BURZUM

Hliðskjálf

1999 - Misanthropy Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
01/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Giungiamo dunque al sesto album in studio di Burzum, nonché al secondo capitolo di quella trilogia incompiuta partorita dalla mente del nostro Varg Vikernes durante i suoi anni di prigionia. Un lavoro che giunge quindi a dover dare continuità ad un'idea che, possiamo dirlo, non era iniziata nel migliore dei modi: "Daudi Baldrs", uscito nel 1997, fu infatti accolto con più di una perplessità da parte del pubblico, come dimostrò lo scarso successo riscosso. Un quasi buco nell'acqua dovuto ai più disparati motivi: qualità del sound non proprio eccelsa, cambio repentino e radicale di genere, limitazioni dovute alla prigionia.. un "passo falso! che accompagnò il nostro nella scelta di prendersi una piccola pausa sabbatica, per concedersi ad uno studio più approfondito degli antichi scritti nordici. Una pausa che lo portò, subito dopo, ad iniziare a creare e a produrre quello che sarà il full-length di cui oggi andrò a disquisire: "Hlidskjalf", datato 1999. Passarono quindi ben due anni dall'ultima pubblicazione ed in concomitanza con altri capolavori come "Panzer Division Marduk" degli svedesi Marduk e "At the Heart of Winter" dei norvegesi Immortal (senza scordarsi il live album "Mediolanum Capta Est" dei seminali Mayhem), il nostro, sempre sotto la label "Misanthropy Rec." pubblica definitivamente un album sicuramente meno concettuale del suo predecessore. Registrato nella prigione di Tønsberg, sempre con l'ausilio di sintetizzatori e computer, esso risulta essere un disco ambientale e neofolk, sempre caratterizzato da quella "coerenza coercitiva" e premeditata tipica del Vikernes prigioniero. Effettivamente, da una parte la strumentazione della quale il Conte disponeva era solamente quella (un PC e dei sintetizzatori, da non usarsi se non in orari specifici; regole del carcere), e quindi non poteva sperimentare con nient'altro; d'altra parte, Varg voleva rendere un unico racconto quello del lavoro triptico tutt'oggi incompiuto, cercando di far di necessità virtù. Come già accennato, dal 1997 in poi, la mitologia nordica e le saghe relative ad essa furono il comune denominatore dei lavori del nostro, segnando un cambiamento quindi radicale dal punto di vista stilistico e musicale. "Hlidskjalf" rappresenta infatti l'alto trono su cui siede Odino, ubicato nel Valaskjalf (il palazzo reale dalle pareti argentee), un trono dall'alto del quale il Padre degli Dei  riesce ad estendere la propria vista su tutti e otto i mondi di cui è composta la cosmologia della mitologia norrena. Secondo una nota dello storico islandese Snorri Sturluson, lo stesso Odino sfruttò il suo trono per scovare Loki dopo la sua fuga in seguito all'uccisione del dio Baldr (figura che abbiamo incontrato nel lavoro precedente). Questo, quindi, a sottolineare la linea storica "continuativa" intrapresa dal nostro. Anche in questo suo nuovo progetto incontriamo nuovamente l'opera di copertina a cura di Tanya Stene, fautrice di cover art per Ulver, Isengard, Thorns, Emperor e Satyricon; l'immagine rappresenta, con colori freddi, misti tra nero, blu notte e bianco ghiaccio, un altare fatto di pietra e ricoperto di muschio al centro di un fitto bosco di betulle; esteso, un prato collinare le cui forme ed i cui dettagli vengono alla luce grazie ai raggi lunari che, impavidi, attraversano le fronde degli alberi ed i loro tronchi riuscendo a toccare la superficie, regalandoci un'immagine cupa, fredda ma emblematica. Un artwork davvero pieno di energia e contemporaneamente avvolgente, nella sua semplicità.. una vera rappresentazione empirica di ciò che era solito essere un luogo rituale all'epoca degli avi del nostro Lupo di Bergen. Un altare sacrificale posto al centro della scena, per Varg, non poteva non esser altro che un vero ritorno alle radici della propria popolazione dato che, come abbiamo già incontrato e capito, per Vikernes ormai il suo popolo è ottenebrato dalla modernità e dalla religione monoteista giudeo-cristiana; componenti le quali, in maniera implacabile, hanno portato ad un abbandono definitivo delle tradizioni appartenenti al proprio retaggio culturale. Il ricordare ed il sottolineare per lui qualsiasi simbologia della propria mitologia o della propria cultura pagana non fa altro che riesumare le antiche tradizioni in una sincronia non troppo sforzata con gli ultimi lavori prima della prigione.  Il tutto viene poi contornato dall'atmosfera fredda e gelisa degli otto brani di cui è composto l'LP; ognuno racconta una storia a sé stante e contemporaneamente viene accompagnato (lo vediamo all'interno del libretto) oltre che da i testi scritti in inglese ed in tedesco, persino da un'illustrazione realizzata da parte dell'artista statunitense Stephen O'Malley, il quale, tramite la manipolazione di fotografia estrapolata da film muti (tra cui abbiamo anche "Faust" del genio Murnau), ricrea immagini suggestive ed avvolgenti. La distribuzione avvenne, come di consueto, in 1000 copie in vinile (il cui disco era stato stampato con colore dorato) ed altrettante in versione digipack in A5 con stampa, libretto e CD incluso. Fatte le dovute premesse, premiamo dunque il tasto "play" ed accingiamoci all'ascolto.

Tuistos Herz

Un suono evocativo, che sembra quasi ricordare un battito di crash (ricreato, ovviamente, con l'ausilio di synth e tastiera), spalanca quindi le porte del disco, presentandoci la prima track: "Tuistos Herz(Il cuore di Tuistos). Giungono immediatamente al nostro orecchio note cupe che gelano l'atmosfera, in un contesto oscuro ed ombroso, fiocamente illuminato da flebili raggi lunari. In sottofondo si fanno avanti note tirate che sembrano come voci distorte e sinistre, unitesi in coro a raccontarci storie arcane e dimenticate. Tira  un'aria del tutto artica, gelida, ci accorgiamo che quelle che stiamo udendo non sono voci, ma solo effetti sonori. Chiudendo gli occhi si riesce a percepire il vento del Nord che ci tocca il viso e si dipana tra i nostri capelli, arrivando al cuore, alle ossa, passando in ogni angolo del nostro essere; ma immediatamente una melodia concitata vede la sua entrata in scena in un ensemble che sublima l'intero racconto sinfonico, toccando l'acme della trance musicale a cui siamo stati introdotti. Il brano va avanti e l'immagine continua a schiarirsi, si riesce ad intravedere il cielo plumbeo e nuvoloso, quel vento che abbiamo già incontrato insiste sulla nostra pelle, ed i fiordi norvegesi sembrano mostrarsi a noi in immagini risalenti a secoli e secoli addietro. Quei luoghi che un tempo erano attracchi per drakkar, ora non sono nient'altro che ceneri di una storia ormai lontana. E come quella tramontana che ci accompagna amichevolmente, ci avviciniamo sbarazzini al termine del brano e del viaggio onirico,  scortati da un suono ambientale anch'esso freddo e con una sorta di eco ad intermittenza, il quale ci trasporta in un momento di meditazione e di contemplazione particolare. La storia trattata in questo primo pezzo descrive musicalmente di un vichingo che, trovatosi in una scogliera, decide di incidere su di una roccia la figura di Mannus, il più vecchio degli dei antichi. I contorni della scultura sono rosso sangue e la stessa viene decorata con un grosso fallo, universale simbolo di fertilità e fortuna. Mannus, figlio di Tuisto, fece sì che la sua gente riuscisse a sopravvivere nel gelido nord, insieme ai suoi tre figli: Ingwaz, Irminaz e Istwo. Alla vista di questi suoi discendenti, infatti, il cuore di Tuisto si riscaldò proprio perché capì che la sua stirpe avrebbe continuato a vivere, rendendosi dunque conto del fatto che ci sarebbe stata speranza per le generazioni future. Dunque, per riuscire a comprende il testo, non lasciando nulla al caso (proprio in spirito burzumiano), bisogna andare ad intravedere nelle profondità della conoscenza della mitologia nordica da parte del Nostro, scovando le sue personalissime "letture critiche". Tuisto è il dio più antico nel pantheon norreno, il significato del suo nome è "il doppio", proprio perché con una mano tiene la luna e con l'altra il sole; più esplicativamente, lui è il dio del cielo che ha dato vita a Mannus (Bor) e Bestla (Jord, dea della Terra). A loro volta questi ultimi generarono Odino, Vili e Ve, ed a sua volta Odino generò  Thor (considerato dunque suo figlio), Tyr e Freyr (considerato da molti altri come il figlio di Njord). Questa discrepanza di nomi deriva molto semplicemente dalla varietà e dalla localizzazione geografica delle varie tribù che diedero a loro volta nomi differenti, arrivando a dividere lo stesso Tuisto in numerose altre divinità. Dunque, Varg apre il concept con l'inizio degli inizi, il primo degli Dei, il principio definitivo e perfetto. Una scelta per nulla non casuale, visto che dal Dio Tuisto tutto ha inizio.

Der Tod Wuotans

Inizia quindi la seconda track dell'LP: "Der Tod Wuotans" (Della morte di Odino). Il Ragnarok è cominciato. I battiti di scudi, lo sferragliare di spade di legioni di soldati echeggiano nella piana di Whgripr. Corvi, dei, lupi e guerrieri, vermi e bestie dell'oscurità si distinguono in quella pianura infuocata. Lungo gli argini si intravedono fiumi di sangue contornati da carcasse, pezzi di carne, teschi ed ossa. Le urla di dolore appesantiscono l'aria già ingrigita dai martellanti suoni di scudi ed armi che si librano nell'aere, sovrastando qualsiasi essere d'innanzi a loro. La distruzione totale. Per un breve secondo però tutto tace, come se l'Universo stesse trattenendo il respiro. Wuotan (Odino, ndr, da questo nome deriva poi il giorno della settimana in inglese: Wednesday, trasformato da Wuotan Day) cade a terra esanime, divorato dal lupo Fanjariho (Fenrir). Il tempo sembra attendere e fermarsi in quel solo attimo. Gloria ed Onore a Wuotan! Con una sorta di marcia imperiale scandita da battiti di tamburo stilizzati veniamo introdotti al funerale del Padre degli Dei. Immediatamente la mente viene pervasa da quelle note marziali catturandoci fino dai primi attimi e lentamente, in un corteo immaginario, la salma di Odino viene portata verso la nave tomba preparata per il suo ultimo viaggio. Note amplificate, più distorte e stirate, miste, in sottofondo, ad un suono ambient funebre e malinconico ci accompagnano in questo lungo cammino per l'ultimo saluto. Circondati dalla boscaglia fitta, da una scogliera imponente e da alte montagne veniamo bagnati dalla pioggia incessante; sembra che il cielo stia piangendo anch'egli  per quanto si era consumato su quel campo. Ecco che dunque la salma viene posizionata sulla nave e per un attimo tutto sembra tacere di nuovo. Si odono solamente i pianti dei presenti i quali però vengono rincuorati dalla conoscenza del nuovo mondo che risorgerà dalle ceneri del vecchio. Un brano che dunque cerca in ogni modo di risultare funereo ma anche incalzante, diviso a metà fra varie sensazioni: battaglie e funerali, trionfo e morte. Due anime ben sviluppate a suon di espedienti particolari, un pezzo che come sempre non brilla per varietà o comunque per complessità della struttura, ma ben riesce nella sua semplicità a delineare in maniera ottimale i due momenti che abbiamo pocanzi descritto. 

Ansuzgardaraiwô

Con "Ansuzgardaraiwô" (I guerrieri di Ansuzgarda) Varg ha deciso di raccontare della "Caccia Selvaggia", meglio conosciuta tra i tanti grazie al dipinto dell'artista norvegese Peter Arbo: "Åsgårdsreien", presente ad Oslo. Si tratta di un tema particolarmente folkloristico che vede la presenza di un corteo notturno, composto tra i più svariati elementi; giusto per citarne qualcuno: Wuotan, Re Artù, Carlo Magno, accompagnati da animali, anime dannate e creature ultraterrene. Questo corteo funereo si verificava dunque durante i dodici giorni di Yule (i dodici giorni successivi del solstizio d'inverno), e si diceva che chiunque avesse avuto la possibilità di vederlo, sarebbe incappato in sventura e catastrofi. Le origini di questa credenza risalgono alla Scandinavia e secondo il credo popolare, Odino, a cavallo del suo destriero a otto zampe Snaupnir, cavalcava d'innanzi al corteo di anime e guerrieri, guidandoli nella ridda intorno al globo. Le motivazioni dunque sono assimilabili facilmente alla paura atavica del buio e di rimanere da soli in ambienti esterni privi di illuminazione, tipico delle società premoderne.  Musicalmente parlando, questo brano può essere facilmente interpretato come il proseguo di "Han Som Reiste", incontrato nel precedente capolavoro "Det Som Engang Var". Si apre dunque con un suono atipico e meditativo che incornicia la chiusura dei portoni di Asgard alle spalle del corteo, il cui cammino è scandito da dei simili rintocchi di crash che ne gelificano l'atmosfera. Proprio quest'ultimi incalzano quindi il viaggio in giro per il mondo. I guerrieri sono pronti a fare razzia, a cacciare le proprie prede e a dispensare preoccupazioni e stupori tra la popolazione. Subito note marziali e pungenti ci scalfiscono i timpani, ritmando la cavalcata dell'orda di guerrieri nel cielo i quali, tra le nuvole plumbee che oscurano la luna nella sua interezza, si vedono uniti verso un fine ultimo; immediatamente l'ensemble sonoro viene inframmezzato, in tempi ben precisi, da un leggero silenzio accarezzato dal suono ambientale d'incipit intimandoci all'osservazione e contemplazione di quanto è in atto nei cieli, riuscendo a trasmettere quella sensazione di oppressione e curiosità provata da chiunque poteva essere presente ad ammirare quella sensazionale immagine. Insieme ad Odino ed i suoi guerrieri  viaggiamo quindi per tutta la notte, passando per il Nord ed arrivando ad Est verso poi l'Ovest e ritirandoci ad Asgard verso il sorgere del Sole, fieri di quanto abbiamo viaggiato e visto e provato, accompagnati da synth isolati, sicuri e pugnaci.

Die Liebe Nerthus

Note gotico-medievaleggianti figlie del precedente lavoro del nostro, ci introducono alla quarta traccia del full-length: "Die Liebe Nerthus" (L'amore di Nerthus). Improvvisamente ci si risveglia distesi in un prato, è un giorno soleggiato ed il bosco si riempie di gioia grazie a uomini e donne che, danzando, camminano in fila verso il Lago Sacro. Qui un sacerdote sacrifica i consenzienti alla sua messa, lasciando cadere i corpi nel lago, in onore della Madre Terra. Goia e colori pervadono il luogo del felice sacrificio di coloro i quali decisero di donare forza alla natura con la loro morte. Puro amore, questo è per loro, puro amore e forza. Effettivamente il suono descrittivo del Nostro altro non è che un canto muto di felicità. Quelle note d'incipit racchiudono una sorta di giornata idilliaca che si dipana tra i pensieri, sublimandoli; sembra proprio di essere diretti verso la fila di genti che camminano danzando verso il luogo del sacrificio. La melodia viene inframmezzata da leggeri e freddi battiti di tamburello, riuscendone ad incorniciare e a catturare l'atmosfera surreale e solare che si respira. Le dita sui tasti bianchi e neri sembrano danzare come in un ballo nelle migliori corti medievali. Quel sacrificio viene dunque visto in modo benevolo, un gesto di amore verso la Natura, madre di tutti, che ne trae forza dalla volontà di ogni uomo.

Das Einsame Trauern Von Frijô

Il giusto suono di mezzo che divide l'album e che, come un climax discendente, ci accompagna al successivo brano, molto più triste e malinconico: "Das Einsame Trauern Von Frijô" (La solitaria afflizione di Frijo). Il brano sembra quasi una nenia, una musica leggera e delicata, note pizzicate e reiterate fanno trasparire la malinconia e la tristezza di Frijo (Frigga) che piange per la morte del suo figlio Baldr. Concitate note rendono perfettamente la distruzione data dalla perdita di una madre, piangente il proprio figlio caduto. Distrutta dal dolore si rintana, da sola, ad affliggersi di continuo fino alla disperazione. Tutto ciò che era rimasto, piano piano iniziava a scomparire. Il Ragnarok è iniziato ma lei è troppo affranta per combattere, troppo triste per poter solo pensare a farlo, tutto ciò che pervade la sua mente è dolore dovuto dal proprio figlio tristemente dipartito. Gli altri preparano la difesa della città ed il marito è partito per scovare chi ha ucciso Baldr, lei dunque rimane sola a combattere con sé stessa senza qualcuno che pensi realmente al suo dolore. La vicenda viene musicata perfettamente, con quel connubio ed accavallamento di melodie ripetute le quali, in modo del tutto empatico, trasmettono quella sensazione di frustrazione e di abbandono che solo una madre può provare, nel mentre che seppellisce un figlio caduto in tempo di guerra. Una stanza buia dalle pareti grigie, le cui striature vengono illuminate da una luce leggera proveniente dalla torcia infuocata, posta nell'altro lato della stanza, ed il cui barlume rischiara il viso della dea rannicchiata nell'angolo opposto, piangente e con le lacrime che riflettono la luce della torcia. Musica e parole che ricreano nella nostra mente come un'immagine indelebile e significativa. L'aria è pesante e sofferta, la solitudine è l'unico condottiero in quelle mura.

Die Kraft Des Mitgefühls

Ci addentriamo dunque verso il termine dell'album con la sesta traccia: "Die Kraft Des Mitgefühls" (Il potere dell'Empatia), la quale si apre in totale sintonia con il brano precedente; suoni ambientali che sembrano cristalli vengono accompagnati da un battito di tamburo "sintetizzato", in un climax ascendente di parte ambientale, creata sempre con il sintetizzatore, da parte del nostro. Note cupe e meditative, suoni allungati interpretativi, e descrittivi del testo presente nel libretto, avvolgono quindi l'animo dell'ascoltatore, facendone trasparire le emozioni più intrinseche. La linea Doom è presente, sembra quasi di star ascoltando l'intro di "In Absentia Christi" degli italiani Monumentum. Quasi come una colonna sonora di qualche film muto, quel che udiamo ci cattura ed è al contempo intento a trasmettere, sempre coerentemente, la situazione narrata. Campi immensi e ricoperti di corpi in putrefazione arrivano alla nostra mente, la guerra sembra finita ed ora i maligni devono pagare. Incamminandoci metaforicamente verso la scena, attorniati da un cielo schiarito dopo una tempesta indicibile, rimaniamo inespressi davanti a cotanta morte. Lenti ci incamminiamo verso il termine del brano in cui la parte ambientale dell'opera, messa fino ad ora in background, scompare lasciando spazio solamente al suono di quei tasti bianchi e neri in un ensemble atmosferico e sinfonico ragguardevole e celebrativo.  Il testo trattato dal Lupo di Bergen si rifa' ai momenti successivi la caduta di Wotan per mano del lupo Fenrir. La leggenda narra che gli Aesir provarono ad ingannare il lupo figlio di Loki giocando d'astuzia; decisero di incatenarlo più e più volte, per placarne la ferocia, ma egli fu in grado di spezzare ogni catena e legaccio. Come ultima prova, gli dei presentarono a Fernir un filo sottilissimo, creato ad hoc hai nani, dicendogli che mai e poi mai sarebbe riuscito a romperlo. Il lupo accettò la sfida ma come garanzia pretese un sacrificio: il dio Tyr dovette quindi mettere la sua mano destra nelle fauci della belva. Il lupo rimase imprigionato e come di scatto chiuse la bocca, strappando la mano al dio. Mentre tutti gli dei se ne andarono, lui ed il lupo rimasero lì, doloranti e piangenti. Tyr decise di dirigersi presso Kron per guarire la sua mano.. ma prima di avviarsi, guardò negli occhi il lupo ed intravide nel suo sguardo  la sofferenza ed il dolore. Lo guardò così a fondo da scrutare la sua anima e, si narra, da quel giorno non fu mai più lo stesso.

Frijios Golden Tranen

Il penultimo brano è "Frijios Golden Tranen" (Le lacrime dorate di Frijo), il quale si apre con note xilofoniche non indifferenti ed anzi, discretamente affascinanti. Suggestive e penetranti note che ti perforano il timpano data la loro acutezza, le quali vengono accompagnate anche da qualche nota "in pulito" sempre emessa della tastiera. Ci addentriamo, con un excursus, nei pensieri della dolorante ed afflitta Frigg; la sofferenza si fa più materiale e meno astratta e come flashback ritorniamo insieme a lei in quei momenti di giovinezza in cui si era spensierati, si amava e si era amati; gli anni in cui l'unica preoccupazione era quella di dover sorridere. Mentre la prima parte del brano rimane allegra, una piccola parte centrale invece si disperde divenendo lenta e cupa, per poi riprendere tempestivamente con quell'allegro d'incipit come se nell'inframmezzo dei ricordi si stagliassero imperanti quei sentimenti decadenti che non possono essere eliminati e che ritornano ancora ed ancora ad offuscare i ricordi dei bei vecchi tempi. Il cambio dunque di ritmo diventa impalpabile e reiterato seppure non troppo pretenzioso ed annoiante, arrivando alla parte finale del brano che si conclude con piccole note posizionate una dietro l'altra, ma non consecutive, che come un carillon ci invitano a cadere nelle mani del sonno, precursore di ogni calma. Il significato testuale del brano accompagnato da Vikernes si ricollega al brano precedente in cui abbiamo lasciato Frigga soffrire per la perdita del suo amato e splendente figlio. Si ritrova sola, nel buio della notte, piangente, mentre il marito è scappato per combattere. In quella impenetrabile oscurità lei ripensa ai tempi che furono, giorni in cui con il figlio giocava in immensi prati fioriti, sotto alberi colorati e vicino al lago dove facevano il bagno, accompagnato dalla musica suonata dagli Elfi. Era un'epoca d'oro, ed ora le sono rimaste solo le sue gelide lacrime, le quali scendono dai suoi occhi azzurri come il cielo, avvolgendole il viso. Deve però resistere, tenere duro, continuare ad andare avanti come unica testimone di ciò che era, per far si che il bello del passato possa poi essere parte del Nuovo Mondo che sarà dopo il Ragnarok. Con questi ultimi brani, dunque, ci siamo per un attimo ricollegati al precedente "Daudi Baldrs". 

Der Weinende Hadnur

E' giunto il momento di un'altra connessione, la quale si verifica con l'ultima traccia dell'opera: "Der Weinende Hadnur" (Hadnur piangente). Un brano non proprio originale, dato che lo stesso Varg sottolineò che questo episodio non fu nient'altro che la trasposizione, per cosi dire, "sintetizzata" del brano "The Crying Orc", già presente nel debutto "Burzum" del 1991. Dato che il suono della chitarra non poteva essere assolutamente sostituito senza in qualche modo "stravolgere" il tutto, questo brano diventa, all'orecchio, quasi come il suono di un carillon, in sintonia sempre con il termine del brano precedente; un continuum sinfonico particolare, e sempre pregno di quella vena xilofonica che abbiamo già incontrato. Un brano corto e minimale che racchiude in sé il significato del testo. La disperazione e la tristezza rimangono sovrane dell'atmosfera in questi ultimi tratti dell'opera, quasi a dividere l'intero platter in due lati astratti: il primo composto da racconti e sonorità più accese, ed il secondo composto invece dalle stesse, ma molto più fredde e minimali. Il dio cieco Hadnur (Hodr), dopo aver scoperto di essere stato ingannato da Loki ed aver ucciso il dio della luce Baldr, rimase esterrefatto di quanto si era consumato. Affranto e triste scappò dalla sala delle riunioni degli Aesir per dirigersi presso la sua dimora e soffrire e piangere in silenzio, odiato da tutti. Cosciente di quanto era prossimo ad accadere decise di aspettare senza paura ma con sola desolazione il figlio di Odino, Vali, il quale doveva raggiungerlo per ucciderlo e ristabilire l'equilibrio delle cose. Hodr non poteva sapere cosa stava facendo, non voleva uccidere suo fratello ma sa che la morte è l'unica soluzione e che, dalle ceneri del vecchio mondo ne risorgerà uno nuovo, in cui si rincontrerà con Baldr passeggiando sul prato in cui Odino fu sconfitto da Fenrir. Nella nuova era non sarà più il demone piangente, ma un Dio felice.

Conclusioni

In fase conclusiva, possiamo facilmente distinguere la netta qualità generale di questo ultimo lavoro del conte, la quale va a contrapporsi (in netta antitesi) a quanto abbiamo ascoltato nel disco precedente. Certo non possiamo urlare al miracolo, ma tenendo conto dell'ambiente ostico in cui si trovava il Nostro, ai tempi, è quanto meno intellettualmente onesto saper ben apprezzare ciò che egli sia riuscito a creare anche con quelle poche possibilità che aveva a disposizione. Tuttavia, nonostante la netta ripresa (sempre e comunque tenendo ben presente quel che fu "Daudi.."),  dopo questo suo ultimo lavoro Varg decise di porre un sigillo su quello che era il progetto Burzum. Infatti, il Lupo si disse stanco della scena metal, più orientata verso - testuali parole - un sound così definito "negroide" (da un'intervista per Abruptum 'zine del 1998). Chiara allusione a bands come Limp Bizkit e Nu Metal in generale, realtà ree di aver introdotto la cultura Rap ed Hip-Hop nel Metal, stando al pensiero sempre di Varg. Questa sua inclinazione politica, assai destrorsa, era ormai sintomo di quanto stava cambiando nell'animo istrionico del nostro, alle prese coi suoi studi imperterriti ed ormai divenuto fortemente convinto ed orgoglioso delle sue radici pagane e "bianche". Il clima dapprima acceso con i media iniziava ormai a congelarsi, sancendo quindi la perfetta rottura fra il Lupo di Bergen e l'interesse dei giornalisti. Varg non era più l'attrazione principale delle testate norvegesi, e questo era ben chiaro. Il nostro, oramai, non poteva più "sfruttare" la fama indirettamente pervenuta, la stessa che, sino a "Filosofem", aveva bene o male mosso un grande interesse nei riguardi dei suoi lavori (comunque imprescindibili, apprezzati soprattutto per il loro valore musicali); e questo, inutile sottolinearlo, può essere identificato anche come uno dei motivi per cui i suoi lavori ambient non abbiano trovato un rilievo importante nella scena, in concomitanza anche con l'avvento di questi ultimi due come seguito di uno dei migliori LP black metal norvegesi ("Filosofem", appunto). Cambi repentini di genere, gente "delusa" dalla svolta ambient, situazione personale assai difficile. Oltre alle limitazioni carcerarie, dunque, un grave calo della popolarità, con conseguente dispersione dell'interesse a creare nuova musica. Motivi per i quali, "Hlidskjalf" non trovò dunque spazio nei cuori dei fan. Un bel disco, che risente tuttavia di un calo generale dell'ispirazione, dell'impossibilità di potersi esprimere in totale libertà, avendo a disposizione una vasta gamma di strumenti e non solo un sintetizzatore ed un pc. Parlando in linea più dettagliata, una menzione d'onore bisogna assolutamente farla, almeno per quanto riguarda la capacità espressiva di Burzum. Una capacità empatica ed avanguardista, quella del nostro caro cantautore di Bergen, il quale con la sua continua sperimentazione ha saputo apportare all'intera scena un'aria di rinnovamento insieme ad altri gruppi seminali dell'epoca, pur non riuscendo egli ad eccellere in questa fase della sua carriera. Per lo meno, la "passionalità" c'era, ed in "Hlidskjalf" è nitidamente presente. Le note sintetiche gelide e ripetute con diversi cambi di tempo, passando da più allegre a più lente, sublimano l'intero progetto e concetto, immergendoci in un mondo che sarebbe potuto essere completo ed immensamente più convincente, se Varg fosse stato un uomo libero. Con questo album, poi, Burzum sembra voler allargare le proprie vedute non essendo più per i solis sacerdotibus ma anzi aprendosi ad una fetta maggiore di ascoltatori, sebbene ancora per poco. Questo tipo di musica, in fin dei conti, va sempre  stretta a pochi ed il bisogno di raccontare e di esprimersi del nostro non poteva trovare altra via se non questa, quella dell'essere popolare ma elitario al contempo. Definitivamente, con "Hlidskjalf" Varg termina una trilogia mai compiuta ma che, a dir di molti, continui con il prossimo suo full-length; ma che, in definitiva, pone qui il suo ultimo passo. Se si riesce obiettivamente a contestualizzare la situazione si riesce a ben capire il perché io reputi un album del genere del nostro uno dei suoi migliori dal punto di vista ambientale: nel suo ensemble l'album riesce a trasmettere emozioni con semplici note sparse qui e lì su un campo musicale. Lui stesso, il Nostro, è sempre stato molto minimale ma espressivo e profondo, e con questo platter si riesce a ben carpire da ogni cambio di ritmo e da ogni melodia la storia che viene raccontata in allegato. Non e' il suo lavoro migliore ma, che dir si voglia, qui si parla di un dark ambient "folkloristico" di grande fattura.

1) Tuistos Herz
2) Der Tod Wuotans
3) Ansuzgardaraiwô
4) Die Liebe Nerthus
5) Das Einsame Trauern Von Frijô
6) Die Kraft Des Mitgefühls
7) Frijios Golden Tranen
8) Der Weinende Hadnur
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