CAMEL

Moonmadness

1976 - Decca

A CURA DI
ANDREA CERASI
13/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Da sempre la luna affascina l'uomo, lo coinvolge emozionalmente e lo influenza moralmente. Dall'alba dei tempi la notte conquista il cuore dell'uomo, lo fa attraverso il luccichio delle stelle, il buio soffuso che tutto avvolge e il silenzio del panorama, e questi ne canta le lodi con inni sacri. La pallida luna assurge a divinità argentata, una dea che si staglia nel cielo nero e che si palesa al crepuscolo del giorno, inondando il mondo con la sua bellezza eterna. Se la natura ha stimolato la creatività di migliaia di personaggi, dai pittori ai musicisti, dagli scienziati ai cineasti (basti ricordare "Viaggio sulla Luna" di Méliès, il più importante film del cinema primitivo), figuriamoci negli anni 60 e 70, quando gli occhi di tutti sono puntati proprio verso quella sfera ricca di antichi misteri e di ataviche paure. I Camel, inimitabili cantori di malinconie eterne, non possono essere esenti dal fascino proibito che la luna e la notte suscitano sul mondo. Se il primo omonimo album, pur essendo favoloso, non riscuote l'interesse del pubblico e dei giornali, tanto che la band è costretta a scindere il contratto con la MCA Records, i due seguenti, pubblicati dalla Decca, sono il trampolino di lancio e scolpiscono il nome Camel nel cuore di molti. "Mirage", dalla sconvolgente copertina che rielabora il pacchetto della popolare marca di sigarette, suscitando polemiche, e "Music Inspired By The Snow Goose", concept album strumentale ispirato all'omonimo racconto di Paul Gallico, anch'esso non esente da polemiche, ottengono vasto successo di vendite, lanciando la formazione nell'Olimpo del prog. Per la band inglese giunge il momento di raccogliere quanto seminato con la prima tripletta puntando direttamente alle vendite, ma allo stesso tempo senza snaturarsi. Intorno alla metà degli anni 70 la scena prog sta esaurendo le proprie energie, il punk bussa alla porta del music-business, l'hard rock si sta rafforzando per trasformarsi in heavy, e un nuovo sottogenere di hard melodico sta prendendo origine. Le prog band scendono a compromessi, rivoluzionando il proprio sound, addolcendo melodie, puntando maggiormente sulle tastiere, semplificando la struttura dei singoli brani. I Camel, testardi, procedono come da copione, seguendo il proprio istinto, e nel 1976 pubblicano uno dei loro massimi lavori, uno dei più grandi gioielli progressivi mai usciti, nonché il loro disco più venduto in carriera. "Moonmadness" nasce e si sviluppa in un particolare contesto: essendo un'opera altamente spirituale e introspettiva, assorbe il potere della natura per poi rilasciarlo sotto forma di musica. È tra l'autunno 1975 e l'inverno 1976 che il leader Andrew Latimer, chitarrista e cantante della formazione, fa trasferire tutti in una fattoria, in modo tale da buttare giù le prime idee. Il clima è freddo, l'atmosfera bucolica è rilassante, ma nella mente dei musicisti aleggia l'idea di un casale stregato. Durante la notte i ragazzi fanno sogni strani, forse influenzati dai racconti serali narrati dal tastierista Peter Bardens, che racconta loro di storie magiche e alienanti. Le sue parole sono influenzate dal lavoro del padre, popolare scrittore di libri sull'occulto. "La follia dell'uomo prende origine dalla notte, sotto l'influsso della luna" ripete spesso, incutendo un certo timore nei compagni di squadra. Eppure, nonostante le visioni notturne e le immagini spettrali evocate dal tastierista, la band decide di focalizzare le proprie forze sulla stesura del nuovo album. Deve essere un album sorprendente: permeato da atmosfere oniriche, da sogni inquietanti, dagli spiriti della natura e, ovviamente, dalla follia creata dalla luce lunare. Latimer assegna ai compagni dei temi attraverso i quali raccontare se stessi, le paure e gli istinti che smuovono le emozioni, in modo tale da dare una dimensione intima all'interno album. "Moonmadness" viene elaborato come fosse un concept album intimista, dedicato all'influsso della luna e agli spiriti della natura, ed è anche un lavoro che racconta la personalità dei singoli musicisti coinvolti, perciò possiede una forma caratteriale molto profonda e audace: Latimer si mette a nudo nella splendida "Air Born", dove rivive ricordi d'infanzia, Peter Bardens racchiude la sua anima nella perla malinconica e astratta di "Spirit Of The Water" e nella strumentale "Chord Change", la personalità del batterista Andy Ward viene evocata nell'intro "Aristillus" e nella seguente "Song Within A Song", mentre il carattere del bassista Doug Ferguson è presente nell'impetuosa e schizzata "Another Night". La conclusiva "Lunar Sea", lunga suite space rock, racchiude gli spiriti di tutta la formazione. In tutto ciò, oltre a raccontarsi, tutti cantano alternandosi nei singoli pezzi, palesandosi come musicisti completi e pienamente coinvolti in questa magnifica opera.

Aristillus

Il cratere Aristillus è situato nella parte nord orientale della faccia visibile della luna. Quando la band sta buttando giù le prime idee sul tema portante da registrare, ecco che il batterista Andy Ward propone a Latimer di unire il carattere personale dei singoli pezzi al potere antico della luna, riducendo il tutto a uno stato primitivo governato dall'influsso della natura. Ward è un avido lettore, affascinato da mondi paralleli, dalla fantascienza e dal cosmo, proprio in questo periodo sta leggendo un interessante saggio scientifico sulla luna, nel quale compaiono i vari nomi dati ai crateri più grandi. Uno di questi viene chiamato Aristillus, nome che evoca tante sensazioni contrastanti: è un nome antico, che riporta a epoche lontane che affondano nel mito, all'alba dell'uomo, ed è un nome affascinante, che introduce perfettamente la tematica presa in esame dalla band, ovvero la luna. Inizialmente intitolata "Aristillus And Autolycus", come i due crateri lunari che si estendono nella parte a nord del satellite terrestre, questa semplice introduzione viene dopo poco modificata per motivi di pronuncia, non semplice da scandire, specialmente per degli anglofoni. E così "Aristillus" si pone come intro strumentale di breve durata, dedicata appunto a Ward, ideatore del tema, anche se in questo caso le sue percussioni non sono presenti, essendo tutto il pezzo costruito sull'alienante tappeto tastieristico di Bardens e sul flauto di Latimer. La musica è serena, trasmette benessere, e sembra raccontare dello sbarco lunare. Se facciamo caso agli strumenti coinvolti e al loro utilizzo, il basso possente di Ferguson bombarda le casse, facendo il verso a un reattore, motore dello Shattle, mentre le tastiere sembrano il pannello di controllo della navicella, intenta ad atterrare con delicatezza. Il flauto invece trasmette sensazioni ancestrali, come fosse un rimando alla natura antica dell'umanità, quando sognava di andare nello spazio. Una intro efficace che spara l'ascoltatore alto nel cielo, oltre la stratosfera, in direzione di quella luna così lontana ma che tutti noi abbiano nel cuore, che sentiamo dentro nelle viscere, come se ci appartenesse da sempre.

A Song Within A Song

Ward esordisce col suo incedere notturno nella brillante A Song Within A Song (Un canto dentro al canto), lunga traccia inno alla notte e all'oscurità, avvolta da un mistero arcano e da paure recondite. Come al solito, la chitarra di Latimer si impone con un arpeggio nostalgico e straziante, evidenziando un dolore lancinante che va dritto al cuore e ai nervi dell'ascoltatore. Le tastiere cullano nel dolce mare della mente, trasmettendo armonia, e lo stesso fa il flauto, dolcissimo e somigliante a una cantilena che viene sussurrata all'orecchio. Doug Ferguson entra in scena come vocalist, la sua voce è soffusa, onirica, filtrata da effetti sonori che avvolgono come in un sogno: "Il sole ha lasciato il cielo, ora puoi chiudere gli occhi e lasciare il mondo fino a domani. Il sogno è come un canto che ti porta avanti e avanti. Il pifferaio suona la sua melodia e tu devi seguirla". La dimensione è notturna, il brano ci racconta della notte, quando il sole sparisce oltre le colline e il freddo cala sull'animo umano. È una dimensione sospesa, accolta con serenità perché portatrice di sogni e di speranze. È anche una sorta di introspezione, la notte porta consigli, serve come autoanalisi, e in questo caso i musicisti indagano nel proprio intimo, andando in profondità. Gli effetti sonori ricreano lo scenario sognante, è tutto così astratto, nel buio seguiamo la melodia del flauto, che fa da guida per le anime vaganti nella notte. Un canto dentro al canto, il titolo è metafora di questa introspezione, sentiamo l'eco dei nostri ricordi, dormiamo rassicurati. Latimer si lancia in un agrodolce assolo di flauto, introducendo la seconda parte di questa lunga traccia, Ferguson riprende a declamare: "È così lontano il cielo, non sappiamo il come o il perché, realizzi che questo sentimento durerà per sempre. E in un altro giorno vedrai che i tuoi sogni si infrangeranno. Ma tu e la tua canzone resterete insieme in eterno". Questa volta, la paura fa capolino, se nella notte i toni sono calmi e rassicuranti, si intravede il timore per un nuovo giorno, pronto a sorgere. L'alba e la luce ricordano alle anime la loro natura mortale, i pericoli della quotidianità, quando si è vigili, mentre la notte e il sonno, al contrario, rappresentano un luogo di pace, dove la mente vaga nei meandri del sonno e si sente al sicuro. Il sogno è benefico, la luna è metafora di solitudine, di benessere, di lontananza dal pericolo della terra. I toni espressi dal brano sono tranquilli, placidi, persino l'assolo di chitarra è cullante, fatto di pura astrazione, e si dilunga dando poi spazio all'incisività della batteria, che da un certo punto in poi prende il sopravvento, quando il tempo cambia improvvisamente, trascinandosi in una splendida fase strumentale. Tastiere e batteria si dividono la scena, concentrandosi in suoni futuristici, provenienti da un altro mondo, che saranno adottati poi in un album come "Breathless". La sensazione di malinconia è sempre presente, la chitarra di Latimer e le tastiere di Bardens sono pianti di gioia, quasi un saluto alla notte che svanisce.

Chord Change

Latimer attacca famelico in Chord Change (Cambio di corda), probabilmente la traccia armonicamente più complessa perché schizofrenica, lunatica, come la personalità di Peter Bardens, a cui è dedicata. Si tratta di una strumentale costruita tutta sulla chitarra elettrica, la quale si divincola in una serie di assoli da capogiro, momenti schizofrenici, che fanno girare il capo, dando l'illusione di ritrovarsi nella mente del soggetto indagato, in questo caso Bardens. Il basso di Ferguson è micidiale, dialoga per tutto il tempo con la chitarra, e poi il tutto viene contornato da cori alieni, che ci trasportano nello spazio. La mente è un micromondo simile allo spazio, un buco nero funestato da immagini, ricordi e pensieri astratti. Si rievoca una certa sensazione di ossessione, di asfissia, come di un'astronauta perduto nell'universo e in balia del vuoto. Se la prima parte è feroce, il cambio di tempo è dietro l'angolo, così la strumentale si addolcisce improvvisamente, la chitarra tentenna, le sue corde vengono punzecchiate con delicatezza, dunque arrivano le tastiere a dare man forte. La fase finale riprende ritmo, il brano accelera, conducendo con sé sogni e fantasmi del passato. Il "cambio di corda", secondo le parole del leader, indica il carattere variabile e lunatico del tastierista, preda di crisi isteriche improvvise o di momenti di grande affetto. Insomma, una personalità complessa, proprio come la sezione ritmica.

Spirit Of The Water

Il momento più intimo del disco arriva con la magnetica Spirit Of The Water (Lo Spirito dell'acqua), ballata voce, piano e flauto dal fascino immortale. Prima canzone registrata per l'album, "Spirit Of The Water" è un canto stregato ispirato alla natura, in particolare alla forza del fiume, le cui acque scorrono irrefrenabili. Se il precedente pezzo è nevrotico e imprevedibile, questa perla ondeggia sinuosa e placida per indicare i momenti riflessivi di Bardens, ed è proprio lui a porsi dietro al microfono. "Guarda le luci riflesse sull'acqua, che vanno e vengono, nel frattempo le puoi cercare, puoi vivere e puoi morire, e niente ferma il fiume che scorre". La voce è filtrata e soffusa, dà la sensazione di un fiume che scorre lento, senza problemi, ma è anche un'invocazione agli spiriti della natura, ispirata al "Siddhartha" di Herman Hesse e a "Salart The Salmon" dello scrittore Henry Williamson, due romanzi che proprio in quel periodo Latimer e Bardens stanno leggendo. "Tutto solo e tutti insieme, ogni giorno viene ciò che dovrebbe venire, e nel tempo ci ritroviamo tutti. Possiamo vivere e possiamo morire, e niente ferma il fiume che scorre". La filosofia di questo inno tribale è molto semplice e riprende il concetto di Panta Rei, tutto scorre, e nel frattempo si vive e si muore, si trascorrono le giornate in balia degli eventi. Ma prima o poi ci ritroveremo tutti, in un mondo che non conosciamo, e saremo anime che danzeranno al ritmo delle acque. La melodia di questa canzone è tanto fenomenale quanto inquietante, un vero capolavoro di intensità, massima espressione della band. Purtroppo il minutaggio è conciso, appena due minuti, due minuti di magia e di emozione che sfumano chiudendo il lato A.

Another Night

La canzone più scarna e potente dell'opera, dedicata alla personalità del bassista Ferguson, si intitola Another Night (Un'altra notte), pezzone dal carattere forte che ancora una volta esalta la bellezza della notte e della luna. La chitarra di Latimer si innalza in un fraseggio ipnotico, per poi iniziare le danze ondeggiando come in balia dell'oceano. Questa volta, alla voce troviamo lo stesso Latimer, che riprende il posto di vocalist primario, e così intona le sue strofe sognanti: "La nebbia svanisce davanti agli occhi, non riesco a vedere il cielo mattutino, il giorno arriva fin troppo presto, ma io sto aspettando la luce d'argento". L'animo del musicista è triste perché è sorta da poco l'aurora, mentre la notte è svanita, portando via con sé sogni e speranze. Il nuovo giorno sarà una lunga attesa, aspettando il ritorno della sfera argentata, divinità celeste, amica confortevole. Il ritmo è frenetico, nonostante la malinconia di fondo, ma ecco che si interrompe in quello che somiglia a un refrain, sospeso nel tempo e decisamente soffuso per via di un basso predominante che svetta su chitarre e tastiere, senza l'apporto della batteria: "Forse mi sto sbagliando, ma mi sento come la notte scorsa, quando stavo bene". La notte ha un influsso benefico sull'animo umano, la band fa di tutto per trasmettere all'ascoltatore questa dimensione salvifica, attraverso l'utilizzo di effetti sonori che richiamano la notte e il buio. Latimer si scatena ancora con una serie di fraseggi, poi riattacca con la seconda parte, costruita su un sofisticato e angelico tappeto di tastiere: "Il tramonto sta svanendo, sembra svanire come il mio corpo, come posso credere che tutto sia reale? Quando il nulla inizierà a fermare questa ruota?". In questo caso, il giorno sta per terminare, la luce sta facendo spazio al tramonto, l'uomo accoglie il buio a braccia aperte, perché sa che ora starà bene. Ma la notte è sinonimo di morte, di oblio assoluto, un oblio che cancella ogni preoccupazione, e così anche il suo corpo sembra svanire nel nulla. È tutto reale oppure no? Come in un sogno, l'uomo non riesce a distinguere la verità, ma gli va bene così, la notte è finalmente giunta, il luogo dei sogni e delle illusioni dove tutto è perfetto e accogliente. Si aspetta la fine dei tempi, il nulla che tutto divora, fermando la ripetizione dei giorni e della quotidianità. Un canto disperato, vissuto però con serenità. Ferguson si rende protagonista con un giro di basso clamoroso, poi ancora la chitarra elettrica e il sostrato di tastiere, ma il basso sembra un cuore che palpita in attesa della fine. Una marcia funebre di grande impatto ci consegna l'unico singolo dell'album, non esattamente semplice e radiofonico, ma quello più assomiglia alla forma-canzone. Elaborato ma abbastanza orecchiabile per via di una melodia strepitosa e un incedere geniale. La coda finale è una delizia, tra riff di chitarra e assolo di tastiere, interviene Ward alla batteria a contrastare i battiti di basso, poi ancora un solo di Latimer, in un'alternanza tra i vari strumenti che ha dell'incredibile.

Air Born

Tocca ad Andrew Latimer rendersi protagonista delle liriche, così come nel pezzo precedente anche in Air Born (Nato in volo) è la sua personalità che viene messa in risalto. Per elaborare questo gioiello progressivo, il vocalist fa un salto indietro nel tempo, ripercorrendo le tappe della sua infanzia e della sua adolescenza. I ricordi sono frammenti velocissimi e astratti, non memorie concise: "Vola in alto l'aliante, distendi le ali e vola alto sulle nuvole. Nato in volo, come vortice, così impegnato a fare cerchi nell'aria, senza mai toccare il terreno". La sensazione di libertà e di volo è data dal flauto, somigliante al cinguettio di un uccello che vola libero osservando il panorama, la sua terra selvaggia. Latimer afferma che il pezzo è anche un elogio al suo spirito inglese. La melodia è struggente, un vento che porta con sé ricordi lontani, l'accompagnamento delle tastiere è geniale, riempie il cuore di emozioni profonde, dunque arriva la chitarra a lacerare anima e mente. "Vedi il mare, senti il cielo, non sai dove stai andando a morire, non conosci le risposte a ciò che ti balena in mente. Cavalca il vento e rifai il giro con la marea". Lo spirito vaga nel cielo, con le sue ali spiegate, senza meta. Sa che prima o poi morirà, ma la sensazione è bella e si gode il momento. Le linee melodiche sono romantiche, di una bellezza da togliere il fiato, l'estasi giunge velocemente, raggiungendo l'acme nella fase centrale, quando la sezione ritmica si quieta, tempestata di effetti sonori che richiamano le onde del mare e il soffio del vento. "La vita ti conduce in alto, e poi ti trascina giù. Il dolore cambia ma rimane sempre, ma tu continua a muoverti veloce, attraverso il vento e la pioggia, e se il mondo continua a girare tu alla fine tornerai di nuovo". La vita è una ruota, tutto fine e poi ricomincia. L'uomo rivive il suo principio e assapora la sua fine, e intanto si gode gli attimi, emozionandosi trasportato dal vento e sotto i colpi della pioggia. Una canzone intensa, frutto del genio di questa band immensa e di un leader che sa sempre come accarezzare le corde del cuore.

Lunar Sea

Arriviamo sulla luna, atterriamo placidamente e davanti ai nostri occhi si palesa un paesaggio desertico e solitario: Lunar Sea (Mare lunare) è una lunga suite space rock, perfetta per le tematiche trattate e che racchiude in sé tutte le personalità dei musicisti coinvolti. Questo immenso pezzo trasporta la band verso i suoni che adotteranno nel seguente album, "Rain Dances", dai toni più soffusi e dispersivi, anche più psichedelici. In questa strumentale c'è tutto: tecnica, emozione, personalità, sperimentazione. Il genio dei Camel raggiunge il suo apice, raffigurando un paesaggio lunare, solitario. Le tastiere di Bardens sferzano l'aria con dolci ricami, in sottofondo si ode l'effetto sonoro delle bolle d'acqua, come se ci trovassimo in presenza di una vasca termale naturale. Basso e chitarra entrano in scena timidamente, per poi aumentare di volume, facendo prendere forma al brano. Il giro di basso si staglia in mente sin da subito, restando costante per tutto il tempo, mentre le tastiere sperimentano suoni differenti ogni minuto, denotando una dimensione futuristica di grande impatto. La parte centrale è quella meno mobile, appoggiata solo su tastiere ripetitive e ossessive e il giro di basso, ma nella terza parte la band si scatena, a cominciare alla chitarra elettrica che qui viene lasciata a briglie sciolte, libera di esprimersi, prendendosi tutta la fase finale. Le tastiere ritornano negli ultimi momenti, e poi svaniscono trasformandosi nell'eco di un vento gelido che batte sul grigio terreno lunare. Su alcune stampe in vinile, oggetto di collezionismo, l'effetto del soffio di vento viene spezzato e ripetuto più volte, creando un finale quasi infinito e straniante.

Conclusioni

Realizzato nei Basing Street Studios, gli stessi studi che hanno dato luce ad album che hanno scolpito la storia come "Led Zeppelin IV", "Aqualung" dei Jethro Tull e "Selling To England By The Pound" dei Genesis, "Moonmadness" è un album magnetico e pieno di energia lunare, composto da mille effetti sonori che vanno a ricoprire le voci, rendendole notturne e soffocate, mixate tra loro come gocce d'acqua per dare una sensazione di astrazione e di liquidità, ma anche di spazio profondo. Ascoltare un album del genere significa liberare la mente per partire per un lungo viaggio cosmico in direzione della luna. I Camel, in questa occasione, tralasciano i ricami folkloristici tipici della scena di Canterbury per puntare maggiormente sugli effetti dello space-rock, dando al lavoro una dimensione psichedelica davvero trascinante. La natura sognante e notturna di questo splendido affresco musicale si rispecchia nella copertina di John Field, ai quali i Camel si rivolgono per mettere in immagini le allucinazioni prodotte dagli strumenti. Field crea un paesaggio quasi spettrale, tipicamente lunare, se non fosse per qualche particolare naturalistico, ma che al contempo rassicura gli animi. Al centro del riquadro figurano due persone dalle sagome sgranate, nude e che si abbracciano fino a fondersi, che osservano la luna, alta nel cielo, come due primitivi che venerano la loro divinità. È un'immagine potente e che suscita parecchie emozioni: la desolazione, la malinconia, la speranza di una vita oltre lo spazio. Il tono cupo dei colori, un po' sbiadito, fa immergere in questo microcosmo intimo (e lo stesso la cover americana, dove campeggia un cammello in tuta spaziale), nella struggente musica di questa band geniale, purtroppo mai capita dalla critica dell'epoca, da sempre snobbata, ma che invece ha saputo creare opere immortali, dei veri e propri capolavori di prog rock che hanno ben pochi rivali nel mondo. La chitarra riconoscibilissima di Andrew Latimer è uno strumento dotato di vita propria che lacera l'anima, le cui corde sono fitte di una malinconia che trasuda in ogni singola nota, la sua voce sognante si amalgama con il clima onirico della musica, le tastiere di Bardens, invece, dipingono mondi allucinati e oscuri, dove mistero e attrazione spingono l'ascoltatore a restare ipnotizzato ogni secondo. "Moonmadness" è un lavoro enorme, uno dei più grandi gioielli mai concepiti in ambito prog, inno agli spiriti della natura che tutto governano, inno ai nostri sogni di evasione verso quella luna così lontana eppure così vicina. È un disco fondamentale non solo perché ha sedotto intere schiere di musicisti, come ad esempio Mikael Akerfeldt degli Opeth, che lo considera il suo disco del cuore, ma è importantissimo anche per il percorso della formazione inglese, visto che è l'ultimo con la line-up originale: a seguito del relativo tour, che fa sold out in tutti gli Stati Uniti e che raccoglie ottimi successi in Europa, il bassista Ferguson lascia il gruppo. A questo punto i Camel si trovano in un periodo di incertezze, e tali dubbi trovano conferma nel suono adottato da qui in poi, quando sfornano il bel concept "Rain Dances", quasi interamente strumentale e vicino a un certo tipo di jazz, dai toni maggiormente distesi, per poi assorbire, dopo solo un anno, le influenze del nuovo rock melodico americano, definito AOR, con le quali flirtano nei seguenti "Breathless", favoloso, e "I Can See Your House From Here", abbastanza buono. Se "The Snow Goose" rende i Camel popolari in tutto il mondo e fa ottenere loro un grandissimo successo gli U.S.A. e in Oriente, "Moonmadness" corona la prima fase del combo inglese, ponendosi come via di mezzo tra le due anime della band, quella estremamente progressiva e quella più concisa e melodica. Il risultato è ovviamente voluto, appoggiato, tra l'altro, dall'etichetta discografica, che consiglia ai nostri di tornare alla musica cantata (dopo la parentesi strumentale) e di dotarla di melodie vincenti, in modo tale da spingere nelle classifiche. Nonostante la rivoluzione del suono e gli intenti commerciali, la musica dei Camel resta estremamente difficile, in questo album come quasi in tutti gli altri, costituita da lunghissime parti strumentali, assoli sperimentali ed effetti sonori allucinati che stregano al primo ascolto. Una band dotata di un talento inimmaginabile, ricca di sfumature sonore e coraggiosa nella sperimentazione, ma che ha sempre faticato a imporsi in una scena piuttosto ristretta che ha dato tanto a pochi e poco a molti. I Camel avrebbero meritato venerazione eterna, non solo per un disco fenomenale come "Moonmadness", ma per una carriera che ha dell'incredibile che ha permesso loro di pubblicare una lunga, lunghissima serie di album stupendi, senza mai sbagliarne uno. Cosa rara, ma a quanto pare non impossibile per un artista come Andrew Latimer.

1) Aristillus
2) A Song Within A Song
3) Chord Change
4) Spirit Of The Water
5) Another Night
6) Air Born
7) Lunar Sea