CARNIVORE

Retaliation

1987 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
06/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Eccoci al secondo ed ultimo appuntamento con la discografia dei Carnivore, progetto che vedeva come front man e bassista niente poco di meno che Peter Steele, futuro mentore dei Type O Negative; dopo le esperienze con i gruppi hard rock Aggression e Fallout, il gigante di New York fonda la band nel 1982 con il compagno di avventure Louie Beateaux, cambiando poi diversi membri fino al 1985, anno del loro debutto omonimo, dove vengono accompagnati da Keith Alexander come chitarrista e seconda voce. Questo lavoro fa conoscere i nostri come band speed/thrash dai forti connotati crossover, dove pulsioni punk e hardcore si uniscono a prorompenti elementi heavy metal, senza rinunciare a passaggi doom e progressivi che danno varietà all'esplosivo risultato, arricchito da cori incalzanti e testi pieni di humor nero, ma anche di visioni feroci ed apocalittiche legate ad un immaginario post atomico.  Il disco non raggiunse certo lo stardom dell'epoca, ma fece conoscere i nostri nell'underground, delineandoli come una delle band più interessanti della fervente realtà di New York, contaminata sempre più da influenze punk ed acide che avrebbero prodotto in quegli anni gruppi come White Zombie e S.O.D. Dopo l’ottimo esordio, il gruppo si mette a lavoro, creando nel 1986 alcuni demo più influenzati dalla scena hardcore, veloci e diretti, i quali anticipavano alcuni pezzi del loro secondo, ed ultimo, lavoro, datato 1987 ed intitolato "Retaliation - Azione Di Risposta". Per l'occasione, il duo Steele / Alexander (rispettivamente voce/basso e batteria) viene accompagnato da Marc Piovanetti alla chitarra e seconda voce, mentre il precedente Alexander scomparirà dalla scena dopo aver partecipato al debutto dei Primal Scream (da non confondere con i famosi omonimi britannici), un'altra band di New York, morendo purtroppo nel 2005 in un incidente in bici; la nuova formazione si presenta quindi con un lavoro che riparte dal suono dell'opera precedente, ma lo rielabora in chiave ancora più frenetica e debitrice della scena hardcore contemporanea, aumentando anche le dosi di thrash, senza però rinunciare a parti doom e a soluzioni melodiche. Il risultato, se non al livello di impatto e originalità del debutto, è comunque un lavoro molto buono, pieno di motivi incalzanti e trascinanti, cori e ritornelli; inoltre la vena sarcastica del nostro sembra qui ancora più velenosa, con attacchi alla religione, alla morale, alle convenzioni sociali, alla dipendenza tecnologica e quanto era sacro per l'americano medio dell'epoca. Un'ottima conclusione dunque per il percorso dei nostri, che si scioglieranno lo stesso anno, lasciando poi libero Steele di fondare il suo progetto più famoso, il cui primissimo lavoro, Slow, Deep and Hard”, fonderà il suono dei Carnivore con quelli che poi saranno gli elementi usati dai Type O Negative, tra gothic, new wave ed industrial. il loro lascito verrà poi riscoperto a metà anni novanta grazie al successo ottenuto dai Type O Negative, e alla conseguente ristampa dei loro lavori su cd, la quale permetterà sia al pubblico dei T.O.N, sia a persone amanti del thrash, di entrare in contatto con il suono dei nostri e di dargli la giusta importanza nella storia del metal statunitense e non solo. Un’importanza che portò Steele, nel 1996 (fresco della grandissima popolarità ottenuta grazie al disco “October Rust” inciso con i T.0.N), dapprima a riunirsi Louie e Marc per un mini tour (della durata di un week end lungo) intrapreso da New York a Milwaukee, per rispolverare le sue radici ed accontentare molti fan acclamanti. In seconda battuta, gli ultimi show targati Carnivore ma con il solo Peter come membro originale, risalgono al 2006: con una formazione del tutto rinnovata (Paul Bento alla chitarra, Joey Zampela dei Life of Agony sempre alla sei corde e Steve Tobin alla batteria), il Green Man decise di tornare ad utilizzare il monicker “Carnivore”, limitandosi però ad eseguire live i vecchi pezzi senza incidere alcunché di inedito. Da segnalare la loro presenza al “Wacken Open Air” del 2006 e l’imbarco in un maxi tour dapprima europeo (che portò i Nostri anche in Italia, il 7 Dicembre 2007 in quel di Torino) ed in seguito statunitense. Il gruppo si sciolse ufficialmente nel 2010, causa la morte per arresto cardiaco di Peter Steele.



"Jack Daniel's And Pizza - Jack Daniel's E Pizza" non è un brano musicale, bensì un’intro con una registrazione: senza mezzi termini, si tratta di un uomo che corre in bagno e vomita nel gabinetto, con tutti i rumori annessi che possiamo immaginare; quale migliore biglietto da visita per la volontà dissacratoria dei nostri? L’inizio vero è proprio si ha con "Angry Neurotic Catholics - Cattolici Neurotici Arrabbiati", la quale si apre con rullanti di batteria cadenzati e riff taglienti come seghe; subito il tutto accelera con n grido di Steele, il quale segna lo scoppio di loop assassini di chitarra e il drumming tempestante. Le vocals sono più isteriche e veloci di prima, con dei connotati fortemente punk, così come le chitarre sgraziate  lanciate in una baraonda sonora; al diciannovesimo secondo s’inseriscono delle mini pause con rullanti di batteria e fraseggi distorti, le quali creano effetti di rallentamento, prima della ripresa della barbarica corsa. Nel caos fatto di cassa dritta, piatti di batteria, e chitarre impazzite, riconosciamo un certo andamento atonale solenne, il quale crea un’”anti-melodia” allo stesso tempo caotica e in qualche modo catchy; il cantante prosegue intanto con i suoi slogan ultra veloci, in un pezzo dall’animo hardcore, schizzato e diretto come non mai. Al trentasettesimo secondo segue un altro rallentamento ritmato, proseguendo l’alternanza dominate in una struttura volutamente ripetitiva; essa poi lascia spazio ad un fraseggio sferragliante di basso, il cui motivo viene subito ripreso da chitarre rocciose. Si riparte quindi con la cavalcata al fulmicotone delineata dalle grida isteriche di Steele e dalla strumentazione a tutta velocità, in un turbine irresistibile, dove non mancano comunque ritornelli accattivanti; si ripete la combinazione basso e chitarra, riprendendo poi la corsa massacrante.  Si arriva così al minuto e ventinove, dove una digressione solenne accompagnata da drumming controllato rallenta ancora una volta i toni, instaurando un fraseggio tagliente  strutturato dalla parte ritmica; essa si traduce poi in rullanti che aumentano l’adrenalina, segnando anche l’intensificarsi dei loop di chitarra, accompagnati anche dai piatti di batteria. Steele parte con un nuovo slogan, questa volta più controllato, ma sempre dai toni altisonanti, mentre la strumentazione si da ad impennate incalzanti; esso viene poi ripreso da cori esaltanti, riportando molti degli elementi cari ai nostri già presenti nell’esordio, qui velocizzati ulteriormente. Al secondo minuto e undici il movimento si fa più dilatato con digressioni di chitarra dilungate, mentre il cantato si fa più melodrammatico; ecco però al ripresa dei cori con chitarre incalzanti, i quali si alternano con la parte più solenne; si arriva così al finale improvviso, il quale non ci da nemmeno il tempo di respirare prima della partenza del pezzo successivo. Il testo, come si può intuire dal titolo, prende di mira la religione Cattolica con arguzia e sarcasmo; “Don't do what you want, Do what you're taught is right, Your life is built on paranoia and guilt, Don't forget your Valium tonight – Non fare quello che vuoi, Fai ciò che ti è stato insegnato essere giusto, La tua vita è costruita sula paranoia e la colpa, Non dimenticare il tuo Valium stanotte.”  è l’accusa diretta alle ipocrisie  e frustrazioni dei fanatici, i quali sfociano in inevitabili crolli nervosi dove la facciata viene mantenuta al prezzo della propria pace interiore. Questo conflitto viene vissuto dal credente come una punizione per i suoi peccati, lamentando il fatto che ciò che egli così desidera, è peccato, e non sarà perdonato; questo lo porta a considerare la sua stessa vita inutile ed empia, e a considerare il suicidio. “I went down to my basement confused and depressed, put Black Sabbath on, Razor blade in hand, a Wilkinson I think, ten slashes on each arm – Sono andato in tavern, confuse e depresso, ho messo su I Black Sabbath, Un rasoio nelle mie mani, credo un Wikinson, dieci tagli in ogni braccio.” stabilisce la scena, in cui il nostro muore dissanguato, cercando purificazione nella morte; ecco quindi che il conflitto interiore porta alla morte, in un’ironica auto distruzione nata dalla convivenza di pulsioni umane represse e ipocrisie.S.M.D" parte dopo dei colpi di bacchette con un’ennesima corsa punk frenetica e lanciata, mentre Steele si da subito al cantato isterico e turbinante, proseguendo la linea gettata sin dal primo brano; batteria pestata dunque, e chitarre dai loop taglienti, mentre notiamo che la voce del cantante è ora meno filtrata, dedita a grida più naturali e umane, ampliando al componente sanguigna. Al decimo secondo però abbiamo un rallentamento che lascia in campo solo il rifting distorto, salvo poi chiudere tutto con feedback e una parte parlata dove in presa diretta (vero o falso non è dato saperlo) ci si blocca per problemi in studio; ma la pausa è breve, e al quattordicesimo secondo si riparte ancora una volta con la corsa a tutto spiano, come nulla fosse successo. La batteria è possibilmente ancora più pestata e tempestante, mentre i giri circolari di chitarra al ventitreesimo secondo rallentano leggermente sottolineando i cori del ritornello, ennesimo esempio di punto accattivante creato dai nostri apposta per essere cantato a squarcia gola; si delineato quindi bordate dissonanti che delimitano le varie esclamazioni, in un gioco ben calibrato che allo stesso tempo rallenta ed incalza, come accelerazioni di moto alternate. Si prosegue poi con la corsa dritta, sempre guidata da un drumming ossessivo e da chitarre lasciate andare come motoseghe impazzite; si riconfigura poi il ritornello accattivante, in un’alternanza delle parti che crea dinamismo e tiene l’attenzione dell’ascoltatore. Improvvisamente al cinquantaduesimo secondo tutto rallenta lasciando campo a fraseggi solenni e a rulli di batteria, mentre Steele si lancia in sgolate esclamazioni; i toni si fanno tetri e dai connotati doom monolitici, con una chitarra distorta e strisciante tempestata da colpi di piatti e proto-blast serrati. Ma le sorprese non cessano, e al minuto e venti abbiamo un motivo distorto di chitarra dall’animo thrash, il quale di si dilunga  alternato a colpi dilatati e potenti di batteria; quest’ultima prende poi velocità, accompagnando il cantato cadenzato di Steele, lanciato in nuovi slogan veloci al fulmicotone. Dopo un feedback di microfono stridente abbiamo un assolo greve ed incalzante, il quale si sviluppa in giri taglienti prima di consumarsi all’improvviso; si continua con il rombo di chitarre e con il drumming serrato, mentre il cantante prosegue con i suoi ritornelli adrenalinici; al minuto e cinquantasette abbiamo un nuovo assolo di basso greve, dopo il quale parte un grido, e un’ultima cavalcata selvaggia e distorta, dove il cantato veloce si accompagna agli ultimi cori, prima di chiudere il brano improvvisamente. Le parole del testo sono molto combattive e attaccano il giudizio della società nei confronti del proprio stile di vita; “You call my music sonic poison, Turn its down, it's annoying, But it gives me pleasure to aggravate, The ones I hate – Tu definisci la mia musica veleno sonoro, Abbassala, E’ fastidiosa (mi dici), Ma mi da piacere dare fastidio, A quelli che odio.” è l’attacco che stabilisce i toni, rifiutando le imposizioni, e anzi rispondendo con consapevole sfida. La misantropia espressa poi sale in toni sempre più violenti, immaginando assalti mortali (“Find a weapon bash their skulls in, Don't they make you sick, Kill these fucking pricks! – Trova un’arma con la quale rompergli il cranio, Non ti fanno schifo, Ammazza questi fottuti snob!”) nei confronti di chi non si sopporta; s’immagina poi un’unione di metallari (“bangers”) e skin, dando continuità tematica all’unione sonora dei due mondi, uniti contro i conformisti che li attaccano. L’invito finale è irriverente e diretto: “Suck, I won't change for anyone. My, Keep fighting 'til I'm done. Dick – Succhiami, Non cambierò per nessuno, Il mio, Continuerò a lottare fino alla fine. Cazzo.” Dice Steele senza giri di parole, completando i toni volutamente volgari del testo. "Ground Zero Brooklyn ci accoglie con una digressione distorta di chitarra delineata da piatti di batteria striscianti, in un andamento lento e solenne; esso prosegue su queste coordinate, aggiungendo riff rocciosi e monolitici, in una marcia funerea e sinistra dalla grande atmosfera. Si prosegue a lungo su questa linea, in un effetto ripetuto e ipnotico dalla grande presa; al cinquantesimo secondo un colpo di piatto e una digressione segnano una cesura improvvisa. Dopo di essa, dei colpi di bacchette accompagnano un rifting rombante e potente, che alza ed esalta i toni prima sommessi; anche il drumming si fa più massiccio e tempestante, segnando un indurimento generale del suono. Ecco quindi che al minuto e sette un’esclamazione di Steele segna l’inizio di un galoppo ritmato di batteria e bordate di chitarra, in un movimento frenetico che avanza; esso viene fermato al minuto e quattordici da un giro greve di basso, dopo il quale abbiamo l’inevitabile accelerazione che sfoga l’energia finora repressa. Ecco quindi una chitarra stridente, seguita dal cantato convulso e veloce di Steele, e dal drumming lanciatissimo, mentre le chitarre diventano seghe elettriche impazzite; all’improvviso rullanti di batteria sottolineano le esortazioni ritmate del cantante, una sorta di cantilena – ritornello, alla quale segue una cesura, con conseguente nuova galoppata isterica. Essa prevede cori esaltanti mentre le chitarre si danno a loop circolari continui, in un effetto incalzante ben strutturato e dalla facile presa; al minuto e quarantotto interviene ancora il basso sferragliante, dopo il quale tutto accelera in un drumming impazzito e in una nuova esibizione vorticante da parte di Steele, in una corsa punk folle e lanciatissima. Si ripropone quindi ancora una volta subito dopo l’alternanza con galoppi ritmati, ripetendo la struttura incontrata in precedenza; nuove bordate serrate e circolari, nuovi colpi sicuri, e soprattutto nuovi cori da stadio sgolati e trascinanti. Tutto si ferma all’improvviso lasciando posto per l’esclamazione teatrale e melodrammatica del cantante, in una sorta di recita dai toni volutamente esagerati, che amplifica il testo altrettanto altisonante e sarcastico (“Jesus I beg of thee, Don't take my life, Return me to the womb from which I was torn, Birth is a sin, And the punishment is death, I wish you hd left me unborn – Gesù ti scongiuro, Non prendere la mia vita, Riportami all’utero dal quale sono stato strappato, La nascita è peccato, E la punizione è la morte, Vorrei non essere nato.”), riportando in auge l’elemento “scenico” dei nostri che ogni tanto fa capolino tra la furia; ecco poi al secondo minuto e quarantaquattro un solenne fraseggio, il quale si sviluppa greve e strisciante nella sua melodia atonale. Esso evolve in giri costanti, mentre il drumming si fa strada con i suoi colpi veloci, ina sezione dal grande impatto epico in crescendo; essa s’intervalla con alcune bordate di chitarra più caotiche, salvo poi riprendere con il suo corso dritto  ed ammaliante. Al terzo minuto abbiamo una nuova cesura, la quale da spazio ad un nuovo fraseggio controllato, il quale tetro e tagliente si allunga mentre la batteria dilatata colpisce con piatti distribuiti e alcuni rullanti; si delinea quindi un andamento doom dal gusto classico legato a giganti come i Black Sabbath, influenza non certo nuova per i nostri. In sottofondo un urlo in loop di Steele accompagna gli sviluppi “tecnici” di chitarra e batteria, mentre poi il rifting si fa più presente, e il cantante si da ad un’esibizione sincopata piena di veleno; ecco che al terzo minuto e cinquantatre s’inserisce un assolo stridente e tagliente,  il quale ieratico si abbandona a note altisonanti in scale continue. Si riprende quindi con il loop sommesso precedente, mentre Steele prosegue con le sue dichiarazioni furiose; si continua è quindi affidato a questa coda, ritmata  dai piatti cadenzati di batteria. Al quarto minuto e  ventitré un rombo di chitarra si sviluppa insieme ai colpi di drumming in un ultimo galoppo, il quale collima in un assolo di basso e un’impennata con grido, chiudendo definitivamente il pezzo. Il testo è tetramente profetico, se si pensa a cosa è successo nel 2001, ance se legato alla paura del conflitto con la Russia, allora realtà reale e costante; “Home watching Star Trek, everything's okay, Little do I know, Soviet missiles are on the way  - A casa guardando Star Treck, tutto va bene, ma non so, che i missili russi stanno arrivando.” crea la scena iniziale, delineando un americano medio ignaro di quanto sta per succedere. I missili stanno arrivando, e la popolazione cerca di scappare, ma inutilmente poiché mancano solo sei minuti; il protagonista ora non può che attendere l’inevitabile, come sarcasticamente sottolineato in maniera ilare con “Head between my legs, I kiss my balls goodbye - they're finished – Testa tra le gambe, Dico addio alle mie palle – Sono finite.” mantenendo pur nell’apocalittico immaginario una certa verve da humor nero. La disperazione sale, e il protagonista supplica Gesù di farlo tornare nell’utero, credendo che non sarebbe dovuto nascere, in un connotato sempre altamente ironico e sui generis; il finale vede una domanda retorica accusatoria (“Are we not savages innately destined to maim and kill? Blame it on the environment, heredity or evolution, We're still responsible – Non siamo selvaggi istintivamente destinati ad uccidere e massacrare? Dai la colpa all’ambiente, eredità genetica o all’ evoluzione, Siamo comunque responsabili.”) la quale svela l’amara natura polemica del testo, dove il progresso è attaccato come falso, in una società sempre barbara e violenta. "Race War - Guerra di Razze" ha un’entrata piena di tensione, con una distorsione in salire come un aereo che decolla; al suo apice al sedicesimo secondo si aggiungono colpi di bacchette, nonché il cantato sempre su di giri di Steele, stabilendo già i toni adrenalinici che possiamo aspettarci. Ecco quindi che si prosegue così, con dissonanze stridenti in sottofondo che trattengono la cacofonica energia pronta a sprigionarsi; un rombo di rulli improvviso viene seguito da un rifting cadenzato, ma lento. Su di esso il cantante si lascia andare ad urla altisonanti, in un movimento roccioso e greve; poi la batteria si fa più veloce, accelerando leggermente i toni, ma senza raggiungere corse frenetiche, in un movimento massiccio e solenne. Al minuto e tre abbiamo una cesura con piatti di batteria e una digressione, dopo la quale si prosegue con la marcia cadenzata, in un’atmosfera melodrammatica; essa viene ampliata da un fraseggio melodico e delicato, che si staglia con le sue note delineato dai colpi dilatati di batteria. Steele si lancia quindi in un sofferto cantato malinconico, ma sempre sgolato, che delinea il ritornello, accompagnando la strumentazione in un andamento struggente; partono poi assoli vorticanti insieme alle chitarre rocciose, mantenendo sempre una tensione controllata che preferisce creare ieratiche atmosfere, piuttosto che esplodere.  Al secondo minuto e trentadue il drumming torna più incalzante, mentre si creano cori imperanti in un marcia thrash dal grande effetto; essa si ferma lasciando posto ad una digressione di chitarra con piatti serrati di batteria. Ecco che parte un altro fraseggio melodico triste e sommesso, il quale evolve poi con rullanti in una riproposizione del loop greve e solenne di chitarre; ma il movimento varia, ed ecco che  al terzo minuto e venti riparte il ritornello delicato e melodico, il quale ripropone i suoi toni melodrammatici. Al quarto minuto e sei dopo la minaccia gridata di Steele (“Everybody’s gonna die – Morirà chiunque.”) parte una galoppata di batteria segnata da chitarre distorte e taglienti, in un andamento ora veloce e sottolineato dal cantato isterico di Steele; troviamo però anche riff più melodici nella loro atonalità, i quali mantengono l’atmosfera solenne del pezzo. La corsa punk prosegue dunque nei suoi loop efferati e nei suoi slogan, lanciata in un incalzante turbine sonoro; si configura poi un galoppo di batteria con riff solenni, dove Steele grida il ritornello, questa volta in maniera più altisonante, mentre in sottofondo abbiamo fraseggi acustici ripetuti. Il finale vede quindi una serie di rullanti di batteria e di melodie atonali di chitarra, fino al feedback finale con ultima esclamazione del cantante, e ultimi giochi di drumming.  Il testo raggiunge l’apice del politically uncorrect, toccando un tema molto spinoso e facilmente fraintendibile: il conflitto razziale negli Stati Uniti, dove molte etnie vivono da sempre a contatto, con risultati a volte esplosivi; “Black against white, Yellow versus red, The fighting won't stop, Until we're dead. – Neri contro bianchi, Gialli contro rossi, La battaglia continuerà, Fino alla morte.” delinea un folle scontro omicida dove tutti sono contro tutti, e dove rivolte continue portano a saccheggi e incendi, distruggendo le città. I moralisti possono subito gridare allo scandalo pensando ad una canzone razzista, ma basta una lettura attenta per capire il semplice significato, legato all’insensatezza di queste divisioni: “Moslems against Christians, And the Arabs versus Jews, The Catholics and Protestants, No one wins - we all lose – Musulmani contro cristiani, E arabi contro ebrei, Cattolici contro protestanti, Nessuno vince, tutti perdono.” considera amaramente il nostro, riconoscendo come tutti perdono in una guerra fratricida (il che è accentuato dal verso posteriore in cui, immedesimandosi in un razzista, dichiarava che chi è di colore diverso non è suo fratello). La conclusione è molto pessimistica, negando la possibilità di una convivenza pacifica (“Xenophobic tendencies instilled in us at birth, Are mislabeled racism, hostilities getting worse, Accept the fact my distant cousin we cannot live in peace, Isolated environments may just be the key – Tendenze xenofobe inculcate in noi dalla nascita, Vengono definite erroneamente razzismo, l’ostilità peggiora, Accetta il fatto mio lontano cugino che non possiamo vivere in pace, Ambienti isolati possono essere la soluzione.”) e proponendo l’isolamento come unica salvezza, in un finale che scontenta comunque chi aspettava un idilliaco messaggio buonista, constatando come l’integrazione forzata porta solo alla violenza. "Inner Conflict - Conflitto Interno" parte con un feedback stridente seguito da batteria incalzante; subito dopo un grido cavernoso di Steele accompagna un rifting dalla forte carica heavy, strutturato in giri circolari dal grande effetto. Ecco che si crea una corsa  diretta ed ammaliante dalla melodia atonale, la quale evoca i suoni di Motörhead e Judas Priest in una cavalcata trascinante; essa si ferma momentaneamente al ventesimo secondo per un assolo di basso, dopo il quale si riprende con il ritmo lanciato. Esso viene sottolineato dal drumming serrato e dalle urla di Steele, in un movimento feroce da baraonda continua; abbiamo anche intervalli di colpi di piatti di batteria serrati, i quali aumentano l’effetto incalzante ed adrenalinico della composizione. Al quarantaseiesimo secondo troviamo un rallentamento dissonante, il quale striscia nei suoi giri allucinati, salvo poi stabilizzarsi di nuovo su un rifting lineare; quest’ultimo è seguito dai cori dei nostri, in un grande movimento punk/thrash esaltante. Sul loop di chitarre taglienti ecco che si fa strada il cantato sgolato di Steele, mentre il drumming si mantiene ossessivo e diretto nei suoi toni tempestanti; alcune parti più melodrammatiche del cantato vengono accentuate dal ritorno dei piatti di batteria tempestanti, in una buona calibrazione di elementi funzionali al crescendo costante. Al minuto e trentacinque torna il rallentamento dissonante, riproponendo l’alternanza già vissuta in precedenza; ecco quindi il cantato gridato e sofferto del nostro, che poi lascia posto ad un nuovo rifting esaltante con cori da stadio ripetuti. Al secondo minuto e un quarto parte in solitario un fraseggio stridente, il quale si dilunga nei suoi giri sgraziati; dopodiché si aggiungono effetti stridenti e colpi cadenzati di batteria, mentre Steele prosegue in grida esuberanti ed appositamente esagerate. Il movimento è ora controllato e dai connotati doom, ma non meno minaccioso nelle sue atonalità solenni e ripetute; esso si sviluppa in riff rocciosi e taglienti, in una marcia che mette sotto ogni cosa. Si arriva al secondo minuto e quarantacinque dove tornano i battiti cadenzati e le chitarre dissonanti, mentre le vocals si sdoppiano in un effetto da studio con riverberi; si continua con questo nuovo rallentamento sinistro, per uno dei pezzi più monolitici e tetri di tutto l’album. Al terzo minuto e ventitre tutto si ferma e lascia lo spazio ad un fraseggio tagliente, il quale in concomitanza con un suono elettronico evolve in motivo sentito ricco di melodia, mentre la batteria prende velocità e Steele torna con il suo cantato altisonante; l’andamento è epocale e struggente, dimostrando la capacità dei nostri di creare impatti emozionali, pur nella loro costante ironia sarcastica ed amara. Abbiamo dunque un’alternanza tra impennate e rallentamenti, in un andamento ammaliante e trascinante che non può lasciare indifferenti; esso si ferma al quarto minuto e cinque, seguito da una nuova digressione tagliente di chitarra. Torna il drumming incalzante su di essa, mentre poi si aprono chitarre potenti e grida isteriche, in una reiterazione del motivo portante del brano, alternata con un giro di basso; ecco quindi al conclusione lasciata ai loop continui e ai cori da stadio, in un tono grandioso che chiude energicamente il brano. I testo ha delle similitudini con quello del primo pezzo, anche se qui più astratto  e non collegato apertamente alla critica religiosa; versi ripetuti ossessivamente configurano un conflitto interiore che uccide il protagonista da dentro, in una metafora autodistruttiva che presenta i demoni interiori di Steele, i quali lo accompagneranno sempre fino alla morte. “Give up cause there is no hope, Life is Hell when you can't cope – Arrenditi perché non c’è speranza, La vita è Inferno quando non puoi darti pace.” segna la disperata rassegnazione difronte al dolore costante, il quale prende forma fisica con risultati orribili. Ecco allora figure disgustose  e forti, come “Large two inches maggots decorate my vomit, Infected eyes oozing pus – Cagnotti lunghi due pollici decorano il mio vomito, Occhi infetti rilasciano pus.” che danno un connotato horror al crescendo decadente qui illustrato; alla fine il protagonista si stacca la faccia, e mentre esala gli ultimi respiri, si sente marcire, disgustato da se stesso. Un conflitto interiore vero e proprio dunque, il quale da forma fisica alla battaglia interna dei tumulti dell’animo, mostrando la faccia oscura di Steele, la quale uscirà allos coperto spesso in futuro. "Jesus Hitler - Hitler Gesù"  si apre nella maniera più controversa possibile: con il campionamento di un discorso di Hitler, accompagnato in sottofondo da canti gregoriani; il messaggio è chiaro, e stabilisce già dall’inizio la dicotomia polemica e irrispettosa che fa da tema al brano. Ecco che al trentacinquesimo secondo circa parte un “Eins, Zwei,Drei,Vier – Uno, Due, Tre, Quattro” in coro, seguito da un feedback di chitarra; si apre quindi un rifting roccioso e lento, mentre la batteria si da a colpi e piatti cadenzati. Steele si apre ad un cantato monolitico e gridato, delineando la sua blasfema dichiarazione mentre la strumentazione prosegue con la sua marcia possente e solenne; essa viene delimitata da rulli di batteria e parti di chitarra più dilatate, in un andamento molto hard rock che ancora una volta chiama in causa mostri sacri del genere come i Black Sabbath. Al minuto e quattro abbiamo un’accelerazione punk dove il drumming si fa serrato e le chitarre si organizzano in loop veloci e taglienti, in una cavalcata incalzante; essa si lancia nei galoppi ritmici mentre il cantante si da a ritornelli gridati esaltanti, mostrando tutta la carica hardcore dei nostri qui sublimata in una sezione al fulmicotone. Gli andamenti vocali vengono abilmente marcati da rulli e digressioni, in una perfetta concomitanza tra suono e cantato; al minuto e ventotto si accelera ancora di più, creando un effetto adrenalinico che mantiene il pezzo sparato in una frenetica corsa. Al minuto e quattro dopo un fraseggio tagliente come una motosega, il movimento cambia facendo cadenzato grazie a giri serrati di chitarra tempestati  da colpi sicuri di batteria; Steele si lascia ancora una volta andare al cantato altisonante, sottolineato dai ritmi di chitarra. Ecco al secondo minuto un nuovo rallentamento, caratterizzato da un riff molto “sabbathiano” (ricorda un po’ quello storico di “Iron Man”) i quale si delinea con i piatti di batteria striscianti; il cantante riprende con il suo monolitico ritornello gridato, in un’atmosfera satura e distorta, ma allo stesso tempo ammaliante. Tutto si ferma poi con un fraseggio distorto, il quale evolve sgraziato in un loop denso, sul quale Steele si da ad un’esclamazione in semi-growl, mentre riparte il drumming incalzante; ecco quindi il crearsi di un rifting dal sapore classico, quasi subito però interrotto da nuove dilatazioni. Al terzo minuto si apre un bel motivo melodico e struggente, il quale prosegue accompagnato dai piatti e dai colpi di batteria; ecco che con un grido del cantante s’inserisce un assolo altrettanto malinconico, in un crescendo di elementi emozionali dal grande impatto. Esso si articola in scale virtuose, conservando quel gusto molto classico ed old-school che caratterizza il brano; al terzo minuto e quaranta muta in un feedback stridente, mentre il resto della strumentazione continua sulla sua linea ammaliante e dal gusto quasi progressivo, con riff rocciosi e rulli di batteria. Torna poi al terzo minuto e cinquantatre il rifting “familiare”, ristabilendo l’andamento già precedentemente incontrato, lento e granitico nei suoi giri in loop; ancora una volta Steele si da ad un cantato gridato, mentre poi segue un’accelerazione punk che riporta in carreggiata la corsa ossessiva e frenetica dai giri di chitarra e ritornelli vocali irresistibili. Il finale è affidato ad un ultima galoppata incalzante e feroce, mentre il cantante si da ad un ultima esibizione ritmata, prima della conclusione improvvisa. Il testo riprende la vena assolutamente scorretta e provocatoria dei nostri, toccando due taboo della società americana: l’offesa alla figura di Cristo, e i rimandi ad Hitler; “His mother, a nun, raped by a nazi, Near the end of the second great war, Gave birth to a son who would change the future, For better or worse, he's not sure – Sua amdre, una suora, violentata da un nazista, Alla fine della seconda grande Guerra, Diede vita ad un figlio che avrebbe cambiato  il futuro, Se in meglio o in peggio lui non è sicuro.”  introduce dopo il coro l’improbabile personaggio, summa della vena satirica del nostro. Il messia-dittatore si chiede confuso se deve salvare o uccidere gli ebrei, e segue con una serie di ilari unioni tra concetti cattolici e nazisti, sott’intendendo che la differenza tra i due estremismi non è poi così marcata, lanciato quindi la sua frecciata velenosa; “Hess to my left and Peter on my right, Will it be war or peace? – Hess alla mia sinistra e San Pietro alla mia destra, Sarà guerra o pace?” prosegue la fusione malsana, aumentando al confusione del nostro, il quale non sa qual è il suo ruolo. Due anime contrastanti in un corpo solo tornato per la “Salva-elimination!  - Salva eliminazione!”, in un finale che mantiene l’ossimoro che caratterizza sarcasticamente tutto il brano.  "Technofobia - Tecno-paura" parte con un rifting battagliero e distorto, delineato da bordate taglienti e colpi di piatti di batteria; presto il movimento si stabilizza su una galoppata incalzante, mentre Steele interviene con un cantato altrettanto veloce e lanciato. Ecco quindi una serie di colpi di chitarra ruggenti tempestati dal drumming serrato, in un nuovo movimento dai connotati hardcore; al diciottesimo secondo si aggiunge anche un assolo tecnico dalle scale melliflue, in un crescendo di elementi adrenalinico e dal grande impatto. Si prosegue quindi con la corsa lineare, mentre Steele si da a slogan dal cantato inconfondibilmente punk, incalzante e al fulmicotone, quasi isterico nel suo ritmo lanciato; improvvisamente al trentasettesimo secondo abbiamo un rallentamento dal fraseggio dilatato, dove anche il drumming si fa cadenzato, e il cantato più rantolante. Ma subito dopo partono rombi incalzanti di chitarra, in una marcia veloce da tregenda dalla natura decisamente heavy, delineata da colpi di batteria esaltanti; l’andamento è mutevole e al minuto  e undici abbiamo loop distorti con digressioni, accompagnati da batteria ritmata in un movimento tagliente e distorto, accentuato dalle grida di Steele. Ecco che tutto si ferma, e parte un coro etereo femminile, solenne e delicato, sotto il quale le chitarre avanzano lente insieme al drumming cadenzato; un grido del cantante segna l’inizio di un motivo struggente, il quale si lega all’atmosfera ieratica rafforzandola pienamente. La marcia funerea collima al secondo minuto e venticinque, quando riprende il rombo incalzante precedentemente incontrato, in una riproposizione anche dell’alternanza dilatata e distorta; questa volta però alla sua conclusione, al terzo minuto e cinque, viene ripreso il rifting marziale di inizio pezzo, il quale poi accelera in una cavalcata punk. Ecco quindi un galoppo di chitarre e batteria lanciato diretto; ma il dinamismo è pronunciato, e subito abbiamo un rallentamento roccioso con chitarre lente e colpi di piatti dilatati; il finale è segnato da un feedback di chitarra improvviso, il quale chiude improvvisamente il brano. Il testo segue la tecnica sarcastica e dell’immedesimazione di Steele; un lettore superficiale può pensare che sia pro-progresso e rivolta a sfavore di chi teme la tecnologia, ma i suoi connotati ironici risaltano in più punti. “Do not resist - it is your destiny, Have we not all become the children of technology – Non resistete – E’ il vostro destino, Non siamo tutti diventati figli della tecnologia?” ci viene intimato, proseguendo poi con toni sempre più tetri dove il metallo sostituisce la carne, e l’uomo diventa materiale da consumo da bruciare nei reattori; sarcasticamente la nuova autorità tecnologica attacca la religione ritenendo folle l’adorazione di un uomo morto e crocifisso, proponendo però un’uguale devozione verso l’elettronica, con la creazione di sacri reattori al posto delle chiese. “You bleeding heart liberals, Who oppose the N.R.C. (nuclear regulatory commission), Must be compelled to retire, You serve only as obstacles and should be used, To fuel the nuclear pyre – Voi liberali dal cuore sanguinante, Che vi opponete Alla Commissione Regolatoria del Nucleare, Dovete ritirarvi, Siete solo un ostacolo e dovreste essere usati, per attizzare la pira nucleare.” segna l’ultima nota dell’immaginario comitato oltranzista, che non accetta l’opposizione dei suoi piani, sacrificata al fuoco atomico, come in un rito sacro. Un testo quindi anti-establishment che esagera i toni appositamente sottolineando la follia della continua corsa al progresso, a discapito di vite umane. Manic Depression - Depressione Maniacale" è introdotta da un feedback stridente di chitarra, al quale segue un fraseggio solenne e tagliente, dall’andamento mesto e lento; esso evolve in una serie di giri cadenzati sottolineati da colpi di piatti di batteria, in una marcia rock incalzante. Si crea un effetto vorticante nei loop continui, dove Steele si da al cantato gridato con molta enfasi e pathos; si continua quindi con il ritmo spezzato e i giri con melodie atonali dal grande respiro. Al quarantesimo secondo intervengono rulli tecnici di batteria in una cesura che assesta il ritmo, dopo al quale si prosegue ancora sulle coordinate precedenti in un’ipnotica ripetizione continua; essa è ora però accompagnata da giri di basso dissonanti che ne intensificano l’andamento, con un’ottima sovrapposizione di elementi. Steele mantiene un cantato in riverbero aspro, ma quasi da crooner, scandendo strisciante le parole del suo racconto dai toni scenici, in uno dei pezzi più controllati di tutto l’album; al minuto e otto le chitarre si fanno più solenni nei loro giri melodici, mentre la batteria si mantiene costante nei suoi colpi e piatti dritti; ecco al minuto e diciannove una serie di rullanti e bordate, in un’altra cesura che delimita il passo in un movimento generale ripetuto ad oltranza. S’inserisce poi un tetro assolo distorto e tagliente, il quale evolve in scale stridenti, mentre i suoi fraseggi si uniscono al resto della strumentazione; punte altisonanti del cantato e colpi di piatti ancora più serrati sottolineano l’enfasi della composizione, in impennate che poi lasciano il posto al loop familiare. L’adrenalina è affidata qui tutta al cantato di Steele, ora incalzante, ora melodrammatico, ora isterico, in un’esibizione debitrice degli istrioni del rock anni sessanta, continuando la linea dei pezzi precedenti, legati a influenze classiche (non a caso si tratta di una cover di Jimi Hendrix); ecco quindi una concomitanza di digressioni, colpi di batteria e urla, in un effetto psichedelico che crea un’atmosfera stridente e lisergica. La cacofonia tecnica prosegue in un crescendo costante, stabilizzandosi poi in una serie di montanti di batteria e giri rocciosi di chitarra, mentre la voce del cantante si sdoppia in grida sottotono; il finale è affidato ad una digressione tecnica, la quale riprende i suoni di chitarra tipici del grande chitarrista americano autore della versione originale.  Il testo di Hendrix tratta di una difficile o impossibile relazione, la quale causa uno stato di depressione maniacale nel protagonista, il quale sa cosa vuole, ma non come ottenerlo; “Manic depression is catchin' my soul, Woman so weary, the sweet cause in vain – Depressione maniacale che m’infetta l’anima, Donne così stanche, la dolce causa è vana.” Racconta il nostro, esprimendo la sua malia esistenziale. Creare o distruggere amore è lo stesso per lui, perché alla fine rimane solo la musica, ma neanche essa può davvero consolarlo; il senso si fa poi più confuso, coerentemente ai toni psichedelici del nostro, in una commistione tra desiderio per la musica e per l’amore, dove l’unica certezza è il desiderio di farla finita (“Well, I think I'll go turn myself off, And go on down, All the way down – Be, credo che mi spegnerò, E andrò giù, Sempre più giù.”) e di lasciarsi andare alla malinconia depressiva, segnata dall’isolamento non trovando senso nel farsi vedere in giro in quello stato. "U.S.A For U.S.A - Stati Uniti Per Gli Stati Uniti" è inizialmente martoriata da un basso ultra distorto e tagliente, il quale si sviluppa in un ostico andamento, mentre Steele ci accoglie con dichiarazioni altisonanti; bordate di chitarra e colpi di batteria segnano il cambio di direzione, aprendo una corsa serrata dal drumming ossessivo e dai loop veloci di chitarra, sui quali il cantante si da ad un’interpretazione altrettanto adrenalinica. Ecco quindi bombardamenti veri e propri, mentre cori ironicamente patriottici creano ritornelli al fulmicotone; al quarantesimo secondo parte un assolo stridente e distorto, il quale evolve veloce in scale tecniche, tempestate dai colpi di batteria. Ritorna poi il rombo di chitarre schizofrenico e ossessivo, mentre Steele viene accompagnato nelle sue grida incalzanti dai cori lanciati e continui; la carica punk è onnipresente, in una composizione selvaggia e diretta fatta per essere cantata a squarciagola, legandosi perfettamente con il suo messaggio anti establishment. Al minuto e tredici la scena è lasciata ad un rifting tellurico accompagnato da serratissimi colpi di piatti di batteria, il quale viene delimitato da una serie di bordate e colpi improvvisi; si riprende quindi con la corsa diretta e ritmata, in un gioco dinamico di stop and go ben calibrato. Il movimento è cacofonico e altisonante, con feedback stridenti e assoli sferraglianti, in un assalto rumoroso che da sfogo all’anima hardcore dei nostri; una serie di scale vorticanti si sviluppano tagliando il songwriting, slavo poi spegnersi e lasciare la scena al loop continuo. Il cantato di Steele si fa possibilmente ancora più adrenalinico, completando l’atmosfera schizzata qui raggiunta; all’improvviso al minuto e quarantacinque tutto rallenta lasciando spazio ad una cesura marziale di fraseggio dilatato e rulli cadenzati, mentre i cori si danno ad un conteggio in salire ripetuto. La batteria si fa poi sempre più veloce, decollando in una corsa a media velocità dove la chitarra si struttura in giri solenni delineati da rulli improvvisi; si aggiunge poi un nuovo assolo stridente, proseguendo con gli elementi caratteristici del brano. Esso si sviluppa in scale geometriche, prima di esaurirsi al secondo minuto e  diciotto; ecco che riprende dunque il rifting precedente, sempre delineato da rulli improvvisi. Presto abbiamo un nuovo rallentamento, segnato da bordate e colpi di piatti di batteria; al secondo minuto e trentasette esso evolve in una ripresa della galoppata punk veloce e fulminea, in un drumming serrato e loop vorticanti di chitarra. Ecco quindi i ritornelli incalzanti dove la voce di Steele si lega ai cori ripetuti, in un’atmosfera piena di ironica esaltazione patriottica ed adrenalinica; essa si dilunga folle e lanciata, in un bombardamento continuo che si fa sempre più pressante, fino al finale improvviso con applausi e incitamenti, la quale chiude il brano. Il testo si ricollega a tematiche in parte già toccate, offrendo una visione patriottica macho ed esagerata; per l’ennesima volta però non bisogna fare l’errore di pensare che l’immedesimazione comporti un’aderenza al pensiero espresso, anzi i toni farseschi e belligeranti servono per sottolineare il cieco  patriottismo dell’America di allora (e non solo), convinta di dominare il Mondo da una posizione privilegiata. “Be prepared to fight and die, So that we may be free, U.S.A. for U.S.A., U.S.A! – Preparati a combattere e morire, così che potremo essere liberi, Stati Uniti Per Gli Stati Uniti!” viene dichiarato con esaltazione come in uno slogan di guerra, continuando poi con toni al testosterone dove viene chiamato in causa il sacrificio fatto dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale, spesso scusa per giustificare il loro dominio, e viene vocata la minaccia terroristica intimando con toni grezzi (“Find these dickless slobs, hang them by the scrotum, Let's end the terrorism – Trovate quei derelitti senza cazzo, impiccateli per lo scroto, Fermiamo il terrorismo.”) la sua disfatta. Si prosegue quindi su questi toni, con disprezzo e insulti verso il nemico esterno, collimando infine nell’esaltazione pomposa di “All the bullshit countries who think they'll beat the giant, World peace in upheaval, We'll nuke 'em to the stone-age, send the message clear, Ya don't fuck with the eagle – Tutte le terre del cazzo che pensano che batteranno il gigante, La pace mondiale è in pericolo, Le bombarderemo con bombe nucleari fino a farle tornare all’età della pietra, manderemo un messaggio chiaro, Non scazzate con l’aquila.”, la quale tristemente ricorda certi discorsi recenti fatti da autorità statunitensi, dimostrando come poco sia cambiato nei fatti da allora, e rendendo anche questo testo profetico e attuale, rappresentando bene la mentalità del governo americano. "Five Billion Dead - Cinque Milliardi Di Morti" è un intermezzo strumentale, e parte con una digressione di chitarra, la quale poi evolve in un fraseggio distorto, ma dal motivo melodico pronunciato e dalla bella presa; esso si dilunga nelle sue note ammalianti in un’atmosfera struggente dal grande impatto. Improvvisamente al ventesimo secondo un effetto stridente introduce colpi di piatti cadenzati in un accrescimento del ritmo della composizione; ecco quindi che il drumming s’imposta in una marcia a media velocità, mentre le chitarre creano fraseggi melodici molto emotivi ed ieratici. Si prosegue poi sulla linea diretta a media velocità, in un andamento ne lento, ne violento, giocando piuttosto sulle solenni atmosfere delle chitarre e sulla batteria ritmata e costante; tornano quindi i fraseggi struggenti, una ripetizione familiare che riporta i motivi dominanti a riprese, creando una certa struttura melodica nel songwriting. Improvvisamente dopo una breve cesura al minuto e diciassette prende piede un nuovo fraseggio sempre melodico, ma dall’andamento di note diverso, il quale si dilunga nei suoi giri concentrici ed incalzanti, sottolineato da riff dilatai e cimbali di drumming; ecco quindi che si posiziona in un andamento delicato sottolineato dalla batteria cadenzata e dagli arpeggi di basso grevi, ma pieni di pathos.  Al minuto e quarantatre prende posto un nuovo assolo struggente, sviluppato in scale solenni e ammalianti, contribuendo all’atmosferica malinconica ed evocativa raggiunta; al secondo minuto e undici si riprende con la linea diretta e controllata, ricca di chitarre rocciose, ma sognati, e batteria decisa e continua. Il finale improvviso è affidato ad una digressione simile a quella iniziale, chiudendo il cerchio sonoro in un effetto roboante e cacofonico che contrasta con la delicatezza generale del pezzo. Sex And Violence - Sesso E Violenza" è il gran finale del lavoro qui recensito, e promette di chiudere il discorso con i botti; un fraseggio sferragliante si libra nei suoi giri distorti, presto raggiunto dalle grida rauche di Steele (in una sorta di proto-black) e dal drumming fulmineo e violento. Si crea quindi una cavalcata, la quale però ha breve vita: al quindicesimo secondo una cesura con basso greve blocca tutto; esso si sviluppa granitico mentre si aggiungono effetti stridenti. Segue una ripresa della corsa precedente, lanciatissima e volutamente caotica nel suo drumming impazzito e nei loop taglienti di chitarre; Steele parte con un cantato altisonante a metà tra stile punk e tipico andamento thrash, il quale poi si apre a ritornelli incalzanti sottolineati da digressioni dilatate di chitarra.  Il movimento ricorda molto sia nella parte strumentale, sia nel cantato, le gloriose galoppate dei Motörhead, ricreandone lo speed/heavy lanciato e costante; al quarantaquattresimo secondo un nuovo effetto stridente ferma momentaneamente il tutto dando spazio all’esclamazione veloce del titolo, ma poi riprende la corsa fulminea ed adrenalinica. Le chitarre ruggiscono nei loro giri rocciosi e granitici, mentre la batteria prosegue con i suoi colpi serrati; Steele si da a vocalizzi gridati e dal gusto alcolico, non dimenticando però note melodiche che sottolineano gli andamenti strumentali. Essi si aprono in parti più dilatate, ma sempre incalzanti  e feroci, creando un minimo di dinamismo nel marasma sonoro costante; ecco quindi al minuto e quindici un nuovo stop stridente, dopo il quale si ripete la ripresa della cavalcata selvaggia e rock che domina la composizione. Steele grida ancora una volta il titolo, dilungandosi poi in una coda acuta, mentre un piatto di batteria segna una digressione improvvisa; essa si dilunga in un feedback sul quale prende posizione la voce sgolata del cantante, e la batteria sempre più ritmata. Si crea quindi una marcetta cadenzata sulla quale partono giri roboante e solenni di chitarra dal gusto thrash, in un andamento controllato, ma non privo di tensione sospesa e trascinate; si prosegue su queste coordinate in un ritmo quasi tribale e potente. Al secondo minuto però si lascia spazio ad un assolo sferragliante, il quale evolve nei suoi giri maestosi; presto si configura in un rifting accompagnato dal drumming lanciato e dalle rauche grida sgolate di Steele, tornando su una direzione veloce e tempestante. Qui si aggiunge un altro assolo vorticante e tecnico, in un’aggiunta adrenalinica di elementi che mantiene vivo e pulsante il songwriting; ecco quindi un verso in salire da parte del cantante, il quale poi erutta nella ripetizione furiosa del ritornello, delimitato dal ritorno degli assoli dalle scale stridenti. La cacofonia ottenuta collima nel secondo minuto e quarantatré, lasciando poi al scena alla coda stridente della chitarra, sulla quale si organizza un fraseggio solenne accompagnato da batteria cadenzata; esso s’interseca con un rullante, dopo il quale parte un rifting tagliente, a sua volta però chiuso dai rulli. Compare un fraseggio delicato in sottofondo, in una composizione progressiva e nervosa nei suoi cambi; ma anche qui la vita è breve, e tutto si ferma al terzo minuto e dieci dando spazio a bordate e colpi di rullanti di batteria. Ecco quindi una coda tecnica che si fa sempre più veloce e isterica, raggiungendo velocità parossistiche, salvo sfumare in una conclusione improvvisa dove Steele beffardo ci saluta con un “Take it easy – Prendetevela comoda”; si chiude dunque il pezzo, ma anche il disco, chiudendo la carriera dei nostri su un’altissima nota. Il testo immagina una serie di gang alla Arancia Meccanica dedite a violenze notturne; “Clock work orange fast be coming, Rampant street gangs overrunning, After darkness raging war, What do they keep living for? – L’arancia meccanica presto arriverà, Rampanti gang di strada dominano, Dopo l’oscurità scoppia la guerra, Per cosa vivono?” illustra la situazione, degenerando poi in una violenta e perversa unione di sesso e violenza, in stupri ed omicidi che richiamano l’opera forte e provocatoria di Stanley Kubrik tratta dal racconto di Anthony Burgess. Il nichilismo esistenziale è sottolineato da farsi come “Meaning of life? - Pain and sperm – Significato della vita?  - Dolore e sperma -.” Che esemplificano la mancanza di morale in un vuoto esistenziale riempito con atti atroci; i deboli e i vecchi vengono predati da una generazione violenta che non può essere riconfigurata, (è facile pensare alla “Ludovico Technique” del film) e che vive con uno slogan semplice e raggelante: “If you can't eat it or fuck it... Then kill it! – Se non puoi mangiarlo o fotterlo… Allora uccidilo!”. Un testo quindi forte che gioca con la paura della rappresentazione della violenza da parte dei ben pensanti, coniugandola con il sesso, altro spauracchio della società puritana; si chiude quindi senza allentare i toni tematici, anzi con una summa perversa che sembra voler ricordare la natura del disco e assaltare moralmente oltre che musicalmente l’ascoltatore.  



Eccoci quindi alla conclusione di questa recensione, e del nostro viaggio nella breve, ma intensa, discografia dei Carnivore, il progetto crossover/thrash che ha gettato le basi per l'esplosione musicale di Peter Steele; quest'ultimo è qui presente in una veste diversa, ma in qualche modo familiare: se non è ancora il gigante gotico che tutti poi conosceranno, qui vi sono comunque tutti i neri semi del suo humor intelligente e sarcastico, capace di dare significati doppi e profondi a testi apparentemente grossolani e solo volgari. Il cervello c'è, è diverso solo il contesto di rappresentazione, l'arena è qui costituita da una commistione di heavy metal e punk/hardcore che protende più per il secondo, con molti momenti lanciati in slogan adrenalinici e anticonformisti, distaccandosi dalle tendenze maggiormente thrash del debutto; non mancano comunque momenti “progressivi” come la cover di Hendrix, o la penultima strumentale, mantenendo quindi un certo grado di variabilità, ma in un’accelerazione generale dominate fatta per essere “seriosamente scanzonata”. Viene mantenuta quindi l’unione tra voglia di divertirsi e voglia di provocare e far riflettere, senza però dare letture accademiche o fare sermoni; come detto l’arma dei nostri è allo stesso tempo diretta e subdola, nascondendo dietro assalti e pantomime un grande sarcasmo amaro e nero che si rifà alla realtà globale, e americana, del suo periodo storico, pieno di repressione, ipocrisie, e guerre. Il lascito dei Carnivore è quanto mai importante, costituito da due dischi che si completano perfettamente tra loro, costituendo due facce della stessa medaglia, in un potente e barbaro suono che unifica metal e hardcore; essi sono figli di un certo fermento che stava coinvolgendo New York, e non solo, dove le due realtà convivevano strettamente, ma hanno qualità proprie inimitabili. Non ultima la voce e la verve di Steele, capace non solo di essere un paroliere enigmatico e astuto, ma anche di creare incalzanti ritornelli, ora gridati e aggressivi, ora cadenzati e ricchi di pathos, diventando un elemento imprescindibile, se non addirittura totalizzante, del suono dei nostri; su di essa spesso si sposano i ritmi e gli andamenti di chitarra, nonché i mood portanti dei pezzi. Una vera e propria scarica polemica e politically uncorrect che libera tutto quanto il nostro aveva da dire sulla politica e sullo status quo, ma che di certo non esaurirà il suo profondo estro; semplicemente esso evolverà poi in una chiave più personale e sorniona, ma qui vi sono tutti i neri semi che poi germoglieranno. Considerare i nostri come una mera curiosità per i cultori dei Type O Negative sarebbe un grosso errore; certo il gioco dei rimandi può essere fatto, specie con i primi due lavori dei T.O.N  ancora molto legati al punk grezzo e feroce, e all’epoca molte persone hanno poi scoperto questo gruppo perché già fan dei secondi. Però i Carnivore hanno un proprio suono e mondo tematico a se stante, capace di sorreggersi sulle sue gambe e di essere apprezzato anche da chi magari non apprezza quanto poi fatto da Steele per i suoi connotati gotici e più atmosferici; un metal dalle costanti venature punk che rielabora tutta un’esperienza più che decennale, per creare brani allo stesso tempo avventurosi e diretti, in un sano equilibrio tra sperimentazione, e mazzate sui denti, capace di ammaliare ogni vero appassionato del genere.


1) Jack Daniel's And Pizza   
2) Angry Neurotic Catholics           
3) S.M.D.       
4) Ground Zero Brooklyn    
5) Race War
6) Inner Conflict       
7) Jesus Hitler           
8) Technophobia      
9) Manic Depression 
(Jimi Hendrix cover)
10) U.S.A. For U.S.A.
11) Five Billion Dead
12) Sex And Violence

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