cui riprende il tema e le atmosfere. Con un cantato che lascia più spazio al growl, Alexi ritorna a descrivere il dolore che è causa di quel pianto simile ad un ululato. Desidera morire, e questo pensiero alimenta ulteriormente le lacrime. C'è anche un probabile riferimento alle tendenze autolesioniste, quando si chiede se le forbici possano guarire un uomo lacerato, che si sente scomparire, si sente un'ombra. Alexi sta sognando, è un sogno di orrore, un sogno di sangue, un sogno di guerra. Il mietitore, con il suo mantello, è vicino a lui, lo guarda con occhi freddi e aspetta pazientemente che superi il confine, quello in cui domina la luce eterna, nella quale perfino gli occhi più rudi hanno visto la paura. La luce della candela si affievolisce, non c'è nessun altro oltre a lui. È a questo punto che ha il coraggio di pregare il Signore, ed ecco che un dio gli si affianca nelle tenebre facendogli dimenticare il motivo del suo odio. Riesce, così, a lasciare il mondo delle ombre e a sopravvivere. E' ora giunto il momento di una traccia divisa in due parti.

Red light in my eyes - Pt. 1

Nella prima "Red light in my eyes - Pt. 1 (Una Luce Rossa nei miei occhi, parte 1)", così come nella successiva, le influenze neoclassiche la fanno da padrone: l'introduzione del pezzo è tratta dalla "Invenzione a due voci n. 13" di J. S. Bach, eseguita dalla chitarra di Alexi, con l' "assist" di Alexander, a cui segue un assolo lento, addolcito dalle tastiere, il tutto sostenuto da un ottimo lavoro del basso nelle retrovie. Questo riff si ripete nel pezzo e funge da ponte, consentendo di amalgamare la parte classica con quella più aspra, caratterizzata da una batteria violenta e dall'onnipresente plettrata alternata aggressiva, dai passaggi veloci sulle scale, dagli armonici artificiali e dagli slide. Un brano che riesce a rendere il classico meravigliosamente aggressivo e violento, quasi dilaniante: è da apprezzarsi soprattutto la grande varietà che il drummer riesce a conferire al brano tutto, "impazzendo" letteralmente dietro il drum kit e donando ai vari momenti del brano il drumming giusto: nei momenti più ragionati e classicheggianti, un tocco sicuramente ragionato e mai invadente, in quelli richiamanti il Death ed il Black (di contro) una foga inaudita, un sound grezzo che fa da perfetto sottofondo alla vena espressiva di chitarra e tastiera. Melodia e potenza, i due strumenti non si risparmiano nemmeno per un attimo e ci mostrano lo stato di grazia in cui questo interessante combo finlandese imperversava, durante i suoi inizi. Il testo è incentrato sull' odio che, costituisce, insieme alla morte, uno dei temi caratteristici dei Children of Bodom. Alexi, alternando parti in growl, parti in scream e parti in cui le due tecniche si sovrappongono, esterna l'odio che prova, un odio che cresce e brucia, impossibile da controllare, che si manifesta  come una luce rossa nei suoi occhi, come se un lupo mannaro albergasse dentro di lui. Un odio che lo colma e che andrà a risvegliare il destino, a determinarlo: si sente perduto,      come se fosse l'ultimo rimasto, si ritrova a correre lungo un sentiero oscuro e sente che la   fine è ormai vicina. Del resto, l'odio come la vendetta sono sentimenti totalizzanti e totalitari: così come la loro controparte (l'Amore) possono senza dubbio trasportarci in una dimensione fatta di cecità più o meno totale e soprattutto di forte incoscienza. Non ragioniamo, siamo sordi e non sentiamo magari i preziosi avvertimenti di chi ci è vicino e soffre nel vederci ridotti a quelle condizioni. Odiare e sfogarsi è il primo passo verso la discesa in un oblio dal quale, poi, è difficilissimo riemergere. Potremmo ritrovarci a compiere cose delle quali potremmo addirittura pentirci amaramente, senza neanche rendercene conto. 

Red light in my eyes - Pt 2

Giunge così il secondo atto del brano, "Red light in my eyes - Pt 2". L'introduzione riprende la "Sinfonia n. 25" di W.A. Mozart, precisamente l'apertura che, secondo i canoni classici, è definita "a razzo di Mannheim", ovvero una veloce sequenza ascendente di note musicali (ad esempio un arpeggio o una scala diatonica). Una sorta di shredding del XIX secolo, perfetto, quindi, per le chitarre assetate di velocità dei Children of Bodom. L'assolo di tastiere (da sec. 0:26 al sec. 0:39) è preso, invece, dal "Confutatis", movimento tratto dal "Requiem", l'ultima opera di Mozart, un canto funebre rimasto incompiuto e definito come il dialogo del compositore con la morte. Le tastiere si ritagliano diversi spazi in questo pezzo, e offrono proprio momenti di requiem dalle mitragliate di chitarre e batteria e dai ripetuti scream di Alexi. Un brano velocissimo che ben amalgama classico ed estremo e riesce nella difficilissima impresa di proporci un sound magniloquente ma non per questo eccessivamente "plasticoso" o piatto. I Nostri ci tengono a mostrare -comunque- grandi velleità Blackened Death Metal, per questo possiamo notare come la produzione risulti di base orientata a favorire gli intenti primari dei Children of Bodom, quella di risultare un gruppo prima di tutto violento e selvaggio così come molti loro contemporanei. Davvero un ottimo brano, capace di emozionare ancora una volta ponendoci passaggi possenti misti a momenti di più ampio respiro e melodia. Il pezzo è incentrato su una battaglia, in un'atmosfera quasi epica, o fantasy che dir si voglia, dal momento che il nemico è impersonato da quelli che vengono definiti "gli dei umani". Respingendo l'ultimo pianto, il protagonista è sopravvissuto. Quando era ormai immerso nel suo odio e aveva raggiunto l' oscurità finale, un dio lo ha rianimato e gli ha portato il fuoco e      la follia. Gli occhi, invasi da un colore nero corvino, ora mostrano farfalle che danzano nel fuoco. La fiamma perpetua lo ha bruciato, e quando si troverà davanti all'eterno, terrà fede a quei sogni gettati nel silenzio. Lui e gli altri guerrieri resisteranno, finchè il nemico non cadrà e, sebbene alla fine sia vincitori che vinti siano entrambi vittime, alla fine riusciranno a sconfiggere gli dei umani, il fuoco brucerà dentro di loro, il sogno continuerà a vivere e loro saranno di nuovo in piedi, pronti a combattere.

Lake Bodom

Arriva il momento di "Lake Bodom (Il Lago Bodom)". Uno dei pezzi più celebri dell'album (ed inseguito divenuto irremovibile in sede live), caratterizzato da un assolo ipnotico di tastiere, nato da un'improvvisazione di Janne, doppiato dalla chitarra di Alexi e sostenuto da una batteria veloce e ripetitiva. La tecnica utilizzata è sempre quella: power chords, plettrata alternata, movimenti fulminei lungo la scala diatonica, armonici artificiali, leva del vibrato. Le chitarre si concedono momenti melodici dal sapore neoclassico, ma si sfogano nell'assolo finale vorticoso, infarcito di tapping, legati, armonici e bending. E' forse uno dei brani più diretti del lotto e non ci stupisce il fatto che, alla fine, sia stato scelto come il più rappresentativo: benché non risulti certo "una passeggiata" a livello d'esecuzione, "Lake Bodom" è schietto quanto basta per conquistare il cuore di ogni metallaro amante della velocità. Chitarre prepotenti, graffianti, epiche galoppate ed una tastiera magnificamente capace di riempire un sound grezzo e lacerante, rugginoso nel suo incedere e splendidamente curato quanto è la melodia a doverla fare da padroni. Una bella corsa a ritmi forsennati, da pogo ed headbanging, tinta anche di passaggi assai orecchiabili e particolarissimi, espedienti sonori sui generi (l'effetto "elettronico" delle note del già citato assolo di tastiere) e tecnica esecutiva. Bella prova, senza dubbio. A dispetto del titolo, il testo non fa riferimento all'efferato omicidio consumatosi sulle rive del lago Bodom, ma viene ripreso il tema della battaglia, che ritornerà anche nel pezzo successivo. Il protagonista, nella notte, invoca la morte in preda ad un'ossessione oscura e, guidato dall'odio che si annida nel suo cuore, chiede che il caos venga placato, che l'ultima vittima venga messa in catene. Solleva la spada al Signore, e aspetta solo di poter causare distruzione. Un dio sanguinario è al suo fianco, sarà una notte di guerra, un'odissea fino alla fine, sarà.. qualcosa di selvaggio! Un inno battagliero che quasi sembra richiamare i Manowar, anche soprattutto per via dell'invocazione al Dio protettore: ricordiamo infatti brani come "The Crown and the Ring", nel quale un guerriero coraggioso consacrava la sua spada ad Odino e si preparava ad affrontare la sua ultima battaglia, invocando la protezione del cielo. Che sia un rimando? Non ci dovremmo stupire più di tanto, visto che comunque sia i nostri ragazzi non hanno mai nascosto le loro influenze ed anzi, ci hanno sempre tenuto a mostrarle -con grande umiltà- per tributare chi li ha condotti alla realizzazione della loro musica.

The Nail

Ci avviciniamo sempre di più alla fine con l'avvicendarsi del penultimo brano del platter, "The Nail (L'Artiglio)". L'intro del pezzo è una citazione di due film: la musica è tratta da "Nightmare  on Elm Street" di Wes Craven, precisamente quella che compare all'inizio del film, quando Krueger costruisce il suo guanto dalle lame mortali; invece, la voce che pronuncia le parole "Your eyes are full of hate, forty-one. That's good. Hate keeps a man alive, its gives him strength" è quella del console Quinto Arrio in Ben-Hur. Posso senza dubbio affermare che ci troviamo dinnanzi al pezzo più potente e brutale dell'album. Ci accoglie il suono graffiante della chitarra, ma è la batteria a imporsi in questo pezzo, sostenendolo con passaggi aggressivi e riservandosi alcuni assoli martellanti che ci    inchiodano. Un assolo petulante di tastiere introduce l'immancabile riferimento alla musica classica, che stavolta scomoda J.S. Bach e la sua ''Toccata e fuga in re minore, BWV 565'' (min. 2:03 - 2:09). La batteria ci riporta subito sulle sonorità più aspre e la tecnica si spreca, con cavalcate e assoli velocissimi chitarra, interrotti da un passaggio che ricorda le atmosfere di "Where dead angels lie" dei Dissection, per poi ritornare ad aggredirci, in un crescendo che culmina nell'assolo finale in sweep picking. La battaglia è iniziata, il protagonista uccide il primo uomo e lui e gli altri guerrieri sono come Dei in confronto agli abitanti di quella "piccola e umana nazione". Il vento soffia gelido mentre le falci vengono brandite e le vittime mietute in uno spettacolo oscuro senza fine. A sostegno dell'ambientazione fantasy della battaglia, viene fatto un riferimento ad Avalon, isola leggendaria facente parte del ciclo letterario legato al mito di Re Artù. Continua dunque una sorta di tributo alle atmosfere liriche di gruppi come Manowar e Running Wild, da sempre grandi amanti dei contesti epico-bellici e capaci di mostrare in musica scenari di battaglie decisamente imponenti. I Children of Bodom riprendono a piene mani questo modus operandi e lo tingono di oscuro, per renderlo quanto più simile a quella che invece è la loro, attitudine. Epica, certo, ma sono pur sempre un gruppo estremo: un tocco di sana oscurità deve essere sempre presente, proprio per non cadere nella trappola dell'emulazione.

Touch like angel of death

Ci avviamo quindi alla fine definitiva del pezzo, appropinquandoci ad ascoltare "Touch like angel of death (Il Tocco dell'Angelo della Morte)". È l'unico pezzo dell'album per il quale sia tato accreditato un testo ufficiale, in quanto è l'unico testo composto prima della registrazione. Ci accoglie la chitarra, con quell'alternarsi ossessivo di 4 note che caratterizza il pezzo, a cui si aggancia la batteria, sostenuta da power chords. In sottofondo lavorano le tastiere che non tarderanno, però, a passare in prima linea. Un trillo, infatti, introduce un assolo funereo di Janne, scandito dalla batteria, che conferisce al pezzo un tocco melodico. Ma non ci illudiamo, uno scream ci riporta alla ormai consolidata struttura musicale fatta di momenti "malmsteeniani", armonici artificiali, plettrata alternata fulminea e leva, bending vibrati e tapping. A meno di un minuto dalla fine, la batteria tace, e chitarra e tastiere ci cullano per un attimo, ma è solo una breve pausa: i Children premono nuovamente l'acceleratore fino alla fine del pezzo. Questo alternarsi di velocità si adatta perfettamente al testo della traccia: Alexi ci parla di un rapporto malato, frutto di una mente ormai allo stremo, turbata nel profondo, che avverte sentimenti contrastanti per una figura femminile. In alcuni momenti brama il suo respiro e il suo tocco, simile a quello dell'angelo della morte, mentre in altri una rabbia animalesca lo assale, come una catena intorno al collo che si stringe, costringendolo a torturarla e ucciderla. In quei momenti, non può dare amore, solo dolore mortale. Al crepuscolo le rimbocca le coperte con un soffio, promette di stare con lei per sempre, ma nella notte ride, mentre la taglia 113 volte perché è malvagio, è figlio dell'odio eterno, è come un'arma a doppio taglio. Ma la linea di confine tra carnefice e vittima è estremamente sottile, infatti lui sarebbe disposto a strisciare tra frammenti di vetri per raggiungerla e il coltello con cui la tortura, è lo stesso con cui ha inciso nella propria carne il nome di lei. Alla fine del pezzo, troviamo due tracce nascoste: la prima, chiamata "Coda", inizia dopo 2 minuti dalla conclusione di "Touch like angel of death", e consiste in un assolo di tastiere della durata di 01:19 minuti suonato contemporaneamente da Alexi e Alexander, ognuno dei quali utilizza una mano sola. La seconda traccia, intitolata "Bruno the Pig (Bruno il Porcello)", consiste in 10 secondi di silenzio.

Conclusioni

Tirando le somme, si tratta di un album-embrione, un album che si presenta con uno stile imperfetto, ancora in fieri, ma che lascia già intravedere quella che sarà la sonorità tipica dei Children of Bodom. È un album-radiografia, che ci mostra senza filtri un gruppo di adolescenti che cercano di dare sfogo ad una ribellione che non si può arginare, che urlano il loro odio e la loro rabbia in cerca di qualcosa che possa placarli, ragazzi con una passione per i film horror, nelle cui orecchie risuonano le note auliche di Bach e Mozart insieme a quelle distorte dell'heavy metal, del black metal e del death metal; un album che ci parla di un adolescente con tendenze autolesioniste e ideazioni suicidarie, che cerca di esorcizzare i suoi tormenti attraverso la musica. Un album che verrà considerato dagli stessi Children of Bodom il peggiore in assoluto, ma che ha il pregio di utilizzare l'ingrediente che da sempre ha permesso alla musica di superare le resistenze e il tempo, consentendole di restare impressa: l'istinto, l'improvvisazione, l'assenza di macchinosi studi a tavolino tesi a conquistare il maggior numero possibile di persone chiedendo però, come dazio, la spersonalizzazione. Quell'istinto di cui era intriso il blues, che con tre accordi di base e una scala caratterizzata da quella nota triste, "stonata", ha deciso l'evoluzione della musica occidentale, diventando la radice dalla quale proviene anche il metal, con tutti i suoi sottogeneri. È proprio questo istinto a dar voce ai tormenti interiori dei Children of Bodom, quasi beffandosi della reazione del mondo esterno e, forse proprio per questo, il risultato che ne deriva ci conquista, poco importa se il sound non è perfetto, se viene meno la coerenza dei testi e se la voce di Alexi risulta quasi fastidiosa a momenti. Da tutto questo nasce lo stile dei Children of Bodom, uno stile che in tanti hanno provato ad etichettare: power metal, melodic death metal, trash metal, symphonic black metal e neoclassical metal. Nessuna definizione, però, sembra calzare alla perfezione. Personalmente, non ho mai ritenuto molto utile questo dover etichettare a tutti i costi una band, anche perché spesso si rischia di incorrere nell'errore di attribuire ad un gruppo intenzioni stilistiche che probabilmente non sono mai passate per la testa ai suoi componenti. Perciò, a mio parere, qualora fosse necessario attaccare un cartellino ai Children, questo dovrebbe recare la scritta "bodom metal". Ma la definizione migliore la fornisce lo stesso Alexi durante un'intervista: "(?) it's just metal and that's it. It's not black metal, it's not death metal, it's not thrash. It's like, what the fuck? We don't spend too much time thinking about labels. They don't mean shit anyways. For me, metal is metal, music is music. So I don't really care about labels.". Fregarsene delle etichette, in sostanza, promuovendo un sound proprio e totalmente avulso alla mera catalogazione archivistica. Nota particolarmente inquietante: a poca distanza dal lancio di "Something Wild", il tristo mietitore fa ritorno, e il prescelto è proprio Alexi Laiho, le cui tendenze autodistruttive culminano in un tentativo di suicidio: ingoia un cocktail a base di 15 tranquillanti e whiskey, rendendo improvvisamente premonitori alcuni dei testi dell'album. Ma il suo momento non è ancora arrivato: si risveglierà dal coma dopo una settimana, per  continuare a cantare della morte, quella morte che ha sfiorato e che ora conosce da vicino.

1) Deadnight warrior
2) In the Shadows
3) Red light in my eyes - Pt. 1
4) Red light in my eyes - Pt 2
5) Lake Bodom
6) The Nail
7) Touch like angel of death
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