CARACH ANGREN

Death Came Through a Phantom Ship

2010 - Maddening Media

A CURA DI
DANIELE VASCO
15/03/2017
TEMPO DI LETTURA:
5,5

Introduzione Recensione

Se esiste qualcosa che da sempre affascina la mente dell'uomo e porta a far fiorire la sua fantasia, specie in tenera età, sono le storie avventurose; alle quali magari, a volte, si aggiungono elementi horror che inquietano e stimolano la curiosità. Come ad esempio questa storia.

"La possente Libera Nos prese a solcare i mari a vele spiegate, incurante dei pericoli, battendo ogni nave concorrente che incrociava sulla sua rotta. Barent Fokke, il temerario capitano,colui che dicevano avesse stipulato un patto col demonio, scrutava l'orizzonte e guardava con aria di sfida le acque increspate. Il cielo minacciava tempesta, ma al capitano Fokke, non interessava. Erano in mare da giorni quando, un giorno maledetto, però, al largo del terribile Capo di Buona Speranza, la Libera Nos era incappata in una burrasca eccezionale, quale non si era mai vista in tanti anni di navigazione. Il vento strappava vele e sartie dall'alberatura e i cavi dal ponte, le parti superiori degli alberi si schiantavano, cadendo in coperta con i loro pennoni, il ponte era spazzato da ondate gigantesche, il livello dell'acqua nella stiva saliva sempre di più e la nave rollava fino quasi a toccare con i pennoni la superficie del mare squassato dai marosi, minacciando ad ogni momento di inabissarsi. L'equipaggio, obbediva agli ordini senza fiatare, impauriti più dal loro comandante, che in quel momento se ne stava al riparo nella sua cabina, sdraiato a bere e fumare, che dalla furia del mare e del cielo. Soltanto un piccolo gruppo, oso ribattere, per tutta risposta, il comandante, intimò loro di rispettare gli ordini e proseguire, in barba a Dio e ai Santi. Fu in quel momento che, improvvisamente, la coltre di nuvole nere si squarciò e un raggio di luce depositò sul ponte di coperta un grande vecchio dalla barba bianca. L'apparizione, chiunque essa fosse, rimproverò aspramente, per la sua presunzione, Fokke e gli intimò di tornare indietro. Inviperito per l'affronto portatogli dal vecchio, che aveva avuto l'ardire di dirgli ciò che doveva fare, dopo avergli inutilmente ordinato di andarsene, Fokke impugnò la pistola, la puntò contro l'apparizione e premette il grilletto, ma il colpo tornò indietro ferendolo alla mano. Sempre più infuriato e ormai privo di ogni controllo, si slanciò allora bestemmiando contro il vecchio tentando di colpirlo con un pugno, ma il braccio gli ricadde inerte lungo il corpo, paralizzato. Fu allora che il grande vecchio, fissandolo con fermezza, lo maledisse e lo condannò a navigare in eterno, senza riposo e senza mai toccare un porto, con compagni soltanto la burrasca, il freddo, la nebbia e il vento. Gli disse anche che se avesse cercato di dormire, una spada sarebbe entrata nel suo fianco e che, dato che gli piaceva tormentare i marinai, sarebbe, da quel momento, diventato il demonio del mare, e la sola visione della sua nave avrebbe portato disgrazia e morte, e che quando il mondo sarebbe finito, Satana gli avrebbe riservato una caldaia rovente. Dopo averlo così maledetto, il vecchio risalì sulla nuvola seguito da tutto l'equipaggio, che in questo modo riuscì a salvarsi dalla tempesta, mentre l'olandese rimase solo sul ponte della sua nave dannata, furibondo, a bestemmiare, mentre da un portello compariva un'orribile figura dalle corna di fuoco. Da quel giorno, molti marinai, solcando lo stesso tratto di mare, raccontarono di una nave fantasma che solcava i mari, con aria minacciosa, portando con se le fiamme dell'Inferno. Da allora, la semplice apparizione del Vascello fantasma, porta disgrazia a chi lo incontra."

Qualcuno l'ha riconosciuta? È una storia ben nota. Nessuno si fa avanti? E va bene, lo diciamo noi. Questa è la leggenda dell'Olandese Volante. Una vicenda, quest'ultima, che ha ispirato scrittori (uno su tutti E. A. Poe che lo cita, seppur brevemente, nel suo romanzo Le Avventure di Gordon Pym), pittori, registi, film (uno su tutti il secondo capitolo della saga de I Pirati Dei Caraibi), musicisti (uno su tutti, il compositore tedesco Richard Wagner, che dedica alla leggenda un'intera opera lirica, pubblicata nel 1843), commediografi e fatto nascere altre leggende simili in altre parti del mondo. Ovviamente, l'ispirazione che una leggenda di simile fascino riesce a far scaturire in una mente artistica, non si è certo fermata alle menti più "classiche". Anzi, questa inquietante e fantasmagorica saga ha direttamente influenzato anche il lavoro di una band nota in campo Extreme-Metal. L'ispirazione nata da questa leggenda investe anche la Symphonic/Black-Metal band, olandese, Carach Angren, che sceglie di raccontare una sua versione di questa antica storia, nel suo secondo album: "Death Came Through A Phantom Ship (La Morte Arriva Su Una Nave Fantasma)", licenziato originariamente dalla "Maddening Media" nel 2010. Al pari del debut-album (Lammedam) verrà ripubblicato nel 2013 dalla Season Of Mist e all'edizione originale, composta da nove brani, verranno aggiunti tre ulteriori pezzi, composti dal gruppo nel 2011("Sepulchral Disequilibrium", "The Ghost Of Raynham Hall" e "Etheral Veiled Existence"). Come per l'album precedente, anche in questo secondo lavoro la band utilizza per i suoi testi sia la lingua albionica che la propria madre lingua, mantenendo intatta anche questa sua seconda caratteristica, oltre ad un approccio prettamente sinfonico della loro proposta in materia di Black-Metal. La formazione risulta la stessa: troviamo quindi il trio Seregor - Ardek - Namtar (rispettivamente chitarra / voce, orchestrazioni / tastiera, batteria / percussioni), più due special guest. Le quali rispondono al nome di Nikos Mavridis (violino) e Patrick Damiani (basso), già presenti nel debut album.

Electronic Voice Phenomena

Questa versione della storia trova il suo incipit in "Electronic Voice Phenomena (La Metafonia)".  Come per l'album di debutto, anche per questo secondo lavoro la band opta per un'apertura a metà tra l'orchestrale e lo strumentale, ma è più verosimile parlare quasi unicamente della seconda componente, in quanto si ha come l'impressione di assistere solo ad un breve esercizio di abilità tastieristica, appena sostenuta da qualche effetto e da qualche debole vagito di un violino e una sommessa orchestra relegata in qualche angolo buio. Un ensemble che crea un'intro meno incisiva (ed evocativa) rispetto a quanto sentito nel disco precedente, con il quale è quasi impossibile non fare dei paragoni. Pochissimi elementi che fanno passare questo pezzo praticamente in sordina, nonostante si tratti dell'opener del disco. Un'intro che, sempre senza infamia né lode, attraverso la sua brevissima durata (58 secondi), ci accompagna verso l'inizio di questa storia. Anche per ciò che concerne il testo, questa prima canzone, opta per poche semplici parole. Attraverso una voce effettata che pare uscire da una vecchia radio a transistor, la band olandese ci proietta su una nave impegnata a solcare i mari, quando, improvvisamente, sulla sua rotta, qualcosa si manifesta."C'è una tempesta (?) / Posizione 5412-0524 Est. / Siamo in mezzo ad una tempesta, rispondete! / Ripeto - (?) qualcuno mi sente?!? JIJ ZULT VERZUIPEN IN JE EIGEN BLOED! (Annegherete nel vostro stesso sangue!)".

The Sighting Is A Portent Of Doom

A seguito di questa breve introduzione, più teatrale che musicale, arriviamo a quella che, pensandoci bene, è la vera apertura dell'album: "The Sighting Is A Portent Of Doom (L'Avvistamento è Un Presagio Di Sventura)". In questo secondo brano, si percepisce subito su quale impronta si baserà l'intero andamento di questo secondo lavoro. Si viene subito investiti da un susseguirsi di riffs distorti e costruiti su un costante utilizzo del tremolo-picking, ma, a tratti, quasi impercettibili dietro al muro sonoro fatto di blast-beat e melodie di tastiera, queste ultime decisamente dominanti, al pari del comparto sinfonico. Un brano che possiamo suddividere in almeno tre parti, come se fossero tre paragrafi ben distinti, ma contigui, del primo capitolo di questa storia. I primi 35 secondi introducono l'atmosfera orrorifica di questa storia, in un'alternanza, rapidissima, di stacchi veloci e stacchi melodici a cui si aggiunge, dopo un silenzio repentino quasi incalcolabile, l'attacco delle vocals del brano, che danno il via alla narrazione. Linee vocali che rimangono l'unico elemento Black del disco, all'interno degli arrangiamenti principali. Questa seconda parte del brano è caratterizzata da un forte aumento della velocità di esecuzione, che aumenta mano a mano che il brano prosegue, velocità alla quale, però, vengono inseriti repentini intervalli che creano delle aperture ariose che spiazzano leggermente, dando un certo senso di "stonatura" al pezzo. A dare un certo senso di inadeguatezza, sempre in quella che abbiamo identificato come la seconda parte della trama strumentale della canzone, è l'assolo di chitarra, molto melodico e rockeggiante che si inserisce nel pezzo dal minuto 0:58 al minuto 1:10, con il quale il avviene un breve star-and-stop (come accadeva nel debut-album), che modifica tutta l'atmosfera, togliendo l'intento di tessere una trama horror convincente, assumendo un'atmosfera quasi fantasy. Tolto questo intermezzo, il brano torna su ritmi martellanti e riffs decisi fino al minuto 1:30, quando questa canzone diventa cadenzata nei ritmi e nelle melodie, trasformandosi quasi in un brano Folk-Metal con influenze Black/Sinfoniche. Questo momento segna anche lo stop della parte cantata, che fino ad ora, è stata composta da interventi repentini che lasciano il quasi totale dominio della scena agli strumenti, tastiere e orchestrazioni in primis. Ne nasce quindi uno stacco strumentale che prosegue fino al minuto 1:56. Da questo punto, possiamo parlare di un terzo paragrafo del primo capitolo della storia. Si torna sì in ambienti dove il Black-Metal più classico viene infuso ad un uso smodato di tastiere e orchestre. Una parte molto più atmosferica rispetto ai primi due tronchi della canzone. La formula già utilizzata, quindi blast-beat martellanti, riffs veloci, assoli melodici, rapidi interventi vocali e tastiere ben presenti, caratterizza quest'ultima parte di questa seconda canzone, che si chiude in maniera sinfonica e quasi cinematografica. Spostando ora l'attenzione sul testo di questa canzone, notiamo subito, come già preannunciato dal brano introduttivo, come l'azione si svolga in epoca moderna e i protagonisti siano un equipaggio di marinai che si trova a solcare i mari, probabilmente per lavoro, imbattendosi quindi in una strana apparizione. Nell'epoca dell'elettricità e del petrolio, il mio rimorchiatore solca un mare senza onde / Velocità di crociera tredici nodi su un mare nero. / C'è uno strano oggetto sul radar di fronte a me. Ancora nulla che io possa vedere. / Solo un mare aperto e  triste ...". Qualcosa è apparso sui radar della nave, ma l'occhio del capitano non scorge niente. Nonostante ciò, si intuisce subito che qualcosa sta per accadere e sembra quasi di leggere la paura negli occhi del marinaio. Pochi istanti e una nera figura inizia a stagliarsi davanti agli occhi del capitano e del suo equipaggio. Un'ombra misteriosa che blocca il loro passaggio. Misteriosamente, questa presenza, scompare subito. Presagio di morte annunciato, la leggenda circolante fra i vecchi lupi di mare è dunque realtà: l'olandese volante, il quale appare ai naviganti rivendicando il suo posto fra le acque da lui da sempre dominate. Un pirata vecchio stile, armato di sciabola e desideroso di abbordare ogni nave appaia dinnanzi al suo cammino.

..and the Consequence Macabre

Come recita il titolo della seconda canzone, questo è solo l'inizio: "..and the Consequence Macabre  (..e La Conseguenza Macabra)". Anche questo terzo brano dei nove previsti, ha una partenza immediata, con un'impronta sinfonica già molto accentuata fin dai primi dieci secondi, interrotta solo, dal minuto 0:33 al minuto 0:37, da un rapido stacco orchestrale su cui il cantante e chitarrista Seregor inserisce delle vocals sussurrate e spettrali, che ben si sposano a questo frangente. Il brano poi riprende il percorso spianato dalla traccia precedente, dove la ritmica, affidata dalla sola batteria (il basso, nelle varie tracce, risulta quasi impercettibile), risulta sovrastata dal lavoro alle tastiere e le orchestrazioni. Elementi che di fatto controllano i giochi, lasciando il guitar-working in secondo piano nella maggior parte dei casi. Un lavoro alle chitarre che per quanto concerne la parte ritmica, abbiamo visto essere costruito solo sull'uso di riffs distorti e assoli melodici in netto contrasto con i primi. Rispetto alla precedente, va però riconosciuto, merito anche della durata totale del brano (6 minuti e 43 secondi), come questa  canzone risulti già più articolata, nonostante la semplicità della struttura con cui è arrangiata, divenendo quasi piacevole all'ascolto. Un piccolo passo verso un più solido convincimento, se si paragona questa terza canzone alle precedenti o (tornando al discorso fatto in apertura di questo disco) al debutto dei Nostri. L'unica cosa che (contando anche il resto dell'album) potrebbe portare a storcere il naso, ovviamente in maniera più soggettiva che oggettiva, è (e questo abbiamo appurato essere uno dei limiti del gruppo) il costante e talvolta eccessivo dominio di soluzioni sinfoniche e di tastiera che più che ad una band Black-Metal sinfonico, fa assomigliare il trio olandese ai nostri Rondò Venaziano. Ma tornando alla struttura della canzone. La velocità che viene riservata alla parte elettrica, mentre il brano prosegue (fermo restando il fatto che le vocals rimangono ancorate al Black più classico), assume connotati più simili al Death-Metal melodico che al Black, ricordando, seppur in sordina e senza riferimenti a canzoni precise, ma più che altro per lo stile compositivo, gruppi come Amon Amarth, Children Of Bodom o Therion giusto per citarne alcuni tra i più influenti di tale scena. Il primo minuto della traccia (partendo dal minuto 0:37, finito il breve break sinfonico) fino a che il contatore non segni 1:08, mantiene quest'ultima linea individuata nel tipo di suono che caratterizza l'andamento della canzone stessa. Appena le linee vocali subiscono la consueta interruzione, la traccia, si sposta nuovamente sul percorso principale, si torna quindi ad un tripudio di orchestre e tastiere, supportate da un batteria ben in risalto e chitarre lasciate in disparte. Il tutto, circoscritto a circa 16secondi (da 1:08 a 1:24), quando le linee vocali tornano in scena e, stranamente, l'atmosfera generale si fa quasi più cattiva e tagliente. Va da se che questo continuo cambio di registro, anche se può apparire più interessante da un punto di vista della costruzione alla base della canzone, finisce per risultare piatto a lungo andare, in quanto il brano ripete al suo interno più e più volte questa soluzione, affossando l'idea iniziale di articolazione e varietà, sottolineando ulteriormente quanto già elencato in fatto di difetti (e pochi pregi). Tra l'altro, l'impressione nata ad inizio brano, ovvero la somiglianza con i nostri Rondò Venaziano, si amplifica allo scoccare del secondo minuto della canzone, quando le sinfonie prendono una piega Symphonic-Rock che appare quantomeno bizzarra e il suo protrarsi fino al minuto 2:30 amplifica questa sensazione. Rapido break e poi si torna nuovamente allo stampo iniziale fino alle battute conclusive, dove il dominio di tastiere, effetti atmosferici e orchestra è sempre più elevato. Eravamo rimasti all'apparizione fugace di un'ombra non ben distinta dinnanzi alla nave dei marinai. La nera ombra, così come era apparsa e scomparsa, torna a manifestarsi nei sogni del capitano, rientrato a casa dalla propria moglie e dalla propria figlia. "Egli è venuto a casa con le ossa tremanti e ha parlato: /  <> / Ha intravisto qualcosa e lo descrive come una stregoneria.". Una figura che egli non riesce a distinguere e crede essere l'effetto di una stregoneria. Strane visioni che inquietano l'esperto marinaio. Un uomo con un cappello nero che ride di lui, mentre lo colpisce con un pugno nello stomaco, sangue, risate sempre più forti, ansia, paura... L'uomo riesce a ridestarsi e uscire da quell'incubo... "Thank god I am awake!" (Grazie a Dio sono sveglio!), ma in cuor suo sa che quello che ha visto in sogno, potrebbe tornare e che? la conseguenza sarà macabra. Macabra è anche la scoperta che fa al suo risveglio. Infatti, appena ridestato, si accorge che in quell'incubo, preda della paura, inconsciamente, aveva ucciso la figlia. Preda di un pensiero orribile, uccide anche la moglie ("I shoot her through the head to set her free from this misery.", "Le sparo in testa, per liberarla da questo tormento"), prima di riprendere il mare. Il monito era chiaro: JIJ ZULT VERZUIPEN IN JE EIGEN BLOED! C'è una Maledizione che ha già trovato la sua vittima prediletta. Si rende necessario fare subito un piccolo appunto, prima di proseguire con la traccia successiva. Nonostante siano passati solo due anni dal debutto discografico della band e nonostante il debut-album possedesse dei punti di forza (ma anche in quel caso, se ricordate, trovammo più difetti che pregi), risulta già pesantemente derivativo il sound del gruppo (anche se, come vedremo a breve, esistono, all'interno di questo Death Came Through A Phantom Ship, due eccezioni ben distinte), troppo studiato e calcolato, con poca personalità e troppo votato alla parte sinfonica. Quasi privo di fantasia. Le due eccezioni citate, si manifestano immediatamente con la quarta e la quinta traccia della scaletta, ovvero: Van der Decken's Triumph e Bloodstains on the Captain's Log. Detto questo, lasciamo proseguire la storia.

Van der Decken's Triumph

"Van der Decken's Triumph (Il Trionfo di Van der Decken)". La quarta traccia in scaletta, parte ancor più immediato rispetto al trittico iniziale, lasciando subito il controllo alle vocals e all'arrangiamento, sempre uguale ai precedenti, solo un poco più aggressivo nella forma, almeno inizialmente. Creando così una sorta di prosecuzione con il brano precedente, nulla di strano o eccezionale, trattandosi di un concept-album. I primi 20 secondi si mantengono su questa linea, mentre a partire dal minuto 0:20 al minuto 0:36, veniamo investiti da un nuovo break sinfonico che interrompe l'atmosfera nera della storia. Un brano altalenante, che mischia momenti di rapidità a intervalli cadenzati. Un secondo break sinfonico compare al cinquantesimo secondo del brano, durando poco meno di 10 secondi. Il tratto migliore di questo brano, tratto che compone il leitmotiv del suo arrangiamento, sono le atmosfere arabeggianti ed evocative (miscelate alle atmosfere quasi gotiche che caratterizzano gli ultimi due minuti della traccia, dove le tastiere giocano un ruolo importante e di primo piano nell'aprire quella sezione) che coinvolgono l'ascoltatore. Atmosfere che fanno il loro ingresso, manifestandosi in un dosato crescendo, allo scoccare del primo minuto della canzone. Un tratto che non si interrompe bruscamente per lasciare il posto alle sonorità dei brani già sentiti, ma che riesce a restare in piedi per tutta la durata del brano, convincendo pienamente. Un brano concepito ed eseguito più attentamente, senza creare diseguaglianza tra i vari elementi. Dall'inizio del disco ad ora, l'equilibrio tra le voci dei vari strumenti non era stato equo, ad esempio, le chitarre, passavano per lo più in sordina, emergendo a fatica, ad eccezione degli assoli, che invece, data l'impronta stilistica differente, rispetto ai riffs, venivano portati più in primo piano. Grazie alle atmosfere infuse in questa canzone, anche la ritmica della chitarra viene portata sullo stesso livello del resto del comparto strumentale, implementando le melodie che nascono dal minuto 1:10 sino al termine del brano (durata totale 5:15). Un notevole balzo in avanti. Anche il comparto sinfonico non dà la stessa impressione di voler dominare la scena. Una canzone più interessante dal punto di vista compositivo, che si attesta come momento migliore del disco, almeno per quanto ascoltato fino ad ora.  Ciò che però non convince, è l'uso delle linee vocali: come nei precedenti, gli interventi cantati sono rapidi e non continui, viene lasciato molto spazio alla musica e le parole diventano quasi un companatico, un contorno. A differenza di "..and the Consequence Macabre", in questa canzone, non si sentono echi o rimandi ad altri gruppi, dando spazio quindi all'impronta e alla personalità della band. La chiusura del brano, dopo l'intermezzo gotico, torna nelle mani delle calde note arabeggianti che hanno dominato tutto il pezzo. Questa canzone, volgendo lo sguardo alle liriche, trae molta ispirazione dalla Leggenda. "<< Levate l'ancora e issate le vele! / Lavorate sodo lumache ubriache / Pensate al pepe come ad un tesoro d'oro / Questo viaggio sta per iniziare / Siamo alimentati dai possenti venti Europei>>". Con questo grido, il capitano sprona i suoi uomini ad intraprendere un nuovo viaggio sulle antiche rotte commerciali. Quest'inizio parrebbe non prendere ispirazione, come detto poc'anzi, dalla storia originale, ma basta proseguire nella lettura per scorgere parecchi punti in comune con la vicenda del Capitano Barent Fokke. Gli uomini dell'equipaggio, si accorgono subito che qualcosa nei modi del loro capitano è cambiato: quell'uomo è allucinato, sull'orlo della pazzia, schizofrenico. Van Der Decken, questo il suo nome (che stando alle cronache, pare sia questo il nome con cui l'Olandese Volante è noto a chi conosce la Leggenda), non è più lui. Una tempesta in arrivo, un equipaggio spaventato e un capitano incosciente e stupidamente privo di ogni remora o paura. Quell'uomo ha perso il senno e i suoi modi porteranno la sua nave i suoi uomini sempre più tra le braccia della Sposa in Nero.

Bloodstains on the Captain's Log

Il secondo picco più alto del disco (oltre ad essere l'ultimo in questo senso), è "Bloodstains on the Captain's Log (Macchie Di Sangue Sul Registro Del Capitano)". Anche in questo caso abbiamo un proseguimento di toni, atmosfere, melodie e soluzioni che seguono la strada del brano precedente. Resta dunque alta l'attenzione nei confronti del lavoro del trio olandese. Potrebbe risultare stucchevole il proseguo di queste soluzioni, ma, oltre alle melodie dal gusto arabo, evocative e avvolgenti, questo brano segna anche il ritorno a delle sonorità più cupe, che poco si erano sentite in questo disco, passando per lo più sullo sfondo, specialmente a partire dal minuto 1:20, quando la voce del violino, subito seguito dalle orchestrazioni, porta la traccia verso connotati gotici e teatrali ben definiti. L'orchestra, per tutto un intero minuto della canzone, più precisamente, dal minuto 1:20 al minuto 2:20, quando le atmosfere cambiano (ma lo stile derivante dalla traccia precedente non scompare del tutto) ha un andamento ipnotico e ridondante che unito alla ritmica decisa e ai riffs affilati danno al tutto ancor più carattere. A partire dal minuto 2:20, si assiste ad un netto cambio dell'arrangiamento, il sound diventa cadenzato, dai tratti Doom, sulfureo, dall'incedere ancora più ipnotico, quasi soffocante. Questo secondo movimento si può suddividere in due parti, divise tra loro da un break rapidissimo che aumenta ancor di più l'atmosfera nera che il brano intraprende in questo preciso momento. Un cambio eseguito con perizia tecnica e grande professionalità, dosando attentamente ogni strumento. Questa soluzione viene mantenuta anche dopo il minuto 2:40, quando tornano a farsi sentire le melodie iniziali, che unite alle seconde, danno nuova luce al tutto. Dal minuto 2:26, in concomitanza con quanto già detto, la canzone, al pari delle altre (caratteristica che a lungo andare, diventa fin troppo scontata), ferma il contributo canoro per lasciare spazio ai soli strumenti. Questo nuovo break strumentale, accompagna l'ascoltatore fino al terzo minuto (più precisamente al minuto 3:06), quando le liriche tornano alla ribalta. Il brano si mantiene pressoché uguale fino al minuto 3:50, quando, con una mossa rapida, senza creare stacchi ad hoc o usando altri trucchi, il pezzo aumenta la sua velocità e dai ritmi cadenzati si torna all'uso di fulminei blast-beat (che risultano forse un po' troppo bassi di volume rispetto alla parte sinfonica), a riffs più granitici e a vocals più agguerrite, rispetto alle vocals quasi parlate e nettamente più teatrali di quello che possiamo definire come l'intermezzo all'interno di questa  Bloodstains on the Captain's Log. Un cambio di registro di buon gusto, che però non si ferma al ritorno alla rapidità e all'aggressività ma si fa portatore di una serie di cambi repentini continui, come ad esempio dal minuto 4:12 al minuto 4:24, quando un tappeto melodico arioso si aggiunge, in accompagnamento, al muro sonoro, virando, dal minuto 4:24 al minuto 5:50, quindi alla chiusura del brano, verso un'unione tra velocità e ripetizione del riffing principale a ritmiche in mid-tempo e contributi sinfonici di gran classe, chiudendo il brano in maniera perfetta. Una canzone più articolata e godibile, molto più sul piano strumentale che vocale, ma comunque ben architettata ed eseguita. Tecnicamente ineccepibile e un gradino sopra a tutte le altre.  Anche se, questo non è trascurabile, si sentono echi e rimandi agli ultimi lavori dei Dimmu Borgir, fortunatamente, la personalità della band, riesce ad essere superiore, così da non scadere nella copia. Avevamo lasciato il nostro equipaggio in balia di una tempesta imminente,  i marinai ancora fermi nel porto, pieni di paura e al soldo di un Capitano completamente impazzito (e noi sappiamo il perché), sdraiato nella sua cabina, intento a bere Rum e dettare ordini folli, incurante del pericolo incombente. Nel suo delirio, immerso nei fumi dell'alcol, il Capitano vede accanto a se una donna, Catharina, con il quale vuole soddisfare i suoi piaceri più bassi, mentre questa donna cerca di staccarsi da lui. Seguono minacce, adulazioni, visioni di morte, stupri, saccheggi. Il folle Capitano è compiaciuto di ciò che vede, mentre cerca di insinuarsi sempre più tra le grazie di quella delicata figura femminile. Nel suo delirio, comincia a vedere delle macchie rosse apparire sul suo registro di bordo, sangue sulle pagine e intorno a lui. Un delirio pesante, insopportabile, che però non sembra scalfire il Capitano, sempre più compiaciuto di ciò che vede, mentre l'ineluttabile, è sempre più vicino alla nave e all'equipaggio.

Al betekent het mijn dood (Even If It Means My Death)

Sesto pezzo della tracklist, "Al betekent het mijn dood (Even If It Means My Death) (Anche Se Questo Significa La Mia Morte)". Un breve interludio di collegamento tra la parte iniziale della storia e il suo infausto finale. Un intermezzo però strano "strano", particolare, dalla struttura molto scarna, con sole percussioni, qualche eco sinfonico e vocals recitate e cantate allo stesso tempo. Un passaggio teatrale, dai connotati operistici grazie ai cori che coadiuvano le liriche principali. Intermezzo della durata di poco più di un minuto (1:10), che si pone come anello di congiunzione tra due ipotetiche parti della storia. Musicalmente non c'è molto da analizzare, descrivere o elencare, data la brevità del pezzo e le poche voci in causa. Se non fosse stato per le linee vocali, questa volta presenti per tutta la durata, senza pause, questa Al betekent het mijn dood, sarebbe potuta benissimo essere una traccia strumentale e niente più, ma in quel caso, sarebbe apparsa più come un mero riempitivo di poco conto. Invece, grazie a questa sua aria operistica, risulta qualitativamente migliore. Un momento perfetto per accompagnare l'ascoltatore verso il clou della vicenda, anche se, il finale, è noto fin dall'inizio. Ma oltre a questo, non siamo davanti ad un momento topico del disco e la traccia scorre via con una certa velocità, senza minimamente imprimersi nella memoria di chi ascolta. Così come abbiamo visto per Van der Decken's Triumph, anche in questo caso, il testo della canzone, ricalca (fin troppo) fedelmente la Leggenda, facendo cadere l'impressione iniziale di questa versione, spostata in epoca moderna, del gruppo. Se non fosse per una piccola variante, al posto dell'uomo con la barba bianca che appare sul ponte della nave, in questo caso, a parlare di Dio al Capitano, implorandolo di fermarsi è uno degli uomini della ciurma (anche nella versione originale della Leggenda, uno degli uomini parlava direttamente al Capitano pregandolo di fermarsi, ma finiva per essere gettato in mare, qui, la fine dell'uomo, è diversa, uguale nel risultato, ma diversa). Ma la follia di Van Der Decken, lo spinge a rispondere con fare blasfemo a quell'implorazione: "<< Ti prego, mio Capitano! Cristo ha proibito di salpare la Domenica di Pasqua!>> / << Che cosa?! Il tuo Dio !? Possa egli soffocare! Possa egli marcire!>>". A queste parole, il marinaio, accusa il suo Capitano di blasfemia, affermando che per questo, nessuno più gli obbedirà e quest'ultimo, messa mano al coltello, lo affonda nel gola dell'uomo per poi urlare: "<>". L'uomo è ormai totalmente soggiogato dalla Maledizione che stupidamente, ha voluto ignorare.

Departure Towards a Nautical Curse

La seconda parte del disco si apre con "Departure Towards a Nautical Curse (Partenza Verso Una Maledizione Nautica)". Brano in cui si sente una nuova variazione dal punto di vista stilistico, che però riconduce il gruppo verso una sorta di Death melodico con influenze Symphonic-Metal, che poco ha da spartire con il Black sinfonico a cui la proposta del gruppo dovrebbe appartenere. Ma forse, non è un difetto così penalizzante. Analizzando la traccia nel dettaglio, si nota come la partenza sia diretta, immediata e spinta subito verso un guitar-working veloce e tagliente, mentre la sezione ritmica verte verso un mid-tempo più avvolgente ed ipnotico, preceduto, nei primi  dieci secondi, da un blast-beat deciso e potente, un duello tra velocità e ritmi cadenzati che crea un buon contrasto sul piano musicale e stranamente l'apporto sinfonico non è posto in primo piano come nei brani precedenti, ma viene usato come accompagnamento al sound principale. Oltre a questo spostamento verso uno stile ben lontano da ciò che la band afferma essere il suo sound, si torna ad uno uso sconsiderato dei break strumentali che avevano determinato l'andamento delle altre canzoni, caratteristica che inizia a diventare un vero e proprio tedio, facendo apparire le canzoni, seppur diverse in alcuni frangenti, la fotocopia l'una dell'altra, rendendole più prevedibili della "trama" di un film per adulti. Un'interruzione strumentale che si protrae per quasi un minuto intero (dal minuto 1:12 al minuto 1:45) che spinge verso la ricerca del punto in cui le linee vocali attacchino con la strofa seguente o con l'inciso. Difetto questo che il gruppo si porta avanti dal suo debutto e che non sembra essere oggetto di modifiche o correzioni, diventando, in un attimo, marchio di fabbrica indelebile dell'impronta stilistica del gruppo. Un problema da non sottovalutare. Questo settimo brano della tracklist, dopo l'iniziale partenza incisiva ed energica, assume un'aria troppo melodica, aperta, ariosa, tre elementi che vanificano già l'impressione iniziale. Non si giudica certo l'abilità tecnico-esecutiva dei Nostri, ma come si anticipava qualche riga fa, il suono globale, diventa sempre più piatto e ripetitivo, studiato in maniera ossessiva, troppo freddo. Un secondo difetto (presente in tutto il disco) è da imputarsi alla produzione, troppo pulita e diretta verso (o quasi unicamente) nell'esaltare tastiere e orchestra, penalizzando la parte elettrica. Anche se questo tratto, almeno nella prima parte di questo disco, non sembra così scontato, ma è a partire dal terzo minuto, che diventa evidente, quando la parte sinfonica, diventa sempre più la protagonista indiscussa e prende prepotentemente il controllo del pezzo. Il lento incedere del brano, appare comunque interessante, nonostante i difetti elencati, soprattutto a partire dal minuto 2:10. Si riesce a rimanere piacevolmente coinvolti da questa piega della canzone, in maniera inattesa. Anche se ciò sposta ulteriormente il tiro verso un Symphonic/Death-Metal già troppo abusato da vari gruppi. Ottimo l'assolo di chitarra che apre all'ultima parte del brano e ne accompagna l'orchestrazione, prima di un ritorno ai blast-beat e ai riffs con cui il pezzo era iniziato. Il folle Capitano Van der Decken, nonostante la furia del tempo e del mare, ordina ai suoi uomini di levare l'ancora e partire, mentre in lontananza, si sente una campana che richiama le genti alle celebrazioni Pasquali. "What a spectacle of Blasphemy." ("Che spettacolare blasfemia") pensa compiaciuto il Capitano mentre la nave prende il largo e corre incontro al suo destino. La situazione peggiora rapidamente, l'equipaggio rimane in mare per mesi, senza mai vedere la terra ferma; il cibo scarseggia; l'acqua potabile pure; le malattie iniziano a imperversare sul ponte della nave. La tempesta è passata, ma il cielo resta nero come la pece. In breve tempo, l'equipaggio soccombe ad una morte inevitabile, per malattia e suicidi. Per i pochi fortunati che riescono miracolosamente a sopravvivere, non resta che trovarsi davanti alla lama del coltello del loro Capitano che stufo dei lamenti e dei continui ammutinamenti, decide di punire i suoi uomini in maniera esemplare. Ma anche per il Capitano la fine è prossima. Rimasto solo al comando, lancia bestemmie e invettive contro l'Alto, sprezzante e sicuro di se. Ma, una nuova tempesta, una punizione divina, si abbatte sulla nave. Il Capitano resta ucciso dalla caduta dell'albero maestro. Gli uomini sono morti e i loro fantasmi iniziano a popolare la nave.

The Course Of A Spectral Ship

Si giunge quindi al momento cruciale della storia: "The Course Of A Spectral Ship (La Maledizione Della Nave Fantasma)". Orchestra e riffs Metal investono subito l'ascoltatore e per 43 secondi, si assiste solo a questo susseguirsi di riffs, ritmiche veloci e melodie sinfoniche, contornate un paio di volte da brevissimi interventi vocali composti da una sola vocale. Dal minuto 0:43, le linee vocali fanno la loro apparizione, sempre ferme sul loro stile scream, l'unico vero tratto Black-Metal del trio olandese. L'apporto delle vocals porta la canzone, dopo lo scoccare del minuto e dieci secondi, verso un piccolo incremento della velocità d'esecuzione, interrotta a tratti dai soliti star-and-stop sinfonici, più o meno brevi e in numero maggiore molti rispetto ai pezzi precedenti. Una traccia che a lungo andare, orientativamente, diventa sempre più somigliante ad una canzone gotica, molto teatrale ed enfatica, certamente adatta alla storia narrata, ma che appare quasi presa da un film di Tim Burton (come era accaduto per A Strange Presence Near The Woods nel debut-album) e ri-arrangiata in chiave Metal, successivamente inserita nel disco. Cinque minuti totali di durata, che ripetono soluzioni già sentite, non solo nella tracklist dell'album, che non aggiungono assolutamente niente. Il risultato finale dell'album, precipita sempre più verso il basso. Musicalmente noiosa e stilisticamente ripetitiva, questa The Course Of A Spectral Ship è più un riempitivo, in quanto le sue note, confluiscono direttamente nell'ultima traccia del disco. Non ci sono molti appigli sui quali appendersi per tentare un minimo di analisi, senza rischiare di cadere nella ripetizione degli stessi concetti. Se non fosse per la durata, anche questa canzone, al pari  Al betekent het mijn dood potrebbe apparire come un interludio o un riempitivo. La storia, è dunque giunta all'ineluttabile, la conclusione più ovvia, di certo non poteva esserci un finale roseo. La notizia della tragedia è arrivata alla città natia dell'equipaggio. Molte lacrime vengono versate per il dolore della loro perdita. Il mare non restituirà mai i loro corpi, ma, sono in molti a dire di sentire le loro voci vicino al porto, cantare lo stesso ritornello: "Blue was the sky and the sun smiled at the crew. / Then a storm came forth, moving swiftly from the north." ("Azzurro era il cielo e il sole sorrideva all'equipaggio / Poi la tempesta giunse all'improvviso, muovendosi rapidamente da Nord"). La maledizione può dunque dirsi compiuta: lo spirito dell'Olandese Volante ha posseduto il corpo di un ignaro capitano, facendolo precipitare lungo una serie di tragedie, dall'uccisione della sua famiglia alla missione suicida nella quale decise di imbarcarsi con i suoi uomini. Inutili i tentativi di dissuaderlo, inutile ogni parola di dissuasione. Egli, ribellatosi persino a dio, ha compiuto il suo destino maledetto.

The Shining Was A Portent Of Gloom

Arriviamo al capitolo finale della storia con "The Shining Was A Portent Of Gloom (Il Luccichio Era Un Presagio Di Disgrazia)". Come abbiamo appena detto, questa canzone, per ciò che concerne l'apporto strumentale, prosegue sulla via, impervia, della precedente The Course Of A Spectral Ship, ricalcandone lo stile. Si corre quindi su un percorso improntato sul Gothic-Metal più classico. Inizio affidato a tastiere e pianoforte e ad una delicata melodia orchestrale. Intro molto cinematografica che impera per i primi 30 secondi, prima dell'attacco vocale e della virata verso ritmi più frenetici e riffs più decisi. Virata che dura pochi secondi (circa una decina, da 0:30 a 0:40) che lascia il posto nuovamente al sound cinematografico e gotico dell'apertura. Come per la penultima traccia, anche se la durata del pezzo è notevole (quasi 9 minuti), non presenta molti appigli sui quali basarsi per costruire un'analisi solida. L'unico elemento Black è sempre e solo la voce, che però segue l'andamento della musica, amalgamandosi come si deve alle linee melodiche, perdendo però aggressività e mordente in più occasioni. Una canzone che andrebbe bene in un film sui vampiri per teenagers. Il momento più intrigante arriva al minuto 2:27, quando l'ennesimo star-and-stop proietta la traccia attraverso trame armoniose e aperte, dove il piano ha la parte del leone e rende il pezzo più interessante, accompagnato da un solo di chitarra molto rock e molto melodico, avvolgente e ammaliante, su un tappeto ritmico cadenzato. Un break che si compone di due parti, di diversa intensità ma di uguale bellezza. Un intermezzo poetico che però viene bruscamente interrotto al minuto 3:31 per far ripiombare la canzone negli angusti spazi iniziali. La bellezza viene offuscata dall'aura soffocante delle stesse soluzioni, in una spirale infinita che riporta verso la noia. Questa seconda parte, riecheggia di rimandi a Dimmu Borgir e Cradle Of Filth ed è quindi priva di personalità e carattere. Per poter nuovamente assistere ad un passaggio degno di nota, bisogna aspettare lo scoccare del minuto 5:40, quando l'arrangiamento riprende il discorso interrotto al minuto 3:31, risollevando la testa e tornando ad essere interessante e coinvolgente. Per fortuna, questa volta, la magia non viene interrotta e si arriva alla chiusura in maniera consona al finale adatto a questa storia. La storia arriva alla fine e prosegue dal punto in cui finivano le liriche precedenti. Non solo ci furono persone sicure di aver sentito le voci dell'equipaggio, qualcuno, asserì di vedere una figura nera apparire e sostare vicino al porto, per poi sparire misteriosamente, così come era apparsa. "A black shape sits on deck in a red glistening puddle, / sobbing and shaking, curled up in a huddle. / The shape of a man amidst silence and slaughter, / clothes torn and drenched in blood and salt water.". ("Una sagoma nera stava vicino al porto in una lucente pozza rossa / singhiozzante e tremante, rannicchiata in un angolo. / La sagoma di un uomo si staglia in silenzio e massacrato / i vestiti strappati e zuppi di sangue e acqua salmastra."). Una visione spettrale che infonde paura in tutti coloro che lavorano al porto o che si accingono a prendere il largo con le loro navi. Dopo essere stati maledetti per colpa della stupidità del loro Capitano, l'intero equipaggio fu condannato a vagare per mari in eterno, al comando dello stesso uomo, senza poter mai scendere dal vascello. Da quel giorno, molti marinai, solcando lo stesso tratto di mare, raccontarono di una nave fantasma che solcava i mari, con aria minacciosa, portando con se le fiamme dell'Inferno. Da allora, la semplice apparizione del Vascello fantasma, porta disgrazia a chi lo incontra.

Conclusioni

Arrivati alla conclusione, è inevitabile, rimarcare nuovamente le varie pecche presenti in  questo disco. Primo lato negativo: la ridondanza e la ripetitività, salvo ovviamente le due eccezioni Van der Decken's Triumph  e Bloodstains on the Captain's Log. Errore non indifferente che tira a seppellire quello che, invece, stando a ciò che la band olandese identifica come stile principale del suo sound, dovrebbe essere la peculiarità dell'album: il Black-Metal. Dato il continuo abuso di soluzioni sinfoniche, la matrice musicale principale scompare quasi del tutto, lasciando solo, a mantenere tali canoni, il suono delle chitarre; già debole per definizione e produzione, come del resto quello della batteria, strumento che salvo rare eccezioni proprio non risulta ricevere il lustro che invece dovrebbe spettargli di diritto. La voce passa quasi in secondo piano visto che, come già sottolineato, gli interventi sono brevi e non sempre continui all'interno delle vari canzoni. Nota di demerito anche per la produzione, troppo fiacca, di plastica, poco equa nel garantire la presenza di tutti gli strumenti. Il risultato, alla fine, è che paradossalmente il tutto non venga percepito come travolgente ed imperiale. Peculiarità queste ultime di un sound sinfonico ma qui perse dietro una produzione eccessivamente curata. Anzi, più che curata, tirata letteralmente per i capelli, quasi sino al punto di strappo totale. Si ha l'impressione di essere solo ridotti alla stregua di un pubblico coinvolto in un turbinio di orpelli decorativi, stucchevoli e ammennicoli vari, asfissiati dalla troppa sinfonia e non coinvolti dalla strumentazione elettrica.  In pratica, non si riesce trovare il bandolo della matassa per quello che dovrebbe essere il giusto equilibrio fra le parti. In secondo luogo, una delle altre "note stonate" di questo album, oltre ai difetti già elencati, riguarda i testi; per qualche motivo, diciamo pure inspiegabile, i Carach Angren, hanno insistito nel giocare con testi in rima per ogni singola canzone. Ciò si traduce in una scrittura zoppicante e noiosa, che sembra quasi pescare a piene mani dalle abitudine di certa musica "POPolare" di scrivere testi basati su un uso sconsiderato della composizione rimata. Per fare un esempio, in un estratto della traccia due, in cui il marinaio parla dei messaggi che riceve dall'Olandese Volante: "[I hear] these voices cursing my goddamn name. Hell, is this witchcraft or am I insane?". Insomma uno schema lirico che a tratti risulta eccessivamente forzato. Della serie: debbo a tutti i costi cercare di far rima, anche sfruttando soluzioni abbastanza prevedibili e prive di spessore. Proprio appellandoci a questa mancanza di "profondità" schematico-lirica, possiamo poi andare avanti nel delineare un'altra nota stonata a mio avviso abbastanza peculiare, di tutto il disco. Ecco, un secondo difetto (senza voler apparire dei bigotti o dei benpensanti della Domenica) consiste proprio in un uso inutile di alcune imprecazioni (presente anche nell'interludio Al betekent het mijn dood) , poco utili allo stampo di questo disco ed ancor meno a chi ascolta. Ci potevano essere modi e modi, lecitamente possiamo pensare al fatto che ciò che i protagonisti di questa storia provano e pensano avrebbe potuto beneficiare di ben altri modi di esprimersi. Proprio per la ricercatezza del sound sinfonico e delle leggende narrate. Ed invece no, troviamo espressioni "forti" per finali di frasi con rime così forzate da suonare poco credibili. Un secondo esempio di rime dannatamente prevedibili lo troviamo sempre nella stessa canzone citata pocanzi: "The temperature suddenly dropped; my great-grandfathers clock, just ticking, now stopped.". Viene quindi da chiedersi se per i testi di questo album (non è solo il secondo pezzo a basarsi su questo uso della "rima alternata"), i Carach Angren, non siano andati a leggersi e studiarsi, per dopo usare, canzoni scartate da un mal riuscito album Rap?

1) Electronic Voice Phenomena
2) The Sighting Is A Portent Of Doom
3) ..and the Consequence Macabre
4) Van der Decken's Triumph
5) Bloodstains on the Captain's Log
6) Al betekent het mijn dood (Even If It Means My Death)
7) Departure Towards a Nautical Curse
8) The Course Of A Spectral Ship
9) The Shining Was A Portent Of Gloom
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