CARACH ANGREN

This Is No Fairytale

2015 - Season of Mist

A CURA DI
DANIELE VASCO
20/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

"Once upon a time, long ago, a small house at the bottom of a wood, a tiny house all made of sweets: chocolate, candy canes, gingerbread, cream... The strangest house that eyes had ever seen. In the small house, there lived a tiny old lady, hunched from the weight of years that was held up with a cane...

C'era una volta, tanto tempo fa, una piccola casetta in fondo ad un bosco, una casetta piccolina e tutta fatta di dolciumi: cioccolata, bastoni di zucchero, marzapane, crema... La casa più strana che gli occhi avessero mai visto. In questa piccola casa, viveva una vecchina, ingobbita dal peso degli anni che si reggeva in piedi aiutandosi con un bastone. Dal lato opposto del bosco, c'era una casa modesta abitata da un taglialegna. Il taglialegna era rimasto vedovo ed era povero e faticava a dare una vita dignitosa e a sfamare i suoi due figlioletti. Un giorno, convinto dalle subdole parole della loro matrigna, che l'uomo aveva sposato da poco, il taglialegna porta i due figli, Hänsel e Gretel nel bosco con la scusa di far legna e una volta giunti dove gli alberi si facevano più fitti, l'uomo li abbandona e fugge. I due fratellini, rimasti soli, vagando per la foresta, i fratellini trovano finalmente una radura, dove vedono una piccola casa. Si avvicinano e, con stupore, scoprono che la casetta è tutta fatta di dolci, che loro, presi dalla fame, si mettono a mangiare. Mentre stanno sgranocchiando le pareti di marzapane, dall'interno della casa spunta una vecchietta. Molto affabile, questa si offre di ospitare i due fratelli. I bambini, non sapendo dove andare, accettano grati la sua ospitalità. La vecchietta offre loro un'ottima cena e due comodi letti. Ben presto si rendono conto di non essere più liberi, bensì prigionieri della vecchina, che si era finta gentile e benevola quando in realtà era una strega...".


Favole e fiabe per bambini. Cosa ci può essere di più delicato di un bimbo sdraiato nel suo lettino, con lo sguardo adorante, mentre da un grosso libro prendono vita principi, principesse, sirene, maghi, draghi, cavalieri, streghe, fate, orchi, gnomi, gente buffa e animali parlanti? Dubito si riesca a trovare qualcosa di più dolce che vedere una scena come questa. Già, ma le favole e le fiabe non sono certo come ce le hanno raccontate. Per chi le ha sempre lette ed amate, i buoni vincevano sempre sul male, i cattivi perivano sempre e le loro brame di potere non si avveravano mai. Ma a noi, è sempre stato raccontato solo il lato colorato, gioioso e positivo delle fiabe, dove dalla situazione iniziale con il suo problema, la storia si dipanava attraverso un viaggio tortuoso e irto di pericoli per poi sfociare come un fiume impetuoso nel magico finale. Ma non erano queste le caratteristiche vere di una fiaba. Certo che no. La realtà è più dura da mangiare giù. Il nero cinismo, la finta disillusione, il male che si sprigionava tra quelle pagine riccamente disegnate scritte con quelle parole eleganti che attiravano la fantasia, volevano solo essere un monito per spiegare cosa è bene e cosa è male, ma gli orrori narrati spaventavano più della realtà stessa: non c'era cacciatore che potesse salvare Cappuccetto Rosso dal Lupo, non c'era bacio per Biancaneve che si risveglierà dal veleno della mela solo perché il pezzo di mela le scivolerà dalla bocca mentre viene trasportata via da un Principe che ne trova la bara di vetro nel bosco e che schiavizzerà la malvagia Regina una volta risvegliata la giovane, non c'è Principe per la Sirenetta divenuta donna per amore e che per l'amore non corrisposto si getterà nel mare togliendosi la vita, non ci sarà bacio che risveglierà la Bella Addormentata che verrà violentata nel sonno dal Re e partorirà due gemelli... Perrault, i Fratelli Grimm, tutti e tre regalarono fiabe dal finale alternativo e dalla trama meno truce rispetto alle versioni originali del 1634 scritte da Giambattista Basile dove stupri, omicidi, cannibalismo, tortura e altri eventi da cronaca nera, erano i reali finali delle storie. Finali e trame talmente efferati da far impallidire pure un uxoricida seriale come Barbablù. Ma la mente dei bambini non è fatta per comprendere la faccia nera del mondo, un bambino vede solo luce e colori, non può vedere il buio. Tuttavia, la realtà delle fiabe è questa e nessuno può cambiarla, così come Babbo Natale è vestito di verde e non di rosso ed era un giocattolaio che rendeva felice i bambini a cui la Dama in Nero, perché potesse continuare a farlo, gli donò l'immortalità. La vera faccia delle fiabe, faccia che farebbe invidia anche al meglio realizzato racconto horror, analizzavano la realtà svelando quanto di più malvagio esistesse nel mondo, volendo mettere in guardia chi le leggeva, ma erano talmente crude, che come abbiamo visto, tre uomini (quattro contando Andersen) decisero di raccogliere i racconti originali e di modificarli cambiando il finale con un più fiabesco "E vissero tutti felici e contenti". Almeno fino ad oggi. Qualcuno, ha deciso di restituire alle fiabe il loro vero volto. Guardate quelle parole scritte all'inizio, guardate la storia di Hänsel e Gretel, ora togliete l'happy-end canonico, immaginate la Germania del XVI secolo, schiava di un'enorme carestia, il padre che abbandona i figli, la casa di dolci, la vecchina, la strega, la prigionia... togliete tutti i colori e lasciate solo il nero, il grigio e il bianco, togliete il positivo e lasciate il negativo e tenetevi pronti ad un percorso doloroso e inquietante. "This Is No Fairytale", questa non è una fiaba! Oltre a rappresentare il quarto album che va a comporre la discografia degli olandesi Carach Angren. Sono trascorsi tre anni dal terzo full-length "Where The Corpses Sink Forever", ma l'aria in casa Carach Angren non sembra cambiata poi di molto. Il trio, infatti, fa il suo ritorno mantenendo quasi inalterate le componenti del loro stile: capacità compositive, in grado di portare sulle scene un Black-Metal sinfonico sì evocativo e inizialmente fluente ma che sulla lunga diventa abbastanza noioso e ben poco estremo; la troppa attenzione al dettaglio e all'estetica di ogni brano (elemento le cui ragioni le vedremo a breve) lo rendono eccessivamente pomposo e poco "istintivo", che spinge più verso una sorta di Horror-Metal teatrale attraverso il quale, però, non bisogna aspettarsi grosse novità dai Carach Angren. Il trio olandese torna sul mercato dunque ribadendo tutti i pro e i contro di una formula compositiva e sonora ormai consolidata, che se da un lato conferma l'ottimo mestiere del gruppo nel combinare partiture di musica sinfonica (spesso fine a sé stessa) e Metal (alle volte lasciato in disparte a favore della prima componente), dall'altro elude ogni possibile effetto sorpresa. "This Is No Fairytale" prosegue in linea concettuale con i suoi predecessori basandosi su di una narrazione gotica e romanzesca che questa volta ha come protagoniste le streghe. Menzionavamo poche righe fa la troppa attenzione verso i dettagli che pullula in questo quarto album, ebbene tale elemento è da "imputarsi" alle mani esperte di due guru come Patrick Damiani (Falckenbach, Rome, Umbra Et Imago) e di Peter Tägtgren che in fase di produzione sono un coadiuvante non da poco per giungere a questo livello di cura ,che potrebbe far parlare di «sound di plastica», ma questa produzione estremamente rifinita porta subito a porci una domanda importante: «Novità stilistiche da segnalare rispetto ai precedenti Where The Corpses Sink Forever e Death Came Through A Phantom Ship? Sostanzialmente no.», una produzione che sembra sia stata studiata a tavolino per realizzare un disco ai limiti della perfezione più maniacale, abbiamo quindi tra le mani un platter che ruota attorno ad un pugno di nove brani (altro elemento che si ripete a partire dal secondo disco del gruppo è proprio il numero di canzoni che completano la storia narrata) barocchi e sfaccettati, in cui non risulta possibile scindere il contenuto musicale da quello lirico. Prendendo come riferimento i Cradle Of Filth del periodo "Midian" (accostamento già notato nel debut-album del trio olandese, "Lammendam"), i Nostri mescolano Symphonic/Black, Death e Thrash in parti più o meno uguali, imbastendo un concept horror tutt'altro che rasserenante (formula ormai nota che non pone nuove chiavi di lettura nello stile compositivo dei Nostri) e narrato con grande teatralità (forse troppa) dal frontman Seregor.

Once Upon a Time...

L'inizio è dei più classici con la formula di apertura canonica, "Once Upon a Time... (C'era una volta...)". Inutile ripetere che ci troviamo davanti ad una apertura di breve durata e totalmente strumentale, completamente sinfonica che anche se si discosta leggermente dalle opener dei lavori precedenti in quanto non presenta una traccia vocale al suo interno, se si escludono i cori che appaiono negli ultimi secondi. Il pezzo mantiene inalterata un formula già nota che non necessita di disamine lunghe e prolisse, complice anche la durata e gli elementi presenti che lasciano ben poco spazio alle parole, obbligando a fare un discorso sintetico. Obbediamo quindi alla richiesta e analizziamo celermente questo brano della durata di un minuto e trentasei secondi. Abbiamo davanti una Overture degna di un'opera lirica che pone l'attenzione sulla cura maniacale per gli arrangiamenti orchestrali del tastierista Ardek, autore delle orchestrazioni. Un crescendo di voci di archi al quale si aggiunge la voce del pianoforte, che però fa solo una fugace apparizione nei primi secondi, riportati in una veste malinconica e dal sapore gotico. Un aura triste in maniera velata aleggia tra le pieghe di questo scarno brano, preannunciando l'atmosfera che si respirerà a breve. Come si evince, gli elementi sono pochi e questa traccia iniziale serve solo come apripista per l'opener vera e propria che seguirà.

There's No Place Like Home

Possiamo quindi dire, come era successo nei primi tre lavori del trio olandese, che il disco inizi ufficialmente con la seconda canzone in scaletta: "There's No Place Like Home (Non c'è posto più bello di casa)". Una frase che ricorda il finale del celeberrimo Mago di Oz, quando la piccola Dorothy trova il modo per poter tornare nella sua casa del Kansas vicino alla sua amata zia Emma. Dunque, proseguendo sulle note conclusive di Once Upon A time..., questa seconda traccia si apre con la medesima aria malinconica e lo stesso alone di tristezza mista epicità con cui il disco è iniziato. Introduzione che rappresenta un vero e proprio movimento operistico, contando anche la prima traccia, che si conclude in soli 15 secondi (per un totale di un minuto e cinquantuno secondi) prima di lasciare il posto all'ingresso della prima sferragliata Metal a base di blast-beats furiosi, riffs in tremolo-picking affilati e scream-vocals aggressive, senza ovviamente tralasciare la componente sinfonica che si mantiene bene in vista, anche se vagamente in secondo piano per la maggior parte del tempo, senza dunque prendere il controllo dei giochi. In un certo senso, una novità per il trio nederlandese, che fino a questo momento aveva oscurato la connotazione Extreme-Metal del suo sound prediligendo maggiormente l'aspetto sinfonico. Nei suoi 4:32 di durata, non ci sono stacchi o break sinfonici come nei lavori precedenti (salvo un rapidissimo break dal minuto 2:43 al minuto 2:47) e la canzone mantiene alto il livello di cattiveria sonora per tutta la sua durata, eccezion fatta, ovviamente, per i primi 16 secondi che chiudevano l'introduzione sinfonica. Nonostante questo, si avverte una leggera monotonia nel susseguirsi dei riffs e della ritmica (a cui manca sempre un basso per completarla e tutto è sempre nelle sole braccia del batterista Namtar), che creano ben poche varianti nell'arrangiamento; ed anche se ci sono effettivamente alcuni repentini cambi di tempo per illuderci che sia un po' di movimento, essi svaniscono in fretta, per colpa della ripetitività con cui si susseguono all'interno del brano. Una canzone che si attesta sulla velocità e sull'essere elettrica e non sinfonica, ma che risulta subito mal costruita. L'effetto goffo non perde nemmeno tempo a nascondersi dietro l'angolo ad aspettare il momento giusto, investendo subito la traccia. L'idea di fondo è ottima e certamente si discosta dal marchio di fabbrica preferito del trio, che mette quindi in disparte tastiere e orchestra per lasciar posto a chitarra, batteria e voce... tuttavia, complice l'abuso delle soluzioni sinfoniche visto fino ad ora, non è concesso a questo approcciò nettamente Metal di ottenere l'attenzione che merita. Va dato atto però agli Olandesi del fatto che, dal punto di vista delle linee vocali, anche se è presente, come accennato in apertura, una forte vena teatrale nell'interpretazione di Seregor, il pathos e la brutalità con cui vengono cantati i testi dimostrano ancora una volta come la componente Black-Metal sia presente in questa proposta, nonostante si riveli, nel maggior parte dei casi e come avevamo già visto, solo attraverso il cantato e non sempre attraverso la musica. Anche di un secondo elemento va dato atto: sostanzialmente, la virata verso un pezzo quasi totalmente elettrico fa ben sperare per il proseguo dell'album. In poche altre occasioni i Carach Angren avevano lasciato libero sfogo a tutto ciò, permettendo di risaltare come meritano, alle chitarre e ai loro riffs, senza che fosse solo la batteria a portare testimonianza della furia Metal dei Nostri. La storia inizia nel più classico dei modi, con la stessa formula di apertura utilizzata all'inizio di questo articolo: "Once upon a time..." / "C'era una volta...". Ma solo l'inizio è classico. Quella che i Carach Angren ci presentano è una situazione al limite dell'estremo: una casa in rovina, una famiglia caduta in miseria, un padre alcolizzato, sadico e troppo avvezzo a usare le mani al posto delle parole ("father was a drinker and a goddamn fiend / a sadistic motherfucker who could not keep his hands off his own kin"), una madre altrettanto schiava della bottiglia, delle droghe e delle pillole, che lentamente si riduce ad uno scheletro dalle occhiaie profonde, sempre più incline a sbalzi di umore che viene uccisa dal burbero marito con diverse coltellate. A farne le spese sono i due figli della coppia, un maschio di dodici anni e una femmina di nove schiavi a loro volta di quella situazione invivibile in quella casa dalle mura sporche di lacrime, vino e sangue ("a boy and a girl now by the age of twelve and nine / traumatized and neglected / in a household of blood / tears and wine!"). Un incubo destinato a non finire, più simile ad un dramma di cronaca nera che ad una fiaba per bambini. Tuttavia, dicevamo in sede d'introduzione quanto il termine "fiaba" sia da prendere con le pinze, come esso non voglia significare davvero ciò che tutti credono. Questo inquietante rivelarsi di sventure ne è un fulgido esempio, fornendo una prova a dir poco inconfutabile del discorso posto in apertura d'articolo.

When Crows Tick On Windows

"When Crows Tick On Windows (Quando i corvi bussano alla finestra)", terzo capitolo della storia. Pare che l'impronta Metal riesca a mantenersi in primo piano, se si escludono i primissimi secondi (da 0:00 a 0:17) in cui, come da copione, l'introduzione al pezzo viene affidata alle orchestrazioni e al marchio sinfonico del trio. Introduzione dall'aspetto fiabesco, a tratti solare per alcuni interventi del violino (firmato come sempre da Nikos Mavridis), sulla quale viene poi posto l'accento verso suoni più gothic-oriented che tengono l'attenzione sull'impronta scelta per questa versione della storia. A partire dal minuto 0:18, l'ascoltatore viene nuovamente spinto con veemenza all'indietro dall'esplosione dirompente di un muro sonoro di buona fattura. Il primo minuto (da 0:18 a 1:57) corre sul filo della rapidità proseguendo sul gioco di movimento della traccia precedente; prosegue l'inseguimento tra riffs taglienti e blast-beat decisi supportati da uno scream che risulta quasi migliore delle linee vocali dei primi tre dischi del trio olandese, complice anche il fatto che paiono del tutto scomparsi gli inutili start-and-stop vocali che spadroneggiavano nelle canzoni del gruppo. La scelta di lasciare quindi il comparto orchestrale in secondo piano perdura anche in questa seconda traccia; questo elemento non sparisce di certo, ma il dominio che aveva sempre avuto in precedenza, viene scalzato dal comparto strumentale di base chitarra-batteria. Una scelta che pare già più consona alla proposta della band, anche se non certo priva di difetti: primo fra tutti, la ripetitività degli arrangiamenti che tende a stancare l'orecchio e a far cadere quel senso di movimento che si crea con i cambi di tempo nella ritmica e nel guitar-working che i Nostri hanno scelto di usare. La velocità d'esecuzione è perfetta e le capacità tecniche non sono in discussione ma la cura maniacale per il suono ha giocato a sfavore e questa sensazione si avverte già da questa terza traccia. Come abbiamo appena sottolineato, abbiamo quindi una canzone che possiamo suddividere in più parti, la prima parte termina la corsa a 1:57, quando si apre la seconda parte del brano dove l'orchestra diventa più presente senza che la velocità cali eccessivamente. Questa seconda parte termina al minuto 2:06 e possiamo inserirla nel campo dei break sinfonici tipici del trio. Dal minuto 2:07 assistiamo ad un terzo cambio di registro del sound della traccia: i ritmi rallentano in modo esponenziale così come i riffs che assumono connotati prossimi al Doom-Metal, mentre il Black-Metal viene mantenuto come sempre dalle vocals. Questo cambiamento risulta subito più convincente all'ascolto e l'unione tra elettrico e sinfonico è più amalgamata (mentre nel brano precedente c'erano dei punti poco chiari nell'uso delle orchestrazioni che non sempre erano coese con il resto della strumentazione), certamente crea una atmosfera più riuscita, senza creare troppo stacco ma soltanto incrementando di pochi punti la velocità (a partire da 2:20). La band, mantenendo quest'impronta, dà vita ad un brano più oscuro e in questo caso sì che l'attenzione resta viva e accesa in chi ascolta. L'aumento della velocità non è così marcato anche se si percepisce subito e non stona all'interno del pezzo. La teatralità del cantato gioca un buon ruolo anche se (più o meno dal minuto 2:44 al minuto 2:50 circa) appaiono dei deboli echi in growl che prendono il posto delle scream-vocals, probabilmente l'effetto è voluto, ma al primo ascolto questa virata rapida ed improvvisa, spiazza leggermente. Questo momento termina al minuto 3:40 (l'idea di inserire brevi interventi parlati, pare sia la voce di un ragazzino, quindi riconducibile subito ad uno dei due protagonisti della storia, per segnare il passaggio da questo movimento al movimento successivo è una trovata di per sé ottima) quando la velocità torna ad essere la sola padrona, di conseguenza riffs fulminanti e blast-beat prepotenti riprendono il controllo dell'area. Questa quarta parte della canzone è ancor più articolata delle precedenti. Abbiamo quindi la velocità in primo piano ma a questa vanno aggiunti repentini cambi di tempo che si rifanno all'intermezzo semi-doomeggiante visto poco fa e incursioni sinfoniche più marcate, le quali donano uno slancio più deciso all'intera atmosfera, superando in crescendo la parte più veloce e prendendone il posto, anche qui, senza creare stacchi troppo evidenti e fastidiosi. Questo fino allo scoccare del minuto 4:29. Questa tecnica era già stata utilizzata dai Carach Angren ed era stata fautrice di un ottimo brano, quindi il suo riutilizzo non può far ottenere nulla di diverso dal medesimo risultato. Infatti, l'ultima sezione della canzone, cambia nuovamente registro e diventa più symphonic-oriented, tornando quindi a quello che si era sentito nei primi 17 secondi. Tutto diventa più melodioso e aperto sia per quanto concerne l'orchestra sia per ciò che riguarda il guitar-working, specie nella costruzione degli assoli che conducono alla chiusura del pezzo. Potrebbe sembrare una scelta che dà sfogo ad uno scenario in controtendenza con l'aria gotica, oscura e maligna della canzone e invece si dimostra la ciliegina sulla torta di un brano perfettamente riuscito, anche se esistono dei piccoli nei nel primo minuto. Arriviamo subito ad una seconda differenza rispetto alla storia originale: in questa versione, non è il padre ad abbandonare i figli, ma sono loro, su idea della bambina, a decidere di scappare da quell'inferno ("Next morning they leave everything behind. / They bring some clothes,water and bread. / They run with fear / but without hesitation and regret, / without looking back."). Purtroppo il padre li ritrova e li riporta a casa dove li punisce. La bambina si risveglia sul pavimento del soggiorno, attorno a lei ci sono vetri infranti e macchie rosse ovunque. Del padre e della madre non c'è traccia. Ritrova il fratello in uno stato catatonico davanti alla porta del bagno ("She walks up the staircase and sees her little brother / holding on to the doorpost of the bathroom, / As if he had just seen a ghost. / His body is frozen, eyes wide open. / He does not react to her voice. / What's wrong? A tear rolls down his pale face. / And then!"). In quel momento realizza il perché di tale stato: vede il corpo della madre riverso in bagno, in un mare di sangue. Devono andarsene e non c'è più tempo. I corvi hanno iniziato a bussare alla finestra, da autentici portatori di morte quali sono. Il loro picchettare sulle finestre, più simbolico che reale, rende dunque l'idea di una situazione di pericolo, dalla quale dover scappare quanto più lontano possibile.

Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb

Giungiamo quindi a "Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb (Due mosche scivolarono in una ragnatela di zucchero nero)". La partenza di questo quarto brano si discosta dalle precedenti, aprendo con un'intro mista, operistica ed elettrica allo stesso tempo, senza quindi lasciare nelle mani della componente orchestrale il compito di introdurre la canzone. Una formula diversa che vede prima l'attacco della batteria a cui si aggiungono gli elementi sinfonici, nei quali s'incastrano i riffs di Seregor, ai quali (solo dopo i primi 13 secondi di questo scambio di battute) f compagnia l'apparizione delle linee vocali. Nel mentre l'accompagnamento si mantiene sulla stessa linea per circa 40 secondi totali prima di inserirsi nel primo break totalmente sinfonico che va dal minuto 0:40 al minuto 0:42, passando quasi inosservato. Invece, dal minuto 0:42 la velocità ritorna la medesima dell'apertura riproponendo la stessa unione archi-chitarra-batteria in un crescendo sempre maggiore della velocità d'esecuzione. Questa scelta però, anche se pone l'accento su un aspetto della band che fino a questo momento era stato poco approfondito dalla band stessa, si dimostra subito, proprio perché poco affrontato nei lavori precedenti, scarno e privo di idee convincenti che conducano attraverso tutta la canzone, sprigionando un senso di ripetitività prossimo alla noia ed eccessivamente studiato a tavolino; manca una certa istintività e tutto sembra troppo poco genuino e sanguigno. Va da se che siamo solo al primo minuto della canzone e ne mancano ancora sette (circa) prima di poter trarre tutte le conclusioni possibili, dal canto suo però la partenza non è già delle migliori. Dal minuto 0:54 al minuto 1:03 fa la sua entrata il secondo start-and-stop che chiude la prima parte di questo quarto capitolo e apre al secondo quadro, nel quale ci si aspetterebbe un (anche piccolo) cambio di registro? ed invece i Nostri proseguono imperterriti e a testa bassa sulla strada scelta senza aprire a nessuna modifica. L'unica cosa che si nota è il progressivo abbassamento del suono della chitarra in favore delle orchestrazioni, abbassamento che mano a mano rende il guitar-working alla stregua di un ronzio di sottofondo. Un nuovo break sinfonico (in cui rimane comunque udibile la batteria) dal minuto 1:55 al minuto 2:07 (torniamo quindi alla formula preferita per gli arrangiamenti del trio olandese) chiude il secondo quadro e dà il via al terzo. Anche in questo caso le varianti sono pressoché inesistenti, perlomeno fino al minuto 2:28 quando si assiste ad un improvviso rallentamento della velocità che accompagna fino al minuto 2:58, dove tutto si fa più aperto e melodico (ottimo l'assolo di chitarra che riporta lo strumento in primo piano), le vocals si interrompono e i Nostri fanno partire un intermezzo di buon gusto che si rivela migliore di tutto ciò che si è sentito fino a questo punto, parlando ovviamente di questa Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb. Al minuto 2:59, la velocità decresce ulteriormente e le linee vocali, sempre improntate allo scream tipico del Black ma sottoforma di spoken-word, conducono ad un momento teatrale dalla buona resa, dove il violino di Mavridis (che gioca anche sugli effetti che possono essere costruiti con questo strumento, i quali formano parte dell'ossatura di questo brano) e il piano di Ardek (uniti ovviamente all'orchestra) creano un'atmosfera gotica, mentre il duo chitarra-batteria sostiene nel migliore dei modi questo secondo intermezzo che va ad unirsi a quello precedente formando così il quarto quadro di questo quarto capitolo del concept. Tutto questo dura fino al minuto 4:02 quando il tutto diventa ancora più lento e pesante, sia musicalmente che vocalmente. Questa scelta risolleva le sorti di un brano partito nel peggiore dei modi: un'ulteriore decrescita di ritmo e velocità rende tutto ancor più teatrale. La magia s'interrompe allo scoccare del quinto minuto quando il brano torna a crescere e ad accelerare rapidamente arrivando alla sua conclusione (7:49) in un movimento altalenante tra velocità e repentini cambi di tempo che però riprendono le fasi iniziali e stonano con quanto sentito nella parte centrale. I bambini fuggono di nuovo e questa volta sembra che nessuno li insegua. Cercano aiuto. Scappano piangendo da quella casa. Corrono a perdifiato attraverso il bosco che si apre davanti alla loro abitazione. Quel bosco buio e profondo sembra non avere fine. Decidono di fermarsi perché con l'oscurità rischiano di perdersi e di non trovare una via d'uscita da quel nero intreccio di alberi. " Oh thank god, daylight! / It was a most frightening and dreary night / The sun smiles friendly down upon this place / It lights a path out of this maz.". Arriva il giorno e finalmente riescono a scorgere la via per uscire dal bosco. Sono stanchi, affamati, assetati ed impauriti. Ma davanti a loro vedono la salvezza. Una casa. Una casa fuori dal bosco. Davanti a quella casa c'è un uomo vestito da clown che li accoglie cantando. Una magia e quella casa diventa completamente fatta di dolci ("Oh, children, / There is a house built of gingerbread / Covered with cakes and a thousand sweets / It is mine. / Follow me. / You will see. / You can eat. / You'll be warm. / You'll be just fine."). I bambini si avventano sulle mura della casa con famelica voluttà. Ma quello che stanno vivendo è tutto un inganno ("Children, there is no house built of gingerbread ahead / My sweetest lies all lead towards a bitter place instead / But one thing I promise you is true / No one will ever find you"). Un incubo è finito ed un altro sta per iniziare. Quelle due piccole mosche, sono cadute in una nera ragnatela di zucchero. E qui finisce la prima parte della storia.

Dreaming Of A Nightmare In Eden

La seconda parte di questa fiaba-non-fiaba trova il suo inizio in "Dreaming Of A Nightmare In Eden (Sognando un incubo nell'Eden)". Come abbiamo visto nella precedente canzone, anche questa quinta traccia in scaletta viene introdotta con una partenza "anomala" rispetto a quelle a quelle a cui i Carach Angren ci hanno abituati. L'into è debitrice delle colonne sonore dei film di Tim Burton firmate da Danny Elfman e tutta l'aura gotica che vede protagoniste la voce e quella che viene definita Horror String Orchestra curata da Nikos Mavridis e Patrick Damiani risente di quest'ispirazione. Avvio molto teatrale che prosegue sulla strada di  Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb (prendendo in considerazione quello che avviene dal minuto 2:28 al minuto 5:00 di quella canzone). Voce e orchestra dominano per tutta la traccia senza concedere spazio a chitarra o batteria delle quali si riesce a sentire solo un rantolo soffocato in sottofondo. Questa traccia, come da tradizione, può essere inserita nella categoria "intermezzi" che hanno spopolato nei primi tre lavori. Un riempitivo che funge solo da introduzione per il pezzo successivo. Gli elementi su cui disquisire non sono molti e fermarsi troppo a lungo sulle atmosfere a metà tra il romantico e il gotico sui cui Seregor dà libero sfogo alla sua verve teatrale è pressoché inutile, in quanto si finirebbe per ripetere un discorso già fatto più volte. L'intensità crescente (specie dal minuto 1:10) è ottima e di ottima fattura, ma resta il fatto che questo brano, preso da solo, non toglie o aggiunge niente alla storia e questo stile, poteva benissimo essere inserito nella precedente canzone, eliminandone la parte finale e concludendosi in questo modo. Avrebbe certamente giovato ad entrambe. Mano a mano che il brano raggiunge il suo finale (2:37), l'impronta cinematografica è sempre più forte e la teatralità arriva all'eccesso. Molta carne al fuoco ma idee espresse male. I due bambini, nel trovare un roccia a cui aggrapparsi, senza accorgersene, hanno smarrito la strada e sono caduti in una trappola ancora peggiore della casa dove vivevano e dalla quale sono fuggiti. D'un tratto le mura di dolciumi sembrano muoversi da sole. Lo zucchero e la torta si trasformano in carne scomposta . Mosche, vermi e serpenti presero il posto dei dolci. Hänsel fece qualche passo indietro deciso a girarsi e a fuggire e poi ? il suo sguardo incappa dritto nel volto di una strega: "Nibble, nibble, graw. Hansel! Mangerò la tua carne senza vita ? Ancora calda ... ma cruda".

Possessed By A Craft Of Witchery

Si prosegue poi con "Possessed By A Craft Of Witchery (Posseduti dall'arte della stregoneria)". La partenza riprende dalla traccia precedente come da copione e trattandosi di un concept-album è scontato dirlo. L'inizio del brano, situazione già vista poco fa (Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb) ruota attorno ad un scambio di colpi tra elementi elettrici ed elementi operistici ai quali si fondono le vocals che restano ancorate ad un approccio teatrale quasi parlato, più che ad una formula cantata. Sempre seguendo un copione già scritto, in questo brano gli interventi vocali tornano ad essere circoscritti ad un determinato numero di secondi mentre la parte del leone viene lasciata alla controparte musicale, dando forma ad una altalena di cambi di velocità e ritmo, mentre a tratti tra orchestra e base Metal, si crea un contrasto in stile luci&ombre tra l'aggressività della seconda e l'ampio respiro della prima. Un secondo cambio di registro avviene al minuto 1:47 quando l'orchestra viene zittita e le chitarre prendono il controllo lanciandosi in una serie di riffs e assoli graffianti. Tutta questa parte viene giocata sulla velocità di tecnica ed esecuzione. Ma è una velocità che finisce per diventare fine a sé stessa senza creare un vero movimento all'interno della canzone, complice anche l'assenza delle linee vocali per tutta la durata di questo break. Tutto assume connotati troppo tecnici e i virtuosismi di chitarra si sprecano mentre i blast-beat paiono arrancare con difficoltà per seguire l'andamento delle sei corde. Questo frangente termina al minuto 2:14 quando al duo si aggiunge il terzo elemento della line-up: le tastiere. Con questo ingresso, la velocità cala e i virtuosismi cessano fino a che non spariscono del tutto dal campo uditivo sia la chitarra che la batteria e in primo piano restano solo le tastiere alle quali vanno a fondersi le orchestrazioni che tornano in pompa magna a prendersi il loro spazio. Tutto rallenta, diventa melodico e "gioioso", spostando l'accento verso un qualcosa di nettamente diverso da un proposta Symphonic-Black. Fino al minuto 2:30, il brano rimane su questi lidi. A partire da questo punto, le chitarre di Seregor rientrano in scena e la velocità prende a crescere nuovamente. La batteria, anche se nuovamente parte della struttura musicale, rimane nelle retrovie e fatica ad emergere tra il resto dei suoni. Dallo scoccare del terzo minuto, la canzone riprende i dettami della parte introduttiva aggiungendovi gli elementi virtuosi del secondo minuto, inserendo interventi orchestrali definiti e molto curati. Il risultato finale, anche se ogni elemento è ben separato ed anche se all'interno di un unico movimento, risulta a lungo andare penalizzato dall'eccesso di tecnica e velocità, i quali danno addito alla nascita di una cacofonia assordante che porta a perdere immancabilmente attenzione verso il brano. Sempre molte idee, buone, ma goffamente espresse. Una canzone portata all'eccesso che fa dell'eccesso stesso la sua rovina. I due bambini sono caduti nelle grinfie della strega. Le due piccole mosche sono ormai intrappolate nella dolce nera ragnatela. La casa che hanno trovato ha cessato d'esser fatta di zucchero filato, cioccolata, pan di zenzero, marzapane, bastoni di zucchero e caramelle ed tornata alle sue vere sembianze. Erano in trappola. Colei che li aveva accolti, si era rivelata per ciò che era: una sadica assassina dedita alla stregoneria più nera. I due bambini vengono portati in una stanza rituale piena di simbolici oscuri ed esoterici, dove la strega si prepara a sacrificarli. Gretel viene chiusa in una gabbia mentre il fratello viene preparato per il sacrifico, così che lei possa assistere. Quanto di più sadico e perverso la mente umana possa concepire, ancora una volta riadattato in chiave più estrema e decisamente violenta. Come se i pargoli in questione fossero caduti nelle mani di una setta dedita al sacrificio umano, una delle tante ad essersi macchiata, nel corso degli anni, di sparizioni ed omicidi ritenuti da tutti inspiegabili ma in realtà perfettamente comprensibili; se visti alla luce di determinate vicende, capendo come l'adescamento funzioni e quali, orrende regole segua. Piccola considerazione prima di passare al trittico finale e prima di tirare le somme. Se nella prima parte, nonostante qualche difetto, la band era comunque riuscita a ritrovare la strada e a confezionare comunque dei brani con punti positivi, come abbiamo visto con  Dreaming Of A Nightmare In Eden e Possessed By A Craft Of Witchery, in questa seconda parte diventa molto arduo trovare dei pregi di rilievo all'interno delle tracce, e l'ascolto diventa sempre più ostico.

Killed And Served By The Devil

Arriviamo quindi alla parte fondamentale del racconto accolti al varco da "Killed And Served By The Devil (Ucciso e servito dal Diavolo)". Rapida intro sinfonica di poco più di tredici secondi dove l'atmosfera che dominerà si rivela fin da subito. «Prepariamoci quindi ad un pezzo dal taglio gotico e cinematografico con il giusto carico di suspense, pathos e paura!»... Sarebbe bello vero? E invece no. La trama sonora è precisa ed identica a quelle già ascoltate, senza che si sentano particolari variazioni nell'arrangiamento. Una fiera dell'ovvio che insinua in chi ascolta la tentazione di premere il tasto "SKIP" e di passare alla traccia successiva. Velocità in primo piano, orchestre imperiose, ritmi martellanti, riffs affilati e sfoggio di tecnica. Tutto già sentito. La prova del fatto, come accennavamo qualche riga fa, che questa scelta dei Nostri di fabbricare un album che apparisse diverso nel sound proposto rispetto ai tre lavori di sala d'incisione che l'hanno preceduto, complice la produzione troppo pulita e studiata, non abbia per nulla giovato alla loro proposta, che sembra sempre più prossima ad un Death-Metal tecnico che ad un Black-Metal sinfonico. Il primo minuto della canzone (fino a 1:50) è un susseguirsi di repentini cambi di tempo della batteria e delle orchestrazioni mentre le chitarre proseguono la loro strada sulla velocità. Allo scoccare del minuto 1:50, parte la prima variazione, oltretutto scontata come nelle sei tracce già ascoltate, verso un rallentamento progressivo della velocità e un appesantimento delle atmosfere. Tutto ciò fino al minuto 2:07, poi si ritorna al punto di partenza, nonostante rimangono vivide le atmosfere e i suoni di carattere gotico che avevano caratterizzato quei 17 secondi  appena sentiti (1:50 - 2:07). Vige comunque la reiterazione lungo tutti i 4 minuti e 9 secondi di questa traccia, anche quando allo scoccare del minuto 2:26 il brano torna ad essere oscuro e tetro rendendo meglio l'idea di ciò che i Carach Angren vogliono trasmettere attraverso questo album. La magia (come era successo nella parte finale di Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb, che sembra essere il brano attorno al quale ruotano tutti gli altri, ripetendone difetti, molti, e pregi, pochi) s'interrompe al minuto 2:40 con il ritorno alla velocità più folle in caduta libera miscelata a rapidi break più cadenzati, che danno si movimento ma poco mutano l'impronta del pezzo, mentre si avvicinano gli ultimi istanti della traccia. La strega si prende il suo tempo quando colpisce il ragazzo a morte. Continua a tagliare e tagliare anche dopo il suo ultimo respiro. Gli dei malvagi vengono lodati, mentre pugnalano il tronco, gli arti e il viso del bambino. Il sangue va a ricoprire il pentacolo disegnato sul pavimento. Macellato davanti agli occhi della sorella. La donna getta le sue parti del corpo in sacchetti di plastica e li trascina nel giardino all'esterno per essere sepolti in una tomba senza segno in questa notte. La povera ragazza che ha perso la madre è ora costretta a seppellire quello che resta del fratello smembrato. Un funerale macabro in un giardino sepolcrale. "Tu mi servirai come mia schiava. Fino al tuo inevitabile sacrificio.". Arriva l'ora di pranzo nella residenza di questa psicopatica: un buon pasto di fagioli, pane, carne e un po 'di vino. Ma la portata principale non è ancora stata rivelata."Ho salvato la parte più preziosa di tuo fratello. Prima della sepoltura ho estratto il suo prezioso cuore. La sua anima. I loro cuori sono quello che mangio. L'anima di tuo fratello è ora divorata. Quindi dimmi ... ti è piaciuta la carne?".

The Witch Perished In Flames

Raggiungiamo l'acme della storia fin qui narrata con "The Witch Perished In Flames (La strega perisce tra le fiamme)". Ad accoglierci al varco troviamo nuovamente un'introduzione totalmente sinfonica firmata da Ardek. Intro degna di una colonna sonora per un film fantasy incentrato sulla magia, draghi, eroi, maghi e via dicendo. Dopo i primi 20 secondi, compaiono chitarra, batteria e voce e il pezzo può partire. La velocità esecutiva è certamente minore in questo primo frangente e questo gioca a favore del trio che riporta il suo sound verso territori più familiari e più in linea con quanto proposto fino ad ora. Lo scoccare del minuto 1:05 segna il primo cambio (da notare come più o meno con frequenza i primi cambi nel sound e negli arrangiamenti dei brani da parte del trio avvengano sempre all'interno del primo minuto dei brani stessi); la canzone rallenta in modo esponenziale e al pari di quanto visto nella riuscitissima When Crows Tick On Windows, il registro verte verso passaggi orientati ad un Doom/Black-Metal niente male. Ma questo breve intervallo non supera il minuto 1:14. Tutto veloce e prepotentemente tecnico, confermando quindi ancora una volta la scarsità di idee precise, la troppa pulizia, la troppa carne al fuoco e la produzione troppo studiata come colpevoli principali del risultato pesantemente sottotono di questo disco. Una canzone al limite della noia che ripete alla nausea lo stesso andamento: veloce-cadenzato-veloce tenendo le orchestrazioni come accompagnamento, la batteria che alterna blast-beat a mid-tempo e la chitarra che prosegue su riffs sferraglianti, mentre le vocals giocano il ruolo del cattivo. Scocca il terzo minuto e di nuovo si viene investiti da un totale abbassamento dei livelli, che però torna a far sembrare il tutto un brano Death piuttosto che Black; anche le vocals paiono passare dallo scream al growl più cavernoso per ritornare allo scream dopo pochi secondi. A partire dal minuto 3:55, tutto torna alla classicità, cioè tutto torna veloce e tecnico, intervallato da brevi sprazzi cadenzati. Le orchestrazioni sinfoniche, seppur presenti, non dominano mai rimanendo un accompagnamento. Un secondo inutile riempitivo che non regala niente di più e ripete solamente un formula abusata, precludendo la strada a qualsiasi forma di originalità e togliendo una qualsivoglia personalità alla band. Pochi elementi ripetuti allo spasmo in cerca di una conclusione forzata. Una traccia che poteva tranquillamente essere evitata. 5 minuti e 46 secondi di pura agonia! Dopo lo sconvolgente pasto, Gretel medita il suicidio come unica via di fuga possibile da quella prigione ("There is no doubt / To kill herself is the only way out. /"I will be butchered and buried like my brother. I'd rather cut my wrist just like my mother."). Lentamente, la strega si è rivelata essere un assassino, un uomo e la bambina non vuole essere sua schiava fino a che lui non vorrà ucciderla. No! Deve trovare un modo per andarsene. L'occasione si presenta una sera durante la cena (One night, when dinner time arrives... / As always the killer puts the baton on the table. / Sitting comfortably, devouring his meal voraciously. / He speaks: / "Come here, have no fear. / Pour me some wine. /You'll be just fine."). Quello è il momento giusto per fuggire. Si avvicina al carceriere con gambe tremanti e con tutta la forza che, conficca una forchetta a fondo nel suo collo e poi gli rompe la bottiglia di vino sulla testa. La strega/assassino cade a terra. La bambina afferra la chiave che è sempre stata sul tavolo e si prepara a fuggire. Correndo urta una lampada al kerosene che in breve tempo sparge le sue fiamme per tutta la casa. Mentre le urla iniziano a riempire la casa in fiamme, Gretel riesce ad aprire la porta e a scappare nell'oscurità. 

Tragedy Ever After

Il tutto si conclude sulle ali di "Tragedy Ever After (Tragedia senza fine)". La partenza diretta ed immediata parte da dove il brano precedente si era fermato. Tutto quello che si è sentito fino ad ora ritorna in questo brano conclusivo. Ritroviamo quindi la furia distruttiva dei riffs, la rapidità della batteria, i cambi di tempo, le incursioni sinfoniche, gli interventi vocali brevi (marchio di fabbrica Carach Angren), il commento al violino di Nikos Mavridis, intermezzi teatrali, echi gotici, aperture melodiche nella trama, in sottofondo e sfoggio di tecnicismi. L'atmosfera, per i primi 47 secondi è molto buona e il taglio cinematografico regala una certa epicità, ma stiamo ancora parlando dell'attacco di questa traccia conclusiva. Seguendo le gesta delle precedenti otto tracce, all'arrivo sul contatore del minuto 1:37, parte il primo cambio di tempo e si passa dalla velocità alla lentezza e dalla lentezza alla velocità per tutto il restante primo minuto, poi per il secondo minuto fino ad arrivare al minuto 3:16 quando arriva un secondo cambio che tira l'acceleratore ancora più indietro e spinge verso il basso il freno; la velocità sparisce, le orchestrazioni prendono il controllo e le tastiere fanno capolino dalle retrovie. Tutto diventa malinconico, quasi triste, nero, plumbeo, sfiduciato e queste sensazioni si amplificano quando al minuto 3:51 tornano a farsi sentire in modo ben distinto i pattern di batteria, che con la loro andatura cadenzata rendono il tutto ancor più piacevolmente deprimente. Questo passaggio risolleva un po' le sorti di quest'ultima traccia che si avvia navigando, attraverso questo fiume nero, verso la conclusione dando quel lustro che con la parte iniziale era mancato immediatamente sfociando nella ripetizione di suoni già sentiti. Al pari delle già più volte citate When Crows Tick On Windows e Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb, la parte centrale del brano è la migliore di tutto il pezzo e se i Nostri avessero giocato con più attenzione questa partita, utilizzando questa loro ormai conclamata componente, avrebbero ottenuto risultati decisamente migliori. Un limite al quale si è aggiunta una scelta poco azzeccata che come abbiamo detto, non essendo mai stata approfondita prima è subito risultata in controtendenza. La malinconia che si avverte negli ultimi due minuti è facilmente apprezzabile e godibile, nettamente superiore ai primi due minuti (e primi 16 secondi del terzo). Tecnicamente ineccepibile e questo è un dato di fatto, ma questa traccia sola (unita a quella già evidenziata) non è sufficiente a sovvertire le sorti di questo album. Una vera e propria "Tragedia senza fine"! Nella sua fuga al buio, Gretel non si accorge del tronco di un albero su cui sbatte violentemente la testa. Quando si risveglia, il suo volto è ricoperto di sangue. Nessuno può sentirla o aiutarla. Ad ogni sua richiesta di aiuto, le uniche risposte sono quelle di sinistre voci che vogliono trascinarla verso la morte. Vede il clown che li aveva accolti alla casa di dolci ardere tra le fiamme, vede il fratello massacrato, fatto a pezzi e sepolto tornare verso di lei. Non riesce a muoversi e ha paura. All'improvviso si risveglia e si rende conto che tutto quello che aveva vissuto fino a quel momento altro non era che un sogno. Anzi, un incubo. E quell'incubo è destinato a proseguire nella realtà. Non esiste posto migliore di casa! There's no place like home!

Conclusioni

Dicevamo quindi, ed in ultima battuta affermiamo quanto già asserito lungo il corso dell'articolo, che questo quarto album è certamente sottotono rispetto ai precedenti, i quali non brillavano certo nella loro totalità anche se qualche sprazzo positivo lo avevano comunque offerto. Un disco, "This Is?", nel quale si è preferito provare a sviluppare qualcosa di nuovo mantenendo una base che rimane scontata e prevedibile anziché concentrarsi sul creare qualche maggiore effetto sorpresa in grado di accendere una nuova luce sulla proposta dei Nostri. Paradossale, se ci pensiamo: la voglia di cambiare, proponendo elementi però sfocianti nel tedio più totale, dovuto alla loro ripetitività. Una costante che si trasforma sempre più in un elevato fattore di rischio, di cui però i Carach Angren non sembrano curarsi. Un pezzo buono nell'album è presente (uno solo comunque rispetto ai precedenti dischi, il che non è che sia propriamente un bene dal punto di vista qualitativo globale), nonostante la partenza al limite dell'insufficienza e il finale non consono, rispetto agli altri otto "When Crows Tick On Windows" riesce almeno a dire la sua, facendosi notare (volendo essere magnanimi, anche la parte centrale di Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb merita un piccolo plauso). La cosa certa è che gli olandesi hanno dalla loro tanto potenziale, ma goffamente espresso. Avevano tre potenziali grandi album da poter rilasciare, ma abbiamo visto (come in questo caso) come si sia preferito curare al limite dell'isterismo un aspetto, abbandonando sull'orlo del precipizio l'altro; un ottimo stile mostrato solo col contagocce, che potevano realmente ripetere in ogni disco e continuare a mantenere, ma la strada è stata smarrita con spaventosa celerità. Ciò che distingue la band è anche la capacità (e questo l'abbiamo notato in tutti gli album, salvo alcuni evitabili episodi) di narrazione e costruzione lirica (anche qui tralasciando alcuni difetti), insieme a momenti orchestrati incredibilmente cinematografici, realmente ben pensati e a loro modo unici, ma che dominano forse troppo, anzi, senza il "forse".  Album come "Lammendam" o "Where The Corpses Sink Forever" apparivano come i film oscuri e altrettanto epici, come una straordinaria colonna sonora e questo mi pare che sia già stato detto ma ripeterlo non fa male. Una buona parte di questo "This Is No Fairytale" suona come un film horror di forgia studentesca, pieno di trovate sceniche a basso costo, effetti carnevaleschi e uno scritto che appare, a tratti, puerile. Un B-Movie da abbandonare sullo scaffale più nascosto di un mercatino dell'usato. Piccola auto-citazione finale: permettetemi un piccolo consiglio, se avete voglia di cambiare, di sentire qualcosa di diverso senza però abbandonare totalmente quella che è alla base di questo genere, quindi quella sana dose di cattiveria sia vocale che strumentale, con un pizzico di parti orchestrali e/o di tastiera, potete prendere ad esempio e ascoltare dischi come "In The Nightside Ecplise" degli Emperor, "Stormblast" dei Dimmu Borgir oppure "Moon In The Scorpio" dei Limbonic Art, ma (e spero non me ne vogliate) non questo disco. Non questa band. E sia chiaro: non arrivo certo a sentenziare ciò in un impeto di eccessiva cattiveria o magari partendo prevenuto. Semplicemente, analizzando nello specifico ogni album dei Carach Angren, andando a fondo, cogliendo l'essenza delle varie particolarità e di certe dinamiche, a parer mio si giunge alla seguente conclusioni: una band discreta, con in mente tante buone idee, certamente; eppure, al contempo penalizzata dal non saper concretizzare quanto si prefigge di fare, di volta in volta. Album i cui difetti, a lungo andare, rischiano di soppiantare i seppur buoni guizzi che ogni tanto riscontriamo, e dei quali ho dato "sportivamente" atto. "This.." purtroppo non fa eccezione. Buone trovate, sommerse in un mare di pressapochismo e di errori di valutazione a lungo andare troppo grossolani.

1) Once Upon a Time...
2) There's No Place Like Home
3) When Crows Tick On Windows
4) Two Flies Flew Into A Black Sugar Cobweb
5) Dreaming Of A Nightmare In Eden
6) Possessed By A Craft Of Witchery
7) Killed And Served By The Devil
8) The Witch Perished In Flames
9) Tragedy Ever After
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