CARCASS

Heartwork

1993 - Earache Records

A CURA DI
ALBERTO BIFFI
17/02/2019
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

La musica è vita. La musica è viva. La musica è una creatura senziente, empatica, trasmette emozioni perché le prova. La musica non viene scritta, ma esiste e cerca solo una porta per raggiungere i nostri cuori attraverso le nostre orecchie. I musicisti sono solo mezzi, o meglio ancora degli avventurieri, dei ricercatori. Scoprono la musica più vicina a loro per risonanza, vibrando insieme ad essa e trasmettendola come antenne a tutti coloro che vogliono recepirla. La musica ha il suo carattere, può essere ostinata, simpatica, malvagia, aggressiva. Può essere un'eterna bambina o crescere, evolvere insieme alle proprie "antenne". I Carcass sono il perfetto esempio di questa crescita: quando i tre ragazzotti di Liverpool scoprirono la loro personalissima musica, si trovarono di fronte ad un qualcosa di selvaggio, primigenio, diretto, senza fronzoli e inutili orpelli. La musica che scoprirono era loro coscritta, cercava loro perché loro erano il mezzo perfetto per ciò che lei era a quel tempo: un'adolescente. La band crebbe in modo esponenziale e con loro la musica. Dopo gli inizi grindgore e l'avvicinamento al mondo del più controllato death metal, i "quattro di Liverpoool" entrarono ai Parr Street Studios il 18 maggio 1993, e ne uscirono il 21 giugno tenendo tra le mani il master di un masterpiece. Il 18 ottobre dello stesso anno la Earache Records pubblicava quella musica che tutti auspicavano ma nessuno si aspettava: Heartwork. Quanta strada ha fatto "quella" musica da quando fu trovata da quei tre. Ormai siamo in pieno territorio melodic death metal, ma non solo, questo disco ne è la massima forma espressiva. La musica dei Carcass è cresciuta a tal punto da essere irriconoscibile, da distaccarsi quasi totalmente da quei devastanti e roboanti vagiti musicali che risuonavano nei pub e nei centri sociali che ospitavano i primi concerti di un gruppo che "suonava rumore". Ora è tutto così maturo, così affilato, tagliente, preciso. Ora i Carcass sono quel bisturi del quale tante volte hanno cantato la fredda efficacia. 'Heartwork' nasce sul tour bus e nelle camere d'albergo, durante il tour di 'Necroticism -  Descanting The Insalubrious', dall'unione unica delle chitarre di Bill Steer e del corteggiato Michael Amott, ormai una coppia di asce paragonabile a quelle più classicamente metal di Iron Maiden e Judas Priest. L'affiatamento e il perfetto incastro delle dodici corde dei due chitarristi è sbalorditivo, e motivo di sprono e ispirazioni per entrambe. In una vecchia intervista Michael Amott disse: "c'era una sorta di tacita sfida tra me e l'altro chitarrista, ognuno di noi cercava di fare meglio dell'altro". Sempre parlando di carta stampata, in questo caso di Metal Hammer, il bassista e cantante Jeff Walker disse: "stavamo iniziando a scrivere canzoni più complesse e meno caotiche". Non che il caos e la potenza primigenia fossero ormai lontani dall'istintivo approccio alla musica che la band ha sempre avuto. Nel febbraio del 1993 il gruppo registrò una demo di 'Heartwork', in quanto voleva affidare alle sapienti mani di Colin Richardson la sua visione dell'album che poi sarebbe stato realizzato. La voce di Walker risulta - in quella demo - sicuramente più grezza e brutale rispetto a quella che poi verrà rilasciata nel CD ufficiale. Il motivo? Lo stesso Walker ammise di aver fumato troppo nel backstage di un concerto di Cathedral e Brutal Truth, compromettendo provvisoriamente la sua gola. Tutt'ora il mitico screamer inglese sostiene di preferire quella demo che tutti possiamo ascoltare nella special edition di 'Heartwork'. Come vedete, la follia e l'approccio brutale non sono stati definitivamente cancellati dall'approccio melodico e squisitamente tecnico che tra poco ascolteremo insieme. Dal punto di vista umano i problemi non furono pochi: prima di tutto, i rapporti con Colin Richardson ebbero una leggera incrinatura che possiamo ascoltare sempre attraverso le parole della band: "in quel periodo Colin era diventato di "moda", e mentre era con noi stava lavorando a molti progetti contemporaneamente, tra questi il disco dei Disincarnate (i Carcass si riferiscono al bellissimo 'Dreams Of The Carrion Kind', pubblicato il 23 marzo 1993 da Roadrunner Records) di James Murphy. Noi eravamo così snob da non voler essere associati a nessuno e stavamo pensando di licenziarlo". Anche i rapporti con un sempre più distaccato Amott stavano peggiorando. Per tutte le registrazioni di 'Heartwork' il fortemente voluto "quarto incomodo" fu praticamente assente, e se pensiamo che molto del materiale del disco è scritto da lui, capiamo quanto la situazione fosse ormai tesa e paradossale. Il chitarrista svedese entrò in studio praticamente solo, per le sue parti soliste, ormai troppo preso dalla sua nuova creatura: quegli Spiritual Beggars che tributavano sfacciatamente la musica settantiana che, come vedremo, andrà poi a infettare benignamente tutti i membri della "carcassa". Non solo, Jeff Walker non fu nemmeno avaro di critiche verso alcune scelte della band e sopratutto sull'impegno di Amott verso la stessa. Nella primavera del 1993, quando 'Heartwork' non era stato ancora pubblicato, il gruppo inglese fece un tour con Death e Cannibal Corpse (quasi a sottolineare ormai il loro ingresso ufficiale nella scena death metal). A tal proposito il pungente cantante disse: "suonammo per intero un disco che non era ancora uscito e nessuno conosceva! Non ero d'accordo. Perché sprecare un'occasione simile suonando delle canzoni sconosciute? L'unica nota positiva fu che Mike, per la prima volta, riuscì a suonare i pezzi dei Carcass dal vivo". Risulta palese che la crescita della band e della loro musica iniziava a portare le prime rughe e segni del tempo. Il rafforzarsi delle singole identità dei membri del gruppo, in contrapposizione con la velocissima crescita della loro musica, creò tensioni e stress, che trovavano terreno fertile in un momento in cui la band era sotto i riflettori e in cui rischiava di perdere vecchi fans senza la sicurezza oggettiva di guadagnarne di nuovi. A volte l'amore corre più veloce dei propri amanti, la musica più veloce dei suoi appassionati ascoltatori. Quante volte abbiamo rivalutato, con calma e maturità, un disco inizialmente bistrattato? E se fosse successo con 'Heartwork'? Se i fan del grindcore, del gore messo in musica non avessero accettato le incursioni melodiche e i testi ormai lontani dalle vomitevoli immagini che resero famosa la band? Cosa avrebbero fatto i Carcass? Ma questo dubbio è solo un "what if... ", visto che tutti noi sappiamo come andò la storia. Questo disco che abbiamo virtualmente tra le mani, cari lettori, è un capolavoro ineguagliato di tecnica, melodia e aggressività, paragonabile solo ai dischi del mai troppo compianto "Evil" Chuck. 'Heartwork' trascese ogni genere metal, mettendo d'accordo amanti del metal classico con i più estremi deathster, influenzando (ancora) centinaia di band che ne copiarono lo stile, i suoni, i formidabili assoli. Stiamo per ascoltare insieme una pietra miliare che non dovrebbe mancare nella discoteca di tutti i sedicenti metallari. Un ultimo sguardo al disco, prima di depositarlo nel nostro lettore e premere il tasto "play". In copertina, anche questa sicuramente molto distante da ciò a cui ci aveva abituato la band, una scultura del grande Maestro H.R. Giger: 'Life Support'. Non è la prima volta che il grande artista svizzero presta la sua arte al metal; prima dei Carcass furono i Celtic Frost ad avere l'onore di vantare un'opera del Maestro. Il disco era 'To Mega Therion' e correva l'anno 1985. Adesso però siamo a Liverpool, in un negozio di dischi insieme al nostro migliore amico, abbiamo capelli lunghi e giubbotto di pelle, i soldi in una mano e un disco nell'altra. È il 18 ottobre 1993.

Buried Dreams

Musica interamente scritta da Bill Steer e testo di Jeff Walker, per  il brano che apre questo splendido disco. Walker scrisse le liriche di Buried Dreams, 'Sogni Sepolti', dopo aver letto il libro di Tim Cahill: 'Inside The Mind Of John Wayne Gacy', ed è una rilettura ironica del testo di 'All You Need Is Love' dei The Beatles. Lo stesso cantante e bassista afferma: "il mondo è mosso dall'odio, non dall'amore".

"Siate i benvenuti, è un mondo d'odio
La vostra esistenza di sogni sepolti
Asfissiati dalla terra del fato"

Sono queste parole ad accoglierci una volta varcata la soglia musicale di questo stupendo 'Heartwork'. Un testo cinico, freddo, spietato, ma sempre sottilmente ironico.

"Nella futilità dell'auto preservazione
Tutti abbiamo bisogno di qualcuno
Qualcuno da odiare

Siate i benvenuti in questo mondo d'odio. Odio!"

Che consapevole e gelida analisi dell'atteggiamento dell'uomo! L'auto preservazione non è altro che un sogno inutile, vacuo. La vita è effimera e il cercare di sopravvivere è solo un procrastinare una fine scritta. La consapevolezza dei propri limiti non può che creare astio, una rabbia da incanalare verso qualcosa o qualcuno. Qualcuno da odiare.

"Quando le aspettative son soffocate
Quando l'autostima è smarrita
Quando l'ambizione è rimpianta
Tutto ciò di cui avete bisogno è l'odio"

La vita non è cinica, la vita è reale. E i Carcass sono realisti. Ecco allora che Walker non fa altro che sbatterci in faccia le nostre sconfitte, annunciate da una vita che altro non è che un costrutto altrui. Un'autostima distrutta dai muri di gomma, ambizioni soffocate da regole non scritte che noi non leggiamo. Cosa resta? Come trovare spazio per l'amore in un deserto dove a dominare sono gli istinti più bassi dell'uomo? Cosa possiamo fare? Odiare. Musicalmente c'è il forte impatto con l'anima del disco, incentrato sul midtempo e dove la melodia è sempre presente, non solo negli splendidi assoli che avremo modo di ascoltare, ma anche e soprattutto in un riffing mai così "classico" e ispirato. Il riff si può cantare, fischiettare, cosa impossibile e impensabile sino a pochi anni prima, per una band che sfociava nel puro e annichilente caos. Ken Owen, meno in affanno su tempi serrati, ha tutto il tempo e le possibilità di puntare sul groove, suonando la doppia cassa come uno strumento che ben si adatta al riffing, e non come un'arma di distruzione di massa. Il suo lavoro sui piatti è ineccepibile così come il suono della batteria, con quel rullante secco e tagliente e le grancasse dal suono ficcante e perfettamente mixato nel sound generale dominato da una splendida (e a lungo ricercata) distorsione delle chitarre. Il brano dura poco meno di quattro minuti, risultando snello, essenziale. Non appena entra l'assolo di Bill Steer comprendiamo la caratura assoluta del lavoro che sta dietro questo disco. Un assolo impensabile sino a  pochissimi anni prima. Il "lungocrinito" chitarrista inglese (anche spronato dalla sopra-citata "sfida chitarristica") ha avuto una crescita tecnico-compositiva sbalorditiva. Un assolo stupendo che in realtà è solo l'apripista per l'ingresso di Amott, con il suo tocco incredibilmente melodico e palesemente debitore al metal più classico. Si riprende con il main riff che dal vivo sarà cantato a squarciagola dal pubblico (a riprova della sua cantabilità) e il primo brano si congeda da noi lasciandoci letteralmente senza parole. Cosa diavolo abbiamo sentito? Cos'è successo a quei ragazzi che cantavano di membra divorate, di pus e interiora marcescenti?

Carnal Forge

I Carnal Forge, ovvero la 'Forgia Carnale' sono un gruppo svedese thrash death, nato in Svezia nel 1997. Ovviamente il loro nome è un gesto d'amore verso i Carcass e questo disco che stiamo ascoltando insieme. Secondo brano di 'Heartwork', quindi, dove liricamente si torna solo in parte ai vecchi racconti di carni umiliate e utilizzate dopo la morte per altri scopi (ricordate? Cibo, colla, fertilizzanti, etc. etc.). Qui Walker, come per tutto il disco, cercherà un modo assolutamente aulico per esprimersi, denotando una personale crescita culturale qui palesata dalla ricercatezza della parola.

"Carneficina multiferale
Crudele, mendace stirpe
Sublime, assassino bagno di sangue
Testimone di fiscali atrocità

Tempra inesorabile
In una fragrante consommé
Un obbrobrioso crogiolo
Di rifiuti umani fusi"

Il testo non è chiarissimo nel suo significato, ma l'immagine che ci da è un pugno nello stomaco. Walker ci racconta di pile di cadaveri ammassati in fosse comuni, fusi a metallo e utilizzati come palle da cannone. Il tutto è ovviamente un'immagine retorica che rappresenta la disumanizzazione. In ogni riga di questo testo viene sottolineata la spersonalizzazione dell'uomo dopo la morte. Non è più nessuno, forse non lo è mai stato. Dopo la morte l'uomo è solo un oggetto che cerca la sua giusta e utile collocazione. Nessuna personalità nemmeno nella tumulazione, visto che in questo 'Carnal Forge' si parla di fosse comuni, in realtà veri e propri "magazzini" dove stoccare i cadaveri. Nessuna possibilità di orgoglio, né in vita né dopo la morte. Possiamo anche trovare un legame con il brano precedente. Ricordate? Le soffocate aspettative, la stima distrutta, le ambizioni uccise da silenti cecchini. In vita avevamo l'odio, dopo la morte nemmeno quello. Non abbiamo nulla, siamo. Siamo involucri che la società non intende sprecare. L'attacco degli strumentisti (si chiamano allo stesso modo coloro che preparano gli strumenti in sala operatoria. Che combinazione, vero?) richiama i fasti del disco precedente, con l'unico Walker come ufficiale detentore del microfono. Un riff tecnico e una voce rabbiosa ci colpiscano prima che uno strabiliante assolo di Bill Steer, di una fluidità e velocità mirabile, ci lasci a bocca aperta. C'è un bridge dove il ritmo rallenta puntando sulla potenza e sul già citato groove, ed è Amott a siglare l'ennesimo, stupendo assolo dopo un crescendo rossiniano di ritmi sincopati e intricati e riff armonizzati. Bellissimo il modo di suonare il "ride" (chiamato anche piatto) da parte di un Owen che è obbligato a tenere il passo dei suoi compagni, riuscendo ad ovviare alla chiara mancanza di tecnica (se paragonato a quello degli altri membri dei Carcass) grazie ad una dedizione rimarchevole. Il suo modo di suonare la batteria è funzionale al brano, scevro da ogni manierismo e inutile esibizione stilistica. Un brano "asciutto", essenziale, che delinea sempre più le coordinate stilistiche dei nuovi Carcass: melodica e tecnica immediatezza. Ormai la band che cantava testi gore è evoluta in un gruppo adulto, e con esso la musica, loro coscritta.

No Love Lost

Singolo estrapolato da questo disco e del quale fu anche girato un videoclip. Strano leggere la parola "love" in una canzone metal, vero? Sopratutto se non è una ballata e se il gruppo che l'ha composta si chiama Carcass. Testo di Walker e musica interamente scritta da Bill Steer per questo pezzo assolutamente atipico, per i nostri amici inglesi. Con No Love Lost, ovvero 'Nessun Amore Perduto', si torna a un riffing cadenzato, potente, marziale, dove l'accordatura ribassata viene messa in evidenza dalla scelta delle note, qui grevi e potenti come mai prima d'ora. Bellissima la simbiosi tra batteria e riffing, con un Owen che sottolinea non solo ogni stacco e ogni cambio di tempo, ma anche ogni cambio d'umore, ogni accento, ogni sfumatura. Ora il batterista britannico è davvero messo a dura prova, non potendo più nascondersi dietro le poche, precise e parossistiche velocità grind. Il bravo drummer supera ogni prova in questo disco, dimostrando a tutti che un buon batterista deve suonare, non percuotere. Il riffing, se ad un primo approccio sembra "semplice" e lineare, mostra invece non poche difficoltà e subdole variazioni. Questa volta è Mike Amott ad aprire le danze con il suo assolo, ancora una volta arricchito da un wha-wha che anche nei suoi Spiritual Beggars diverrà un marchio distintivo. Il rosso svedese ci regala l'ennesimo assolo cantabile e dal forte flavour settantiano, lasciando a un indemoniato e mostruoso Bill Steer l'onore e l'onore di apporre il solistico sigillo al brano da lui composto. Bill Steer ricorda (con le dovute proporzioni e rispetto) Dave Murray degli Iron Maiden: assoli liquidi, velocissimi, puliti, cristallini. Le note fluiscono in modo torrenziale ma il tutto con una gusto che ha dello stupefacente. Mentre le sezioni soliste di Amott sono palesemente blues, figlie di improvvisazione ma anche di scelte accurate, quelle di Steer sono puro caos controllato, schiavizzato da una tecnica ormai elevata e dopato dall'adrenalina di una sfida tra guitar-hero. Colui che sino a pochi dischi prima poteva solo mascherare la sua inadeguatezza tecnica con un uso furbo e spropositato della leva del tremolo, ora ha tutte le armi per competere con il suo compagno. Il testo è criptico, a volte davvero ermetico e possiamo solo tentare di dare una delle tante possibili spiegazioni. Leggiamo insieme qualche estratto:

"Senz'alcun sentimento
Le corde del tuo cuore pizzicate
Strimpellate e strappate
Per la melodia d'una tragica serenata
Un drammatico ritornello"

Walker ci parla del nostro cuore bistrattato, maltrattato, strapazzato. Il nostro cuore è uno strumento a corde che viene strimpellato e pizzicato, suonato, il tutto per una melodia tragica e un epilogo drammatico.

"Il basso costo dell'amare
Languida farsa
L'umana fragilità e debolezza
Son facili prede
Come sanguinerà il tuo infelice cuore?"

Vero, amare costo poco. Anzi, costa così poco che tutti noi vorremmo essere amati e amare qualcuno. Ci chiede tanto ma ci da molto. Uno scambio. Ma è una farsa che si basa sulla fragilità e debolezza dell'uomo, non in grado di vivere da solo. O forse perché l'essere umano non è nato per stare solo. E come in natura, quando un uomo è isolato e solitario diventa una facile preda, preda di coloro che si faranno gioco di lui suonando le sanguinanti corde del suo cuore. Nuovamente Walker è cinico e realista, puntando tutto sull'efferata effimerità della vita e dei suoi sentimenti. Torniamo ai brani che abbiamo sentito in precedenza come in un loop malato e drogato: viviamo illudendoci cercando l'amore, troviamo solo delusioni, proviamo solo odio.

Heartwork

Splendido il videoclip prodotto per la titletrack di questo capolavoro, Heartwork, titolo che nasce da un'espressione dialettica che indica un'opera capace di toccare nel profondo, emotivamente. Un brano sintomatico e rappresentativo di tutto il disco. Semplice, efficace. I membri del gruppo suonano agitando le loro invidiabili chiome all'interno di una fabbrica, tra lamiere, saldatori, pezzi di metallo arrugginito e ferro, solo apparentemente in contrapposizione con tutta la carne da loro cantata e maltrattata. In assoluto uno dei brani più belli mai composti dalla band albionica, perfetta fusione di carne, metallo, tecnica, violenza, arte, melodia. La perfetta comunione tra il sangue di Amott, con la sua tecnica verace, affinata in anni di studi e ora al servizio del suo stomaco e il metallo fuso di Steer, arrivato forse troppo velocemente alla maturità musicale, che con la sua freddezza riesce a compensare il calore ematico dello svedese. Uno splendido incipit classicamente metal dove le due chitarre e il basso si lanciano in scale armonizzate e suonate alla velocità della luce. Si parte con una vera e propria cavalcata intervallata da fill ritmici davvero ad alta gradazione tecnica, il tutto per lasciare spazio a un ritornello in grado di sdoganare il metal estremo alle orecchie di tutti colori che sino a questo momento lo avevano trovato troppo ostico. Non ci si capacita di come i Carcass riescano a suonare così pesanti, tecnici e al contempo così accessibili ai più. Ogni elemento musicale è dosato alla perfezione, esaltato dalla produzione spettacolare e presentato in modo ineccepibile. Se vedessimo il sopra-citato videoclip senza volume, potremmo comunque capire il vero significato di questo brano. Opere d'arte di sangue, metallo e carne.

"Sanguinanti opere d'arte
Ribollente opera così oscura
Divinanti parole generate dal cuore"

Pensate di osservare una di queste opere. Dopo la stupore, la paura e il raccapriccio, cosa pensereste? Che anche noi siamo fatti dello stesso materiale utilizzato dall'artista. Anche noi siamo "inchiostro rosso", dure ossa da modellare e morbida carne da tagliare.

"Intensa bellezza estetica
O un'eterea corruzione sensoriale
Percezioni
Rispecchiamento frantumato, martoriato"

Si torna ad uno degli argomenti preferiti di Walker, la spersonalizzazione dell'essere umano e della sua inutile vita attraverso il riutilizzo della sua carcassa. Qui il cadavere viene elevato, portato ad uno stato superiore rispetto alla sua vita fatta di piaceri effimeri e carnali. Qui i suoi sogni infranti, le sue aspirazioni distrutte vengono rese poesia. Le sue carni provate, il suo sangue avvelenato da tante delusioni viene usato per raggiungere uno stato superiore. L'uomo diventa arte. Nel video in particolare, possiamo vedere delle flebo che tengono in vita i resti di un uomo ormai privo di ogni sogno, di identità, di speranza, di energia. Viene quasi crocefisso ad una struttura di metallo che ricorda non poco l'opera di Giger che domina la copertina e non a caso chiamata "life support". Torniamo alla musica e gettiamoci nel piacere che gli assoli del duo Amott/Steer ci regala. Ancora uno scambio che vede prima protagonista Steer e poi il wha wha di Amott, e mentre ancora risuonare l'ultima straziante e straziata nota del suo assolo parte un intricatissimo finale dove è la doppia cassa di Owen a dominare la scena. Prima di passare al prossimo brano, guardiamo ancora una volta questa tetra opera d'arte. Il riflesso di una vita ormai lontana, una vita riflessa. Un oggetto, un uomo deforme che possiamo denigrare... se solo non fossimo così tristemente consapevoli che sia la nostra stessa vita quella che stiamo guardando.

"Una tela da dipingere
Da degenerare
Tetri riflessi
Deformazione
Una tela da dipingere
Da denigrare
Tetri riflessi d'un nauseante buio bagliore"

EMBODIMENT

Non appena leggiamo la prima strofa di questo brano intitolato "Incarnazione" non possiamo che pensare ad un proseguimento del concept affrontato nella titletrack:

"Metto in ginocchio la tua preziosa icona
Divinità d'auto-soppressione
Quest'effigie di carne
Un corporeo Cristo inchiodato"

Rivediamo l'uomo crocefisso su quella struttura metallica, pallida icona costruita dall'uomo per potersi poi inginocchiare in preghiera: auto-soppressione. Proseguendo nella lettura del testo scopriamo che invece le liriche si distaccano in parte dal precedente 'Heartwork' e sembrano attaccare in modo palesemente diretto la religione.

"La nostra volontà perisce
Il vostro regno arde"

Sembra un'equazione dolorosa e veritiera. Più la volontà umana è soggiogata dall'auto-imposizione di regole e dogmi, e più il regno dei cieli arde di potere e gloria.

"La nobile prigionia è la nostra croce"

Uomini prigionieri di una religione basata sul sacrificio sulla croce del Messia, per poi a loro volta portare la croce, il peso, le responsabilità di un credo castrante. Ma l'essere umano è fallibile e fatto di quella carne di cui tanto i Carcass hanno cantato.

"Quest'imperioso credo
Sorregge il testamento
Fino ai fallimenti
Della nostra moralità"

La moralità, auto-imposta e auto-distrutta. L'ipocrisia di un umano che vive di luce riflessa, rispecchiandosi nella bellezza di una divinità da lui stesso creata.

"Costretto al suolo
In Dio noi siam avvinti
Empia levatura
Icone incarnate nella carne ch'affliggiamo
Affascinati dal servigio agli dei
Nella nostra immagine riflessa"

La profondità del testo, la ricercatezza delle parole, rendono quasi irriconoscibile quel Jeff Walker che fino a pochi anni prima cantava di maniaci necrofagi che sezionavano cadaveri purulenti per succhiane il midollo osseo. La crescita del gruppo è palese, mostruosa, costante sin dal suo primo disco ma comunque incredibilmente rapida, traumatica. La loro arte è quasi più veloce della comprensione dei fan che la seguono. Musicalmente il brano si assesta ancora su un midtempo dove è il groove a dominare, con una prestazione di Owen alla batteria davvero notevole. L'unico membro della band ad esibire una corta chioma riesce a donare al brano un dinamismo inaspettato, grazie ad un fantasioso utilizzo della doppia cassa e ad equazioni ritmiche calcolate sul rullante. Forse uno dei brani che dimostrano maggiormente la crescita del musicista meno valorizzato dei Carcass. Riff ancora una volta memorizzabili e assoli volti ad enfatizzare il mood del brano, fondendosi alla perfezione senza sembrare delle piccole canzoni all'interno di una canzone, che se a volte è una valore aggiunto, in questo caso l'omogeneità dell'intenzione musicale è assolutamente apprezzabile.

Embodiment

Non appena leggiamo la prima strofa di questo brano intitolato Embodiment, ovvero "Incarnazione", non possiamo che pensare ad un proseguimento del concept affrontato nella titletrack:

"Metto in ginocchio la tua preziosa icona
Divinità d'auto-soppressione
Quest'effigie di carne
Un corporeo Cristo inchiodato"

Rivediamo l'uomo crocefisso su quella struttura metallica, pallida icona costruita dall'uomo per potersi poi inginocchiare in preghiera: auto-soppressione. Proseguendo nella lettura del testo scopriamo che invece le liriche si distaccano in parte dal precedente 'Heartwork' e sembrano attaccare in modo palesemente diretto la religione.

"La nostra volontà perisce
Il vostro regno arde"

Sembra un'equazione dolorosa e veritiera. Più la volontà umana è soggiogata dall'auto-imposizione di regole e dogmi, e più il regno dei cieli arde di potere e gloria.

"La nobile prigionia è la nostra croce"

Uomini prigionieri di una religione basata sul sacrificio sulla croce del Messia, per poi a loro volta portare la croce, il peso, le responsabilità di un credo castrante. Ma l'essere umano è fallibile e fatto di quella carne di cui tanto i Carcass hanno cantato.

"Quest'imperioso credo
Sorregge il testamento
Fino ai fallimenti
Della nostra moralità"

La moralità, auto-imposta e auto-distrutta. L'ipocrisia di un umano che vive di luce riflessa, rispecchiandosi nella bellezza di una divinità da lui stesso creata.

"Costretto al suolo
In Dio noi siam avvinti
Empia levatura
Icone incarnate nella carne ch'affliggiamo
Affascinati dal servigio agli dei
Nella nostra immagine riflessa"

La profondità del testo, la ricercatezza delle parole, rendono quasi irriconoscibile quel Jeff Walker che fino a pochi anni prima cantava di maniaci necrofagi che sezionavano cadaveri purulenti per succhiane il midollo osseo. La crescita del gruppo è palese, mostruosa, costante sin dal suo primo disco ma comunque incredibilmente rapida, traumatica. La loro arte è quasi più veloce della comprensione dei fan che la seguono. Musicalmente il brano si assesta ancora su un midtempo dove è il groove a dominare, con una prestazione di Owen alla batteria davvero notevole. L'unico membro della band ad esibire una corta chioma riesce a donare al brano un dinamismo inaspettato, grazie ad un fantasioso utilizzo della doppia cassa e ad equazioni ritmiche calcolate sul rullante. Forse uno dei brani che dimostrano maggiormente la crescita del musicista meno valorizzato dei Carcass. Riff ancora una volta memorizzabili e assoli volti ad enfatizzare il mood del brano, fondendosi alla perfezione senza sembrare delle piccole canzoni all'interno di una canzone, che se a volte è una valore aggiunto, in questo caso l'omogeneità dell'intenzione musicale è assolutamente apprezzabile.

This Mortal Coil

This Mortal Coil può esse tradotto "Le Vicissitudini Della Vita". Abbiamo forse sbagliato disco? Non si parlava dei Carcass? Questo brano non dovrebbe evocare ossa frantumate, ulcere sanguinanti e crani succhiati da mostruosi maniaci? Il riffing iniziale è coinvolgente: un Ken Owen che suona dei devastanti blast beat mentre il trittico formato da Walker, Sterr e Amott si lancia in un intricato reticolo di note. L'esplosione successiva ci lascia senza fiato. C'è un cambio di tempo che resterà nella storia dei Carcass come uno dei più esaltanti. Sembra quasi di vedere Walker appoggiare il piede sul monitor davanti a lui, imbracciando il suo basso come un novello Steve Harris. Una cavalcata  maideniana che ci inietta testosterone e adrenalina, e quando il grande screamer inglese canta:

"Tearing down the walls
Breaching frontiers
Unlocking the gates"

Noi siamo già con le corna al cielo e la testa lanciata in un frenetico headbanging. La parte musicale di questo brano è assolutamente perfetta, inaspettatamente melodica, incredibilmente debitrice alla NWOBHM ma al contempo legata a doppio filo al death metal melodico e al sound tipicamente carcassiano. Come possono fare tutto questo? Eppure ci riescono. La band cita il classic metal ma destruttura il tutto in una forma canzone ben lontana dalla classica struttura strofa -ritornello - strofa - ritornello -bridge - assolo -ritornello. Continui melodici fraseggi riempiono le nostre orecchie di stupore, armonizzazioni che esasperano quanto fatto dalla coppia Murray/Smith e assoli elargiti a pieni mani per tutta la durata del pezzo. Fantastico. Un efficace   rallentamento permette al duo di chitarristi di giocare ancora, di scambiarsi fraseggi, armonizzarsi, incastrarsi prima del ritorno del riff terzinato e della nuova velocissima partitura grind. 'This Mortal Coil' è forse la summa di quanto raggiunto dai Carcass, della loro evoluzione e della loro maestria nel fare convivere alla perfezione tutte le loro anime. In questa canzone, la sesta traccia dell'album, possiamo veramente ascoltare quel death metal melodico e classicamente metal che tanto influenzerà i gruppi a venire.

"Ritorte e deformate
Intricate vicissitudini, sì"

Questa volta è la vita ad essere contorta, e non le carni che accolgono la nostra anima. Il testo parla davvero di quanto la vita sia complessa, un continuo assedio che attuiamo verso le difficoltà, e costante assedio che subiamo da parte della vita stessa, in un contorto e incestuoso vicendevole assalto.

"Radendo le mura al suolo
Penetrando le frontiere
Forzando i cancelli
Verso il caos d'un mondo nuovo"

Possiamo davvero combattere ad armi pari? Noi contro la vita stessa e tutto quello che ci mette di fronte. E possiamo resistere, con le nostre deboli carni e la nostra debole volontà contro l'enorme tsunami che è questa esistenza?

Arbeit Macht Fleisch

Arbeit Macht Fleisch è la chiara deformazione della triste frase presente sui cancelli d'ingresso (di cui molti esseri umani non videro mai i cancelli d'uscita) di numerosi campi di concentramento. "Il lavoro rende liberi". Una menzogna che capeggiava sopra le teste di coloro che varcavano quei confini, privati della loro umanità, della loro libertà  e della loro stessa vita. Quel cartello recava un significato esattamente opposto a ciò che succedeva dopo di esso. I Carcass scrivono un nuovo messaggio: 'Il Lavoro Ti Rende Carne'. Il testo è forse quanto di più simile al passato la band potesse scrivere per questo disco. Si torna ai temi cari del gruppo inglese, alla spersonalizzazione, al diventare dei numeri, all'essere degli ingranaggi di una società che cerca solo il massimo sfruttamento da ogni individuo, il massimo risultato con la minima spesa e il minimo spreco. Ognuno di noi fa parte di un enorme macina che tritura essere umani, spappolando ossa e sogni, tagliando carne e speranze. Noi siamo i macellai dei nostri simili e chi verrà dopo di noi sarà il nostro carnefice.

"Faticando, imputridendo
Flemmatica scorre via la vita
Logorati, inumati"

Siamo omaggi, sollazzo e materiale vitale per chi sta sopra di noi.

"Spogliando fino al midollo
Mandrini riaccordati lievitano
Semplice materiale grezzo
La tua libbra di carne per il feudatario"

Il cantato di Walker è qui particolarmente ferale, ben adattandosi ad un testo emotivamente e letterariamente forte. Cita diverse volte la frase originale, concludo poi il ritornello con il titolo del brano.

"Schiavi da sminuzzare
Sangue, sudore, sforzo, lacrime
Il lavoro ti rende libero

Tomba da tagliuzzare?
Sangue, sudore, sforzo, lacrime
Il lavoro ti rende carne"

Forse uno dei brani più deboli del lotto, contestualizzando ovviamente il tutto all'interno di un capolavoro senza tempo. Il brano presenta diverse volute dissonanze musicali, laddove le chitarre si lanciano in intricati e armonizzati passaggi. Prestiamo attenzione agli assoli iniziali, suonati con piglio decisamente rock e precursori dell'ennesima evoluzione che la band affronterà nel prossimo disco. Bellissimo questo contrasto tra la fredda tecnica dei riff, il cantato squisitamente estremo e i fill di chitarra decisamente mutuati dal blues. Wha-Wha a profusione per le sezioni soliste di chitarra (qui usato anche da Bill Steer) e un crescendo ritmico finale dove sono ancora le dissonanza armoniche a catalizzare l'attenzione dell'ascoltatore e caratterizzare il pezzo.

Blind Bleeding the Blind

Blind Bleeding the Blind, ovvero 'Il cieco che dissangua il cieco'', è l'ottava delle dieci tracce contenute nella versione originale di 'Heartwork'. Un attacco ancora una volta intricato, fatto di impervi sentieri tracciati dalle chitarre e dal basso, accompagnati da un Owen che presto riporta tutto su territori maggiormente ritmati e volti a quel groove fortunatamente onnipresente. Brevi assoli dal vago sapore rock danzano sulla batteria del bravo drummer prima che il ringhio di Walker faccia il suo ingresso i scena. Da sottolineare il fatto che il personalissimo screaming del cantante sia sempre incredibilmente intellegibile, nonostante la rabbia che mette in ogni parola che canta e letteralmente ringhia a denti stretti. Si aumenta il ritmo e le chitarre giocano sulle note grevi donate dall'accordatura ribassata e sugli articolati e intrecciati riff. Stilisticamente siamo sulle coordinate ormai tracciate dagli altri brani, con stupendi assoli continuamente scambiati tra i due axeman. Il finale del brano si spinge ancora oltre. L'intricato e cervellotico riff iniziale ora non è più suonato all'unisono ma anche armonizzato. L'impressione che si ottiene è quella di avere davanti una band dalla precisione chirurgica, dalla forte sicurezza nei propri mezzi e orgogliosa della nuova ennesima identità musicale. Il testo, forse uno dei più difficili del disco e che più si presta a diverse interpretazioni, sembra molto verosimilmente tornare al concetto dello sfruttamento della massa da parte di un élite:

"Prosciugata dalla sete
La nostra tazza traboccante
Riempita di purpureo latte d'umana cecità
Nel canale torri d'avorio son assediate
Le ossa del soggiogamento son spolpate a lucido"

La sete citata si riferisce alla sete di potere che quelle torri d'avorio, così ricche e irraggiungibili saziano abbeverandosi dalla tazza traboccante di "purpureo latte d'umana cecità", ovvero il sangue degli inconsapevoli essere umani dediti ad una vita di sacrifici. Ma leggiamo ancora:

"Nella brulla decadenza
Le lacrime son il carburante dell'opulenza
Pozzi di sangue scorron diffluenti
Un aspro raccolto da mietere"

Nel deserto della decadenza umana, le nostre lacrime sono il carburante per tutto ciò che è fasto e inutile abbondanza. Tutto ciò che per noi sarebbe vita, per altri è piacevole sollazzo. Tutto ciò che potrebbe donarci orgoglio e fierezza, ci viene portato via per rimpinguare le tasche e le pance di chi è già ricco e sazio.

Doctrinal Expletives

Doctrinal Expletives è Penultimo brano di questo capolavoro, ma non preoccupatevi, possiamo risentire questo disco centinai di volte. 'Imprecazioni Dottrinali' è il brano più "rock" di questa splendida raccolta di canzoni. Tutto ha un tiro decisamente lontano da quello che ci aspetteremmo dai Carcass, e le partiture soliste di questo episodio sono quanto di più ispirato avremmo potuto sperare di ascoltare. Un incipit roccioso e suonato come un unico blocco di cemento scagliato sull'asfalto: pericoloso, pesante, rumoroso, distruttivo. Una delle tracce più brevi e immediate, scritta dalla rimpianta coppia Amott/Steer e dominata dalla chitarra del chitarrista svedese, qui davvero coinvolto ma paradossalmente lontano, con la testa già nei suoi Spiritual Beggars che iniziano a sgomitare nel suo chitarrismo, cercando di uscire dalle sue dita palesemente trasudanti hard rock. E 'Doctrinal Expletives' è proprio questo, un brano hard rock. Qui non è questione di growl, scream, distorsioni e accordature, qui è tutta questione di mood e intenzione. Basterebbe una voce pulita e suoni leggermente meno compressi e questo brano sarebbe un perfetto pezzo di moderno hard rock roccioso e tecnico. Bellissimi alcuni passaggi dove le chitarre armonizzate danzano insieme per poi sfumare, dimostrando che in questo lavoro non esistono schemi preconfezionati, ma il tutto sembra un assurda jam sessione paradossalmente studiata a tavolino. Un controsenso vero? Esattamente com'è un controsenso il termine "death metal melodico", o è assolutamente privo di senso il pensare di scrivere Carcass e "melodia" nella stessa frase. Eppure in 'Heartork' è tutto possibile e tutto così spontaneamente spaventosamente naturale. Il clangore delle parole di Walker è così ferocemente piacevole che anche i suoi ruggiti sembrano melodia, così come l'alternarsi di assoli solo apparentemente semplici con la macchiavellica struttura dei riff è pura genialità. Il testo è ricco di nascosti doppi sensi e nuovamente esposto a molteplici interpretazioni. Si basa quasi completamente su giochi di parole, assonanze, doppi sensi:

"Un gioco di parole o parole in gioco?
L'ultimo capitolo
Un verso nell'atto finale"

E ancora:

"Il silenzio ha una sua definizione
Vocabolario di muta dizione
Eloquente imprecazione"

Questa canzone sembra un'esercizio stilistico per un Jeff Walker che finalmente chiude i testi di medicina per usare tutta la sua ironia inglese, tutta la sua padronanza linguistica per giocare con le parole, utilizzarle per colpire il cervello degli ascoltatori e non solo il loro stomaco. Walker cerca di far ragionare chi ascolta il suo screaming e non di farlo vomitare.

"Ambiguità in massima risoluzione
Eloquente imprecazione di fantasia
Aperta alla mal interpretazione
Così precisa"

Uno dei significati? Il rompere il sacro silenzio imposto da chi ci domina e sottomette con dei dogmi, delle fantasie e illusioni. Romperlo con imprecazioni che rompono la corrosiva innaturale quiete.

"I versi storcono la bocca
In espressioni enfatizzate
Comprendi il silenzio
La penetrante quiete
Acida melodia ai tuoi timpani"

Al contempo Walker condanna chi ripete concetti inculcati da altri, perendo nella loro stessa inconsistenza, soffocati dalla propria mancanza di coraggio, di carattere e di libertà:

"Come rigurgiti le parole d'un altro
Nella loro vacuità anneghi"

O forse questo brano è solo l'ennesima presa in giro di questo gruppo di geniali buontemponi anglosassoni, un labirinto di parole dove farci perdere e perdere tempo, dove confonderci e prendersi giochi di noi.

"Un gioco di parole
Che non ha senso alcuno

Che non ha senso alcuno
Che è nonsense"

Death Certificate

"Una lugubre moltitudine
Un plumbeo caleidoscopio
Sterile, castrante
Nasci e muori
Istituzionalizzato
Un tetro epitaffio
Un'apologia così mesta"

Inizia così Death Certificate, 'Certificato Di Morte', riprendendo ancora il tema della spersonalizzazione dell'individuo, affossato da credi inculcati e ruoli imposti. Si nasce e si muore, inquadrati, incatenati, con l'immagine di una vita che non abbiamo avuto che ci passa davanti agli occhi. Si dice che nel momento della morte rivediamo tutta la nostra vita come in un film, e se invece vedessimo la vita che abbiamo sempre sognato infrangersi verso la consapevolezza della vacuità di ciò che siamo stati e abbiamo fatto? Sarebbe davvero tremendo.

"Macchina codificata
Ridotta ad un'unità di memoria
In un complesso di informazioni
Digitalizzate
Necrologio statistico
Tu sei la sola eredità
Il tuo estremo luogo di riposo"

Noi siamo una statistica, un hard disk colmo di informazioni inutili e con una precisa data di scadenza. Siamo la nostra solo eredità e la nostra unica dote nel matrimonio con la Morte. La parte musicale è stupenda e tiene alto l'omogenea qualità di questo masterpiece. Uno splendido fraseggio armonizzato dal chiaro gusto maideniano apre un brano dall'incedere epico e squisitamente ispirato dalla NWOBHM. Lo screaming di Walker è acido, una muriatica accusa che sputa fuori dai suoi polmoni colmi di critiche e accuse. Gli assoli sono meravigliosi, e insieme a quelli della titletrack salgono sul podio dei migliori del disco. Ancora una volta abbiamo il dualismo tra articolate e melodiche ritmiche e improvvise aperture armoniche dove gli assoli trovano terreno fertile per incantarci e muoversi sinuosi tra fascinazioni classic metal e verace blues rock, il tutto eseguito con suoni e tecniche moderne. I Carcass sono ormai i maestri del suono trasversalmente integralista. Riescono a restare prepotentemente metal ma sperimentando ogni sfumatura e ogni profumo che ritengono possa arricchire il loro sound. Passano da ciò che hanno loro stessi creato alle loro influenze musicali, il tutto in un incestuoso turbinio di riff classicamente metal e prepotentemente estremi. Il disco si chiude con questo brano e noi siamo senza parole. Non capiamo. È quello che avremmo voluto ascoltare dai Carcass? Un gruppo grindcore inglese che suona come una band melodic death metal svedese. E qual è il risultato oggettivo?

Conclusioni

Bill Steer raccontò che l'accoglienza del disco non fu inizialmente molto positiva, sopratutto negli States. Quando i Carcass andarono oltre oceano per promuovere il disco i fan, incontrandoli, palesarono la loro insoddisfazione per la setlist, poco incentrata sui brani che avrebbero voluto davvero ascoltare. Senza pietà poi, aggiunsero che il nuovo lavoro faceva schifo. Dopo 26 anni 'Heartwork' è ancora considerato come una pietra miliare della storia del death metal. Non male per un disco che non venne capito dalla maggior parte dei fan delle prima ora, comprensibilmente confusi, spiazzati e spaesati da un sound relativamente commerciale, se contestualizzato all'interno di quella che era la scena grindcore inglese. Ora non solo i Carcass, per il secondo e ultimo LP si potevano considerare un gruppo internazionale, ma sopratutto avevano oltrepassato per sempre un confine tanto labile quanto paradossalmente invalicabile: dal grind passarono al death metal. Peggio, dal grindcore passarono al death metal melodico, al punto da suonare quasi più svedesi di tante band nate nella terra degli Eucharist e Unanimated. Gli anni portano saggezza, crescita, consapevolezza. 'Heartwork' non solo è un disco che cresce ad ogni ascolto, ma permette anche a chi lo ascolta di crescere e migliorare musicalmente. Sprona a studiare la tecnica del proprio strumento in modo costruttivo, spiegando con le sue note che migliorare le propria capacità strumentali è come aggiungere parole nel vocabolario di un poeta, colori nella tavolozza di un pittore. Non si è obbligati ad usare tutto ciò che si conosce, ma si può scegliere cosa è meglio per comunicare quello che si sogna, quello che si vede e si prova. 'Heartwork' è anche la cartina tornasole di come la nostra visione dell'arte sia comunque offuscata dalla bellezza dell'opera stessa. Un disco grandioso, un buon budget per promuoverlo e realizzarlo, un grande produttore, una crescita esponenziale della fama della band e delle aspettative del pubblico. Dietro tutto questo oro? Un grande chitarrista per anni corteggiato dalla band, che dopo soli due dischi perde interesse, rapito da quella magia settantiana che vedrà coinvolti incredibilmente quasi tutti gli altri membri del gruppo. Un Mike Amott che nonostante abbia scritto gran parte del disco, e costituisca con Steer un'apparentemente affiatata coppia d'asce, risulta in realtà una figura quasi marginale, presente solo nei videoclip e che regala fugaci apparizioni in studio solo per incidere le sue parti soliste. Quello che è stato dapprima quasi rifiutato, poi assorbito e infine eletto come uno dei dischi metal più belli e importanti della storia, risulta essere il vero canto del cigno, ancora prima del successivo 'Swansong', dove il nero cigno era già morto da tempo e una band ormai disillusa tentava di riportare a nuova vita come novelli Herbert West (Re-Animator). Una line-up storica, iconica, irripetibile, è quella immortalata nelle tracce di questo disco, dove non esiste nessun riempitivo e ogni pezzo potrebbe essere la composizione di punta di una qualsivoglia band metal. Ogni brano è la perfetta summa e sintesi di ciò che dovrebbe essere una buona canzone death metal e non solo: una struttura adulta ma diretta, e soprattutto mai banale. Tecnica ma non masturbatoria, epica ma non ridicola, melodica ma mai smielata. Arrangiamenti che diventano lavaggi del cervello, subdoli quanto sfacciatamente onesti. Un disco monumentale che tutti coloro che apprezzano la buona musica dovrebbero ascoltare, imparare a memoria e venerare. Un disco che fotografa una band in un momento unico, quel momento in cui, come dicevamo nell'incipit di questo articolo, un gruppo scopre la propria musica, che era li, nel buio, ad aspettare solo di esser chiamata. O forse è la Musica, quell'essere senziente, empatico, vivo, che trova e sceglie la propria band.

1) Buried Dreams
2) Carnal Forge
3) No Love Lost
4) Heartwork
5) Embodiment
6) This Mortal Coil
7) Arbeit Macht Fleisch
8) Blind Bleeding the Blind
9) Doctrinal Expletives
10) Death Certificate
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