BURZUM

From the Depths of Darkness

2011 - Byelobog Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
03/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Prima di proseguire con la discografia vera e propria di Burzum, fermiamoci per un attimo nel 2011. Ben vent'anni sono passati dall'esordio discografico di quell'allora diciannovenne ragazzo norvegese, proveniente da Bergen; "Burzum", album omonimo del suo progetto solista, fu infatti il definitivo battesimo di Varg Vikernes nel mondo della musica estrema, sotto l'ala protettrice della "Deathlike Silence Productions". Dal 1992 al 2011 ne era effettivamente passata di acqua sotto i ponti, partendo dai primi momenti di nascita della scena della Fiamma Nera, passando per le numerose situazioni contrastanti e pericolose in cui venne riversata la vita di - al secolo - Kristian Vikernes ed arrivando al momento dell'omicidio, condanna e successivo periodo di (ri)attività del Nostro, post carcere. Con alle spalle ben nove pubblicazioni, di cui un EP, era arrivato il momento, nella vita del polistrumentista norvegese, di iniziare a rivalutare una sorta di sentimento di "ritorno alle radici". Forse un po' in linea con il suo pensiero ultimo di rivalsa (far capire al mondo che lui era un musicista, e non un personaggio di cronaca nera), un po' per la volontà di sperimentare con la maturità acquisita e forgiata nelle mura carcerarie (le sue sperimentazioni, dovute alle restrizioni dell'ambiente restrittivo, ce le ricordiamo bene); ma  anche con l'intento di far conoscere ciò che era il modus operandi ed il modus vivendi - si potrebbe dire - del progetto solista ai suoi albori, alla nuova ondata di fan accorsi con le ultime due pubblicazioni. La verità non ci è data saperla, possiamo semplicemente arrivare con la logica a certe supposizioni, ma una cosa è certa: con il licenziamento della compilation "From the Depth of Darkness" per la "Byelobog Productions", il Nostro dà sfoggio, ancora una volta, di quelle tematiche e di quei riff così seminali con cui si presentò alla scena del nero metallo tempi addietro. Come ci suggerisce il titolo stesso, siamo di fronte ad una raccolta / "riedizione" (Varg stesso ha scelto le canzoni da ri-registrare)  i cui brani provengono appunto dalle profondità dell'oscurità. Una summa unica di estratti provenienti dai suoi primi due lavori, "Burzum" (1992) e "Det Som Engang Var" (1993), con qualche inedito che ci induce ad esclamare un sonoro "ben tornato", per chi ha vissuto o conosceva già il periodo agli inizi degli anni '90. In generale, delle riproposizioni e degli inediti che illustrano e riflettono, in modo ottimale, sebbene con tematiche distaccate da altri gruppi dell'allora contemporaneità (come per quanto riguarda i temi occultisti e satanisti dei Darkthrone di "A Blaze in the Nothern Sky"), la scena fiorente ed in fase evolutiva del metal estremo dell'epoca. Ad avvalorare il "back to the roots" di Varg, poi, troviamo - come cover art - un'illustrazione dell'artista Dan Capp nella quale possiamo facilmente scorgere un'analogia con la cover art di "Det Som?". Questa volta la visione è molto più ravvicinata: un terreno infertile, e con rami rinsecchiti di rovi ai margini della strada terrosa, dominano la scena dal basso; mentre, alzando lo sguardo, troviamo l'imponente rappresentazione di quella fortezza grottesca che avevamo già incontrato. Una figura ammantata si staglia al centro del punto di passaggio del portone di quella costruzione, mentre teste enormi di demoni ed un imponente gargoyle sovrastano la scena ed incutono timore e paura. Questa "Fortezza del Male Elementale", così cupa e sinistra, lasciata al decadimento ed alle radici e rami di piante rampicanti, sottolinea la vicinanza di Burzum a quel mondo fantasy con il quale abbiamo a che fare nei suoi primi due lavori, in un connubio perfetto di bianco e nero dell'artwork . Senza dimenticare il font stile gotico medievale del titolo del progetto con sotto, annesso, titolo della compilation. Insomma, una vera e propria ripresa di vecchi stilemi, in quanto lo stesso Varg, in un suo recente video sul suo canale Youtube, ha dichiarato di quanto il mondo di Tolkien e del fantasy in generale sia stato, alla fin fine, l'unico vero ispiratore di tutte le sue liriche e musiche. Anche quando, queste ultime, andavano a sfociare in racconti mitologici e religiosi circa le sue radici vichinghe. Due mondi, quello della tradizione scandinava e quello di Tolkien, che il Conte ha sempre collegato e definito assai più vicini di quanto la gente creda; affermando, fra l'altro, che lo stesso J.R.R. deve molto alle antiche storie delle genti norvegesi. Per chiudere questo gioco di rimandi, la compilation viene dedicata all'amico di sempre, ovvero Pytten, il quale compare nei crediti come produttore assieme all'italo-norvegese Davide Batolini (già al lavoro, in passato, su "Belus" in fase di mixing; con un curriculum comprendente esperienze con gruppi quali Dark Fortress ed Enslaved). Dulcis in fundo, le registrazioni sono avvenute presso gli storici "Grieghallen Studios", nel Marzo del 2010.

The Coming (Introduction)

Iniziamo questo ulteriore viaggio nel passato (ma sempre con uno sguardo al presente) con "The Coming (Introduction)" (La venuta - Introduzione); un brano ambient creato ad hoc e caratterizzato da suoni sinistri e gelidi, i quali battezzano quindi il nostro cammino, i nostri primi passi in questo vecchio-nuovo mondo. Sembra di essere entrati in quella fortezza maligna, l'aria è pesante, ed il contesto è talmente oscuro che sembra che la luce abbia persino timore a varcare quella soglia; un suono che sembrerebbe quello di un corno pare invece il lamento di qualche demone recluso negli abissi di quella fortezza, e subito un suono di violino creato con l'ausilio di un sintetizzatore acuisce l'atmosfera. Sembra di essere in un film di Fulci, proprio per rendere meglio l'idea. 

Feeble screams from Forests Unknown

I primi venticinque secondi del platter vengono quindi dettati dalla scorsa e breve introduzione, che ci accompagna verso il secondo brano: "Feeble screams from Forests Unknown" (Flebili grida da Foreste Sconosciute). L'avevamo già incontrato in precedenza, senza arrivare chissà quanto lontano, nella compilation "Anthology" rilasciata dalla "Back on Black". Questa volta si nota fin da subito il cambiamento stilistico adottato dal Nostro: la tastiera ipnotica e ghiacciata d'incipit, che ci prendeva per mano, è assente. Immediatamente, quel che giungeva dopo quella tormentata quiete della prima track, ci martella subito i timpani. Il ritmo forsennato del tremolo picking ed il blast beat violento come una motosega fanno quindi la loro comparsa, aggredendoci. Subito si staglia il grido di Varg, totalmente differente dall'originale. Gli anni si fanno sentire, la furia che quel diciottenne profondeva nei suoi brani, nello scantinato dell' "Helvete" di Oslo, è iniziata a mancare e non si può certo chiudere alcun occhio. La sei corde inizia ad emettere note ipnotiche che ci catturano fin dal primo momento (sebbene l'urto iniziale dovuto al cambio di assetto vocale) ma ecco che si ritorna al ritmo  d'ouverture, per prepararci ad un ulteriore cambio di tempo repentino e cadenzato. Le note ricamate dal Conte continuano ad essere sulfuree ed oscure e creano, insieme alla tecnica vocale del Nostro, un'atmosfera ammantata da un clima quasi mite. Sembra che le parole siano sussurrate mentre continua, in background, quel gioco di alternanza di velocità e ritmi. Finché non si arriva al termine del secondo minuto, tutto rimane invariato, da qui in poi però la chitarra emette note dure e pungenti mentre "da sopra" il Conte elargisce con il testo. La situazione inizia a farsi più particolare, più concentrata sull'aspetto tecnico di quanto lo era un tempo. Veniamo trasportati lentamente, con rintocchi di crash e ride ed un riffing ossessivo ma ben congeniato, alla seconda parte del brano; la cui peculiarità è l'assoluta violenza compositiva. Ritmi forsennati, un riff ossessivo e tagliente si spalma durante questo particolare minutaggio. Il connubio perfettamente riuscito di quelle note affascinanti e l'esecuzione magistrale della batteria e del basso creano davvero un qualcosa di surreale, con un ensemble melodico che arriva quasi allo spasimo ma decide di fermarsi un secondo prima al minuto 7:49. Il testo rimane invariato nella sua forma, continua ad essere criptico e poetico, rimanendo coerente con il Suo passato. In una tetra foresta, dominata da fitte conifere, un'anima vaga invano cercando un senso alla propria evanescente esistenza. Vaga sopra laghi ghiacciati, scivola con l'aria e continua a chiedersi, anno dopo anno, giorno dopo giorno, che ne sarà di se stessa. Quando ormai i desideri, i propri sogni sono persi in un oscuro pozzo senza fondo, vale davvero la pena continuare a cercare un senso? Svaniscono i sogni, i desideri, la speranza.. rimane poco per cui combattere. Questo è il quesito che si pone e ci pone il Nostro. Vale la pena continuare quando tutto sembra mancare? La risposta risiede nella curiosità (aggiungerei io, sempre in modo criptico).

Sassu Wunnu (Introduction)

In questo caso, sempre guidati dalla curiosità, continuiamo il nostro viaggio con un inedito: "Sassu Wunnu (Introduction)". Un brano ambientale della durata di 45 secondi spaccati e precisi, che ci permette di immergerci ulteriormente nelle profondità degli Abissi dell'inconscio, risvegliando le nostre paure, incertezze ed inquietudini, con una sorta di lamento mostruoso che si dipana in un ensemble sonoro apparentemente vacuo. Sassu Wunnu.. questo nome non ci è nuovo; eh già, effettivamente l'avevamo già incontrato e lo incontreremo nuovamente con il brano successivo

Ea. Lord of the Dephts

"Ea. Lord of the Dephts" (Ea. Signore delle Profondità). Brano tratto sempre dal primo album del conte. Qui, la componente mitologica (intesa come racconto della sfera religiosa e morale su cui si basa la vita di un intero popolo) si fa inevitabile. La batteria continua e prorompente, un rintocco di crash ed ecco l'inizio di questo ennesimo brano riproposto da Varg. Plettrate energiche, minimali e ripetute ci introducono piano a questo brano dedicato al Signore degli Abissi della mitologia babilonese. L'urlo - lo definirei - maturo del Lupo di Bergen irrompe quindi nella scena, come un fulmine a ciel sereno e con esso il ritmo cambia repentinamente, velocizzandosi. L'accompagnamento in background della doppia cassa ammanta l'atmosfera di pathos e solennità quando ecco che, all'improvviso, inizia il canto del Nostro in tutto e per tutto; elargendo così con un testo descrittivo, estratto direttamente dal "Libro dei Morti", in cui vengono narrate le fattezze del "drago di babilonia" (Sassu Wunnu): testa di serpente, corna avvolte in tre spire, corpo di pesce luna ed artigli affilati alla base dei suoi piedi. Questa è l'immagine che ci appare d'innanzi mentre ascoltiamo il brano, e la nostra immaginazione inizia a vagare in lungo ed in largo, seguendo quanto descrittoci. Le melodie e le registrazioni cacofoniche degli inizi vengono abbandonate definitivamente in favore della più completa dedizione ad una qualità migliore; ogni singolo componente sinfonico ormai assume in toto la propria posizione. I cambi di tempo e le peculiari ripetitività di ritmo ora sono molto più godibili di prima, fino a quando non si raggiunge l'acme del brano con un assolo distaccato rispetto alle note caratterizzanti del pezzo. Le sei corde vibrano fulminee e come Caronte ci guidano alla conclusione della track, demarcata da quel suono ambientale già introdotto in "Sassu Wunnu".

Spell of Destruction

Si prosegue ora con: "Spell of Destruction" (Incantesimo di distruzione). Ennesima track appartenente al debut album il cui incipit è caratterizzato da una combinazione di batteria e chitarra reiterata in una melodia molto pacata, per nulla violenta come abbiamo riscontrato in altri casi in precedenza. Subentra una parte intermedia di stampo meditativo che ci prepara all'ensemble melodico di stampo quasi doom. Note lente, tirate fino allo stremo, un canto graffiato elargisce l'incantesimo creato ad hoc dal Conte; mentre ci siamo addentrati nei meandri della fortezza, sembra che il brano scandisca il rituale che si sta compiendo in malefica struttura. Così sembra mostrarsi lo scenario: mura sulfuree dalle cui fessure nelle pareti fuoriesce del fumo, un'illuminazione scarna atta a creare la giusta atmosfera evocativa, l'odore di incenso che preme sulla memoria psicologica teorizzata dal francese Proust, facendoci tornare a mente la purificazione compiuta in tempi remoti della nostra Anima, magari in un'altra vita, magari in un'altra epoca. Caratterizzato da una forte linearità, il brano prosegue incontaminato fino allo scoccare del minuto 3:39 in cui l'aria diventa più densa, ed un ritmo molto meno incalzante e funereo ci presenta un altare al centro della scena, un "banchetto imbandito delle tragedie del Mondo"; così ci presenta la scena, il buon Varg. Tra un ritmo funeral doom e scream evoluti termina questa quinta track della raccolta remastered. Parliamo dunque di un rituale, poiché il testo rappresenta una descrizione criptica di quello che sembrerebbe una sorta di suicidio rituale, di stampo Tolkeniano. Il Nostro si ritrova nelle vesti di uno stregone, brandendo una spada, recita l'incantesimo usando parole che - a detta proprio dello stesso Varg - sono prive di significato ma ispirate all'universo fantastico creato dallo scrittore americano H. P. Lovecraft nel suo Necronomicon. "Damkuna, Iftraga Sheb Nigurepur, Defast". Ecco le parole pronunciate dal nostro sacerdote, che siano profezia o semplice magia non ci è dato poi tanto saperlo, l'unica certezza è che con questo espediente, Varg consacra ulteriormente la sua passione per la letteratura fantastica, elevandosi rispetto a molta della produzione dei coevi, incentrati più su oscurità, morte e misantropia. Per dovere di cronaca bisogna precisare che, come accadde per il brano precedente (il cui nome venne manomesso da Euronymus in "Ea, Lord of the Deeps"), anche questo venne modificato dal proprietario della "Deathlike Silence Productions", eliminando l'aggettivo "Black" prima della parola "Spell". 

A lost forgotten sad spirit

Giunge ora "A lost forgotten sad spirit" (Uno spirito perso, dimenticato e triste) con i suoi primi momenti d'apertura dettati da un tremolo picking energico ed ipnotico, accompagnato dalla batteria che viaggia velocemente, quasi come se stesse facendo una ridda intorno al globo. Un leggero attimo di calma apparente sancito da un leggero abbassamento della velocità di esecuzione della batteria ed una sei corde che suona come se stesse martellando con fare spastico.. ma la "calma" è solo apparente; infatti, immediatamente dopo, scoppia la voce graffiata del Conte ed un blast beat martellante accompagnato da un riff a motosega. Come uno stregone oscuro, il Nostroelargisce il testo in maniera evocativa, con una sovrapposizione di due voci, aiutando a creare un'atmosfera gelida. Dopo poco accade l'inaspettato: un candido fermo sinfonico ci presenta subito la parte nascosta dell'animo umano, conclamata con un ritmo doom.. derivante sicuramente dalle influenze dei Black Sabbath, ci pone all'ascolto del nostro spirito. La voce prende posizione e con flemmaticità e profondità di canto ci riporta al fiume della tristezza. Siamo nudi, con noi stessi, nessun'altro.. persi nella foresta della nostra coscienza a combattere per la sopravvivenza della nostra esistenza. Un tempo ripetuto, cadenzato, plumbeo e celebrativo prende piede nel bridge centrale della track. Intorno al settimo minuto straripa il fiume in piena del Nostro, in questo climax di sensazioni dettate dal tempo dell'ensemble melodico. Si ritorna alla composizione sonora d'ouverture fino a che lo stesso brano si esaurisce pian piano, sfumando e chiudendo questo ulteriore capitolo. Un'ambientazione travagliata, ecco cosa ci mostra attraverso le parole ed il kennig (un espediente retorico che viene utilizzato in metrica con l'ausilio di similitudini), il Conte, più che mai in vena di decadenti poesie di stampo ossianico, esistenziale. Il fuoco della battaglia nel cielo si è estinto, la chioma degli alberi non si muove più. L'immagine della Natura è deviata, scomposta, gelida e carica di oscurità. Dalle vene di un ragazzo morto tempo addietro, odio e freddo ne fuoriescono, come un tempo, mentre il suo corpo giace su un altare oscuro al centro della foresta. Un giorno risorgerà, certo, come uno spirito perso, dimenticato e triste, destinato ad una ricerca incessante di un qualcosa che neppure lui conosce.

My Journey to the Stars

 Ecco che giungiamo a "My Journey to the Stars" (Il mio viaggio verso le Stelle). L'incipit è scandito da quel duetto perfetto di chitarra ritmica e solista che abbiamo incontrato già nella versione originale, presente nel debut. Un riff minimale, reiterato ma non logorante che rende perfettamente l'idea di una imminente visione astrale. A pochi secondi dall'inizio parte il blast beat preponderante della batteria, con i rintocchi di crash, ormai segno distintivo del Conte; riuscendo, nell'insieme, a catturare l'attenzione per poi dirigersi verso una porzione di brano caratterizzata sia dall'entrata in scena della voce che da una ritmica in background che annulla qualsiasi cavalcata sensoriale iniziata in precedenza, per far spazio al nostro viaggio verso le stelle. Siamo realmente pronti? Ebbene si, perché il Nostro decide immediatamente di ritornare al tappeto sonoro d'inizio, che prenderà dunque posto in un buon spezzone di brano o, almeno, fino a quando non subentrerà un nuovo livello di refrain e di blast beat il quale, esattamente come il basso, riesce ad amplificare l'emotività di ogni nota. Certo, la registrazione hi-fi rende il tutto molto più particolare e stupefacente, direi differente in tutto rispetto alla traccia originale.. ma lo spirito sperimentale e profondo del compositore di Bergen riesce comunque a spiccare egregiamente, mostrandoci ulteriormente quanto questi pezzi risultino avanti, ancora oggi. In particolar modo quando, avvicinandoci alle ultime note della track, ci verrà sparata nei timpani la terza ed ultima parte del brano (volendo dividerlo in tranches), evocativa, coerentemente ripetuta, ipnotica ed ammantata da una vena malinconica ed alternativa a quanto avevamo udito fino a questo momento. Una scena idilliaca, per un qualsiasi blackster: vento freddo, pianure invernali rimaste inesplorate. Il tutto accompagnato da un viaggio astrale compiuto dal Nostro, attraverso gli elementi della Natura, verso le Stelle sconosciute, gli astri della conoscenza. Per diventare immortali bisogna morire, una soluzione alchemica che segue il principio della Grande Opera. Quando la trasformazione ed il viaggio saranno compiuti, il Mondo sarà governato da colui che ne ha piena coscienza, ed odio e caos regneranno incontrastati.

Call of the Siren

 Seconda track inedita della raccolta è la prossima: "Call of the Siren - Introduzione" (Richiamo della Sirena - Introduzione); un brano di stampo ambientale che sembra voler ricordare il canto ammaliatore delle sirene. Il suono può, difatti, facilmente ricondurci alla voce di una vera e propria sirena, creata con il sintetizzatore, che richiama l'attenzione.. come se ci fosse qualcosa di cui tenere accortezza. Una track malinconica, particolare, orrifica ed a tratti melliflua, che a primo impatto sembrerebbe una riproduzione all'inverso di qualche registrazione precedente, con una sorta di dietrologia mascherata da dei suoni apparentemente disturbanti.

Key to the Gate

Una traccia, la precedente, laquale ci anticipa l'introduzione di "Key to the Gate" (La chiave del Cancello), uno dei due brani estrapolati dal secondo full-length di Burzum, del 1993: "Det Som Engang Var". Si tratta di un brano risalente all'agosto 1991 il cui inizio viene delineato da un riff influenzato da gruppi seminali per la scena norvegese tutta, tra tutti direi i Celtic Frost di Warrior. Con un accompagnamento di blast beat e rintocchi di crash, ci sporgiamo quindi verso l'inizio vero e proprio, quasi come se quel che abbiamo già sentito fosse solo l'anticamera di quanto dovevamo aspettarci. Un ritmo incalzante, violento, funesto, sottolineato da una voce sgraziata, graffiata ed irruenta. In un alternarsi di tempo sancito dalla sei corde, mentre il ride fa il suo sporco lavoro in sottofondo, la scena si ammanta di crudeltà alla pronuncia del termine "sacrifice", che di fatti sancisce l'intero sporgersi dell'ascolto verso il bridge del brano, caratterizzato da un accordo decisamente heavy metal, di stampo quasi tedesco, direi. Un riff pulito ed incantatore che funge da perfetta realizzazione di quello che è un testo "non particolarmente criptico", mi scriveva Varg tempi addietro, durante la nostra breve corrispondenza. Essenzialmente, infatti, queste liriche si traducono in un inneggiare alla guerra contro coloro i quali voglio sottrarci la libertà individuale. Un Varg vate, ecco cosa possiamo notare in questo brano, così ammantato di una cosciente violenza sonora. Questo rappresenta il titolo: la chiave del cancello della libertà.

Turn the sign of the Microcosm

Giungiamo al penultimo brano ri-registrato dal Nostro in questa occasione: "Turn the sign of the Microcosm" (Gira il segno del Microcosmo), dal titolo "inglesizzato" e già presente in "Det..". Una marcia imperante di chitarra e batteria, violenta e sinergica, ha dunque il compito di accoglierci in questi primi istanti. La voce graffiata e matura subentra a declamare quanto scritto dal Conte in gioventù, e così continua questa ouveture in un'escalation che immediatamente ci conduce ad una parte decisamente più cadenzata, dal ripetersi e scuotersi incessante di crash, per poi riprendere la cavalcata. Con un riff influenzato dal maestro Quorthon, continuiamo nell'ascolto di questo brano presi da una velocità disarmante, che avevamo incontrato difficilmente fino ad ora e che inizia a sfumare verso la metà sotto tre note ripetute che ammantano l'atmosfera di ancor più grimness. Ecco, qui il contesto di sovrapposizione di voce e strumentistica è quanto meno essenziale: Varg stesso intraprende con espressività critica una sorta di monologo accompagnato dal sottofondo minimale del "coro" della sei corde, con cui l'intero ensemble melodico si coniuga ad una scelta stilistica poco innovativa ma sempre vincente. Sembra come un mantra da cantare per favorire stati alterati di coscienza. Il tutto riesce, come sempre, e ci trasporta l'anima e l'orecchio verso il termine del brano in un climax scandito dal ritorno del crash e doppia cassa e le note della Wreston del conte, fino a sfumare, conclamando la decadenza del brano. Tutto si ammanta ancor più di significato già solo pensando all'intento di critica e soverchiamento che risulta dal testo. Varg si dice stanco del mondo apatico, freddo, meschino e troppo devoto alla luce; il suo intento e' quello  di portare il buio nella luce. Altro non aspetta che morire con onore soverchiando il Microcosmo, per l'appunto.

Channeling the power of Minds into a New God

Eccoci arrivati dunque alla fine di questo viaggio a ritroso, ascoltandoci "Channeling the power of Minds into a New God" (Canalizzando il potere delle menti in un nuovo Dio), un brano appartenente al debut album con una modificazione ortografica non indifferente. Di fatti, se nell'originale del '92 troviamo "Channeling the power of souls into a New God", qui il sostantivo "souls" lascia il posto a "minds", senza che comunque si incappi in qualche significativa variazione semantica. Siamo tornati di fronte ad uno dei brani dark ambient/strumentali di maggior spessore per la scena dell'epoca: come scritto già nella recensione di quel determinato platter, il qui presente pezzo fu seminale per molti gruppi in seguito votatisi e teorizzanti il Depressive; e non, nella scena della fiamma nera. Il brano trasuda le asperità che si possono annidare negli anfratti dell'animo umano, guidato poco dalla meditazione autocelebrativa e canalizzatrice. Una risposta del Nostro verso quanto accadeva in patria durante gli anni di avvicinamento del cristianesimo alla propria cultura. Davvero particolare l'avvicendarsi cadenzato, lento, meticoloso e malinconico delle note di chitarra isolate da tutti gli altri strumenti, persino dalla voce, sebbene si possa udire, poco prima della chiusura della track, un sussurro: "worship me" (adorami).

Conclusioni

Che dire, dunque, di questa riproposizione / raccolta assemblata direttamente dallo stesso compositore? Sicuramente, ci troviamo dinnanzi ad un bel lotto di brani, ben scelti e selezionati, risuonati con piglio notevole anche se, in qualche rara occasione, abbiamo dovuto fare i conti con sporadici episodi non del tutto "esaltanti". Si parla, in sostanza, di una determinata scelta stilistica del Nostro. Lo ricordiamo, Varg fu scarcerato esattamente nel 2009; quindi, il 2010-11 fu per lui una sorta di periodo di riassestamento, di ritorno alla libertà, di riordino delle idee dopo tanti anni chiuso in cella. Appena non appena uscito di prigione, fu quasi fisiologico, per il lupo di Bergen, riprendere il discorso laddove lo aveva interrotto, tornare alle radici.. riabituarsi ai suoi ritmi e rimettersi in contatto con ciò che amava davvero fare, ovvero esprimere se stesso mediante l'Arte. E' c'è dunque da credere al fatto che, per lui, fosse paradossalmente una "cosa nuova" dover ritornare in studio, tra i pannelli fonoassorbenti, per poter ri-registrare ciò che ha effettivamente fatto scuola, donandogli una veste diversa ma che comunque non snaturasse quanto era già stato fatto nei primi anni di carriera. Essenzialmente, il Conte, dopo esser uscito di prigione, doveva iniziare una sorta di purificazione, sia interiore che esteriore, su tutti i livelli; un po' seguendo la propria sperimentazione (le sonorità sperimentate con "Belus", sicuramente differenti su qualche livello, rispetto ai lavori "storici) un po' volendo preservare ciò che erano le sue radici, un po' per altro. Insomma, valutando tutte le variabili sino ad ora enunciate, possiamo constatare quanto ne sia uscita sostanzialmente fuori una compilation che lascia un po' perplessi, sotto qualche punto di vista. Che l'abilità stilistica del Nostro sia eccezionale, non si può discutere, ma la domanda da porsi è però un'altra: c'era realmente bisogno di tutto questo? Un quesito al quale si può rispondere "su più fronti", diciamo così. Certo, per i più la risposta sarà scontata: si parlerà di "inutile pubblicazione", di "rovina della storia"; per altri sarà di più un "ritorno alle radici", una "nuova presentazione di ciò che era". Come sempre, la verità sembra porsi nel perfetto mezzo, senza porgere il fianco ad inutili critiche distruttive ma senza nemmeno scivolare in encomi aprioristici. In totale obiettività, possiamo dire che questa compilation non rappresenti poi di chissà quale male; non si tratta di deturpare la visione della vera scena black metal norvegese, piuttosto si tratta di dare risalto, di sottolineare e dar ancora più valore a quei brani che - evidentemente - per il Nostro furono essenziali o, per lo meno, importanti. La registrazione in hi-fi ci mostra ancora più sfaccettature di ciò che invece, con una produzione scarna e che poteva lasciare il tempo che trovava, non era possibile delineare. Ci mette d'avanti ad un nuovo Vikernes ed a un nuovo Burzum, i quali strizzano un occhio verso il Nuovo Millennio e le necessità nonché le innumerevoli  possibilità che offre la modernità, di fatto, offre. Bisogna, dunque, ben contestualizzare l'insieme tutto per capirne l'essenza. Un'operazione che in fin dei conti può anche essere utile ai fini di una vera e propria scoperta, visto e considerato il recentissimo avvicinarsi di molti giovanissimi al mondo del Metal estremo. Inutile dire che, se parliamo di Black Metal, Burzum è uno di quei nomi da conoscere a prescindere. E se qualora si volesse iniziare un percorso alla sua scoperta, ecco che il lavoro oggi analizzato potrebbe effettivamente servire da "Cicerone". Un qualcosa, dunque, realizzato con tanti fini, sui quali spicca quello nostalgico, "romantico", che vede Vikernes donare una nuova dignità ai suoi capolavori. Perché non di necessità viveva il Nostro, al tempo; ma di pura virtù. 

1) The Coming (Introduction)
2) Feeble screams from Forests Unknown
3) Sassu Wunnu (Introduction)
4) Ea. Lord of the Dephts
5) Spell of Destruction
6) A lost forgotten sad spirit
7) My Journey to the Stars
8) Call of the Siren
9) Key to the Gate
10) Turn the sign of the Microcosm
11) Channeling the power of Minds into a New God
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