CHILDREN OF BODOM

Hate Crew Deathroll

2003 - Spinefarm Records / Century Media Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
06/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Nel periodo circoscritto al precedente album, i membri dei Children of Bodom (specialmente Laiho) erano impegnati in innumerevoli collaborazioni con altri gruppi, partecipazioni in determinati album e quant'altro; insomma, il 2000 è stato l'anno in cui la falce dei CoB mieteva e raccoglieva i frutti del successo, anche ampliandolo. L'entusiasmo era dunque alle stelle, sia per i successi più prettamente  riguardanti la vita artistica che quella privata (Laiho, nel 2002, sposa Kimberly Goss, la cantante dei Sinergy. Band che i nostri lettori certamente già conoscono). In virtù di ciò, non si poteva trovare momento migliore di questo per la realizzazione / il rilascio un nuovo album: che difatti arriva, palesandosi con il nome di "Hate Crew Deathroll" (2003), pubblicato in combo dalla "Spinefarm Records" e dalla "Century Media Records". Come di consueto troviamo la messa in commercio di svariati formati della release in questione, il tutto per rendere l'acquisto invogliante soprattutto per i collezionisti più accaniti. Si tratta in tutti i casi di CD (contenuti in jewel case trasparente) che non differiscono in nulla se non nel codice identificativo e nella porzione di globo cui sono destinate, c'è la sola eccezione di un'edizione in vinile. Nessun cambiamento di artwork tra un'edizione e l'altra: tutto il corredo grafico rimane immutato, quindi a differenziare le diverse edizioni (ed a renderle più appetibili in caso di importanti differenze nella data di pubblicazione) ci pensano delle bonus track ed una o due (nel caso dell'edizione giapponese) cover. Non cambia ancora una volta il team alla consolle, quest'ultima ormai affidata in pianta stabile al combo Jussila / Karmila, rispettivamente addetti al recording ed al mixing. Per la produzione / le registrazioni, invece, i Children of Bodom decidono di puntare tutto su Anssi "Borat" Kippo, tastierista e chitarrista già turnista in diverse band ed in questo caso "figliol prodigo", in quanto aveva già prodotto per i Bambini gli album "Something Wild" (1997) ed "Hatebreeder" (1999). Nel suo curriculum di produttore / engineer, inoltre, spiccano collaborazioni con gruppi quali Horna, Behexen, Bestial Devastation e Grenouer, giusto per fare qualche nome. Un team di produzione che, in quest'occasione, ha addirittura potuto sfruttare molti più mezzi di qualità tecnologica, in quanto la "Spinefarm.." era stata proprio in quel periodo assorbita dal colosso "Universal Music Group", il quale concesse al Team Bodom ?la possibilità di avere accesso a fondi ben più consistenti di quanto avessero potuto immaginare. Ma torniamo all'artwork, del quale avevamo accennato qualcosa pocanzi: in copertina possiamo apprezzare il proseguire dell'ormai indispensabile tradizione del gruppo, trovando a campeggiare il Tristo Mietitore, mascotte ufficiale dei nostri tetri Bambini. Questa volta troviamo la dominanza di toni molto caldi, una via di mezzo tra rosso ed arancione; il Mietitore intento a caricare il colpo, estendendo all'indietro la sua arma, pronto a falciare l'osservatore. Sullo sfondo troviamo una skyline, dei grattacieli di una grande città. Tutto sembra inserito in una prospettiva da grandangolo, oppure dominato da un qualche effetto di movimento; ai bordi c'è anche quella sfocatura che trasmette all'osservatore la sensazione dell'immagine catturata nel bel mezzo dell'azione, quasi da cinema (per nulla inusuale, ben sappiamo quanto i Nostri siano affezionati al mondo della celluloide). Particolare la scelta dello sfondo che, per la prima volta, non è un paesaggio naturalistico ma è, al contrario, l'emblema dell'urbano: i grattacieli. Un elemento dunque di discreta novità, che sembrerebbe di conseguenza "intaccare" quel che è stata la proposta sonora offertaci nel capitolo precedente, limandone qualche aspetto. Riguardo alla musica, infatti, c'è da dire che anche in questa occasione è stato Laiho a curare in toto la composizione dei pezzi, vuotando ancora una volta il sacco del suo estro e della sua ecletticità. Il suo ruolo è diventato ormai quello del leader carismatico ed incontrastato del gruppo, il quale conta tra i suoi ranghi i componenti dell'esordio: Alexi Laiho dunque alla voce e chitarra solista, Janne Warman alla tastiera, Alexander Kuoppala alla chitarra ritmica, Henkka T. Blacksmith al basso e Jaska Raatikainen alla batteria. Se Laiho concentra i suoi sforzi sui Children of Bodom lo stesso non si può dire degli altri componenti, che guardano anche altrove. un buon esempio è Warman che, oltre a dedicarsi al proprio gruppo Warmen, inizia proprio nel 2002 un nuovo percorso con Kotipelto (progetto del cantante degli Stratovarius, Timo Kotipelto). Divagazioni a parte, questo album si presenta - vista la grafica, i titoli e tutta l'atmosfera che lo circonda - come una specie di ritorno all'aggressività; abbiamo visto che nel precedente album l'aspetto sinfonico avesse preso il sopravvento, e probabilmente questo album si propone di correggere il tiro portando un po' più su l'asticella della violenza. Vediamo concretamente, dunque, come ha lavorato il gruppo capitanato da Laiho in questa occasione:

Needled 24/7

"Needled 24/7 (Inchiodato sempre)" è il primo brano del lotto. Troviamo immediatamente le ormai celebri tastiere, che svolgono una funzione ritmica, seguite poi dei riff feroci da Thrash progressivo, dei passaggi molto melodici alla chitarra sostenuti da un ritmo tagliente, poi la voce aspra di Alexi accompagnata da melodie che vanno e vengono; basso e batteria stendono un tappeto veloce. Ad un certo punto la voce si sporca di effetti da Industrial, questo aumenta la varietà e sottolinea gli interventi di Elettronica che si alternano vivacemente con le melodie di stampo barocco (barocco che è sempre meno ormai). Nel testo il protagonista racconta che, da sempre, è stato sempre una persona burbera ed oltre, mai una risata o un pianto; però, avverte: prima di giudicarlo faremmo meglio a guardare noi stessi, che viviamo in una bugia. Questi fingono pietà e compassione, ma non aspettano altro che il momento giusto per piazzargli una lama alla schiena. E' con l'assolo di chitarra che torna, prepotente, tutto il barocchismo che ha reso celebri Laiho e soci, evoluzioni che si snodano in tempi velocissimi e scorrono in un modo naturale, sottolineando l'abilità esecutiva del frontman. Si riprende con la strofa iniziale, che ci racconta di come ogni giorno il pugnale che si trova alla schiena inizia a girare e pungere, gli occhi prendono fuoco ed il cuore inizia a bruciare, allontanarsi da quel supplizio e come fare un passo verso il paradiso, ma poi quel tormento torna ed è come essere punzecchiato ventiquattro ore al giorno, per tutta la settimana. La chitarra ritmica prende delle ritmiche da Thrash, che sono utili anche a sostenere la voce aspra che sta a metà tra Thrash e Punk, ma anche ad offrire un contrasto con la chitarra solista che sta principalmente sul Power. Tripudio di tastiere e quindi una lunga serie di assoli che spaziano da Heavy/Power a Fusion (in questo ci pensa più che altro la tastiera), stoppate e quindi una parentesi Thrash che ricorda abbastanza i Megadeth, quindi si riparte alla carica con un basso che sferraglia furioso e veloce. Finale con stoppate e fischi. Viene guardato dall'alto in basso, ebbene sì: è parte della vile feccia umana, non ne va di certo fiero ma perlomeno non si mette a giudicare gli altri credendo di essere migliore. In questo primo pezzo si conferma l'intento di rendere più aggressivo il sound, a farlo ci pensa la chitarra ritmica che, adottando qualche stilema Thrash, offre alla sezione ritmica l'occasione di farsi sentire con passaggi veloci e stoppate marcate. Si conclude con una parte parlata, estratta dal film Platoon (1986).

Sixpounder

Andiamo avanti con "Sixpounder (Seilibbre)": il titolo si riferisce ad un pezzo di artiglieria, un cannone in grado di lanciare proiettili da sei libbre appunto, Nel nostro sistema metrico, questo si traduce in cannone da 57mm. Questo pezzo di artiglieria, usato nelle navi (ma a volte anche a terra in funzione di anti-carro), è tanto devastante quanto è stato longevo: introdotto come cannone navale alla fine del 1800, è stato usato sia in mare che in terra anche nel conflitto mondiale! E' proprio alla guerra che vuole riferirsi il testo, nell'oscurità aumenta l'attesa per il rombo del cannone, si sta percorrendo la Via dell'odio e lui è pronto a bombardare il proprio avversario, a scagliarsi addosso tutto quello che sarà necessario per farlo colare a picco. Tutto questo mentre un riffone pesante, di un Thrash che sembra voler tendere al Groove/Death, poi si alleggerisce con interventi melodici di tastiera, restando tagliente grazie a distorsioni di chitarra. Ci pensa la voce a portare ulteriore violenza, tra le stoppate di chitarra e riffoni massicci, il groove è tanto e la melodia viene centellinata e si rende protagonista di fugaci perle. Un carico di bassi si abbatte sull'ascoltatore, c'è molto spazio per chitarra ritmica e basso. E' guerra, si rifiuta di essere buttato giù dal nemico, adesso è pronto a dargli battaglia con un 666 libbre! Questa parte viene scandita con un ritornello in cui la voce è pulita ed adotta uno stile da Alternative Metal. Subito dopo un assolo che prende il via con un andamento da Thrash (ancora una volta viene in mente Mustaine come potenziale fonte di ispirazione), un assolo che si attorciglia dispensando virtuosismi, poi si torna a ritmi sostenuti e pressanti, con interventi chitarristici mentre la voce è rabbiosa; stoppate e l'influenza Death si fa ancora viva. Assolo barocco, ricco di melodia si ripete per permettere le variazioni della batteria che poi lancia una serie di stacchi che permettono la ripresa della strofa, con delle variazioni, stoppata e quindi si riprende con la parte iniziale. Cercherà di uscire dall'oscurità, vivendo in modo retto, ormai è troppo tardi per convincerlo del contrario e non si farà buttare giù: darà guerra! Impossibile non cogliere i riferimenti autobiografici: se prima il nostro Laiho si faceva trascinare nella depressione ed in pensieri di morte, in una seconda fase ha imparato a convivere con la morte ed a farsi anche qualche risata, adesso è pronto a dar battaglia ed a vendere cara la pelle, è pronto a rinunciare a tutti gli eccessi, a "mettere la testa a posto" diremmo; probabilmente il matrimonio con Kimberly Goss ha contribuito non poco ad alimentare questo ottimismo. Dopo aver piazzato un altro coro Alternative, con influenze Death, il brano si conclude con un taglio netto.

Chokehold

Il terzo brano è "Chokehold (Cocked 'n' Loaded)", il cui titolo merita una traduzione più elaborata del solito: se la parte iniziale si riferisce al fatto di essere strozzato da qualcuno, la seconda parte potrebbe portare fuoristrada i maliziosi: in effetti c'è un forte collegamento col brano precedente perché questo modo di dire si riferisce al linguaggio militare e, nello specifico, alla procedura di caricamento. Difatti "Cocked" significa "inclinato" e si riferisce a quel momento in cui, afferrato e fatto scorrere il carrello, questo risulta inclinato e pronto a ricevere il proiettile; a questo punto è stato inclinato e caricato, non manca che riportare in sede il carrello (fino a sentire il click) e la procedura di caricamento può dirsi completa. Cassa costante, effetti di chitarra in dinamica crescente, stacco e poi esplosione sonora, ancora molta aggressività ed influenze Thrash/Death che prendono il sopravvento, scattano in velocità e poi danno appoggio alla voce che resta aggressiva anche quando ci sono gli interventi melodici della chitarra solista che squilla e regala brevissime apparizioni veloci. Cori con botta e risposta, intanto tastiere e barocchismi vari permeano il sound che riesce a mantenere una distinta natura Thrash. Le tastiere si fanno sentire davvero poco in questo pezzo, forse perché anche questo testo è abbastanza agguerrito: vive in un campo minato in cui deve stare in guardia ad ogni passo, una giacca bianca lo strozza mentre è stanco per essere stato sveglio per troppo tempo. Sente il freddo acciaio sulla fronte, costretto al contrattacco fino alla fine. In questo testo immaginiamo un soldato il cui freddo contatto dell'elmetto metallico ricorda la morte imminente, mentre la divisa, quella giacca bianca (forse un riferimento alla divisa da fanteria semplice finlandese) e brillante dal colletto tanto stretto che strozza, una divisa che strozzando il soldato lo richiama costantemente al dovere. Stoppate e poi abbiamo un assaggio di melodia tastieristica, più che altro atmosfere che fanno da preludio ad un assolo melodico e lento che si concede qualche strappo distorto prima di lanciarsi in velocità con gusto Fusion mantenendo un ritmo costante in solitaria e poi dandosi alla follia cambiando sempre più forma ed effetti, raddoppia il tempo e si dà al barocco spinto mentre gli altri strumenti assecondano in maniera costante l'evoluzione fino a trovarsi in un blast. Urla pesanti e si riprende con influenze vagamente Black, poi di nuovo ricche melodie e cori con botta e risposta nei quali anche le tastiere trovano spazio, mentre la chitarra ritmica viene ridimensionata. Le guance arrossate come l'alcool che manda giù, possiamo immaginare un clima rigido quindi, si sente come una spazzatura che viene calciata da tutti quanti, a destra e sinistra, si fa guidare dalla sua compagna caricata, l'arma che vede come la propria anima gemella, l'unica vera alleata in guerra.

Bodom Beach Terror

Con "Bodom Beach Terror (Terrore alla spiaggia di Bodom)" torna quella simpatia che ha reso celebre il precedente album, si comincia con la batteria e poi le dita scorrono sul manico della chitarra, profusione di tastiere che si aggiungono, poi voce che incita e riffoni incalzanti tengono un ritmo veloce e giocoso al tempo stesso. "Dove andare?" si chiede, e perché mai dovrebbe dircelo? Moriranno fottutamente là, appassiti, ci mostra il luogo in cui avrebbe voluto morire. Il groove è pazzesco ed il basso spinge fortissimo, seguito dalle tastiere in funzione ritmica, poi il spound si apre in una serie di cori estremi con crescendo, se prima le tastiere non si sentivano adesso si sentono tantissimo, il pezzo sembra uscito dal precedente album per lo stile, i passaggi melodici di chitarra rispecchiano quanto ascoltato col precedente lavoro, tranne forse la chitarra ritmica che adesso è più aggressiva. Si spinge di nuovo sul pedale dell'acceleratore con una nuova strofa, poi delle stoppate con quelle famose botte di tastiera, quindi una parte in cui basso e batteria possono sfogarsi a dovere, quindi un trillante assolo di chitarra che si trasforma presto in un virtuoso assolo da Rock che poi, con diverse evoluzioni, si fa sempre più Heavy e Power. Le stelle scendono, la luna sorge, è il momento del terrore di Bodom sulla spiaggia: in tarda notte festeggiano fino all'alba, mentre fissano il cielo lavano le mani al lago che è pieno del loro sangue, non se ne accorgono se non all'ultimo istante, così muoiono. Una nuova parte melodica cui segue una strofa cattiva che racconta della morte degli ignari festeggianti, poi di nuovo col ritmo e chitarre graffianti, il basso ha un ruolo di primo piano e la tastiera si lancia in lunghi passaggi Fusion, tutto ha quella scanzonata allegria di fondo che ha caratterizzato il precedente lavoro e che, fino ad ora, non si era vista in questo. Gran finale e poi un'inquietante voce tratta da American Psycho (2000), che dice che non spera in un mondo migliore ma, invece, spera che il suo dolore venga inflitto agli altri. Il pezzo in sé non è propriamente il massimo, dà l'idea di essere il risultato di qualche rimanenza del precedente album, il tutto infarcito di nuovi sfavillanti assoli; un pezzo che convince a metà.

Angels Don't Kill

"Angels Don't Kill (Gli angeli non uccidono)" inizia proseguendo la citazione di American Psycho, con una tastiera da Thriller/Horror a dominare la scena. All'improvviso ecco l'esplosione sonora con una possente chitarra ritma e la batteria che scandisce colpi netti, quindi un riffing imponente e maestoso, quasi da Symphonic Black Metal, la batteria si fa sentire poco ed il basso romba lentamente, quindi appare la voce che scandisce con toni medi e meno graffiati del solito una melodia di sofferenza. Poi la chitarra solista si prende spazio ed il pezzo si fa più calmo, il basso sottolinea gli accenti, si riprende con la strofa che aumenta la grinta con passaggi più graffianti alla chitarra ritmica che si slaccia volentieri dal riff portante; ancora una volta con quella parte maestosa. Vuole che nessuno riesca a fuggire da ciò che sta per succedere: sente dei passi, mentre si sta guardando morire lentamente, un dolore acuto lo attanaglia mentre sente il cuore come impalato. In un minuto lei è un angelo caduto dal cielo, il minuto dopo è il primo angelo che lui abbia mai odiato. Prima lo solleva dalla palude con un bacio gentile, poi gli apre il petto per strappargli via il cuore e mostrargli quanto sia nero. Un pezzo struggente, che alterna dolcezza e violenza, l'assolo è particolarmente interessante, mutevole, salta da uno stile all'altro alternando scatti di velocità e lenti bending. Si torna a temi più Thriller, con tanto di stoppate che aumentano la suspense, la chitarra torna ad essere protagonista con lente melodie, poi viene lanciata una nuova parte melodica accompagnata da secchi colpi di rullante, il basso romba incontrastato e la tastiera fa qualche fugace apparizione. Stoppate e crescendo di intensità che porta a nuove melodie, la voce si fa di nuovo viva, il tutto prende un tono quasi liberatorio. No, non è un angelo buono, lui si sente freddo e sta morendo da solo; quando lei gli appare come angelo, buttandolo a terra, guardandolo, si chiede se sarebbe capace di uccidere in un istante tutta la sua sofferenza, anche se gli angeli non uccidono. Di nuovo la parte cadenzata ed epica, struggente, con un basso pompato e pastoso, il riff si prolunga ed il testo si ripete in varie salse, rallentando fino al gran finale con tanto di piatti sfumati ed armonici. Un pezzo da considerare come degna continuazione del precedente: i due pezzi sono accomunati stilisticamente, liricamente ed anche dal fatto di condividere delle citazioni da American Psycho. Sono dei brani che si portano dietro l'eredità del precedente album, in tutto e per tutto, forse più fiacchi: se è vero che la parte cadenzata e maestosa funziona davvero alla grande, lo stesso non si può dire di altre parti che avrebbero reso meglio con dei suoni più orientati verso il Power, probabilmente.

Triple Corpse Hammerblow

Siamo ben oltre la metà della tracklist ed è il turno di "Triple Corpse Hammerblow (Tripla martellata al cadavere)", con un titolo del genere ci si aspetta di sentire qualche brutalità a la Cannibal Corpse, l'inizio invece consiste in melodie di tastiera, anche abbastanza allegre, che poi prendono vigore appena arriva il rullante e la cassa a sostenere tutti gli altri strumenti che prendono sempre più ritmo. La gioia da Power Metal rimane intatta anche quando la voce si propone aggressiva e tagliente, le tastiere creano intrecci di melodie che si incastrano in una trama chitarristica quasi sempre statica; ritmi incalzanti ma variazioni povere, delle stoppate e si continua. E' pronto a partire, a saziare la sua fame di dolore, la scorsa notte ha implorato dio di accendergli il cuore di fuoco. Lo stile, il testo (con questo riferimento al cuore infuocato) sono dei riferimenti evidenti a lavori precedenti del gruppo, che poco hanno a che vedere con quello che dovrebbe essere il concept di questo album; il pezzo, così come il testo, fino ad ora sono un po' fiacchi, mancano di mordente. Si riprende con la strofa che viene riproposta senza variazioni, le chitarre si infiammano e poi ci pensano i cori, botta e risposta, a farci riprendere dal torpore; passaggi melodici un po' troppo semplici per le capacità del gruppo, poi la voce sussurrata si fa sempre più forte e dà il via ad uno sprazzo Thrash che finalmente ci dà una botta di vita, tutto si trasforma in fretta in una serie di interventi chitarristici virtuosi, che si concludono con un fischio grattato. Ha voglia di vederli soffrire, di prendere le loro vite, non dobbiamo provocarlo! In questo testo il protagonista è il mostro del lago Bodom che si sente provocato dalle persone che si aggirano attorno alla sua dimora e quindi si scaglia contro di loro per prenderne le vite. Dopo un passaggio strumentale si torna alla strofa, invariata, poi un momento molto ritmato in cui si inseriscono degli assoli in stile Thrash virtuoso che accelerano fino a condurci ad una nuova fase melodica, poi si fa sentire il basso con scale ascendenti e poi un assolo da Fusion, di nuovo i cori mentre la batteria mantiene il blast, ancora i sussurri e quindi il pezzo si conclude. Un pezzo un po' noioso: ancora una volta - peggio di prima - si propone un pezzo la cui base sembra tratta da riff di scarto dei precedenti album, infarciti di assoli sfavillanti che sono, sì, belli, ma ci azzeccano poco col resto. Questo è il sesto brano e, volendo trarre delle conclusioni parziali, si può tranquillamente affermare che fino ad ora abbiamo sentito tre brani iniziali in uno stile (diverso da quello che di solito facevano sentire i Children of Bodom ma) che funziona molto, dopo abbiamo sentito tre brani che, pur riprendendo lo stile tradizionale del gruppo, appaiono fiacchi e privi di mordente, non coinvolgono pienamente.

You're Better Off Dead

Forse sarà "You're Better Off Dead (Ti conviene essere morto)" a far pendere l'ago della bilancia, con il suo inizio esplosivo dominato da un blast feroce, una scarica al limite del Symphonic Black Metal visto che ad un certo punto prende un ritmo da marcia e si avvale di brevi interventi tastieristici che gli conferiscono quella malvagità in più, che di certo non guasta. La chitarra ritmica è massiccia, la solista regala perle tecniche, il basso romba malefico, la voce è più aggressiva ed acuta, il ritmo si accende e la voce raddoppia, la cassa molla raffiche bestiali, variazioni sostenute dal basso e, tra fischi, si procede arrivando ad una fase melodica in cui la chitarra solista spadroneggia mentre si apre un botta e risposta con un coro da stadio che si alterna ad uno scream diabolico. Il protagonista si rivolge al suo interlocutore con uno slang cafone, gli chiede che problemi ha, si sta arrovellando il cervello per capire se gli ha forse fatto qualche torto perché in tal caso gli farà sentire le proprie scuse: un sonoro "Fanculo!". Darebbe qualsiasi cosa pur di poterlo pestare sei piedi sottoterra, e perché dovrebbe fermarsi prima di vedere il suo culo che cade a terra? Arriva l'assolo scostumato che si alterna tra fischi cafoni e perle melodiche, poi il momento Thrash che riporta in vita gli Exodus/Testament più villani, il ritmo si infiamma ed il basso fa un ottimo lavoro, si riprende con una variazione della strofa, il ritmo continua a cambiare e poi le tastiere fanno un ottimo lavoro a condire tutto, poi arriva un momento Fusion con una chitarra dai suoni psichedelici, cangianti, che poi si evolve in un solo da Guitar Hero del Rock, in cui si infilano con nonchalance tutte le tecniche possibili. Gli dice di farsi gli affari suoi, di non pensare a quelli degli altri, di guardare al mondo vero per un secondo e rendersi conto che è un inferno per gli eroi ed un paradiso per gli stupidi, cosa che lo rende lo stronzo più fortunato del mondo. Questa amarezza che traspare nel testo è quella del classico eroe drammatico, che è tanto eroe quante sono le dure prove che deve affrontare: la vita dell'eroe è quindi un inferno perché dall'eroe si pretende molto, la vita lancia contro l'eroe le prove più dolorose e difficili... mentre invece l'imbecille, nella sua beata ignoranza, assapora una vita paradisiaca. Si torna ai cori, la parte che svolge la funzione di ritornello pur non apparendo così spesso, il pezzo si conclude dopo una lunga raffica di violenza ritmica. Ma era un finto finale perché poco dopo la batteria continua, da sola, con degli stacchi virtuosi e veloci. Allora il protagonista si rivolge allo stupido dicendogli "ti conviene morire piuttosto che fare lo stronzo con me", si chiede se ci sarà un domani, anche perché non è sicuro che sia nemmeno esistito un oggi, si ferma e fa piovere una carneficina di morte. Un pezzo che ci fa sentire dei CoB in forma smagliante!

Lil' Bloodred Ridin' Hood

Adesso che abbiamo fatto pendere l'ago della bilancia dal lato verde, ogni speranza è rivolta verso "Lil' Bloodred Ridin' Hood (Piccola Cappuccetto Rossosangue)", a vedere il testo sembra quello di una love song: vola al di sopra della luce il piccolo angelo Cappuccetto Rossosangue, la luce prima della notte, lei cerca di spostare il raggio del fuoco, una luce dal calore che le infiamma il desiderio. In tutto questo la musica si propone in modo cafone, bella pesante e con marcate influenze Thrash, la tastiera non si fa sentire neanche un attimo ed il ritmo è incalzante e gode di saffiche di rullante e cassa, poi si fa sentire la tastiera con melodie Fusion, la chitarra segue a ruota ma adotta stilemi da Power. Tutto si chiarisce nel momento in cui, di colpo, si dichiarano le intenzioni: ucciderà tutti! All'interno di un cono di silenzio, in una corsa di cadaveri, invoca la propria piccola Cappuccetto Rossosangue, poi infiamma di nuovo la sfida "fatevi avanti stronzi!". La melodia prende il sopravvento ma il compartimento ritmico è sempre pronto a scatenare il macello, si fa sentire un basso ferroso che passa in primo piano con una distorsione acuta e sporca, il ritmo accelera, raffiche di pelli, la chitarra ritmica cambia accenti e sposta in continuazione la traiettoria di questo pestaggio continuo. Si riparte allora con la strofa, un continuo battere e levare che apre le porte ad un assolo neoclassico eseguito con la naturalezza di chi queste cose le suona per riscaldarsi, poi le tastiere regalano sinfonie avvincenti, che inneggiano alla vittoria, scala discendente e fischi, poi una serie di interventi solistici che cambiano forma di continuo evolvendosi in modi inaspettati pescando da molteplici influenze; l'accompagnamento si attesta su un Technical Thrash, poi arriva di nuovo la strofa con le opportune variazioni che poi sfociano in un Fusion virtuoso e pieno di passaggi ingarbugliati, che lasciano spazio alla tastiera, il finale è dato dalla chitarra che romba in un finale da stadio. Perderà poco sangue, si dice, è andato via per un secondo e sente di aver perso ma la seguirà fino in capo al mondo; lo ucciderà per lei, lo odia e lo ucciderà. In tutto questo non si capisce quali siano tutti i protagonisti del testo, quello che sembra chiaro è che c'è una sete di sangue da saziare, un'insoddisfazione, un inseguimento ed una voglia di massacrare tutti. Un pezzo che funziona davvero bene, che chiarisce ogni dubbio sulla forma del gruppo che si è arenato nella seconda parte della prima metà, ma che ha saputo farsi perdonare in fretta.

Hate Crew Deathroll

Arriviamo alla fine della tracklist per incontrare "Hate Crew Deathroll (La lista di chi odio, e voglio uccidere)", pezzo che dà il titolo all'album, quindi fa salire le aspettative. Si sente il suono di un'arpa pizzicata, la voce di Laiho incita alla battaglia e quindi si aggiungono tutti gli altri strumenti con groove pazzesco, inizia una strofa pestata con una voce incisiva ed assillante nella velocità, poi la scappatella Thrash con un basso che rimbalza furioso sulle corde, mentre il tupa tupa sul rullante non lascia scampo. Un pezzo tirato, le tastiere fanno la loro parte ma stanno in secondo piano per consentire alla devastazione ritmica di fare il suo lavoro, il testo è ribelle e scostumato: non dobbiamo permetterci di dire loro quello che vogliamo, perché a loro non gliene frega un cazzo di noi e della nostra razza. Faremmo meglio a fare un passo indietro e tornare da dove siamo arrivati, non possiamo neanche sperare di far parte di loro perché siamo troppo brutti e grezzi, non vogliono averci tra i piedi perché siamo solo delle stupide fighette. Insomma un testo che trasuda "atteggio" e sicurezza, prepotenza e bullismo allo stato puro! Raffiche di colpi alla batteria e poi interventi melodici con le tastiere, stoppata e quindi si riprende con un botta e risposta con l'aiuto del coro che inneggia alla violenza primitiva mentre la voce incalza aizzando l'odio totale, il basso è un mostro feroce che cova rancore nell'abisso, poi il sound si apre ed il coro prende più spoazio mentre la voce solista si fa più melodica con influenze da Alternative Metal, la chitarra solista invece si concede quei fischi graffianti che aumentano la ferocia e rendono il pezzo ancora più selvaggio e strafottente. A volte questa commistione di ritmo grezzo e melodia risulta poco coerente, tuttavia è proprio il caos creato da questa convivenza difficile a rendere il pezzo chiassoso ed acceso, interessante: un caos ordinato e pulito ricco di potenzialità. Sono delle persone che non hanno idea di come si faccia a sentire dell'amarezza uno per l'altro, non sanno come si fa ad accrescere il proprio potere, si arriva al punto in cui a loro non gliene può fregare niente di cosa gli altri pensino o non pensino; insomma quello che manca a quelli che non fanno parte della ciurma è proprio quella forza e sensibilità. Si alterano, ci chiedono se la smetteremo mai di stargli tra i piedi, gli stiamo proprio rompendo le palle continuando a non capire che quando è "no", è "no"; dobbiamo accettare che non ci vogliono, se vinceremo la guerra è solo perché siamo troppo stupidi anche per morire. Possiamo prendere la nostra guerra, infilarcela su per il culo, chiudere gli occhi e dire "arrivederci", e toglierci dai piedi; loro sono la ciurma dell'odio, loro resistono e non cadono, loro sono tutti per nessuno e nessuno per tutti, combatteranno fino all'ultimo e non si faranno maltrattare da nessuno. Suoni acuti di chitarra, stoppate insistenti, poi ignoranza collettiva inaugurata da un assolo squillante che poi si fa tecnico abbracciando Thrash e Power e fondendoli ad alte temperature, note che scendono a pioggia e poi una botta massiccia di basso e chitarra ritmica e quindi si torna alla parte con influenze da Thrash tradizionale, dopo segue a ruota l'alternanza col coro, tutto questo si mantiene vivace e feroce fino alla conclusione del pezzo.

Conclusioni

Tirando le somme, possiamo dire d'aver ascoltato un album il quale sconta un difetto imperdonabile, tipico di molte altre produzioni, fra i peggiori riscontrabili: molto bello all'inizio ed alla fine, fiacco nel mezzo. Dei nove brani, infatti, i tre centrali sono mediocri e non rendono giustizia al resto del lavoro; che in realtà è molto interessante, dovendo dare a Cesare quel che proverbialmente gli appartiene, senza disintegrare "troppo" gli sforzi di Alexi e soci in quest'occasione. Un difetto, però, che pende inquietante come una spada di Damocle. Una circostanza "imbarazzante", che rende la valutazione difficile; poiché se dovessi valutare separatamente gli episodi, direi che siamo sul 9 per i pezzi riusciti e sul 6 per i pezzi fiacchi. Dovendo quindi sommare e poi trarre una conclusione, la valutazione complessiva si aggira quindi nei dintorni del cosiddetto risultato mediano, il quale tiene conto oggettivamente di entrambe le realtà. Possiamo immediatamente liquidare la parte meno riuscita semplicemente dicendo che adotta tutte quelle soluzioni che abbiamo già trovato (meglio riuscite) nei precedenti album, sia a livello di musica che di testi; per quanto riguarda i pezzi molto ben riusciti, si possono osservare diverse innovazioni che meritano un esame più attento. Se da un lato abbiamo un qualche ritorno delle influenze più propriamente Black (anche se davvero alla lontana) che attingono al repertorio del Symphonic Black Metal - molto reinterpretato, s'intenda - dall'altro abbiamo (ed è questa la vera novità!) delle influenze che derivano dal Thrash Metal a volte più cafone, dagli Exodus ed i Testament più grezzi (specie per la ritmica) sino a giungere a quel Thrash tendenziamente più melodico e ragionato alla Megadeth (specie per gli assoli). E' una novità non da poco, anche perché le influenze Power rimangono intatte, mentre quelle barocche e neoclassiche cedono quasi interamente il passo allo stile Fusion, che prende sempre più piede in casa Children of Bodom. Un piatto davvero ricco, concepito ed elaborato in maniera assolutamente originale ed eseguito, infine, in modo impeccabile, con quella naturalezza tipica di chi queste cose se le mangia letteralmente a colazione (il che la dice lunga, sulla preparazione musicale dei musicisti coinvolti). Per quanto riguarda i testi si può notare una certa rinnovata aggressività, che si traduce in propositi battaglieri e linguaggio scurrile, situazioni che sicuramente gasano molto e coinvolgono. Il tema ricorrente sembra essere sia quello della rivalsa (forse un lascito del precedente album); ma, più che altro, il tema portante risulta configurarsi nel "nessuno deve fare lo stronzo con me". Un atteggiamento difensivo, insomma, che si trasforma in un'aggressione per difendere il proprio territorio, la propria libertà e la propria essenza; si ribadisce in più battute il fatto di essere consapevoli dei propri limiti, ma questo non deve essere certo un motivo per permettere agli altri di giudicarci e di metterci i piedi in testa. I pensieri di morte sono lontanissimi ormai, anzi: la morte è il regalo che si fa ai nemici che si mettono di traverso. I Children of Bodom adesso sono una ciurma dell'odionon si fermeranno davanti a nessuno e guai a chi si parerà loro davanti.. perché verrà spazzato via. Ricapitolando, "Hate Crew Deathroll" è un album fatto di alti e bassi (questi ultimi circoscritti al centro della tracklist). Non si può fare a meno di pensare che, scrollandosi di dosso le rimanenze del vecchio album ed insistendo con più coraggio e con più dispendio di energie nel nuovo sound, il risultato sarebbe stato strabiliante.

1) Needled 24/7
2) Sixpounder
3) Chokehold
4) Bodom Beach Terror
5) Angels Don't Kill
6) Triple Corpse Hammerblow
7) You're Better Off Dead
8) Lil' Bloodred Ridin' Hood
9) Hate Crew Deathroll
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