CHILDREN OF BODOM

Follow the Reaper

2000 - Spinefarm Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
11/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Il fenomeno Children of Bodom è in piena ascesa quando, cavalcando la propria stessa onda, il gruppo pubblica "Follow the Reaper" (2000) sotto l'ala della "Spinefarm Records". Un impeto di patriottismo, in quanto il prodotto viene dapprima distribuito nella sola Finlandia e solo di seguito nel resto dell'Europa. L'edizione targata "Nuclear Blast", infatti, venne pubblicata solo l'anno successivo, a pochi mesi di distanza (ed. Finlandese, 20 Ottobre 2000. Ed. europea, 20 Febbraio 2001). Già dal debutto, comunque, il prodotto veniva distribuito in un'infinità di versioni, in tutti i formati immaginabili, per batter cassa il più possibile e non scontentare nessuno. Un'operazione quindi in larga scala, che vede la terra natia "privilegiata" rispetto al resto del mondo, in quanto il suolo finnico si era dimostrato la vera El Dorado dei Nostri. "Nemo profeta in patria", si suol dire, ma per i CoB possiamo candidamente parlare di proverbiale eccezione a conferma della regola. La formazione di questo nuovo disco è comunque quella dell'esordio, non riportando cambiamenti di sorta: troviamo quindi Alexi Laiho alla voce e chitarra solista, frontman instancabile, per il quale il 2000 fu un anno a dir poco strapieno, suonando sia nei Sinergy (anche per via della sua relazione con Kimberly Goss) sia come come live member per i compatrioti Impaled Nazarene. Di seguito, Janne Warman alla tastiera (nello stesso anno registra per i Warmen, nei quali era appena entrato), Alexander Kuoppala alla chitarra ritmica, Henkka T. Blacksmith al basso e Jaska Raatikainen alla batteria (anche lui darà una mano ai Sinergy, specialmente dal vivo). L'attenzione rimaneva comunque e saldamente cementificata attorno alla figura dell'androgino frontman, quel Wildchild sempre pieno di idee da concretizzare, sempre febbrilmente dedito alla sua causa, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Non è sbagliato affermare che, proprio come oggi, anche allora la carriera dei Children of Bodom era dunque in mano ad Alexi Laiho, ormai deciso a lasciare il segno con i Bambini, decidendo di buttarsi a capofitto in questa sua avventura. Dopo le incertezze del primo album e gli splendidi passi avanti del secondo, il terzo lavoro era per forza di cose attesissimo, una prova che avrebbe saputo decretare quanto i Finlandesi fossero un guizzo fortunato oppure un qualcosa di solido, destinato a dare molto altro ancora. "Squadra che vince non si cambia", si direbbe, e dunque (oltre alla formazione invariata), intoccabile rimane il working team dietro alla consolle. Se proprio proprio, si può aggiungere per aumentare la dose di qualità. In questo senso, il duo Karmila / Jussila (Engineering, Mastering, Mixing) resta saldamente nella stanza dei bottoni, coadiuvato comunque da un autentico ospite d'eccezione: quel Peter Tägtgren ingaggiato come produttore ed ingegnere del suono, al quale viene quindi dato il compito di rendere il sound dei Nostri forse più accessibile di quanto non lo sia stato in passato. Non ci pioveva sul fatto che "Follow.." sarebbe dovuto essere l'album del "botto", l'album dell'alleggerimento generale ma comunque dei grandi numeri in classifica. Un vero e proprio animale da palcoscenico che avrebbe reso i CoB un fenomeno di portata mondiale. Pare ci siano, ad oggi, due diversi mix dell'album (le cui differenze consterebbero comunque in delle sottigliezze), il quale è stato registrato nel giro di due mesi negli "Abyss Studios", con il patrocinio dei "Finnvox Studios" per quel che riguarda il mastering finale. Non si è badato a spese, quindi, si è preso il meglio di ogni cosa. La grafica continua la tradizione e ci mostra, ancora una volta, il Mietitore; ormai, assurto nientemeno che al ruolo di tratto distintivo / "mascotte" di ogni disco della band. Notiamo come in questa grafica, il colore dominante sia il blu. La tradizione dei Children of Bodom vuole una copertina monocromatica con su impressa l'effige del tristo nocchiero, ed ancora una volta questo è ciò che abbiamo. L'incappucciato, questa volta, si trova in una specie di lago pieno di lapidi, oppure in un campo santo allagato, dipende dalla prospettiva di ognuno. Cosa certa è che la morte ed il lago sono due elementi fondamentali nell'iconografia dei melodeathsters finnici. Questa copertina, comunque, segue l'allora appena rodata tradizione ed è stata realizzata sicuramente con cura e precisione, non facendo altro che soddisfare ogni aspettativa, senza aggiungere altro all'immaginario legato al gruppo. Terzo album, il pubblico mondiale già conosce e segue la band; ma come detto, i Bodom si aspettavano molto, molto di più che una semplice conferma. Questo album si rivelò essere molto atteso e pubblicizzato, nonché, come dicevamo, crocevia di un'autentica svolta. Se negli altri album gli elementi Power Metal erano infatti timidamente presenti, spesso mescolati dal preponderante Neoclassic Metal dal carattere sinfonico, in questo terzo album sono più riconoscibili. Si ha un alleggerimento generale della sonorità, tutto il lavoro chitarristico si prende più spazio, in una serie interminabile di assoli. L'intreccio di sinfonie ne esce fuori maggiormente accentuato, ma questo non significa che si rinuncia alla voce aggressiva e sporca. Insomma, tanta carne al fuoco e tanti spunti interessanti, da analizzare traccia dopo traccia, come di consuetudine.

Follow the Reaper

Iniziamo con la titletrack, "Follow the Reaper (Segui il Mietitore)": nei primi secondi, un vecchio "marchio di fabbrica" di casa Bodom. Udiamo infatti solo una voce inquietante, recitante un monologo, tratto dal film "L'esorcista III" (1990 - scritto e diretto da  William Peter Blatty). Un ugola dannata, intenta a pronunciare le seguenti parole: "Morte, non essere così fiera. Nonostante molti ti abbiano chiamata possente e terribile, tu in realtà non lo sei."; appena terminato questo monologo, di colpo irrompe il suono pieno con stoppate di cassa e basso, colpi anche alla tastiera che tiene benissimo il ritmo, quindi le chitarre in brevi apparizioni ruggenti. Positivo il suono di basso che riesce ad imporsi nonostante la prevalenza delle melodie, la voce si carica di cattiveria e quindi si lancia in uno scream vivace e ritmato mentre tastiere disegnano sinfonie sulle quali le chitarre tessono trame malefiche. Un retrogusto Thrash non cambia di molto l'approccio decisamente melodico, qualche influenza Black e poi una lunga serie di cori Power che si inseriscono in un contesto indubbiamente neoclassico che poi prende il sopravvento e si sviluppa in un intreccio di chitarre ricco di variazioni ed accompagnato dal rullante, costante e forte. Sta perdendo la guerra - dice - ma fa comunque finta di vincere anche se si rende conto di non essersi mai sforzato più di tanto nel suo tentativo: la vita potrebbe essere bella per tutti, forse, ma molto probabilmente è solo una merda marcia fino al midollo. E' con questa aspra ironia che prosegue il pezzo, incalza col ritmo ma incanta con la melodia; è stato superato il portale ed è tempo di voltarsi per seguire il Mietitore fino al punto del non ritorno. Mentre sferra fendenti con la sua lama dai raggi di morte, spazza via la paura ed il dolore, attraversa il proprio cuore e spera di morire per conquistare la libertà. Continua l'alternanza tra ritmo e melodia, numerose stoppate e punti in cui la melodia si arresta per ripartire alla carica con variazioni, la tastiera è grande protagonista mentre il basso si concede note ancora più gravi. Si passa di nuovo per il pre-ritornello che poi viene sospeso per un momento solistico in cui tempi sincopati accompagnano virtuose evoluzioni di chitarra e tastiera che fanno a gara a chi sfoggia l'assolo più fantastico: la chitarra è graffiante mentre la tastiera srotola barocchismi uno dietro l'altro. Nel finale un'altra voce, tratta dallo stesso film, dice "Avevo solo ventuno anni quando sono morto.". Un pezzo che non può deludere i fan e che ci riporta le tematiche di morte tanto care a Laiho.

Bodom After Midnight

"Bodom After Midnight (Bodom dopo mezzanotte)" ha un inizio inusuale per I Children of Bodom: ritmo rockeggiante, con chitarra appena distorta, sfumatura ai piatti e quindi una profusione di melodia quasi Fusion, coro cafone da stadio che si alterna alla voce malefica di Laiho, ben grattata. Il testo ci racconta una specie di battesimo, un'ordalia in cui si viene immersi in questo lago per affogare e poi rinascere per poter brillare, mandare giù un'altra pinta, andare in cerca di teste e stare attenti alla notte. Se nei precedenti album i testi erano più oscuri, insistendo in un pessimismo poetico, questi testi nuovi - pur trattando tematiche assimilabili - lo fanno con ironia e simpatia a volte. Doppia cassa prepotente, scariche di chitarra ed accordi si alternano in mezzo ad una base da Symphonic Power con qualche retrogusto Epic, specie nelle marce, il coro inneggia all'uccisione mentre passaggi di sinfonie cristalline rendono tutto magico, la voce dà quel tocco di interpretazione che fa salire ulteriormente l'attenzione per il pezzo e che precede un passaggio strumentale in cui gli strumenti si possono esprimere in altri virtuosismi neoclassici. Tutto questo succede quando tramonta il sole, sorge la luna ed inizia una battaglia tra giorno e notte: uccisioni a ripetizione, gente che viene fottuta ed uccisa a tradimento, luci di candela bruciano in un bosco più in alto mentre un tappeto volante sfreccia per portarsi dall'altra parte, al sicuro. Dei passaggi epici insomma, abbastanza inediti, che raccontano di battaglie quasi da cinema? ed in effetti in questo pezzo il tema del pre-ritornello è ispirato a The Rock (1996 - di Michael Bay), noto film d'azione dal cast stellare (Shean Connery tra gli altri!). Il fatto di tirare in ballo un film d'azione - non l'ennesimo horror - è un altro elemento che la dice lunga sui cambiamenti di stilke in atto nel gruppo. Meno distorsione, più effettistica, più simpatia ed epicità, il terrore diventa azione e questa è un'azione epica, coinvolgente e mozzafiato; ancora la tastiera sfoggia melodie da Fusioni, che si arricchiscono e si complicano, la chitarra si lancia quindi in veloci sweep per non essere da meno, un concerto fatto di barocchismi, fischi, poi la voce sporca si fa di nuovo sentire con cori inneggianti; il finale arriva con tastiere e chitarra a volontà in una stoppata conclusiva. Questo brano racconta di una battaglia in cui il Mietitore insegue gli eroi, che quindi sfuggono tramite espedienti che tengono gli spettatori col fiato sospeso; una serie di fortunate circostanze, sullo sfondo del temibile lago Bodom, fanno sì che questi riescano a trarsi in salvo. Lasciandosi il Mietitore alle spalle questi esultano inneggiando all'impresa appena compiuta. Se prima il lago era un infame teatro di morte e tragedia, adesso diventa un misterioso scenario in cui si svolgono eventi carichi di azione ed eroismo; è una bella differenza! 

Children of Decadence

Ancora titoli che celebrano le classiche parole associate al gruppo, adesso infatti c'è "Children of Decadence (I bambini della decadenza)". Se il precedente pezzo poteva essere la colonna sonora di un film d'azione, con questo pezzo si immagina un thriller che si svolge con calma, in cui gli eventi si susseguono senza colpi di scena frenetici, ma anzi pian piano che ci si rende conto di come si stia sviluppando la trama. Lo spettatore si inquieta sempre più e finisce per rimanere col fiato sospeso. Lente plettrate, un ritmo andante ma perlopiù moderato, accordi ritmici lenti e basilari, la chitarra ritmica poi plettra da sola, lancia delle stoppate seguite da un basso rombante, la tastiera sempre quasi assente, la voce si presenta disperata e più melodica del solito. Il coro è tamarro come al solito, genera una serie di passaggi Thrash, poi stoppate, di nuovo la voce in scream che si trasforma nel ritmo e nel timbro per assecondare il riffing mutevole. Non c'è un domani, nessuna speranza, cercano di correre sotto la luce della luna, in cerca di protezione, ma è una scarica di morte continua. Camminano attraverso le fiamme mentre un fuoco li divora dall'interno, basterebbe solo un assaggio di questo dolore per essere trasformati per sempre! Con fare sfacciato chiede all'ascoltatore se vorrebbe avere un assaggio di morte, lo sa che vorrebbe scoparlo fino a farlo sanguinare ma non gliene potrebbe fregare di meno visto che finirà morto nel fango; quindi provoca, dice allo stronzo di fare del suo peggio perché è pronto ad affrontarlo. Il tempo si fa più pressante, finalmente si fanno vive la tastiere con melodie non molto intricate, la voce raddoppia la velocità, poi si torna alla parte che ha aperto il brano, con qualche perla chitarristica. Sono i bambini della ribellione e combatteranno, sanguineranno, non c'è modo di convincerli con sermoni e preghiere perché sono i bambini della decadenza. Sono veri, sono dei duri, sono degli stronzi che sanguinano, una razza in estinzione; tutto distrutto e fottuto si chiede se sia davvero questo il modo in cui dovrebbe morire, ma questo è tutto quello che ha e che avrà, quindi si lascia andare senza rimpianti. Ancora Thrash, bello marcato con un ritmo che inneggia alla violenza primitiva, il groove aumenta sempre più quando la voce prende velocità alternando parti veloci e parti quasi da coro, le sinfonie accompagnano la parte per poi svilupparsi in pieno mentre gli altri strumenti iniziano la cavalcata che culmina in una serie di scream e growl. La chitarra allora prende il comando, le tastiere diventano archi che seguono ed accompagnano le evoluzioni di chitarra che non smettono di incantare, di nuovo le tastiere al primo posto sempre più veloci; assolo di chitarra malefico e fischiante, retrogusto neoclassico, virtuosismo Heavy, ancora la tastiera dal sapore Fusion e misterioso. La chitarra ritmica ruggisce ancora, stoppa e dà l'inizio ad una nuova strofa, altri colpi di scena ritmici, una marcia tritaossa e quindi l'ultima sequenza melodica con coro "tamarro", ritmo Thrash e questo lungo brano trova pace nella conclusione. Un pezzo che merita sicuramente una menzione d'onore, poco da dire!

Everytime I Die

A questo punto dell'album l'ascoltatore è già gasato a sufficienza per accogliere "Everytime I Die (Ogni volta che muoio)"; dal sound molto Rock degli anni d'oro, con tante tastiere e melodia a palate, ecco che il ritmo si fa più deciso ed il basso romba in continuazione. I passaggi veloci di tastiera disegnano atmosfere delicate, anche la chitarra solista ha un tocco leggero, poi le tastiere ricordano ancora il Rock degli anni '80, con qualche nota malinconica. Entra in gioco la voce, aggressiva e tendenzialmente bassa, poi più acuta e veloce, si prolunga, il pezzo comunque mantiene note malinconiche e tristi, lente e cadenzate anche nonostante gli sprazzi veloci e le stoppate. Il testo descrive la candela della sua vita che si affievolisce sempre più, come un fuoco sotto la pioggia, un processo inesorabile che non lascia alcuna scintilla di speranza dentro di lui; non ci sono stelle nel suo cielo, con le ali spezzate, non c'è modo per lui di volare in alto. Altra notte, altra sconfitta, con un vento cadaverico che soffia freddo come il ghiaccio, questa volta lascerà che il vento gelido spenga la candela una volta per tutte perché tutto questo sta diventando troppo doloroso da sopportare. Il ritmo si accende ed inizia una parte strumentale fatta di fischi, breve, lascia subito spazio alla strofa che si ripete, ancora melodie e ritmo che si interrompe per aprire una nuova divagazione strumentale che mette in risalto il basso pulsante e sferragliante, con un successivo assolo di chitarra che se la prende calma in evoluzioni appassionate e struggenti che sottolineano la malinconia della situazione evocata dal testo; non poteva mancare la tastiera, ancora dall'anima Fusion, che raddoppia la parte e conclude con un acuto. Il pessimismo continua, con la rinuncia alla vita: ha dato fondo a tutte le sue forze e non è in grado di sopportare un'altra notte, il desiderio di luce gli sfugge dalle dita, come gocce di sangue sulle sue braccia. Così, infine, si arrende al destino crudele dopo aver tentato, caparbiamente, di opporvisi per così tanto tempo. Un testo del genere si avvicina di più ai vecchi lavori, sembra contrastare con gli altri testi esaminati fino ad ora; eppure il sound del pezzo dà una chiave di lettura meno amara. Piuttosto che soffermarsi sulle amare sofferenze e sul non avere speranza, questa musica ci fa leggere il pezzo in un modo che ci spinge ad apprezzare gli sforzi che il protagonista/eroe compie per rimanere attaccato alla vita; probabilmente smette di lottare perché, essendo ormai spezzate le ali, non potrebbe continuare a volare in alto. La vita è quindi un'occasione meravigliosa e fonte di gioia; si abbandona a malincuore quando ormai non c'è più nulla da fare.

Mask of Sanity

Dopo le note tristi del precedente pezzo, "Mask of Sanity (Maschera di sanità)" infligge il colpo decisivo portando l'attenzione su eventi che sono capaci di sconvolgere al punto che la maschera di sanità, di salute mentale, cade via assieme alla pace interiore. Il pezzo inizia con le tastiere e poi prende una piega avvincente con ritmo sostenuto, chitarre poco distorte e tante belle decorazioni graffianti, lo scream appare per sconvolgere l'ascoltatore mentre una mitragliata di cassa dà la botta che ci smuove del tutto. Un brano che se dal punto di vista lirico sembra non lasciare speranza, dal lato musicale è una bella scossa di adrenalina che ci smuove da quel torpore del pezzo precedente. La particolarità di questo pezzo, che infatti inizia con melodie di tastiera e suoni abbastanza soft, è appunto quella di riuscire ad unire le voci estreme ed un batterismo furioso, ad un sound prevalentemente melodico in cui tutti gli altri strumenti sono leggeri e tendenti ad un Symphonic Power. Altre stoppate e plettrate serrate, variazioni alla voce, poi una variazione dal sapore epico, cori si alternano alla voce mentre le chitarre eseguono variazioni neoclassiche che suggeriscono retroscena folli. Il protagonista sta perdendo per sempre la via, il peccato della notte è ancora dentro ed il giorno si avvicina sempre più, minaccioso, non può pensare di riuscire a resistere un altro giorno ancora. Sente delle voci che lo chiamano, "sii la mia notte" - gli dicono - con fare diabolico, portandolo alla deriva e pericolosamente vicino alla follia. Le ombre lo stanno contaminando adesso, solo quelle riescono a sciogliere il dolore, mentre la pace interiore lo abbandona si risolve a sperare di perdere definitivamente ogni parvenza di sanità mentale in modo da poter meglio affrontare ciò che gli succede. Il ritmo incalza con rullante e cassa, poi un passaggio dannatamente Gothic, che inizia lugubre ma si colora sempre più grazie alle melodie di tastiera, poi ci pensa il basso a dare una bella spinta al ritmo, quindi una sfuriata Rock esce fuori dalle corde della chitarra che si lancia in una lunga e virtuosa serie di assoli, la tastiera deve seguire a ruota e quindi regala dei momenti di frenesia inaudita, squilli di chitarra ed un crescendo melodico accompagnato dal rullante, quindi i cori ed i passaggi neoclassici si ripetono fino ad arrivare al finale. Un pezzo grintoso che continua degnamente il lavoro dei precedenti brani. Alcuni passaggi, i più irruenti e meno sinfonici, sono tratti da "Talking of the Trees", brano estratto dall'ultimo demo (Shining, 1996) di questa formazione, quando ancora si chiamava Inearthed.

Taste of My Scythe

Superata la metà dell'album ci lanciamo su "Taste of My Scythe (Un assaggio della mia falce)" che, già dal titolo, promette bene: infatti, come il primo pezzo, comincia con un audio estratto da L'esorcista III. Questa volta la voce sbraita in preda alla follia omicida dicendo "Squarcia e taglia e smembra gli innocenti? i suoi amici ed ancora ed ancora e via e via", stoppate ben prolungate della chitarra ritmica, la tastiera ci fa sentire delle melodie inquietanti che vengono stemperate da una chitarra melodica e squillante. Il riffing inizia a graffiare e la tastiera si arricchisce di effetti, poi tornano le sinfonie oscure con uno scream diabolico molto in stile Black, stoppata a sorpresa e si cambia registro con un ritmo più vivace, melodie quasi Power senza dimenticare il lato horror, ma ancora violento. Nel testo il protagonista si rivolge al proprio nemico dicendo che, per colpa sua, sta vivendo una vita d'inferno, si tratta dell'odio di una persona che - rendendosi conto di star precipitando - vuole tirare con sé nel baratro anche l'odiato nemico. C'è odio e sfida, un giorno si scontreranno e sarà in grado di sopportare il vento gelido sferzante sul volto, è tempo di vendetta e tutti i suoi nemici avranno un assaggio della sua falce. Un passaggio strumentale spezza il brano, con momenti a metà tra Fusion/Progressive e Power/Thrash, questo ultimo prevale con un basso che continua a far oscillare le sua cupe corde in questa danza infernale premonitrice di morte. Lo scream arriva di nuovo, funesto e cattivo, la tastiera porta sonorità più calde in una brillante sequenza di note veloci; poi tocchi neoclassici alla chitarra vengono incastonati, come priccoli preziosismi, in una struttura musicale che continua ad accelerare e culmina, più volte, in acuti fischianti. Confidando che Dio lo aiuterà, vorrà la testa del nemico su di un vassoio per potersi fare gli occhi, vuole il suo sangue per lasciarselo impresso negli occhi. Scatti di velocità nel nuovo assolo, poi una botta Thrash ci dà l'ignoranza necessaria ad accogliere un assolo di batteria bestiale e brutale seguito da un finale con uno scream basso e roco. Un pezzo che non lascia il marchio, bello e tutto il resto ma non resta impresso in mente niente di particolare dopo averlo ascoltato; c'è come l'impressione che le parti si susseguano bene ma senza una visione precisa d'insieme.

Hate Me!

"Hate Me! (Odiami!)" ci porta ad un livello maggiore di irriverenza e di sfida: è nato dalle ceneri di odio fuso, cresciuto da demoni nelle dimore dei morti, si appoggia alla falce del Mietitore per illuminare il proprio cammino, distrutto dalle ferite della vita è rinato, diventando l'incarnazione del Male. Suono da thriller, sembra di sentire i rintocchi inquietanti dei violini mentre l'assassino si avvicina alla vittima (che fa la doccia) col coltello. Stilisticamente il pezzo è molto simile al precedente, forse un po' troppo: i suoni della tastiera sono gli stessi praticamente e forse anche alcune scelte ritmiche. La voce è ben interpretata, degli scream che a volte diventano rantoli malefici, con sporche melodie, poi alcuni accordi in stile Thrash, il riffing è abbastanza prevedibile ma rimane interessante con variazioni. Il basso è costante, veloce e vario, fa piacere seguirlo; poi un crescendo di melodia ed il suono si apre in una carica melodica, non tanto veloce, che porta nuova linfa vitale al pezzo, specie quando diventa un blast feroce ed il basso fa dei passaggi virtuosi che aprono le porte a degli assoli di chitarra. Non ha alcun rispetto per l'umanità, dice, non ha mai desiderato l'immortalità l'ombra del Mietitore nella quale ricade oscura il suo cammino. La particolarità di questo testo è che se, nei precedenti album, il Mietitore era una presenza misteriosa e malefica; nei precedenti pezzi di questo album era un "cattivo" dal quale fuggire; in questo brano (ma anche nel precedente, a questo punto) il Mietitore è il protagonista col quale si identifica Laiho. Sappiamo che le vicende personali del frontman lo hanno portato spesso a confrontarsi con la Morte, personificata dal personaggio del Tristo Mietitore: se in passato il rapporto era conflittuale, forse deve essersi affezionato alla sua presenza, talmente tanto da arrivare ad identificarsi in lui. Possiamo immaginare come nei più sfrenati desideri questo volesse diventare il Mietitore per fare strage dei propri nemici (lo abbiamo visto nel precedente pezzo), adesso addirittura si vanta - infischiandosene dell'odio che attira su di sé - della propria malvagia oscurità. Il pezzo continua ad alternare momenti allegri a momenti oscuri, la presenza ritmica del Thrash è sempre pronta a sostenere il pezzo; nemmeno l'ombra dei cori, che a sorpresa danno solo una risposta vicino al finale, prima dei rintocchi delle campane a morte che si prolungano per un po' fino a portare ad una parte ritmata con variazioni sinfoniche alla tastiera. Tempi sincopati, molto cadenzati, colpi al rullante e via con un nuovo assolo graffiante che poi raddoppia. Invita tutti gli stronzi a tenersi alla larga da lui, è stato battezzato nell'alcool, è l'immagine stessa dell'Anticristo, l'incarnazione di ogni male. Nel finale tornano prepotenti le influenze Black con un coro di scream, variazione al basso e quindi si lancia ancora la melodia tra una tempesta di colpi alla batteria che arriva a lanciare un ultimo blast, carico di cattiveria, fino al gran finale. Un pezzo che solleva l'asticella della qualità, specie per il testo che ci mostra un atteggiamento del tutto nuovo.

Northern Comfort

Passiamo a "Northern Comfort (Conforto nordico)", altro pezzo che si concentra sulle vicende del Mietitore che adesso non è il protagonista, neanche il nemico? ma addirittura è un salvatore. Botte al timpano, riff dal sapore Progressive Thrash Metal, il ritmo fa da padrone e le tastiere stanno alla larga fino a quando non arriva la voce, anche a quel punto non osano troppo, la melodia viene portata avanti dalla chitarra melodica ma pian piano le tastiere iniziano a tracciare atmosfere cupe, un mero accompagnamento per la devastazione sonora, continua. Lui è il solo che gioca col fuoco nella notte, che spaventa la gente con la sua terribile falce, è il solo che dice a Lui di vivere giorno per giorno, sta sempre solitario. Adesso l'ha lasciato ma non era ancora pronto ad affrontare la luce solare, gli chiede di portarlo con sé, di portarlo lontano, via dall'anima; di lasciar perdere i cieli perché il Mietitore è quello che non mente mai. Ci danno dentro con delle stoppate, dopo un blast furioso con tripudio di melodie che si intrecciano frenetiche mentre c'è l'invocazione al Mietitore; quindi il suono si calma e diventa un passaggio strumentale che permette al basso di esprimersi ancora meglio. La tastiera fa brevi apparizioni soliste, di nuovo la strofa con rinnovata aggressività, un botta e risposta tra voce e chitarre, quindi ancora il basso viene lasciato assieme alle tastiere in un crescendo di ritmo e velocità che lancia un assolo molto melodico e tranquillo che viene spezzato da fischi striduli. Corre via per sottrarsi alla sofferenza, suda ed il sudore diventa gelido a contatto col corpo, impazzisce perché non è pronto per la falce, è troppo vivo ma vuole comunque essere portato assieme al Mietitore. Invoca quindi il cielo a prenderlo con sé, così come il fulmine è in alto vicino alla luna, vuole avere un qualcosa che scenda a prenderlo. Assolo barocco di chitarra, la tastiera segue, quindi inizia una follia di stoppate bestiali, poi una variazione della strofa in cui la voce spinge con tutta la sua potenza, poi si lascia un po' di spazio agli strumenti prima di riprendere in uno stile molto aggressivo che si avvicina al Black. Di nuovo le influenze Power chiudono il pezzo. Non è meraviglioso, ma fa comunque la sua figura, un pezzo niente male.

Kissing the Shadows

A chiudere l'album ci pensa "Kissing the Shadows (Baciando le ombre)" che inizia con dei colpi di batteria che si dà davvero da fare, lo stile è a metà tra Thrash e Power, poi le sinfonie prendono piede e si impongono sempre di più stirando il ritmo, quindi le chitarre iniziano con le plettrate serrate e costanti che, verso la fine del riff, si fanno più ritmate. La voce esegue metriche semplice che consentono l'inserimento di tanti mini-assoli strumentali, chitarra e tastiera infatti compaiono spesso con parti imprevedibili. Ecco di nuovo la chitarra da sola, poi il rullante, stoppata con un secondo di silenzio e si riparte tutti insieme con la strofa che viene precocemente interrotta da una chitarra tagliente ed una variazione melodica e squillante della parte strumentale, con stoppate ad effetto. Un testo che sembra essere liberatorio, si trova infatti in alto la sua ombra che sorride a lui, in basso, che riesce a sentire quell'ombra che respira serenamente. Lui corre dietro questa ombra, percorrendo le valli delle anime tormentate - una bella immagine che ci fa pensare a questa entità celestiale che proietta la propria ombra mentre lui la segue da sotto affannandosi per starle dietro - accarezzando quella ombra, vuole solo baciare quell'ombra. Riesce a sentirne il profumo, e se solo lei volesse lui potrebbe attraversare la linea (tra la vita e la morte probabilmente) e seguirla. Nonostante la violenza ed il ritmo acceso si riesce ad intuire anche musicalmente che il pezzo è gioioso, gli inserti barocchi si susseguono in modo vivace, i suoni sono cristallini e squillanti, il ritmo poi vuole prendere il controllo e quindi il rullante si impone permettendo alla chitarra di sfoggiare un altro assolo virtuoso, seguito dalla puntuale tastiera, si innesca così un duello di assoli in cui tecnica ed una lunga lista di effetti e sonorità si sfidano, si scontrano attendendo il proprio turno per riversare sull'ascoltatore un'overdose di barocchismo, neoclassicismo e tecnica. Questa cascata travolgente diventa incontrollabile quando chitarra e tastiera si uniscono nel passaggio finale, che viene concluso con quello che sembra un rombo di tuono. La fuga del protagonista, per raggiungere questa ombra, viene rappresentata a dovere dagli strumenti solisti che non smettono di "correre" in una vorticosa serie di note. Un finale degno della situazione.

Conclusioni

Tirando le somme, non possiamo certo spendere parole negative, per un album di tale caratura. Si tratta, in fin dei conti, di un disco che, in qualche modo, segna un passaggio, al contempo scavando un lieve solco fra passato e presente. Si finisce con le influenze decadenti e vagamente gotiche, ed al posto di queste prende piede l' "allegria", a volte veicolata da trame avventurose ed imprese eroiche che ci tengono col fiato sospeso; altre volte ci sono riflessioni positive che ironizzano, anche in modo sfacciato e con una certa aria di sfida, sugli aspetti negativi della vita. Intendiamoci, comunque: parlare di "allegria" in un contesto dedicato ai Children of Bodom lascia presupporre il fatto che voi tutti capiate quanto il termine debba essere inteso in senso non troppo "esplicito". Da prendere con le pinze, insomma. Eppure, ascoltando alcune esplosioni sonore ed alcune galoppate melodiche, il tutto sembra incredibilmente meno cupo di qualche anno prima. Forse, perché Laiho ha smesso quasi definitivamente di desiderare la morte, si rende conto delle potenzialità e delle ottime esperienze che la vita può regalare, quindi vi rimane attaccato (anche se non a tutti i costi), e potrebbe rinunciarvi solo per amore. In questo album si registra un calo nella distorsione della chitarra ritmica che, di conseguenza, approfitta maggiormente dello stile Thrash Metal quando essa vuole fornire un ritmo più coinvolgente e riconoscibile, le parti Black sono davvero poche e si limitano ad alcuni momenti in cui gli scream e le sinfonie di tastiera, unite ad un blast prepotente sulla cassa, ricordano gli schemi di un certo tipo Symphonic, tenendosene abbastanza distante in fin dei conti. Il Power diventa quindi una risorsa alla quale entrambe le chitarre attingono: sia in alcune ritmiche accentuate che accompagnano molto bene il lavoro di tastiera, sia in alcuni assoli squillanti che ben permettono l'alternanza tra ritmo e melodia. In tutto questo il basso riesce ad emergere, un sostegno davvero irrinunciabile che fa la differenza ed a volte si prende anche qualche "sfacciata" confidenza, al punto di concedere delle variazioni ritmiche che non mancano di catturare l'attenzione e coinvolgere un ascoltatore sicuramente conquistato da cotanta maestria compositiva. Se nei precedenti album lo stile del connubio chitarra/tastiera andava a parare quasi sempre nel neoclassico barocco, adesso (anche grazie a riferimenti Progressive/Power) ci sono momenti spiccatamente Fusion (anche se questo discorso, a dire il vero, vale maggiormente per la tastiera). A livello lirico abbiamo qualcosa di variegato: ci sono i momenti avventurosi, quelli riflessivi, quelli oscuri e quelli che sfidano con strafottente tracotanza uno spauracchio prima d'ora mai trattato in tal guisa, ovvero la Morte. Proprio lei, l'ombra incappucciata! Tutta l'irruenza giovanile si trasforma in un turbine di entusiasmo, che coinvolge anche l'ascoltatore. Un marasma in cui la morte è ancora presente, nelle sembianze del Mietitore che adesso non fa poi così tanta paura: in alcuni casi è il cattivo che, anche grazie alla fortuna che aiuta gli audaci, si può seminare e sbeffeggiare; in altri casi è addirittura un salvatore che, al contrario della vita che a volte può essere crudele, non guarda in faccia a nessuno e ci dà pace dalle sofferenze; in altri ancora diventa un impagabile complice nel trarre succose vendette a scapito dei propri più odiati nemici. In sostanza, i Children of Bodom confermano con questo album che vogliono fare sul serio, che meritano tutta l'attenzione che ruota attorno a loro ed al loro leader, tirando fuori un album che mostra dei progressi ed anche un piccolo cambiamento di rotta che non può che arricchire - ulteriormente - la proposta musicale del gruppo. La svolta è compiuta, l'intero entourage di Espoo poteva tirare un bel sospiro di sollievo e godersi "Follow.." nell'atto di scalare le charts di tutto il mondo. Insomma, una virata ben riuscita, degna d'esperti navigatori e timonieri. Un successo ormai conclamato, che aveva portato il combo finnico a raggiungere risultati ormai degni di una band di veterani. Pollice in su, quindi, ed ancora complimenti ad una delle realtà più interessanti del panorama metal di quegli anni. E non solo di quegli anni, dopo tutto.

1) Follow the Reaper
2) Bodom After Midnight
3) Children of Decadence
4) Everytime I Die
5) Mask of Sanity
6) Taste of My Scythe
7) Hate Me!
8) Northern Comfort
9) Kissing the Shadows
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