CHILDREN OF BODOM

I Worship Chaos

2015 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
VALERIA ANGELICO
08/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

La saga dei figli del tristo mietitore, iniziata quasi un ventennio fa lungo le rive del lago Bodom, continua a riempire le pagine del grande libro del Metal. L'attesa di questo nono capitolo della storia, uscito il 2 Ottobre 2015 sotto l'ala della "Nuclear Blast Records", dopo due anni di silenzio, avrà indubbiamente suscitato emozioni contrastanti: ci saranno state le orecchie ansiose di chi sperava in una rinascita, quelle rassegnate e diffidenti di chi li ha considerati finiti ormai da tempo, quelle curiose di chi li ha scoperti da poco, e quelle frementi dei fedelissimi che non li hanno mai traditi. Un album, "I Worship Chaos", all'insegna della metamorfosi: la prima novità consiste nell'assenza dell'axeman Roope Latvala che, per divergenze, decide di abbandonare il gruppo. I Children of Bodom restano, quindi, orfani di 6 corde ed Alexi Laiho deve farsi carico di tutto il lavoro alle chitarre, mentre il resto della formazione mantiene saldamente il suo posto (Henkka Blacksmith al basso, Jaska Raatikainen alla batteria e Janne Wirman alle tastiere). A occuparsi della produzione e del missaggio, invece, ritroviamo Mikko Karmila, già presente nei precedenti "Hatebreeder", "Follow The Reaper", "Hate Crew Deathroll" e "Halo Of Blood". Cambia, però, la modalità di incisione dell'album: i CoB decidono, infatti, di registrare in un magazzino riadattato, anziché utilizzare i tradizionali studi commerciali. Per quanto riguarda il sound, gli amplificatori Marshall rimangono i fedeli compagni di Alexi Laiho, mentre le tastiere si arricchiscono di distorsioni analogiche, necessarie per conferire ai synth un suono più cupo. Ritorna, inoltre, il tuning in C#, assente dai tempi di "Something Wild", in questa occasione ripropostoci in due brani: "Hold Your Tongue" and "Suicide Bomber", mentre il resto dei pezzi sfrutta il drop B tuning. Anche l'artwork del disco (a mio parere, uno dei più belli in assoluto), ad opera dell'artista finlandese Tuomas Korpi, porta qualche innovazione rispetto ai precedenti: viene lasciato più spazio al paesaggio e agli elementi naturali, con un conseguente effetto meno claustrofobico, e viene utilizzata una tonalità inedita, brillante, in cui predomina il giallo ocra, che si arricchisce di mille sfumature, fino a sfociare gradatamente nel nero. In copertina, nascosto dietro un'eclissi, ci accoglie un sole pallido, che si affaccia su una radura desolata. Sullo sfondo si scorgono le sagome scheletriche di alberi bruciati, circondati da fiamme vive. Il paesaggio immortalato sulla cover, come spiegherà Henkka durante un'intervista, riprende quello che circonda il lago Bodom, e l'albero al centro della copertina, contrassegnato da una X, è quello che affonda le sue radici nel punto in cui è avvenuto il triste massacro del 1960. La radura desolata, invece, non è altro che il fondo del lago, che i CoB hanno immaginato essere prosciugato. In basso ritroviamo le ben note circonvoluzioni che compongono il nome della band, seguite dal titolo, le cui lettere imprecise sembrano essere state incise con una lama nel legno. Al centro, ecco l'immancabile Roy, il nostro Virgilio malefico, il tristo mietitore della porta accanto, a cui siamo ormai affezionati, che ci guida da anni nei gironi infernali del Bodom metal. In "Hate Crew Deathroll" lo abbiamo visto alzare la sua falce e, in "Are you dead yet?" calarla su di noi. Abbiamo immaginato che quello sulla copertina di "Blooddrunk" fosse il nostro sangue, che schizzava sul suo saio mentre la falce ci colpiva. Roy ci ha accompagnato nell'autunno arido di "Relentless Restless Forever", ha camminato al nostro fianco nel gelido inverno di "Halo of Blood", e ora lo troviamo ad aspettarci, nei pressi dell'albero, immerso nei bagliori di un offuscato sole primaverile, il cui contorno si incrocia con la lama della fedele falce. Bellissima metafora di una musica affilata, che ci ha raggiunto, si è  impossessata di noi, ci ha colpito, trafitto, ha lasciato il segno e non ci ha più lasciato, accompagnandoci nell'alternarsi delle stagioni. Dopo aver osservato la cover, è arrivato il momento di aprire la custodia ed estrarre il cd, in un silenzio carico di attesa.

I Hurt

Iniziata l'immersione nei 45 minuti dell'album, veniamo accolti da un suono "ambient", una sorta di interferenza nella connessione, che contribuisce a creare un'atmosfera sospesa. Questo attimo di suspense ci traghetta verso l'attacco prepotente di "I Hurt (Colpisco)" che, nonostante apra le danze, è stato l'ultimo pezzo messo insieme ed effettivamente creato per il disco in questione. Un pezzo che introduce subito alcuni elementi innovativi: i Children descrivono, infatti, il primo riff con un termine che mai avremmo pensato potesse uscire dalle loro bocche: «power metalish», ovvero con sonorità che richiamano il power metal. Ci assale una combo di chitarra e tastiere, accompagnata da una batteria martellante. Un breve passaggio di chitarra lascia spazio ad un ritmo più lento, scandito dai colpi di Jaska e accompagnato da power chords. Gli scambi tra i musicisti continuano, fino a introdurre lo scream graffiante di Alexi Laiho, in un crescendo di aggressività, sia nella musica che nel testo, che ci fa dimenticare presto quell'influenza power metal, la quale quindi non è risultata "preponderante" seppur certo non totalmente inedita: non di rado i Nostri hanno, per merito del loro frontman, introdotto melodie agli antipodi anche del concetto stesso di "melodeath". Pensiamo agli innesti classicheggianti del primo album, ad esempio, nei quali Alexi voleva "giocare" al Malmsteen della situazione. Insomma, anche in questo caso la situazione è ben dosata, una piccola parentesi "power" di fatto mitigata e molto dall'aggressività generale che i Nostri intendono mostrarci in toto.  Il testo riprende un argomento già trattato nel brano "Touch like an Angel of death" del glorioso  "Something Wild": Alexi ritorna a raccontarci di un rapporto malato, fatto di sentimenti contrastanti e in cui i ruoli di vittima e carnefice si confondono: lui si definisce come lo stalker che lei abbraccia mentre trema, le promette al contempo torture e sofferenze. E maggiore sarà la sua sofferenza più lui la ferirà, entrerà sotto la sua pelle e continuerà a infierire ridendo, mentre lei urla, perché persa totalmente fra le mani di un vile, malvagio. Però, nel rapporto si è complici dello stesso crimine, quindi lui si ritrova ad essere anche schiavo: lei rappresenta la sua malattia, la sua afflizione, la croce che lui porta in ginocchio. E sarà lei a ridere, mentre lui piange. Per cui, giunto allo stremo, lui dichiara la resa, le offre la possibilità di ucciderlo, le chiede di lasciarlo andare, ma lei lo tiene in vita, per il gusto di vederlo soffrire. Tirando le somme, un pezzo sicuramente potente, ma in cui si avverte la mancanza di un assolo adeguato a sostenerne e amplificarne la violenza. La mancanza di un degno compare, per Alexi, comincia a farsi sentire sin da subito. Nonostante  sia lui l'anima ed il cuore della band, avere come spalla un buon chitarrista è stata la sua prerogativa sin da subito: venendo a mancare il supporto, in termini di qualità qualcosa viene in effetti "ridimensionato".

My Bodom (I Am the Only One)

Pochi secondi e "My Bodom (I Am the Only One) - My Bodom: io sono l'unico" ci coglie di sorpresa, aprendosi direttamente con il cantato e con un ritmo incalzante che non lascia respiro. Secondo pezzo composto, è quello che ha richiesto il maggior lavoro, a causa di un arrangiamento particolarmente complesso dovuto alla presenza di parti molto diverse tra loro. Il testo sembra voler ripercorrere le azioni compiute dall'autore del massacro avvenuto sul lago Bodom: l'assassino parla in prima persona, e racconta di essersi svegliato in un fosso. Nella sua mente è inciso il ricordo della notte precedente, in cui ha oltrepassato il limite. Ci porta, con le sue parole, sulla scena del crimine, al momento in cui ha intimato alle vittime di distogliere lo sguardo, a quando le ha sentite supplicare, mentre si coprivano il volto, come se questo gesto potesse servire a salvarli. Ora, davanti ai suoi occhi, resta il sangue schizzato ovunque. Non riesce a capacitarsi di ciò che ha fatto e non gli resta che fuggire, lontano da ogni cosa, in mezzo al nulla. E' totalmente perso dietro le sue manie, non riesce tutt'ora a spiegarsi come abbia potuto spingersi sino a quel limite, oltrepassandolo. Ha di fatto tolto la vita a dei ragazzi innocenti, rubandoli alle sue famiglie, alla loro gioventù. Ben presto sarà un ricercato, arriverà il momento in cui una taglia penderà sulla sua testa. Scappare è l'unica opzione, visto che l'ergastolo sarebbe la pena minima. Una situazione ben spiegata anche e soprattutto a livello musicale: il growl di Alexi Laiho domina la scena, affiancato dalla batteria potente di Jaska, che alterna cadenze marziali a blast beat. Un vortice di armonici artificiali, plettrate alternate e leva del vibrato lascia spazio alla batteria che, sostenuta dal basso e dal suono vetroso delle tastiere, introduce un attimo di silenzio, seguito da un fulmineo assolo che vola sulle scale diatoniche. È di nuovo il momento della batteria, che seguita da una serie di power chords, apre la strada ad un altro assolo in stile neoclassico dal ritmo più contenuto, a cui se ne sovrappone uno veloce e tecnicamente eccellente, costellato di bending vibrati, armonici artificiali e legati. Il pezzo ci lascia all'improvviso, così come all'improvviso era iniziato, in un finale quasi tranciato di netto. Musicalmente parlando, sicuramente un passo avanti rispetto alla canzone precedente. Un brano che ci mostra i Children of Bodom alle prese con un brano bello ma soprattutto importante dal punto di vista compositivo, per nulla banale ed anzi molto interessante e particolare.

Morrigan

 A seguire, ecco "Morrigan", singolo che ha preceduto l'uscita dell'album. Il testo, come spiega Alexi in un'intervista, è incentrato sull'amore ossessivo di un essere mortale nei confronti della Dea Morrigan. Lei, che possiede le chiavi del suo oscuro passato e che lo ha condotto verso la morte, ingannandolo con il suo aspetto seducente, ora lo ha abbandonato, lasciandolo solo ad affrontare il momento del trapasso. Ma lui non si arrende, e promette che prima o poi riuscirà a ritrovarla. Morrigan, secondo la mitologia celtica, è la Dea della guerra, della violenza e della sessualità. A volte benevola, a volte crudele, è in grado di assumere diverse forme. Spesso adotta l'aspetto di un corvo, e vola sui campi di battaglia, intorno ai guerrieri che stanno per morire. Si narra che abbia la bocca da un solo lato del viso e che possieda un cocchio trainato da un cavallo, legato al carro con un palo che passa attraverso il corpo dell'animale e che è fissato alla sua testa con un piolo. Le vesti, i capelli e il cocchio di Morrigan sono di colore rosso, il colore dell'aldilà secondo la credenza celtica. Una tematica quindi romantico mitologica, che si discosta per certi versi dalle storie ossessive, morbose e violente narrate nei precedenti brani; anche questa volta, inutile dirlo, la musica riesce a ben spiegare le singolari lyrics. Tastiere e chitarra ci accolgono con un motivo quasi ossessivo, che ritornerà diverse volte nel pezzo. Il cantato in scream ci guida verso il ritornello capace di conquistarci facilmente, con le sue sonorità che richiamano quelle celtiche, in accordo con l'argomento del brano. Una nuova "incursione" musicale compiuta in altri territori, operata da un gruppo che, sicuramente, continua a tenere in grande considerazione l'idea di immettere nel proprio stile correnti fra di loro differenti ma propedeutiche alla volontà di ben riuscire nel creare un qualcosa di nuovo ed accattivante. Arriva finalmente l'assolo di chitarra, che si spreca nell'utilizzo della leva del vibrato, in armonici artificiali e bending, per poi accelerare, come di consueto, sulle scale diatoniche, tra legati, plettrata alternata e sweep picking. Ritorna anche, subito dopo, la melodia ripetitiva, che funge da collegamento con il ritornello, seguito da uno spettrale e sinistro assolo di tastiere. Nel complesso, si tratta di un pezzo che mostra alcuni momenti interessanti, ma che cade nell'errore di ripetere troppe volte il motivo principale, trasmettendo l'idea di dover riproporre il poco materiale musicale messo a disposizione al fine di superare i 5 minuti.

Horns

La violenza trova sfogo nei ritmi sincopati di "Horns (Corna)", pezzo veloce e diretto, cucito intorno ad un arrangiamento semplice, che riprende alcune sonorità tipiche del death metal old school, ma mostra anche qualche leggerissima sfumatura Hard n'Heavy, ad esempio nel minuto 1:16, quando un ossessivo riff di chitarra sembra quasi riprendere una pesante andatura tipica di generi più classici di Metal. Quando il tutto viene sopraggiunto dal blast beat, però, le cose cambiano totalmente, e si ritorna a picchiare duro come il genere Death impone. Le strofe sputano fuori una rabbia ferina, ben esplicitata dal cantato in scream, che promette di non risparmiare nessuno e di seminare paura e terrore. La velocità massima viene raggiunta negli assoli labirintici di chitarra e tastiere, che si incrociano magistralmente, rispolverando quella miscela di brutalità e di melodia che ci ricorda i tempi d'oro. Un brano che ci mostra quindi dei Bodom più a loro agio in durate esigue che in brani certo articolati ma alla fin fine troppo dispersivi, come il precedente. Il pezzo, nella sua semplicità, ha infatti il merito di mostrarci i Nostri al pieno del loro potenziale, senza che si perdano in nessun indugio di sorta. Ritorna la violenza, ed a livello testuale siamo dinnanzi a delle liriche assai criptiche ma pregne di immagini di morte. Il ritornello parla chiaro: il protagonista non riesce a riferirsi a sé stesso come un "santo", né riesce ad esserlo per nessuno e nessuna. Egli non è certo un angelo custode, un amico fraterno; tutt'altro, è un essere alimentato ad odio e volenteroso di far del male, come ci spiega lui stesso. Neanche lui ci considera angeli, non vede in noi un'innocenza tale da poterci risparmiare.. e così decide di incarnare un qualcosa che rappresenti ed anzi superi persino le nostre peggiori paure, per spaventarci a morte e dunque colpirci in maniera definitiva, eliminandoci. Egli è la guerra e la voglia di sopraffare, un miscuglio di rabbia esplosiva pronto a detonare da un momento all'altro. Un essere che comunque mostra la sua fragilità, comunicando la sua volontà di porre fine a questa sua vita tormentata, preferendo essere morto piuttosto che continuare a vivere in questo modo. Insomma, un qualcuno di profondamente disturbato e dalla psiche assai compromessa, che non riesce a trovare posto alcuno nella società se non come un folle carnefice.

Prayer for the Afflicted

Il tessuto sonoro profondo di "Prayer for the Afflicted (Preghiera per il derelitto)" si insinua nelle nostre orecchie, offrendoci un momento di respiro grazie al tempo lento e al carattere più melodico, che rendono il pezzo un degno erede di "Angels Don't Kill". Un inizio funereo di tastiere ci cala in un'atmosfera cupa e oscura, resa più densa dai colpi inesorabili della batteria e dai power chords. La chitarra, che non si risparmia assolutamente in quanto a distorsione, riprende la melodia delle tastiere e accompagna un cantato ruvido, in growl, che prima ci sputa in faccia l'amarezza e poi arriva ad accarezzarci e a strapparci un brivido con sussurri in sottofondo. Il tutto è in linea con delle parole disilluse e pregne d'amarezza: difatti, il testo esprime l'inutilità delle preghiere per gli afflitti, che ridono sentendo le parole di speranza per un futuro migliore, perché loro non credono nel domani. Chiedono, anzi, di non essere disturbati con le preghiere, non hanno bisogno di essere salvati, perché loro restano schierati, a testa alta, in coorte e stoicamente, cercando di farsi coraggio gli uni con gli altri. Hanno appreso qual è il loro destino, non possono mutarlo né tantomeno hanno voglia di combattere. Troppe energie hanno sprecato, troppe situazioni hanno affrontato.. ed hanno sempre perso. Alcuni continuano imperterriti a combattere, altri decidono di mollare. Questi ultimi, dunque, decidono di auto isolarsi; un eremitaggio che non deve essere disturbato da alcuna preghiera. Non credono più neanche in loro stessi, non possono certo pretendere di credere in un'eventuale essere superiore. Nessuno di loro vuole abbandonare il suo posto, ed il minimo che possiamo fare è lasciarli dove sono. Un  momento delicato e malinconico descritto dunque da una musica adatta al contesto, la quale segue dunque coordinate che potremmo definire "alternanti": da una parte la rabbia e l'amarezza, da un'altra, una pacata rassegnazione. L'assolo ci trascina verso la consueta spirale intessuta di scale diatoniche, legati, armonici artificiali, bending e leva del vibrato e ci conquista.. ma avremmo preferito durasse di più, anche in virtù di ciò che Alexi è effettivamente in grado di fare. Momento ben eseguito, ma che non "sazia" e dunque ci fa tornare a casa parzialmente insoddisfatti. Un "difetto" che tuttavia non rovina assolutamente il mood del pezzo, il quale raggiunge la perfezione sul finale scandito dalla leva del vibrato che rallenta il tempo, accompagnata da una batteria ineluttabile, un vibrato finale e il suono leggero dei piatti, che sfuma elegantemente nel silenzio.

I Worship Chaos

Ci avviamo ad ascoltare la seconda metà del platter con il subentro della titletrack "I Worship Chaos (Io venero il Chaos)", la quale ci colpisce come un pugno in faccia, con una ritmica velocissima che spazza via la calma del brano precedente. Ormai abbiamo lasciato da parte amarezza e malinconia, e musicalmente parlando ci troviamo a tu per tu con un pezzo aggressivo e violento, il quale mostra il lato più aggressivo dei Nostri, un lato ancora una volta ben mostrato lungo una durata pressoché esigua. Il pezzo ritorna a sfoggiare una rabbia e un'aggressività che ci fa rivedere per un attimo l'ombra dei primi Children of Bodom, aggredendoci con un tempo in sedicesimi e un blast beat pesante come un mattone che ci accompagna per tutto il pezzo. Un brano che dunque non vuole mostrarci chissà che velleità ma punta tutto sulla volontà di risultare estremo ad ogni costo, martellando dal primo all'ultimo secondo, facendo la felicità di chi, arrivato a questo punto del disco, ancora non poteva ritenersi totalmente soddisfatto del prodotto. In questa breve track possiamo infatti scorgere palate di rabbia primordiale, la stessa che animò i finlandesi durante le prime battute della loro carriera. Un altro brano bello diretto e distruttivo, dopo "Horns". Il testo, neanche a dirlo, è un inno al caos, elemento necessario per allontanare la calma, una calma che non dona pace, ma che, anzi, è teatro di incubi inquietanti, è popolata da demoni che strisciano fuori da una mente ormai in frantumi. La venerazione del caos, della confusione e del tumulto è necessaria per seppellire le colpe nel profondo, per allontanare il panico generato dalla tranquillità e per placare le angustie. Protagonista assoluto del brano, poi, è Janne, che si lancia in un lungo assolo di tastiere interrotto da uno scream potentissimo di Alexi Laiho, che ci dimostra come il caos stia tornando a guidare i Children of Bodom.  In chiusura troviamo un suono ambient, in cui sentiamo la band ridere e discutere. Chiusura quindi che stempera l'aggressività e la violenza, nonché il concetto stesso di confusione. Un elemento, quest'ultimo, visto come l'antitesi della pace interiore ed esteriore. Il silenzio dà voce alla mente, una mente che non ha pietà alcuna per il proprio "corpo", e dunque ci fustiga a suon di pensieri negativi. La paura di non essere mai all'altezza, di dover sempre venire surclassati e sconfitti, la paura di rimanere soli.. pensieri che ronzano nella nostra testa quando il silenzio impera. Quindi, come sostenevamo pocanzi, l'unica arma è il caos: il rumore, la devastazione.. tutto ciò che possa farci smettere di pensare e dunque perdere in un baccanale di emozioni e suoni.

Hold your Tongue

"Hold your Tongue (Tieni a freno la lingua)" riporta in auge il tuning in C#, trasportandoci indietro nel tempo, ma introduce anche elementi innovativi, servendosi di sonorità non proprio usuali per i CoB. Alexi definisce il pezzo, infatti, nella seguente maniera: "a fucking rock song". Se è il frontman a parlare, dovremmo per forza credergli! Una "fuckin' rock song" che comunque non sembra certo portare in auge lo spirito sostanzialmente edonistico e vitalistico espresso da molti testi delle classiche Rock Band, in quanto le liriche che leggiamo risultano essere un concentrato di misantropia, in cui si esprime il disgusto nel dover ascoltare le lamentele altrui, nel fingere interesse per la vita degli altri, quando in realtà si prova solo indifferenza, un totale disinteresse. Sebbene il silenzio non sia sempre d'oro, a volte bisogna ingoiare amaro e tacere, proprio per evitare problemi di sorta. Alcune volte vorremmo urlare la nostra indignazione dritta in faccia a chi di dovere, magari accompagnandola con un bel pugno ben assestato, ma sono solo fantasie. Mai potremmo fare un qualcosa del genere, in quanto tutta la nostra intera vita verrebbe compromessa. Dobbiamo quindi star zitti e buoni, sbollendo la rabbia in solitudine, prendendo a pugni il muro sino a sfondarlo. Le convenzioni sociali comportano anche questo, il sapersi trattenere quando è il momento. Per preservare il quieto vivere e dunque evitare grane peggiori, rimaniamo al nostro posto, seppur smaniosi ed indiavolati. In apertura troviamo una batteria cadenzata e potente, accompagnata da un riff anch'esso abbastanza contenuto, arricchito da armonici artificiali, che si susseguono per tutta la durata del brano, in un crescendo che lascia poi spazio ad un'alternanza di assoli della premiata ditta Laiho - Wirman. Uno scambio eccellente tra i due strumenti, che risulta, però, un po' contenuto rispetto all'aggressività generale del pezzo, il quale risulta possente anche nelle parti "lente" ma mostra il suo vero volto in concomitanza delle accelerazioni di batteria. Siamo abbastanza lontani dai classici stilemi "melodeath", il brano infatti ha un'impronta effettivamente molto catchy, pur risultando incombente e per nulla "leggero". Sembra quasi un pezzo abbastanza vicino ai moderni trends metalcore, pur non disperdendo certo il marchio Children of Bodom nella nebbia.

Suicide Bomber

Anche la traccia successiva, "Suicide Bomber (Kamikaze)", rimane fedele alla tonalità in C# e mantiene ben premuto l'acceleratore. Alexi, servendosi di un cantato in growl, si paragona ad un kamikaze, nato per schiantarsi e bruciare. Chiunque si trovi a bordo dell'aereo con lui, non può far altro che contare le stelle e pregare, ma sarà comunque destinato ad una morte certa, la quale avverrà in una trappola di lamiere, destinata a rovinare sul duro terreno. Sembra quindi che il contesto sia una sorta di metafora atta ad identificare una persona grossomodo "negativa", la quale però arriva ad agire in tal modo per vendetta. Come se avesse l'opportunità di eliminare chiunque l'abbia fatto soffrire in vita, il Nostro immagina quindi di radunare tutti questi personaggi a bordo di un mezzo da far poi schiantare al suolo, in un attentato suicida. Musicalmente parlando, nonostante la presenza di toni più nervosi, il brano sembra ricalcare le linee tracciate dal brano precedente, con un assolo che, anche in questo caso, risulta quasi frenato rispetto al mood del pezzo. Insomma, un mood ancora una volta sostanzialmente aperto alle nuove tendenze, un brano che cerca di struzzare l'occhio ai fan del nuovo e cerca in tutti i modi di farsi apprezzare dai "giovani". Forse, più di prima e sicuramente, disperdendo quella che è la vera anima del gruppo. Un brano che non soddisfa appieno e che forse non riesce nemmeno a farsi apprezzare come dovrebbe e soprattutto vorrebbe. Un episodio non certo brutto, ma neanche all'altezza di un gruppo che ha saputo mostrarci molto di più. Questa contenutezza negli assoli, inoltre, pregiudica di fatto i due grandi musicisti che abbiamo, alla chitarra ed alla tastiera. Sarebbe stato meglio "sfrenarsi" come in "Horns" o in "I Worship Chaos", se proprio si voleva optare per la semplicità compositiva.

All for Nothing

I ritmi rallentano nuovamente con "All for Nothing (Tutto per nulla)", il pezzo più lungo dell'album dall'alto dei suoi 5:42 minuti di durata. Un pezzo che introduce un sound diverso, tanto da poter essere quasi definito una semi-ballad, nell' "orrore" generale degli ascoltatori e dei lettori, soprattutto per la frangia di pubblico composta dai maggiormente puristi ed "oltranzisti". Una tastiera ineluttabile, accompagnata da un basso che fa sentire maggiormente la sua presenza, ci conduce in un'atmosfera quasi onirica, in cui una voce sottile e sfiatata, carica di malinconia, ci parla di una relazione ormai cambiata, arrivata ad un punto di non ritorno. Un ultimo bacio e un addio amaro pongono fine ad un rapporto che porta solo dolore, in cui l'odio ha preso ormai il posto dell'amore. Un amore che è stato ucciso, un amore che doveva servire a costruire qualcosa, ma che, alla fine, non è servito a nulla. Tempo sprecato, sogni infranti: alla fine, il triste epilogo di tante storie, le quali partono dotate delle migliori intenzioni ma di fatto naufragano dopo poco. Vuoi per incomprensioni, vuoi per incompatibilità, vuoi per tanti motivi. Sta di fatto che, a prescindere dalle cause, quando ci si ritrova a dover fare i conti con la fine di un qualcosa di importante, si è sempre estremamente fragili e prede di mille paure. Come sarà il futuro? Quanto soffriremo? Riusciremo ad andare avanti? Ostacoli che inizialmente ci paiono insormontabili, e che forse diventeranno meno terribili quando, raccogliendo i pezzi del nostro cuore, tenteremo di proseguire il nostro cammino, decidendo di non fermarci. Tuttavia, non dobbiamo farci ingannare dal tema principale, dato si che diversi momenti riescono comunque a risollevare il contesto: la voce sfiatata lascia presto spazio ad un rabbioso cantato in growl, mentre la parte strumentale si sviluppa tra riff in stile Iron Maiden, sweep picking, palm muting e power chords, intervallati da momenti in cui predomina il suono pulito delle tastiere, il tutto sapientemente definito dalla batteria. Sul finale, un bending seguito da un armonico artificiale dà il via ad un duello epico tra chitarra e synth, un call and response leggendario, una fusione perfetta tra i due strumenti che riflette l'affinità raggiunta da Laiho e Warman, nonché il ritrovato stato di grazia del gruppo. La perfetta conclusione del pezzo arriva con una sorpresa, ovvero un fade out, il primo nella storia della band, che ci accompagna quindi alla fine del platter.

Widdershins

In fondo alla tracklist troviamo "Widdershins (Senso antiorario)", che torna a premere sull'acceleratore presentandoci un bel brano cattivo ed aggressivo quanto basta. Le strofe, cantate in growl, ci parlano dell'incontro di due anime tormentate che, finalmente, si ricongiungono. Il sentiero percorso finora è ormai coperto dalla polvere del rimorso, la via è smarrita, sebbene qualunque strada non sia mai stata quella giusta. Però, davanti ad un bivio, il sentiero di sinistra attrae le menti malvagie e le due anime, ora riunite, volano in senso antiorario, verso quel sentiero, alla ricerca di un nuovo inizio, che potrebbe però essere, in realtà, la fine di tutto. Un testo che si rifà, probabilmente, alle credenze pagane, secondo le quali muoversi in senso antiorario, camminare a sinistra o mantenere la sinistra, era sinonimo di malvagità e di sfortuna, perché significava andare contro la traiettoria del Sole, quindi contro natura. Si credeva che il senso antiorario fosse usato in stregoneria per evocare il diavolo o per lanciare malefici o incantesimi. Echi di queste credenze sono giunti anche nel cristianesimo, in cui si pensa che il movimento antiorario attragga l'attenzione del diavolo e sia presagio di morte. Per quanto riguarda la musica, "Widdershins" si dipana tra plettrate mitraglianti e assoli fulminei che causano la tendinite anche solo a sentirli. Dopo tanta "contenutezza" mostrata in due brani poco precedenti a quest'ultimo, finalmente possiamo assistere a delle espressioni soliste degne di tal nome, a dei momenti veloci ed emozionanti, i quali ci fanno capire quanto comunque Alexi non abbia perso il suo smalto. In sostanza, un brano più che degno della fama dei Children of Bodom, adrenalinico e ben calibrato, spedito, il quale non incontra ostacoli ed anzi, sembra procedere con la voglia di abbattere ogni tipo di muro o barriera. Sul finale, addirittura, ci accoglie una ritmica granitica e ruvida, che sembra quasi debba scandire una marcia di stampo militare, ma di fatto sfocia negli stessi suoni ambient sentiti all'inizio dell'album, in una simmetria perfetta. Un cerchio che dunque si chiude e ci riporta all'inizio.

Conclusioni

Giunti quindi alla fine definitiva, possiamo tirare le definitive somme circa quanto ascoltato. Negli anni, la nostra compagnia del metallo, dopo l'inizio aggressivo e selvaggio degli immortali "Something Wild" ed "Hatebreeder", si è trovata ad attraversare le sabbie mobili della Terra di Mezzo della musica, rischiando, tra alti e bassi, di rimanervi invischiata e di perdersi, seguendo il destino di tante altre band. Orfani di Roope Latvala, i Children sono ormai rimasti in quattro a cercare una via di uscita. E per riuscirci, hanno dovuto chiedere aiuto a quel caos dal quale sono nati, quel caos che regna nel piccolo universo che è la mente di Alexi e che, da qualche tempo, era stato messo un po' da parte. Quel caos che, come direbbe il vecchio Nietzsche, è necessario per partorire una stella danzante. Questo album vuole, quindi, ribadire il culto del caos, ma rappresenta anche la necessità di dedicarsi ad un momento di riflessione. Un album dicotomico, che si divide tra vecchio e nuovo. Si percepisce, infatti, il bisogno di un ritorno alle origini, come dimostrato dalla ripresa della tonalità in C# che non si sentiva dai tempi di "Something Wild", ma emerge anche la necessità di trovare un sound diverso, come abbiamo sentito in brani come "All for Nothing" o "Hold Your Tongue". Proprio per questo, ci troviamo di fronte ad un disco ambiguo; un disco che alterna momenti di ripetitività, sintomo di attaccamento ad un passato, da parte dei Nostri, che li ha resi ciò che oggi sono ma che di fatto li costringe ad una certa staticità. Fungono da contraltare, però, momenti che possiamo definire certamente intriganti, che ci spiazzano e ci affascinano al tempo stesso, perché sono promessa di uno stile nuovo, che riprende certo quello iniziale da noi tanto amato, apportando però elementi aggiuntivi che lo porteranno ad evolversi, creando un ibrido che speriamo ci riconquisterà. Ci troviamo davanti ad disco cucito addosso ad Alexi, che riesce a colmare bene il buco nero lasciato da Roope, sebbene il lavoro delle chitarre risulti meno articolato e intricato, con una prevalenza di riff a sfavore degli assoli. La mancanza della seconda chitarra viene comunque bilanciata dall'egregio lavoro delle tastiere di Janne, che sostiene e supporta il suo frontman, incrementando il già noto feeling fra i due musicisti. Nonostante le novità, però, due caratteristiche cardini non sono mai venute meno, in tutti questi anni. Da una parte, il sound peculiare che rappresenta la firma dei CoB, la loro impronta digitale, e che fa da solide fondamenta. Sebbene si sia arricchito nel tempo di tutta una gamma di nuove melodie, quel sound non è mai venuto a mancare. Quel sound che Alexi definisce "sound anni '80, extreme metal nel riff con venature neoclassiche e tastiere quasi da 'disco song', mixate con la brutalità che voce e gli altri strumenti costruiscono intorno". Dall'altra, il non pensare mai troppo al risultato finale, a quello che vuole il pubblico, ma il concentrarsi sul fluire spontaneo dei pensieri e delle emozioni che abitano la mente di Alexi e tradurle in musica. Quindi, resta costante la composizione di pezzi che hanno la funzione di esternare le inquietudini, le angustie, i terrori e le incertezze che si annidano nei meandri del cervello, al fine di esorcizzarli. Ogni album costituisce una specie di confessione al mondo esterno, un coinvolgimento nelle varie fasi della vita della band, che ha mostrato senza remore le cadute, le risalite, i picchi, le voragini e di momenti di stasi. Perciò, sebbene non si tratti di un disco memorabile, è un disco che ci racconta una crisi, un tentativo di cambiamento, uno sforzo atto a muovere qualche passo al di fuori di quella che era ormai diventata la comfort zone del Bodom metal. Un album che, proprio in qualità di esperimento atto a battere nuove strade, non può essere perfetto e perciò pretende di essere ascoltato più volte e con attenzione prima di essere compreso, ma va apprezzato per il tentativo che sussiste dietro la sua nascita. È una promessa, allora, che dobbiamo accettare, sperando che i Children of Bodom vi tengano fede. E, forse, in fin dei conti, Roy non sta aspettando noi lì vicino a quell'albero, ma aspetta loro, le sue creature, i Children of Bodom. Li aspetta vicino a quel lago che li ha visti nascere, e che ora è asciutto, simbolo, forse, di un'ispirazione che sembrava ormai prosciugata. Li osserva mentre riflettono indecisi davanti ad un bivio, e spera che non lo deluderanno, che troveranno un modo per riempire di nuovo il bacino dell'ispirazione, riuscendo così a rinnovarsi. Perché, a volte, anche la Morte sarebbe disposta a perdere, in favore di una rinascita.

1) I Hurt
2) My Bodom (I Am the Only One)
3) Morrigan
4) Horns
5) Prayer for the Afflicted
6) I Worship Chaos
7) Hold your Tongue
8) Suicide Bomber
9) All for Nothing
10) Widdershins
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