CARNIVORE

Carnivore

1985 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
04/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Inizia oggi un nuovo, breve (ma eccitante) percorso di riscoperta di una delle pagine più importanti della storia del Metal underground: l'analisi della discografia dei Carnivore, formazione balzata alle luci della ribalta per via della militanza di Peter Steele (al secolo Peter Thomas Ratajczyk, r.i.p. 2010), il quale si trovava già alla sua terza esperienza in campo musicale (già presente negli Aggression dell’amico Josh Silver, e poi nella band hard rock Fallout). Quella con i Carnivore fu senza dubbio la prima esperienza di rilievo che Peter ebbe, un’avventura mediamente fortunata parlando a posteriori, vista la fama della quale i “carnivori” ancora godono al giorno d’oggi, anche se fu destinato comunque a passare  alla storia “solo” come front man dei Type O Negative qualche anno dopo; tuttavia, per meglio comprendere lo “Steele pensiero”, è bene calarsi nei meandri di questa sua avventura, già recante su di essa il “marchio” di Peter, quella volontà di eclettismo e rottura degli schemi che da sempre ha caratterizzato le sue produzioni. La band nasce a New York nel 1982 e subito entra nel circuito underground pubblicando un demo due anni dopo, "Demo '84", lavoro che anticipa di un anno la pubblicazione del loro omonimo debutto realizzato sotto etichetta Roadrunner. I nostri si fanno notare per uno stile "crossover" che fonde thrash, speed metal, e influenze hard rock/heavy metal legate a colossi come Black Sabbath Judas Priest, nonché per la verve sarcastica e dissacratoria dei testi, dove già allora il buon Steele presentava un certo gusto per il politically uncorrect e l'ironia spinta, pur calando il tutto in un concept post apocalittico tipico degli anni ottanta pieno di mutanti cannibali, predatori sessuali, conquistatori misogini, inni nichilisti e guerre nucleari; Steele si dedica al cantato e al basso, mentre i compagni di avventura Louie Beateaux (ereditato da Aggression e Fallout) e Keith Alexander (r.i.p, 2005) si occupano rispettivamente di batteria e chitarra/seconda voce. L'interpretazione del gigantesco cantante è ben lontana dai toni baritoni gotici e profondi che lo renderanno poi famoso: qui troviamo uno stile adatto al suono thrash dei nostri, filtrato e aggressivo, pronto a creare ritornelli incalzanti, il tutto calato in un’attitudine punk che si riflette anche sulla musica. Non si tratta però di thrash lineare, varie influenze vengono inserite nell'assalto continuo, tra cui anche passaggi doom più cadenzati e parti acustiche, le quali offrono un songwriting che, pur non raggiungendo mai tecnicismi progressivi o costruzioni “astruse”, si mantiene originale e interessante; esso tiene conto comunque di tutta una serie di stilemi ereditati dall'esperienza metal precedente, tra cori, riff memorabili, cavalcate concitate, tenendo quindi a mente sia il clima della New York dell'epoca legato alle contaminazioni con la scena hardcore e punk, sia il mondo del heavy metal classico. Il connubio è naturale e dovuto semplicemente ai suoni apprezzati dai nostri e con i quali sono cresciuti, quindi funziona senza forzature e con una componente molto "fun" che ben si lega all'atmosfera sopra le righe e selvaggia del disco; un lavoro insomma importante per lo sviluppo di una certa scena che ha caratterizzato la fine degli anni ottanta ed ha aperto la strada per molto di quello che è venuto dopo, e allo stesso tempo godibilissimo di per se nei suoi meriti musicali e nella sua natura diretta e catchy. La produzione è naturalmente lontana da ogni pulizia moderna, sporca e grezza come è giusto che sia, ma non impedisce assolutamente di sentire gli strumenti, mantenendo il giusto equilibrio tra resa in bassa definizione e godibilità dei pezzi; questo insieme ai testi sarcastici e "di cattivo gusto" mantiene la natura metal underground dei nostri, che comunque ebbero un discreto successo rappresentando un'ottima preparazione per quanto seguirà poi nella vita del famoso front man. 



Si parte quindi con "Predator - Predatore" e con il suo campionamento di un elicottero che si avvicina, stabilendo già dall'inizio i suoi toni degni di un film d'azione dell'epoca; su di esso si stagliano poi suoni di sirena e colpi cadenzati di batteria, in un andamento preparatorio giocato sul crescere della tensione, dove poi intervengono anche colpi di mitra. Al quarantottesimo secondo un riff incalzante accompagnato da un urlo di Steele apre il brano vero e proprio, dai giri solenni e ritmati, tempestati da una batteria dura e decisa, per un movimento frenetico e potente dal grande effetto; il cantato del nostro trae tanto dalla scena thrash, quanto dallo stile della NWOBHM e del heavy in generale, mantenendosi aggressivo e sgraziato, ma allo stesso tempo dedito a ritornelli ed andamenti melodici dalla sicura presa. I loop di chitarre taglienti costituiscono la struttura principale, mentre il drumming si mantiene lanciato sui quattro quarti in una galoppata senza respiro serrata e precisa; l’energia del punk e del hardcore si legano quindi a potenti pulsioni metal calibrate tramite le chitarre in rifting ossessivo e la batteria marziale, in una composizione grezza e diretta fatta per ricreare tutto il meglio di certo metal sparato alla Motörhead, ma con vocals più malevoli che possono essere accumunate allo stile dei primi Voivod.  Ogni tanto il batterista sottolinea alcuni passaggi con l’uso di rulli, ma il songwriting è volutamente lineare e conosce poche variazioni, in una corsa continua ed ipnotica; al minuto e ventotto abbiamo una cesura più elaborata con fraseggi di chitarra altisonanti e graffianti e giochi di ritmica, dopo al quale però riprende l’andamento diretto sottolineato da un grido selvaggio di Steele. Si organizzano qui una serie di bordate stridenti di chitarra, ottenendo un movimento di sicura presa pieno di ritmo possente; si prosegue quindi dritti con la cavalcata di drumming pestato e rifting a sega elettrica, dando ancora spazio a rullanti sparsi nel pezzo. Al minuto e cinquantanove il cantato si fa più veloce in una sorta di filastrocca lanciata, lasciando poi il passo al secondo minuto e otto ad un’altra cesura “tecnica” con rulli e fraseggi; non si può quindi che riprendere con il loop precedente ormai familiare. Le sorprese non sono però finite e subito dopo al secondo minuto e venti abbiamo un improvviso rallentamento doom che richiama certi passaggi dei Celtic Frost, monolitico e dilatato nelle sue chitarre grevi e nel cantato rallentato e scandito con ferocia serpeggiante; anche il drumming naturalmente si mantiene cadenzato, in una struttura strisciante piena di atmosfera sinistra e solenne. Abbiamo poi al secondo minuto e cinquantadue un bellissimo arpeggio melodico il quale si staglia nelle sue note per alcuni secondi; ripartono poi le chitarre rocciose in una marcia controllata dal grande effetto, non meno aggressiva dei momenti più concitati. Al terzo minuto e trentadue riprende la parte melodica, accompagnata dalla batteria dilatata, mentre subito dopo s’inserisce una folle risata sottolineata dai riff grevi, mentre suoni bestiali di maiali celebrano la rozzezza del brano tanto nella sua natura musicale, quanto in quella tematica; l’inevitabile accelerazione arriva al terzo minuto e cinquantatre, con batteria movimentata e rifting incalzante e  veloce, lanciandosi poi insieme ad un assolo stridente in falcate decise verso il finale segnato nientedimeno che da un rutto, giusto per eliminare il rischio di possibili finezze.  E di certo non ne troviamo nemmeno nel testo: un gruppo di mutanti cannibali, prodotto delle radiazioni nucleari, si appresta ad un assalto nei confronti dei discendenti di alcuni rifugiati; "They live beneath the ruined city call the subways home, Anxiously wait to see the sun and a land as of yet unknown – Essi vivono sotto la città distrutta e chiamano casa I sotterranei, Attendono con ansia di vedere il sole e una terra ancora sconosciuta.", ci viene detto, presentandoci gli sfortunati soggetti del racconto qui elaborato. Essi escono dal loro rifugio dopo duecento anni di sviluppo sotterraneo, stanchi della loro esistenza nascosta e spaventati, sperando di trovare un nuovo mondo migliore;  ma li attende un orribile fato, perché in superficie regnano i guerrieri cannibali, per i quali le persone sono prede da allevare come animali, o da cacciare senza pietà. Il racconto prosegue in prima persona, mostrando il punto di vista dei mostri assassini; essi cacciano in branco, sbranando con i denti le loro vittime come animali feroci, predatori cannibali senza rimorsi. Non mancano le descrizioni sanguinolente del loro pasteggio: "Eyes plucked from sockets, gaping holes, through which pick the brains – Occhi tolti dalle rientranze, buchi spalancati, dai quali prendiamo le cervella" ci viene raccontato, in un trionfo di particolari macabri come le ossa spezzate e le carni umane abbrustolite; il finale è su note sarcastiche, con una vittima riconosciuta dall’odore di sangue delle sue mestruazioni, la quale viene congratulata per essere il piatto principale, con un “Bon appetite – Buon appetito” conclusivo. "Carnivore - Carnivoro" inizia su connotati grevi e monolitici, con una chitarra rocciosa e serpeggiante, la quale si dispiega nella sua melodia atonale mentre la batteria si staglia lenta e distribuita; si ottiene una marcia sinistra e distorta, dove intervengono anche suoni di piatti di batteria e il cantato altisonante di Steele, completando il clima epico e grandioso. Al trentatreesimo secondo dopo dei colpi veloci di drumming parte un fraseggio tagliente, il quale si sviluppa tempestato dai colpi di batteria distribuiti; infine si lancia in una corsa incalzante segnata da bordate circolari ripetute e colpi serrati, mentre il cantante si da ad un’interpretazione sgolata e aggressiva. Ecco quindi che la natura speed/thrash dei nostri sale ancora una volta a galla, dedita a ritornelli veloci ed accattivanti, sorretti da loop di chitarra corrosivi e ritmica forsennata; l’effetto adrenalinico  è aumentato da i cori di Alexander, gloriosi e fatti per essere interpretati dal pubblico durante i concerti.  Essi creano un gioco di botta e risposta con le declamazioni rabbiose di Steele, mentre la strumentazione avanza nei suoi giri circolari ammalianti e nella batteria ossessiva; si prosegue poi con la cavalcata incalzante, mentre anche le vocals si fanno ritmate e legate agli andamenti sonori cadenzati. Ma la ripetizione ipnotica è dietro l’angolo, e al minuto e trentaquattro tornano i cori epici e trascinati, mentre la corsa è delineata da bordate stridenti e fraseggi atmosferici, e il drumming dritto si apre a rulli d’accompagnamento che sottolineano le impennate  di Steele; l’effetto ottenuto si accresce grazie all’assolo del minuto e cinquantadue, vorticante e pieno di linee atonali dal grande effetto, tempestato dai colpi di batteria e dalle vocals isteriche del cantante. Al secondo minuto e cinque le derapate di chitarra vengono accompagnate da gemiti femminili molto espliciti, i quali completano perfettamente il senso del testo del brano, e permangono mentre lo strumento a corda conosce giri circolari con digressioni ben posizionate; seguono poi assoli di batteria, sempre in concomitanza con i versi sessuali in un effetto più comico ed ironico, e meno legato a serie intenzioni erotiche. Al secondo minuto e ventiquattro la composizione si ferma, e lascia spazio al rifting altisonante, scolpito da colpi dilatati di batteria, slavo poi accompagnarsi alla doppia cassa; ma il movimento è vario e subito dopo abbiamo una leggera decelerazione con toni di chitarra più grevi e dilatati, creando poi uno stop con ripresa, segnato dagli andamenti del cantato, al quale naturalmente segue un nuovo andamento a media velocità. Esso Si lancia ancora una volta quindi in concomitanza con la cavalcata e i cori, in una pulsione finale ben orchestrata che segna la conclusione del pezzo su ritmi frenetici  che fanno da contrasto con le tendenze lente iniziali. Qui il testo al contrario di quanto il titolo potrebbe far pensare, non continua con il tema precedente, bensì usa la metafora del predatore e della preda in un contesto sessuale; il protagonista è come un cane da caccia, con la bava che cola dalla lingua in uno spasmodico desiderio, ed egli stesso poi descrive senza fronzoli la sua fame con "My eyes full of lust, my balls gonna bust, give yourself to me – I miei occhi sono pieni di desiderio, le mie palle scoppieranno, datti a me.", mostrando i toni volutamente volgari ed espliciti delle parole. Si prosegue con ritornelli incalzanti dalle rime goliardiche dove l’associazione tra il gusto per la carne e il sesso viene ripetuta; seguono toni ancora più diretti, descrivendo con immagini descrittive l’atto sessuale, in un dominio dove si arriva al sesso orale ("Lick me she begged, she pulled down my head, I love to eat pussy – Leccami, lei implorò, lei mi abbassò la testa, amo leccare la figa. ") nei confronti della propria collaborativa preda. Una botta di machismo quindi da guardare sempre in chiave ironica, riprendendo stilemi tipici del metal duro e puro, ed elevandoli a tutta potenza con frasi dirette ed esplicite fatte apposta per scioccare i ben pensanti, mostrando anche a livello tematico le influenze del mondo punk contrario ai moralismi della società, e volutamente irrispettoso verso di essi. "Male Supremacy - Supremazia Maschile" si apre con un bel rifting in melodia atonale dalle chitarre taglienti, accompagnato da piatti e colpi dilatati di batteria; esso prende poi velocità insieme al drumming incalzante, in un loop circolare dalla facile e diretta presa, instaurando l’ennesimo momento molto catchy e dai connotati decisamente metal. Al trentesimo secondo le chitarre si librano in fraseggi solenni, mentre il drumming si fa più serrato, in un trotto ipnotico che punta all’effetto cadenzato ed esaltante, riuscendo pienamente nel suo obbiettivo; interviene poi la voce di Steele, sempre espressa in toni aggressivi e filtrati altisonanti, sottolineati dai riff di chitarra e dagli andamenti ritmici di batteria. Grazie a questa unione otteniamo dei nuovi ritornelli avvincenti, fatti apposta per essere seguiti dall’ascoltatore insieme alla digressioni feroci di chitarra; il drumming si divide tra parti più regolari e inflessioni più ossessive, come quella serrata del minuto e nove fatta di colpi ripetuti in un andamento ossessivo dove in sottofondo anche i giri di chitarra si delineano in modalità ancora più tagliente. Al minuto e ventisei abbiamo un rallentamento ipnotico dove la batteria si fa più cadenzata e il rifting crea un groove ripetitivo; esso fa da apripista per il solenne assolo che segue subito dopo, occupando alcuni secondi del brano. Si riparte quindi con la cavalcata concisa, questa volta con il supporto di cori trascinati da stadio, i quali ripetono il titolo del pezzo in un ritornello deciso che gioco sul loop ipnotico e sulla reiterazione; al minuto e cinquantatre riprendono piede le impennate di chitarra condite dal drumming serrato, in un ritmo frenetico e spericolato perfetto per la musica senza fronzoli dei nostri.  Si costituisce quindi una sezione piena d’intensità, la quale si dilunga con un andamento facile, ma dall’ottima presa; si torna al secondo minuto e quindici all’andamento più lineare, dove Steele si ripresenta con la sua voce rabbiosa e sopra le righe, completando perfettamente il clima “su di giri” del pezzo. Il movimento prosegue giostrato in una serie di stacchi e riprese, i quali mantengono il ritmo incalzante e sempre presente; esso non è scevro di accelerazioni potenti che sottolineano l’intensità di certe sezioni, slavo poi offrire pause cadenzate. Quest’ultime fanno da preambolo per il coro, in un andamento ormai familiare e dalla presa sicura, giocato su melodie dirette e “macho”, che fanno da completamento sonoro al testo qui presente; improvvisamente al terzo minuto e diciotto tutto rallenta, in un fraseggio solenne dal sapore doom, dilatato e greve nelle sue atonalità, sul quale anche il drumming si fa controllato e distribuito. Dopo una pausa improvvisa con voce in sottofondo, al terzo minuto e ventiquattro prende posto un arpeggio delicato e melodico, che instaura un’inedita atmosfera malinconica; qui Steele getta i semi di quello che verrà, mostrandoci per la prima volta un cantato pulito sofferto ed emozionale, anticipando lo stile che in futuro lo caratterizzerà. Egli si dimostra quindi un ottimo interprete, capace di vocalizzi alti e timbri profondi dalla grande intensità; il gruppo ne guadagna quindi dimostrando la capacità d’inserire parti non certo canoniche nel loro suono accattivante, offrendo varietà e sorprese in un genere che non era certo famoso per questo. Al quarto minuto e diciannove dopo un colpo di piatto si delinea anche un assolo greve e lento di basso, in un tono sempre sommesso, ma ora più incalzante; la batteria si apre poi in un andamento pacato, dove il cantato pulito del nostro prosegue sottolineato dai giri di basso, in un apice emotivo che non può lasciare indifferenti. Il crescendo è continuo, e come se non bastasse al quinto minuto e quattordici si aggiunge un motivo di chitarra struggente e dal sapore progressivo, sviluppato in scale ammalianti e melodiche delineate dal drumming cadenzato; toni quindi quasi gotici, in una linea che stupisce e ammalia nelle sue evoluzioni. Al sesto minuto e ventisei le chitarre tornano a manifestarsi in riff taglienti e distorti, ma sempre solenni ed epocali nel loro lento incedere epico e melodico; all’improvviso tutto si ferma con una digressione, e dei colpi di bacchetta segnano un’ ultima corsa adrenalinica con cori e rifting  accattivante. La conclusione è affidata a giochi di batteria e loop di chitarra tagliente, fino al finale improvviso che chiude il brano in modo brusco. Il testo è la summa del politically uncorrect dei nostri, un inno “misogino” che farebbe accapponare la pelle di ogni femminista, delle lyrics che mostrano un metal lontano da ogni volontà di essere innocuo, giocando con sarcasmo con le convenzioni ed i taboo; un guerriero selvaggio, dopo aver ucciso i nemici e aver fatto schiavi i loro figli, rivolge le sue attenzioni alle donne, stuprandole, non risparmiando ilari descrizioni sulle sue doti come “Between my legs I've got what it takes to be called a man – Tra le mie gambe ho quello che ci vuole per essere considerato un uomo.”, descrizioni che ogni persona con un minimo di senso del sarcasmo dovrebbe accogliere con il sorriso, invece d’indignarsi inutilmente. Si prosegue in un tripudio di barbarismi, tra cervelli dei nemici divorati, ed esaltazioni violente e misogine come “Woman will never know or understand, The power men feel to kill with their hands – Le donne non capiranno  e non conosceranno mai il potere che gli uomini sentono, quando uccidono con le loro mani.”, le quali proseguono in modo spavaldo con il tema, volutamente esagerato ed offensivo; in contrasto verso il finale viene inserito una sorta di rozzo romanticismo: dopo la battaglia, è ricercato l’abbraccio della compagna, si arriva poi a dichiarazioni come “Woman it's true, I do battle for you, you my everything – Donna è vero, io combatto per te, sei il mio tutto.“ che mostrano il “lato umano” del possente protagonista. Un testo quindi molto al testosterone pieno di stereotipi da film di cappa e spada di quegli anni, che non fosse per il titolo e il ritornello, non si distinguerebbe da molti episodi del metal classico e non attirerebbe così le ire di chi si sofferma solo all’apparenza più superficiale. C’è quindi da sottolineare la furbizia e la malizia, comunque, di Steele e soci, i quali vanno letteralmente a cercar guerra contro i perbenisti, sfruttando il parossismo come arma più che efficace. "Armageddon - Apocalisse" ci accoglie con colpi solenni di batteria, organizzati come battiti ieratici di tamburo dall’andamento tribale e dilatato; su esso si staglia un sinistro fraseggio distorto, il quale poi si accompagna a riff rocciosi e al drumming cadenzato e strisciante. Effetti cristallini di corde toccate si aggiungono alla composizione, in un movimento greve e misterioso che crea toni surreali ed oscuri; torna quindi l’animo più atmosferico e sperimentale dei nostri, legato a certe influenze doom derivate dai Black Sabbath e da contemporanei europei ed americani dediti alle varianti più monolitiche del mondo metal. Al minuto e dodici all’improvviso la batteria accelera facendosi più serrata, e le chitarre si sviluppano in loop veloci e ripetuti; si delinea quindi una corsa dalle scale melodiche ammalianti, sulla quale si organizza il cantato sincopato e frenetico di Steele. Il movimento si alterna tra sezioni dominate dai fraseggi taglienti delle chitarre, e parti dove sono le vocals a farsi protagoniste, sempre veloci ed isteriche nelle loro declamazioni al fulmicotone; al secondo minuto e sette il cantato si apre in tono altisonanti, sottolineati da cori in un nuovo crescendo d’intensità potente e costante scandito dal drumming forsennato. Al secondo minuto e diciassette interviene un rallentamento dato toni dilatati e grevi, riprendendo i connotati iniziali sinistri e striscianti; un andamento dunque solenne e monolitico, dove tornano anche gli effetti di toccate e i giri distorti, in un’atmosfera lisergica ed opaca. Un grido improvviso però segna il passaggio ad una nuova cavalcata di batteria e chitarre, la quale spinge in avanti la composizione, permettendo al cantato di Steele di aprirsi a nuove iterazioni adrenaliniche; nuove scale intense quindi, e nuovi cori da stadio concitati e trascinanti, in un groove ripetuto che continua fino a consumarsi nel finale repentino ed improvviso. Qui il testo riporta in carreggiata il tema apocalittico del primo brano; in maniera appunto apocalittica viene descritto “l’aftermath” di un disastro nucleare, con termini evocativi e oscuri. Sotto un cielo grigio e senza sole cade la pioggia radioattiva e acida (“Fire storms acid rain celebrating birth, fall on down to corpses rotting in the streets – Fuoco cade, la pioggia acida celebra la nascita, cadendo sui cadaveri putrescenti nelle strade.”)  sulle strade devastate e piene di morti. I sopravvissuti non se la passano certo meglio,  le mosche depongono uova nelle ferite e portano malattie che si diffondono tra la gente, che reagisce con follia massacrandosi a vicenda in un cieco terrore;  le città un tempo imponenti sono ora in rovina, e infine anche il mondo smette di girare (“Drifting far and fast away a dying world stops turning, A shroud of darkness steals the earth its solar womb – Andando alla deriva veloce e lontano un mondo morente smette di girare, Un velo di oscurità ruba alla terra il suo utero solare.”), lasciando il narratore (una delle vittime della situazione) ad attendere la sua fine senza alcuna speranza rimasta. Un testo quindi tetro e serioso, che ci mostra un lato più oscuro dei nostri, capaci anche di evocare terribili visioni da incubo legate alle paure dell’epoca, quando spesso la fine del Mondo era vista come vicina ad ogni scontro tra le due grandi super potenze durante la Guerra Fredda. "Legion Of Doom - Legione Della Morte" parte con un suono di motocicletta rombante, continuando i toni da film dell’album; su di essa si aprono dei battiti ritmati, anticipando i colpi di batteria e le grida in riverbero di Steele, i quali aprono la corsa movimentata piena di giri graffianti e drumming possente. Il cantato è un inno veloce ed aggressivo dallo stile inconfondibilmente heavy, ma allo stesso tempo molto punk, frenetico e serrato nei suoi ritornelli sincopati; la strumentazione va dritta con poche variazioni, rilegate per lo più ai rullanti di batteria, i quali creano dinamismo nell’andamento altrimenti lineare e conciso. Al minuto e ventitré il ritornello “su di giri” è sottolineato da chitarre distorte in un ottimo completamento di elementi che gioca come sempre sull’effetto grandioso ed incalzante; improvvisamente al minuto e tredici si rallenta, offrendoci una nuova sezione dilatata e monolitica, ormai chiaro segno delle alternanze tipiche dello stile dei nostri. Essa striscia con i suoi colpi cadenzati e pesanti, mentre le chitarre si delineano in loop grevi e rocciosi, in un andamento solenne e tetro; improvvisamente al minuto e cinquantuno parte un fraseggio veloce  e distorto sottolineato da colpi dilatati di batteria, il quale dopo un grido evolve in una nuova corsa adrenalinica con drumming lanciato  e giri circolari massacranti. Al secondo minuto e nove l’accelerazione aumenta raggiungendo ritmi frenetici, dove Steele si lascia andare ad una filastrocca sincopata mentre i riff si fanno più veloci; essa si alterna con la ripresa del movimento precedente, in un’alternanza dal chiaro gusto dinamico, la quale delinea la dinamicità del pezzo. I toni generali ci ricordano ancora una volta le prodezze del gruppo del buon Lemmy, pur con uno stile vocale decisamente diverso più legato al thrash e al hardcore dell’epoca; ma il cambiamento è dietro l’angolo e al secondo minuto e trentasette all’improvviso si torna al rallentamento greve già incontrato, in un contrasto dal buon effetto. Esso dunque si struttura ancora una volta con battiti cadenzati e suoni ultra distorti, salvo poi prendere velocità in un galoppo incalzante, dove torna il cantato energico di Steele; si accelera sempre di più, raggiungendo  nella conclusione ritmi vorticanti, fermati all’improvviso da un effetto sincopato che chiude definitivamente il brano. Il testo torna su connotati “macho molto metal”, raccontando in prima persona la vita libera e selvaggia di un teppista e della sua gang di motociclisti; “We rule the streets after dark fast and silent like a shark – Dominiamo le strade di notte veloci e silenziosi come squali.” È il biglietto di presentazione, al quale seguono esaltazioni del proprio stile di vita, consapevole dell’opinione degli esterni, per la quale però non vi è considerazione, anzi minacciando apertamente conseguenze violente per chi si mette in mezzo. In realtà i nostri vogliono solo essere lasciati in pace, drogarsi e divertirsi con le proprie donne, ricercando la libertà lontani dalla società (“To serve in heaven might suit some well, me and the boys would rather rule in hell – Servire in paradiso può andare bene a qualcuno, io e i ragazzi preferiamo regnare all’inferno.”), ma sono pronti alla lotta se serve; ecco quindi una descrizione delle loro lotte, tra teste spaccate, gambe spezzate, bottiglie rotte, catene, coltelli a serramanico e spranghe come armi, nonché le ruote stesse della propria moto. Ma non vi è alcun rimorso, libertà o morte per i nostri, in un’esistenza selvaggia dove loro sono gli unici padroni di se stessi. "God Is Dead - Dio E' Morto" si apre in presa diretta con una cavalcata di chitarre in pieno galoppo, mentre Steele è già proiettato in un cantato aggressivo sottolineato dai colpi di batteria; il tono è feroce ed incalzante, con una pura energia rock/metal contagiosa ed inebriante. Al quattordicesimo secondo intervengono fraseggi solenni dal grande effetto, ritmati così come i colpi di drumming che li delimitano; essi si alternano con il movimento precedente, in un gioco di rimandi ben congegnato. Il cantato si mantiene squagliato ed altisonante, coerente con l’atmosfera esaltata e potente del pezzo; improvvisamente al trentacinquesimo secondo la composizione rallenta con digressioni di chitarra, tempestate come sempre da colpi precisi  di batteria. Ma al quarantesimo secondo si torna alla velocità, insieme alle vocals filtrate di Steele, in una cavalcata segnata dai loop di chitarra taglienti; i nostri decidono però di sorprendere, e al cinquantaquattresimo secondo mentre il cantante prosegue con le sue urla, s’inoltra un fraseggio progressivo ed allegro, segnato da percussioni cadenzate. Superata questa pausa, vi è il ritorno della furia metal, riprendendo il galoppo precedente, il quale si sviluppa fino ad alternarsi ancora con la cesura progressiva, in uno stop and go ben orchestrato; in essa la voce di Steele assume toni striscianti e malevole nella loro cadenza rantolante e melodrammatica. Inevitabilmente si riprende con i toni più incalzanti, eruttando in un rifting tagliente e stridente, pieno di giri atonali; al secondo minuto e tre una cesura lascia spazio al cantato urlato e declamate, dopodiché la batteria si fa più ritmata e i loop di chitarra più ossessivi. Si prosegue quindi su questa linea n un galoppo incalzante, fino al secondo minuto e tredici, dove si torna su andamenti più lineari; nuovi loop taglienti e drumming tempestanti quindi, mentre il cantante si mantiene feroce ed efficace come sempre. Al secondo minuto e ventisette incontriamo una cesura con fraseggio solenne, dopo la quale si scatena di nuovo al corsa delineata da alcuni giri circolari; torna quindi poi l’alternanza con il motivo progressivo calmo e cadenzato, dove Steele delinea il ritornello nichilista sempre in maniera rantolante, riproponendo l’effetto precedente di stacco e ripresa improvvisa.  Proprio sull’andamento ammaliante al terzo minuto e quarantadue si aggiungono cori eterei in un’atmosfera ironicamente sacrale, proseguendo su note delicate fino all’improvviso finale segnato da arpeggi di chitarra. Le parole del testo delineano un inno nichilista che tocca anche temi di accusa verso l’uomo, reo di aver distrutto la natura e di seguire solo il proprio interesse, passando poi ad ironiche invasioni demoniache risultato della morte di Dio; quest’ultimo infatti si suicida dopo aver constatato il fallimento del creato (“God looked down from heaven shook his head and wept, His flock had gone astray wolves mingling with sheep – Dio guardò in basso dai cieli e scosse la testa sospirando, il suo gregge si è perso e I lupi si confondono con le pecore.”) in un tetro sarcasmo fatto per infuriare i credenti più oltranzisti. Ma è l’uomo ad essere sotto accusa: egli ha ucciso il figlio di Dio, e poi ha stuprato e ucciso  la natura, e si arriva ad accusarlo di aver castrato il tempo (chi è familiare con il mito greco di Cronos coglierà il riferimento mitologico della sua evirazione da parte del figlio Zeus, aiutato dalla madre Rea per salvare i suoi fratelli divorati dal dispotico padre-tiranno) e di aver dato i suoi genitali in pasto a cani feroci. I toni si fanno da sermone, passando all’influenza del diavolo che tiene in scacco lo spirito degli uomini, ormai privi di fede, come in “The devil has taken your spirit, Keeps it chained up in the night – Il diavolo ha preso la tua anima, La tiene incatenata nella note.” Negando la luce ormai perduta a causa della morte divina. Niente redenzione o perdono per le masse supplicanti, i demoni e i morti invadono il Mondo celebrando il suicidio di Dio, in un finale apocalittico che chiude il testo anche questa volta esagerato, ma non umoristico, anzi ricco di amare considerazioni sulla razza umana e sulla sua decadenza. "Thermonuclear Warrior - Guerriero Termonucleare" inizia con un andamento lento e greve dai connotati doom, dove le chitarre sono ultra distorte e dissonnati, dilatandosi in note taglienti mentre i piatti di batteria proseguono cadenzati; si sviluppa una melodia atonale malinconica e struggente, la quale si consuma al ventiquattresimo secondo, lasciando un feedback prolungato. Adesso dei colpi di batteria ripetuti come picchiettii vengono intervallati da bordate esplosive di chitarra, accelerando i toni in un’energia trattenuta pronta ad esplodere; s’inseriscono riff circolari in loop, completando il quadro come dinamite sonora. Al quarantesimo secondo la batteria si fa pestata e veloce in una doppia cassa ripetuta, mentre i le chitarre si fanno ancora più granitiche; ecco che al cinquantesimo secondo, sgolata come sempre, arriva la voce di Steele, mentre la strumentazione en segue la linea diretta. Al minuto e dieci il ritornello è segnato da fraseggi incalzanti, in un momento rock ‘n’ roll dal grande effetto fatto di crescendo, il quale collima nel grido distorto del titolo; dopo di esso il drumming torna a farsi pestato, e le chitarre più aggressive e taglienti, in un loop feroce ed ipnotico. Si ritorna quindi alla corsa con cantato lanciato, dal movimento molto “sleazy” ed accattivante, pieno di riff e andamenti vocali che ne sottolineano le direzioni; un tripudio di chitarre rocciose e batteria dritta, che ancora una volta incontra parti più serrate annunciate dalle grida di Steele. Improvvisamente al secondo minuto e trenta tutto rallenta, lasciando posto ad una ripresa del movimento iniziale, greve e solenne, con chiare influenze legate ai maestosi suoni dei Black Sabbath; ma l’andamento è dinamico e nervoso, e già al terzo minuto e quattro abbiamo un’accelerazione che riporta in carreggiata il drumming pestato e le chitarre in galoppo. Esso si ferma al terzo minuto e venticinque, per un nuovo rallentamento, questa volta epico nei suoi cori che ripetono le parole di Steele, in un’apocalittica declamazione dove i fraseggi struggenti di chitarra sottolineano i passaggi vocali in modo strisciante; si arriva quindi al quarto minuto, dove ancora una volta la ritmica prende velocità grazie alla batteria tempestante e ai giri circolari incalzanti di chitarra. Si prosegue quindi con al corsa diretta fino al quarto minuto e venti: nuovo stop, nuovi cori, nuovi fraseggi ispirati, riproponendo quanto sentito poco prima in un ritornello ammaliante e dittatoriale. Esso rimane in solitario nello slogan del quarto minuto e quaranta, dopo il quale riprende la marcia monolitica, la quale si ferma però subito al quarto minuto e cinquantadue; qui intervengono dei colpi di batteria con bordate di chitarra, a cui poi segue un fraseggio tagliente con colpi di bacchetta ripetuti. Ecco quindi una serie di colpi di piatti che si aggiungono, fino all’inevitabile accelerazione in un ultima cavalcata, dove si aggiunge un assolo vorticante dagli effetti concentrici, i quali strutturano scale trascinanti, le quali si fremono improvvisamente in una digressione che chiude il brano. Il tema legato ad un ritorno delle descrizioni apocalittiche e futuristiche, trattando di un guerriero dedito allo stermino di mutanti creati dalla scienza; essi sono visti come un pericolo per l’evoluzione della specie, in una concezione eugenetica espressa in “Strands of malformed DNA strangulate our future, chromosomal executioners – Linee di DNA malformato strangolano il nostro futuro, esecutori cromosomici.”, la quale porta ad uno sterminio senza pietà. Egli attacca i mutanti deboli e morenti, in una folle pulizia etnica senza rimorsi, dove si vede come l’unica soluzione; “Crush kill destroy, I will smash any resistance, Crush kill destroy, Is the reason for my divine existence – Schiaccia uccidi distruggi, spazzerò ogni resistenza, Schiaccia uccidi distruggi, E’ la ragione della mia divina esistenza.” è il suo inno esaltato, dove finisce per considerarsi un essere divino con una missione sacra. Davanti alle rimostranze per i suoi atti genocidi, egli afferma apertamente di dettare le regole, non avendo bisogno del permesso di nessuno, e considerando la sua opera un’eutanasia necessaria per impedire il propagandarsi dell’infezione; possiamo vedere nel testo un’impronta critica verso certi aspetti della società votata all’emarginazione di ciò che è diverso, unendo qui gli orrori dei genocidi tristemente storici e veri, con un contesto fantascientifico adatto al mondo post apocalittico descritto nell’album. "World Wars III And IV - Guerre Mondiali III e IV" è il pezzo finale dell’album, e comincia con un feedback di chitarra in salire; un grido sgolato di Steele introduce poi un rifting ossessivo accompagnato dalla batteria in assetto da marcetta cadenzata, creando un andamento incalzante. Esso si sviluppa poi in una corsa veloce molto speed metal, richiamando i Judas Priest  e i  Motörhead, contagiosa nei suoi loop circolari semplici, ma d’effetto; il cantante si lancia su di essa nelle sue declamazioni rabbiose, supportato dal drumming serrato e dai motivi di chitarra pieni di melodia atonale. Al minuto  e venti i fraseggi si fanno più sommessi e rimane in superfice la batteria, mentre il cantato delinea il ritornello, scandito da giri grevi e distorti; si prosegue poi con la cavalcata ritmica barbara e lanciata, in un grande momento metal esaltante. Cresce l’intensità grazie ai galoppi di chitarra, mentre la batteria aggiunge colpi di piatti ritmati, in un andamento pieno di groove; esso torna quindi a dividere il campo con la parte più solenne, creando un effetto di stacco e ripresa a cui siamo ormai abituati nella musica dei nostri, i quali mantengono sempre il gusto per il ritornello e le variazioni di velocità  esaltanti. Al secondo minuto e trentasei i riff si fanno più dilatati e dissonanti, mentre la batteria prosegue imperterrita nella sua corsa senza respiro; Steele prosegue con le sue declamazioni melodrammatiche, in un’ atmosfera da comizio. Al terzo minuto e uno improvvisamente parte un bel fraseggio onirico, pieno di scale melodiche le quali si sviluppano dilungandosi, mentre il drumming le accompagna serrato; s’instaura quindi una cavalcata piena di melodia atonale, incalzante e struggente, per un momento “tecnico” fatto di assoli continui dal sapore classico; percepiamo anche i giri di basso grevi e rocciosi in sottofondo, in un perfetto completamento del motivo pieno di suggestioni sonore. Al quarto minuto e tre troviamo un nuovo cambio, con chitarra sotto effetti di console da studio e batteria marciante, con una coda “space” che poi si apre in una riproposizione del motivo melodico principale, il quale prende sempre più velocità; il drumming ne segna l’accelerazione facendosi sempre più incalzante, mentre partono anche arpeggi veloci. Ecco quindi il ritorno del cantato di Steele, con il quale la strumentazione si fa ancora più esaltante e cadenzata in loop continui ormai familiari; inevitabile quindi anche la riproposizione del passaggio del minuto e venti, con conseguente alternanza con cavalcata dritta e serrata, insieme alle declamazioni decise di Steele. Sotto di esse ancora una volta i riff si fanno più dilatati, in un crescendo esaltante dove i giri circolari stridenti regnano incontrastati; ma il cambio è dietro l’angolo, e al sesto minuto e  ventiquattro alcuni colpi di piatti e il grido del cantante segnano un nuovo stop, con esercizi di batteria e digressioni in feedback, in un incalzante gioco tecnico che si dilunga in una coda che giunge ad un finale improvviso. Ma ancora non è il momento di togliere il disco: campionamenti di guerra con esplosioni e rumori creano un’inedita outro, dove parte un fraseggio melodico in sottofondo, il quale ricalca niente poco di meno che l’inno americano, mentre effetti di venti nucleari  si fanno strada; il sinistro significato sarcastico non è difficile da comprendere, dato anche il titolo del brano, e dimostra fino in fondo la volontà dei nostri di andare contro morali, taboo, e convenzioni. Intanto la strumentazione in sottofondo si da ad atonalità e digressioni, mentre rimangono i campionamenti ambientali, i quali chiudono, questa volta per davvero, il lavoro su una nota oscura ed inquietante. Il testo chiude il cerchio tematico, descrivendo le varie fasi di una guerra nucleare distruttiva; una bomba colpisce al città massacrando milioni di vite in un istante, ma il protagonista non è “So fortunate - così fortunato” e sopravvive, bruciando e incespicando tra la massa di cadaveri fusi. Dopodiché l’umanità, mutata, continua con un’esistenza maledetta (“Humanity somehow stood up on its mutated feet, Reeling with pride man just would not accept his defeat – L’umanità in qualche modo si erge sui suoi piedi mutati, barcollando con orgoglio l’uomo semplicemente non accetterà la sua sconfitta.”) proseguendo follemente la guerra lanciando armi chimiche contro i nemici in un assalto ormai votato al genocidio globale; il risultato non può essere che l’estinzione totale, come espresso in “Silence and darkness the species of man is extinct – Silenzio e tenebra la specie umana è estinta.” Mentre il Mondo ormai sta collassando, con continenti che sprofondano negli oceani bollenti, e la Luna che, priva di gravità, cade su una Terra fuori orbita bruciante. Si continua poi con il ritornello ossessivo e ripetuto, come un folle slogan che chiede, date le conseguenze, se veramente si vuole fare  una terza guerra mondiale, e anche una quarta, con sarcasmo amaro ampliato dalla realtà di quegli anni, dove il fantasma dell’apocalisse atomica era ben presente nell’immaginario collettivo, e soprattutto in quello americano.



Il debutto dei Carnivore è senz’altro un lavoro dal grande spessore, sia per la sua collocazione ed importanza storica (ed importanza per la carriera dl futuro front man dei Type O Negative), sia per il suono in se qui contenuto; sane atmosfere di stampo metal classico incontrano lo speed e il thrash, ma c’è di più, momenti doom molto “europei” alzano la testa e creano oasi interne alla furia veloce dei brani, ora melodiche, ora sinistre e grevi. Nell’album regna un sentito sarcasmo, il quale però non è mai buffoneria e mantiene sempre una ferocia in sordina, espressa nelle chitarre e nella batteria al fulmicotone; lo stile è allo stesso tempo semplice e diretto, e arricchito da passaggi più tecnici e a volte con vere e proprie sorprese. Questo permette di creare un disco che tiene fede al suo titolo, ma che va aldilà della riproposizione qualunque di quanto fatto da molti contemporanei; è chiaro sin dal primo pezzo che il songwriting è eccellente, e che i nostri sanno che essere diretti non significa essere scontati. L’uso di cori, ritmi mutevoli, melodie sentite, va tutto a favore del lavoro, ricco di suggestioni capaci di mantenere sempre vivo l’interesse dell’ascoltatore; quest’ultimo è ora incalzato ed esaltato da corse e slogan, ora ammaliato con fraseggi calmi e pieni di atmosfere struggenti, creando un racconto sonoro che da vita al mondo post apocalittico qui narrato. Steele è per lo più legato ad un registro sgolato ed aggressivo, ma non è mai monotono e si apre spesso a ritornelli ben calibrati, che seguono gli andamenti strumentali; una visione del futuro come visto ci viene data a metà del terzo brano, quando il cantante usa un tono pulito  e profondo vicino a quello che poi lo caratterizzerà, ma per il momento è un episodio isolato che arricchisce la varietà di soluzioni adottate nell’album. In definitiva un lavoro ottimo che qualsiasi amante del metal spinto dovrebbe almeno aver ascoltato, ma che possiede meriti in generale che lo rendono un episodio importante del panorama metal/rock tutto; dopo di esso i nostri pubblicheranno a distanza di due anni un secondo disco, “Retaliation”, dai connotati ancora più diretti e legati all’influenza punk ed hardcore, che si manterrà su caratteristiche positive, ma il quale non avrà la stessa originalità e l’ eclettismo qui adottati, confermando il primo episodio come il capolavoro dei nostri. Dopodiché la band si scioglierà, e ognuno prenderà la sua strada, gettando i semi per altre grandiosità a venire, ma in altri ambiti musicali; per ora comunque proseguiamo con il nostro percorso, pronti ad affrontare il secondo ed ultimo assalto dei nostri, in nome del sarcasmo e dell’attacco sonoro e tematico al perbenismo e alle convenzioni sociali.   


1) Predator  
2) Carnivore  
3) Male Supremacy  
4) Armageddon        
5) Legion Of Doom   
6) God Is Dead          
7) Thermonuclear Warrior 
8) World Wars III And IV   

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