Chains And Visions

Night And Rage

2012 - Autoprodotto

A CURA DI
SALLY REYNOLD
10/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Attivi dal 2007 i Chains And Visions, band italiana dalle molteplici influenze hard rock, quasi tutte incentrate nella fascia cronologica degli anni '70, esordisce con il primo full-lenght, Night And Rage.

Il primo pezzo, “1967”, ha qualcosa di musicalmente affine al proprio titolo, soprattutto nella breve introduzione, nei cui pochi secondi la chitarra e la batteria ricalcano un groove tipico dei late sixties, ma permeato di una fresca modernità. Nel riff principale la chitarra ed il basso assumono delle connotazioni terribilmente simili, profonde, cavernose. All'ascensione della chitarra corrisponde un potente controcanto vocale. Il timbro rimane meno artefatto proprio su questi toni, poiché i bassi evidenziano uno sforzo, una sorta di pressione artificiosa, molto probabilmente vi gioca un ruolo fondamentale una pronuncia inglese a tratti troppo invadente (quasi ostentata, biascicata, scarsa). L'assolo, a circa un minuto e mezzo dall'inizio, è eclettico, sfavillante, retrò. Viene sapientemente supportato da una chitarra grave. La batteria qui, come in un po' tutto il pezzo, non attira troppo l'attenzione. Sfuma l'assolo lentamente, e lascia spazio ad un ritorno della strofa principale, che si ripropone identica alla precedente. Ancora qui, nella linea vocale, è evidente una certa carenza di precisione, che, come già detto, rimane più in superficie nelle tonalità gravi.

Il secondo pezzo, “Go Away”, ha un'introduzione di imprinting pericolosamente vicino a quella della prima, ma condito di uno spirito leggermente più heavy. La voce, di nuovo su toni prima bassi e poi crescenti ma lineari, vacilla sui cambi, cosa che si fa palese nel ritornello. Attorno alla voce ruota piacevolmente un complesso di strumenti ben studiati e molto ben suonati, precisi, scanditi, originali nella loro semplicità. In un inframezzo dal minuto e venti secondi il basso martella efficacemente in duetto con la voce, poi raggiunto da una chitarra che aggiunge atmosfera al “funky rythm” instaurato dagli strumenti precedenti. La ripetizione del ritornello è coronata da un nuovo protagonismo del basso, su cui la chitarra furente si lancia, operando un contrappunto identico ma su toni più alti, che precede un assolo miagolante, stirato, fantasioso ma non troppo, che aderisce piacevolmente ad una rampante filosofia hard rock. Esso viene (lasciatemi dire tristemente) interrotto dall'ingresso vocale, nella ripetizione del ritornello. Il pezzo termina con una lunga nota distorta, coda melodica del ritornello suddetto.

L'inizio di “Poisoned”, terzo brano, è una chitarra protagonista, vibrante, echeggiante, rombante, che si arrampica nelle orecchie fino all'ingresso della batteria. Troppo poco dura quest'introduzione che avrebbe potuto prendere spazio ed esplodere in ricche variazioni, ma subito cede all'ingresso della voce che, ancora una volta abbastanza biascicante, cede sotto cambi di tono, sbafandolo con stonature decisamente fastidiose. Il ritornello ha un'atmosfera leggera seppur corposa, affascinante, in cui i tempi sincopati ad arte rendono la struttura interessante e piacevole. Da lì, un'ascensione scarsamente performata da una voce poco potente, incisiva, e vacillante nella precisione, porta alla ripetizione della struttura immediatamente precedente e del ritornello (una delle parti meno interessanti e riuscite del pezzo). Dopo di esso, il preambolo energico dell'assolo (prima di sola chitarra, distorta) viene raggiunto dalla batteria ed esplode con l'intervento del solista, schizoide e preciso, teso. Il proseguimento di questo episodio felice vede l'intervento di più voci, coralmente unite nella ripetizione di una frase, con rabbia abbastanza contrastante con ciò che ne segue, cioè la ripetizione della strofa con cui il pezzo si conclude. Avrei visto molto bene questo brano in una versione interamente strumentale, se solo poco più elaborato.

Il quarto pezzo, “Electric Blue Lights”, si apre con una chitarra pulita, onirica, delicata nella sua energia implosiva, la cui melodia rimane accattivante e completa anche all'ingresso della voce. Ancora, soprattutto nei frequenti cambi di tono, la voce soffre una certa impotenza (oltre a portare un timbro che personalmente ritengo poco piacevole e assolutamente non originale). La strofa si ripete identica. La struttura melodica, sia nel ritornello che nella strofa sopraddetta, è interessante e ben costruita, e lo diventa ancora di più nel momento in cui, a poco più della metà del pezzo, fanno il loro ingresso la batteria e la chitarra elettrica. Quest'ultima, specialmente, si fa davvero strada nel cuore dell'ascoltatore, creando un'atmosfera magica e coinvolgente. La voce ancora una volta, anzi come non mai, soffoca i musicisti con la sua invadente (dis)intonazione. Nel complesso gli strumenti si legano benissimo, la chitarra piega sotto di sé delle scale vibranti, porzioni spaziose e saporite di melodie intense, in acciaccature posizionate ad arte ed un mood che è un incrocio originale ed interiorizzato fra le melodie di “Money For Nothing” e le sonorità dei Queen. Le esecuzioni tecnicamente impeccabili degli strumentisti (chitarristi fenomenali, batterista dall'intimo jazz, modesto e opportuno) accompagnano tutta l'opera e conducono il pezzo ad un finale delicato e pungente.

Il quinto brano, “Through The Devil's Dance”, nasce da una melodia vagamente spagnoleggiante, pulita, che vede fin troppo presto intrecciarsi, sotto la voce, due estrose chitarre. Il sottofondo è corposo, protagonista, emotivo. L'insieme esplode, elettrico, distorto e martellato vivamente, ad un minuto circa dall'inizio. La melodia, avvolgente, si fa discretamente padrona del pezzo, deviando verso lidi più carismaticamente oscuri / misuratamente heavy metal. Il ritornello è fin troppo bambinesco, melodicamente infantile nella linea vocale, che sovrasta la grandezza degli strumenti. La cosa si fa palese soprattutto appena prima di un intermezzo molto suggestivo, preambolo di un ottimamente costruito assolo, emotivo ed intrinsecamente complicato pur mantenendo una parvenza di semplicità data dall'elevata prestazione tecnica.

L'introduzione di “Jack The Fat”, il sesto brano, se completamente oggettivata rispetto al resto dell'album rivela un carattere particolare, quasi da “dark wave”, in cui la sola chitarra sgrana un veloce ed ossessivo riff, raggiunta da sporadici colpi di rullante che contribuiscono all'effetto ansiogeno ed alienante. L'unione di tutti gli strumenti riporta tutto ad una dimensione più rockeggiante, con abbondante wah-wah, ed una chitarra che anche all'ingresso della voce rimane (grazie al cielo) protagonista assoluta della scena, con carisma ed aggressività. Dove la voce traccia (MALE) la stessa melodia, la chitarra si perde (pur contenendosi) in evoluzioni energiche, sempre più acute. Il ritornello vede una leggera variazione del tema vocale, registrato con canto e controcanto, dove invece le chitarre, riprendendo poderose e tumultuose il tema principale, si infrangono nelle orecchie, giocando ruoli imperantemente principali. La nuova strofa lascia la briglia sciolta alle distorsioni delle corde, su cui la batteria sa mantenere un velo di romanticismo jazz, di ritmicità funky e di sentimento cupo. Di nuovo si ripete il ritornello, dopo il quale esplode l'assolo, vertiginoso e potente. La base rimane stabile, mentre quello si prende spazio lanciandosi sempre più in alto, con note sempre meno estese, che viaggiano coprendo un discreto spazio su di una tastiera fumante. Troppo breve, prima del rientro della voce e la strofa finale.

L'introduzione di “Instability”, settimo brano, ha un riff terribilmente accattivante, che lascia crescere la tensione, fino a farla esplodere nella versione distorta. L'ingresso della voce è una pugnalata nelle orecchie: mi chiedo sinceramente se il mixaggio delle chitarre non preveda volutamente un volume così alto proprio per tentare di mascherare le troppo frequenti imperfezioni vocali. La chitarra, anche nel ritornello, si rivela profondamente emotiva seppur modesta, e si concede solo brevi capricci, periodici all'interno ed al termine della strofa. Un piccolo intermezzo in cui purtroppo la voce non retrocede nemmeno di un passo e dà davvero il peggio di sé, precede un assolo molto sentimentale, furioso, che davvero riempie il cuore e che di nuovo dura troppo poco, prima della riproposizione del ritornello. Una lunga nota ne sancisce la fine e fa da apripista ad una spirale di wah-wah su cui la voce interviene con una melodia banale, e nonostante ciò mal eseguita. Ne segue un riff, intreccio di basso e chitarra, molto simile a quello introduttivo ma più dilatato e rilassante.

Tribute”, ottavo brano, ha un'introduzione dall'atmosfera molto tranquillizzante: il basso, solo, intona le prime note. La prima ad aggiungersi è la chitarra, che riecheggia in lontananza con piccoli punti, acuti e leggeri. La batteria fa il suo ingresso ovattata, i piatti tintinnano con dolcezza. La chitarra irrompe in un assolo intenso e rapido raggiunto da altre note grezze, distorte, ma comunque composte, che vanno però ad interrompere l'atmosfera molto à la Pink Floyd che si era venuta a creare. Poco dopo entra la voce, sulle note pulite della chitarra, che si lancia su accordi un po' ripetitivi ma emotivamente carichi, più mitraglianti e grezzi all'acuirsi della voce. L'assolo è un concentrato di potenza pura che si muove sinuoso su binari veloci, composti, a tratti trascinati. In momenti di “leggera confusione”, si scorge la più intima emotività di questo bellissimo componimento, dolce – amaro, che si apre a delle sfumature profonde, fino al lento rullo di tamburi che sancisce il termine del pezzo.

La breve introduzione di “Unchained”, nono pezzo, vede un basso protagonista affaccendato in una melodia fra il funky e il metal, raggiunto in fretta dalla chitarra, che calca una traccia leggermente “nu”. La strofa vede la stessa melodia ripetersi e nel ritornello le variazioni sono tutte di direzione ascensionale, poco significative. Il basso, come segue, è un rilevante solista, anche se per pochi secondi. La struttura si ripete e nel ritornello più che mai si fa palese una dilettantesca pronuncia della lingua inglese: nella parola “unchained”, infatti, la lettera “e” viene scandita in maniera vergognosa (considerando che non dovrebbe nemmeno essere pronunciata) e ciò è particolarmente evidente perché questo mispelling al contrario di molti altri provoca un aumento delle sillabe nel verso cantato. Quindi, se pronunciasse la parola correttamente, il verso sarebbe troppo corto rispetto ai tempi scanditi dalla melodia. L'assolo che ne segue è, come sempre in quest'opera, ben costruito, ma permeato da una sensazione d'ansietà data da una leggera accelerazione, che genera un piccolo sfalsamento fra la propria struttura e la base. Il finale, più cupo, riconduce ad un nuovo ritornello, che termina con una variazione smaccatamente funky, singhiozzante ed animata.

Flower”, decimo brano, ha una brevissima introduzione che prosegue identica come riff principale. Varia molto poco fino all'ingresso, nel ritornello, della chitarra elettrica. La voce, che dovrebbe essere il punto forte, la colonna portante e l'elemento più evidente del brano, è carente in tutti i sensi. Sulla strofa la chitarra torna pulita, e a tratti perde totalmente il contatto con la linea vocale in termini d'intonazione. Un breve assolo, un po' meno originale di quelli a cui il resto dell'album ci aveva abituato, si migliora nella sua seconda metà. Una nuova strofa viene conclusa da una ripresa, nel finale, del tema introduttivo. La batteria resta discreta e forse troppo poco estrosa per tutto il pezzo.

Loneliness”, undicesimo brano, parte con un riff accattivante, che diventando pulito e più articolato si mantiene interessante nella strofa. Si evolve, in una forma più “cattiva” e grezza, nel ritornello. La struttura si ripete e la voce risulta ancora una volte un elemento fastidiosissimo. La batteria è ommessa, abbastanza scontata ma pulita ed elegante. Il ritornello si ripete identico, decisamente poco interessante. Dpo di esso il rituale assolo si distingue melodicamente dal resto del brano. È fresco, genuino e “classico”, tanto da dare l'impressione di esser stato inventato lì per lì durante l'esecuzione. All'assolo segue un nuovo, superfluo, ritornello (ringraziando il cielo, l'ultimo).

Bombe che esplodono, la terra che trema, rombi ed eco terribili aprono “War”, dodicesimo brano. Le dolci, pulite, sommesse note acute contrastano con i rumori circostanti e con altre note gravi, riecheggianti, minacciose. All'ingresso della voce lo scenario melodico di contorno rimane lo stesso, sommesso e solenne, leggermente mesto. All'innalzarsi dei toni della chitarra (che diviene distorta, fiera e traboccante) corrisponde un leggero corrispettivo vocale, che ringraziando il cielo si nota ben poco sotto al volume (volutamente?) alto della chitarra (credo che il motivo per cui ci sono spesso dei controcanti nei ritornelli sia lo stesso). Da lì ha inizio un breve assolo poco affine a quanto espresso fino a quel momento, ma di grande impatto e ricolmo di passione. Purtroppo gli “sfoggi” vocali continuano (sfoggi di cosa poi, mah...) e in questo intermezzo, antecedente al ritornello, come non mai si vorrebbe un po' di pace per le orecchie. Una riproposizione dei versi della strofa raggiunge l'apice della fastidiosità vocale (nonostante un pietoso – nel senso di “pieno di pietà”- controcanto). Quando la chitarra (Gesù, grazie!) rimonta, ci si può concentrare su quella, di cui si possono, senza sforzo alcuno, tessere le lodi sia per l'abilità tecnica che per l'originalità. Il pezzo termina sfumandone la melodia.

L'ultimo pezzo, “Behind The Green Fair”, ha un'introduzione di piano romantico, un po' ripetitiva e poco stimolante, su cui la voce interviene molto presto. All'ingresso della chitarra i toni si alzano leggermente, ed il complesso risulta più esplosivo, e coinvolgente, solo alla strofa successiva, dove anche la chitarra si prende dello spazio. La batteria è costante, poco articolata, ed a tratti partecipe di momenti intensi e in cui l'ensemble raccoglie caratteri progressive ed estrosi. L'assolo, a due minuti e quarantacinque dall'inizio, è sentimentale, incrociato con passione ad un piano (una pianola) sottotono, poi fervente, estatico, in momenti che si guadagna con un merito eccezionale, cioè quello della personalità e della capacità tecnica. Alcuni sprazzi ricordano un ibrido fra le sonorità hard rock e delle melodie progressive metal. Di nuovo la voce torna a disturbare un po' a caso, con delle note che non c'entrerebbero niente nemmeno se fossero prese con l'intonazione giusta. Basta sintonizzare il cervello interamente sulla linea tracciata dalla chitarra per reimmergersi in una dimensione pacifica e gustosa, speciale, che a poco più di un minuto dalla fine partecipa da protagonista ad un'architettura ben studiata, in cui la voce viene fortunatamente effettata per riecheggiare e dare meno fastidio possibile. Su queste note passionali, davvero belle, ha fine il pezzo.

In poche parole, l'unico elemento superfluo (anche dannoso) dell'intero album è la voce. Ascoltando mi chiedevo costantemente perché dei musicisti così bravi acconsentissero ad accostare il proprio nome ad una voce così insufficiente, poco credibile, presuntuosa e mancante di fermezza sia nell'intonazione che nel vibrato o nella timbrica in generale. Un po' tutti i testi hanno senso solo se ci si impegna parecchio, e ciò è dovuto da una parte all'accostamento di frasi spesso abbastanza casuali, dall'altra ad un utilizzo pietoso dell'inglese con errori madornali su termini elementari. Un album che poteva essere davvero bello (ben eseguito, ben strutturato, ideato originalmente) subisce la presenza di questa vocetta nasale ed irritante. Mi chiedo: “Possibile che dei musicisti come questi non si accorgano di quanto la cantante sia stonata? E poi, perché di tredici brani non ne è stato inserito nemmeno uno strumentale?” Lascio aperta a voi la risposta..


 1) 1967
 2) Go Away
 3) Poisoned
 4) Electric Blue Lights
 5) Throug The Devil's Dance 
 6) Jack The Fat
 7) Instability 
 8) Tribute 
 9) Unchained 
10) Flower 
11) Loneliness
12) War 
13) Behind The Green Fair