BURZUM

Umskiptar

2012 - Byelobog Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
13/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Nel corso degli anni e con l'avanzare delle varie pubblicazioni (delle quali abbiamo ben disquisito in precedenza), è stato possibile comprendere il fatto che il minimo comune denominatore, per quanto riguarda l'intero progetto Burzum, è stata la sperimentazione, senza ombra di dubbio. Gli anni passati a doversi vedere recluso tra le fredde mura e le asettiche sbarre del bagno penale portarono il nostro Varg  ad un livello di coscienza e conoscenza delle proprie origini non proprio fine a se stesso. Di fatti, grazie alla messa a disposizione di numerosi manoscritti, monografie, pubblicazioni e testi antichi (come l'Edda in prosa Sturluson), ma - soprattutto - grazie alla passione ed all'inevitabile, nullafacenza forzata, Varg Vikernes riuscì a crearsi una propria fitta rete culturale, apprendendo febbrilmente e voracemente di quelle genti che abitarono al Nord: delle loro usanze, del loro folklore, allargandosi su molti altri punti di vista; per farla breve, si interessò anche a saggi e temi per quanto concerne l'aspetto giuridico, politico, religioso,  sulle usanze in senso più "spirituale" del termine e così via, tanto che arrivò a scrivere persino libri riguardanti le pratiche magiche e pagane (ndr, "Sorcery and Religion in Ancient Scandinavia"). Sebbene stiamo parlano di tempi - per così dire - passati, non possiamo non prenderli in considerazione data la violenta cesura che rappresentarono, sotto molti aspetti. Facendo un ulteriore passo indietro, la significativa cesura personale ed artistica che rappresentarono gli anni di prigionia si rifletterono nella totale visione delle cose, per ciò che concerneva l'immaginario politico e religioso del Lupo di Bergen; se l'intero progetto era stato iniziato, agli albori degli anni novanta, dal Nostro,  per la sola volontà di "voler far qualcosa", di "non voler vivere come e tra le pecore" ( a detta sua), con l'incedere del tempo e della maturazione artistica e personale il pensiero di "voler dire" qualcosa si fece sempre più prominente. Se con i precedenti album ambientali "Daudi Baldrs" e "Hlidskjalf" (tra l'altro registrati in prigione, e che vi invito a visionare) aveva dato un assaggio, continuando poi la degustazione musicale con "Belus", con "Umskiptar", la dicotomia burzumiana di fare musica e renderla didascalica raggiunse il suo acme.  Mai prima d'ora Varg si era promesso di realizzare qualcosa di così ancorato alla "tradizione", soprattutto a livello delle liriche, del tutto estrapolate dal poema norreno "Völuspá" (trad. La profezia della Veggente) in cui viene raccontata, da una Völva (veggente) ad Odino,  la storia della creazione dell'Universo e della sua conseguente Fine. La metamorfosi (concetto da tenere ben a mente per tutto l'intero album, poi vedremo il perché) viene sottolineata in questo suo decimo lavoro - licenziato, ancora una volta, dalla "Byelobog Productions" nel 2012 - già osservando l'immagine di copertina e lo stile nuovo della grafica. Incorniciata, quindi,  da un layout del - già noto - designer Dan Capp, del tutto differente dai precedenti (trasformato, per l'appunto ); troviamo un dipinto del celebre artista norvegese ottocentesco Peter Nicolai Arbo, conosciuto grazie all'utilizzo, da parte di altri artisti, di alcuni suoi dipinti, quali tra tutti "Asgardsreien", adoperato per l'acclamato "Blood Fire Death" del Maestro Quorthon come artwork del suddetto (leggendario) platter. La raffigurazione scelta da Varg per rappresentare al meglio "Umskiptar", questa volta si focalizza sul dipinto chiamato "Nòtt" (che in Antico Norreno significa "Notte"), raffigurante la personificazione della Notte. Nonna del potente, forte e vincente Thor, Nòtt viene raffigurata come un'amazzone in sella al suo destriero nero (Hrímfaxi - tradotto in: "Criniera Brinata"); la cui bava, si dice, generi la rugiada che si trova poi durante le prime ore del mattino. In questa ridda attorno alla Terra, attraverso i confini del buio, verso le stelle più brillanti, si raggiunge quindi una metamorfosi. Forse è proprio questo che vuole suggerirci Varg: persino attraverso la Notte più buia (il suo passato), si raggiunge l'Alba di un nuovo giorno (questa sua Metamorfosi, infatti, sincerata anche dalla traduzione italiana del titolo dell'album ,riconducibile appunto al nostrano "metamorfosi"), con il tutto viene sottolineato dai primi raggi del Sole, i quali toccano con delicata rigidità la superficie delle nubi su cui la figlia di Nörfi si prodiga nella sua cavalcata incessante. Senza troppi indugi, iniziamo subito ad addentrarci in questo ennesimo lavoro targato Burzum, realizzato in associazione con il pluricitato Pytten e del produttore Dave Bartolini. Le location scelte per le sessioni di registrazione furono i "Grieghallen Studio" di Bergen, mentre per le sessioni di mastering il tutto venne trasferito a Londra, nei "Whitfield" studios. Quest'ultima operazione fu appannaggio totale di Naweed Ahmed, già collaboratore di Varg sin dai tempi di "Fallen". Curioso notare come Vikernes si sia affidato ad una persona non propriamente "europea", in barba a tutte le ridicole accuse di razzismo e nazismo mossegli durante gli anni. 

Blóðstokkinn

Il lungo monologo della Veggente invocata da Odino inizia con Blóðstokkinn (Bagnato nel Sangue). Due battiti di tamburo, poi il silenzio. Ancora una volta ed immediatamente la Volva elargisce la sua conoscenza. La voce profonda, ricercata ed importante del Nostro rende omaggio all'importanza di quanto viene professato: il vento ci accarezza l'anima in quel vasto territorio, ai margini del Midgard in cui ci troviamo. Circondati da imponenti montagne innevate ed acque cristalline che si affacciano verso il confine del Regno, adunati attorno al Fuoco Sacro e sotto gli immensi astri della Notte, si richiamano i grandi e piccoli figli di Heimdallr. La Terra trema, in attesa di venire a conoscenza di quanto è stato, e sarà, ed il cuore palpitante della stessa viene cadenzato dal battito del tamburo ritualistico. Sembra d'essere stati riportati in tempi vetusti, ad una cerimonia sciamanica sulle spiagge deserte delle coste scandinave. Rivolgendoci al Padre di Tutti, al grande Odino, che vuole venire a conoscenza di tutte le storie dei viventi, lasciamo che il Gjallarhorn di Heimdallr ammanti la visione di un'aria travolgente, scandita, passo dopo passo, dai battiti cardiaci del tamburo. 

Jóln

Con Jóln (Divinità) veniamo presi per mano lungo questo viaggio nottetempo.  Immaginate che le ceneri del focolare vengano lanciate in aria, da lì tutto si riesce a scorgere man mano che la Volva declama parola dopo parola. Sembra d'essere lì presenti, al freddo e al vento che muove la fuliggine creando le immagini della storia. Il climax della sei corde dà voce alla visione mentre immediatamente Varg si mostra come Veggente, declamando con una voce profonda, ritualistica, nell'atto di decantare le strofe: ci mostra i primi nati, i Giganti, gli Jotun, coloro che un tempo generarono quanto circonda, compresi loro stessi. Ci mostra i Nove Mondi della cosmologia norrena, i Nove Pilastri su cui regge l'Yggdrasil o Albero Saggio le cui radici penetrano nel suolo vergine, non ancora contaminato e primordiale. I battiti di tamburo vengono quindi sostituiti dai rintocchi cadenzati del crash mentre, parallelamente, le dita si destreggiano sulla sei corde con un ritmo circolare, reiterato e contemplativo. Immediatamente cala un momento di pausa in cui il ticchettio delle bacchette circoscrive l'atmosfera sostituendosi al crash, incorniciando l'ensemble melodico con il riff d'incipit. Il vento gela, le acque tremano, è così che la Natura sottolinea la sua presenza alla visione del primo Erilaz (Odino).  Lo slancio viene dato immediatamente quando la chitarra principale delinea il suo percorso sulle strofe e la duplice voce (graffiata e ritualistica, sovrapposte) prende il sopravvento: all'Inizio vi era solo il Tempo tra le cui pareti dimorava Ymir (Il primo gigante del ghiaccio), non vi erano né sabbia, né il mare, né le sue fredde onde; non si scorgeva né la terra né il cielo sopra di essa, nemmeno l'erba. Tutto era solamente il Ginnungagap o Abisso che si spalancava e da cui tutto ebbe inizio, e la cui immensità, volendo o dolendo, viene egregiamente espressa attraverso l'atmosfera di cui si permea con l'ausilio dei due stili canori; proprio questi ultimi si fanno da parte, sebbene li ritroveremo come peculiarità dell'intero platter, per far spazio alla voce ritualistica ed ampollosa; quel Vuoto Primordiale rimase invariato fino a quando i figli di Borr (Odino, Vili e Ve'), fecero emergere le terre e con esse Midgard o Terra di Mezzo; diedero luce al Sole che scorse, da Sud, sulle pareti di Pietra del Tempo e del Mondo e su quelle terre generate, germogli rigogliosi e verdi ricoprirono la superficie. Da Sud il Sole, compagno della Luna, con forza allungò il suo braccio verso i limiti del Cielo; immediatamente il rintocco di crash cambia l'atmosfera, si placa di nuovo, tutto quel ridondante complesso sonoro di sottofondo creato dalla doppia cassa e del gioco ed unione della linea ritmica e riff principale, lasciano spazio ad un'aria più incensata atta alle ultime due strofe prima di continuare : egli (il Sole) non aveva dimora, le Stelle non sapevano dove fosse la loro casa e la Luna era ancora ignara del suo immenso Potere. Ed allora, tutti gli Dei si ritrovarono sul proprio Trono del Giudizio e lì diedero nome alla Notte ed alle Fasi Lunari, al Mattino ed al Mezzogiorno come al Pomeriggio ed alla Sera. Il Tempo iniziò ad abbracciare gli anni ed il conteggio delle Ere ebbe inizio; allorché gli Aesir (gli Dei) si recarono nell'Iðavelli (un luogo ameno di assemblea delle divinità, prima della creazione di Asgarðr) e qui' iniziarono la Vita, accendendo focolari, costruendo altari ed utensili divini. Siamo giunti allora all'inizio della seconda parte del brano con una ripetitività non estenuate. Il battito delle bacchette, le note di chitarra le quali intonano lo stesso refrain evocativo e, contemporaneamente, semplice che caratterizza l'intero brano ci avvolgono nell'immediato. Dalle profondità emerge quel che sembrerebbe una risata diabolica che potremmo facilmente assimilare a quella immaginata per noi dal Nostro, del gigante Ymir (dalla cui morte ebbe inizio tutto). Riparte subito il blast beat leggero di batteria ed il ritornello delle parole recitato dal nostro con un tremolo picking della sei corde che si intromette tra il riff reiterato, raggiungendo il termine del brano stesso.

Alfadanz

Eccoci ora con Alfadanz (Danza degli Elfi). Subito ci abbracciano ed accarezzano l'anima delle note di piano con sfumature celtiche e medievali (quasi come Varg volesse volgere un accenno ai suoi lavori ambient precedenti) con le quali veniamo trasportati, senza troppo impegno, alla corte degli Aesir. All'improvviso però, glia angoli smussati di quelle note donate dal contatto delle dita del Nostro con i tasti  bicolore del piano, vengono limati e resi più acuminati, industriali, metallici, dal suono della sei corde, intimata dal lento procedere, in sottofondo, delle lisergiche e lente alternanze tra crash e battito della doppia casa; ecco che, poco dopo, il ritmo diviene più prominente: il crash scandisce con una velocità decisamente accelerata quel contorno di refrain intrapreso dal Nostro con la chitarra principale, mentre la ritmica incornicia l'atmosfera, accompagnando con il solo suono dato dal contatto limitate delle dita con le corde per poi passare all'ausilio di due semplici note. Qui gli Dei si divertivano e con grande piacere passavano le giornate a giocare a scacchi nel cortile del Regno, senza preoccupazione alcuna per le loro ricchezze, ormai ricoperti d'oro. Si staglia dunque quella duplice voce ricreata da Varg e che abbiamo già incontrato: sebbene le due ugole si differenzino per tecnica vocale (quella principale è sempre graffiata, mentre la seconda è una voce molto piùe intima), esse agiscono all'unisono, ricreando con facile e semplicità l'atmosfera giusta. All'improvviso giunsero preso quel luogo ameno, tre fanciulle dei Giganti, di straordinaria possanza e prestanza, le quali arrivavano direttamente dallo Jotunheimr. Allora gli Dei lasciarono i giochi e si sedettero ai Troni del Giudizio per disquisire e decidere a chi di loro dovesse andare il compito di creare tramite le ossa di Blains ed il sangue di Brimir. Ora la situazione diventa molto più importante, il ritmo cala drasticamente, la voce importante del Lupo di Bergen rende perfettamente  il momento del verdetto. Tra i primi furono creati i nani: Móðsognir era il più potente, Durinn era il secondo a lui e molti altri vennero fuori, dall'aspetto umanoide. La voce graffiata, forte e bassa, accompagnata dalla sei corde che intima un giro di note che evidenziano le parole espresse, elargisce, in sequenza, i nomi degli altri: Nýi e Niði, Norði, Suðri, Austri, Vestri (esattamente coloro che sostengono i quattro punti cardinali), Alþiófr, Dvalinn, Bívurr, Bávurr, Bömburr, Nori, Ánn e Ánarr, Ái, Miöðvitnir. Riprende il cadenzato ritmo sancito dal crash ed insieme la lista: Veigr e Gandálfr, Vindálfr, Þráinn, Þekkr e Þorinn, Þrór, Vitr e Litr, Nár e Nýráðr, ecco i nani che la Volva, per mezzo del Nostro e della sua arte, ci elenca doverosamente. E continua poi con: Reginn, Ráðsviðr, Fili, Kili, Fundinn, Náli , Heptivili, Hannarr, Svíurr, Nár ok Náinn, Nípingr, Dáinn, Billingr, Brúni, Bíldr ok Búri, Frár, Hornbori, Frægr ok Lóni, Aurvangr, Jari, Eikinskjaldi. Termina l'elenco e così un leggero stacco degli strumenti dato dal rintocco di crash, un po' come una chiusura di un sipario, un po' come aggiunta di un punto. Mentre la chitarra principale elargisce con un ritmo differente, lento, etereo e decisamente invitante, la batteria e la chitarra ritmica avvolgono l'ensemble melodico con una veloce esecuzione che si  pone come intramezzo al brano stesso. Terminato questo frangente, riparte il riff principale e tornano le parole della Volva: ora è tempo di trattare dei nani appartenenti alla stirpe di Dvalinn, ed ancor prima di Lofars, i quali vagarono per il suolo roccioso, dimora di Aurvangar (letterarmente "Campi dell'Umida Argilla"), fino a Joruvellir. Riparte l'elenco dei nomi fino al ritorno di quelle note concitate e che ci sussurrano come una danza sciamanica, realizzando perfettamente il titolo di questo brano, riprendendo una sorta di danza dolce che viene accompagnata dal sussurro del Nostro il quale riprende i nomi citati in precedenza per lasciar spazio all'ultima parte del brano sancita dal riff reiterato e circolare.

Hit helga Tré

Si continua ora con Hit helga Tré (L'Albero Sacro), introdotto da un riff concitato e lisergico. Sembra che, ora, attorno al fuoco, continuando ad ascoltare le parole della Veggente, il freddo abbia preso il sopravvento, trovandoci attanagliati dalle intemperie dell'Inverno. Un riff accattivante che si ammanta di un'aura misteriosa grazie all'ausilio di doppia cassa e continuo ticchettio del ride. Si apre il sipario, le fiamme si uniscono al canto del vento e ci mostrano, di nuovo, ciò che una volta era; parte un tremolo picking mistico e psichedelico in concomitanza con le parole pronunciate dalla voce sussurrata ad alta voce del Nostro: in quel tempo, in cui furono creati le stirpi dei dvergar (nani), vi era Draupnir e Dólgþrasir, Hár, Haugspori, Hlévangr, Glói, Dóri, Óri, Dúfr, Andvari, Skirvir, Virvir, Skáfiðr, Ái, Álfr e Yngvi, Eikinskjaldi, Fjalarr e Frosti, Finnr e Ginnarr, i quali, insieme ai precedenti, verranno ricordati in eterno, finché gli uomini vivranno. Ritorna quell'ensemble melodico udito nell'incipit, che ci aiuta a metabolizzare la stirpe di quelle figure nate come vermi nella carne del gigante Ymir (da cui ebbe inizio tutto), tra il suo sangue (che diventò acqua) e le sue ossa (che divennero pietra). Immediatamente il Lupo di Bergen riprende la visione e con esso quel refrain di accompagnamento. Ci giunge innanzi la visione della creazione degli Uomini: tre della stirpe degli Aesir peregrinavano nel luogo in cui dimoravano; d'improvviso ritrovarono in terra, inermi, privi di destino, Ask ed Emblu (ndr. nel mito antropogonico, essi furono il primo uomo e la prima donna ad essere creati dagli Dei, rispettivamente dal tronco di un Frassino e da quello di un Olmo). Li trovarono nulli, vuoti, senza respiro, né anima, né calore vitale e quindi privi colorito. Allorché  Óðinn donò il respiro, H?nir l'anima ed infine Lóðurr il colorito ed il calore vitale. Ebbe dunque inizio l'era degli Uomini. Ritorna imperante il refrain già ascoltato, che ormai prende la posizione di divisorio delle diverse rappresentazioni. Ed allora, dopo non meno di qualche secondo , ritorna la voce del Nostro. Questa volta la voce è molto più ritualistica, un canto di devozione da cui si comprende il fil rouge di tutte le cose: esiste dunque un frassino, il più imponente di tutti, il cui nome è Yggdrasil; dalle sue foglie, ricade la rugiada che riempie l'Urðarbrunnr  (ndr la fonte del destino, ai piedi dell'Albero Sacro).  Qui si trovano, ai piedi del frassino, le tre fanciulle, chiamate Norne, che hanno il compito di determinare le sorti degli esseri viventi; la prima è Urðr (il passato, la più anziana delle tre), Vercandi (il presente) e Skuld (il futuro). Improvvisamente si ritorna ancora più indietro, la voce che si era fatta graffiata e sussurrata del Nostro, nel decantare la visione delle tre Norne, ora ritorna ad essere più celebrativa: racconta che la Veggente intravede il primo scontro, quando Gullveig, colei che rese pazzi gli Dei tramite il seið (la magia peggiorativa) ed a cui venne dato l'appellativo di "Splendente". Ndr, questa figura potrebbe rappresentare il primo male nel mondo; il suo nome sta per "bevanda d'oro", "potenza d'oro" e potrebbe facilmente essere assimilabile alla corruzione, al potere negativo generato dalla ricchezza. Viene anche identificata come colei che diede inizio, dunque, alla guerra tra gli Aesir ed i Vani - le due stirpi della mitologia norrena -. Di seguito venne data al fuoco per ben tre volte, tante quanto le volte in cui ritornò in vita. E questa rappresentazione, il Nostro la vuole sottolineare mediante quelle linee di chitarra tanto ripetute, quasi fino allo spasimo, nell'intero brano.. ma che, essendo ben spalmate, si mischiano bene, portando con loro il potere giusto per godersi i discorsi di colei che tutto conosce e terminare il brano. 

Æra

Proseguiamo con Æra (Onore). Un inizio scandito da tre plettrate ripetute, che creano una combinazione di note d'incipit, particolarmente veloci, ci addentra nella Guerra degli Dei. L'entrata in scena di quattro rintocchi di crash e successivo ritmo cadenzato grazie all'ausilio del doppio pedale, accompagna l'inizio del racconto con la voce graffiata (a tratti in scream) del Nostro, che, ormai adulto, ha un timbro, volendo o nolendo, differente. Iniziò dunque la battaglia prima del mondo, quando Óðinn volse la lancia al centro della mischia, quando, nel frattempo, venne fatta breccia nella rocca degli Aesir e così, la stirpe dei Vanir ebbe modo di porre il proprio piede in campo. Allora tutti gli Dei si recarono ai seggi del giudizio e tennero consiglio per decretare chi fosse ammantato di sventura tra le due fazioni e chi avrebbe dato nelle mani dei giganti j?tuns, come ostaggio, la sposa del dio Óðr: Freyja. Un grido logorato scalfisce l'atmosfera e con esso il tempo del riff diventa molto più veloce. Le parole, come in precedenza, vengono scandite dai piatti battuti dalle bacchette della batteria ed idealizzano ciò che sta per accadere; nel sinodo, Þórr (Thor) si levò adirato da quanto accadeva ed era venuto a conoscenza, senza pazientare. I voti, i patti ed i giuramenti stabiliti in precedenza vennero a mancare. Sembra dunque essere seduti sempre lì, attorno al focolare, al chiarore della Luna ed insieme agli altri figli di Heimdallr (gli Uomini). La Veggente ora si rivolge al primo Erilaz: ella conosce i segreti di Óðinn, di Heimdallr e della Fonte della sapienza ai piedi dell'Albero Sacro; egli, all'udire di queste parole, si avvicinò tempestivamente alla Volva, seduta da sola, per osservarla direttamente negli occhi e metterla alla prova. Dunque , lei elargisce quanto conosce: dove e come il padre degli Dei perse il suo occhio; conosce ciò che è stato e del suo viaggio verso il Mímisbrunnr, la fonte magica della sapienza del gigante Mímir, e di come, per raggiungere l'onniscienza, egli avrebbe scambiato quest'ultima con il suo occhio. In background l'ensemble melodico è sempre lo stesso, le reiterate note tirate per tutta la canzone, si dissolvono pian piano chiudendo questo ennesimo brano. 

Heiðr

Eccoci giunti alla sesta traccia, chiamata Heiðr (Stima) in cui il Nostro inizia la narrazione fin dal primo secondo di ouverture. Senza alcun sottofondo strumentale. La Veggente ci annuncia che seguirà, d'ora in avanti, la visione dei suoi occhi lungimiranti e che tratterà di eventi terribili che seguiranno. Per lodarla, il "Padre delle Schiere" (Oðinn) le offre gioielli e ricchezze. La sei corde intona un ritmo folkloristico e senza alcuna distorsione, che intima l'ascoltatore nell'immersione sostanziale all'interno dei racconti, quasi lo prepara ad una seconda parte, molto più distruttiva ed a tratti apocalittica. Delineata, quest'ultima, dall'ausilio di note distorte emesse dalla chitarra principale. La voce encomiastica esibisce le vicende; le prime ad essere mostrate agli occhi di noi comuni figli di Heimdallr, sono le Valchirie, le dee guerriere che scelgono i caduti in battaglia per portarli nella Valhöll e servirli con dell'Idromele tramite i corni. Le fiamme del focolare attorno al quale siamo riuniti si alzano e sembra che in lontananza realmente le amazzoni nordiche viaggino sui propri destrieri. Prima tra tutte vi era Skold, a tenere lo scudo; seguivano Sk?gul, Gunnr, Hildr, G?ndul e Geirsk?gul che viaggiavano contro i Goti. Ecco che si apre un nuovo capitolo, una nuova visione ci viene cantata. La sei corde danza leggiadra ed ammanta l'atmosfera di mistico fumo.. la Veggente ci narra che tramite Baldr, vide un sacrificio di sangue. Il più bello e giusto tra gli Dei. Ucciso tramite un ramoscello di vischio che cresceva sui rami degli alberi in mezzo al campo; esso divenne, di fatti, un terribile dardo di dolore che colpì in pieno il figlio di Oðinn, lanciato da H?ðr, il fratello della stessa vittima. Egli era però un malcapitato, semplicemente un Dio sviato dalla perfidia di Loki che si promesse di non aver pace finché al rogo non ci sarebbe il detrattore del suo amato fratello. Alla morte del figlio, Frigg pianse nella sua dimora (Fensalir) e con le sue lacrime, il Nostro termina questo brano che potrebbe definirsi di "intermezzo", di legame con il successivo che ci viene anticipatamente introdotto con la continua domanda della Volva: "Volete saperne ancora?".

Valgaldr

Lesti ci apprestiamo all'ascolto del settimo brano del lotto: Valgaldr (Canzone dei Caduti). La sei corde esordisce con una melodia nuova, differente e più malinconica che ben ci mantiene incollati all'ascolto. Un ritmo circolare e reduplicato, accompagnato da una marcia modulata della batteria, in uno sposalizio strumentale  ben curato. Dopo questo primo passo d'inizio, un appiattimento ritmico esibisce la voce sussurrata del Nostro. Continua il racconto della sibilla, ritorniamo ulteriormente sui suoi passi. Alla morte di Baldr, con le budella di Váli (non il figlio di Odino, il quale era destinato a vendicare il fratello Baldr) e del fratello Narfi (il quale venne sbranato dal fratello, trasformato in lupo dagli Dei), entrambi figli di Loki, quest'ultimo venne legato come condanna per il dolore che aveva provocato. Ecco che parte anche la batteria con il ride ed il doppio pedale, ad accompagnare la chitarra in questo ritmo prolisso e malinconico. La doppia voce ritorna imperante e ci mostra la visione di quella condanna: Sigyn vede giacere legato suo marito Loki, sotto il bosco di Hveralund. Dunque giungiamo ad un nuovo episodio raccontato nelle istanze della Voluspa: la visione degli Inferi. Scroscia da oriente un fiume di daghe e spade, attraverso valli gelide come il veleno: lo chiamano Sliðr (uno degli undici fiumi primordiali) . Si trova a Nord, nelle Niðavellir, la corte d'oro della stirpe di Sindri; ma un'altra corte si trova in Ókólnir, è la sala da birra del gigante Brimir. Ma io vedo una terza sala, nascosta dal sole, in Nástrandir. Ha le porte rivolte a nord. Attraverso il buco nel tetto, formato da dorsi di serpenti intrecciati, piovono gocce di veleno. Vedo giungere in quel luogo, dopo aver guidato insidiosi torrenti, uomini spergiuri, assassini e seduttori. Lì  Níðhöggr (il mostruoso serpente che si annida alle radici del Frassino Sacro, Yggdrasil) succhia i cadaveri ed il lupo ne sbrana le carni. Tra nebbia e luce fioca, un'anziana signora siede ad oriente, nella foresta di Járnviðr, ivi cresce e si prende cura dei lupi, della stirpe di Fenrir; dal cui branco verrà una belva, in forma gigante, a distruggere il Sole. Si nutrirà della vita degli uomini votati alla morte, insanguinando le case degli Dei. Oscurerà la luce del Sole, persino nelle estati più torbide. Dunque attendete tempi di tradimento. E rivolgendosi al Viandante, esordisce con la domanda "e tu ne sai forse di più?". Con questa ennesima domanda, che abbiamo incontrato già in precedenza, ed un coro intimato dal Conte chiaramente mesto; in un continuato ripetersi della stessa melodia strisciante, termina questo brano malinconico, lento e ripetitivo, che inizia a presagire i passi successivi.

Galviðr

Con un coro elogiativo, si apre il sipario dell'ottavo brano chiamato Galviðr (La foresta del Patibolo). Una tecnica vocale che rende bene, sebbene non propriamente confacente al timbro di voce di Varg, ma che, essendo delineata dall'ausilio della sei corde che scandisce il tempo e le sillabe pronunciate, con le proprie note, riesce comunque nell'intenzione di trasmettere emozioni pesanti, oscure, tristi e malinconiche. Quasi come se si stesse dicendo addio ad un proprio caro, sulle rive del Mare del Nord. Ed invece ci ritroviamo immersi tra le fronde della foreste dove siede, poco più lontano, su un colle, EggÞer, intento a suonare la sua arpa, mentre custodisce le mandrie di gigantesse. Poco lontano da lui, nel bosco fitto, canta un gallo dalle penne rosse, dal nome di Fjalarr. Come qui, in verità, anche presso gli Aesir, un gallo dal nome Gullinkambi, desta gli eroi nella dimora di Erjafoðr (ndr, uno dei numerosi epiteti di Odino). Un terzo gallo, rosso come la fuliggine, esordisce il suo canto sotto la terra, nelle sale di Hel. E quando il cane Garmr, feroce latrerà davanti a Gnipahellir (un dirupo presente sulla via verso l' Helheimr), i lacci che tengono segregato il lupo che divorerà il Sole si spezzeranno. Ed un terribile destino incomberà sugli Dei. Ecco la profezia: "si colpiranno i fratelli e si uccideranno l'un l'altro, saranno dimenticati i legami di parentela. Violenza e perversione riempiranno il mondo. Tempo di asce e di spade, si frantumeranno gli scudi: tempo di vento e di lupo, e il mondo crollerà. Non vi sarà un uomo che vorrà risparmiarne un altro". Ecco che dunque risulta più che chiara l'intenzione del Lupo di Bergen, di scrivere un brano così splenico, che faccia da specchio, in modo effettivo, al timore di quanto è stato udito uscire dalla bocca della sibilla, intorno a quel fuoco idealizzato fin dall'inizio. Quando arriverà il momento, il possente suono del corno custodito dalla sentinella Heimdallr, il Gjallarhorn, annuncerà il compiersi del destino. Allora i giganti, figli di Mimir si agiteranno, intanto che Odinn chiede consiglio alla testa di Mimir (ndr, Il gigante, custode della Fonte della Sapienza, venne decapitato dai Vanir, ma la sua testa, incensata e cosparsa di erbe, venne tenuta in vita dal Odinn; da allora essa è una fonte di lungimiranza per lo stesso proprietario). Il frassino Yggdrasil si scuoterà e tremerà quando i giganti si libereranno. E tutti, saranno impauriti dal fuoco di Surtr. Cosa ne sarà degli Aesir? Cosa invece degli elfi? I nani, signori delle rocce, si ergeranno dinnanzi alle porte di pietra e gemeranno di terrore quando il lupo, al suono del cane Garmr, verrà liberato dalle sue catene. Si dissolve lentamente questo brano così costernato, plumbeo, portatore di un cattivo presagio per ogni creatura.

Surtr Sunnan

Questa ipotetica ultima parte del racconto, quella più triste, che annuncia la fine dell'Età dell'Oro, continua con Surtr Sunnan (Nero dal Sud). In estrema coerenza con il brano precedente, anche qui  il nostro ha deciso di non adottare un canto celebrativo, piuttosto ha visto necessaria una certa recitazione del testo estrapolato, per garantire - in toto - un completo trasporto dell'ascoltatore nelle vicende del Ragnar?k. Dei semplici accordi esibiti in modo circolare, ripetuto. Da est si presenterà Hrymir, sovrano dei giganti di brina, gli jotnar, reggendo lo scudo imperante, dinnanzi a sé. Feroce si contorcerà  J?rmungandr, feroce serpente che smuoverà le onde del mare, mentre Naglfar salperà sulle onde dirompenti (il vascello fatto dalle unghie dei morti, che porterà i giganti di brina a combattere nella Battaglia finale), quando, dall'altra parte, un'altra nave inizierà il suo viaggio, guidata da Loki, che porterà con se le schiere dei giganti di Muspell. L'armata avanzerà , con il Lupo in testa, mentre da sud si accingerà  Surtr, ammantato di fiamme. Gli Dei dunque si ergeranno in difesa, con le lame accese dal Sole. Il cielo si schianterà, le rocce si spaccheranno e gli uomini intraprenderanno il loro ultimo viaggio. Ed ecco che a Frigg giungerà un altro dolore, sommato a quello della morte del figlio Baldr, quando Oðinn andrà a combattere con il lupo morendovi; e Freyr, si muoverà contro Surtr. Ecco che Viðarr (figlio di Oðinn), arriverà ad affrontare la belva che divora carogne, conficcandoli la spada fino al cuore e vendicando suo padre. Dunque, nell'ensemble melodico, subentra un'ulteriore linea di chitarra che ammanta l'insieme di particolare angoscia. Non vi è più la pace che ancorava un tempo, all'inizio dell'età dell'oro. Ora c'è solo la fine ultima che precede una rinascita, ora giunge il crepuscolo.

Gullaldr

La penultima posizione della profezia viene occupata dalla traccia più lunga dell'intero platter: Gullaldr (L'Eta' dell'Oro), un inizio decadente, piccole note pizzicate e dissolute accompagnano l'incessante dipanarsi delle parole della sibilla. Sembrano note di speranza ma al tempo stesso di dolore per ciò che è accaduto. Ci riprende, recitando, le ultime parole apocalittiche: ed allora giungerà combattivo il possente borr, figlio di Fj?rgyn, a contrastare J?rmungandr. Il difensore di Miðgard, colpirà il mostruoso serpente con furia,morendovi con orgoglio, dopo aver indietreggiato per nove passi. Un attimo di calma apparente, quella calma funebre e rispettosa che richiama i presenti al dolore della perdita; immediatamente parte il canto graffiato e sussurrato del Nostro, un canto stridente e tormentato, con cui le profezie prendono corpo; il Sole, come predetto, si oscurerà, la terra sprofonderà nelle acque, le stelle scompariranno dal firmamento ed il vapore, unito al fuoco ed alle fiamme, si innalzerà fino a toccate il cielo. Il coro funereo elargisce il terrore ed ecco che riconquista la posizione il recitato, mentre le piccole note si diramano nell'aere. Ferocemente latra il cane Garmr, nel Gnipahellir: i lacci si spezzeranno ed il lupo correra' divorando la Luce. Ella (la veggente) possiede così tanta conoscenza da riuscire a vedere persino il destino degli Dei, possenti divinità di vittoria, oltre che la fine del Mondo. I conflitti sono terminati, la putrefactio (la fase della dissoluzione e distruzione alchemica) è compiuta, ora non resta che sublimare il sacrificio di coloro che combatterono per superare le intemperie in quella battaglia. La volva sembra rivolgersi a nessuno ed a tutti contemporaneamente. Noi, che sembriamo esser lì, al comizio intorno al focolare, scorgiamo il suo sguardo carico di immagini, di lame, asce, sangue e pietre, intento a svanire e a lasciare spazio alle terre riemerse, all'aquila che si libra alta nel cielo, ancora una volta, dopo moltissimo tempo. E' tempo di riunirsi, gli Aesir si ritroveranno di nuovo in Idavollr a discorrere di quel possente serpente che teneva stretto e minacciava il mondo; essi ricordano le grandi imprese dei tempi passati e di Odinn che era stato il primo Erilaz (Il primo Maestro Runico), il possessore dei segreti trascendentali. Camminando per le valli ritroveranno nell'erba quelle meravigliose scacchiere d'oro che anticamente avevano usato per festeggiare della creazione e dell'inizio del Tempo. La Natura gioisce di questa nuova rinascita, di questa nuova Età dell'Oro; tra tutti, i campi disseminati produrranno messi, mentre ogni male scomparirà. Faranno ritorno gli Dei guerrieri Baldr e suo fratello Hodr, decidendo di andare ad abitare nelle vittoriose rovine dell'antica dimora di Odinn, loro padre. Il lontananza scorge l'ergersi di una corte ricoperta d'oro, più splendente del Sole stesso, che abiterà a Gimlè (ndr, santuario posto nel terzo cielo, quello appartenente agli elfi chiari di Vidblainn nella cosmologia norrena, ed inoltre dimora escatologica dei giusti). E' dunque una visione piuttosto idilliaca quella raccontata dalla nostra sibilla per mezzo di Varg e del suo operato. Una visione sottolineata dalla calma generata dall'ausilio unico della sei corde, che il Nostro ha deciso di adoperare con dovizia di esecuzione, in modo sempre ciclico e ripetitivo ma generando comunque rancore per i defunti ed al tempo stesso leggiadra speranza nel cuore di coloro i quali sono stati scelti per visionare queste antiche parole e tramandarle nel corso dei secoli, combattendo contro le intemperie e le vicissitudini di una sempre più crescente cultura cristiano-cattolica. Ma, non è detta l'ultima.

Níðhöggr

Di fatti, a concludere questo suo terz'ultimo lavoro (per ora) troviamo la solita outro ambient dalle mille facce. Eccoci giunti a Níðhöggr (Attacco dal Basso). Quel che pare un vento accompagnato dalle gocce di pioggia che toccano il terreno, si mostra essere qualcosa più simile ad un corno. Continuando l'ascolto, ci giunge all'orecchio un tamburo che scandisce incessantemente, in modo cadenzato e concitato, lo scorrere del tempo in quella situazione umida e tempestosa. Il cielo si è ingrigito, ed il suono del corno (che in qualche modo vuole ricordare l'intro dell'opera) si alza ed abbassa in modo incessante. Un suono di pericolo o semplice avvisaglia? Ecco che il Conte ci può spiegare quanto udiamo, con le ultime parole mormorate: alla fine di ogni cosa verrà il suo regno; colui che dall'alto governo ogni cosa. E' il drago di tenebra, Nidhoggr, la serpe scintillante che proviene dai monti Nidafjoll (un luogo vicino al Nidavellir, dimora di Sindri) e sola sulla pianura portando sotto le sue ali i corpi dei morti. Piano a piano che il brano esaurisce, ci si rende conto che il battito del tamburo diviene molto più lento, il corno continua però a suonare imperante ed il suo eco si spande tra le montagne e le valli del Mondo. Nel cielo dunque si presenta una figura alta che oscura il cielo con la sua ombra, il vento è generato dal battere delle sue ali, mentre la pioggia, dal pianto dei corpi che giacciono sotto di lui. Al termine delle profezie, la volva si inabisso, e così termina il racconto ed il platter.

Conclusioni

Così giungiamo al termine di questo ennesimo epilogo del caro, vecchio Varg Vikernes. Quella narrata fu dunque la profezia che la volva, la veggente o sibilla, lanciò agli uomini ed agli Dei. Effettivamente erano parole aspre, difficili da capire ed irte di enigmi ma comunque profonde e ricche di conoscenza, quella conoscenza di cui necessita chi vuole interpretale. La Voluspa, dunque, è materialmente un poema epico e didascalico, diretto al sapere ed al tramandare il passato, il presente ed il futuro.  Contraddistinguendosi per l'ausilio del fornyrðislag, o metro epico, il più comune della poesia nordica, è stato scelto, con quasi totale sicurezza, dal Nostro, per continuare quella scia mitologica che ha ormai intrapreso con la sua uscita di prigione. In totale verità, si capisce bene il perché questo sia comunque un album abbastanza dibattuto; c'è chi lo ama, chi lo odia.. personalmente, però, ritengo che essenziale sia fornire ed avere una visione totale dell'opera, senza mai pendere troppo in uno schieramento "determinato", trattandone equamente sia pregi sia difetti. Partiamo da un presupposto che definire fondamentale è poco: ormai lo abbiamo capito, Varg Vikernes produce, scrive e racconta prima di tutto per se stesso, e non (solo) per meri scopi commerciali; per questo la sua opera è da analizzare inserendola in un'ottica molto più ampia, parallela ma differente dal suo passato. Quello che lui ha creato con "Umskiptar" non è Black Metal e nemmeno Folk, pertanto classificarlo e giungere a conclusioni affrettate segnandolo e circoscrivendolo all'interno di un genere è del tutto fuorviante. Zero categorizzazioni, dunque; sarebbe bene non trascurare il lato più "trascendente", mettendo un secondo da parte concetti più "immanenti". Piuttosto questo lavoro, ascolto dopo ascolto, fornisce un'empatia nonché emozioni particolari, non riscontrate mai in precedenza. Un disco che quasi ci collega al retaggio culturale del Nostro, facendocelo vivere e toccare, quasi. Ebbene sì, il Conte ha voluto produrre un qualcosa per i posteri, per se stesso, per chi ama la musica e la storia, seguendo le proprie ideologie e cercando anche uno spunto mediante il quale far propaganda dei suoi libri. In totale sincerità, il platter si riconosce come portatore di cultura e non solo di musica. Il nome "Burzum" in questo caso, già certezza di una, quanto meno, singolarità di fondo, diviene profeta tra le note, tra le storie e tra le gesta del suo popolo. Infondo, immagino che molti siano rimasti sbalorditi ed incuriositi, e si siano anche prodigati nel cercare altro, il di più, dopo questo suo terz'ultimo lavoro. Varg Vikernes ha creato un' opera priva di ideologie, del tutto fedele e, soprattutto, unica, che differisce in toto da una massa troppo spesso informe e priva di veri e propri slanci di ispirazione.


1) Blóðstokkinn
2) Jóln
3) Alfadanz
4) Hit helga Tré
5) Æra
6) Heiðr
7) Valgaldr
8) Galviðr
9) Surtr Sunnan
10) Gullaldr
11) Níðhöggr
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