BURZUM

S˘l austan, MÔni vestan

2013 - Byelobog Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
23/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Siamo nella primavera del 2013, pi¨ precisamente Ŕ il 27 maggio, ed a solo un anno dalla pubblicazione di "Umskiptar", rilasciato sotto l'ala protettiva della "Byelobog Productions", trovava posto sugli scaffali dei migliori (e non) negozi di dischi di tutto il Mondo l'undicesimo platter firmato "OscuritÓ" (che sarebbe la traduzione in italiano, dal linguaggio oscuro inventato dalla mente eccelsa di J. R. R. Tolkien, di "Burzum").. sebbene, come vedremo, di oscuro questo disco abbia ben poco. Sulle pagine delle riviste di tutto il Globo e sulle - sempre pi¨ affermate - webzine, venivano giÓ pubblicati i primi esiti dati dagli ascoltatori; "sempre la solita minestra riscaldata" oppure "non propriamente un successone", mentre altri lo definivano persino "l'album definitivo". Questi, per˛, sono solo alcuni dei commenti che si potettero leggere a pochi giorni di distanza dal rilascio. Il tutto diventava uno scontro tra ascoltatori assidui e malinconici, nostalgici dei tempi ormai andati e tra coloro i quali si univano da poco all'ascolto del nostro. Oramai, si sa, Varg ha sempre cercato di utilizzare la sua musica come propaganda ideologica, filosofica, politica e quant'altro, fin dai primi momenti di vita del progetto (basti andare a ricordare quella storia del "viaggio introspettivo" di cui potete documentarvi nelle recensioni precedenti); con gli anni, tuttavia, ogni artista (chi pi¨ e chi meno) si ritrova a fare i conti con le numerosissime influenze del passato, che si scontrano con quelle del presente. Questa volta, (ad oggi) il penultimo lavoro del lotto discografico del nostro, aveva una duplice idea matrice: la prima era quella di pubblicare un"concept album che narrasse della discesa tra le tenebre e  successiva ascesa alla luce; l'iniziazione pagana, l'elevazione dell'umano al divino, l'illuminazione della mente, l'alimentazione della luce elfica dell'uomo" (estratto di un'intervista a Varg al momento della pubblicazione dell'album), mentre la seconda era quella di utilizzare quanto prodotto come soundtrack di un film indipendente ed amatoriale, ideato da lui e dalla moglie Marie Cachet: "ForeBears" (dedicato al culto preistorico dell'Orso o arctolatria, ed alle abitudini dell'uomo di Neanderthal), in cui verranno ripresi alcuni passi del Libro dei Morti, l'antico testo funerario egiziano che si compone di una raccolta di formule magico-religiose le quali dovevano servire al defunto come protezione e aiuto nel suo viaggio verso il Duat (l'oltretomba), mondo ritenuto irto di insidie e difficoltÓ. Oltre il quale l'uomo avrebbe finalmente incontrato la benedizione definitiva, intraprendendo il cammino verso l'immortalitÓ (la Luce). Seguendo dunque questa singolare e parallela associazione di ogni brano a scene e citazioni ben precise, per capire a fondo l'intero platter, dovremmo concedercelo ed ascoltarlo in concomitanza alla visione del lungometraggio. Come per "Dau­i Baldrs" ed "Hli­skjßlf" (che, ricordiamo, vennero pubblicati e registrati in prigione, i cui articoli dedicati vi invito a visionare), il nostro decide di mettere l'intera opera nelle sue sole mani. Con l'ausilio di un sintetizzatore, una scheda audio e le idee ben precise, veniva composto, subito dopo la pubblicazione di "Umskiptar" (2012), "S˘l austan, MÔni vestan". Il cui titolo, tradotto dall'OldNorse (norvegese arcaico), significa: "Est del Sole, Ovest della Luna". Mentre (come abbiamo avuto modo di capire e constatare) la produzione, il mixing e tutte le fasi di post-produzione furono certamente rifinite dall'inizio alla fine dal Conte, per quanto riguarda la questione grafica essa venne affidata all'artista e designer Dan Capp, con cui aveva giÓ suggellato da tempo una collaborazione. Per quanto riguarda, invece, la questione "artwork", come di consueto per Burzum, ci troviamo d'innanzi ad un dipinto appartenente ad un pittore spagnolo dal nome Ulpiano Fernßndez-Checa y Saiz (1860-1916). Eccoci presentato, dunque, il "Ratto di Proserpina" (1888). Quale altro dipinto o evento mitologico poteva rappresentare meglio l'idea principale che mosse il Nostro verso la creazione di questo platter? Ebbene, ecco spiegata la scelta artistica: il dipinto narra la storia del rapimento di Proserpina (Persefone per i greci), figlia di Cerere, avvenuto per mano di Plutone (Ade, per gli elleni). Per carpire l'essenza del tutto bisogna esaminare l'etimologia del nome della Dea; il nome Proserpina deriva dal latino proserpere, che significa "emergere"; e dunque, quale atto migliore poteva incanalare l'essenza di questo concept album, se non ponendo al centro del tutto un tema del genere? Il rapimento della Dea che, attraverso la discesa nelle tenebre dell'oltretomba, riuscý ad emergere (per mano del patto siglato tra la madre e Giove, a patto che la figlia passasse sei mesi con Plutone), incontrando nuovamente la luce.

Sol Austan

Dunque partiamo compiendo i primi passi lungo questo sentiero iniziatico, con la prima traccia del lotto: S˘l Austan (trad. Est del Sole).  Eccoci immediatamente accolti da un synth cadenzato, che procede lento, quasi ad indicare una sorta di percorso da seguire, con circospezione, attenzione e curiositÓ. Sembra di essere entrati in trance, sembra di essersi addormentati tra le braccia della notte pi¨ oscura, e quella melodia "vuota" ci accompagna lungo questa onirica avventura. Ci ritroviamo sul gelido terreno, con il viso rivolto verso il soffitto; incantati ed inermi iniziamo a discorrere con un passerotto, simbolo di libertÓ, di coloro i quali offrono la Luce. Raramente si son sentite, nei lavori passati del Conte, melodie cosý gelide.. ed allora, un mid tempo evocativo ci sintonizza con l'Essere che Ŕ nelle DivinitÓ. Eccoci al cospetto di Tmu o, come altri lo chiamano, Ra: nella sua ascesa dall'orizzonte orientale (il Sole, dunque) del Paradiso; si presenta a noi,  pronunciando parole arcane: "I am yesterday, I know tomorrow" (trad. "Io sono lo ieri, conosco il domani).. una frase cardine presente nel Libro dei Morti. Con queste parole, Ra (o Tmu), ci indica dunque che la sua conoscenza Ŕ infinita; il suo Essere Ŕ infinito, poichÚ capace, nella Luce, di conoscere il domani. Ed allora ecco Osiride o, come altri dicono, il "Corpo morto di Ra", la Luna. Essi rappresentano l'EternitÓ e l'Eterno, in cui il primo Ŕ il Giorno ed il secondo la Notte. Il synth ampolloso viene tirato quasi fino allo stremo per tutto il brano, ci schiarisce le idee, sebbene a tratti risulti disturbante ed etereo, intangibile. Quando iniziamo ad entrare in estasi onirica, ecco che diviene tutto materiale. Giunge Amsu, ovvero Horus. Le piume sopra la sua testa sono Isis (Dea del benessere, del matrimonio e della saggezza) e Nephthys (Dea della morte, dei fiumi e della notte), invocate entrambe durante i funerali. Ecco che arriva a mostrarci il giorno in cui Horus (il Sole), vinse contro i poteri di Set (il Buio, il caos) nella loro battaglia iniziata il 26 del mese di Thoth (Ottobre). Dunque, eccoci prostrati davanti ad Osiris (Dio della Morte e dell'Oltretomba), dietro le cui spalle risiedono i Sacri, coloro i quali sono sotto l'occhio vigile di Ra, ovvero:  Mestha (il Nord), Hapi (il Sud), Tuamautef (l'Est, chiamato anche Sebek, il grande drago, guardiano degli abissi del cielo), Oebhsemmuf (l'Ovest), Maa-atef-f, Kheri-beq-f, Horus-Khenti-maa.. o come altri preferiscono: Marte (colui che non dona la sua Fiamma ma che dimora nel fuoco), Giove (la buona volontÓ), Saturno (colui dal cuore di pietra), Venere, la Luna (colei che ritorna presso la sua Dimora), Mercurio (colui che ha la faccia ardente, poichÚ vicino alla Luce) ed infine il Sole (colui che Ŕ rincorso dalla Notte e conduce il Giorno). Ecco che tutto diviene pi¨ nitido: il titolo del brano tratta del Sole (che sorge) ad Est; e dunque, il significato Ŕ palese. Ci troviamo d'innanzi alla visione della vincita del Giorno sulla Notte, di Horus su Set, sottolineata da un cambio di tempo delle note ed incorniciato dalla percezione delle altre divinitÓ grazie al perseverante ripetersi del suono ampolloso d'incipit. 

Runar munt Ůu finna

Segue "Rűnar munt ■ű finna" (trad. Troverai i segreti); caratterizzato, fin dal primo istante, da un certo fil rouge di stampo folk. Le immagini ci trasportano nell'etÓ moderna.  L'uomo della cittÓ si prepara al compimento del proprio e quotidiano cammino; giorno dopo giorno esce di casa consapevole di continuare a seguire lo stesso ritmo, ripetuto continuamente, in mezzo a muri grigi ed a cieli coperti dallo smog. Una strana sicurezza lo riesce tuttavia a contraddistinguere, in questo frangente: la consapevolezza del fatto che presto egli sarÓ protagonista di un cammino da intraprendersi lontano dalle quisquilie del nostro tempo, per tornare alle radici, alla natura in cui risiedono i segreti della vita, quelli importanti, da conoscere. Ebbene, entriamo in macchina per attraversa la cittÓ costellata da facce sconvolte dalla realtÓ quotidiana, visi che mal nascondono le rughe d'espressione dovute ad una societÓ dominata dal Caos. Continuano a mentire a loro stessi con fare quasi "normale". Questo mettersi in marcia viene sottolineato dal perpetuo battito di un tamburo ricreato con i synth della tastiera, che cadenza il passo del Nostro all'interno della pellicola. Giungiamo, dopo poco, fuori dalle mura formate da grigi palazzi e dai plumbei visi, entrando nella foresta in cui Ŕ nascosto un percorso che ci porterÓ su per la collina. Un suono cristallino ci schiarisce la visione, saliamo e continuiamo, passo dopo passo, ad avvicinarci verso i segreti. Eccoci giunti sulla collina: qui si scorge, nascosta tra la steppa ed i tronchi d'albero, una meravigliosa struttura tipicamente in stile vichingo. Non sembra vero che una tale bellezza possa essere nascosta cosý bene.. Ŕ proprio vero, per trovare i segreti, bisogna scavare affondo, magari dove nessuno ha mai visto prima. Consci del fatto che, semmai decideremo di intraprendere tale cammino, gli Dei ci guideranno. Riparte il viaggio in macchina, sulle onde dei tamburi e delle coste norvegesi, osservando le infinite montagne ed i profondi dirupi in lontananza. Mentre si fa pi¨ scuro, il sole cala; giungiamo alla consapevolezza che solo noi abbiamo la capacitÓ di aprire le porte del Cielo. E cosý, con un battito cardiaco ed un synth ripetuto fino allo spasimo, il tutto in un connubio perfetto, termina la nostra immersione nella natura, alla ricerca di arcani segreti. 

S˘larrÔs

Ecco "S˘larrÔs(trad. Viaggio del Sole), caratterizzato dall'ausilio di synth malinconici, dotati di un riverbero particolare. Suoni pungenti ed arrotondati accompagnano il Sole durante la notte. La Luna Ŕ piena e risplende della sua luce. Mentre la scorgiamo, in mezzo agli arbusti della foresta, ci sovviene l'immagine  di Thoth o Hapi o Tmu, signore dell'orizzonte, che diede il via e regol˛ il normale flusso terreno. Ecco che immediatamente ci ritroviamo di nuovo in macchina, viaggiatori intenti a percorrere una strada notturna: tutto Ŕ deserto, non c'Ŕ molta vita, se non quella naturale. Al chiaro di luna, sulle coste di un fiume, scorgiamo un orso intento ad immergersi nelle acque sulla cui superficie risplende Mani (la luna). E' dalle acque che Ra attinse il suo potere per salpare verso le vette celesti. Girando attorno ad Atlantide, nel grembo dell'Orsa, l'eternitÓ gli fu quindi consegnata. Subentrano alcuni accordi di chitarra realmente eterei, quasi meditativi, che sublimano la visione. Questo viaggio interminabile del Sole, l'Erede dell'EternitÓ, durante la notte, Ŕ accompagnato egregiamente da questi suoni artificiali che sembrano provenire dal grembo pi¨ primordiale, come se lo stesso Vikernes avesse avuto una visione estatica. Queste melodie difficilmente ti abbandonano, e sembrano cullare il Sole che risplende attraverso la Luna sulla superficie terrestre; fino a quando, dopo le fredde temperature della notte, esso non giunge a destinazione, risplendendo ancora ed ancora di luce svavillande, rivelando i segreti che abbiamo giÓ avuto modo di trovare ma che, nella buia notte, non sarebbero potuti essere scovati. Lasciatevi permeare dalla luce elfica degli Dei in questo cammino verso la conoscenza. Forse un brano a sÚ stante, uno dei pochi che presenta anche l'ausilio di strumenti come un basso o una chitarra, effettati dal sintetizzatore. Ensemble che nell'insieme ricongiunge ogni melodia che si ascolta come un ago che accompagna un filo attraverso le cuciture.  

Haugaeldr

Arriviamo a "Haugaeldr" (trad. Il fuoco del tumulo tombale). Un synth minimale e dilatato apre il brano, tra l'altro scelto come sottofondo dell'introduzione della pellicola. Un omaggio a Ra, signore dei Cieli, i cui compagni sono Thoth, il tempo e la memoria e Maat, l'onore e la gravitÓ. A tratti l'espansione sintetizzata e creata dal Nostro raggiunge tratti cosmici, quasi introspettivi, puntando sulla memoria sensoriale e facendo riemergere note che abbiamo giÓ ascoltato; in effettivo sembra una reinterpretazione pi¨ dilatata di "Han som reiste" presente in "Det Som Engang Var", ma andiamo avanti con l'ascolto. Effetti precisi e definiti, pungenti e, ad orecchio, direi ricreati pensando alla luce della Luna che tocca la superficie del tumulo tombale, ammantano questo brano di una particolare aura astrale. Chiudiamo gli occhi ed immaginiamo di essere e vivere di conseguenza l'ascesa di Ra. E' una divinitÓ suprema e come tale necessita di offerte per riuscire ad accoglierci presso le alte sfere. L'entrata nel Duat Ŕ irta di ostacoli.. ma col favore degli Dei, possiamo tranquillamente vincerli. Dunque prepariamo il miele come offerta sacrificale e lo poniamo sull'altare presso la cava del Bianco Inverno di Horus. L'atto ritualistico viene dunque ad essere marcato da cadenzati synth simili ad una campana. Passo dopo passo ci apprestiamo all'altarino ove poniamo la ciotola, ed Ŕ qui che viene ripresa quella melodia dilatata d'incipit. Un suono individualista che accentua questa sorta di viaggio astrale, il quale in un crescendo particolare sottolinea quel fuoco che rappresentiamo una volta arrivata la nostra dipartita. E' un bellissimo pensiero se csi si riflette su, il dover "non soffrire" in quanto morti ma anzi il dover "gioire" in quanto pronti a vivere in un'altra dimensione. Tutto inizia e tutto si trasforma ma nulla finisce.. non Ŕ forse questa, la legge dell'Universo? Le interpretazioni possono sempre essere innumerevoli, come - del resto - in tutti i lavori del Conte, ed Ŕ proprio questa la particolaritÓ dei suoi dischi: egli ci dona sempre un filo d'Arianna da seguire e noi (ascoltatori) possiamo tessere tutte le interpretazioni intorno al tema portante, fino a creare quello che diventa il significato dell'opera stessa.

Fe­rahellir

Giungiamo a "Fe­rahellir" (trad. La grotta dei progenitori), ed una musica "sognante" (quasi riconducibile a qualche componimento creato durante gli anni di prigionia, grazie alla sua somiglianza con molti brani presenti nel platter "Hli­skjßlf"), pizzicata e danzante scuote i timpani dell'ascoltatore. Una nenia sinfonica senza infamia e senza lode, cadenzata da un basso effettato che acuisce le giÓ pungenti note principali. La linea melodica cosý costante, ricercata ma reiterata, viene a mutarsi tramite immagini scelte dal Nostro sulla pellicola. Il brano accompagna scene di un nuovo cammino dell'Uomo moderno: con il proprio veicolo, su strade che costeggiano agglomerati boschivi, montagne rigogliose ricche di verde, ed affacciate su laghi splendenti; con alternanza di scene di vita primitiva. La duplice visione Ŕ chiarissima. Ritorno alle radici, ritorno alla grotta dei nostri progenitori attraverso la Natura. Come sappiamo, per Varg Ŕ sempre stato una sorta di chiodo fisso quello di voler "tornare alle radici", alla "tradizione" degli "antenati". Sappiamo bene quanto in fondo si tratti di un pensiero nobile. Un ossimoro "contemporaneo" viene a crearsi, dovuto a quest'era del Kali Yuga in cui l'oscuritÓ maligna dell' uber-esistenza (dettata dalla tecnologia e dall'incapacitÓ dell'uomo di gestire tali marchingegni) ed iper-informazione persiste e ci rende ciechi verso il monumento che ci circonda, che ha portato i nostri progenitori, i nostri nonni, i nostri genitori e poi noi ad Essere. Come sempre Varg riesce sempre, direttamente od indirettamente, a far fuoriuscire quella luce elfica che risiede in noi e che Ŕ amore verso ci˛ che Ŕ semplice, primitivo, primordiale. La visione estatica che riceviamo grazie alle citazioni del Libro delle Ombre presenti su pellicola ci lasciano intendere tanto e nulla. "Che possa Seb, il Principe degli Dei, o come altri lo chiamano: la Terra, divorarmi con i suoi aguzzi artigli; che possa aprirmi e ripulire i miei occhi occlusi e ciechi; che possa smuovere i miei piedi, ormai legati da tempo e che possa, Anubis, tenerli fermi affinchÚ' io riesca ad alzarmi. Possa la Dea Sekhmet, la leonessa, alzarmi affinchÚ' io possa ascendere e raggiungere ci˛ che chiamano Il Grembo." Eccolo lý, il grembo, dove tutto ha inizio.. e che possiamo anche chiamare la grotta dei progenitori

S˘largu­i

Risolutamente meno allegro Ŕ l'incipit di "S˘largu­i" (trad. Dio del Sole). Fin dal primo attacco, questo pezzo sembra essere collegato strettamente al brano precedente, dal nome S˘larrÔs; sembra infatti come se quelle sfumature ricreate in precedenza con l'ausilio di un sintetizzatore rinascessero or ora vivendo di nuova vita, con l'utilizzo di pizzichi di chitarra acustica elettrificata. Semplici note, come nelle solite corde del Nostro, che generano una infinita stele di emozioni. Questo andamento cosý lento Ŕ a tratti funerario ed a tratti sciamanico, soprattutto quando entra in scena il battito di un tamburo che sembra voler convogliare il nostro Spirito mettendo esso a contatto con il Duat, a contatto con la profonda Notte della coscienza. Immediatamente subentra la tastiera dilatata, con un suono a dir poco trascendentale che sublima l'attenzione e l'atmosfera creata, riuscendo a farci percepire, ancora una volta, stati estatici; i quali ci rendono capaci di osservare ci˛ che ha portato seco quel "viaggio del sole". La musica di Burzum non Ŕ quel genere di musica da poter essere ascoltata ad occhi aperti. Bensý, per riuscire a carpirne l'essenza, bisogna saper prima praticare magia.. ed uno dei primi atti magici Ŕ quello di immaginare chiudendo gli occhi, lasciando che il nostro fanciullo interiore possa sperimentare tutto quello che viene tenuto all'oscuro dei fumi generati dal secolo in cui viviamo. Siamo d'innanzi a Ra, oppure ad Apollo.. o forse a Baldr o, meglio, a Sol. Diceva lo scrittore ottocentesco Walter Pater: "Not the fruit of experience but experience itself is the end" (trad. Non il frutto dell'esperienza ma l'esperienza stessa Ŕ il fine): pertanto, non importa d'innanzi a chi siamo, se siamo davanti alla Luce, all'Essenza della Conoscenza, al Dio del Sole che Ŕ giunto a noi attraverso un lungo viaggio durante la notte profonda. Lasciamoci guidare dal nostro organo sensitivo e diamo sfogo a ci˛ che le Norne stanno tessendo per noi. Siamo d'innanzi al Sole, finalmente sorto dall'orizzonte orientale. 

Ganga at s˘lu

Si prosegue con "Ganga at s˘lu" (trad. Che il Sol segue), che prosegue insistendo su quella scia malinconica e contemplativa partita qualche minuto prima. Anche qui il Nostro sembra destreggiarsi con le sei corde di una acustica alternata a battiti sulla pelle di un tamburo, arrotondando il percorso sinfonico e delineandone sempre pi¨ lo spettro emotivo. Che si sia arrivati ad una seconda parte "ufficiosa" del platter non vi sono dubbi; basti osservare con accuratezza il cambio di ritmo e melodie che ci ritroviamo dinnanzi, proprio ora. Si Ŕ passati da suoni relativamente movimentati ed allegri che avevano il compito di circoscrivere la prima parte come "dedica al Sole" (mi permetterei di dire) ed alla sua ascesa, giungendo alla seconda parte dedicata invece al culto silente della Luna, quel silenzio ovattato che si percepisce solo di notte e che dÓ voce agli artisti, agli immaginari, ai sognatori od anche a chi, molto semplicemente, ha bisogno di dir qualcosa rinunciando a platee sconfinate. Immediatamente subentrano note che definirei, ingenuamente, cosmiche e dilatate; ricreate dai tasti bicolore e dalle manovelle di un sintetizzatore. Ci˛ che segue altro non Ŕ che il tramonto e l'ascesa di Mani e delle sue figlie, le stelle. Lasciamoci dunque cullare da questa berceuse notturna e scendiamo, proprio come vuole il mito di Proserpina, negli Inferni: a cui viene associata, impropriamente, l'oscuritÓ, la notte profonda. In veritÓ, conoscere la notte significa poter godere appieno dei suoi privilegi. Lasciamoci dunque indicare la strada verso ci˛ che il Sol segue. E cosý questo brano si consuma in questo ensemble melodico ed ermetico, minuto dopo minuto, arrivando a toccare quasi i sei minuti entro i quali il viaggio si esplica, conlcuso con uno stacco netto dell'impianto sonoro, una sola nota che chiude il cerchio. 

Hţ­

E' il momento di "Hţ­(trad. La tana dell'Orso). La tipica nota espansa rimbomba nelle orecchie e ci abbraccia accompagnandoci nell'inizio di questo ottavo brano. Il tappeto sonoro segue quasi sempre e comunque lo stesso incedere: note sintetizzate espanse e con riverbero, accompagnate da pizzichi di basso effettato in un ensemble che, sebbene sembri qualcosa di giÓ ascoltato, non disturba per nulla. Un'ulteriore immersione indietro, negli eoni del tempo, ci trasporta nel periodo degli Antichi Culti misterici i cui iniziati affrontavano diversi rituali al fine di raggiungere l'illuminazione. Sebbene possa essersi perso nel tempo, tutto ha inizio da un punto, da un archetipo: in questo caso, tutto ha inizio dal Culto dell'Orso, tanto decantato in forma musicale quanto in forma cinematografica dal Nostro. Parliamo di 100'000 anni indietro, al periodo dell'uomo di Neanderthal, periodo in cui inizi˛ a ramificarsi l'idea, anzi, necessitÓ comune di un sistema religioso e spirituale radicato. Tutto gira intorno al rientro dell'Orsa nella tana invernale, dopo essere stata ingravidata dall'Orso. Ivi si tratterrÓ dal Solstizio d'Inverno, per poi lasciare la tana in Primavera. Sembra tutto molto pi¨ chiaro, se vogliamo: tutte le religioni si spiegano ai nostri occhi, tutte derivano da questa concezione e questo culto Ŕ il fulcro dell'ascesa iniziatica alla Luce. L'Uomo, che entra nel Regno dei Morti per rinascere una volta scelto dagli Dei (o dal Dio, per chi vuole), risorgendo alla vigilia di Yule (o Natale, o Sol Invictus) per ritornare al reame della morte in Primavera. Giunge immediatamente una parte di sola tastiera, riuscendo a ben scivolare insieme al mid-tempo dell'intero brano e preparandoci, come spezzone, ad un ritorno imperante dell'insieme di partenza, questa volta senza alcun basso ma solo con i tasti del sintetizzatore. Il tutto ha un sapore spaziale, incerto, prevedibile ma comunque magico; un insieme melodico che nella sua semplicitÓ funziona ed anche molto bene. 

Heljarmyrkr

Ed ecco che spedita parte "Heljarmyrkr" (trad. La tenebra della morte), che ricopre la nona posizione all'interno del platter. Ci stiamo, brano dopo brano, avvicinando al termine di questo percorso iniziatico di catarsi spirituale ed il rituale d'iniziazione ha dunque inizio. Un suono simile a quello di un gong ricreato dalla tastiera, con un riverbero particolare ed un suono che definirei metallico, cattura la nostra attenzione. Rimbombano le prime note, che sembrano accompagnarci come se rappresentassero il perpetuo battere del tempo. L'incedere Ŕ inesorabile e la migliore offerta Ŕ sottolineata da un insieme di note non pi¨ malinconiche ma comunque plumbee e sicuramente non associabili ad alcuna accezione positivista. Ma lo ricordiamo: la Morte non Ŕ altro che un punto di passaggio. Nella Morte c'Ŕ la Vita e nella Vita c'Ŕ la Morte. Ecco dunque che sorge l'Uno, colui che conosce i misteri, coronato Re, sopra le teste di tutti; Il fuoco, il figlio del fuoco, colui che riuný le proprie ossa e si rifece da sÚ. Questo ci viene presentato dal nostro, su immagini che spaziano in distese eteree di cime montagnose ed innevate immerse in fiumi di nuvole, mentre in cielo, con il Sole splendente, si destreggiano in volo abili aquile. Note cupe, ultraterrene convogliano esaltando l'intero rito quando, inaspettatamente, con un impatto sonoro travolgente, il Conte inserisce un mid-tempo degno di nota, molto pi¨ atmosferico ed avvolgente di qualsiasi ascoltato fino ad ora, che sembra essere un agglomerato di echi abissali provenienti dai meandri del macrocosmo, tirate fino allo stremo in una combinazione di alti e bassi stratosferici (Ŕ il caso di dire).. quasi riconducibile a qualche lavoro psymbient. Un secondo lato della medaglia potrebbe anche suggerire la rappresentazione di quel vuoto cosmico che si percepisce nella morte (spirituale). L'orrido precipizio fine a se stesso, oscuro solo poichÚ cosý si vuole, e la sua tenebra, cosý tagliente da non lasciar scampo all'individuo che, privato della possibilitÓ di guardare oltre e rinascere nella Luce, privato della capacitÓ di osservare e conoscere e capire, si ritrova immerso in uno spazio vacuo al cui interno solamente gli echi delle speranze riecheggiano all'infinito nella tenebra della morte, per lo meno fino a quando lo stesso individuo non reagisce e si fa' portatore di luce nell'oscuritÓ dell'ignoranza. Infine, il perpetuo ripetersi di quel synth astrale giunge al suo disfacimento, verso il termine del brano, sgretolandosi lentamente, lasciando un senso di vuoto ma anche la voglia di averne ancora, ed ancora di pi¨. Dunque Ŕ la morte dell'Uomo moderno, incline alle tenebre della paura generate dall'ignoranza. 

MÔni Vestan

Ci apprestiamo ora all'ascolto di "MÔni Vestan" (trad. Ovest della Luna)che si presenta in tutto e per tutto, come brano compagno, se non gemello, di S˘larrÔssebbene; benchÚ le atmosfere e le varie combinazioni strumentali siano delicatamente differenti, in determinati punti. L'incipit Ŕ scandito da un arpeggio di acustica battuto dal ritmo cardiaco del tamburo che, con una cadenza regolare e decisamente lenta, ci presenta MÔni. Pochi secondi necessari a catturare l'attenzione dell'ascoltatore per, temerariamente, indirizzare i colpi di synth in maniera sempre del tutto dilatata; mi verrebbe da pensare ad una sorta di campo magnetico che abbraccia ogni nota riprodotta proteggendola, riuscendo a valorizzare persino la pi¨ bassa ed infima. Mentre il perpetuo sfogo del synth prende il sopravvento in foreground, di sottofondo, quasi nascoste, le dita del Nostro continuano a ripetersi sui tasti bicolore creando un tappeto sonoro che non distoglie ma, bensý, da protagonista unico, diventa co-protagonista in armonia con altri ensemble sonori presentatici. Avanzando veloce, sovviene in mente un pensiero: quel viaggio del Sol a cui abbiamo assistito prima, in fine, a cosa porta? La vita Ŕ dunque un rituale ed il proprio viaggio interiore Ŕ un ciclo ripetitivo di essenze e di esistenze, un rituale informale di abitudini che si riflettono in un fenomeno naturale di enorme portata: il cambio giorno/notte. Dunque il viaggio del Sole non porta che allo scorgere della Luna a ponente. Ecco che il brano prende forma, in una visione molto pi¨ semplicistica: esso riesce a rappresentare l'ascesa di MÔni come un continuo del viaggio di S˘l. Il silenzio ovattato della notte i cui rilievi vengono splendidamente ricercati dalla luce lunare, il tappeto celeste che ci offre la visione del passato, in una sorta di divinazione, attraverso l'osservazione delle Stelle.. e poi c'Ŕ lui, MÔni, la Luna, re/regina della tenebra sorella, che danza sulle note simulate dal Conte tramite l'ausilio di un sintetizzatore, fino a raggiungere lo zenith e poi iniziare la sua lenta discesa verso il nadir. Il tutto scandito da note reiterate, espanse fino all'orizzonte sonoro e cadenzate prettamente con l'intento di accompagnare il suo viaggio verso il basso. Il ritmo diventa flemmatico, siderale e contemplativo fino all'esaurirsi, chiudendo il brano.

S˘lbj÷rg

Chiudiamo il cerchio ritualistico con l'undicesimo ed ultimo brano del lotto: "S˘lbj÷rg" (trad. Tramonto). Siamo giunti dunque al tramonto assoluto, quando S˘l giunge a ponente per lasciar spazio alla (ri)nascita di MÔni e cosý il contrario, in un connubio perfetto ed inarrestabile. Ormai sulla scia melodrammatica (quasi), l'ouverture del brano Ŕ segnata da note chiuse, pizzicate e morbide che accompagnano lentamente il calare del Sole verso l'orizzonte mentre l'ascesa della Luna Ŕ imminente. Note aguzze si stagliano sul foreground sonoro e incorniciano l'intero brano con un'atmosfera direi quasi orientaleggiante, proprio per sottolineare, sembrerebbe, il ritorno ad Oriente. Un brano decisamente leggero, indubbiamente etereo e piacevole che accompagna, sulla pellicola, l'ingresso all'interno della tana dell'Orso per la notte, immersi in una foresta. Viene inquadrato un fiumiciattolo, il cui scorrere risulta meravigliosamente in sincronia con la natura. E' come vedere un tramonto ma facendone parte, in uno spazio sconfinato, privo di cemento, in cui l'individuo non Ŕ suppellettile ma parte integrante del tutto, in congiunzione con l'Essenza. 

Conclusioni

Tiriamo dunque le somme: a 12 mesi dall'uscita di un album come "Umskiptar",  nessuno poteva di certo aspettarsi che il Nostro sarebbe riuscito nell'impresa di pubblicare non solo il suo undicesimo full-length ma persino un film amatoriale ed autoprodotto di un certo calibro (per chi ovviamente lo saprebbe apprezzare, non essendo una pellicola accessibilissima; possiamo comunque definirla, pi¨ o meno oggettivamente, un'opera particolarmente singolare). Al di lÓ di qualsivoglia critica che si possa muovere ad entrambi i lavori, rimane forte ed affascinante l'idea di base, motrice di entrambe le sfaccettature di questo concetto "mistico": ovvero, proprio quella visione piuttosto esoterica del tutto, della vita e della morte. Del resto, non possiamo scordarci di un particolare importantissimo, ai fini della degna comprensione di un disco di Burzum. Il fatto che la musica di Varg sia nata e fosse stata concepita, sin dagli inizi, per i solis sacerdotibus e non per le masse, sebbene l'ambient sia un genere facilmente orecchiabile e risulti tale persino ai meno avvezzi alla musica estrema. Lo stesso Conte, poco prima che questo disco vedesse gli scaffali, parl˛ di un qualcosa che non si era mai potuto ascoltare prima; 58 minuti di musica strumentale elettronica che pu˛ essere facilmente descritta come rilassante, lenta, contemplativa e molto originale, persino paragonabile alla musica prodotta dai Tangerine Dream (ed ovviamente anche ad alcuni vecchi progetti del Lupo di Bergen, rimanendo in tema e "in casa"). In effettivo, questo album Ŕ contemplativo e rappresenta un po' la Grande Opera alchemica di cui siamo tutti partecipi, ogni giorno. La caduta e la risalita sono concetti fondamentali del tutto e giorno dopo giorno siamo costretti, bene o male, a seguirli. Sebbene l'album possa risultare talvolta ripetitivo o "qualcosa di giÓ ascoltato", bisogna sottolineare come tali impressioni risultino praticamente vane quando parte nelle cuffie un brano come "S˘lbj÷rg", giusto per fare un esempio. Un pezzo il quale, sebbene discostante da qualsiasi lavoro precedente di Burzum (come tutto il platter del resto), elargisce una calma cosý eterea ma allo stesso tempo materiale che difficilmente potrÓ deludere qualcuno, raggiungendoci tutti in maniera unviersale. Dopo gli anni di prigionia, ormai possiamo dire con certezza che il Lupo di Bergen sia approdato su altri lidi, tenendo conto del passato ma con una coscienza differente, riscontrabile persino nel lungometraggio. Proprio quest'ultimo risulta essenziale nell'analisi di "Sol austan, Mani vestan", in quanto rappresenta un viaggio a cui non ci si pu˛ sottrarre; apparteniamo alla natura e come tale siamo sotto il suo dominio, siamo mortali ma il nostro spirito Ŕ eterno e, concetto pi¨ importante, tutto ha inizio ma non c'Ŕ una fine. A tratti si potrebbe anche dire che questo ulteriore lavoro partorito dalla mente del Conte, possa essere, a tutti gli effetti, il terzo capitolo conclusivo atto a chiudere quel cerchio iniziato con i precedenti "Daudi Baldrs" e "Hlidskjalf", prodotti in prigione. In definitiva, si pu˛ dire concretamente che son terminati i tempi oscuri; e ch'essi hanno lasciato spazio ad un viaggio interiore che porterÓ del Sol a levante e della Luna a ponente. 

1) Sol Austan
2) Runar munt Ůu finna
3) S˘larrÔs
4) Haugaeldr
5) Fe­rahellir
6) S˘largu­i
7) Ganga at s˘lu
8) Hţ­
9) Heljarmyrkr
10) MÔni Vestan
11) S˘lbj÷rg
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