CARPENTER BRUT

Leather Terror

2022 - No Quarter Prod.

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
23/07/2022
TEMPO DI LETTURA:
8.5

Introduzione Recensione

"Leather Terror" è il secondo atto nella saga intrapresa dall'artista francese Carpenter Brut (Franck Hueso) con il precedente album del 2018 "Leather Teeth", lavoro dove il suo stile synthwave a tinte darksynth e horror incominciava a incrociarsi con influenze rock e metal. Se in quel caso il risultato finale non era sempre idealmente riuscito, e nel complesso avevamo il sapore di un esperimento che gettava basi da definire sotto miglior forma, ora con la nuova opera non solo il Nostro riesce a dare senso compiuto alla commistione portata in atto, ma addirittura supera colleghi come Perturbator e GosT che di recente hanno partorito album che seguono uno spirito affine a quello di "Leather Terror". Da diverso tempo infatti i rappresentanti dell'area più oscura della synthwave, la così detta corrente darksynth, stanno cercando di superare i topoi del genere e di toccare un'estetica che prende dal dark, post-punk, e metal estremo. Basti pensare al recente "Lustful Sacraments" del progetto di James Kent e il trittico messo in atto da James Lollar a partire dal disco "Possessor" e poi continuato con i successivi "Valediction" e "Rites Of Love And Reverence". Se questi lavori non erano perfetti, risultavano comunque più riusciti rispetto al primo tentativo del produttore francese di addentrarsi nel crossover tra synthwave e metal, ma come detto ora la musica cambia e il nuovo album di Carpenter Brut supera la concorrenza grazie a una serie di migliorie. Prima di tutto notiamo una produzione cristallina che riesce a dare giusto spazio e potenza tanto agli elementi coinvolti (non ci deve stupire: Hueso è il produttore ufficioso dei Deathspell Omega, o almeno lo è stato fino a tempi recenti), siano essi melodici, ritmici o le distorsioni di synth che molto ricordano il riffing di un chitarra elettrica; in secondo luogo la pletora di cantanti ospiti che arricchiscono l'esperienza con le loro abilità. Se Perturbator aveva tentato la stessa cosa usando nomi decisamente underground con risultati altalenanti, il Nostro invece non prende rischi e si affida a cantanti come Alex Westaway dei Gunship, Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan, gli Ulver al completo, Johannes 'Jonka' Andersson dei Tribulation, e come nomi nuovi la cantante parigina Persha e la polistrumentista norvegese residente in Francia Kathrine Shepard, membro anche dei Sylvaine. Il risultato paga, offrendo prestazioni professionali che si muovono in tracce variegate che passano da una sorta di electro-black metal a tratti synth-pop, momenti più tradizionalmente synthwave e passaggi dal gusto quasi marziale. Qui infatti il suono si fa decisamente più duro, Hueso prende confidenza e non ha remore nell'usare a pieno la sua esperienza passata e presente nel mondo metal come musicista e produttore. Prosegue anche il tema iniziato con l'opera precedente, anche se in maniera sempre accennata e non troppo strettamente legata a quanto espresso nei brani; alcune tracce sono strumentali, le altre in alcune occasioni possono essere tranquillamente viste come a sé stanti e con un proprio universo sonoro e narrativo. Comunque, ritroviamo la figura di Bret Halford, ex nerd che dopo un incidente rimane sfigurato, e che si trasforma sia in una rockstar con la band Leather Patrol, sia in un sanguinario serial killer che vuole vendicarsi di tutti coloro che l'hanno deriso e rifiutato nella scuola che frequentava. La trama si fa più oscura e violenta, addentrandosi a piene mani nello scenario dei film horror anni '80 dal sapore slasher e splatter, e di rimando come detto anche la musica abbandona i tratti glam del disco precedente, e per questo ne esce come un lavoro migliore.

Opening Title

"Opening Title" è la strumentale che ci accoglie nell'album, e già dal titolo si prospetta come un'introduzione degna di un film, il secondo episodio di una trilogia slasher/horror che seguiamo avidamente. Ecco quindi rigidi ritmi marziali immersi in un epico e solenne contesto cinematico, sottolineati da campane a morto dal sapore gotico e da improvvise linee di arco; il modus operandi è quello delle colonne sonore moderne (e il Nostro ne sa qualcosa avendo recentemente dato i natali a "Blood Machines", soundtrack dell'omonimo film indipendente a tema sci-fi girato da Raphaël Hernandez, Seth Ickerman, Savitri Joly-Gonfard), rafforzato però da bassline distorte e kick drums metalliche. Un dramma sonoro che s'innalza in un crescendo sempre più concitato e ritmato, pronto a sfociare nei climi roboanti della successiva "Straight Outta Hell".

Straight Outta Hell

"Straight Outta Hell" è un assalto strumentale che fa da evoluzione e logica conclusione alla precedente "Opening Title", nascendo dalle sue ceneri. Una drum machine pestata e cadenzata crea strutture incalzanti dove vortici di synth ricreano le estranianti atmosfere del black metal più caotico; doppie casse sintetiche e riff elettronici taglienti amplificano la sensazione, dandoci un (non)metal dove intuiamo anche i tipici suoni squillanti della scuola synthwave. Vale la pena soffermarci su questo punto, per capire l'abilità messa in atto a livello di songwriting e produzione. Il Nostro crea le stesse sensazioni e andamenti di certo metal estremo senza però impiegare in alcun modo una strumentazione tradizionale, e mantenendo sotto molti aspetti i suoni che lo accompagnano da inizio carriera. In altre mani il tutto sarebbe risultato incoerente, pasticciato, pacchiano, e probabilmente avremmo avuto un cozzare di parti non congruenti. Ma invece qui tutto fila liscio e funziona, con un'anima digitale che sa immergerci in un videogioco sonoro che pesta duro, e che s'infila anche in corridoi dark che ripropongono l'elemento horror che tanto ha sempre caratterizzato Carpenter Brut. E se è vero che una delle sue ispirazioni più grandi è John Carpenter, omaggiato sin dal moniker scelto insieme allo spumante, qui molte delle intuizioni del regista e musicista americano vengono prese ed estremizzate in una versione sferragliante e severa. La parte finale vede anche arie sinistre e trionfali che sembrano evocare assoli fantasma in un perfetto climax che poi si consuma in un'ultima cavalcata da tregenda.

The Widow Maker

"The Widow Maker" è la prima traccia cantata presente nell'album, graziata dall'inconfondibile stile appassionato e melodico di Alex Westaway, voce dei Gunship. Il pezzo s'introduce con cascate sintetiche e falcate possenti, pregne di un'energia elettronica coadiuvata da colpi distorti di kick drum. Ci adagiamo su suoni di synth più controllati e danzerecci, letto sonoro per le vocals delicate del cantante ospite. Si parla qui di un gioco al gatto e topo, dove entriamo nella testa delle persone terrorizzandole, toccando poi riferimenti allo sbando e alle droghe, al suicidio, sottili rimandi cyberpunk e connotati di violenza e morte. Come detto in sede d'introduzione non abbiamo qui un concept album definito nella storia di ogni singola traccia, bensì più un impianto generale con suggestioni che possiamo associare a episodi che hanno anche la loro singola identità. Possiamo comunque pensare al protagonista della storia, ora un serial killer bardato di pelle e alla caccia delle sue vittime. Chiediamo di sentirci dire che vuole giocare ancora a quel gioco, sapendo già come finirà perché non può scordarsi di noi, la terrorizziamo. Progressivamente entriamo in cori melodici, destinati a collimare con riff di synth che ancora una volta ricreano la parvenza di chitarre elettriche. E' arrivato il momento di svegliarsi, dobbiamo fare quello che dobbiamo e scegliere la nostra pillola (i riferimenti a "Matrix" sono evidenti, e torneranno di seguito, e in questo abbiamo molto dei rimandi alla cinematografia sci-fi cari ai Gunship), è il momento di fare baldoria e dobbiamo scegliere la pillola, dobbiamo sdraiarci insieme sul pavimento. Il motivetto si ripete varie volte in maniera trascinante, prima di tornare sui lidi precedenti più melodici. Dicono che gli zero e gli uno siano solo pioggia (ecco il secondo riferimento al film), per avere una morte istantanea dobbiamo tirare questa corda, l'amore è solo un buco in testa, è tutta una menzogna. Melodie deliziosamente anni '80 sottolineano il tutto, ma ecco che rincontriamo i cori ariosi precedenti, pronti a sfociare nuovamente in attacchi più aggressivi. E'quello che sentiamo e respiriamo, violenza istintiva, è l'ora di far saltare qualche cervello. Una cesura improvvisa crea una pausa di raccoglimento dove i versi melodici del cantato diventano protagonisti: labbra di carbonio danno uno switch al creatore di vedove, dai fianchi scorrono dati di seduzioni. Devono arrendersi, nulla li salverà, noi siamo il creatore di vedove. All'improvviso esplodono bordate di synth in un'impennata sonora e tematica che catalizza il riffing artificiale e i colpi pesanti di drum machine, e il quadro viene completato da climax celestiali sempre condotto dalla voce di Alex. Il mondo s'infiamma, quando cadiamo tutti ci seguono fino alla tomba, ci vedremo nel lato oscuro per vederci bruciare in un'isola di anime perdute. Il gran finale è lasciato a un ultimo riffing di synth che chiude il tutto.

Imaginary Fire

"Imaginary Fire" vede l'apporto di Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan in una traccia basata su un suono electro-pop mutante dove i modi del genere incontrano gli elementi più duri che caratterizzano l'opera qui analizzata. E sono propria una serie di suoni distorti in sequenza ad aprire la canzone, che poi si adagia su arie più dilatate e pacate dando spazio alla voce accorata del cantante; egli parla di solitudine, prezzi da pagare, di relazioni inconciliabili e di di fuochi immaginari da superare. Il tutto molto astratto e interpretabile, come d'altronde succede spesso nei testi del disco, e non legato alla trama di fondo, o almeno non in maniera esplicita e dichiarata. Quando l'altra persona è sola si sente colpevole, e a noi la cosa sta bene perché è il suo il tempo che spreca, ma non vogliamo essere trascinati da lei per poi essere spinti via. Possiamo rendere la cosa semplice, ma sta a lei capirlo. Intanto le trame sonore si fanno ancora più melodiche grazie a tastiere retrò sempre più presenti e squillanti. Ci vuole determinazione per capire che non si ottiene nulla gratis, e ci vuole molto per amare come ci si sente quando si è soli, ma noi creiamo le stelle in cielo quando andiamo, e vogliamo che entrambi riuscissimo a lasciare indietro il fuoco immaginario. Ormai abbiamo raggiunto atmosfere pregne di pathos e melodia, pronte però a collimare in screaming e riff taglienti prima di riprendere con il corso familiare. Se l'altra persona vuole tornare con noi, noi non lo faremo, non siamo ormai in un altro luogo, e se si dirà a se stessa che ci stiamo allontanando, la possiamo fare semplice, ma sta davvero a lei. Sappiamo che è difficile provare emozioni, ma nulla è gratis. Si ripropongono i crescendo ormai familiari, che ci portano al ritornello emotivo che si consuma per l'ennesima volta con grida -core; segue però un'inedita linea dai synth celestiali e dalle voci soffuse, melodica e dolce. Ora la ferocia colora senza emozioni, la fede è difficile da mantenere mentre siamo soli nel grande ignoto. Quetsa nuova sezione si espande con le sue tastiere melodiche, raggiungendo un inevitabile climax pieno di pathos che ripropone per l'ultima volta il ritornello che si brucia con ultimi riff sintetici e colpi cadenzati.

... Good Night, Goodbye

"... Good Night, Goodbye" parte con pulsazioni gracchianti di synth, che presto si uniscono a suoni di pianoforte e linee d'archi malinconiche in un corso elegante e delicato. Le arie moderne conoscono note grevi che rimandano a certe soluzioni dei Nine Inch Nails di fine anni '90, e vengono completate da orchestrazioni celestiali. Si manifesta di seguito la vera faccia della canzone, una suite minimale di piano, suoni sintetici, e la voce di Kristoffer Rygg, cantante degli Ulver accompagnato dai compagni di band Tore Ylwizaker e Jørn H. Sværen. Chiunque abbia anche solo una minima dimestichezza con la band sa quanto le parole sperimentale e avantgarde non siano usate a caso con loro, il gruppo negli anni ha subito innumerevoli trasmutazioni partendo dal black metal a tinte ora folk, ora più rozze, ora più melodiche, e poi si è aperto a elettronica trip-hop, post-rock, musica orchestrale contemporanea, e musica sperimentale propriamente detta. Qui seguiamo il loro lato più intimista, in uno stile che ci rimanda a lavori recenti come "The Assassination Of Julius Caesar" e "Flowers Of Evil". Il testo della traccia fonde suggestioni filmiche con rimandi storici a periodi bui del novecento, paesaggi notturni urbani, e dissidi interiori che portano a dissoluzioni alcoliche. Chiudiamo i nostri occhi e preghiamo, non c'è più nulla da dire, siamo come in u film in bianco e nero ambientato nel millenovecentoventinove (l'anno della crisi economica americana conosciuta come La Grande Depressione, che ha mietuto vittime tra morti di stenti e suicidi). E ci sentiamo proprio come quel periodo, mentre un uomo arriva e beve un latte nero, per poi percorrere correndo un cimitero. Fasci di luce si muovono nella città e sentiamo un rumore bianco, la velocità del suono stesso. La musica si mantiene trattenuta e lieve, aprendosi poi a ritornelli dalle linee dal groove sommesso e dalle ariosità synthwave che ne cesellano gli andamenti insieme alle bellissime vocalizzazioni del cantante; non c'è più nulla da dire, chiudiamo gli occhi e preghiamo, piangiamo sotto un cielo a televisore, e alla fine diciamo grazie a addio. Un affresco noir che assume in musica un pathos emotivo arricchito da orchestrazioni che nel finale vengono violate da un'improvviso effetto drammatico da thriller.

Day Stalker

"Day Stalker" è un pastiche disco-synthwave che riporta nel disco i modi più tradizionali del genere rifacendosi ai suoi canoni: tendenze "outrun" prese dalle musiche dei videogiochi di corse in macchina anni '80, riverberi chiusi, linee di sintetizzatore analogico, loop dal groove ipnotico, e melodie minimali, ritmiche in 4/4. La traccia mantiene tutti questi presupposti, in un crescendo che si fa sempre più cadenzato e si arricchisce di cori sintetici e suoni futuristici che sembrano sirene che si ergono in una notte piena di luci al neon. Giri di tastiera vorticano in un climax che esplode in una corsa sintetica che manifesta pienamente le tendenze evocate all'inizio della descrizione, confermando una synthwave da ballo che non sfigurerebbe nei lavori passati di Carpenter Brut, pregna di un certo gusto cinematico da sempre congegnale al produttore francese. Ecco che senza nemmeno accorgercene, la traccia confluisce nella successiva "Night Prowler", confermando due episodi gemelli che costituiscono un tutt'uno diviso in due parti.

Night Prowler

"Night Prowler" prosegue i climi accelerati e concitati raggiunti dalla precedente "Day Stalker", proseguendo con i suoi synth spediti posizionati su linee vorticanti e cimbali incalzanti dal sapore dance. Oscurità improvvise, malevoli e nere, creano zone d'ombra in corridoi nooir che poi esplodono nuovamente in un'elettronica graffiante: è come se vedessimo un auto scomparire in tunnel oscuri per poi tornare alla luce dei neon e dei lampioni. Il corso lineare si arricchisce di melodie squillanti già apparse nella traccia predente, ma qui cesellate da note malinconiche inedite; largo poi a effetti sferraglianti, che vanno a gettare il tutto in uno stop improvviso sgenato solo da un suono elettronico.

Lipstick Masquerade

"Lipstick Masquerade" mantiene le tendenze retrò dei brani precedenti, questa volta però portandoci in un irresistibile momento electro-pop che richiama nomi come Madonna, Kylie Minogue, e tutta una serie di canzoni che inevitabilmente apparivano nelle colonne sonore dei film dell'epoca, anche a volte in quelli horror per segnare certi passaggi "mondani" della pellicola. In realtà però sotto i suoni energici e le parole della cantante ospite Persha, troviamo significati ben più oscuri che contrastano volutamente con l'impianto sonoro pop e "zuccheroso": troviamo accenni di squilibrio e mancanza di controllo, mentre si combatte per avere quello che si vuole, ma si perde sempre di più quella "Mascherata Di Rossetto" che si sta portando. Non un caso dunque l'uso dei modi più associati con una decade da una parte eternamente rievocata e rimpianta (anche e soprattutto da chi non l'ha mai vissuta), ma anche spesso ricordata come esempio di sfarzo consumistico e apparenza estetica. Cori sussurrati ci incitano a "Dirlo ancora, dirlo ancora" prima della partenza del cantato cadenzato, la narratrice ci parla di come sia stata nella sua mente ferita per più tempo di quanto abbia voluto, ha cercato di essere il tipo perfetto per noi, quella che volevamo, ma dentro di lei le voci si fanno vicine e continuano a gridare, fortificandoci e reclamandoci, rendendoci forti, e ora ci sta prendendo. Ecco che esplode il ritornello fatto di tastiere ben presenti, ritmica cadenzata e vocals melodiche dalle punte alte, fatto apposta per essere cantato in coro: pensiamo che lei stia bene, che lei continua ad averla vinta, ma in realtà sbagliamo totalmente. Stiamo giocando a qualcosa di pericoloso, e le cose non saranno più uguali, ha aspettato troppo a lungo e non si arrenderà senza combattere per avere di più. Ritorniamo ai toni precedenti, con stringhe che sottolineano i corsi sintetici e il cantato accorato, in una sezione che sarà destinata a riportarci al ritornello. Da questo momento staremo sulle spine, il nostro mondo sta collassando, e lei piega le sbarre della prigione dove è rimasta a lungo. Si ripete il crescendo familiare, con le sue noti danzerecce e suoni irresistibilmente anni '80, collimando però a questo giro con un corridoio sonoro fatto di bassi sferraglianti e voci incalzanti, distanti e anche sensuali, dove la nostra dichiara di sentire una chiamata incalzante. Si ripete per la terza e ultima volta il ritornello, che conclude il pezzo con una coda di synth maestosa.

Color Me Blood

"Color Me Blood" ci riporta su climi elettronici più drammatici e feroci, con un episodio darksynth fatto di linee quasi electro-industrial, guidate da un drumming cadenzato e da strati veloci che evocano corse spericolate fatte di suoni squillanti ed effetti ossessivi, meccanici. Improvvise accelerazioni decollano in attacchi severi che ci trascinano in un limbo improvviso fatto di silenzio, ma dove presto man mano si elevano i suoni precedenti in un crescendo che esplode in un galoppo graffiante sormontato da suoni EDM e atmosfere epiche, climax che si lancia tra pulsioni di kick distorto e suoni cinematici che s'interrompono all'improvviso chiudendo la traccia.

Stabat Mater

"Stabat Mater" vede la presenza di Kathrine Shepard dei Sylvaine, traccia che inizia una sorta di trittico sonoro che confluirà con alcuni modi che si riproporranno nelle successive "Paradisi Gloria" e "Leather Terror". Qui abbiamo toni di piano grevi, quasi funerei nel loro inizio, uniti a passi marziali che si mantengono per il momento dilatati tra improvvisi effetti stridenti e voci lontane che ci parlano di tradimento costante e di confortanti coltelli a molla; ecco che un motivo di pianoforte più sentito si fa protagonista, insieme alla voce della Shepard. La cantante ci parla di soldati che sono guardiani dell'odio e della fatica, custodi dell'inumano, e di come la luce sia un salvatore fuori portata, mentre la tenebra rimane per filtrate. Ora il tutto s'innalza con cori operistici soavi e drammi orchestrali dagli archi altisonanti, in un gusto noir che viene coronato da suoni d'organo sintetico magistrali ed evocativi: il semplice fallimento diventa attratto dal dolore, tutto è perduto e vano, il silenzio si ripete in una sconfitta imminente, non ci sono più speranze di vittoria. Il tutto va i metastasi, causando il nostro stesso supplizio. Un silenzio improvviso vede solo voci ripetute, prima di presentare un motivo di tastiera sommesso che va a proseguire nella successiva "Paradisi Gloria".

Paradisi Gloria

"Paradisi Gloria" riprende il motivo della traccia precedente, proseguendo con suoni drammatici e striscianti che proseguono in falcate sintetiche che incontrano vuoti dark ambient; all'improvviso si esplode con groove darksynth ossessivi che richiamano tastiere strillanti dal motivo contagioso, slavo poi ributtarsi in cesure dai suoni d'organo ecclesiastici e funerei. Si ripetono le alternanze di esplosioni in sobbalzi gloriosi che sconfinano in cori operistici epici pieni di pathos, sfogo di un crescendo che si consuma totalmente lasciando posto a drone oscuri e il ritorno dei loop di voce femminile e degli effetti che avevano introdotto la traccia, ora accostati a un pino che ci porta alla conclusiva title track.

Leather Terror

"Leather Terror" è l'ultimo atto dell'album omonimo, introdotto da un trotto marziale iniziato con la precedente "Paradisi Gloria". Su di esso si stagliano voci modificate da vampiro e suoni sinistri horror, presentando il protagonista vocale Johannes 'Jonka' Andersson dei Tribulation, accompagnato dal batterista Ben Koller dei Converge nella sezione ritmica marciante. Il narratore si sveglia prima dell'alba, indossando i suoi guanti e stivali trasformandosi guidato da visioni stabili. I suo viso diventa chiaro nella luce, facendolo tremare con tormento e dispiacere, il suo unico piacere è ormai una soddisfazione senza fine. Non è difficile pensare al protagonista della storia portante della trilogia di cui l'album fa parte, ovvero Bret Halford, ora diventato un sanguinario serial killer sfigurato assetato di sangue. I toni horror della musica, perfetti per il tema, si lanciano in doppie casse dai riff di synth assolutamente aggressivi e modulati secondo l'estetica del black metal, riportandoci a quell'ibrido sonoro che avevamo incontrato nei primi momenti del disco. I versi gridati e distorti del cantante completano il quadro con una furia che non sfigurerebbe assolutamente in un contesto di metal estremo (contesto da cui dopotutto il Nostro deriva e vive pienamente). Invitiamo ad avvicinarsi, chiedendo di intrattenerci cantando, sin da quando eravamo bambini non abbiamo ricevuto alcun amore, fatto che ritorna e non può essere negato, ed è per questo che la nostra mente è crollata. Tastiere sempre dai modi oscuri completano il riffig sintetico e il drumming duro, creando un ritornello feroce: non vedremo mai la luce, ma dopo tutto chi accetta davvero la disperazione e la cupezza? Suoni quasi malinconici sottolineano le cadenze vocali, mentre il racconto si fa però sempre più orrorifico. Abbiamo trovato la nostra vittima, e il coltello sprofonda nella sua carne, portandola alla morte, la sua vita è persa e va verso l'onnipotente, ma non è così male, dopotutto è semplicemente una dei tanti. Intuiamo improvvise tastiere molto anni '80, sprazzi synthwave che permangono sotto ai climi sonori ben più duri e cupi. La vittima è per noi un nome nel nostro libro della morte, e come tale la salutiamo mentre le rubiamo l'ultimo respiro e la portiamo al riposo eterno. Bordate di synth e colpi pestati ci portano in corridoi taglienti, mentre si ripetono modi precedenti prima di aprirsi in celestiali vortici altisonanti. Largo poi a passaggi dalle scale alte che sembrano ricreare assoli di chitarra. Sentiamo una sensazione di trasformazione, che s'intensifica a volte, e benediciamo coloro che non ci sfuggono e muoiono. Nella conclusione pestata le parole vengono ripetute fino all'oblio improvviso, che mette fine al nostro viaggio nell'inferno.

Conclusioni

Con "Leather Terror" Carpenter Brut centra il bersaglio creando quello che è probabilmente il suo miglior lavoro dall'inizio della sua carriera. Il disco è infatti superiore sotto ogni punto di vista rispetto a "Leather Teeth", e riesce anche a essere più robusto e realizzato rispetto alla precedente trilogia di EP raccolta come un triplo CD a nome "Trilogy" nel 2015. La nuova tendenza crossover dell'area più oscura e violenta del mondo synthwave si realizza pienamente in una sorta di "metal elettronico" dove i synth sostituiscono le chitarre, ma le strutture dei pezzi comprendono giri taglienti, distorsioni, doppie casse devastanti seppur sintetiche, e le vocals si approcciano anche allo screaming e al growl. Il tutto fila grazie alla produzione impeccabile, ai tratti cinematici, marziali e orchestrali che segnano vari passaggi dell'album dandoci l'idea di un film in suoni, al songwriting che a questo giro sa anche toccare punte emotive senza cadere nel pacchiano, e in generale a una coerenza di fondo che ci consegna un'esperienza mutevole, ma completa. Alla base intuiamo sempre le tendenze synthwave che fanno da radici per il Nostro, e che non vuole abbandonare, ma sopra di esse si aggiungono arie gotiche, magistrali evocazioni, ritmiche pestate, bordate e ritornelli ammalianti. Inoltre, come detto in sede d'introduzione e nell'analisi delle singole tracce, gli ospiti presenti sono un elemento non da poco della riuscita e bontà dell'opera; ognuno offre una prestazione professionale portando tratti delle proprie realtà musicali, ma allo stesso tempo rispettando l'atmosfera e l'identità del progetto qui portato avanti. L'album vede anche una tracklist intelligente che è riuscita a organizzare la sequenza in modo soddisfacente: abbiamo prime e ultime tracce legate all'ibrido spesso menzionato tra elettronica e modi metal, mentre i nucleo centrale vede una riproposizione di suoni più propriamente synthwave ed electro-pop, mantenendo intatte le due anime del progetto con una coerenza narrativa che da credibilità al tutto. Tirando le somme, a fine ascolto sembra di aver vissuto un'esperienza che va oltre la semplice collezione di brani, con una sorta di film mentale che, per quanto vago a livello testuale, si forma nella mente grazie a suggestioni sonore. Dai suoi albori nei primi anni duemila a oggi la synthwave ha fatto molta strada, pur mantenendosi come un fenomeno prettamente underground, che però ha avuto ripercussioni musicali ed estetiche anche nel mainstream. Essa si è ramificata sempre di più e ha creato sottogeneri, e il fatto che ci siano puristi che si lamentano della cosa è praticamente un certificato di garanzia della varietà raggiunta, un po' come succede con il metal. Non deve quindi farci troppo strano se qui parliamo di post-synthwave, ovvero un superamento del genere stesso dove i suoi modi diventano latro, come è successo con il post-metal. Certo, nel caso di Carpenter Brut vengono mantenute anche tracce propriamente synthwave, ma insieme a momenti che vanno decisamente oltre seguendo il gusto di nomi già citati come Perturbator e GosT. Se di per sé infatti il genere è abbastanza limitato nelle sue soluzioni, minimale nelle strutture e ancorato a certi canoni che gioco forza si ripetono, i produttori che più hanno avuto riscontro anche in altre aree hanno deciso con gli anni di risolvere la cosa incastrando altri pezzi in sperimentazioni più o meno riuscite, ma che hanno segnato un'evoluzione inevitabile. Evoluzione che proprio in questi anni si sta confermando come sempre più tangibile, ancora in corso e dai risultati finali ancora oggetto di scommessa. Di sicuro sappiamo che "Leather Terror" ne esce fuori come il vincitore, un'opera che porta la nuova estetica del progetto francese a una forma compiuta. Vedremo cosa riserverà il futuro.

1) Opening Title
2) Straight Outta Hell
3) The Widow Maker
4) Imaginary Fire
5) ... Good Night, Goodbye
6) Day Stalker
7) Night Prowler
8) Lipstick Masquerade
9) Color Me Blood
10) Stabat Mater
11) Paradisi Gloria
12) Leather Terror
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