CHILDREN OF BODOM

Are You Dead Yet?

2005 - Spinefarm Records

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
07/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione recensione

Corre l'anno 2005 quando i Children of Bodom di Alexi Laiho tirano fuori "Are You Dead Yet?", anche questa volta con la Spinefarm Records, anche questa volta affiancata da un colosso mondiale che - in questo caso - è rappresentato dalla Universal Music Group. Ci troviamo la ormai tradizionale trafila di edizioni: quella normale, quella per il Giappone, quella in CD e quella in musicassetta... tutte sono pubblicate dalla Spinefarm Records, tranne una che verrà pubblicata dalla U.M.G.; le prime ristampe vedranno la luce appena un anno dopo, a dimostrazione che le vendite non hanno deluso neanche questa volta. Negli anni abbiamo visto lo stile della band, o per meglio dire del carismatico Laiho che ne tiene le redini, cambiare spesso direzione: da un esordio che mescolava in modo esplosivo una miscela di Death/Black e Power Metal con barocchismi, una fase in cui le melodie e le sinfonie hanno preso il sopravvento, ed infine un ritorno alla violenza con influenze Thrash e Fusion che fanno capolino soppiantando quel barocchismo che ha tanto contraddistinto il gruppo nella fase iniziale. Durante l'esame dei precedenti album ci siamo molto soffermati sulle vicende personali di Laiho perché, si è notato, la musica dei Children of Bodom altro non è che lo specchio delle emozioni di questo artista, che usa le canzoni come valvola di sfogo per esprimere ciò che gli passa per la testa. Dopo un periodo iniziale di tendenze suicide, il talentuoso ragazzo trova la forza ed infine l'amore in Kimberly Goss, con la quale convola a nozze nel 2002; ma già nel 2004 i due si separano, pur mantenendo buoni rapporti ed una sincera amicizia nonostante tutto. Nello stesso anno Laiho esordisce col gruppo Kylähullut, (nome che si può tradurre come "Gli scemi del villaggio") in cui fa una specie di Crossover Punk grezzo ispirato all'alcool. Questo è il retroscena dal quale possiamo aspettarci alcune riflessioni non propriamente ottimistiche come quelle del precedente album. Riguardo alla musica c'è da dire che anche in questa occasione è stato Laiho a curare la composizione dei pezzi, il suo ruolo è diventato ormai quello di leader carismatico ed incontrastato del gruppo, che conta tra i suoi ranghi i componenti dell'esordio: Alexi Laiho alla voce e chitarra solista; Janne Warman alla tastiera; il membro storico Alexander Kuoppala viene sostituito da Roope Latvala alla chitarra ritmica e cori (probabilmente incontrato grazie al suo passato nei Sinergy); Henkka T. Blacksmith al basso e Jaska Raatikainen alla batteria. Osservando la copertina vediamo, ancora una volta, la tradizione della presenza del Tristo Mietitore che prosegue. Nei primi anni questi era rappresentato in paesaggi naturalistici, mentre solo col precedente album lo abbiamo visto calato in un paesaggio tipicamente urbano; adesso lo vediamo addirittura sorpreso da una telecamera di sorveglianza! È proprio questa l'impressione che dà la grafica: inquadratura molto ravvicinata, i pixel di uno schermo e le immagini che sembrano tratte da una telecamera notturna ad infrarossi. Il Tristo Mietitore, probabilmente poco avvezzo alla tecnologia, si avvede della telecamera di sorveglianza all'ultimo momento e questa immagine ferma proprio quell'istante in cui il Mietitore, muovendosi di soppiatto per raggiungere la prossima vittima, si rende conto di essere ripreso. Andiamo allora a scoprire il sound di questo album.

Living Dead Beat

"L'ottimismo è il profumo della vita" disse il poeta, nessuna frase potrebbe essere meno adeguata di questa per descrivere "Living Dead Beat (Un battito morto vivente)". Forti influenze di Elettronica, un ritmo crescente quasi da Dance, con i piatti a scandirne i tempi; l'atmosfera non è festosa ma è sfacciatamente Dark, si aggiunge una tastiera nostalgica (che ci aspetteremmo di trovare nella sigla di un telefilm poliziesco anni '70), possenti colpi di chitarra ritmica e bassa, la melodia si arricchisce e si fa più complessa, la chitarra ruggisce e poi irrompe la voce che incita al baccano, stacco di batteria, la chitarra ritmica resta sola per qualche battuta tagliente. Il basso si fa sentire, molto distorto ed irruento, e la voce inizia una strofa da Thrash incazzoso (alla Kreator per intenderci). Molte le stoppate e ripartenze, il tempo è marcato dal pestaggio alla batteria, poi un ritornello con coro melodico che fa pensare ad un Thrashcore, seguito da un piccolo assolo di chitarra, nello stile di Laiho, che sfugge in fretta. Dicevamo sull'ottimismo del pezzo: nel testo si parla dell'attesa prima che arrivi il pestaggio dell'oscurità, frastornato e ferito attende una nuova guerra, decadono di giorno in giorno quindi rifuggono la luce del sole, scavano da sé un'uscita dalla propria sepoltura. Cattivo fino al midollo, cresciuto nei peggiori bassifondi, non è di certo un fottuto modello da guardare dall'alto verso il basso; si fottano tutti! Non è il tempo di pensare al futuro o al passato, col velo dell'oscurità loro vivono e sono ardenti. Il concetto della fiamma torna ancora una volta: spesso Laiho lo collega al cuore, e quindi la fiamma rappresenta la vita come irruenta ed incontrollabile, selvaggia e libera. Le tastiere tornano ad accompagnare la strofa, il basso pesta forte e si fa strada sferragliando malevolo, le chitarre ritmiche si ritagliano uno spazio di primo piano, la voce torna e si alterna volentieri con dei cori, la chitarra solista si produce in passaggi graffiati, abbellimenti ultratecnici a fine riff, imprevedibili armonici distorti. Altra cavalcata con una batteria ben piazzata che aggredisce ogni spazio con piatti ed un rullante acuto; assolo neoclassico alla chitarra, poi ancora un basso distorto e chitarra con ostinati armonici sporchi, un altro assolo neoclassico che poi va a parare sulla Fusion più spudorata. Si riprende con una variazione del ritornello con perle di chitarra. Non hanno paura di piangere, con il loro dolore e la loro sofferenza, non hanno paura di cadere in basso, volano verso la notte: vivendo come dei morti non moriranno mai. Questo è il concetto che sta alla base del testo: il vivere la vita in maniera sregolata, facendo tutto quello che ci passa per la testa, combattendo e bevendo come dei matti, tenendo bene in mente che siamo morti, quindi non abbiamo più nulla da perdere. Un uomo che non ha più nulla da perdere è l'uomo più pericoloso che esista, e guidato dal rancore e con gli occhi accecati dalla rabbia la sua furia è incontrastabile. Per comprendere meglio la portata (e la saggezza) di questi concetti, basti pensare ad Hagakure (la Via del Samurai - di Yamamoto Tsunetomo) dal quale possiamo trarre queste conclusioni: "Il Codice del Samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti. È questa l'essenza del Codice del Samurai."; che va letto assieme a questo assunto: "Incedere come folli accanto alla morte significa "diventare pazzi". Se nella Via del samurai si coltiva la capacità di giudizio, si verrà presto sconfitti.". Quando Laiho si immagina cadere in basso e non ha paura, perché si ritiene già morto, sta applicando il primo concetto; quando Laiho si abbandona al combattimento ed alle bevute selvagge, sta applicando il secondo.

Are You Dead Yet?

Passiamo alla titletrack: "Are You Dead Yet? (Sei già morto?)", un titolo che trasuda sfida, sfacciataggine; in realtà nasconde delle riflessioni ben profonde. Chi ha seguito bene l'esame della discografia dei Children of Bodom sa che Laiho ha un acerrimo nemico... in se stesso; gli avvenimenti nella vita personale - la separazione con Goss - di certo avranno influito non poco. Si racconta una battaglia, "non sente né giudica, non gli importa di nulla, capovolge il cielo con dita sanguinanti fino a morire". Stoppate iniziali pestano forti e prepotenti seguite da una cavalcata chitarristica, la voce che prorompe in urla di incoraggiamento. Il ritmo sembra prendere una pompata deriva Death, passaggi acuti con armonici di chitarra, il basso è imponente in sottofondo, stoppate dal gusto Deathcore, le melodie sono tutte della chitarra solista mentre la ritmica esegue scarica di plettrate compatte, poi sinfonie di tastiera in sottofondo. Passaggio melodico neoclassico, il basso pulsa cattivo mentre il ritornello è eseguito da una voce meno grattata, più melodica, ancora una volta le influenze Hardcore sono evidenti. A questo punto possiamo iniziare a trarre delle prime conclusioni sulla scelta di sound dell'album: proprio in ragione di una fase più sregolata di Laiho (che si dà anche al Crossover Punk con un altro gruppo), entrano in gioco dei suoni più grezzi e dunque il comparto Thrash/Death si tinge di Hardcore. Proprio questo collegamento di sonorità offre l'occasione di inserire gli immancabili cori, ma il rovescio della medaglia è che il ruolo della tastiera è notevolmente ridimensionato e gli assoli neoclassici/fusion rischiano di essere fuori luogo, ma rimandiamo queste considerazioni alla conclusione. Si rivolge al nemico: "guardami bene", gli dice, "distruggi tutto ciò che sarai, la tua carne corrotta, la tua anima sporca io osservo attraverso lo specchio!"; stupenda l'immagine in cui racconta di sferrare un pugno alla propria immagine riflessa allo specchio, che si rompe in mille pezzi con un'esplosione di schegge che lo tagliano. Insanguinato e morente, riflette, "dovrei pentirmi o domandarmi sei già morto?". Una battaglia contro se stesso, dunque, in cui si scaglia contro i propri difetti che gli corrompono anima e corpo; così facendo però distrugge anche se stesso ed arriva a chiedersi se questo dovrebbe farlo desistere o meno. La musica si fa più cadenzata, le stoppate ed i cambiamenti repentini rappresentano bene questa frenesia suicida, la voce è feroce e riflette l'accanimento contro se stesso; se, tecnicamente, abbiamo più volte notato l'inadeguatezza vocale, in questa sede - e con queste sonorità Deathcore - bisogna dire che la voce è perfetta! Momento melodico con tripudio di chitarre, ritmo ben sostenuto e poi evoluzioni fischianti, sguaiate, ruggenti, crescendo di intensità ed una nuova scarica di acuti prima di riprendere col ritornello accompagnato da un blast di cassa. Dopo la furia autolesionistica, si rialza per rigenerarsi perché vuole negare di essere quella persona che odia così tanto; la finzione in cui vive gli tiene gli occhi bendati, ma scoprirsi per quello che veramente è lo porta alla ripugnanza di sé, la sua nemesi è proprio il fatto che colui che più odia, altri non è che se stesso. Un testo profondo, che riassume uno stato d'animo travagliato, una sofferenza che è tanto amara quanto invece era gioiosa la stessa persona non tanto tempo prima.

If You Want Peace... Prepare for War

Il prossimo brano è "If You Want Peace... Prepare for War (Se vuoi la pace... preparati alla guerra)", titolo mutuato dal classico adagio latino si vis pace para bellum riadattato dal Epitoma rei militaris di Publius Flavius Vegetius Renatus. Un pezzo battagliero sin dalle prime battute, un pestaggio fatto di stoppate nette e cadenzate, poi un profluvio di violenza e velocità con una chitarra frenetica e degli interventi di tastiera in sottofondo; ecco che poi saltano fuori le influenze Crossover con un ritmo casinaro e devastante, chitarra ritmica e basso all'unisono, batteria in controtempo, devastazione ai piatti. La voce insiste sulla bestialità più sguaiata, mentre la chitarra solista applica qualche perla che poi prende il sopravvento diventando una variazione melodica, passaggi quasi horror alle tastiere e quindi si aprono le porte ad una ritmata fase strumentale che fa da preludio ad una nuova strofa. Il pezzo è molto veloce, le diverse parti si susseguono in modo frenetico ed è difficile seguirle bene; tutto è un caos fatto di un ritmo costante e ben riconoscibile, pestato di brutto, sul quale vengono innestati fugaci interventi - una volta di chitarra, un'altra di tastiera - che arrivano e scompaiono in un istante. Il pezzo è battagliero sin dalle prime parole: preferirebbero essere morti, 5 piedi sotto terra per vedere la propria umanità corrotta; saranno presto là, con una luna alta nel cielo notturno, ma adesso devono alzarsi e combattere! Scarica la propria rabbia, adesso sfida la Morte stessa che ha chiamato il suo nome: avrà la pace nella morte, sì, ma se vuole avere quella pace deve prepararsi alla guerra e quindi lotterà contro la morte, la aspetterà e le darà battaglia arrivando perfino a morderne la falce. Si fotta la Morte! La affronterà a viso aperto, la sfiderà, non tanto per aver salva la vita - che per lui è solamente fonte di sofferenza - ma più che altro per sfogare la rabbia. Ancora una volta entra in gioco il concetto che abbiamo affrontato discutendo del primo brano: quella ferocia disumana di chi non ha più nulla da perdere e perciò non teme la morte, quella folle frenesia battagliera di chi si abbandona alla furia ed alla follia. Il pezzo si ripropone in maniera identica, con lo stesso, una volta arrivato a metà. Nella fase centrale c'è una ricca parte melodica a fare da spartiacque, una stoppata improvvisa ed ecco arrivare il tanto atteso momento Fusion, evoluzioni veloci ed una sfida di assoli che si susseguono in fila mentre la ritmica si fa incalzante; poi fischi conclusivi, finto finale, e la battaglia riprende con evoluzioni discendenti, stoppate alla batteria e quindi si ripropone la stessa parte già apprezzata. Un brano in cui convivono sonorità molto differenti tra loro: nella frenesia delle strofe questi convivono bene, in alcuni passaggi però non fila tutto liscio e l'ascolto si fa spigoloso (anche se probabilmente è voluto).

Punch Me I Bleed

"Punch Me I Bleed (Mi dai pugni io sanguino)" si presenta con delle plettrate ritmate e variazioni, piatti, atmosfera alle tastiere e le chitarre, che dopo un po' diventano due; la tastiera si fa più evidente, il ritmo si accende e la batteria pesta sul rullante. Per la strofa si passa a dei tempi più cadenzati, lenti e regolari, la voce è sporca, aspra, feroce, molto ben riuscita, poi si riprende con la parte strumentale iniziale che si evolve con più variazioni alla chitarra. Inizia quindi un botta e risposta sinfonico tra voci e chitarre stoppate, le influenze Death/Black alzano il tiro, poi un crescendo dinamico fino ad arrivare alla ripetizione della strofa. Osserva il regno che ha costruito, è un regno fatto di vergogna e colpa; torna indietro per valutare tutto ciò che fino ad ora ha realizzato, vede l'altro che giace nei pressi di un ponte, in attesa della luce. Non si può più tornare indietro, attraversa la camera, scende e si addentra sempre più nell'oscurità che cancella qualcosa di sé, sostituendolo con la pazzia; malconcio entra, curvo sul pavimento, cercando modi per lenire il dolore e riflettendo sul fatto che ciò che non ti uccide ti fa solo incazzare. Un pezzo pesante, crudo e pieno di risentimento, la musica è tosta ed ogni barocchismo e preziosismo è lontano, il ritornello è molto melodico ma anche malinconico: un crescendo, poi ci sono delle parti Fusion che stanno davvero male, sembra che questo assolo dovesse ficcarcelo dentro per forza, quindi si torna di nuovo in ambito Death, le sinfonie stoppate ed i cori estremi, variazioni alla chitarra ed alla batteria, poco presente il basso che fa il suo senza andare oltre. Sanguina, mentre viene picchiato, non riesce a mandare via il proprio aggressore; ancora una volta non è chiaro chi siano questi personaggi ma sembra che si tratti sempre di lui. Un pezzo suonato bene, ma anonimo: un assolo messo là tanto per, la ripetizione delle medesime parti, poco mordente. Quello che invece sorprende positivamente è il miglioramento alla voce, lo si può sentire chiaramente. Il pezzo si conclude senza lasciare chissà quale ricordo di sé, non si tratta nemmeno di un'occasione sprecata: non era un'occasione, tutto qui. Lo stile di Laiho, fatto di intricate parti di chitarra che si avvicendano a ritmi frenetici, continue variazioni che tengono l'ascoltatore col fiato sospeso... tutto questo semplicemente non c'è; a questo aggiungiamo il fatto che si tratta di uno dei brani più lunghi dell'album ed il danno è fatto!

In Your Face

Arriva "In Your Face (In faccia)", già il titolo è abbastanza eloquente: in your face è un modo per dire diretto, dritto al punto, una "cosa detta in faccia" appunto. Ciò si traduce in plettrate solitarie, un tribale vigoroso sulle pelli, urlo acuto che apre le danze, tastiere cristalline che si inseriscono bene a livello compositivo, ma non c'azzeccano niente col mood del brano: c'è una chitarra ritmica stoppata, un tribale feroce di pelli, urlo di sfida e poi delle tastiere romantiche. La sinfonia prende il sopravvento con dei toni epici, gli accordi si fanno più cupi, la chitarra prosegue come un carro armato con una ritmica che culmina in uno sweep, la batteria risponde con un tupa tupa di scuola Thrash e quindi la voce adotta delle metriche da Technical Thrash, con tempi sincopati, stoppate improvvise, frenesia e pestaggio garantito. E' una musica incazzosa, che porta alla mente gli Exodus più scalmanati, o meglio ancora i Testament (visti gli inserti melodici alla chitarra). Nel testo si parla di una rivolta, una battaglia, confusione, rissa, pestaggi: chiede al proprio avversario di guardarlo e dirgli cosa vede, vede forse un altro trofeo? Ebbene lui ha portato con sé la follia, la "normalità" non è ciò che si pensa sia reale, sa bene che quello che l'avversario in realtà vuole è soltanto morire. "Non me ne frega un cazzo stronzo!" Una frase che ripete in modo ossessivo, con violenza che aumenta ad ogni ripetizione. Non starà lì buono ad aspettare il dolore e la morte, si farà avanti con la propria pistola, carico di follia, e nessuno potrà cazzeggiare con lui, nessuno potrà fermarlo quindi si fotta l'ipocrisia e si fottano tutti quanti! Sono decisamente lontani i testi romantici, i cuori in fiamme, gli struggenti amori eterni, i laghi incantati e scenari simili: adesso c'è un pazzo scatenato con una pistola in mano ed il dito smanioso di farla finita. Il pezzo mantiene vivo un forte ritmo, le chitarre offrono variazioni anche alternando parti veloci a riff molto cadenzati e secchi, poi un momento più melodico in cui la voce si fa più chiara e pulita; viene lanciato l'assolo che è un bella evoluzione di assoli con pause a sorpresa, tutto graffiante con un finale Fusion che però viene introdotto gradualmente e quindi ci sta bene. Dopo una stoppata riprende il pestaggio e la batteria ci dà dentro come si deve, poi si torna alle influenze Death con ritmi sostenuti e riff che finiscono in sweep. E' davvero inferocito: sfida l'avversario a dire anche soltanto una parola e giura che lo ammazzerà in un minuto; potrà anche cambiare il proprio look, canalizzare in altri modi la propria rabbia, ma la verità è un marchio indelebile che resta stampato in faccia. Poi un coro che urla "Arriva!", come fosse un missile o qualcosa del genere, si ripete il ritornello e tutto il blocco annesso, il finale arriva con delle stoppate improvvise. Un pezzo che non esalta, ma certo molto migliore del precedente.

Next in Line

Proseguiamo allora l'ascolto con "Next in Line (Il prossimo della fila)", le tastiere si fanno vive sin dai primi secondi, sembra di ascoltare un Symphonic Rock con delle chitarre ben distorte, poi il pezzo entra presto nelle corde tipiche dei Children of Bodom, il basso salta fuori spesso e volentieri ritagliandosi spazio con sonorità più alte del solito. I tempi sono ancora lenti e ben marcati, cadenzati, poi un'altra cavalcata strumentale col basso che vuole farsi sentire e sferraglia malvagio. Variazione alla voce con un botta e risposta col coro, poi si scatta di velocità con un tupa tupa da Thrash al rullante, il ritornello melodico è abbastanza scontato, poi arriva una specie di assolo che spazza via la monotonia ed infiamma il pezzo, gli dà ritmo e la batteria pesta più feroce di prima. Sono molte le stoppate, se prima il sound del gruppo si fondava su questo frenetico rincorrersi ed attorcigliarsi di melodie dalle trame sempre più sofisticate, adesso - messi da parte i barocchismi - si punta su un approccio più diretto, ritmato... inutile dire che si perde davvero molto di quello che ha fatto la fortuna del gruppo e di Laiho stesso, in prima persona. L'approccio diretto, come già notato in precedenza, mal si concilia con quei passaggi virtuosi di stampo neoclassico/fusion che il frontman si ostina a proporre; una volta cambiato approccio nella strofa ci si aspetterebbe, per coerenza, degli assoli altrettanto diretti e graffianti, non dei virtuosismi neoclassici! Il testo è un po' banale, si è persa quell'ispirazione dei primi testi: molti riempitivi e frasi di circostanza come "un altro giorno è passato", "io ti dico questo", "tu mi dici quello"... semplicemente monotono, poco ispirato. Insomma lui è il prescelto, destinato a massacrare l'umanità, per lacerare le anime e distruggere tutto quanto; non ha senso contrastarlo. La banalità di queste frasi si ripeterà per tutto il pezzo, a voler comunque trarre qualche spunto da questa aridità potremmo pensare che in questo caso il protagonista si immedesima col Mietitore stesso; perché chi, oltre il Mietitore, è predestinato a prendere le anime dei mortali con una forza irresistibile? Il basso è il pezzo forte del pezzo, la chitarra a volte fischia e squilla, avvincenti sono le cavalcate Thrash, il ritornello è un po' banale e sa di già sentito, alcune variazioni sono prevedibili, gli assoli sono abbastanza indovinati ma non fanno saltare di gioia, verso il finale arriva l'ennesimo assolo Fusion che è bello a sentirsi ma non c'azzecca niente con la base, una sfida di assoli che si susseguono in uno sfoggio di tecnica che sembra fine s se stesso. Si conclude così un brano insipido: suonato a meraviglia - questo è scontato - ma piatto in alcuni punti, incoerente in altri, banale in tutti.

Bastards of Bodom

Ancora ritmo ben marcato: basso e batteria pongono le solide basi mentre una chitarra scorre sul manico graffiando; stiamo ascoltando "Bastards of Bodom (I bastardi di Bodom)". Ormai, quella di inserire almeno un brano dedicato al temibile lago, è diventata una tradizione consolidata; in questo album le torbide acque della morte si esprimono con ritmi cadenzati, riff stoppati ed una batteria quadrata. Stoppata, urlo di incoraggiamento, le tastiere entrano in gioco e la chitarra è rockeggiante ed incita alla baldoria, un pezzo che sembra quasi gioioso: voce e chitarre melodiche dialogano in un botta e risposta continuo fin quando le chitarre non prendono il sopravvento lanciandosi in una variazione melodica in crescendo. Il prossimo botta e risposta è reso in un accordo più basso, la voce graffia feroce, poi le chitarre si fanno più corpose, creano un solido muro sonoro; momento di solo del basso che pulsa cupo e veloce, poi ripartenza con il botta e risposta che adesso è una strofa che si fa spesso viva. I fatti del lago Bodom vengono descritti nel testo come ormai lontani (in effetti è così!) però, si precisa, portano con sé ancora dei segreti, dei misteri irrisolti; un seme un tempo piantato nella notte, con l'alba cresce e lui ne è il risultato. Lui è uno dei bastardi di Bodom, una creatura nata per mietere vittime, seguendo l'esempio del Mietitore torna al lago che è il suo luogo di origine e quindi attende, in agguato, le prossime vittime da ghermire. Non ha bisogno di un motivo valido per fare tutto questo, quindi possiamo fare anche a meno di chiedergli spiegazioni: tutto quello che vuole è farci andare all'inferno con la lama della sua falce. Il pezzo è un omaggio al passato anche nella musica, che tradisce la stessa sensazione di gioia che caratterizzava i primi lavori del gruppo - si leggono anche vaghe influenze Deathcore - che però viene decisamente calmata dallo spirito del presente album, che di gioioso ha davvero poco. Assolo squillante e sensazionale, ancora il basso viene lasciato solo a portare un ritmo cupo, il ritmo è acceso e forte, marcato, sul finale gli strumenti stoppano all'unisono. Le tastiere sono praticamente le grandi assenti dell'album: in realtà ci sono, suonano un po' ovunque, ma non hanno mai parti decisive, sono sempre un accompagnamento in sottofondo. Il protagonista continua a raccontarsi: è nato per porre fine alla vita, è un demone mutaforma a cui piace uccidere per sport; tale padre, tale figlio! Abbiamo visto la vicenda del lago raccontata davvero in tante salse, prima in senso horror, poi in una specie di thriller, poi in toni epici in cui gli eroi sfuggivano alla morte compiendo mirabili gesta, adesso tutto il fascino ed il mistero si levano di torno e fanno spazio ad una strafottente cattiveria. Un brano valido, un po' fuori luogo in questo album però.

Trashed, Lost & Strungout

I toni abbandonano ogni pretesa festosa con "Trashed, Lost & Strungout (Pestato, perso e fatto)", la separazione con Goss ha sicuramente avuto degli effetti nefasti in Laiho, uno di questi è stato certamente quello di portarlo verso la strada dell'assuefazione, specie l'alcool. Il testo è molto significativo questa volta, descrive il momento in cui si cammina alla cieca e si cade durante il percorso, è difficile attendere mantenendo alto l'onore e la discrezione, lui dovrebbe saperlo ormai quanto in basso può arrivare. Prima di farsi si sente depresso, ci ricascherà sempre, ancora ed ancora; uno cerca di risalire dall'abisso, arrampicandosi con le unghie, per non essere sempre quello pestato, perso e fatto... ma alla fine c'è sempre qualche stronzata che arriva a rovinare tutto. Forse non dovrebbe stare a farsi tutti questi pensieri sulla propria vita, ma che cazzo le ha fatto di male? Le è forse mai capitato di sentirsi tormentata, di scervellarsi per capire cosa cazzo fare? Insomma emerge un'anima tormentata, un eroe decadente e decaduto, che in parte è causa dei propri mali, in parte invece è incompreso. Colpi di piatti ed il ritmo è molto acceso, un testo del genere farebbe pensare ad un lento ma il ritmo è davvero incalzante, le melodie riprendono il tema della chitarra mentre la batteria continua a pestare, fischi e poi una vocalità da Thrashcore villano, una variazione alza l'asta della cattiveria, la voce è feroce e sembra continuare ad abbaiare con rabbia; voce e tastiere sottolineano la stessa ostinata melodia, un accanimento animalesco che viene interrotto da un passaggio di tastiere, poi assolo Fusion alla chitarra, tutto avviene molto velocemente, i cambi di melodia lasciano il ritmo inalterato e la sensazione è quella di un fiume di cattiveria che ci scorre davanti agli occhi, che rischia di travolgerci se solo facciamo un passo falso. Ad un certo punto si rallenta, le chitarre sfumano e poi si fanno robuste, si ingrossano sempre di più mentre la batteria ed il basso passano a ritmi più compatti, le tastiere si prendono più libertà e, viaggiando assieme alle chitarre, regalano altre frenetiche melodie. Un pezzo indovinato sin da subito, che riesce a collegare bene il sound più crudo e diretto, con i virtuosismi tipici del gruppo. Ha bisogno di arrivare al punto del non ritorno, non può fare altro che cercare di farsi di lei, vuole essere lasciato affondare in un sogno dal quale probabilmente non si sveglierà mai più. Abbattuto giace per abbandonare questo mondo, un ultimo bacio di addio per sconfiggere la propria dipendenza dell'anima. Un testo che lascia intendere molto sulla delusione sentimentale. Sul finale il pestaggio strumentale è molto acceso, il ritornello è feroce e le melodie non addolciscono affatto la vocalità aggressiva, la voce si prolunga, alcuni riff settari e si conclude il brano.

We're Not Gonna Fall

Siamo arrivati all'ultimo brano: "We're Not Gonna Fall (Non cadremo)". L'inizio è ovviamente molto ritmato alla chitarra, ci si concede anche dei finali graffianti, poi la batteria raddoppia il ritmo, pesta sui piatti quindi si passa ad un Thrash più tecnico con incursioni melodiche e plettrate alternate. La voce è pesante, tende alla melodia e si fa forte di influenze Deathcore, la melodia si fa più evidente nel ritornello che poi sfocia in una fase strumentale con tastiere in bella vista. Nel testo, gli "altri" cercano di calciare ed urlare forte, cercano di controllarli, di domarli, ma non c'è verso: "spiacente, ragazzi, ma credo che abbiate il mio coltello infilzato addosso". I suoi avversari spingono, sbraitano pensando di avere ragione; ma vuole solo che lei prenda la sua mano e voleranno alti dove lei non è mai arrivata, e che lei non abbia paura: non cadranno. Quella puttana pensava davvero che lui l'avrebbe lasciata immischiarsi, col rischio di rovinare tutto? La fase strumentale si irrobustisce e si trasforma in riffoni belli grossi, la voce inveisce contro la puttana che potrebbe rovinare tutto quanto, poi le chitarre ruggiscono, il coro urla "hey" e quindi inizia un nuovo massacro, dopo ogni strofa interviene il coro con un nuovo hey, poi assolo scostumato in sweep che poi diventa un'evoluzione di Fusion nobile, poi giù in una scala discendente a scavezzacollo, si sale di nuovo con la Fusion, stacco di rullante con crescendo d'intensità e si riprende con una variazione della strofa con retrogusto Punk, quindi stoppata e finale improvviso. Adesso resistono, stanno in piedi e non si lasciano buttare già da nessuno; quelli pensavano di avere l'autorità per spazzare via la minoranza ma si sbagliavano di grosso: insieme, quella minoranza compatta e tenace, saprà resistere, saprà tenersi fiera in piedi e non cedere alle spinte prepotenti. Alla fine dello scontro, loro rimarranno in piedi. Un pezzo senza troppe pretese, in fin dei conti, che guadagna molto nella fase in cui si susseguono quattro assoli che alternano due generi diversi di virtuosismo: quello più selvaggio e quello più prezioso e misurato. Un testo che cerca di riscattare tutta quella depressione raccontata negli altri testi, ma che sembra più un proposito che una certezza.

Conclusioni

Un album così così, di certo dai Children of Bodom ci si aspetterebbe ben altro. Le vicende personali di Laiho avranno influito non poco sull'esito di questo disco, ma il recensore spietato deve attenersi ai fatti senza lasciarsi intenerire dalle disgrazie che il frontman non manca di rimarcare nei suoi testi. Nel precedente album la componente Thrash iniziava a fare capolino, si proponeva rendendo graffianti alcune parti e dando finalmente rilievo all'azione di basso e chitarra ritmica, che ne usciva davvero vincitrice; in questo lavoro la componente Thrash si accresce e si tinge di Hardcore (merito forse della contemporanea attività con un gruppo Crossover Punk). Risulta davvero difficile conciliare questo tipo di sonorità, per definizione aspre e secche, con le ricche sinfonie... la tastiera è infatti l'elemento maggiormente ridimensionato: se prima aveva un ruolo primario adesso è un sottofondo di rinforzo (non sempre coerente tra l'altro) alla base. Gli assoli rischiano spesso di apparire fuori luogo, come frequentemente segnalato, perché se il songwriting ed il mood generale ha preso una piega più diretta, più grezza e ritmata, gli assoli non hanno fatto proprio questo cambiamento, non hanno preso la stessa direzione: sono rimasti fedeli alla tradizione. Se un bell'assolo che sfoggia virtuosismi Fusion sta benissimo in un pezzo che mescola sapientemente Power e Thrash, con qualche spolverata di Death, lo stesso bell'assolo stona se calato in un contesto Death/Thrash Hardcore in cui la melodia passa in secondo piano, cedendo il passo a ritmi marcati, cadenzati, ben pestati. Sono proprio le premesse che mancano: già "sulla carta" il discorso non è logico ed era destinato a produrre un risultato troppo spigoloso; in alcune occasioni sembra che questi cambi netti di stile siano intenzionali e quindi, pur disorientati, si è portati ad apprezzarli, ma in molte altre occasioni si percepisce che questi cambi netti in realtà non sono altro che sviste grossolane. Abbiamo un Laiho confuso, arrabbiato col mondo e - ancor più - con se stesso per le avversità che sta attraversando in un momento difficile: sembra volersi rifugiare nell'alcool, anche per porre rimedio a quella depressione che in passato ha ispirato tendenze suicide. Se in precedenza il Tristo Mietitore era un compagno di viaggio, adesso diventa addirittura un padre spirituale, una fonte di ispirazione... ecco che quindi il nostro eroe del male si apposta presso le misteriose coste del lago Bodom in attesa di incaute vittime. Ecco che Laiho, facendo sua una spietata visione da samurai, si immagina morto, vive nella consapevolezza della propria morte e quindi - senza alcuna paura e sprezzante del pericolo - si fionda a capofitto nel bel mezzo della battaglia. Se da un lato questo atteggiamento selvaggio è ottemperante rispetto al Hagakure, che consiglia infatti di non coltivare la capacità di giudizio preferendo ad essa la temerarietà, dall' altro lato contrasta coi principi del Bushid?, che ammonisce circa il fatto che il coraggio non vuol dire essere avventati e ciechi di fronte al pericolo; coraggio vuol dire riconoscere il pericolo ed affrontarlo con consapevolezza ed intelligenza. Insomma: mettersi in pericolo con dei comportamenti imprudenti ed avventati è da stupidi; trovarsi in una situazione di pericolo, riconoscerla ed adottare con freddezza e controllo ogni misura necessaria ad affrontarlo è nobile. Per trarre una qualche conclusione, anche alla luce di queste riflessioni filosofiche, possiamo concludere che questo album è il risultato di uno sforzo avventato in cui ci si è lanciati a capofitto nell'impresa pensando che l'irruenza, da sola, avrebbe fatto tutto. Dei colpi sferrati da Laiho, diversi non sono andati a segno perché il nostro selvaggio guerriero, accecato dalla furia, ha perso di vista il bersaglio; un approccio più consapevole avrebbe fatto uscire fuori un album ben più valido. 

1) Living Dead Beat
2) Are You Dead Yet?
3) If You Want Peace... Prepare for War
4) Punch Me I Bleed
5) In Your Face
6) Next in Line
7) Bastards of Bodom
8) Trashed, Lost & Strungout
9) We're Not Gonna Fall
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