BURZUM

Hvis Lyset Tar Oss

1994 - Misanthropy Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
27/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Dopo il processo e l'inevitabile sentenza di condanna definitiva, Varg Vikernes (al secolo Count Grishnack) era ormai psicologicamente predisposto a dover scontare la pena di 21 anni di carcere (la massima pena in Norvegia, ndr), a causa dell'assassinio del chitarrista dei Mayhem nonché suo ex mentore, Euronymous. Una volta messo dietro le sbarre il suo membro fondatore - unico compositore e musicista (Vikernes si ritrovò prima presso il carcere di Oslo, poi quello di Ringerike, passando per quello di Trondheim ed infine giungendo a Tromsø), oscure ombre iniziarono dunque a coprire pericolosamente il futuro del progetto Burzum. Sebbene Varg avesse già inciso abbastanza materiale per la pubblicazione di due full-length, la scarsa fiducia dimostrata delle case discografiche nei confronti dell'assassino fu a dir poco determinante, nell'intralciare i suoi piani; senza aggiungere l'allontanamento di ulteriori etichette (come la "Candlelight.."), discostatesi dalla sua figura a causa dell'omicidio e di alcune (contemporanee al processo) affermazioni di stampo filonazista del Nostro (tuttavia, lui affermava ed afferma tutt'oggi di non essere mai stato parte di tutto questo; non si definisce nazista e non appartiene a nessuna organizzazione del genere. Per dovere di cronaca, l'unica in cui prende effettivamente parte è il "Riksmålsforbundet", un'associazione nazionalista fondata nel 1907 atta a promuovere l'uso del norvegese "alto" in contrapposizione a quello dialettale). Sommando al tutto l'impossibilità di sfruttare la sua "Cymophane.." a causa degli eventi che erano in corso, sembrava proprio che la storia musicale del progetto Burzum dovesse concludersi con la sentenza decretata dal giudice.  Ma proprio quando tutto sembrava irrimediabilmente perso, ecco che, come un raggio di sole che apre il cielo uggioso, arrivò in soccorso di Varg la giornalista italo-tedesca Tiziana Stupia, in arte Diamanda, la quale fondò con coraggio la ormai celebre etichetta "Misanthropy Records". La stessa giornalista racconterà, più tardi, in un'intervista di Magnus Thor Magnusson, il retroscena chiave di tutta la vicenda: "La Misanthropy Records è stata fondata nell'autunno del 1993. Fondamentalmente ho creato l'etichetta per licenziare l'album di Burzum 'Hvis Lyset Tar Oss'. E' una storia abbastanza lunga, ma cercherò di riassumerla: nell'agosto del 1993, Varg Vikernes della band Burzum uccise il chitarrista della band Mayhem, Euronymous. A causa di questo avvenimento, Vikernes finì in prigione e nessuno voleva più pubblicare i suoi dischi. Visto che Burzum mi piaceva particolarmente pensai che fosse una vergogna che una musica così grande venisse sprecata e lasciata nel dimenticatoio a causa di questa situazione, ed ho cercato di far ottenere a Burzum un contratto con varie etichette. All'epoca nessuno era interessato, fino a che una persona dall'Italia, anche lui titolare di una label, mi ha detto: 'Se per te è così importante che questi album di Burzum siano pubblicati, perché' non lo fai tu direttamente?'. Infatti, perché non farlo? Così ho semplicemente contattato la madre di Varg e le ho detto che ero interessata a licenziare il nuovo disco di Burzum. Ho iniziato una corrispondenza via fax e lettera con lui, e sembrava arridergli l'idea che io pubblicassi la sua musica, così ho abbozzato un contratto. Ci siamo accordati sui termini ed il gioco era fatto. La prima pubblicazione fu agli inizi del 1994". Così facendo, la nuova casa discografica acquisì i diritti dei suoi lavori futuri garantendo il futuro della saga "burzumiana". Tuttavia, il tempo scorreva lento, in galera. Chiuso dentro quattro mura, il Nostro si dedicò in particolar modo allo studio della mitologia norrena, della storia scandinava e germanica, sviluppando ulteriormente il proprio spirito pagano ed ipotizzando di fondare il "Norsk Heden Front", una sorta di movimento politico di matrice nazionalista, con l'intento di portare avanti lo spirito nordico ai danni delle oppressioni giudeo-cristiane. Questo preoccupò non poco le autorità norvegesi, che videro in queste sue affermazioni qualcosa di non proprio politicamente corretto. Decisero quindi di privarlo di qualsiasi mezzo di comunicazione, gli stessi mezzi con cui, poco prima, aveva scritto e pubblicato, sebbene con notevole difficoltà, Vargsmal, ovvero un libro in cui divulgò le proprie idee e ideologie sul paganesimo, discutendo anche di divisione razziale e politica. La passione accentuata per determinate tematiche venne sottolineata con i lavori successivi a "Hvis Lyset Tar Oss" e "Filosofem": "Dauði Baldrs" (1997) e "Hliðskjálf" (1999), di stampo ambient. Il terzo album (quello che avrebbe dovuto chiudere la saga nordica affiancandosi ai precedenti due pocanzi citati) non fu mai creato poiché il nostro si disse stufo della scena musicale e si dedicò completamente alla politica ed allo studio. Chiuse il proprio sito web "Burzum" e ripubblicò "Vargsmal" insieme ad un nuovo libro, "Germansk Mytologi og Verdemsanskuelse" ("Mitologia germanica e visione del mondo"), affiancato da due opuscoli: "Guide to the Norse Gods and their Names" (Guida agli dei nordici ed ai loro nomi)  ed "Irminsul" (Grande pilastro). Facciamo però un passo indietro, ritorniamo nel 1994 e alle vicende prettamente musicali di quell'anno. Dunque, affiancando capolavori come "De Mysteriis Dom Sathanas" dei Mayhem e "In the Nightside Eclipse" degli Emperor, o anche "Transilvanian Hunger" dei Darkthrone (giusto per citarne qualcuno), "Hvis Lyset Tar Oss (Se la luce Ti Prendesse)" fece la sua definitiva comparsa, segnando di fatto un'epoca. Grazie alla "Misanthropy.." venne infatti pubblicato uno degli album più seminali e storici della scena norvegese, nonché della fiamma nera in generale. Il disco venne registrato due anni prima nei "Grieghallen Studios" di Oslo, sempre con la collaborazione del celebre Pytten.  Si presentò inoltre con una cover divenuta in seguito leggendaria ed emblematica, "presa in prestito" dalle opere dell'artista norvegese Theodor Severin Kittelsen (1857-1914): "Fattigmannen" (Povero), illustrazione datata 1894. L'opera, in bianco e nero, presenta un sentiero boschivo, cupo e scarno. Il paesaggio, scarsamente illuminato dai raggi solari (i quali faticano ad attraversare la fitta boscaglia), è dominato dai rami delle conifere e da corvi che si librano nell'aria. L'atmosfera si gela al solo sguardo di quel corpo scheletrico che giace sul terreno e vicino all'erba, vestito nobilmente ed adagiato con una compostezza che sembra quasi sussurrare le vicende da lui patite, narrandoci della dolce morte, tempo fa, lo prese. L'ossimoro, alimentato dai vestiti eleganti e dal titolo dell'opera, può forse condurre all'idea che, qualsiasi persona (che sia ricca o meno), al momento della dipartita si ritrova sola, povera e disarmata. Parlando più tecnicamente dell'opera in sé, invece, possiamo senza dubbio affermare che se in "Det Som Engang Var" il cambio "tematico" era appena accennato e teorizzato, con questo album e con il prossimo si può sancire altresì l'inizio dell'era in cui domineranno i suoni ambient ed elettronici nella musica del nostro. Senza indugi, dunque, partiamo alla scoperta di questo nuovo capolavoro firmato Burzum.

Det som en gang var

A coronare il discorso intrapreso pocanzi sopraggiunge subito il primo brano: "Det som en gang var" (Cio' che era una volta - scritto ed ideato nel giugno del '92). Questo brano di incipit, il cui titolo lo abbiamo incontrato già nel disco precedente (ma con una modifica leggera a livello lessicale), consta di ben 14:21 minuti di musica ambientale di grande spessore; alternata, in certi punti, alla voce straziata del Nostro. Il pezzo Inizia dunque su decadenti e lente note di chitarra che si stagliano perfettamente su flebili e melodiche sonorità date dalla tastiera, con entrambi gli strumenti che non vogliono apparire troppo pretenziosi. Su queste note si apre dunque uno scenario in declino, quasi si volesse all'ascoltatore un degno sottofondo musicale atto a decantare la malinconia espressa dalla cover del disco. Il concetto è quello semplice quanto nobile di catturare la mente e l'anima dell'ascoltatore, preparandolo al viaggio sensoriale ed immaginario che già diverse volte abbiamo intrapreso, approcciandoci alle composizioni più prettamente strumentali di Varg. Quel clima gelido ed avvolgente con cui abbiamo avuto modo di approcciarci all'inizio comincia quindi a sfumare dal secondo minuto in poi, e di tutta risposta le mani del Nostro iniziano ad allontanarsi dai tasti bianchi e neri per dare lustro e spazio alle angosciose melodie della chitarra. Il suono inizia a prendere una forma più "allegra", le dita iniziano a destreggiarsi più rapidamente sulle sei corde lasciando emergere dalle retrovie quel suono imperante e deciso della batteria, quasi come si volesse descrivere una ciurma vichinghi appena giunta sulle coste inglesi. Dopo aver attraccato i drakkar, i guerrieri sbarcano sulla terraferma pronti per la razzia e pieni di brutalità. Il rullante continua a scandire il tempo ma ecco che dopo un minuto si aggiunge quel suono secco del crash che apre le porte verso un nuovo ritmo, più gelido e decadente, dato dalla chitarra. Espediente a cui si affianca, riemergendo, la tastiera, questa volta con un suono differente dal precedente. Un suono ben più "avvincente", che dà voce a quell'azione violenta compiuta dai vichinghi, un'azione a cui ci si sarebbe potuto ispirare Varg e alla quale noi possiamo tranquillamente pernsare,  ascoltando il brano. Subito il doppio pedale ed il ritmo d'incipit ci accompagnano verso il profilarsi della voce luciferina di Varg, che ci introduce alla parte cantata del brano, perfetta incarnazione dello spleen dell'intera opera. Siamo arrivati al termine della prima metà del pezzo; l'inizio della seconda  viene dunque sancito dall'accenno di un tremolo picking che aggiunge quel tocco aggressivo al suono (già di per sé molto più accessibile che nelle altre release). Esattamente un minuto dopo, il tutto  si conclude dando luogo ad una fase di stallo sonoro, uno stallo inibitorio che viene accompagnato a sua volta ed in parallelo da una voce straziante. Ecco che immediatamente cambiano il ritmo ed il tempo, l'intero ensemble diventa più ipnotico e catartico, nonché lento.  Il lavorio sinergico dell'abilità tastieristica del Nostro unito alla lenta, quasi doom, orchestrazione delle sei corde rende il tutto ancor più alienante, un insieme coadiuvato da un battito di crash e da un rullante di basso tono, ma propedeutico alla causa. L'atmosfera rimane questa quasi fino al termine dell'intero brano, se non fosse per quel cambio di velocità letteralmente dell'ultimo minuto, e che chiude definitivamente le porte.  Il testo risulta essere  l'introduzione di un racconto destinato ad essere narrato nell'arco dell'intero full-length, cosa non inusuale per Burzum. Si tratta di un viaggio onirico, misto alla nostalgia per i tempi che furono, rievocati dalla magnificenza di un paesaggio ormai perso fra le sabbie del tempo. Ci si risveglia dietro a cespugli e steppe, intenti ad ascoltare, furtivi, discussioni di gente che sembra esser venuta da un'altra era. Fissiamo le loro figure, godendoci un panorama da sogno. Il ruscello che scorre, la magnificenza degli alberi.. possiamo quasi toccare con mano la bellezza e la sacralità dei valori semplici di una volta. Quelle figure che ascoltiamo e fissiamo altro non sono che spiriti tormentati, anime di valorosi guerrieri e uomini d'onore, ormai estintisi da tempo. Parlano di speranze smarrite per sempre, di canzoni elfiche che mai più verranno udite. Lo sgocciolare dell'acqua fa loro da sottofondo, mentre noi ci disperiamo con loro. Tutto ciò che era ormai è lontano, perso per sempre: l'onore, le antiche genti, gli antichi valori.. tutto spazzato via dalla brama di potere di un invasore (probabilmente i cristiano-giudaici, ndr). Il dolore ed il sangue sono ancora percepibili (come se fossero gli elementi chiave e distopici della realtà, in contrapposizione al sogno di una terra incontaminata). Non siamo nemmeno morti, è come se non avessimo mai vissuto. Una chiusura terribilmente pessimistica e sintomatica del forte disagio che Varg poteva provare nei riguardi della storia della sua gente.

Hvis Lyset Tar Oss

Il secondo brano del lotto è proprio la titletrack, "Hvis Lyset Tar Oss (Se la luce ci prendesse..)". Datata Luglio 1992, è un semplice continuo delle sonorità precedenti, sebbene più veloci in confronto alla ieratica lentezza incontrata nell'ascolto della prima traccia. L'inizio violento di chitarra e doppia cassa rendono l'atmosfera più tesa che mai, il suono ridondante ci accompagna fino al quindicesimo secondo del primo minuto, momento in cui si staglia imperante il grido luciferino del lupo di Bergen. Quel suono incalzante di apertura inizia a cambiare ritmo, si velocizza con una variazione minima, all'orecchio quasi impercettibile. Lo scandire del tempo con la doppia cassa permette di creare quasi un "disordine controllato" e di arrivare, senza essere esausti del suono reiterato, alla seconda parte del brano che viene magistralmente scandita al venticinquesimo secondo del quinto minuto con un blast beat molto più marcato e furioso, con il canto in scream che arriva sempre più allo spasimo. Quel suono avvolgente e tipico del black metal old school ci accompagna mano nella mano sino al termine della title-track, violenta e decisamente atmosferica al contempo. L'idea di "tortura psicologica" la fa da padrone, in quanto il brano è costruito esattamente per farci provare sensazioni distruttive, per recarci pesantezza; il riff minimale e l'intero arrangiamento non troppo articolato rendono il tutto davvero particolare, con il ritmo "monotono" che diventa quindi tratto distintivo di questo episodio. Come, del resto, era in voga presso molte altre realtà: basti pensare ad opere di maestri della fiamma nera norvegese, primi tra tutti i Darkthrone (l'alienante e violento ripetersi di "Transilvanian Hunger", per dire), band per la quale Vikernes scrisse anche vari testi. La "spasmodicità" dell'intero brano fa quindi da comune denominatore e si rivela essenziale per lo sviluppo dell'intera corrente musicale, lezione (questa) appresa anche da molti altri maestri. Il testo si rivela assai più criptico del precedente, ma comunque legato alle liriche già incontrate; apparentemente, le liriche si dimostrano il continuo del sogno di prima: siamo in una radura, imprigionati nella, boscaglia luogo ove splende la luce del sole di Dio. Al solo contatto con questi raggi, la nostra carne brucia inesorabilmente, emettendo un fumo che si alza verso il cielo, il quale prende la nostra forma, quasi come se le nostre anime si stessero librando nel cielo abbandonando i nostri corpi prossimi alla morte. Prigionieri e tormentati dalla "bontà" di Dio, preda delle sue fiamme, del suo odio.. destinati a finire all'Inferno, quel luogo tanto "decantato" dai timorati e puritani. Cosa si può apprendere, da queste brevi parole? Certamente, contestualizzandole possiamo capire quanto esse siano effettivamente figlie degli interessi nordico-pagani di Varg, potendo ricondurle pienamente a quel periodo in cui ossessione del Nostro verso le sue radici / la sua storia avevano raggiunto il proverbiale picco. Naturale, quindi, che dimostrasse ancor più odio nei riguardi delle campagne di "conversione" cattoliche, contro le quali il testo sembra effettivamente scagliarsi. Quel Dio giudeo-cristiano che assume la parte di antagonista è dunque il cardine delle liriche, indisposto com'era, Varg, nei confronti del cristianesimo e del cattolicesimo. Tutto quel parlare di fuoco, di luce e di carni bruciate sembrano infatti ricondurre il nostro pensiero alla "nobile" e "caritatevole" arte alla quale i primi cattolici erano dediti.. ovvero, bruciare sul rogo tutti coloro i quali venivano considerati "infedeli", o che rifiutavano di convertirsi.

Inn I Slottet Fra Drømmen

Ci accoglie, subito dopo, il terzo brano dell'album: "Inn I Slottet Fra Drømmen (Nel castello del sogno)". Risalente ad un mese dopo del precedente pezzo (agosto 1992), si presenta sin da subito con incredibile ferocia. La dicotomia tra chitarra e batteria ipnotizza fin dai primi secondi, mentre rintocchi di crash, doppia cassa e le due note delle sei corde si ripetono imperterrite ed in un crescendo sempre più delineato, quasi fino allo spasimo, all'estremo totale. Immediatamente, l'urlo del Conte entra in scena con fare inverecondo, lasciando spazio al cambio di ritmo e melodia che si fa sempre più alterato e furente. Subentra un blast beat non troppo pretenzioso su cui, al primo minuto, si staglia la parte cantata della canzone; vocals molto marcate, le quali ci investono di petto e catturando senza dubbio la nostra attenzione. Il cambio ritmico è labile ma al terzo minuto la melodia inizia ad essere più gelida, le temperature si iniziano ad abbassare e quella prima parte violenta inizia a diventare un contraltare alla seconda parte del brano. Decisamente molto più funebre e lenta, all'inizio del quarto minuto si cambia totalmente faccia; il suono ripetitivo sfocia in un primo dualismo di prima e seconda chitarra con suoni di sintetizzatore che iniziano a plasmare la cornice dell'intero brano. Subito un riff cupo prelude e ci accompagna a quello che sarà il suono di chiusura fatto da riff in due tempi, battiti di rullante e rintocchi di crash, scream e note di tastiera che chiudono il cerchio in un mix allucinogeno e sfumano verso lo scoccare dell'ottavo minuto, chiudendo le porte del castello. Lo scritto è un inno alla conquista di un obiettivo, concetto spiegato tramite l'utilizzo di similitudini. Davvero particolare e non troppo criptico, in questa ultima porzione di storia il Conte realizza di essere tra nebbiose valli, malinconiche montagne e sotto nuvole grigie. Vestito di nero ed armato adeguatamente, cavalca un cavallo imponente che lo guida, nella notte oscura, tra alberi morti ed il freddo eterno. Mostrandogli, fuori dalla nebbia e dall'oscurità della montagna, il castello del sogno. L'idea di una figura ammantata di nero che cavalca armata, poi, tradisce ancora una volta l'amore per gli scritti di Tolkien, in quanto (così vestito), Varg / il personaggio protagonista delle liriche sembra quasi richiamare la figura del Nazgul, ovvero lo spettro dell'anello. Il quale è appunto in procinto di raggiungere questo castello, dopo la spirale di violenza mostrataci nel pezzo precedente e la malinconia del primo brano. Dopo la sofferenza, quindi, una liberazione; la quale coincide con il raggiungimento di un "locus amenus", una sorta di aldilà nel quale rivivere l'antica vita, fatta di antiche tradizioni e di antichi valori mai dimenticati. Termina così la cavalcata che durò una vita intera.

Tohmet

Chiude il sipario di scena l'ultimo brano di questo capolavoro: "Tohmet (Vuoto)". Ideato nel Settembre del lontano '92, si presenta apparentemente come un semplice brano strumentale. Tuttavia, la magnificenza dell'accordo perfetto tra le varie note di sintetizzatore fanno calare l'ascoltatore in una fase di trance meditativa, a dir poco trascendentale. Un vero esempio di come non si abbisogni sempre di parole per trasmettere emozioni che siano penetranti e soprattutto particolari, quasi sfuggenti. L'intera track consta di ben 14:12 minuti in cui si alternano sessioni melodiche lente e monotone (ma assai drammatiche, magniloquenti) ad altre molto più affermate ed "allegre", soprattutto nella seconda parte, quando sopraggiunge un ritmo di batteria appena accennato e comincia a risuonare un effetto simile al suono di un flauto (per quanto sia effettivamente possibile usare l'aggettivo "allegro", in un'opera del genere). Un espediente particolarissimo, quasi il Nostro avesse voluto lanciare una provocazione che (di certo!) allertò sia i fan dell'ultima ora, sia quelli più vecchi. Un brano particolarmente atmosferico, ben lontano dalla violenza sferragliante, dal crudo e gelido riffing a cui altri album ci avevano abituati. Pensiamo a "Deathcrush" dei Mayhem, o allo stesso "A Blaze in The Northern Sky" dei Darkthrone. Dischi violenti, "atmosferici" si ma sempre dominati dall'onnipresenza di una chitarra elettrica mordace nonché da ritmi pazzi e forsennati. Di tutt'altro avviso sembra essere questo brano, sintomatico  di quello che andava a crearsi, proprio in quel preciso momento, col progetto Burzum. Effettivamente, durante un'intervista per  "Slayer Megazine vol. X" del '94, sul motivo del cambiamento stilistico, Vikernes ebbe modo di dichiarare: "Dipende dal risultato dell'intero processo. Potrò incidere album di musica elettronica perché per continuare con le mie registrazioni di batteria, chitarra e voce ho bisogno di uno studio ed un equipaggiamento più adatto rispetto ad un computer. Ho bisogno di libertà e di essere lasciato fare. Così, le prossime uscite saranno in stile Burzum, come sempre.. ma le parti metal dovranno aspettare se sarò condannato. La musica elettronica di Burzum sta prendendo piede negli album, dato che in "Det som.." c'è 1/3 di elettronica come anche in "Hvis lyset?" ce n'era la metà. Può darsi che i futuri album siano solo elettronici o forse no. Non ho piani, prenderò le cose come verranno. Burzum è e sarà sempre malinconico, monotono e trascendentale. Non vedo il rock 'n' roll alle radici del black metal. Senza dubbio la techno underground tedesca è alle origini della musica di Burzum". Una dichiarazione più che shockante, in quanto musica elettronica e Metal erano da sempre (e lo sono tutt'oggi) mondi più contrapposti di quanto la gente possa pensare. Eppure, tutto quel che possiamo udire, in questo frangente, è un brano atmosferico e malinconico, il quale si dipana ripetendosi fino allo sfinimento, senza conoscere sosta alcuna. Un'antitesi bella e buona, che presenta Varg come uno degli sperimentatori massimi della sua Scena e della Scena Black in generale. Ora andamenti più "apprezzabili" ora indoli maggiormente funeree, momenti in cui tutto sembra poter prendere una piega ed invece viene imboccata tutta un'altra strada.. "Tohmet" potrebbe spiazzare, se effettivamente ascoltata con le orecchie. Provando ad attivare le nostre percezioni sensoriali, però, possiamo tranquillamente descrivere questa traccia come l'ennesima manifestazione di "trascendentalità" trasmessa. Quasi come se Varg volesse continuare a descrivere la sua cavalcata verso il castello del Sogno, quasi come se volesse descrivere quell'aldilà pagano in tutta la sua fiabesca e mitologica bellezza. Una vera e propria immersione in mondi arcani e dimenticati.

Conclusioni

Arrivati dunque alla conclusione di questo breve ma intensissimo viaggio, possiamo tirare le nostre conclusioni circa ciò che abbiamo ascoltato, con passione ed attenzione. Senza dubbio, possiamo definire questo lavoro come un punto di svolta, una sorta di "rottura" col passato recente; un piccolo capolavoro del nostro che sancisce la separazione definitiva dai lavori sino ad ora incontrati. Il che non è certo da identificarsi come un qualcosa di negativo, in quanto "Hvis Lyset Tar Oss" ha ispirato innumerevoli gruppi Black Metal ed Ambient, mostrando inoltre al mondo intero quanto il genere proposto dalla scuola norvegese non sia rigido e immutabile; anzi, grazie ad "Hvis.." notiamo come il Black si presti all'unione anche con ciò che (apparentemente) risulta ben lontano dalle proprie corde. L'ensemble di Metal ed Ambient, l'arrangiamento generale e la qualità intrinseca dei brani rendono ancora più coinvolgente l'ascoltato, immergendo l'audience in un'altra epoca, in un'altra dimensione. Dall'inizio alla fine, ci vediamo trasportati in un altro mondo; un mondo che prende corpo nota dopo nota, in cui il tutto viene incollato progressivamente, come tasselli di un puzzle che prendono vita grazie ai testi che si spostano tra visioni pessimistiche e percezioni della nullità della vita umana, sempre costretta ed incatenata nel proprio essere. Come il titolo dell'ultimo brano, così ci si sente una volta aver assaporato l'intero full-length, composto da semplici note che rendono vanagloriosi qualsiasi altro pensiero o percezione. Il puro e semplice onirismo sonoro, che con la sua semplicità cattura, facendoci viaggiare per miglia e miglia. La mente e l'immaginazione vengono così riempite da quelle visioni grigie che trasportano l'anima in ere antiche, trafiggendo lo spirito ed il pensiero, lasciandoci inermi. L'utopia creata dall'autore desta stupore ed incredulità e divide il pubblico tra chi pensa che il cambio stilistico sia stato distruttivo e chi invece ne apprezza il contenuto, lodando l'opera in sé. Comunque andrà, Vikernes rimane e rimarrà per sempre uno dei massimi esponenti del genere ed una persona profonda che è riuscita a donare tanto, musicalmente, ai propri "adepti" e non solo. Si potrà dire di tutto delle sue contraddizioni e dei suoi sbagli, ma mai si potrà negare la capacità che la sua Arte ha di trasmettere emozioni a dir poco uniche.

1) Det som en gang var
2) Hvis Lyset Tar Oss
3) Inn I Slottet Fra Drømmen
4) Tohmet
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