CHEMICIDE

Episodes Of Insanity

2015 - Self Released/Indipendent

A CURA DI
LORENZO MORTAI
04/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Apocalisse; un termine che solo a pensarci fa venire la pelle d’oca a molti, devastazione, annichilimento, la società che  si disgrega in molecole più piccole degli atomi, le certezze che cadono, le leggi bruciano, e la civiltà di estingue. Già, ma molti si chiedono, cosa viene dopo? Ecco come è nato il termine “post- apocalittico”, una accezione con la quale si tende a definire tutto ciò che è venuto dopo un grande cambiamento, la resurrezione, o la ulteriore caduta, di una determinata specie. Nel caso di noi esseri umani, il post apocalittico ha sempre rappresentato un calice da cui bere a piene mani, calice ricolmo di sangue e distruzione; dai fumetti (Kenshiro su tutti, il cui incipit è proprio la deflagrazione di una gigantesca esplosione nucleare, e la conseguente desertificazione di tutto; solo pochi sopravvivono, ed improntano la propria società nuova su una parola, violenza), ai film (Mad Max, Terminator, lo stesso Matrix, tutte pellicole che ci fanno vedere, a seconda della visione del regista, in quale sporco ed oscuro mondo ci ritroveremmo dopo una apocalisse di qualsiasi genere) alla stessa letteratura, tutto è prima o poi stato bagnato dalle acque del post apocalittico, tutti, nessuno escluso. Non viene neanche esclusa la musica da questo contesto, migliaia di gruppi nella storia hanno provato ad immaginarsi un mondo dopo il mondo, una società che si rialza dalle proprie ceneri e cerca di tirare fuori tutto quello che di buono c’è rimasto, oppure semplicemente scade nel male. Fra le sfumature musicali più investite da questa ondata, sicuramente il Thrash Metal è stato il paladino ed il giustiziere per eccellenza; da quando negli anni ’80 ha fatto capolino iniziando a scalciare come un forsennato demone, il Thrash si è sempre contraddistinto per la natura dei suoi testi, che andavano dalla denuncia sociale o dei problemi di base (droga, dipendenze, guerra, violenza) all’ecologia o la salvezza del pianeta, o ad appunto, il post apocalittico, immaginando che cosa succederebbe se un cambiamento globale sconvolgesse per sempre il nostro ecosistema. Dai Nuclear Assault ai Sacred Reich, dagli stessi Anthrax ai Laaz Rockit fino ai Sarcofago o agli Slayer, tutti hanno avuto la loro visione di fine del mondo, e tutti hanno impregnato quella visione di musica, note taglienti ed aggressive come lame, violenza verbale esplicita atta a definire il concetto nel modo più diretto possibile, pesante come un macigno e devastante come un colpo in piena faccia. Dei molti paesi che sono stati graziati del seme Thrash Metal, oggi faremo un focus leggermente più approfondito su una scuola che, specialmente da noi Europei, viene molto spesso poco considerata, parliamo dell’assolata e violentissima scuola sudamericana. Il Sudamerica, si sa, è famoso per il ritmo e le danze esotiche, per il sole ed il caldo delle sue spiagge, per l’umidità delle sue foreste, ed ahimè, per il sangue che viene versato in molte delle sue frastagliate zone. Quando si mischia una situazione sociale così controversa e piena di sfumature tristi o deliranti, con una musica altrettanto violenta, il risultato non può essere che un fucile carico di pallettoni enormi, sparati con forza direttamente nel nostro stomaco, fino a farne fuoriuscire tutto il contenuto. Dai più celebri Sepultura, ai Vulcano, fino a band decisamente più Underrated come i Ratos de Porao, gli Stress o gli Overdose. Tutto questo calderone bollente e pregno di male bolle sul fuoco fin dagli anni ’80 (gli stessi Sarcòfago vengono considerati  come gli anticipatori addirittura del Black Metal, sia per le tematiche, che per le tecniche usate), e devasta i palchi di mezzo mondo da altrettanto, ogni volta portando una nuova onda di violenza sulle coste di tutto il globo. Nell’età moderna il sudamerica ha vissuto, a differenza di altre scene molto più longeve, una seconda vita (come sta succedendo da noi per la scuola tedesca o inglese), rinvigorendo le sue truppe con nuove band e ragazzi con tanta voglia di comporre e suonare, ma soprattutto di dire qualcosa, denunciando i problemi che i loro occhi vedono, ma anche quelli che le loro orecchie sentono da altri. Un esempio di questo nuovo corso sono l’argomento dell’odierna recensione, i Costaricani Chemicide; nati in quel di San Jose nel lontano 2006 (inizialmente col monicker di Conqueror), i Chemicide rappresentano bene questo nuovo tsunami di Thrash Metal moderno, ma sempre improntato su quelle solide basi gettate negli anni ’80, strizza l’occhio ad entrambi i periodi, dando vita ad un demone famelico e desideroso di carne. Loro primo esempio al mondo fu uno Split nel 2011, split peraltro fatto “con loro stessi”, perché univa in un unico tape le canzoni del vecchio corso (con i Conqueror) con quelle della nuova creatura partorita dalla loro mente. Una volta cambiato definitivamente nome, i Chemicide tornano in studio dopo quattro anni di assenza dagli scaffali, lacrime di sangue escono dai loro occhi, sudore e fatica vengono premiati quando una copertina immaginifica e iconica (ricorda molto quella di Victims Of Science dei Gammacide, probabilmente una delle formazioni al tempo stesso più semisconosciute e devastanti che abbiano mai partorito gli Stati Uniti, scomparsi prematuramente nel 1991 e mai più tornati) compare davanti ai loro visi; c’è bisogno di dare un titolo a quelle otto tracce di terrore, e dopo vari ripensamenti e idee, alla fine un nome gli si stampa marchiato a fuoco nella testa, quello di qualcosa che rende bene l’idea della follia che alberga in quei testi, una collezione di storie malate, semplicemente, Episodes Of Insanity.



La voragine viene aperta con una mitragliata di batteria, cadenzata, imponente e secca allo stesso tempo, inframezzata da qualche sessione di chitarra aggressiva e tagliente, prima di lasciare lo spazio ad un poderoso giro di basso spesso e oscuro, e alla voce graffiata ed incisiva. Così parte Dehumanize (Deumanizzare); l’energia scaturita è assai importante, la sessione vocale più che cantata viene quasi relegata ad urlo, al fine di amplificare sia il messaggio del testo, che la linea vocale stessa. Gli strumenti, nel frattempo, battibeccano fra loro prendendosi a sciabolate e spintonate per tutto l’ascolto, quella batteria così arida nel suo essere aggressiva, la chitarra che quasi sfocia in alcune partiture di Groove durante alcuni momenti, e il basso che, forse questo è uno dei pochi esempi di Thrash moderno in cui il basso si sente maledettamente bene, si erge ogni tanto sopra gli altri, sovrastando con le sue spesse corde. La detonazione avviene sul finale, in cui con un potente colpo di accelerazione si va verso il finale, con tutto il gruppo che si mischia fino quasi a non distinguere più ogni singolo strumento, voce compresa; tempesta furente e onde che ci investono, prima di rallentare di nuovo col tema principale ed arrivare alla fine, siamo stremati, ma ce l’abbiamo fatta a superare anche questa. Nei quattro minuti che aprono Episodes, i Chemicide vogliono mettere il punto fermo su qualcosa di importante, il sempre più crescente ammorbamento che subiamo da media e social media in generale. E’ un meccanismo che lambicca il cervello se ci si pensa anche solo un secondo, tutto il bombardamento che subiamo, e che ci penetra nella carne come spilli arroventati, le pieghe della nostra mente sono assoggettate al volere di pochi, i messaggi che la nostra area limbica capta sono essenziali, diretti, ma soprattutto conformisti, maledettamente conformisti. Ed ecco allora che, dal semplice pensiero di massa, si passa al de-umanizzare, estrapolare quel poco di coscienza che ci è rimasta e gettarlo nelle fiamme, al fine di creare una massa informe di esseri senzienti, votati all’obbedienza. Il tema del primo brano è questo, una denuncia aggressiva e diretta al consumismo, alla violenza che ci viene messa davanti per scatenare in noi l’odio più profondo per qualcosa o qualcuno, tutto ciò che è in sostanza atto alla mercificazione della mente. E i nostri costaricani scelgono di trasmettere questo messaggio usando una vecchia tecnica strappata all’Hardcore più grezzo e viscerale che si rispetti; la velocità di esecuzione rapportata alla oscurità del suono in generale. Vado a spiegare per chi avesse il cervello annodato su sé stesso: quando un messaggio deve essere trasmesso al pubblico, esistono vari modi per farlo, c’è chi predilige canzoni lente e melodiche, al fine di far risaltare il testo, c’è chi le preferisce ridondanti, perché sia la musica a parlare per il concetto stesso, e poi c’è la scelta operata da questi amerindi brutti e cattivi, la violenza. La tecnica è saggia, un filo teso fino all’inverosimile, i tasselli sono ognuno al loro posto, il bilanciamento è praticamente perfetto, ma, comunque, viene sovrastato da una dose di male assai atavico, da far marcire le budella dentro il corpo, la voce soprattutto da questo sentore, lo scopo è semplice, far si che la denuncia arrivi subito, precisa e mortale come un colpo segreto di un grande guerriero, la mossa finale, la fatality che ci fa cadere a terra. Un ottimo inizio davvero per questo album, piazzare una cartuccia di taratura così grande come primo slot è una scelta assai azzardata, ma vedremo che cosa ci riserva il resto dell’album. Bene, la risposta alla domanda di prima, se verremo stupiti ancora durante l’ascolto di questo album, ci viene data con la seconda iniezione musicale, che porta il nome di Thrash Will Conquer (Il Thrash vi Conquisterà); cinque minuti di supertecnica senza compromessi, strappata a mano dalle tradizioni anni ’80 più belle che possiamo ricordare, quell’aggressivo, ma mai fine a sé stesso, che ha portato il Thrash ad essere quella perla che noi metalheads incalliti ci ricordiamo bene. Tutta la tradizione ottantiana però, viene mangiata e fatta a brandelli da qualcosa, un lercio demone che sta lì, rinchiuso nell’angolo, il ritmo e la precisione sudamericani. Abbiamo già detto nella introduzione di quanto la scuola sudamericana sia quasi un discorso a parte, avendo canoni che non si ritrovano praticamente da nessun’altra parte, ed avendo quasi, nel corso della storia, anticipato ancor più che altre scuole del mondo, i generi estremi. Ecco, in questa seconda traccia ne abbiamo un esempio lampante: tutto ciò che sta alla base sono quegli elementi che capiamo bene, riff di chitarra precisi come un orologio, una batteria che viene picchiata neanche fosse l’incudine di un barbuto fabbro, ed il basso che, come nella traccia finita poco prima, ogni tanto monta su un piedistallo e non c’è verso di farlo scendere. Considerati questi elementi, cos’è allora che fa di questa musica, una tipologia di Thrash sudamericano? Presto detto, il male che viene scaturito da ogni singola nota suonata; tutti riusciamo a capire che una tecnica sopraffina è indice di costruzione e ragionamento, ma i Chemicide preferiscono subissare questo ricoprendolo di maligno, di putrefazione, di buio, specialmente nella linea vocale (che, come accade molto spesso nella scuola latina, prende direttamente esempio dall’Hardcore, più che dalla parte Metal del Thrash), che, per quanto gli altri membri possano suonare bene, costruire bene, incidere le proprie note nel fuoco, quella maledetta voce (in senso buono, ovviamente) ci da sempre un colpo di coda facendoci vacillare. In Thrash will Conquer tutto questo viene ancora più reso alto dalla lunghezza del pezzo stesso (ben cinque minuti in cui i nostri possono sfogarsi), ma anche dall’argomento stesso del brano, un inno alla musica che viene suonata. Ebbene si, la traccia parla di questo, della conquista che il Thrash Metal opererà su tutti noi, utilizzando la sua arma preferita, la violenza. Verrà un tempo (ed è qui che entra in scena il post apocalittico di cui parlavamo prima) in cui gli uomini non sapranno più che cosa fare, tanta sarà la devastazione che i loro sguardi dovranno vedere, devastazione che avrà un unico colpevole, quella brutta faccia che vedono allo specchio tutte le mattine. Esisterà però un’ancora che li salverà, un salvagente a cui aggrapparsi , ma è una ciambella ricoperta di acuminate spine, sangue verrà versato, è l’ancora del Thrash. Egli verrà, come l’inferno sulla terra, per farci capire i mali che albergano nella nostra mente e nel mondo, con un modo di fare sbrigativo, e col sanguinario desiderio di soggiogarci tutti. Un ottima seconda sessione per i Chemicide, che bissano abbondantemente le slappate sentite nel primo brano, rinverdendo ancora di più i fasti per una seconda arma di distruzione di massa, quella della conquista; anche qui il bilanciamento fra le parti è prettamente perfetto, in cinque minuti si passa da momenti di magra in cui il poderoso la fa da padrone, ad altri in cui come esploratori coraggiosi ci si spinge fino alle spiagge dello Speed, toccandole quasi in maniera impercettibile, ma ad un orecchio attento non sfugge. In più, al solito, il buon Frankie alla voce (oltre che occupare anche una delle due sei corde) si staglia sui campi del male, prendendoci a sonore randellate per l’ascolto anche del secondo brano, ma noi, thrashers con gilet e cartucciera in vita, volentieri ce le prendiamo le mazzate, magari ci spaccheremo due o tre denti, ma saremo comunque felici. Si prosegue con un’altra lunga sessione di tecnica, grazie a Vesper Of Nuclear Devastation (Vesperi di Devastazione Nucleare); qui cambiamo per un attimo i toni, la batteria diventa decisamente più veloce ed importante nel sound, la chitarra produce un ritmo cadenzato e ritmico per tutto l’ascolto, impreziosendo il tutto con assoli provenienti direttamente dall’inferno, mentre la voce di Frankie, come ormai ci siamo abituati a sentire, arringa il mondo col suo messaggio, mentre le sue mani veloci come lame si muovono sulla sua chitarra scintillante (stile Hetfield). Anche qui una durata importante, sempre cinque minuti, i cui i Chemicide decidono di saggiare vari tipi di tecniche, dalle sfociate nello pseudo Groove a qualche lido leggermente più estremo in alcuni passaggi, soprattutto nella parte di batteria, ciò che ci riporta verso la culla del Thrash è senza dubbio la sessione chitarristica. Le tecniche usate dai costaricani prevedono hammer on e power chords come se piovesse, ma mai troppo alti, sempre mantenendo quella vena di gutturale anche nella resa del sound che non guasta mai (fatta unica eccezione per gli assoli, in cui le note prese toccano quasi il cielo, il tapping la fa da padrone, ed il tutto esplode nelle nostre orecchie). Sul finale abbiamo di nuovo l’esplosione di tutti gli elementi, che arrivano fino all’ultimo secondo compatti ed uniti. Qui viene veramente fuori, ancor più che nel brano che è appena passato, il tema del Nucleare e del post apocalittico; immaginiamo una devastazione di proporzioni cosmiche mentre ci avviamo verso la sera, verso il vespro, con un prete demoniaco che ci ammonisce raccontandoci gli orrori di un inverno nucleare, il freddo che non fa ghiacciare niente, ma rende comunque tutto ovattato e morto, immobile ed immutabile, in un macabro e pesante equilibrio di forze. I vespri ormai sono andati, la notte cala, ma quelle parole rimangono impresse nella nostra mente, parole di morte e distruzione, parole non speranza, parole di cambiamento in peggio, parole di non vita. Noi però forse abbiamo la forza per rialzarci, riprendere la vita stessa per le corna e tirarla fuori dal pantano in cui si è abissata, spingerla verso la luce e andare verso la direzione giusta, si tratta solo di capire come fare. Nonostante tutto quei vespri radioattivi continuano a rimbombare nella mente, parole di ammonimento ed accusa nei confronti di noi stessi, unici responsabili di quello che abbiamo intorno. Ci viene persino chiesto se siamo pronti a morire, la risposta non la troveremo mai finchè non saremo di fronte all’ora fatale, quando l’ultimo respiro del petto esalerà dalla nostra bocca, ed allora scopriremo se siamo destinati a qualcos’altro dopo, o se semplicemente spariremo lasciando di noi soltanto ossa e carne in decomposizione. Si parla anche di esperimenti (i Chemicide, nome omen peraltro, sono grandi denunciatori di biochimica, esperimenti condotti per scopi venefici e quant’altro, in questo disco, lo stesso titolo lo fa capire bene, è pieno di rimandi e citazioni all’argomento), di tecniche portate avanti per il piacere malato di farlo, e di esseri umani trattati come un numero, cavie da laboratorio su un freddo e gelido tavolo di acciaio, in attesa di crepare. Di avviso (e lunghezza) decisamente meno articolati, sono i quasi quattro minuti di Justifier (Giustificatore), quarta traccia dell’album; qui si torna verso i lidi dello Speed, ci si bagna nelle sue acque e si cerca di capire che cosa si possa tirare fuori da questo, e i Chemicide lo sanno bene, si può tirare fuori la violenza. Per fare questo, si mettono tutti di buona lena e partoriscono un pezzo veloce e tagliente come il più affilato dei rasoi, la sua lama è lucente, il taglio che ci infligge è netto, preciso, senza sbavature, diretto come un proiettile. La chitarra diventa poliedrica, ricama assoli e riff in continuazione, i tasti vengono recisi e passati uno ad uno dal manico alla punta, torna anche a farsi sentire il basso (che nel brano precedente era andato un po’ in disparte), la batteria viene deflorata di nuovo, le pelli vibrano e martellano come non mai, sono minuti di furia  omicida. E ho usato questo termine non a caso, perché il brano parla proprio di questo, viene descritta la vita ed il lavoro di un killer. Nella sua mente probabilmente risiedono i ricordi di tutte le persone da lui uccise, quelle lame penetrate nella carne, quelle budella e occhi fuoriusciti, quel sangue che diventa così scuro quando la luna lo illumina, quasi nero come la pece, denso, caldo, fumante, e la vittima la, distesa con la gola recisa e gli occhi ancora spalancati, in un ultimo sguardo di terrore. Il protagonista certo non vuole che troviamo una giustificazione alle sue azioni, semplicemente ci dice, anzi, ci urla in faccia, che è il suo lavoro, lui ci sta raccontando le cose per quello che sono, pura e semplice verità intrinseca dentro la sua anima, deve solo venire fuori. Ed ecco che lo seguiamo nella sua ronda notturna, come un lupo affamato in cerca della prossima preda da soggiogare e far morire, la lista è scritta, bisogna solo scorrere il dito; però, in tutto questo, troviamo anche un motivo alla fine per cui il nostro efferato assassino è diventato così, una parola anzi, sopravvivenza. Si uccide per andare avanti, per vivere, perché altrimenti dovremmo accasciarci ed andarcene da questo mondo. Il killer chiude la canzone promettendoci di tornare a prendere le nostre gambe e trascinarle giù all’inferno, perché lui è nato per questo, è nato per uccidere. Un brano decisamente insolito vista la linea di argomenti trattati nelle altre canzoni, ma tutto sommato è un pezzo che si fa ascoltare, anche qui le varie sfumature sono state giocate bene, non ci sono momenti di stanca, è tutta una tirata fino all’ultimo secondo, sudiamo mentre la stiamo ascoltando, e finiamo di premere stop col fiatone ed il cuore in gola. Entriamo ora in quella che considerabile come la canzone in cui i Chemicide esprimono al meglio quelle che sono le loro idee e convinzioni sul mondo, quel manifesto di denuncia contro la biochimica e gli esperimenti che accennavamo prima. Science of Death (Scienza di Morte) parla di un fantomatico asilo (ma fantomatico è un termine vero fino ad un certo punto) in cui vengono condotti macabri e sanguinari esperimenti, ed il tutto viene visto dal punto di osservazione proprio di una delle cavie, che sta per sottoporsi ad una delle mortali terapie. Per trasmettere questo messaggio sovversivo, i sudamericani scelgono la via veloce e diretta; improntano la canzone su un corpulento e devastante scambio di opinioni fra chitarra e batteria, battibeccano sempre, fino alla fine, scambiandosi sonori schiaffi a colpi di bacchette e corde, per vedere chi la spunta. In tutto questo la linea vocale viene leggermente alzata, passando dai fasti Hardcore delle canzoni precedenti, ad un modello decisamente più Thrash nativo, condendo fra Metal e Punk, due lati opposti della scacchiera. La costruzione intera viene fatta crollare sul finale, in cui un solo di chitarra veloce come un missile ci investe in piena faccia, la linea vocale si smembra e diventa estrema fino al midollo, la batteria muove le sue mani forsennatamente, ed il basso sta li che li segue tutti come un cane rabbioso, muovendo le mani a più non posso. La musica ovviamente è in linea col percorso: all’inizio abbiamo la vittima stesa su un tavolo ferreo, lucido, con fari bianchi puntati addosso, attorno a lui strani macchinari, bip insistenti, valori di diverso tipo che si susseguono sugli schermi come impazziti. La vittima non realizza subito quel che sta per accadere, ma ad un certo punto due uomini in tuta chirurgica si avvicinano, non hanno occhi, sono coperti da una lugubre maschera a gas, le loro mani da guanti, la loro anima da ipocrisia. Osservano la vittima sul tavolo, la studiano, penetrano fin dentro la sua mente in ogni minimo particolare, cercando una risposta al perché abbiano scelto lui, ma alla fine se ne fregano e procedono. Bisturi, lame lucenti che scorrono viscide fra le dita, e l’esperimento inizia; la carne si apre come burro, sangue che cola sul pavimento, le luci che accecano la nostra cavia sempre più, mentre comincia a rendersi conto di cosa ha intorno, teschi, budella e organi sparsi ovunque, c’è sangue anche sul soffitto, c’è violenza che si respira ed entra nel naso come una vampa incendiaria, c’è l’atmosfera della morte. L’esperimento continua, sega elettrica, devastante, i dolori sono lancinanti, il petto si squarcia come il passaggio fra pioggia e raggi solari, tutto è aperto, ma i due scienziati non si fermano, continuano la loro danza di odio e morte, finchè non rimane più niente da sezionare. Un messaggio che fa rivoltare lo stomaco quello dei Chemicide, immaginare un asylum come questo, in cui la parola d’ordine è morte ed obbedienza, in più, con quella struttura musicale a fare da burrasca, tutto ciò che viene cantato assume veramente i connotati del cerbero più arrabbiato ed infernale, i suoi occhi rossi ci scrutano mentre sentiamo il brano, e quelle scene di sangue ed esperimenti si formano nella nostra testa come durante un film, la paura ci invade, e finiamo di sentire il pezzo con un angoscia incredibile. Di avviso invece decisamente più sociale è la traccia numero sei, intitolata Social Face Off (Face Off Sociale); si inizia con un ritmo martellante, in cui torna prepotente il basso in tutta la sua durezza a pesarci il cervello con le sue irte corde di follia, la chitarra rimbomba a destra e sinistra come in preda ad una follia omicida di proporzioni bibliche, mentre la voce di Frankie stavolta si forgia della tecnica più sopraffina presa dalla scuola americana di gruppi come Exodus e Testament, alzando il tiro, pur mantenendo il suo graffiato infernale. Il tutto continua così, a pugni e calci fino alla fine, mentre la batteria rulla e scalcia come un animale in gabbia, desiderosa di uscire e morderci, la chitarra inanella combo una dietro l’altra, sembra di assistere al delirio di un pazzo (ed in effetti l’argomento della canzone è molto in linea), si prosegue all’ultimo secondo con questa esplosione nel cranio, fiduciosi che il sangue versato non sia ancora abbastanza. Si parla di tradimenti in questa sessione, tradimenti operati da coloro che pretendono di comandare, che operano promesse effimere per la nostra gelida mente, ma che poi arrivati al dunque, voltano faccia e guardano da un’altra parte, mentre il mondo da loro creato si sta schiantando su sé stesso come durante un piegamento di carta. Sono uomini oscuri, il loro animo è corrotto fino all’osso, le loro membra trasudano ipocrisia da ogni poro, e alla fine, noi non facciamo altro che guardargli mentre brandelli della nostra carne vengono strappati e infilati nella loro famelica bocca, un pezzo per volta fino alla fine. Esiste un modo però per poter fermare questo scempio, e nella seconda parte del testo i Chemicide lo ribadiscono con forza bruta (è il momento infatti in cui si passa dal ritmato alla sezione veloce, che perdura fino all’ultimo istante del pezzo), la gente deve alzarsi, unirsi e combattere, fare scudo contro questi personaggi che vorrebbero graffiare il mondo coi loro artigli, e urlare nel loro fetido viso quanto non ci stanno ad essere trattati così, quanto il rispetto per il sentimento umano debba essere superiore a qualsiasi cosa, quanto la carne debba rimanere attaccata alle ossa, nessuno la può strappare, nessuno mai. E’ una operazione però che comporta rischi e paure, molte vittime ci saranno, litri di sangue saranno versati, ma lo scopo ultimo è così alto, da richiedere un enorme sacrificio. Ciò che trovo geniale dei sudamericani è la loro indole combattiva, data principalmente da tutti i problemi che risiedono, ahimè, nei loro altrimenti splendidi paesi; popoli che esistono da migliaia di anni, hanno dipinto una fetta davvero enorme della storia del mondo, e fa male a noi quanto loro vederli soggiogati da guerre, crisi e nelle mani soprattutto di certi soggetti. Nei Chemicide il sentimento è forte (il Costa Rica è uno dei paesi probabilmente più pacifici del mondo, ma è arrivato a questo punto combattendo con tutte le sue forze per l’indipendenza prima, e la pace poi, sono portatori di verità, analizzatori dei paesi che stanno intorno a loro, e denunciatori dei problemi sociali, da sempre), la loro silenziosa lotta è semplicemente rendere partecipe il pubblico di quale sia la verità nuda e cruda, senza fronzoli, senza riedizioni, soltanto le parole messe una dopo l’altra, il tutto condito dalla malignità della musica che questi ragazzi tirano fuori dagli strumenti e dal microfono. Penultimo capitolo di questo viaggio nell’insanità della mente umana è rappresentato da Road to Apocalypse (Strada per l’Apocalisse), penultima traccia; si ritorna al modello veloce/aggressivo sentito anche nello slot precedente, tornano i riff ad esploderci in faccia come granate, la voce Hardcore ci fa nuovamente capolino alla porta, ma invece di bussare, la butta giù con un calcio, mentre in tutto questo, la chitarra nuovamente riprende in mano le tradizioni estreme, inserendo qualche passaggio tecnico, ma riducendo tutto ad un unico ed enorme flusso di male. Considerata la violenza espressa, la batteria non poteva che anch’essa essere brutalmente uccisa dalle mani di Nash Blast (soprannome appropriato direi), le cui mani sembrano essere meccanizzate, tanta è la velocità che riesce ad esprimere, sia col corpo, ma anche velocità di mente, perché ricordarsi tutti i passaggi, certo non è cosa da tutti. Il basso stavolta torna leggermente nell’ombra, ma gli viene lasciato comunque il suo ritaglio (ed è uno strumento che in questa band merita una menzione d’onore davvero grande, Jerry è un vero e proprio asso, capace di plettrare con le mani come se fossero picconi, violentemente, ma con quella beltade tecnica che ti lascia di stucco).Essendo giunti alla fine, dobbiamo anche giungere a patti con i nostri demoni, soprattutto con le nostre colpe, percorrere appunto la strada per l’Apocalisse. Qui, rispetto a prima, facciamo un passo indietro, analizziamo come ci si arriva, al momento fatale, quali sono le meccaniche in gioco, e che cosa si deve (e non ) fare per arrivare all’esplosione finale. I costaricani semplicemente prendono atto che l’uomo è una macchina per uccidere, ama la violenza, ogni fibra del suo corpo ne desidera famelicamente un pezzo, ogni bulbo oculare che osserva il mondo, dentro di sé vorrebbe sfasciarlo in mille pezzi; e sarà proprio questa incontenibile fame di caos a portarci sulla strada della distruzione totale, la imboccheremo senza neanche accorgercene, e quando arriveremo a farlo, sarà troppo tardi. I Chemicide immaginano il momento fatale, quell’attimo efferato prima del grande cambiamento, quando l’umanità si rende conto di che cosa ha fatto, di come sia stato possibile arrivare a questo maledetto punto, ma ormai l’orologio ha scoccato la sua ora (una certa vergine di ferro lo piazza due minuti prima della mezzanotte), il mondo non sarà più lo stesso, moriremo tutti, saremo decomposti a livello cellulare e ricompattati per dare nuova linfa a nuove specie, che si spera non ripetano i nostri errori. Una ulteriore prova di saggezza per i nostri ragazzi emergenti, che hanno saputo bene unire fra loro tematiche sociali e violenza musicale, in una unica combo che, dall’inizio alla fine, non stanca mai, anzi, si ha voglia quasi di tornare indietro per averne ancora. Chiude questo cerchio di distruzione la traccia più lunga di tutto l’album, ben sei minuti di pura morte e sangue che portano il nome di Radioactive Annihilation (Annichilimento Radioattivo); si parte con un lungo intro strumentale, in cui mano a mano gli elementi si aggiungono al calderone che bolle, partendo dalla singola chitarra, per arrivare quasi dopo un intero minuto alla voce, un percorso che saggia a fondo le abilità di ogni membro, e ne mette in risalto i pregi. Quando arriva la voce, la devastazione può iniziare; ci vediamo trascinati in un mosh pit sanguinario e continuo, ragazzi come noi saltano e ballano, spallate e gomitate la fanno da padrone, mentre i Chemicide ancora ci chiedono sangue, ce ne chiedono sempre di più, è un brano adattissimo per il pogo, la folla in delirio, ragazzi urlanti che scandiscono il ritornello e le parole, il tutto unito ad una musica davvero strutturata con tutti i crismi. Persino i cori hanno il loro personale riff, eseguito con maestria dalla chitarra solista, prima di tornare a vomitare ritmi cadenzati per la seconda parte del pezzo, in cui si ripassa allo pseudo Groove, con la sua rocciosità di fondo che alza ancora il tiro, la voce di Frankie si fa anch’essa più ritmica, segue la linea della musica. Un interludio di chitarra dal sapore quasi Metal ci porta al quarto minuto verso lidi lontani, spiagge e mondi inesplorati, ma la pace dura ben poco, colpi di piatto e si riparte con la violenza, ultima parte del brano. Gli strumenti, come già accaduto, formano un tutt’uno gli uni con gli altri, generando un ibrido desideroso di mordere tutto ciò che ha intorno, la voce abbandona il cadenzato pe tornare al sentore da mosh, mentre gli strumenti fusi assieme fin quasi a non distinguerli, con la mano insanguinata ci portano alla fine di questo viaggio, nel quale anche noi abbiamo avuto la nostra bella dose di male ormai. Si parla di veleno e radiazioni, si parla un’altra volta di Nucleare (ed il sentore dell’apocalisse ce l’abbiamo ormai nel naso fin da quando abbiamo iniziato ad ascoltare questo disco); i costaricani ci mettono in guardia da questa morte silenziosa, la sua falce è impregnata di liquido verde fluorescente, l’annichilimento è vicino, tutto ciò che tocca muore, si decompone o cambia forma, muta in qualcosa che non dovrebbe essere. Tutti sappiamo che l’energia nucleare di per sé non sarebbe una fonte di energia cattiva, tutt’altro, sarebbe eterna e molto potente, ma purtroppo fino ad oggi ancora non si è trovato un modo per stoccare o addirittura non produrre le temute scorie nucleari, vero cancro per gli ambienti in cui si trovano o vengono smistate. Quei barili di acciaio contengono morte liquida, radon e nuclei residui della fissione nucleare sono l’immagine stessa della morte, se ci avvicinassimo anche solo di quel passo in più, moriremmo malamente. E’ questo l’annichilimento di cui i Chemicide ci parlano, quello che porta il Nucleare, quello che porta morte e freddo in ogni luogo in cui si posa, come una mefitica orda di demoni che vuole mangiare il mondo. Dobbiamo stare attenti, il percorso che abbiamo affrontato finora ce lo ha dimostrato, non possiamo permettere che nessuno ci dica quello che dobbiamo fare, ma piuttosto dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per far si che la terra su cui poggiamo i piedi sopravviva, che gli esperimenti di cui parlavamo qualche slot fa non si verifichino mai, che il post apocalittico rimanga solo un argomento da film; insomma, semplicemente fare in modo che tutto quello che vediamo non sparisca mai, anche se, come al solito, ci accorgeremo di quanto ci manca soltanto dopo averlo perso, già adesso siamo sulla buona strada per l’apocalisse, non siamo a fine ancora, ma sicuramente l’abbiamo imboccata.



Che dire, è un bell’esordio quello dei costaricani Chemicide; decisamente il bilanciamento delle parti è viscerale nel loro modo di fare musica, riescono a condire bene ritmi Hardcore con partiture di Groove, Thrash puro e qualche sfociata base nello Speed che si rispetti. La loro denuncia è forte, il loro messaggio è chiaro, non dobbiamo assolutamente farci soggiogare da niente, nessuno si può permettere di mettere le sue sudice mani addosso a noi e fare quello che gli pare. Loro, dal canto proprio, vedono il mondo con gli occhi di chi ha dovuto lottare strenuamente per avere ciò che ha, la pace, ma nonostante tutto ancora sono circondati dalla violenza, violenza e uomini che vorrebbero allungare i tentacoli su quell’uovo d’oro che è la loro terra. I Chemicide non ci stanno, protestano, alzano la testa e ci prendono a mazzate per quasi quaranta minuti mandandoci un messaggio chiaro e conciso; la lotta è l’unica speranza, ogni volta che rialzeremo la testa saremo sempre lì a combattere, saranno momenti in cui dimostreremo a noi stessi e al mondo che cosa sa fare il genere umano, di cosa è capace. Al tempo stesso però, i sudamericani ci ammoniscono anche per i crimini commessi, per aver inquinato e distrutto all’inverosimile, per aver condotto esperimenti macabri su cose di cui non avremmo dovuto preoccuparci, ma piuttosto dovevamo pensare al male che stavamo facendo alla terra. Ed ecco che allora è scattato in loro, come all’inizio parlavamo delle tante band o registi che si sono bagnati nelle sue acque, la voglia di attingere al calice del post apocalittico, immaginare che cosa succederebbe se ad un certo punto dovessimo pagare per i nostri crimini, se dovessimo rendere conto a qualcuno delle nostre infamie. Il tutto poi, l’intero disco, viene ulteriormente impreziosito da un artwork davvero oscuro e ben fatto; si vedono gli uomini vestiti da medici sadici (probabilmente i protagonisti di Science of Death) che maltrattano un uomo steso sull’etereo tavolo d’acciaio, la sua faccia è inequivocabile, sta soffrendo come non mai. Ci viene anche da pensare che forse le canzoni sono proprio i deliri della sua mente, questi “episodi di insanità”, sono il risultato degli esperimenti, dell’elettroshock a cui sembra lo stiano sottoponendo. La sua mente dunque vaga, vaga in preda al dolore ed analizza i ricordi, ma soprattutto, offre una sua visione delle cose, come se fossimo dentro ad un film, ci ritroviamo vestiti con abiti laceri, un fucile in mano, e di fronte a noi, soltanto deserto e desolazione, ma il guerriero nel nostro animo sa, che cosa è giusto fare. E allora iniziamo a vagare nell'oscurità di quel momento, ci chiediamo che cosa stiamo facendo, perchè siamo lì e soprattutto, perchè siamo sopravvissuti; le domande ci entrano in testa come spilli accuminati conficcati nelle pieghe stesse della nostra mente, ma ormai sappiamo già la risposta. Il risultato di tutto questo siamo noi, la nostra perfidia, la nostra brama di potere ci ha portato a questo, a tutto questo male che vedono i nostri occhi. Però, ad un certo punto, ci svegliamo di botto, e ci accorgiamo che era solo un sogno, un lurido sogno che ci è venuto a bussare, ma i sogni si sa, sono proiezioni, ed in quanto tali dobbiamo starci attenti. Consiglio dunque il disco d'esordio di questi matti dal Costa Rica a tutti coloro che tengono alla propria terra, a coloro che hanno un alto senso delle cose, che non si fermano all'apparenza di quello che è la mercificazione che oggi viene fatta dell'informazione; lo consiglio inoltre a tutti coloro che hanno la brama di sapere la verità, che amano la verità, ma che la amano spiattellata lì, senza troppi ricami intorno, urlata nelle orecchie come si dovrebbe sempre fare quando la si cerca. Spero vivamente che questi ragazzi continuino ancora il loro percorso, presentarsi al mondo con un prodotto del genere è sicuramente sintomo di quanto lavoro ci sia dietro a tutto questo, e di quanto i loro sforzi siano stati premiati, è un disco completo, certo, qualche piccola sbavatura si nota (specialmente nella registrazione), ma sicuramente è un esordio col botto, si ha voglia di risentirlo ancora ed ancora, è un disco che va vissuto per quello che è, iniettato direttamente in vena con la forza, non se ne pentirà nessuno, credetemi.


1)  Dehumanize
2) Thrash Will Conquer
3) Vespers Of Nuclear Devastation
4) Justifier
5) Science Of Death
6) Social Face - Off
7) Road to Apocalypse
8) Radioactive Annihilation