CARACH ANGREN

Where the Corpses Sink Forever

2012 - Season of Mist

A CURA DI
DANIELE VASCO
30/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Ogni storia tragica che si rispetti ha nel suo inizio la chiave di lettura per comprendere tanto gli intrecci più aggrovigliati tanto la verità all'interno di tale vicenda; anche se questa tenderà a dipanarsi, avvilupparsi, svilupparsi e confondendosi attraverso percorsi tortuosi che portano solo ad un labirinto in cui è facile perdersi, fino ad impedire il riconoscimento delle singole motivazioni e dei singoli intrecci.  La prima chiave fu innescata dalle pressioni nazionalistiche e dalla brama di allargare i confini dei propri imperi, tutto giocato sul pretesto di un omicidio le cui ragioni non vennero mai totalmente spiegate, lasciando ancora diversi dubbi da fugare, per motivare invasioni, alleanze, ultimatum e lotte interne. La Seconda si manifestò come una conseguenza dovuta a ferite ancora aperte e dalla stessa brama di potere che domina ogni conflitto da che l'uomo ha cominciato a popolare questo pianeta. Questa seconda gara a chi era il più forte, costò all'umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri.. con un totale di 55-60 milioni di morti. Due brevi riassunti che bastano a capire di cosa abbiamo parlando, in queste righe. Quali furono i veri motivi di tutto questo non si saprà mai, e si continuerà a far fede a quanto riportato dalle cronache storiche, cronache di parte e racconti di chi ha vissuto da sommare però a quanto la memoria umana sia davvero in grado di conservare al suo interno, nei ricordi. La storia studiata e tramandata è e sempre sarà la stessa, parola per parola, foto per foto, documento per documento. Ma sarà sempre una storia solo superficiale, raccontata sempre da chi ha vinto, per primo e da chi ha perso solo dopo; le verità nascoste tra i solchi della storia rimarranno sempre celate agli occhi e nessuno le rivelerà mai. Nella storia recente, non esiste fatto più drammatico in numero di vittime e sconvolgimenti socio-politici (contando comunque gli ultimi fatti di cronaca avvenuti dalla fine degli anni '80 ad oggi) dell'ormai tristemente noto trentennio dominato dalle due Guerre Mondiali (1914 - 1944). Un periodo buio che ha lasciato un pesante sudario nero sul terreno, una parte buia della Nostra storia che ha abbattuto i già delicati equilibri presenti nelle varie nazioni, aumentando sempre più pericolosamente l'astio già presente. Un periodo che è stato testimone anche di intrighi, manovre politiche, giochi di potere, di esibizioni di grandezza, sotterfugi, ricatti, spionaggio.. di vittime innocenti e ignare. Ed eccoci al perché di questo preambolo. Come spesso accade, episodi di cronaca o avvenimenti storici si trasformano in una vastissima fonte di ispirazione dalla quale attingere per creare teorie, studi, approfondimenti, ipotesi, ripensamenti, analisi, storie, romanzi, opere e perché no.. canzoni. Riferendoci a quest'ultimo elemento, vediamo come due tragedie storiche come la Grande Guerra e il Secondo Conflitto Mondiale, sono state utilizzate da un band per creare un intreccio narrativo molto suggestivo. Parliamo ovviamente degli olandesi Carach Angren, giunti al loro terzo album: "Where the Corpses Sink Forever". Il platter è stato rilasciato il 18 maggio 2012 tramite "Season of Mist" (senza quindi seguire il trattamento di restyling apportato ai primi due album con l'aggiunta di tracce extra alla tracklist originale) segnando così il passaggio ufficiale dalla label con cui il trio aveva licenziato i suoi primi due album, "Lammendam" e "Death Came Through a Phantom Ship", ovvero la "Maddening Media". Il concept di questo album, a differenza dei primi due, non tratta di una nuova leggenda olandese come quella della Dama Bianca (Lammendam) o dell'Olandese Volante (Death Came Through a Phantom Ship); bensì affronta, come anticipato in apertura, il tema della guerra. Ma, mantenendo fede al proprio stile lirico / compositivo, il trio olandese sceglie nuovamente di affidare i racconti a sette storie con protagonisti sette fantasmi. Sette vittime del campo di battaglia. Parte delle canzoni in questo album descrivono le gesta di ciascuno dei sette spettri, la morte, la guerra e la sofferenza. La ricetta resta invariata rispetto ai precedenti lavori, vale a dire un Black sinfonico e teatrale in cui la musica fa letteralmente da colonna sonora alla vicenda narrata. Il Black-Metal del terzetto olandese è  sì di buon livello, con melodie ben strutturate ma fa della teatralità l'elemento fondamentale e spesso pecca di "superiorità" e pretenziosità proprio in questa fase. Where The Corpses Sink Forever è un concept che sicuramente ci fornirà molti argomenti da affrontare; però, a furia di forzare la mano, la band partorisce un album certamente ben architettato, ma che alla lunga rischia di suonare come una mera parodia di se stesso, suscitando a mala pena le emozioni che vorrebbe suscitare. Ma di questo parleremo via via. Ora che ogni tassello è al suo posto, si può procedere con la nostra consueta analisi track by track.

An Ominous Recording

La prima traccia di questo terzo album, confermando quindi una formula già testata e rodata, utilizzata già nel secondo platter, basa la sua costruzione su di una registrazione su nastro della voce di un soldato, a cui è stato ordinato di sparare a sette prigionieri di guerra. Il titolo risulta quantomeno esplicativo: "An Ominous Recording (Una registrazione anonima)". Il soldato spiega le sensazioni strane e maligne che iniziò a percepire non appena ebbe voltato le spalle a ciascuno dei sette prigionieri uccisi: «Sono stato felice e sorridevo mentre li uccidevo ma sembrava che i colpi li avessero attraversati.». I sette prigionieri, sono in realtà demoni che cattureranno l'anima del soldato in un vortice temporale senza fine, condannandolo a soffrire per l'eternità. Sono le sei del pomeriggio di un 3 di Ottobre, piove. Un'intro che quindi mantiene lo stile già visto nei primi due full-lenght dei Carach Angren, che ovviamente non costituisce nessuna novità sotto questo aspetto. L'ascoltatore sa già perfettamente cosa aspettarsi narrativamente parlando e anche dal punto di vista compositivo (con le dovute eccezioni che verranno snocciolate a breve), dato che anche musicalmente la formula d'apertura resta pressoché invariata nei confronti di quanto ci ricordavamo. Questo primo brano è un'intro di breve durata (1 minuto e 58 secondi) affidata a pianoforte, effetti sonori e orchestrazioni. Un'intro molto atmosferica che riprende lo stile dell'opener del primo album, Het Spook Van De Leiffartshof (Il fantasma Leiffartshof), senza però presentare gli stessi canoni orientati al fantasy ma attestandosi più su atmosfere sonore gotiche e senza quindi finire per passare in sordina, come era successo per Electronic Voice Phenomena (La Metafonia) nel secondo album della band. Musicalmente gli elementi non sono molti, anzi, sono troppo pochi per farne un'analisi più dettagliata, se non definire dominante la parte affidata al lavoro alle tastiere di Ardek e alle sue orchestrazioni che fungono da accompagnamento, mentre sette colpi di fucile riecheggiano nell'aria; vocalmente è un pezzo parlato quindi non si può dire molto, se non che anche con una voce pulita e stile recitativo (lo si era potuto notare anche in Electronic Voice Phenomena attraverso la registrazione della richiesta d'aiuto del capitano della nave) questa storia viene introdotta nel modo più appropiato. Il tutto assume quindi un'impronta altamente cinematografica che nonostante la brevità riesce anche ad essere coinvolgente e convincente.

Lingering In An Imprint Haunting

Il vero inizio, sempre confermando una formula già usata, lo ritroviamo nella seconda traccia in scaletta, "Lingering In An Imprint Haunting (Un'inquietante e persistente impronta)". Proseguendo musicalmente dalla conclusione dell'introduzione, questa seconda traccia si apre su un tappeto sinfonico affidato totalmente alle orchestrazioni alle quali, allo scoccare del minuto 0:16, si aggiungono le tastiere che vanno a completare il quadro introduttivo, dissolvendosi al minuto 0:20 trasformandosi in un rapido arpeggio pianistico, riapparendo dal minuto 0:29 al minuto 0:31, dando vita a dei rapidi stacchi che però non aggiungono niente alla parte sinfonica, unica e sola protagonista di questa prima parte. Dopo i primi 44 secondi, fanno il loro ingresso in scena chitarra e batteria, introducendo quindi le linee vocali e chiudendo il cerchio, dando il via alla canzone vera e propria. Risulta però subito evidente di come le chitarre siano poco percettibili all'attacco delle vocals, mentre la batteria riesce ancora a farsi sentire. Un difetto che si era già notato in precedenza, forse dovuto a scelte produttive ma che fa comunque storcere il naso. Difetto che però riesce ad essere corretto entro il primo minuto (1:20) quando grazie ad un improvviso abbassamento dei volumi dell'orchestra, la connotazione Black-Metal del gruppo riesce ad emergere e la strumentazione elettrica raggiunge il proscenio e ad affacciarsi alla ribalta. I ritmi sono cadenzati e molto ben scanditi, al pari dei riffs che assumono un'aura aggressiva e molto tagliente. Elementi che riescono a rimanere percettibili anche al ritorno della parte orchestrale (1:53) che non ritorna a prendersi il dominio ma compete in maniera equilibrata con la controparte Metal. Un connubio riuscito, in questo caso, che fa risaltare entrambi gli aspetti della proposta del trio olandese. C'è un terzo elemento all'interno di questa canzone che si aggiunge alle buone qualità che la costituiscono, elemento che compare dal secondo minuto del brano (dal minuto 2:19 al minuto 2:39 per essere precisi), ovvero un intervento vocale corale che ben si sposa con il tappeto Metal e sinfonico della traccia. Una parte che diventa subito l'anello di congiunzione tra due ipotetiche parti del brano stesso. Abbiamo quindi una prima parte divisa tra intro totalmente sinfonica e intervento più prettamente Metal e una seconda parte che gioca tra melodia, aggressività e sinfonia in egual misura, dando vita a momenti interessanti, senza stacchi o spadroneggiamenti di una o dell'altra parte. Ad implementare la poeticità del tutto (nonostante il taglio aggressivo delle vocals) troviamo, dal minuto 4:10, il gradito ritorno della parte corale che dà ancora più lustro al brano. Ottimi anche i cori in stile gregoriano che arricchiscono la parte vocale del pezzo. Inutile dire che questo secondo brano presenta moltissimi aspetti positivi, ed il neo evidenziato inizialmente (riguardo ai volumi con cui fanno il loro ingresso chitarra e batteria) viene in tal proposito fortunatamente risolto, celermente. Il finale del pezzo, con la sua melodia rockeggiante dai tratti quasi sognanti, dove la chitarra di Seregor diventa la protagonista, si attesta come ciliegina sulla torta.

Dopo essere stato intrappolato nella maledizione dei sette spettri, il soldato si trova nuovamente catapultato sui campi di battaglia per assistere con i suoi occhi agli orrori per i quali era stato chiamato a combattere e uccidere. Il soldato non crede ai suoi occhi, non poteva nemmeno immaginare quali tragedie si celassero dietro a ciò che stava facendo, imbracciando il fucile o impugnando la pistola: "Non credo ai miei occhi. Non posso credere a ciò che sto vedendo. Il tempo non esiste più, il paesaggio dove la natura vive è congelato, tutto si è fermato! Tranne me!" ("I can't believe my eyes. I can't believe what I see. A timeless, frozen scenery where nature stands still! Except for me!"). La maledizione a cui i sette spettri l'hanno condannato lo trasporta subito in un vortice di angoscia e terrore che mai avrebbe pensato di provare: "In breve capisco, tutto questo tempo mi è stato dannato. Il suo rancore mi tiene all'inferno per l'eternità. Ogni volta che muoio lui mi aspetta. Questo è il mio destino.." ("Briefly I comprehend, all this time I was damned. His grudge keeps me in hell for eternity. Every time I die he waits for me. This is my destiny..").

Bitte Tötet Mich (Please Kill Me)

La storia prosegue con "Bitte Tötet Mich (Please Kill Me) - Per favore uccidimi". Musicalmente le idee ci sono e sono molto buone, ma la costruzione globale del pezzo non è delle migliori o si finisce per trovarsi davanti ad una accozzaglia di elementi che non risultano ben amalgamati. La partenza è immediata e la sequela di blast-beat miscelati a rapidissimi cambi di tempo e riffs affilati, fusi allo scream delle linee vocali sono convincenti ma non si sposano nella maniera giusta al comparto sinfonico che non sembra per niente a suo agio ad essere lasciato sul fondo; un ensemble il quale finisce per creare una cacofonia che alla lunga stanca. Addirittura, dal minuto 1:37 al minuto 1:50 sembra quasi di sentire degli echi Industrial-Metal che fanno capolino dalle retrovie, sia nella ritmica che nell'andamento delle chitarre. Un episodio che non si ripete durante il proseguo del brano. L'abbinata orchestra e Metal in questo brano non è per niente riuscita. A rendere ancora più ostico l'ascolto di questa terza traccia è la scelta del gruppo di cambiare drasticamente la velocità d'esecuzione del brano dal minuto 2:40 sino al termine del pezzo (5:03), dopo un rapido break orchestrale, rendendo tutto più cadenzato e con un guitar-working più incline alla melodia che all'uso di riffs affilati come in apertura. Una scelta che crea uno stacco troppo netto tra la parte iniziale dell'album, dalla parte centrale, alla parte finale. Le orchestrazioni restano sempre nelle retrovie, salvo prendersi il loro spazio all'incirca dal minuto 3:18 al minuto 3:43, e questo sembra rovinare l'effetto finale della canzone nonostante si sia ripetuto più volte che la loro ingombrante presenza e la loro "mania di protagonismo" fossero un neo evidente in questa proposta. Una scelta stilistica un po' forzata che non fa un gran favore a questo brano che già di per sé appare troppo piatto e privo di spunti significativi. Il ritmo è sempre e solo dettato dalla batteria mentre le chitarre, specie nella parte finale, a tratti diventano solo un eco lontano (mentre nell'intro del pezzo sono ben in evidenza). La prova vocale di Seregor è sempre buona e per fortuna non vi è (almeno fino a questo punto) l'uso di break vocali inutili e interventi della durata prossima al ridicolo per dare spazio all'orchestra. Le vocals si prendono il giusto spazio, ma nel complesso questa terza traccia sembra più un riempitivo (ovviamente tenendo conto e togliendo da questa considerazione gli ottimi spunti e dell'esecuzione tecnica) che un tassello della storia narrata. "Posso sentire dei passi. Sta arrivando qualcuno. Cazzo! Dovrei rimanere? Sparire? È il mio migliore amico. Questo soldato è sempre lì per me. Rapidamente ho messo via la mia Luger. Ho pensato che questo sarebbe stato il mio ultimo giorno, ma non era così!". "Per favore uccidimi! Per favore uccidimi!" ("I can hear footsteps. Someone's coming near. Fuck! Should I stay? Disappear? Es ist mein bester Freund. Diesem soldat ist immer Für mich da. Quickly I put my Luger away. I thought this was my last day but I failed!". "Bitte tötet mich! Bitte töte mich!"). Lo straziante appello del soldato affinché qualcuno ponga fine alla sua vita e lo salvi da quell'incubo, lo porta a meditare persino il  suicidio, tanto non ne può più di osservare tanta morte e tanto dolore. Si sente vuoto, depresso, sfinito, triste, senza speranza, con l'idea che solo ponendo fine alla sua esistenza potrà ritrovare la serenità. Il soldato tenterà più volte di uccidersi, prima impiccandosi, poi pugnalandosi allo stomaco, poi cercando di essere colpito durante uno scontro a fuoco sul campo di battaglia, poi sparandosi; ma ogni tentativo sarà vano e trascorreranno ben due anni prima che i danni fisici riportati con questi tentativi lo portino dove voleva e quindi che la sua vita finisca. A livello narrativo, la parte riguardante il Primo Conflitto mondiale termina con questa canzone e la storia si sposta avanti di alcuni anni.

The Funerary Dirge Of A Violinist

La quarta traccia in scaletta rappresenta forse la canzone più conosciuta del trio olandese: "The Funerary Dirge Of A Violinist (La nenia funebre di un violinista)". Dopo Lingering In An Imprint Haunting, questo è il secondo brano più alto a livello qualitativo tra le nove tracce di questo terzo full-lenght dei Nostri, una traccia nella quale le orchestrazioni di Ardek tornano a giocare un ruolo chiave nell'arrangiamento del brano stesso. Certamente il picco più alto del platter, poco da dire. Una canzone struggente e perfetta sotto ogni aspetto, che sfrutta al meglio il suo minutaggio per passare da momenti più pacati ad altri più tirati. L'intro del brano viene affidata, come da titolo, alla voce del violino di Nikos Mavridis, intimista e quasi romantica, che apre all'ingresso della parte orchestrale degna di una soundtrack da antologia (il tutto fino al minuto 0:17) che a sua volta, dando vita dunque ad una brevissima introduzione molto atmosferica, spiana la strada all'attacco frontale del duo chitarra--batteria (i quali però subiscono il medesimo trattamento dei brani precedenti e vengono nuovamente spinti sul fondo a favore dell'orchestra). La velocità d'esecuzione del brano alternata a intermezzi e variazioni di tempo, viranti su circostanze più lente, in sostanza rende bene, risultando ottima nel complesso. Il pezzo è decisamente interessante e i Nostri si dimostrano, almeno in questo caso, discreti arrangiatori, oltre che buoni esecutori. Dal minuto 1:39 al minuto 3:00 il violino torna a dominare la scena dettando ritmo e andamento, e aprendosi la strada a ad assoli di ottima fattura ben sostenuti dalla controparte orchestrale e dalla batteria, mentre le vocals si presentano, in questo preciso frangente, secondo la regola del gruppo stesso, quindi con rapidi interventi che mantengono ben visibile la parte cattiva del disco e della storia. Il secondo elemento, fino ad ora poco sviluppato negli arrangiamenti dei primi pezzi, qualitativamente alto è l'intervento del pianoforte al minuto 4:05 che incrementa la drammaticità intrinseca del brano mentre l'accompagnamento ritmico e sinfonico creano il giusto tappeto affinché la voce del piano possa dominare la scena. A tale voce, dal minuto 5:20, si aggiunge nuovamente anche il violino e ne nasce un duetto dai tratti onirici e avvolgenti, mentre le vocals assumono toni sempre più strazianti (mischiati a brevi parti recitate). Ma questo frangente più delicato e sofferto, dal minuto 6:20 viene annientato da un ritorno ad un sound più veloce e aggressivo e dai toni più gotici e oscuri e in un crescendo sempre maggiore portano il brano alla sua epica conclusione (8:10). Una canzone perfetta in tutta la sua interezza che riesce sia ad affascinare che a coinvolgere. La storia si sposta negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. Siamo a cavallo tra il 1941 e il 1942, e su di un terreno insanguinato dal conflitto in corso, l'anima dei soldati coinvolti (oramai schiavi del più pesante sconforto) prede delle lacrime e dei lamenti più disumani, viene allietata e confortata da un soldato abile nel far sprigionare al suo violino le più dolci melodie che la sua mente riesca a concepire. In questo modo egli riesce a lenire le ferite che i suoi compagni d'arme recano nel cuore, nello spirito e nell'anima: "La sua musica brillante così bella e pura ... brillante calore su ogni soldato. Li aiuta a sopportare. Le sue melodie  mozzafiato consumano tutto, l'odio, il dolore e la paura. Queste magnifiche melodie sono come la seta per le loro orecchie. E per un attimo il loro dolore scompare.". ("His brilliant music so beautiful and pure... Shining warmth upon everysoldier. It helps them to endure. Breath-taking melodies consuming all hate, sorrow and fear. These magnificent tunes are like silk for their ears. And for a moment their pain disappears."). Ma purtroppo, quella pace è fatta per non durare. La vita del soldato con il violino viene violentemente fermata sul campo di battaglia per mano del fuoco nemico. Il suo corpo giace inerme sul terreno mentre intorno la battaglia non si ferma. La voce del suo violino, pare riecheggi ancora su quel terreno, ma non è più una voce melodiosa che lenisce, ma è soltanto un richiamo della morte che ha impregnato di sangue quelle valli.

Sir John

Le sorti cambiano con l'ascolto di "Sir John", quinta traccia in scaletta. Solo l'inizio basta a capire quale strada intraprende questo brano: elementi sinfonici ben in evidenza e parte elettrica in secondo piano. Un brano giocato sì sulla velocità di riffs e ritmi, ma che si trasforma presto in uno sfoggio di velocità fine a se stessa, che non crea coinvolgimento. Un brano dove le sinfonie fanno la parte del leone e offuscano tutto il resto. Le atmosfere sono buone e sanno mischiare elementi gotici cupi e oscuri ad aperture quasi barocche. Un brano che presenta l'uso di troppi break vocali e troppi cambi di tempo al suo interno, che rendono difficile seguire il brano e apprezzarne le varie sfaccettature. Sir John si dimostra subito piatta e insapore come canzone, dal punto di vista dell'arrangiamento. Troppa carne al fuoco in soli 4 minuti e 27 secondi di brano e potenzialità espresse malamente. Viene data molta importanza all'orchestra e alle parti Metal non vengono date le dovute attenzioni. Va detto che, guardando nell'ottica di una proposta musicale le cui basi vengono descritte come Black-Metal, gli elementi ci sono ma non sono comunque sviluppati nella maniera migliore. Volendo provare a fare un'analisi più nel dettaglio, risulta piuttosto difficile trovare un appiglio con il quale aprire il discorso senza scadere nella ripetizione di frasi già dette o di elementi già elencati. Anche questo pezzo si trasforma inesorabilmente in un mero riempitivo (al pari, con le dovute eccezioni, di Bitte Tötet Mich). Una traccia senza gloria e in odor di infamia e fallimento. Evitabile sotto tutti i punti di vista. Il momento peggiore del disco. Così come musicalmente questa traccia non sia espressa nel migliore dei modi, anche a livello delle liriche la qualità non migliora di un grammo. La storia raccontata è abbastanza banale e troppo votata allo splatter più frivolo e scontato. Gli orrori della guerra vengono narrati come se fossero la scena clou di un B-Movie di dubbia provenienza. Sir John è un medico di guerra il cui compito è salvare le vite dei soldati feriti duranti i vari conflitti. Le condizioni peggiorano di giorno in giorno, l'area in cui la squadra di Sir John è stata stanziata inizia ad essere priva di viveri e ripari e i soldati feriti iniziano a chiedere le parti amputate dei loro corpi per potersi sfamare. Molti di loro muoiono per gli stenti e le ferite e i loro corpi finiscono per diventare il lauto pasto dei sopravvissuti. Il dottore sa che per tutti loro non c'è via di scampo, ma in quella drastica soluzione, tutti trovano un modo per resistere prima dell'inevitabile. 

Spectral Infantry Battalions

Si passa ora al primo e unico intermezzo dell'album (altra caratteristica di base della proposta del trio olandese): "Spectral Infantry Battalions (Battaglioni di fanteria spettrale)". Dopo l'introduttiva An Ominous Recording questo è il secondo brano presente in scaletta ad essere di breve durata (2:04) e fungere da anello di congiunzione tra la prima e la seconda parte del platter, fungendo quindi sia da conclusione che da ulteriore introduzione. L'atmosfera di questo pezzo è decisamente carica di echi gotici e oscuri, ben curati e realizzati. Ritmi e riffs riescono ad ottenere il giusto campo d'azione anche se a livello di produzione i suoni faticano ad uscire dalle casse. Tutto viene basato sulle atmosfere e su ritmiche marziali ed ipnotiche, che guidano l'ascoltatore; pochi anche gli interventi al microfono di Seregor. Purtroppo anche in questa sesta traccia gli elementi per un discorso più ampio sono troppo ridotti per permetterlo. Si denota però una mancanza di personalità da parte del gruppo e un'eccessiva copiatura dello stile di gruppi che il trio definisce come i suoi "Numi tutelari". Ovviamente, dato che abbiamo detto che questa traccia funge da introduzione, per poter trovare gli elementi mancanti occorre quindi passare alla traccia successiva. Un gruppo di soldati risorti dalla morte si erge sui campi insanguinati e ancora pregni dell'odore della polvere da sparo. I soldati iniziano a marciare verso un percorso che non avrà fine e li terrà intrappolati in un limbo da cui non potranno mai divincolarsi, costretti a marciare e a stare nei ranghi per l'eternità: "Formazioni di battaglia, battaglioni di fanteria simili alla nebbia. formazioni di battaglia in marcia verso una destinazione infinita." ("Battle formations, fog-like infantry battalions. Battle formations marching unto an endless destination.").

General Nightmare

Spectral Infantry Battalions introduce quindi alla successiva "General Nightmare (Generale Incubo)". Proseguono quindi gli arrangiamenti orchestrali della traccia precedente che vengono incorporati nelle orchestrazioni sinfoniche di questo brano. I primi 40 secondi fungono da opener del pezzo dove la strumentazione sinfonica viene appena sostenuta dal beat della batteria che si inserisce con movimenti rapidi tra le note introduttive. Anche il guitar-working si inserisce per rapidi istanti (a rimorchio della batteria) all'interno di questi primi 40 secondi ma il suono della chitarra è talmente debole e raffazzonato da risultare più un componente della batteria che una serie di riffs emessi da una seicorde. Le parti parlate in francese che si aggiungono al cantato in lingua albionica sono affidate a Philip Breuer. Per non essere tediosi nel parlare e nel proferire sempre gli stessi termini con il rischio di risultare pedanti e logorroici, basterebbe dire: «Fare riferimento a quanto già detto per sapere cosa aspettarsi da questa canzone!». Ma sarebbe fin troppo facile. Come abbiamo visto sia per Bitte Tötet Mich che per Sir John, la carne al fuoco e molta ma le potenzialità non vengono espresse al meglio. Quindi si parla nuovamente di elementi sinfonici ben in evidenza e parte elettrica in secondo piano; elementi gotici cupi e oscuri; partenza è immediata e la sequela di blast-beat miscelati a rapidissimi cambi di tempo e riffs affilati (che diventano però un ronzio di sottofondo che si disperde presto nell'aria e viene subito dimenticato). Le capacità tecnico-esecutive del trio olandese sono innegabili, questo non serve ricordarlo nuovamente.. ma queste da sole non bastano alla luce di una vistosa carenza generale di idee o comunque di idee inespresse al meglio. Tutto scorre in maniera abbastanza anonima e senza particolari variazioni sul tema. Questa pecca presente nel disco inizia a diventare un neo di dimensioni imbarazzanti. Il fatto sconcertante è costituito poi dalla continua mancanza di appigli su cui costruire un discorso analitico degno di attenzione, che non seguiti a ripetere gli stessi tre concetti, ovvero produzione votata solo alle orchestrazioni con la totale disattenzione per il comparto Metal, prove vocali maiuscole ma identificabili come il solo elemento di stampo Metal delle varie tracce, insipidità totale delle canzoni e via di questo passo. Va ripetuto che le basi ci sono e le idee anche, ma la totale dominanza sinfonica rende quasi impossibile separare i diversi elementi per trarne un profilo su cui tessere un discorso. Va da se che queste continue pecche altro non fanno che affossare il risultato finale e quello che (se le idee trovavano il giusto equilibrio) poteva essere un album da 10 e lode. Via via che si arriva verso il finale, il tutto cala inesorabilmente verso i posti più bassi della classifica. Se musicalmente i livelli non sono eccelsi e i difetti sono evidenti, così come per Sir John anche per questa canzone a livello testuale il trio invece di scrivere (come abbiamo visto per alcune delle canzoni del disco) opta per un testo a dir poco banale che vuole descrivere l'orrore della guerra attraverso immagini troppo elementari e poco elaborate, senza quel taglio realistico, crudo ma allo stesso tempo romanzato dei brani migliori. Protagonista di questo capitolo è un Generale che si vanta dei suoi numerosi successi in battaglia senza tener conto dei soprusi, delle violenze e delle strappate con cui ha maledetto la terra su cui camminava e la sua stessa esistenza. Queste vite, tornano ad infestare i suoi ricordi maledendo il giorno in cui le loro strade si sono incrociate. La condanna che le sue vittime gettano su di lui, lo porteranno in un vortice fatto di delirio, incubi, vaneggiamenti immagini di morte e sangue sempre fisse dinnanzi agli occhi: "Sognava gli orrori di quelli condannati a morte; le urla delle donne, dei bambini ... Tormentato, per l'eternità!" ("He dreamt the horrors of the ones condemned to death; screaming women, children... Tourmentés, pour l'éternité!"). 

Little Hector What Have You Done?

Il disco si avvicina verso le battute finali con l'ottava e penultima traccia, "Little Hector What Have You Done? (Piccolo Ettore, che cosa hai fatto?)". Terzo momento migliore del disco, nel quale il duo chitarra e batteria pesta più forte che mai; le orchestrazioni, finalmente, in questo caso convivono in maniera più armoniosa con gli altri strumenti. La partenza del pezzo è molto atmosferica e melodica dove il pianoforte tesse trame delicate e le note disegnano paesaggi onirici ai quali si unisce un coro quasi sussurrato ma che si sposa perfettamente con questo incipit. Introduzione che appare subito studiata alla perfezione che prepara l'ingresso alla prima sfuriata elettrica di questa penultima traccia. Sfuriata che fa il suo ingresso al minuto 0:29 con un blast-beat serrato e un riffing altrettanto spedito. Un vortice ipnotico che accompagna all'attacco delle vocals (0:58) e che si mantiene inalterato come tempo e velocità d'esecuzione fino al minuto 1:22, dove al primo break delle linee vocali segue un piccolo bridge strumentale (non solamente sinfonico come la band ci ha abituati ma completo di orchestra e duo chitarra-batteria) fino al minuto 1:24 dove le linee vocali tornano in scena. In concomitanza con questo primo stacco e prima ripresa del cantato, si assiste anche ad una miscelazione dei pattern di batteria che alternano in rapida successione blast-beat e incursioni cadenzate mentre i riffs mantengono lo stesso andamento. Le orchestrazioni restano in secondo piano e fungono da accompagnamento; si nota come grazie allo stile più oscuro scelto diventino immediatamente un tappeto sonoro dall'ottimo impatto e creino la giusta atmosfera. Il secondo stop della voce al minuto 1:54 lascia spazio al secondo bridge del brano, come se ci si trovasse di fronte ad una storia nella storia e questa fosse divisa in più quadri che la raccontano. Come il precedente, anche questo start-and-stop dura pochi secondi (da 1:54 a 2:00, quattro secondi in più rispetto al precedente); le voci tornano per tre secondi (da 2:00 a 2:03) e poi di nuovo viene lasciato spazio alla sola musica (fino a 2:11). Per i successivi venti secondi la velocità vista fino ad ora resta inalterata, proseguono anche le variazioni repentine nei pattern di batteria nel mix di velocità e cambi di tempo, mentre a partire dal minuto 2:30, il pezzo cambia totalmente andatura e l'arrangiamento assume toni ancora più cupi dal punto di vista orchestrale, ed i ritmi subiscono un drastico cambio di rotta rallentando a loro volta. Il tutto dura pochi istanti (da 2:30 a 2:38) prima che ritmiche e riffs tornino a costruire un muro sonoro di grande impatto e l'intero brano torni ad avere un tiro aggressivo e serrato. Un nuovo cambio avviene al minuto 2:50 e nonostante questa scelta, nei due album precedenti, fosse  una nota stonata e sfavorevole all'interno dei brani, che in alcuni momenti spingeva allo skip della traccia, in questo frangente risulta un punto a favore in quanto tutto restituisce una canzone dall'arrangiamento variegato che tiene viva l'attenzione per lo stesso. Proprio perché l'andazzo è maggiormente curato e reso al meglio. Al minuto 2:50 quindi si assiste sia ad un nuovo break che ad un nuovo cambio di tempo e velocità che durano fino al minuto 3:33 dove la parte orchestrale si fa avanti rispetto a chitarra e batteria e disegna quadri sonori che riescono ad essere poetici e carichi di pathos allo stesso tempo, senza però diventare una presenza ingombrante ma tenendo il giusto equilibrio, così che al rientro delle linee vocali e al ritorno a ritmi più "spinti" non si crei uno stacco troppo netto. L'ultima parte del brano (da 3:33 a 4:55) prosegue su questa strada miscelando sia velocità che incursioni più cadenzate ripetendo ogni elemento che ha caratterizzato l'intero brano. Questa canzone è la più dura e triste dell'intero album. Un testo che solo ad immaginarne le scene porta chi ascolta ad avere un nodo alla gola che lentamente e inesorabilmente porta a lasciar scorrere sul viso lacrime amare. Hector (Ettore) è un bambino di nove anni che, durante un giorno di scuola, disegna un uomo morto con accanto un altro bambino, presumibilmente il figlio. Alla reazione scioccata della sua maestra che chiede lui cosa sia quel disegno tanto terrificante, il piccolo risponde: «Questi siamo io e il mio papà, abbracciati, quando saremo morti.». Più tardi, quello stesso giorno, il piccolo Ettore torna a casa di corsa. Appena varcata la soglia, poco dopo, trova il revolver del padre e quando questi cade addormentato, il piccolo gli si avvicina, preme il grilletto e lo uccide. Per poi salire al piano superiore della casa, puntando la pistola verso di se e facendo fuoco. Quando la madre ritorna a casa, si ritrova davanti ad una macabra scena: il marito giace nel letto insanguinato e subito dopo trova il figlio riverso sul pavimento del piano superiore. Dopo il funerale, distrutta dal dolore, la donna pone fine alla sua vita andando in overdose. Quelle tre morti dovute alla mano impazzita del piccolo Ettore, malediranno per sempre quelle quattro mura. Anni dopo, durante la guerra, un gruppo di soldati tedeschi irrompe in quella casa, nuovamente abitata. La donna viene violentata ripetutamente e poi viene uccisa, mentre l'uomo e suo figlio vengono condotti al piano superiore. L'uomo viene impiccato davanti agli occhi del figlioletto, che viene abbandonato davanti alla famiglia uccisa per giorni e giorni, fino a che, dopo aver trovato una seconda corda, s'impicca a sua volta vicino al padre per potergli stare nuovamente vicino. «Piccolo Ettore, che cosa hai fatto?».

These Fields Are Lurking (Seven Pairs Of Demon Eyes)

Questa storia si conclude sulle note di "These Fields Are Lurking (Seven Pairs Of Demon Eyes) - Questi campi sono in agguato (Sette paia di occhi del demone)". I primi 45 secondi del brano vengono affidati alle sole orchestrazioni che ricopiano quanto già proposto durante tutto l'album. Una melodia orchestrale che riesce ad essere pregna di echi classici, barocchi, gotici e da colonna sonora in una volta sola. L'ingresso della parte elettrica parte al minuto 0:46 dopo un rapido intervento corale che divide l'introduzione dalla partenza della canzone vera e propria. Lo stile è il medesimo delle canzoni precedenti e non ci sono molti tratti differenti sotto questa luce. Il primo attacco vocale è un rapido (da 0:43, in concomitanza con l'intervento corale, a 0:49) urlo in scream che si aggiunge alla parte strumentale rapidamente, prima di lasciare di nuovo il campo libero ai soli strumenti. Il primo minuto (1:14) scorre via senza lasciare troppe emozioni o sensazioni in chi ascolta, scorrendo in maniera abbastanza anonima e fin troppo lineare. Un cambio più significativo si ha dal minuto 1:14 quando le orchestrazioni scivolano in secondo piano e voce, chitarra e batteria si prendono quanto gli spetta e la componente Black-Metal, per la prima volta, riesce ad ottenere il ruolo della protagonista in un brano a firma Carach Angren; senza che siano solo le vocals ad avere questo compito. Anche in questo caso però, sulla breve distanza, anche questa aggressività musicale finisce per diventare monotona e ripetitiva, rivelando una sorta di "attenzione invertita", cioè viene dato maggior spazio al Metal rispetto alla parte sinfonica, ma la scarsa attenzione data a quest'ultima, lasciata quasi in disparte, fa risultare il tutto disequilibrato e poco discorsivo sul piano musicale. Una canzone che prosegue nel segno della circolarità, non solo musicale ma anche dal punto di vista narrativo, riprendendo sia lo stile dei brani precedenti, come appena notato, che a livello testuale, infatti nelle liriche (come si vedrà a breve) vengono ripetute le parole pronunciate in apertura dal soldato, questa volta seguite dal suono di un pianto a dirotto, fatto di terrore ed angoscia, da suoni inumani. La parte migliore del brano è garantita da un sottofondo costituito dal mesto suono di un pianoforte che si inserisce nella trama sonora dal minuto 4:37 al termine del brano (7:15) al quale, dal minuto 5:22, interviene nuovamente il virtuoso Nikos Mavridis che suggella l'epilogo della vicenda con un romantico e al tempo stesso straziante assolo di violino. Come abbiamo già annunciato, le liriche di questo ultimo pezzo riprendono il discorso lasciato in sospeso nel primo e nel secondo brano. "Dove sono?" "Sono appena morto?" si domanda il soldato. Nessuno in vista. Guarda ciò che lo circonda. I prigionieri, uno per uno, lo hanno lasciato traumatizzato. Ora ci sono solo sette pali vuoti e perforati sotto un cielo rosso sangue. Corre ma inciampa, cerca di strisciare, di fuggire da questa macabra scena. Con le ossa rotte, cieco e scioccato, non può comprendere ciò che ha visto. Trema la terra bagnata e venti di guerra ululano come lupi. La Wehrmacht è in agguato e ha fame di sangue e gloria. Si sdraia a terra esausto. Dopo aver corso tanto, ferito e spaventato, il soldato, si ritrova nello stesso punto da cui era scappato. Tutto finisce là dove tutto è cominciato. Sette paia di occhi di demone lo fissano. Sette temibili demoni sorridono nel guardarlo. Intrappolato in una catena paranormale. Destinato a soffrire una guerra senza fine, la tortura, la paura e il dolore. Così finisce questa storia di destini allineati. Una profezia della guerra intreccia in nodi cruenti che non riposano mai. Questa registrazione inquietante è tutto quello che resta alle loro spalle: "Domenica, 3 ottobre. 6 PM. Piove. Mi è stato ordinato di giustiziare sette prigionieri allineati, bendati ed incatenati ad un palo nel terreno. Sembra che i miei proiettili non li possano raggiungere, invece sette terrori e sette orrende visioni di guerra, uno alla volta, si sono impadroniti della mia anima." ("Sunday, October third. 6 p.m. rain... I was ordered to execute seven prisioners. Lined up, blindfolded and chained to a stake in a field. It seemed as if my bullets couldn't reach them. Instead the seven grinned and seven horrible visions of war, one by one, captured my soul...").

Conclusioni

In conclusione, con questo terzo disco, quello secondo cui molti gruppi o artisti (indipendentemente dal genere/sottogenere di appartenenza) vengono valutati per il proseguo (o meno) della carriera, solitamente etichettato come "album di passaggio" o "album della maturità" ovvero quel disco secondo cui si può capire se una band (o un artista) può proseguire sulla strada intrapresa o ha bisogno di cambiare almeno in parte il suo percorso o (caso drastico) è meglio che si fermi e non vada oltre, ci restituisce una band con un ottimo potenziale ma (come già ripetuto più volte lungo tutto l'articolo) espresso male e senza equilibrio. Cos'è quindi cambiato in questi due anni trascorsi dall'uscita del primo e del secondo album? In sostanza.. quasi NULLA! I Carach Angren continuano imperterriti per la propria strada, senza spostare il tiro nemmeno di un metro. Si prosegue per una rotta già segnata senza cambiare il percorso verso vie ancora inesplorate, magari aggiungendo elementi "nuovi" al sound iniziale. Ciò che ne segue, come abbiamo visto è un aumento esponenziale di precisi difetti che vanno continuamente a minare il risultato globale, già ritrovati nei precedenti lavori. Anzi, mano a mano che il gruppo avanza nella sua ancora giovane carriera, invece che prendere atto dei propri sbagli e correggerli quello che basta, non solo ne fa un marchio, ma rischia di amplificarne esponenzialmente la portata, soffocando le buone idee di base e le capacità tecnico-esecutive di cui può fare sfoggio. Capacità che, come si è notato, rimangono per metà inespresse. Difetto cardine attorno al quale ruotano tutti gli altri, il relegare chitarra e batteria sempre più sullo sfondo, come se fossero un semplice accompagnamento, quando invece dovrebbero rappresentare la componente legata al Black-Metal, senza lasciare l'onere solo alle linee vocali, dando forse troppa attenzione (con le dovute eccezioni) a tastiere (anche se non particolarmente presenti in questi brani) e orchestra. Salvo come abbiamo visto qualche momento sporadico o canzoni precise già segnalate durante l'analisi del disco (Lingering In An Imprint Haunting, Little Hector What Have You Done? e The Funerary Dirge of a Violinist), il resto rimane davvero troppo freddo e anonimo per poter rimanere impresso nella mente di chi ascolta. Per di più si nota una fastidiosissima attitudine a "scopiazzare senza pudore" band ben più affermate (anche questo difetto era già presente nei primi due album). Ciò evidenzia anche una mancanza d'ispirazione generale che oscura i momenti migliori del platter (tre canzoni su nove). Addirittura, vista l'enorme pomposità degli arrangiamenti sinfonici (la loro presenza dominante è innegabile), verrebbe da chiedersi: «Da quando l'Orchestra Sinfonica di Vienna ha deciso di darsi al Black-Metal?» - oppure - «Perché il gruppo non rimuove la radice Black dalla propria proposta lasciando solo come riferimento Symphonic-Metal?». Ovviamente va riconosciuto, all'interno dei vari difetti, l'ottimo stile nel dar vita alle storie narrate nei dischi dal gruppo. La capacità di concepire storie gotiche cariche di atmosfera e pathos è innegabile, ne consegue quindi che l'unica nota favorevole riguarda i testi che riescono ad essere crudi e realistici anche se le storie narrate hanno per protagonisti sette spettri. Ma questo elemento da solo non basta di certo, perché musicalmente il lavoro fatto non è stato concepito in maniera equilibrata e questo, anche se marchio di fabbrica dei Carach Angren, rischia di trasformarsi in una condanna di dimensioni macroscopiche.

1) An Ominous Recording
2) Lingering In An Imprint Haunting
3) Bitte Tötet Mich (Please Kill Me)
4) The Funerary Dirge Of A Violinist
5) Sir John
6) Spectral Infantry Battalions
7) General Nightmare
8) Little Hector What Have You Done?
9) These Fields Are Lurking (Seven Pairs Of Demon Eyes)
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