CAR BOMB

Meta

2016 - Solid Grey Publishing

A CURA DI
ALESSANDRO GARGAGLIA
03/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Quando ascolto Metal in genere la prima cosa che mi salta all'orecchio, la cosa che mi fa capire se un album mi sta piacendo o no, che mi cattura l'attenzione e mi spinge a finire l'ascolto dell'intero album, sono i riff. Il riff è una frase musicale, una successione di note con una propria identità espressiva, questa frase si ripete frequentemente ed è riconoscibile in quanto scandisce spesso la struttura di un brano. In determinati generi, la composizione di riff accattivanti e la creazione di grooves intensi, sono il midollo osseo del processo creativo. Dei buoni riff molto più che buoni soli, fanno la differenza. I "Car Bomb" sono una band di New York, che già dal primo album, "Centralia" (2007), hanno focalizzato la loro musica sull'intricarsi di riff e strutture ritmiche completamente folli, che vanno a formare geometrie irregolari che interagiscono tra di loro, creando un tessuto di astrazioni che mette a nudo la musica, mostrandola per come può venir concepita dalla mente umana se fatto attraverso la matematica. Parlo di Mathcore, un genere che deriva dall'unione del Math Rock e Hardcore Punk, e si può considerare un sottogenere del Metalcore. Per cercare di comprendere meglio le caratteristiche di questo genere torniamo indietro e cerchiamo di capire il Math Rock; possiamo dire che deriva dal Rock sperimentale, che si formò verso la fine degli anni ottanta, e che questa sperimentazione, avviene principalmente a livello ritmico, infatti "Math" sta proprio per matematico, in quanto a differenza del rock tradizionale, e quasi tutti gli altri generi musicali, che utilizzano la forma ritmica più semplice e orecchiabile; il 4/4, si avventura in ritmiche dispari e asimmetriche, come il 7/8, 11/8, 5/4 e così via, rendono la ritmica di quasi ogni brano veramente unica e rilevante, tanto da essere la responsabile della denominazione di un intero sottogenere. Ora, se suoniamo questa complessità ritmica, in modo decisamente più aggressivo, ancora più veloce, con distorsione nelle chitarre, doppia cassa alla batteria, e magari delle vocals anch'esse distorte, ecco che nasce il Mathcore. Se siete alla ricerca di questo genere di cose, se volete che il cervello inizi a colarvi dal naso, e che le dissonanze e le distorsioni vi tirino delle mazzate in pancia, allora andate a premere play su "Meta" dei "Car Bomb", e iniziate questo viaggio attraverso le sue spigolosità e i suoi vortici oscuri e dinamici mentre cerchiamo di analizzare le sfumature di quest'opera. La prima cosa che possiamo dire sull'album in se, è che suona veramente bene, cosa abbastanza rara per il genere in questione, l'intento di creare un suono pulito e ben definito non è mai al primo posto degli obiettivi di questo tipo di musica, di fatto i primi due album del gruppo, hanno una produzione decisamente ostica, devo dire interessante per come trasmette violenza e dissonanza al suono, ovviamente il genere funziona ancora di più con una produzione sporca, diretta, senza troppe sistemazioni puntigliose. "Meta" si presenta invece con un insolito suono definito, distorto ma veramente piacevole, ogni strumento ha il suo spazio e tuttavia, risulta di un'aggressività letale, con elementi molto interessanti da sottolineare come il reparto effetti usati sulla chitarra, sia sulle note basse, che stanno benissimo nel mix, supportate egregiamente da un basso distorto alla perfezione, e da un "kick" decisamente ben processato, che rende i riff dell'album divertenti, dinamici e mai stucchevoli. Chiaro che la produzione di un album non è mai l'unico punto fondamentale, ma aiuta sicuramente a rendere più digeribili le composizioni, soprattutto se si ascolta l'album per intero, è un supporto in più che aiuta la nostra attenzione a non calare mai; un suono massiccio come quello prodotto dal gruppo in questione, necessita sicuramente un'attenta cura nella fase di produzione, per raggiungere una coesione dei vari elementi e per tenere a bada quelle determinate frequenze, che si vanno a sovrapporre quando sono presenti numerose informazioni nella regione delle bassissime e altissime frequenze, soprattutto quando si va a lavorare con distorsioni potenti applicate a più di uno strumento. Abbiamo parlato del genere e del suono in un'ottica ancora distante da quello che è pero "Meta" dei "Car Bomb", andiamo quindi ad addentrarci all'interno delle singole composizioni che costituiscono questo album.

From The Dust Of This Planet

Suoni non molto definiti ci caricano in lontananza, si avvicinano pericolosamente e subito, qualche secondo, sfociano prepotentemente in brevissime sfuriate di blast beat di batteria, che ci introducono immediatamente alla pesantezza dell'album. "From the Dust of This Planet" (Dalla Polvere di Questo Pianeta) ha un inizio schizofrenico, veloce, violento, che non vuole perdere tempo e farci attendere per l'apertura delle danze. Prime martellate al nostro cervello che quasi ci destabilizzano per sfociare all'improvviso quasi fossero un caricamento, nel primo vero e proprio riff dell'album, un riff memorabile, geniale per come è posizionato, sa proprio di apertura, note più lente rispetto la sfuriata iniziale, quasi trascinate, che marcano con spessore il sensazionale groove accompagnato da una batteria decisa, con il "kick" che segue e supporta le note di chitarra e basso. Incredibile come nonostante i piatti eseguano un poliritmo, dando una sensazione di stortezza ritmica, il riff suona molto groovy. Impossibile non iniziare a muovere la testa avanti e indietro, vi sfido a resistere, un magnifico modo di presentarsi. E proprio quando il riff sembra essersi affermato in una linearità ritmica che ci dona questa sensazione di groove, ecco che subito mettono in campo la loro principale abilità; cambio di tempo improvviso, con un'accelerazione dei piatti e il riff rimane comunque lo stesso, ci sentiamo subito in un vortice ritmico privo di uscita. E già da subito risulta impossibile stare dietro alla folle ritmica, che sembra sempre un passo avanti a noi, sembra volerci sorprendere in continuazione per cercare di essere il meno prevedibile possibile. Segue un altro rallentamento, e il vortice si dilata in una valanga di blast, con un rullante che picchia come pochi, definito e violento al punto giusto. In questo momento subentra anche la voce, del grande "Michael Dafferner", e ci ritroviamo nel pieno dell'aggressività musicale; riff taglienti di chitarra, accompagnati da veloci smitragliate di doppia cassa, alternati a brevissimi silenzi abissali, che ci spingono violentemente da una parte all'altra. Si riconosce subito la maggiore ispirazione del gruppo, che deve chiaramente la forma del proprio sound e delle proprie strutture ritmiche ai colossali "Meshuggah", il gruppo probabilmente più importante per questo tipo di musica, che partendo dal Thrash Metal, ha creato uno stile di musica le cui particolari sfumature Mathcore, soprattutto per quanto rigurda l'aspetto ritmico, hanno portato alla formazione del Djent. Si può dire che i Car Bomb abbiano riassunto queste sfumature e le abbiano coese in un'unione tra Djent e Mathcore che tuttavia suona decisamente personale. Magnifici anche in fase di lyrics, ogni parola sembra sposarsi con la ritmica, è quasi parte della ritmica stessa, eccezionale Dafferner per la sua versatilità, ma capiremo più a fondo questo aspetto più avanti, per ora si limita, e non è poco, a seguire le follie strumentali alla perfezione, andando a creare un enfasi ancora più potente. L'album è probabilmente privo di un concept lineare che lo lega, ma i testi si muovono tra nichilismo e introspezione, posti su una solida base di astrazione che riesce ad estraniarci ancora di più dalla realtà per farci immergere in un ambiente metafisico in cui veniamo compressi, schiacciati e quasi annullati dalla pesantezza e la violenza sonora.

Secrets Within

"Secrets Within" (Segreti Interiori) si presenta con qualche colpo completamente privo di linearità ritmica, una valanga di blast beat, con delle martellate di rullante che accusiamo tutte nel cervello, e subito ci riversiamo di nuovo in una serie di riff di doppia cassa, che fanno da strofa. Struttura simile al brano precedente, ma evoluzione totalmente differente da qua in poi. Il brano, nonostante la velocità ha un gusto quasi Sludge, per i piatti che vengono colpiti come lente martellate, in netto contrasto con i veloci fraseggi di doppia cassa. Picco massimo del brano intorno alla metà, in cui viene caricato un breakdown di una pesantezza veramente unica. Con la cassa in levare che da lenta diventa sempre più veloce e poi riparte con la lentezza iniziale, un riff folle, studiato, e permettetemelo, devastante. Notiamo specialmente in questo brano, che la chitarra si tiene quasi sempre su sezioni ritmiche, sfruttando le note basse con la tecnica del "Palm mute", in modo quasi sempre sincopato, dando anche quel suono che poi è riconducibile al Djent. Tuttavia in mezzo a questo tappeto ritmico senza fine, troviamo a volte, veramente di rado, qualche assolo, che in realtà risulta difficile chiamarlo in questo modo, sembrano più che altro espressioni della follia di "Greg Kubacki", chitarrista in questione, che si rifiuta chiaramente di eseguire progressioni di note in modo melodico e orecchiabile, o valanghe di note su scale alla "Dream Theater". Il suo è piuttosto uno stile legato al Noise, all'Hardcore, e al Mathcore stesso più sperimentale, che aggiunge ancora una volta quel tocco più che ben accetto di vera e propria malattia dissonante, descrivibile con una bellissima parola ormai considerata musica fin dai tempi remoti di "Luigi Russolo": Rumore. Che sia il rumore elemento chiave di "Meta"? Direi proprio di no, è sicuramente un elemento che ci accompagna per tutta la durata dell'album, tuttavia credo che la vera particolarità dei "Car Bomb", che li distingue dal solito album Mathcore caotico e dissonante, sia una determinata "orecchiabilità". Strano a dirsi, ma tutti i riff, vuoi per la produzione, vuoi per la composizione stessa, non stuccano mai, anzi al contrario, si fanno ascoltare e riascoltare, hanno questo senso del groove dalla loro parte, nonostante l'aspetto dissonante e distorto, che li sorregge e li porta in alto, donandogli vita propria. "Secrets Within", sembra essere dal punto di vista del testo, una ricerca introspettiva, di una sorta di rinascita, e di bugie "congelate sulle tue labbra", riferite da un "loro" di difficile comprensione, possiamo solo farci trasportare da un testo che come per il resto dell'album supporta egregiamente le solide ritmiche taglienti e ci sovrasta pronto a farci più male possibile.

Nonagon

Un unico suono apre "Nonagon" (Nonagono), ma in realtà sono tutti gli strumenti, voce compresa, che attaccano all'unisono ancora una volta dirompenti e aggressivi con un riff che ci trascina nelle profondità della terra. Suoni acutissimi effettati ci aprono le porte e ci immettono in un riff sincopato che sembra andare in discesa, supportato prima da rullate di Tom e timpani, e poi accompagnato dai piatti che ridanno la sensazione groove. In geometria un nonagono è un poligono formato da nove lati, il brano sembra riferirsi proprio a questa figura in quanto ricorrono nel testo termini geometrici, come vertici, angoli, rettangoli e triangoli. Possiamo quasi riuscire a vedere la figura fluttuare, in un ambiente metafisico, e muoversi seguendo le sfumature musicali del brano. Il testo effettivamente, sembra proprio descrivere un movimento intorno a questo poligono, ne risaliamo i lati, fino a scorgere gli angoli, poi i vertici, il tutto con un gusto molto progressive. L'ennagono è una figura che sembra rappresentare bene questo tipo di musica, avendo un numero dispari di lati, ed essendo simmetrica solo in rapporto all'asse verticale, mantenendo quindi da una parte, un senso geometrico importante, simmetrico appunto, solo in parte. Difficile contestualizzare il significato del testo, come anche negli altri brani, qui forse viene meno quel senso nichilistico per fare invece spazio all'astrazione. Diciamo che la comparazione tra geometria e la musica di questo tipo sembra abbastanza diretto e appropriato, dunque ancora una volta sembra un testo che cerchi di rispecchiare al massimo la musica. Questo brano ha le sembianze di un fiume che ci trascina contro la nostra volontà verso degli abissi profondissimi, la corrente è potente e ci ritroviamo nuovamente in un grande vortice che si restringe sempre di più, con chitarre che eseguono lo stesso riff, ogni volta con tonalità più bassa della volta precedente. Poi un assolo folle di rumoristica avanzata, che ci spinge verso la conclusione del brano, fino a terminare con un rumore che fa da transizione per il prossimo movimento.

Gratitude

Il rumore del finale di "Nonagon", si infiltra anche nell'inizio di "Gratitude" (Gratitudine), decisamente uno dei migliori brani dell'album. Totalmente inaspettato, il rumore si apre e subentrano degli accordi distesi e ariosi, quasi melodici, il suono sembra aver subito un rinnovamento improvviso, respiriamo un attimo, prima di re immergere la testa sotto, e guardare di nuovo l'abisso con un riff pesantissimo composto di mazzate lente e profonde. Appena dopo ci sconvolge di nuovo una strofa in clean vocals, accompagnata da un drumming sempre storto ma disteso, quasi da accompagnamento, la chitarra si posa di nuovo su accordi di sfondo, e dopo un piccolo crescendo si sfocia in uno dei ritornelli più azzeccati dell'ultimo decennio in panorama Metal. Uno stato di ansia, che viene interpretato alla perfezione da tutti i membri del gruppo, frase che da clean passa gradualmente al solito cantato growl urlato, in una performance veramente da sottolineare di "Dafferner", che tra l'altro sui clean, se la cava egregiamente donando al suono particolarità e varietà. "but if this will end your Life be greatful", questa melodia entra come una ventata di aria fresca, rompendo in un attimo i solidi e spigolosi muri ritmici creati in precedenza, una trovata magnifica, veramente da applausi. Il brano sembra trattare proprio di una fuga dall'ansia che ci opprime, ritorna il tema delle bugie che ci teniamo dentro, dei segreti che probabilmente generano queste ansie. Ritorna inoltre il tema della rinascita, in una sorta di ricostruzione di se stessi in un'altra vita, la ricostruzione del proprio passato, il farsi da parte per qualcosa di nuovo. In questo brano troviamo un "Micheal Dafferner" incredibilmente versatile, che riesce a dare un'immensa varietà al suono complessivo del brano, riempiendolo di sfumature quasi inusuali per il genere in questione. Dopo quello che si può, volendo, chiamare ritornello, si ritorna nel vortice con un riff pesantissimo, uno dei soliti, a cui ci hanno abituato fino ad adesso, con la classica ripetizione dello stesso, con un acceleramento del charleston. Insomma questo è uno dei brani in realtà più intensi dell'album, nonostante sia probabilmente il più leggero e orecchiabile, prendendo ovviamente questo termine con le pinze in quanto difficilmente utilizzabile per descrivere un tipo di musica del genere. È appunto un brano importante perché ci permette di prendere una boccata d'aria a pieni polmoni prima di rituffarci nell'abisso vorticoso al quale eravamo già quasi abituati, e riprendere lo sballottamento costante da ogni parete del vortice.

Constant Sleep

Al brano più catchy dell'intera opera, non poteva non seguire quello forse più pesante in assoluto; "Constant Sleep" (Sonno Costante), entra diretto come un treno, a suon di martellate pesantissime con il solito growl che segue in parallelo la ritmica. Tuttavia il brano ha già un gusto differente da quello che abbiamo sentito finora, qui sta ancora una volta, la capacità dei "Car Bomb" di essere variegati e mai monotoni; l'intero brano coglie la sua natura dalla pesantezza dello Sludge, con tempi decisamente più lenti, e ancor più devastanti, caratteristica principale del sottogenere in questione. Le mazzate di chitarra e basso diventano dei veri e propri pugni che iniziano a colpirci dritti in pancia, mai in modo regolare, cosa che ci destabilizza ancora di più. Abbiamo un assaggio di tutto ciò già dalla prima interminabile nota che ci afferra e ci trascina lentamente ancora di più verso il centro del solito vortice, che stavolta pero', si muove molto più lentamente, tuttavia l'energia sprigionata dalle pareti cariche del tunnel, è sempre instabile e in costante movimento. Dopo una strofa, anche qui termine da prendere sempre con le pinze date le strutture completamente irregolari dei brani, entriamo in un riff quasi più rilassato, ma solo di volume, poiché caratterizzato da brevi colpi in Palm mute, ritmica poliritmata con il charleston che sembra intraprendere la sua strada e andarsene per conto suo, e una voce sussurrata che segue questa ritmica impensabile, il tutto in modo quasi epilettico. Seguono una serie di riff l'uno più pesante dell'altro, in cui ritornano chiaramente gli insegnamenti ritmici "Meshugghiani", grazie "Thomas Haake", che nel momento in cui sembrano concludersi, capiamo invece che stanno solo aprendo le porte dell'inferno, lasciando spazio alla prolungata fase del brano. Qui il vortice è completamente instabile, carico al massimo, ma il modo in cui sprigiona l'energia ci spiazza totalmente; tutto si dilata, lo spazio e il tempo, i muri crollano, e una serie di note in cui veramente perderebbe di senso usare un metronomo, ci colpiscono con una lentezza esasperante, assumendo tutta la potenza e la violenza dello Sludge, in una tortura opprimente che sembra non finire più. Ogni nota dal gusto conclusivo viene seguita da un'altra, che infierisce sulle nostre carni, dandoci contraddittoriamente molteplici colpi di grazia, stacchi di batteria provenienti direttamente dagli abissi più incandescenti dell'inferno ci tormentano riempiendo i lunghi tempi assordanti tra una nota e l'altra, tutto diventa un rumore, un tripudio di Noise chitarristico e Sludge tanto ben riuscito che il concetto stesso di Metal quasi perde di significato. Gli ultimi due minuti del brano, quasi metà canzone quindi, sono occupati da questo inferno. I "Car Bomb" ci hanno stupito un'altra volta solo al quinto brano su undici. Inoltre mi piace pensare all'accostamento del titolo del brano a questa lunga fase finale del brano, nella quale entriamo in un vero e proprio limbo spazio temporale, che due minuti sembrano durare un tempo indefinito. Il brano per quanto riguarda il testo, sembra il punto di vista di un individuo in punto di morte, o forse già morto, e probabilmente il "sonno costante" è la morte stessa, con i polmoni che si riempiono di "ceneri" e "polvere", e il sangue che "filtra" attraverso forse le "fessure di una tomba".

The Oppressor

"The Oppressor" (L'oppressore), si apre con una frase isolata che purtroppo non viene menzionata nei maggiori siti di lyrics. Essendo in growl, quindi difficilmente comprensibile, sembrerebbe dire "to the grave" (verso la tomba), anche perché è una frase che viene poi ripetuta nel brano, tuttavia posso ovviamente sbagliarmi. Il brano attacca, ovviamente violentissimo, con la strumentale che entra aggressiva dopo la frase appena citata, riprendendo il Mathcore "Messhugghiano" del resto dell'album, di fatto pensavamo di esserne usciti, ma dalla morsa dei Car Bomb non si scappa. E subito quando ci sembra di essere tornati in terreni conosciuti, dopo aver abbandonato quel limbo che la precedente "Constant Sleep" aveva evocato, ritorniamo nell'ignoto; il silenzio irrompe, e una fase addirittura d'atmosfera, oserei dire Ambient, con una chitarra arpeggiata, una batteria che si tiene leggera, quasi Jazzata sul ride, e una voce lontana, quasi un eco, in cantato pulito. Ci alleggerisce, e ci trasporta per la prima volta in assoluto con grazia, come se tutta la violenza fosse sparita di colpo, tuttavia non è mai troppo presto per parlare, che una valanga improvvisa ci piomba addosso, e stavolta fa ancora più male; senza neanche un preavviso, con un'ignoranza senza fine, tornano il cantato in growl e i chitarroni a travolgerci come una mandria di tori infuriati che ci calpestano. Uno dei momenti migliori del brano, e uno dei massimi esempi in cui il testo rafforza la musica e si rende necessario e fondamentale per il funzionamento dell'intera formula, è il momento di silenzio tra "your light, the light" (la tua luce, la luce), e la parola seguente: "burn", in cui vie è una vera e propria esplosione e si torna su ritmi più tendenti allo Sludge. Inoltre il brano ospita un intervento importante, parliamo di Joe Duplianter, vocalist dei Gojira, gruppo enorme del panorama Death/Prog Metal, nonché produttore, insieme al Chitarrista dei "Car Bomb stessi", "Greg Kubacki", dell'album, produzione della quale avremo tempo di approfondire nelle conclusioni. Il brano sembra chiarirci una tematica importante che probabilmente avvolge l'intera opera, in un passaggio in cui viene segnalato un amato suicidio, e un'amata morte. Chiaramente il testo risulta sempre molto criptico, lasciando qua e la segnali di varie tematiche, come probabilmente stati d'animo d'angoscia e di ansia, la solitudine, che probabilmente porterebbero a un suicidio e quindi alla ricerca di una fine, che possa essa sembrare una via d'uscita piuttosto che la fine di tutto, per questo probabilmente "amata". Un viaggio introspettivo intricato e pieno di oscurità, che ci sovrasta pesantemente.

Black Blood

"Black Blood" (Sangue Nero), uscii come singolo di anteprima dell'album, e contiene i riff più schizofrenici dell'album, il primo, è forse uno dei più memorabili, con un drumming terribilmente epilettico frutto di un'idea dietro sia dal punto di vista tecnico che da quello compositivo veramente spaventosa. Ma la vera importanza di "Black Blood" è un altra, non tanto dal punto di vista del testo, bensì da quella del titolo; riflettiamo un attimo su tutto quello che abbiamo immagazzinato finora, un uomo che muore, tormentato, da qualcosa dentro di se, si va ovviamente per ipotesi, e poi sangue nero? e se si stesse parlando di una macchina? Di un costrutto, ricordiamo il farsi da parte, per la ricostruzione/rinascita, il freddo di cui viene fatta menzione nel primo brano; "From the Dust of This Planet", i titoli stessi, l'oppressore, che potrebbe essere la mente esterna, il programmatore del costrutto in questione. Il sangue nero, petrolio? Nulla è certo, ma troviamo il tema del rapporto uomo/macchina anche nei già citati "Meshuggah", e sopratutto nella produzione di quest'album; sia a livello di suono, curato e "pulito", sia a livello di tecnica, il disco sembra tutt'altro che umano. Possiamo ipotizzare che siano tutte scelte mirate ad un'alienazione da tutto ciò che circonda l'essere umano, i sentimenti, le emozioni, tutto è freddo, opprimente, distante. In questo caso, l'album acquisterebbe tutto un'altro significato e un'altra luce, altrettanto, e se non più, interessante. Una rivelazione che ci invita a riflettere, e ad ascoltare ogni passaggio con ancora maggiore attenzione. Ritornando alla musica invece, mi sento di sottolineare il finale del brano, in cui un riff viene ripetuto in loop, con una classica automazione sul volume (abbassamento costante), e proprio quando il volume sembra arrivato a livello zero, e quindi il brano sembra volto al termine, lo stesso riff riparte a volume massimo, improvvisamente, per poi chiudere la canzone di botto, cosa alquanto non convenzionale, ma non serve neanche che lo dica.

Sets

Anche il riff di apertura di "Sets" (Set), è memorabile, uno dei riff identificatori dell'album e dell'intero stile dei "Car Bomb". L'alternarsi di accordi di tono bassissimo, e note armoniche "pitchate" altissime, in una ritmica distorta come al solito, con le note basse che continuano a muoversi progressivamente verso note sempre più grevi, mentre quelle alte che si muovono verso altre sempre più acute. Un'idea geniale, riuscitissima, che crea una sensazione disturbante, mantenendo il solito groove di cui ormai quasi non ci stupiamo più. Anche in questo brano abbiamo un'ospite d'onore, sempre nel reparto vocale: "Frank Mullen", vocalist dei "Suffocation". "Mullen", ci offre un intervento degno di nota, con un growl profondissimo, e si prende una piccola parte del brano tutta per se, aggiungendo sofferenza e dolore per le nostre orecchie che ormai chiedono pietà. Chi ama il Metal estremo come il sottoscritto sicuramente apprezzerà. Apprezziamo in questo brano la presenza di un basso molto solido, quasi distinguibile dal sound generale. Interessante è anche il gioco sul "panning" (in un'uscita stereo, il posizionamento del suono da destra a sinistra) delle chitarre, che sembrano inseguirsi e circondarci ai lati. Inoltre la sezione finale del brano, occupato da un altro momento disteso, con un drumming quasi Jazz, e chitarra pulita arpeggiata. Ritorna in chiusura il riff citato all'inizio, a concludere il brano come era cominciato.

Cenotaph

Ci addentriamo nell'ottavo brano, si può dire che l'attenzione potrebbe iniziare a calare un minimo; i riff tornano violenti in "Cenotaph" (Cenotafio). Ci sembra quasi un brano già sentito, forse infatti il più debole dell'album, anche se i riff restano sempre molto piacevoli, scorrevoli e accattivanti. Strutture dinamiche, tempi non lineari, insomma la solita formula che ormai conosciamo, l'unico problema è che arrivati all'ottavo brano questa sensazione inizia ad essere pesante. È anche vero che dovevamo aspettarcelo, abbiamo capito fin dall'inizio che non ci sarebbero andati alla leggera, e aspettarci una ballad, o un'altro brano alla "Gratitude", sicuramente sarebbe stato ingenuo da parte nostra. No, "Cenotaph" picchia dura come se non avesse nulla alle spalle, e non da segni di cedimento, il sound resta solido, e seppur la monotonia si affaccia per un attimo a cercare di prenderci, la solita classe nella ritmica la scaccia via, e riprendiamo a muovere la testa quasi ormai ipnotizzati dal vortice che ci circonda, andando a realizzare, che dopo questo, mancano ancora due brani. Il cenotafio è un monumento sepolcrale privo del cadavere, viene eretto solo per ricordare la persona sepolta in un altro luogo, e di fatto significa tomba vuota.

Lights Out

Un rumore quasi Industrial Noise di sfondo, apre le danze a quelli che sono dei riff, che nonostante abbiamo sentito per tutto l'album fino ad ora, riescono a stupirci ancora una volta. In "Lights Out" (Luci Spente) tutto lo stile "Meshugghiano" viene fatto proprio e reso personale in questi passaggi maniacali. Sembra quasi di sentire una versione diversa di "bleed", come fosse un piccolo omaggio dei "Car Bomb" ai grandi maestri svedesi, mantenendo comunque uno stile personale e senza ricadere nel citazionismo esagerato, che in alcuni casi prende il posto dell'originalità, magari per carenza di idee solide. Quando il riff torna, verso metà brano, trasmette delle sezioni veramente opprimenti, per me, in assoluto uno dei riff più divertenti, si fa ascoltare, e quasi viene da mandare indietro il brano per sentirlo ancora una volta. Qua possiamo dirlo, "Greg Kubacky" si è dato da fare, e ha trovato soluzioni veramente interessanti. Protagonista assoluto, in realtà tranquillamente come tutti gli altri membri del gruppo, in quanto ogni strumento ha il suo spazio, troviamo anche spesso, sezioni di basso isolato, o magari con la batteria, tramite i quali possiamo gustare un suono eccezionale donato in post produzione a questo strumento. Le ultime smitragliate furiose e allucinogene chiudono il brano, quasi di botto, per passare alla vera e propria conclusione dell'album. È interessante come venga trattato il concetto della luce negli ultimi due brani, da "luci spente", quindi sicuramente luci artificiali, che quindi non hanno durata illimitata, al sole infinito. Come se ci volesse ricordare che abbiamo una fonte di luce naturale infinita, che appunto al contrario delle macchine del mondo artificiale non perisce mai. Questo ci rimanda anche a un rapporto menzionato nel brano tra un passato lontano, e un futuro di dubbia durata, come se ci si stesse muovendo nella direzione sbagliata.

Infinite Sun

Da una parte sembrava non arrivare più, l'ultimo brano, la resa dei conti, dall'altra parte, ci rendiamo conto che ci resta un ultimo episodio di riff matematici e intricati e quasi ci scende la lacrimuccia. Ma i "Car Bomb" hanno ancora in serbo per noi un'ultima perla; i riff di apertura di "Infinite Sun" (Sole Infinito) quasi parlano, ci vogliono dare il colpo di grazia, carichi di tensione ma con una tempistica decadente e rallentata, simili al riff di apertura di "From the Dust of This Planet", il brano di apertura. Ma subito tornano le lame taglienti, affilate, che ci danno colpi qua e la, per poi lasciare spazio a una sezione in cui riprendono il loro spazio le vocals pulite di "Dafferner", per riavere una breve ventata di aria fresca. Poi torna addirittura quel timbro Sludge, con le solite mazzate, come se fosse una sorta di riepilogo di tutto ciò che abbiamo sentito fino ad ora. Il vortice ormai si tinge di tutte le sfumature che abbiamo già visto e che riconosciamo, in mezzo a un caos generale, un caos pero definito e geometrico. Impossibile non parlare per ossimori di fronte a una musica così pensata. In questi ultimi due brani, troviamo riferimenti a un passato, che si "riavvolge nel vuoto", ripetendosi ogni volta ma non venendo mai considerato, come se non esistesse più, e riferimenti a un futuro, che anch'esso non è destinato a durare. Un altro riferimento importante, è il "loro" a cui parla spesso il testo, probabilmente volendo intendere i creatori della macchina, coloro che hanno preso i "nostri" cuori, strappandoli via dal corpo. Senza cuore, figuratamente la persona smette di essere umano, quindi sembra tutto rivolto a una morte della persona e alla ricreazione di essa in una macchina, tempi che restano comunque molto criptici all'interno dell'album e sui quali non possiamo avere la certezza assoluta. Certo rimane il fatto che vedere i testi da questo punto di vista rimane il più consono soprattutto per quanto riguarda il rapporto di essi con la musica, e anche il più affascinante probabilmente.

Conclusioni

Alla fine di questo viaggio, dopo il bombardamento di informazioni e di impulsi al quale abbiamo sottoposto il nostro cervello, ci rendiamo in realtà conto di quanto "Meta" sia un album solido; ben concepito, mai prolisso, con idee interessanti e sempre innovative, attaccato a un suono che viene direttamente dall'ambito Djent, ma che strutturalmente e compositivamente abbraccia largamente la natura più profonda del Mathcore, portando a un miscuglio del tutto omogeneo di questi due generi, che come dimostrato si sposano benissimo, e riescono a dare un risultato decisamente maturo. Si parla sesso, soprattutto in generi come questi, di musica prodotta a tale livello tecnico e maniacale, che il tocco umano quasi sparisce, in funzione di una estrema digitalizzazione anche per quanto riguarda la produzione, che si lancia in una minuziosa pulizia del suono. Trovo invece che qui la disumanizzazione sia più che altro presente a livello concettuale, che sia estremamente funzionale per come è concepito l'album e per il tema che probabilmente l'album affronta, andando a potenziare questo dualismo uomo/macchina, non solo a livello tematico e testuale, ma anche a livello musicale, andando a coinvolgere direttamente il suono. Perché il suono è musica, e la musica è comunicazione, che si avvale strettamente del suono per comunicare. In effetti la produzione ha sempre un ruolo fondamentale per quello che poi il risultato finale dell'album, per come arriva al fruitore, che riesce a cogliere le sensazioni in buona parte proprio alla produzione. In genere la massima distinzione che si può fare, parlando del rapporto produzione e sensazioni, è secondo me una produzione calda o fredda. Questo si ottiene in svariati modi, in base a varie scelte che il tecnico del suono o produttore intraprende per arrivare al risultato finale. In genere, come in questo caso, dipende quanto si va a toccare il suono, che sia ad esempio per le tracce di chitarra, discorso che poi si può estendere ovviamente a tutti gli strumenti, e si va a modificarlo, con l'intento di pulirlo, tagliando magari alcune frequenze rumorose tipiche delle distorsioni che passano per amplificatori, o andando a lavorare sul riverbero della registrazione stessa. Ovviamente un brano acustico, con un riverbero ben rimarcato, il suono delle dita sulle corde e alcune sporcizie del suono volutamente trascurate, ci trasmettono in genere sensazioni calde. Chiaramente questo risultato viene ottenuto anche a livello compositivo, nessuno dei due ambiti trascende l'altro, insieme devono convivere andando a costituire ciò che si vuole trasmettere, anzi direi più che la produzione deve riuscire a seguire e rimarcare il materiale elaborato, valorizzandolo in funzione delle sensazione che bisogna ottenere. In questo caso, il tema uomo/macchina viene espressamente valorizzato dall'ambito musicale e da quello della produzione del suono, sembrano quasi automi ai vari strumenti, con i riff taglienti e geometrici, come fossero appunto prodotti direttamente da computer calcolatori e intelligenze artificiali. Il tema affrontato mi riporta al film "Metropolis" di "Fritz Lang", del 1927, in cui troviamo un futuro distopico fatto di industria, grattaceli e lavoratori schiavizzati, per non parlare dell'invenzione dell'uomo/macchina dello scienziato, inventore anche delle macchine che operano nella città. L'inventore riesce a copiare l'esteriorità di una donna e la trasferisce al robot, che dunque è creato a perfetta somiglianza di una persona vera. Il titolo dell'album "meta", potrebbe riferirsi effettivamente al concetto di trasformazione, di mutamento, ma anche di trasposizione, o metamorfosi. Insomma tutti significati che risultano pienamente in linea con le ipotesi appena fatte. In conclusione, tornando invece al discorso musicale, "Meta" è una fabbrica di riff, e contiene al suo interno, idee strutturali geniali. Ci si potrebbe soffermare su ogni passaggio ritmico e analizzarlo nel profondo, ma in quel caso mi dilungherei fin troppo, e non è che sia stato breve finora. Dunque questo è stato un album necessario, sia per il panorama del Metal contemporaneo, sia per i "Car Bomb" stessi, che forse grazie a un suono cosi ben curato, e cosi funzionale, sono riusciti a elevarsi, e raggiungere un posto di tutto rispetto nell'ambito. Spero vivamente vengano riconosciuti maggiormente per il loro lavoro, perché meritano davvero molto, per la loro proposta decisamente originale, e piena di maturità stilistica e compositiva. Chi li accomuna a vari altri cloni dei "Meshuggah" dovrebbe davvero dare un ascolto più approfondito, cercando magari di vedere l'album in un'ottica diversa, magari più propositiva. Per tutti questi motivi l'album si prende un bel nove su dieci, nel suo saper essere completo, solido e realmente divertente, per non parlare di quanto sia estremo, riuscendo pur sempre a distinguersi, rimanendo un album unico.

1) From The Dust Of This Planet
2) Secrets Within
3) Nonagon
4) Gratitude
5) Constant Sleep
6) The Oppressor
7) Black Blood
8) Sets
9) Cenotaph
10) Lights Out
11) Infinite Sun