CARACH ANGREN

Lammendam

2008 - Maddening Media

A CURA DI
DANIELE VASCO
13/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

"Allora Ilúvatar disse: «Del tema che vi ho esposto, io voglio che voi adesso facciate, in congiunta armonia, una Grande Musica. E poiché vi ho accesi della Fiamma Imperitura, voi esibirete i vostri poteri nell'adornare il tema stesso, ciascuno con i propri pensieri e artifici, dove lo desideri. Io invece siederò in ascolto, contento del fatto che tramite vostro una grande bellezza sia ridesta nel canto.»."

Terra di Mezzo e musica. Il mondo del Metal, in special modo quello legato ad alcuni sottogeneri ben precisi, come il Black e il Power, deve molto, moltissimo a John Ronald Reuel Tolkien. Le decine di milioni di persone che hanno letto le sue opere, Il Signore Degli Anelli in primis, devono tanto allo scrittore inglese: le emozioni, da quelle più "dolci" a quelle più impetuose, vissute attraverso le descrizioni di verdeggianti e tranquilli paesaggi gobbi; e quelle più forti, passanti attraverso le terrificanti e tetre torri di Mordor. Il sangue che ribolle nelle vene alla lettura dei dialoghi durante Il Concilio di Elrond. "Innanzi a loro il corso d'acqua finiva fra scalini di roccia, perché la catena di monti proiettava in avanti un'alta propaggine, che si estendeva verso est come un muro. Vi si congiungeva un lungo braccio roccioso proveniente dalla grigia e brumosa catena settentrionale dell'Ered Lothui, e fra i due bastioni di roccia vi era una stretta fessura: Carach Angren, l'Isenmouthe, oltre la quale si stendeva la profonda valle di Udûn.". Tornando a parlare di musica, c'è da dire che questo universo letterario è stato fonte di grande ispirazione per la Musica Rock e Metal. I musicisti rock si sono sempre interessati alle opere di Tolkien, in particolare al già citato Il Signore degli Anelli, ma anche Lo Hobbit e Il Silmarillion hanno avuto la loro importanza. Già a partire dagli anni '70, troviamo una discreta compagine di gruppi, tra l'altro storicamente importanti, che si sono voluti cimentare con testi e musiche ispirate ai capolavori del Professore di Oxford; tra questi vanno citati i King Crimson, i Led Zeppelin e la The Allman Brothers Band, giusto per elencarne alcuni. Anche in campo Metal, come abbiamo detto, le band che si sono ispirate agli scritti dell'autore inglese, sono diverse. Si passa dagli Amon Amarth agli Angmar, dai Battle Dagorath a Burzum, dai Gorgoroth agli Isengard. Tra le diverse band la cui discografia, i cui nomi, le cui canzoni, i concept sono ispirati e debitori dell'Universo creato dallo scrittore inglese, una, spicca in modo particolare: i Carach Angren. Un nome direttamente estrapolato dall'universo di Arda, ovvero "il passo a Nord-Ovest di Mordor. Il passo si formò dove gli speroni dell'Ephel Dúath e degli Ered Lithui si incontrano, lasciando solo uno stretto passaggio tra la piana di Gorgoroth e la piccola valle di Udûn". "Solo quando un sudore freddo scivolerà lentamente lungo la vostra schiena, solo quando la pelle d'oca ricoprirà le vostre braccia, solo quando il vostro cuore salterà un battito, solo quando la paura afferrerà la vostra gola stringendo forte con le sue dita affusolate, solo quando vi sentirete così, potrete dire «Sono entrato nel Regno dell'Orrore»". Una band, quindi, che decide di omaggiare il maestro del Fantasy nella maniera più schietta e diretta possibile, prendendo da egli in prestito diversi elementi e denominazioni. Il gruppo si è formato a Landgraaf (Olanda) nel 2003, da alcuni musicisti già membri di gruppi come Inger Indolia e Vaultage, che spinti dalla passione per il Black-Metal e le leggende popolari, decidono di dar vita ad un side-project dal sound diverso dalle band di origine. La band è composta da soli tre membri (Namtar, batteria e percussioni; Seregor, chitarra, voce e testi; Ardek, pianoforte, tastiera ed arrangiamenti orchestrali) quando, nel 2004, viene rilasciata una prima demo, The Chase Vault Tragedy, concept basato sulla leggenda intitolata Chase Vaul Mistery, la quale narra la storia di una misteriosa bara "in movimento", animata da vita propria. L'anno successivo, la band rilascia il suo secondo lavoro, l'EP Ethereal Veiled Existence, licenziato dalla label Maddening Media, etichetta che pubblicherà i primi due full-lenght del gruppo, prima che i Nostri avessero poi deciso di passare sotto l'ala della Season Of Mist. Tratto del gruppo che contrasta con il discorso fatto in apertura (come per altre band), si può notare subito come l'ispirazione alle opere di Tolkien si fermi al nome e allo stile musicale proposto, epico e particolare. Il primo album in studio, Lammendam, viene quindi diffuso nell'aprile 2008 e pubblicato nuovamente dalla Season Of Mist nel Luglio del 2013, in una reissue contenente tre nuovi brani oltre ai dieci già presenti nell'edizione originale: There Was No Light, After Death Premises e Yonder Realm Photograpy. Si tratta di un concept-album riguardante le rovine di un castello infestato da un fantasma donna indossante un abito bianco, a cui vengono associate le dieci canzoni che compongo il disco, il cui momento culminante trova spazio nella conclusiva La Malédiction De La Dame Blanche (La Maledizione della Dama Bianca. Notiamo sin da questo esordio come il sound del gruppo sia improntato su di uno stile fortemente sinfonico. Questa, la seconda componente fondamentale per il gruppo, insieme ai testi proposti, che come abbiamo visto indagano nell'occulto e si fanno voce narrante di storie di fantasmi, legate al folklore popolare della loro terra d'origine. Quello che poi salta subito ed ancora all'orecchio è la sostanziale diversità di questo gruppo di matrice Symphonic/Black-Metal rispetto alle altre bands dello stesso ramo, grazie al tipo di sonorità proposte. La terza caratteristica più evidente è la diversità degli idiomi utilizzati all'interno delle canzoni; si passa dall'inglese, al francese, al tedesco, fino alla lingua madre del gruppo, l'olandese, mantenendo l'inglese come "linguaggio di base" su cui vengono poi costruiti i vari testi.  Uno stile che, nonostante voglia cercare una sua identità, si rivela subito debitore del sound di gruppi come Ninnghizhidda (gruppo tedesco attivo dal 1997 al 2003, originario di Recklinghausen, North Rhine-Westphalia  il cui nome trae ispirazione dal nome della divinità mesopotamica degli inferi), Anorexia Nervosa e Dimmu Borgir (dal quarto album in poi). Alla luce di tutte le caratteristiche evidenziate, possiamo dunque dire come sia stato (col senno di poi) un inizio promettente quello dei Carach Angren, che col loro primo album dimostrarono di avere la stoffa giusta per farsi strada portando all'ascolto del pubblico un Black-Metal sinfonico misto ad una forte componente sperimentale, oltre che tecnica. Fatte le dovute premesse, possiamo dunque partire con l'analisi Track by Track dell'opera in questione, seguendo lo spettro di bianco vestito, cercando di carpirne sensazioni e sentimenti, ripercorrendo la sua storia.

Het Spook Van De Leiffartshof

Il disco si apre con la breve strumentale intitolata "Het Spook Van De Leiffartshof (Il fantasma Leiffartshof)". Un'introduzione sinfonica, senza infamia né lode, ma in grado comunque di convincere l'ascoltatore. Il merito va a colui che sta dietro alle tastiere, il quale crea il giusto contrasto da opporre alla "cattiveria" derivante da batteria e chitarre. Più volte, in effetti, si ritroveranno sezioni particolari di tastiere; e non solo (isteriche risatine in scream, congas, fischi e via dicendo?). L'inizio non è immediato, per i primi sedici secondi si viene avvolti da un'atmosfera tipicamente fantasy, costellata di cinguettii di uccelli, passi che calpestano foglie e rami, echi spettrali, effetti sonori che incutono timore ma che spronano a proseguire il viaggio appena iniziato. Un pezzo che si avvale di un copioso uso di arrangiamenti orchestrali, che lasciano poco spazio alla componente Black-Metal della band. La traccia vera e propria, infatti parte (come abbiamo visto) dopo sedici secondi giocati sull'atmosfera, con l'ausilio di effetti sonori semplici ed essenziali ma dall'effetto cinematografico. Anche l'arrangiamento di questa  successione porzione prima traccia, la cui durata non supera il minuto e mezzo (1:28 per essere precisi) ruota attorno a delle soluzioni sonore abbastanza semplici, dove la parte del protagonista, come detto poche righe fa, viene affidata al buon lavoro dietro alle tastiere di Ardek, il quale si occupa anche della parte sinfonica e orchestrale (quest'ultima, nei pezzi che seguiranno, appare però troppo enfatica e a tratti rischia già di cancellare, quasi completamente, i tratti prettamente Black-Metal del sound del gruppo). Mentre le dita corrono sempre più veloci su tasti e l'enfasi del brano assume un tono da Crescendo Rossiniano, in sottofondo, i passi calmi e lenti che sentivamo in apertura si trasformano in passi che corrono; udiamo anche il respiro affannoso di un uomo in fuga. Un crescendo, che lentamente frena la sua corsa, per lasciare spazio a quella che potremmo definire l'opener ufficiale dell'album.

A Strange Presence Near The Woods

Ovvero, "A Strange Presence Near The Woods (Una strana presenza vicino al bosco)?". Prosecuzione diretta della nostra intro strumentale e primo vero e proprio capitolo di questa gothic / horror-story in musica. Prima di passare all'analisi di questo secondo brano in scaletta, vale la pena soffermarsi e in qualche modo anticipare, per approfondire successivamente (in quanto tratto importante sia per capire la proposta del gruppo sia per capire le scelte stilistiche alla base delle varie canzoni, non solo a livello strumentale) il discorso su quello che è un altro degli elementi essenziali, o che comunque svolge un ruolo ben importante all'interno di questo lavoro: le linee vocali. L'apporto di Seregor (voce e chitarra), all'interno di ogni canzone, rivela un certo buon gusto nel creare ed inserire il giusto equilibrio tra musica e parole, al momento e nel modo giusto, utilizzando spesso e volentieri degli effetti a volte anche abbastanza pesanti. Questa scelta, per quanto ben si sposi con il comparto strumentale, non esclude, tuttavia, la presenza di qualche falla: la più grave è il continuo ricorso, nelle varie tracce, a parti sussurrate che obbligano gli altri strumenti a fermarsi, elemento che rende un po' troppo frustrante e poco originale, alla lunga, l'ascolto del disco. Detto questo, torniamo a A Strange Presence Near The Woods. La partenza di questo secondo brano è nettamente più immediata rispetto alla precedente, che però abbiamo visto fungere da passaggio introduttivo rendendo quindi inutile una seconda introduzione, in quanto risulterebbe stucchevole. Il riff portante del pezzo è molto granitico e l'impronta Black si percepisce in maniera nitida. Sempre molto forte è anche la presenza delle tastiere (che entrano all'interno dell'arrangiamento dopo i primi 4 secondi), che non fungono da sottofondo d'accompagnamento, mi si ergono a co-protagoniste insieme alla chitarra, creando un duello che in questo caso risulta squilibrato. Sembra quasi, infatti, che i due strumenti cerchino di rubarsi il posto l'uno con l'altro. In questo secondo brano subentra immediatamente una caratteristica che si ripresenterà nei brani successivi: dopo i primi 24 secondi, dopo un brevissimo intervento vocale composto da un solo urlo in scream di pochi secondi, il brano subisce un momentaneo stop. L'uso di questi rapidi Start-and-Stop caratterizza l'andamento di tutto il brano, interessando maggiormente l'inserimento delle linee vocali, le quali lasciano più spazio alla sezione strumentale, senza mai prendere il controllo della scena. Decisamente più dominante è la parte sinfonica dell'arrangiamento, che specie nei primi 40 secondi, oscurando la presenza del trio chitarra-basso-batteria, relegandoli al ruolo di accompagnatori. Questo offuscamento viene meno a partire dal primo minuto del pezzo, quando gli elementi orchestrali si prendono una piccola pausa, lasciando in risalto i tre strumenti di cui sopra, ma con le tastiere sempre ben in risalto. C'è un secondo elemento che non convince all'interno di questo secondo pezzo: ovvero, dopo una iniziale apparizione in sordina, basso e batteria (nel primo minuto) erano diventati più distinguibili, mentre dal secondo minuto fino al termine della canzone (4 minuti e 13 secondi), soprattutto il basso, diventano pressoché inesistenti e la sezione ritmica si limita alla sola batteria. Le orchestrazioni tornano quindi a dominare il palco dalla metà del secondo minuto, dove il brano subisce il secondo Start-and-Stop più deciso. A caratterizzare l'ultima parte del brano, elemento che lo rende più interessante, è la breve sequenza di assoli di chitarra curati da Seregor (al quale si aggiunge il guitar-working della prima guest dell'album, il chitarrista Patrick Damiani)  e del apporto al violino di Nikos Mavridis, seconda guest di questo album. Da notare l'impronta del finale di questo brano. Un finale che al suo interno ha degli strani richiami alle colonne sonore dei film di Tim Burton. "Bianco è il segno, nera è l'anima / Scuro è il terreno su cui si tormenta Gesù Cristo! / Non sei mai stato in grado di proteggere questi boschi profanati / Ombre su Lammendam / Ombre su Lammendam". Bastano queste poche parole per catapultarci subito all'interno di questa storia. Una storia che gronda sangue e incute timore, come ogni storia di fantasmi nata da una leggenda. Il protagonista della storia parla della sua fuga attraverso una foresta, racchiudente quest'ultima, nel suo cuore, le rovine di un castello in fiamme. Una presenza oscura insegue il nostro nella sua corsa a perdifiato, attraverso la fitta macchia di vegetazione, la quale rende impossibile orientarsi come si conviene. Un protagonista che dà sfogo alla sua paura nel raccontare ciò che gli accade, aiutato da tutti quei rumori che sentivamo. I quali accompagnano la sua corsa disperata, non facendo altro rendere al meglio l'idea d'angoscia che il gruppo vuole trasmetterci. Si viene quindi catapultati in un paesaggio orrorifico realistico e molto credibile. La parte più carica di inquietudine viene rappresentata dalle parole che narrano di una misteriosa tomba nascosta nel bosco. "Ombre su Lammendam / Nessun ritorno, nessun ritorno da Lammendam!". A questo punto tutto diventa più chiaro. La figura descritta nelle liriche si chiede come mai è finita lì, come mai quel suo peregrinare, come mai si sente osservata. Percepisce la dannazione del luogo ove si trova, ed ignaro è di addentrarsi sempre più ad un luogo posseduto.

Haunting Echoes From The Seventeenth Century

Decisamente più operistica è la partenza della successiva "Haunting Echoes From The Seventeenth Century (Echi spettrali dal diciassettesimo secolo)", giocata molto sul connubio tra aggressività e sinfonia. Come per la precedente, la partenza è diretta, legata (senza essere troppo visibile) al finale della canzone precedente. L'inizio è arricchito da echi orientaleggianti che non stonano all'interno dell'arrangiamento, sempre fortemente sinfonico, ma dove lo stampo Black della band si perde, trasmutando il tutto in una sorta di Rock duro e operistico, con brevi apparizioni di cori e rapidi interventi vocali (soprattutto nei primi 20 secondi). Un elemento da non sottovalutare, che come appena detto, oscura la parte Metal estrema dei Nostri, che danno l'impressione di lavorare troppo di fino sulla componente orchestrale, dimenticandosi della parte più aggressiva del loro sound. Il tutto, inoltre, assume un'aria decisamente più gotica e cinematografica, di buon impatto, ma forse vagamente lontani da quello che potrebbe essere identificato come lo stile definito. Meno dominanti nella prima parte sono le tastiere, mentre gli elementi Metal tentano di passare in primo piano più e più volte, riuscendoci solo per brevi tratti. In questa terza traccia troviamo uno degli elementi accennati prima, riguardo alle linee vocali: l'utilizzo di effetti a volte anche abbastanza pesanti e l'aggiunta di parti sussurrate che obbligano gli altri strumenti a fermarsi. Intendiamoci, come traccia presenta anche dei buoni spunti sotto l'aspetto sinfonico, ma viene meno quando si tratta della parte estrema, ripeto, poco curata. Nonostante, in questo caso, il lavoro alle tastiere sia meno presente, apparendo solo in alcuni punti, l'eccesso nelle orchestrazioni (piccola falla all'interno di questo lavoro), unito, come per il brano precedente, alla ritmica lasciata nelle mani della sola batteria e al guitar-working buono ma non sempre distinguibile, rendono questo pezzo buono dal punto di vista atmosferico, meno dal punto di vista musicale e vocale. "Ascoltate questa leggenda: / Una saga di disperazione di una vecchia città meridionale chiamata Sjilvend / I contadini più anziani ci hanno avvertito, dobbiamo temere una tomba anonima nascosta in quei boschi paludosi non lontano da qui". Un monito tipico per ogni storia horror che si rispetta. Un monito che dovrebbe essere seguito, ma se così fosse, la storia finirebbe prima di cominciare. Tutto inizia nei pressi di un vecchio castello, abitato da una ragazza di rara bellezza, come le perle più rare. Una ragazza che diventava ancor più bella ogni volta che indossava il suo abito bianco. Una ragazza corteggiata e immagine ricorrente nei sogni dei suoi giovani pretendenti, ai quali lei, come una giovane strega, rubava i cuori. Nessuno sembrava piacerle tanto da poterlo sposare. Principi e nobili tornavano tristi e sconsolati dal maniero, rifiutati dall'eterna indecisa. Anche se, proseguendo nei testi, notiamo come lei avesse una particolare predilezione per due ragazzi, entrambi principi di due differenti regioni. Non sapendo scegliere fra i due, decide di "adoperarli" entrambi come amanti segreti, facendogli credere invece d'essere la loro fidanzata; il tutto all'insaputa dei due, ovviamente. La donna decide quindi di mandare avanti una doppia relazione clandestina, fingendosi innamorata ora dell'uno ora dell'altro, ed intanto incontrando gli "amanti", alternando le loro visite. Non volendosi legare a nessun altro uomo se non ad entrambi, la dama bianca decide quindi di darsi a questo trasgressivo triangolo; stando sempre attenta a non farsi scoprire, visto che ciò che ne conseguirebbe sarebbe uno scandalo senza pari.

Phobic Shadows And Moonlit Meadows

"Phobic Shadows And Moonlit Meadows (Ombre spaventose e prati illuminati dalla luna)", quarta traccia. Partenza sempre immediata, diretta e senza soluzioni particolari, inserita subito in un contesto a metà tra il sinfonico e l'aggressivo, distinzione nettamente più precisa rispetto alla triade iniziale, che mette in evidenza anche la componente Metal dei Nostri, fino ad ora poco approfondita. Questo quarto brano funge da primo intermezzo all'interno della storia narrata nel disco. Un nuovo elemento si aggiunge al sound dei Nostri, ovvero un'impronta "Progressive" all'interno dell'arrangiamento, ma che non implica l'uso totale di questo stile (il quale stonerebbe non poco), ma va ad implementare nella struttura portante una sequela di suoni e soluzioni più articolate e più tecniche dal punto di vista esecutivo. Ci troviamo quindi dinnanzi ad una canzone molto più variegata dal punto di vista del sound proposto, decisamente più curata e senza che la parte sinfonica domini la scena. Interessante la scelta di alternare momenti cadenzati a momenti più rapidi e decisi, che danno luce alla sequela di suoni e soluzioni a cui accennavamo sopra. Ottimo lo stacco dall'aura tetra e spettrale che si manifesta dal minuto 2:20 al minuto 2:25, che suddivide la canzone in due parti, dando ancora più potenza al pezzo nel momento in cui esplode, cosicché tutto il muro sonoro della band possa manifestarsi nella sua interezza. Lo stesso vale per il bridge di pianoforte che va dal minuto 2:50 al minuto 3:13, che supporta le linee vocali e le conduce verso un incedere funereo e molto teatrale. Questo andamento lento e cadenzato, alternato a rapide sezioni più aggressive, viene poi mantenuto per tutto il tempo rimanente prima della fine del pezzo. A parte questi pochi elementi e nonostante i buoni propositi presenti, questa traccia si mostra come un riempitivo, anche se porta avanti la storia narrata, una traccia che poteva essere evitata e che non aggiunge poi non molto all'economia dell'album. Anche la durata totale del pezzo (quasi 7 minuti), non lo rende completamente godibile e fruibile da parte dell'ascoltatore e dove, parlando delle linee vocali (neanche a dirlo), un parlato a voci multiple la fa da padrona, rendendo ostici alcuni passaggi. Questa quarta traccia, oltre ai rimandi ai gruppi già citati in apertura (Ninnghizhidda, Anorexia Nervosa e Dimmu Borgir), presenta anche qualche eco riconducibile ai Cradle Of Filth, in special modo dall'album Midian ai più recenti. Elemento, quest'ultimo, che si ritrova facilmente nell'approccio "romantico" al Metal dei Nostri. "L'odio occultato / causa danni alla loro relazione / Non ci sarà amore domani / quando l'amore viene consumato dal dolore, dolore!". La leggenda, che viene narrata al protagonista dai contadini che incontra sulla sua strada durante la sua fuga, raggiunge subito il suo momento più drammatico. Si viene a sapere che la giovane, la quale aveva donato il suo cuore a due dei giovini che spasimavano per lei, è tristemente morta in un rogo appiccato al suo castello. Lo ricordiamo, la donna aveva intrapreso una relazione clandestina con ben due uomini, i quali credevano a loro volta d'essere gli unici uomini della sua vita, non sapendo naturalmente della loro rispettiva esistenza. Uno dei due amanti, però, scopre l'ignobile tresca, sorprendendo la sua amata sotto una quercia, intenta ad amoreggiare con il suo amante. Ha quindi pensato bene, roso dal livore e dall'invidia, di farsi giustizia da sé. Uccidendo la donna, dando fuoco alla sua abitazione mentre lei dormiva, con l'amante designato per quel giorno. Come tutte le storie d'amore, specie quelle di romanzi e leggende, quella fra la principessa ed i suoi due amanti è nata per ardere veloce, come il battito di ali di un farfalla. Nasce e muore come il sole lascia il posto alla luna. L'odio, l'invidia, la gelosia: il castello, prende fuoco, avvolto da fiamme infernali, mentre la ragazza urla tutto il suo dolore, mentre le lingue infuocate le divorano le carni. Il nostro protagonista  vede nel volto di chi racconta un insolito piacere nel raccontare questa storia, quasi come se il narratore si compiacesse della fine occorsa all'innocente fanciulla. Che colpa poteva avere, la principessa, se non quella d'aver seguito il suo cuore, infischiandosene delle gerarchie sociali? Eppure, il tutto sembra "giustificato" dai costumi del tempo, i quali erano ferrei e severi ed escludevano a priori una dichiarata relazione amorosa "non conforme".

Hexed Melting Flesh

"Gocce di pioggia continuano a cadere come lacrime / Come un dolore infantile, che piove dalle paure / Poi quello che è successo nessuno poteva saperlo, ma badate alle mie parole / questo è solo un  malefico trucco dell'inferno". La Dama Bianca, conscia di ciò che gli è stato fatto, medita già la sua vendetta verso coloro che hanno scatenato il loro odio e la loro invidia verso la sua fanciullesca innocenza. Giro di boa, "Hexed Melting Flesh (Fusione di carne stregata)", quinta canzone della tracklist, quinto capitolo della storia. Questa traccia inizia in una maniera un po' "particolare" rispetto alle precedenti: accompagnate dal rombo lontano di un temporale e dal sibilo di un vento gelido, il pezzo si apre con uno scambio (sovrapposto) di battute tra due voci, una maschile roca, quasi sussurrata e molto effettata e una femminile (realizzata dalla guest Hye-Jung), spettrale e lievemente acuta. Ugole che introducono il pezzo con un tocco fortemente teatrale. Si assiste quindi all'apparizione del fantasma di Limburg, la Dama Bianca della leggenda, mentre si manifesta dinnanzi agli occhi del malcapitato protagonista (ricordate i passi che correvano e il respiro affannoso dell'introduzione?). Questo sovrapposizione delle due voci dà quindi vita al personaggio della leggenda, sotto una luce malsana e malefica, che ne accentua i tratti orrifici e gotici. Questo duetto vocale porta avanti tutto il pezzo per tutta la sua durata (poco più di due minuti), accompagnato (salvo una breve pausa) dai tuoni e dal sibilo del vento, interrotto appena dal rumore di passi che corrono; il tutto supportato (a partire dal minuto 1:10 fino al minuto 1:16) dall'intervento repentino di un pianoforte altrettanto spettrale e dell'incursione della voce di un violoncello suonato da Yves Blaschette, che chiude lo scambio vocale iniziale. La traccia raggiunge il suo compimento attraverso una serie di effetti sonori che disegnano un paesaggio plumbeo, piovoso e oscuro, tra fugaci grida spettrali, passi di corsa, colpi di tosse e urla laceranti. Ripetendo lo stesso escamotage utilizzato in apertura con Het Spook Van De Leiffartshof e A Strange Presence Near The Woods, la band, per la seconda e ultima parte della storia, realizza la giusta introduzione che apre al proseguo del racconto. Il quale, dunque, ci presenta a questo punto uno scenario desolato e desolante. Pochi versi, ma molto eloquenti: una pioggia scrosciante sulle rovine del castello in fiamme, ormai ridotto ad un cumulo di pietre annerite e tizzoni stemperati dall'acqua piovana. Gocce che cadono dal cielo come lacrime, come se la volta celeste piangesse le tristi sorti della principessa. Lo ha capito, ella ha capito che non si è trattato di un incidente. Al contrario, il logo è stato un qualcosa di premeditato e volontario. Ormai ridotta uno spettro, la dama riposa dunque nella sua vecchia dimora. Sognando vendetta. 

The Carriage Wheel Murder

Il racconto prosegue sulle note di "The Carriage Wheel Murder (L'omicidio della ruota del carro)". Un pezzo dalla partenza sinfonica molto decisa e dirompente, dove la componente Black dell'arrangiamento si fa più presente rispetto alla prima parte del disco, creando un connubio più azzeccato e senza particolari predomini. Un'intro quasi cinematografica di appena 8 secondi apre alla fase più concitata del brano, che già nella sua parte iniziale si rivela più curato ed equilibrato, con brevi interventi vocali che ne aumentano l'intensità. Le linee vocali vengono aggiunte all'aggressività dei riffs portanti del guitar-working di Seregor e dell'ottimo apporto ritmico di Namtar (basso, batteria e percussioni) soltanto dopo il primo minuto, quando la canzone inizia a crescere d'intensità, mentre echi di melodie orientaleggianti (come si era visto per Haunting Echoes From The Seventeenth Century) si uniscono alle orchestrazioni sinfoniche, donando a questo pezzo un'aria sognante che non stona all'interno del sound complessivo. Le vocals, nella suddetta canzone, abbandonano lo stile dei pezzi precedenti, almeno in parte, azzerando quasi del tutto l'uso di effetti, sussurri e Star-and-Stop che obbligano gli strumenti a fermarsi. C'è sì un rapido stop del pezzo, dal minuto 2:10 al minuto 2:45, ma non urta come scelta, in quanto l'impronta semi-acustica che la band imprime a questo stacco, permette di prendere un momento di respiro prima che la musica torni a salire d'intensità, in un crescendo sempre maggiore che conduce alle note finali. Queste due tracce, la quinta e la sesta, costituiscono i due momenti più interessanti, ascoltati fino ad ora all'interno di questo debut-album. Il primo passo della vendetta è rappresentato da un omicidio. Il giorno dopo che l'incauto viaggiatore ha sentito la storia della Dama Bianca, il corpo di un uomo viene ritrovato squartato e privato degli occhi. "Guardami in modo che l'oscurità possa brillare nella tua anima / La vostra esistenza scomparirà nella morte come una maledizione senza tempo". La maledizione si abbatte come una falce su Lammendam e l'oscurità reclama la sua prima anima. Un corpo orribilmente sfigurato, con gli occhi cavati ed un'espressione indicibile rimasta bloccata sul suo volto, nel momento della sua dipartita. Come se egli avesse visto le porte dell'inferno, specifica il narratore. A questo punto, veniamo a conoscenza del fatto che la prima vittima è un uomo di Ian, il quale sin da prima della sua morte cominciava ad avere seriamente paura per la sua incolumità, tormentato da strani sogni e visioni. Sentiva che la sabbia della sua clessidra vitale stava ormai scendendo imperiosa, sino a lasciarne vuota una metà. Finché un giorno non si ritrovò a galoppare lungo la foresta, sentendosi osservato. Passando con il suo carro trainato dal suo cavallo nel bosco, si sentì infatti misteriosamente inseguito. Nulla lo lasciava presagire, fu una sensazione istantanea, subitanea. Mentre, spinto dalla paura, incitava il cavallo al galoppo più sfrenato, qualcosa lo attaccò, uscendo all'improvviso dalla foresta e facendolo cadere dal carro, mentre questo si rovesciava su di lui, fracassandogli il cranio e lasciandolo senza vita sul selciato. Una morte accidentale, per molti. Ma proprio in quel bosco? Proprio in prossimità del castello? La vendetta della donna si sta consumando pian piano ed Ian, almeno per il momento, è stato il primo a pagare.

Corpse In A Nebulous Creek

"Corpse In A Nebulous Creek (Un corpo in una nebulosa cascata)", sesta traccia. Partenza sempre immediata, diretta e senza soluzioni particolari, inserita subito in un contesto a metà tra il sinfonico e l'aggressivo (come si era visto per la quarta traccia dell'album, Phobic Shadows And Moonlit Meadows). L'inizio è comunque più "oscuro" se paragonato alle precedenti, con un taglio sempre cinematografico per ciò che concerne la parte sinfonica, sempre dominante stranamente non prepotente nella sua conduzione dei giochi. Mentre, specialmente nei primi pezzi, poteva apparire troppo incisiva. Interessante l'idea di accostare al comparto sinfonico un ottimo blast-beat di batteria, veloce e ben scandito dall'uso del doppio pedale, che infonde cattiveria alla melodia iniziale, gettando le basi per quello che sarà l'andamento della canzone. Brano che parte (ufficialmente) dopo i primi 16 secondi, quando il volume della parte orchestrale si abbassa appena per consentire l'ingresso a voce e chitarre, sempre più oscure mano a mano che l'album si avvia verso le battute finali. Le sorti dell'album si risollevano decisamente in questa seconda parte. I brani risultano nettamente più curati e si percepisce un maggiore equilibrio tra orchestra e Black-Metal. Tornando alla canzone, dopo la piccola parentesi introduttiva a carattere operistico il pezzo prosegue sempre mantenendo questa componente appena accennata e ben presente all'interno del tappeto musicale. Ottimo anche l'uso di piano e tastiere all'interno di questa canzone, un uso sapiente che la sostiene senza imporsi. Anche le interruzioni a favore della voce (giocata sul duello tra scream acuto e greve), comprensive di rallentamenti repentini ed improvvisi, non disturbano ma amplificano l'aura malvagia del brano. Questa canzone è più varia ed articolata (anche se non si discosta dallo stile principale della band) grazie a diversi cambi di ritmo e velocità che attraversano tutto il brano, creando uno scambio molto interessante tra ritmica, riffs, tastiere e orchestrazioni. Non vi sono particolari echi o rimandi, specie per i gruppi già citati, una prova di come il gruppo abbia voluto delineare una sua impronta e un suo stile, così da rappresentare a proprio modo il Black sinfonico. É trascorso un anno da quando l'uomo del carro è stato ucciso. La paura che il protagonista di questo testo porta dentro di sé non si è placata. Incubi ricorrenti affollano la sua mente, l'odore del fuoco riempie ancora le sue narici, allucinazioni e ombre regnano nelle sue notti. Veniamo a conoscenza della sua identità: tale Manfred. L'uomo è angosciato ed ormai divorato dal panico, la sua vita sta prendendo una svolta che egli mai avrebbe immaginato. Egli sapeva che il corpo della dama non era mai stato ritrovato, che la sua tomba era prettamente simbolica. E che persino le sue ossa erano misteriosamente scomparse. Non riesce a farsene una ragione, il solo pensiero lo conduce alla follia. Perché questo terrore? Perché questi incubi ricorrenti? Torture psicologiche ed oniriche, ma questo non è che l'inizio: ad aumentare il disagio che già lo accompagna, arriva il definitivo istinto di suicidarsi. Il conte germanico, stanco di vivere nella paura, decide infatti di impiccarsi o di bere veleno. Tuttavia, non vorrebbe. Sente ancora di voler vivere: questo prima di una letale cavalcata in QUEL bosco. Dopo di essa, infatti, il corpo di Manfred viene restituito da una cascata, mentre una figura bianco vestita, si staglia sopra di lui, compiaciuta di ciò che aveva fatto. Manfred non si è suicidato: è stato spinto giù dalla cascata, rovinando malamente sulle rocce.

Invisible Physic Entity

"Invisible Physic Entity (Entità fisica invisibile)". Secondo intermezzo del disco (notare come i Carach Angren, posizionino i due intermezzi esattamente alla quarta e all'ottava traccia e le introduzioni alla prima e alla quinta), dalla durata molto breve, poco più di un minuto (1:28) Un interludio di pianoforte accompagnato dal violino di Nikos Mavridis e a diversi suoni ed effetti di sottofondo. Brano il quale, però, nonostante la genuinità di fondo che dimostra nella composizione / nell'arrangiamento, al pari della precedente Phobic Shadows and Moonlit Meadows si manifesta soltanto come un riempitivo, che nulla toglie e nulla aggiunge al disco e/o al concept narrato nelle canzoni. Una terza introduzione che porta agli ultimi due capitoli. La quale poteva essere tranquillamente inserita all'interno della nona traccia, senza essere inserita come traccia singola, dando ancora più lustro alla successiva e senza apparire, come purtroppo è stato, come un riempitivo che complice la scarsa durata non risulta per nulla interessante. Potremmo però dire che, facendo riferimento al titolo, questa traccia ci riconduce al cospetto del fantasma della Dama Bianca, gettando l'incauto ascoltatore nuovamente nelle sue grinfie. Possiamo quindi dire che questo intermezzo di piano e archi che abbiamo sentito funge da intro per la successiva, nonché penultima traccia in scaletta.

Heretic Poltergeist Phenomena

Arriva quindi il momento di "Heretic Poltergeist Phenomena (Eretico Fenomeno Poltergeist)". L'inizio di questo pezzo è sempre a carattere operistico e sinfonico, carattere che delinea i primi 10 secondi del brano, quando un acuto feed di chitarra dà il LA alla partenza vera e propria, in un susseguirsi di riffs taglienti, ritmiche veloci, rapidi interventi di piano e orchestre oscure ed evocative. L'insieme però, almeno nella prima parte del pezzo, può risultare troppo ripetitivo nel suo andamento, basato sulla ripetizione di riffs e ritmi veloci con sottofondo sinfonico e brevi assoli di piano su tappeto appunto orchestrale. Una piccola variante nel sound, seppur sempre di breve durata, la troviamo a partire dal minuto 1:24 (fino al minuto 1:36 ), dove al pianoforte viene lasciato lo spazio per potersi esibire, relegando chitarra, basso e batteria appena sullo sfondo, senza che questi spariscano del tutto, ponendosi appena dietro all'orchestra. L'incedere si fa quindi più melodico, sognante e romantico, accantonando l'aggressività e l'affilatura che costituiscono la seconda componente del sound dei Nostri. Questo breve ponte all'interno del brano spiana la strada per la seconda parte del brano, dove il gruppo riporta il suo lato tagliente in primo piano, facendo sfoggio di un guitar-working e un lavoro alle ritmiche molto incisivo e dando vita ad un muro sonoro potente e diretto. Anche per ciò che riguarda le linee vocali, il lavoro fatto da parte di Seregor è nettamente migliore di quanto visto in precedenza e ricalca le soluzioni sentite in Corpse In A Nebulous Creek , alternando quindi screams acuti a screams più gutturali. La seconda variante la troviamo subito dopo la prima, quindi dal minuto 1:36 al minuto 3:00, dove il brano prosegue attraverso un'esplosione sinfonica e agguerrita molto energica, per tornare poi, dal terzo minuto al minuto 3:10 alla conclusione (4:08), alle soluzioni utilizzate nella parte d'apertura della traccia, ma sotto una luce più vivida, con più energia e senza scadere nella ripetitività, nonostante tale soluzione giochi, come abbiamo appena visto, su una sequenza precisa e continua. Seguendo dunque le linee di un testo molto generale, le liriche ci descrivono la normale attività di un poltergeist. Termine il quale, derivante dal tedesco, ha il significato di "spettro rumoroso" ("polter" = bussare; "geist = spettro". Dunque, "spettro che bussa", in riferimento ai rumori inspiegabili causati dal fantasma, per l'appunto). Il protagonista della storia si vede costretto a rimanere inerme spettatore del compimento della maledizione. I fenomeni paranormali aumentano d'intensità, dando vita a urla di dolore sempre più forti, isteria, voci in diverse lingue, oggetti che si spostano, strani eventi. Un crescendo di tensione sempre maggiore, un testo per nulla complesso ma illuminante da questo punto di vista. Abbiamo ormai capito che la Dama Bianca è un'anima tormentata, un'anima strappata dalla sua vita terrena troppo presto e per questo motivo in cerca di vendetta, incapace di riposarsi. Ella ha giurato vendetta ed infestato il bosco: mai passare per quelle strade, se non si vuole morire! Questo, è un poltergeist: un'entità malvagia, maligna, arrabbiata con i mortali ed intenzionata a perseguitarli, a rendere la loro vita un vero e proprio inferno. Solo sciogliendo la sua maledizione, l'anima potrà trovare la pace eterna. Pace che, al 90% dei casi, non viene mai raggiunta dallo spettro in questione. Per cui, non possiamo fare altro che arrenderci ed evitare i luoghi infestati.

La Malédiction De La Dame Blanche

"La Malédiction De La Dame Blanche (La Maledizione della Dama Bianca)". Questa è la vera e propria chiusura di questo racconto, dove il cantante pronuncia le sue ultime parole mentre la strumentazione assume tratti epici, diventando la sola protagonista, chiudendo dignitosamente un album dall'andamento altalenante. Lo stile che il gruppo adotta (anche in questa traccia conclusiva) è il medesimo utilizzato a partire dalla quinta traccia, ovvero, rapidissima intro sinfonica ed esplosione del brano. Il pianoforte si fa più distinto all'interno della melodia del pezzo, tornando a dominare facilmente la scena, al pari delle orchestrazioni, relegando, per alcuni tratti, i componenti prettamente Black, al ruolo di accompagnatori, eccezion fatta per la batteria, che scandisce il tempo e detta l'andamento del brano, senza mai permettere alle sinfonie di oscurarla e metterla in disparte. Anche le linee vocali risultano più curate; il cantante utilizza vocalità tipiche Black Metal come nei brani precedenti, ma il modo in cui "urla" in determinati momenti pone maggiormente l'accento su diverse parole e la storia sembra quasi più reale, alternate a brevi momenti in cui il testo viene recitato. Appare molto interessante il tipo di suono che i Nostri decidono di utilizzare a partire dal minuto 4:18, quando i ritmi rallentano rapidamente e il brano verte suoni più cadenzati, dove la melodia e le sinfonie diventano il tratto dominante, dando vita nuovamente alle atmosfere gotiche, tetre e molto teatrali che rendono ancor più vivida questa storia, dando inizio ad un incedere simile ad un valzer (o comunque ad un ballo da sala), poetico e allo stesso tempo inquietante, dove chi ascolta, spinto dalla storia del disco, ha come l'impressione di vedere l'ormai nota Dama Bianca, danzare, con il sorriso sulle labbra, al suono del pianoforte, mentre compie la sua vendetta. Questo andamento, prosegue la sua corsa fino al termine del brano, raggiunto, dal quinto minuto, anche dalle chitarre e dalla sezione ritmica, che amplificano la sensazione d'inquietudine del pezzo, mantenendosi su ritmi cadenzati, riffs granitici e assoli rapidi ma molto melodici, mentre la voce del pianoforte non abbandona mai la sua posizione e anche nei momenti dove non spicca, fa sentire perfettamente la sua presenza. Una conclusione azzeccata per questo disco, che dà modo alle doti dei Nostri di mostrarsi nel modo migliore, definendo tecnica e capacità esecutive. "Cercate di essere di nuovo davanti al chiaro di luna / perché è allora / che la foresta si anima!".  La storia giunge al suo apice mentre il protagonista si rende conto di essere capitato in una città stregata e maledetta, fatta di misteriose apparizioni, morti violente e sospette, dominata da un fantasma vendicativo. Una maledizione che restituisce l'odio subito restituendolo raddoppiato. Una città contornata da una foresta maledetta, che prende vita di notte, diventando la compiaciuta complice della vendetta della Dama Bianca. Una giovane di una bellezza divina, sinceramente innamorata, innocente, barbaramente uccisa dalla mano dell'odio e dell'invidia. Una giovane che torna dalla tomba per vendicarsi di coloro che le avevano tolto la vita, togliendogliela a sua volta ai suoi aguzzini. Dopo i misteriosi e terribili omicidi di Ian e Manfred, da quel giorno tutti evitano di addentrarsi nel bosco. Tutti hanno capito che quella è la dimora della Dama Bianca; tutti, dal primo all'ultimo, evitano quei luoghi come la peste. Alberi tetri che ti fissano, ombre in agguato: foresta maledetta nella quale nessun viaggiatore sano di mente si addentrerebbe mai, per non dover poi fare i conti con l'ira di una fanciulla ancora ferita e delusa dal trattamento ricevuto in vita, uccisa come un topo in trappola per la sola colpa d'aver amato due uomini in maniera sincera.

Conclusioni

Siamo quindi arrivati alla fine di questo viaggio nel mondo dei Carach Angren, avendo indagato a fondo le diverse anime e sfaccettature di questo loro primo lavoro. Non v'è dubbio alcuno circa la validità di fondo che pervade un prodotto come "Lammendam". Un disco decisamente non eccelso ma nemmeno da castigare senza appello alcuno, anzi da incoraggiare; visto e considerato che comunque parliamo di un primo full-length, seguito di un EP di sole cinque tracce ("Ethereal Veiled Existence", uscito nel 2005). Quindi, la prima vera prova del trio olandese, il quale si è quindi voluto cimentare nella narrazione d'una storia musicale (e testuale) di ampio respiro, buttandosi nella difficile arte del concept album. Una trovata sempre interessante ma abbastanza difficile da svilupparsi; ed i difetti di "Lammendam", sicuramente, sono emersi in maniera abbastanza netta, così come però i suoi pregi. Nel complesso, i suoni risultano ben miscelati fra loro e gli strumenti svolgono il proprio ruolo senza prevaricare gli altri, fatta eccezione per un eccesso nell'uso delle orchestrazioni (anche se curate attentamente), delle tastiere e degli effetti. Forse l'elemento sinfonico risulta quello più "invasivo", eccessivamente pompato ed alcune volte abbastanza sacrificante e coprente. In un disco Black Metal le chitarre dovrebbero sempre svolgere un lavoro importante; cosa che qui accade, certo, anche se tutto risulta soffocato e sottomesso alla volontà di "esplodere" sinfonicamente parlando. Sostanzialmente le canzoni sono tutte molto veloci e non risultano prolisse o diluite, della durata media di circa quattro minuti (tranne un paio di tracce inferiori al minuto e mezzo, un paio da sette minuti e una da due), permettendo così un ascolto facile e fluido, interrotto solo da un paio di intermezzi, come dicevamo prima, di poca importanza ai fini della riuscita del disco: Phobic Shadows and Moonlit Meadows ed Invisible Physic Entity. Concludendo, l'idea di partenza dei Carach Angren è ottima, buona anche la sua realizzazione, ma i frequenti start-and-stop dei brani, le incursioni di voce e tastiera brevissime presenti in altri ed i pochi assi nella manica non fanno elevare poi di molto il livello di questo album, seppur questo risulti piacevole e orecchiabile. Peccato per l'assenza di qualche piccolo altro elemento, la cui presenza avrebbe fatto lievitare il valore generale del lavoro in questione. Quello che fa storcere il naso è come l'idea di intraprendere un progetto Black-Metal, di stampo sinfonico, ispirato a Tolkien, sia virato velocemente verso un progetto che affronta tematiche folkloristiche legate alla terra di origine del gruppo, discostandosi dall'evidente spunto iniziale, dove la componente Black viene quasi sempre lasciata come sfondo, lasciando tutto il controllo nelle mani del tastierista e compositore della band. Non voglio dire che questo elemento, le orchestrazioni e il lavoro alle tastiere non siano curati, anzi; i pregi di questa componente, tra l'altro già evidenziati nell'analisi delle tracce, sono emersi eccome. Non un qualcosa di approssimativo, semmai il contrario, ma permettetemi un piccolo consiglio: se avete voglia di cambiare, di sentire qualcosa di diverso senza però abbandonare totalmente quella che la base di questo genere, quindi quella sana dose di cattiveria sia vocale che strumentale, con l'aggiunta di un pizzico di parti orchestrali e/o di tastiera, potete prendere ad esempio e ascoltare dischi come "In The Nightside Ecplise" degli Emperor, "Stormblast" dei Dimmu Borgir oppure "Moon In The Scorpio" dei Limbonic Art. Spero non me ne vogliate, questo disco risulta agli antipodi dei capolavori citati. Il tempo sarà testimone e giudicherà in maniera favorevole o meno le peripezie di questo trio olandese. Il quale ha ben iniziato, ma al di là di un disco sufficiente non è riuscito a fare altro.

1) Het Spook Van De Leiffartshof
2) A Strange Presence Near The Woods
3) Haunting Echoes From The Seventeenth Century
4) Phobic Shadows And Moonlit Meadows
5) Hexed Melting Flesh
6) The Carriage Wheel Murder
7) Corpse In A Nebulous Creek
8) Invisible Physic Entity
9) Heretic Poltergeist Phenomena
10) La Malédiction De La Dame Blanche
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