BURZUM

Filosofem

1996 - Misanthropy Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
01/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Il tempo passa per tutti, si sa; ma per Varg Vikernes passò assai lentamente, tanti anni fa. Chiuso tra quattro mura e dietro delle sbarre che lo tenevano segregato sia fisicamente che artisticamente. Durante i suoi 17 anni di prigionia, di cose ne vennero dette ed effettivamente dichiarate, a cadenza regolare ma con intensità differente: numerose critiche vennero accolte dai media riguardo l'accaduto (l'omicidio di Aarseth), come anche numerosi furono coloro i quali lasciarono scivolare nel dimenticatoio quanto si era consumato quella notte ad Oslo. Come sempre accade, tutto lo sdegno e lo sgomento furono passeggeri e si concentrarono più durante il primo periodo, tra tribunale, condanna e primi mesi di prigionia. La pubblicazione di "Hvis Lyset Tar Oss", però, permise al Conte di far ancora parlare di sé artisticamente parlando; le copie del suo nuovo parto furono smerciate in fretta, andando letteralmente a ruba, superando le aspettative di tutti, comprese quelle della "Misanthropy Records". La quale, ricordiamo, era sorta proprio per sostenerlo. Ormai il nome "Burzum" era conosciuto in tutto il globo, l'immagine violenta e cattiva del Nostro andava via via affievolendosi in favore del suo talento musicale ed ogni nuova produzione era ormai accolta benevolmente da tutti, anche senza promozioni ed interviste. Tuttavia, proprio queste ultime (sebbene non fossero esattamente "utilissime" a Varg, data l'importanza acquisita nella scena del nero metallo) vennero comunque prese in considerazione dal Nostro, il quale rilasciò appunto varie e numerose dichiarazioni durante gli anni di prigionia. Dichiarazioni che furono suo malgrado ingigantite e trasformate dai media a propria convenienza, ritorcendosi contro di lui e rendendolo di fatto una sorta di personaggio ambivalente. Musicista geniale o pazzo squilibrato? Talento o buffone? Ben sappiamo come siano andate le cose, e lo ripetiamo, pur prendendo le distanze dai suoi atti violenti, non possiamo certo ritenerci depositari della verità o sapere di per certo quali siano le risposte a tante domande. Per dovere di cronaca è comunque giusto sottolineare quanto molte sue interviste siano state travisate e quanto egli sia stato penalizzato, da tutto ciò. Il "merito" di questo trattamento era da cercarsi nella sostanziale avidità della stampa norvegese, la quale voleva sfruttare (fino all'ultima goccia di sangue) l'alone di mistero e suggestione che si era andata a creare intorno alla figura di Vikernes. Tanto squali, questi giornalisti, da riuscire ad "incastrare" anche la manager, nonché sua madre ed altri suoi affetti. Chiunque potesse dire qualcosa era ben visto e dunque doveva "accettare" di farsi tormentare, mediante una serie di domande ed interviste "a sorpresa". Non tutto il male venne però per nuocere, proprio perché da questa disgregazione della sua privacy, Vikernes trasse la forza necessaria per la pubblicazione successiva dei suoi lavori, scegliendo sempre più di far parlare la musica. Saltiamo quindi un arco temporale di 17 anni per dirigerci direttamente al 24 maggio 2009, giorno in cui (dopo quattro istanze rifiutate per il rilascio in libertà condizionata) il nostro venne scarcerato. Negli anni successivi si dedicherà nella produzione e pubblicazione di nuovi album quali "Belus" (anno di pubblicazione: 2010), segnando il ritorno alle sonorità iniziali, e scrivendo quello che diverrà poi "Fallen" (pubblicato nel 2011). Nel frattempo si dedicò anche alla pubblicazione di recensioni di promozione al nuovo album, il quale venne accolto in modo positivo dalla critica. Interviste e racconti autobiografici sul suo sito ufficiale, inchieste, articoli.. comunque, il suo nome non era poi tanto caduto nell'ombra, e (l'ottima) musica prodotta serviva a rafforzare il suo nome ancor di più. Il tempo che aveva ormai a disposizione e, in particolare, la libertà, gli permise di poter incidere i restanti album che verranno poi pubblicati negli anni a venire quali ad esempio: "Umskiptar" (2012)  e "The Ways of Yore" (2014). Insomma, una carriera ormai del tutto ristabilita. Tornando alla prigione, tuttavia, neanche quella sembrava poter fermare il suo estro. Come detto nei precedenti articoli, durante gli anni di prigionia, il Nostro si dedicò in particolar modo allo studio della politica e della mitologia nordica, studi che lo portarono a cambiare la propria ideologia pseudo-politica (apartitica e fondata su ideali di razza e conservazione delle antiche tradizioni) la quale si rifletterà ampiamente nella sua musica. Nel caso di "Filosofem", successore di "Hvis..", abbiamo dunque il coronamento di tutto questo: materia "pagana" ed "autoctona", unita al solito gusto per la poesia cupa e decadente. La data della sua pubblicazione veniva costantemente procrastinata sia a causa dei trasferimenti di Varg da una prigione all'altra e sia a causa della difficoltà nel dover coniugare i vecchi lavori, scritti anni prima dell'incarcerazione, con i temi che voleva trattare nell'allora immediata attualità. Testi e musiche del tutto differenti da quelli concepiti nel 1993. Proprio queste "controversie" interne simboleggiarono comunque l'asso nella manica del cantautore di Bergen: difatti, la "rivisitazione" dei brani fece si che l'album divenisse il più grande successo di Burzum (sebbene lo stesso Varg disponesse di un occhio maggiormente di riguardo nei confronti di "Hvis Lyset.."). Registrato nei "Breidablik Tonstudio" nel 1993, questa volta senza l'aiuto di Pytten ma bensì di uno sconosciuto (il cui nome rimane un mistero), il disco  venne quindi pubblicato tre anni dopo, precisamente il 1 gennaio 1996 sempre grazie alla "Misanthropy Records". Il nuovo lavoro venne prodotto in diversi formati: CD digipack, CD digibook in formato A5 in edizione limitata a 1000 copie ed in "CD in versione tedesca", con testi scritti solo in tedesco. Ancora una volta, inoltre, il buon vecchio Varg ci presenta come cover art un quadro (risalente al 1900) di Theodor Kittelsen, artista norvegese conosciuto nella propria patria per aver seguito correnti neoromantiche e di pittura naïve, particolarmente incentrato sul folklore norreno. Da qui, dunque, scaturisce la decisione da parte di Varg di utilizzare per una seconda volta un'opera del suddetto artista, la quale può essere nuovamente intesa come simbolo dell'essenza tematica dell'intero "Filosofem". "Op under Fjeldet toner en Lur" (Sulla collina risuonava una chiarina) è il titolo dell'opera d'arte che rappresenta, con colori tenui, la figura di una donna vestita con quello che è il costume femminile tradizionale norvegese. Una donna intenta a suonare una chiarina (la quale, per chi non lo sapesse, è uno strumento a fiato) sulla cima di una collina, appunto, a ridosso di un masso imponente e posta dinnanzi a fitte boscaglie. Il tutto immerso in un connubio di chiaro-scuro; ambientazione e particolari davvero suggestivi. Il significato dell'intera opera non è poi così criptico, si tratta di una rappresentazione realista e folkloristica che pone in posizione di particolare rilievo la "chiamata delle genti", un'adunanza, come ad indicare l'inizio di un'era, quella del nuovo Vikernes. E tutti, al suono della chiarina, dovremmo recarci su quella collina ad ascoltare il richiamo del nuovo.

Dunkelheit / Burzum

Schiacciato il tasto play, immediatamente ci accoglie la prima canzone di questo meraviglioso album: "Dunkelheit / Burzum" (Oscurità - il secondo titolo si riferisce alla versione norvegese del disco). Scritta nell'agosto del '91, è una delle canzoni più conosciute di Burzum, nota persino a chi non lo segue o non appartiene al panorama della fiamma nera. Il tutto si apre come un sipario, l'inizio viene sancito da un climax di note emesse dalla sua vecchia chitarra Wreston acquistata per poco da un suo conoscente nel lontano 1987; un riff particolarmente freddo e crudele, note accompagnate da rintocchi di crash e qualche battito di rullante, che scandiscono perfettamente il ritmo. Un inizio che ci avvia, da lì a poco, ad un nuovo riff emesso da una sei corde particolarmente ultra distorta. Un espediente avvenuto volontariamente o meno, secondo alcune indiscrezioni. In merito a ciò, è bene sottolineare il fatto che il cantautore di Bergen, sul proprio sito ufficiale, rilasciò tale dichiarazione: "[?] lo studio stava agendo sotto le mie istruzioni dettagliate e possiamo desumere che, nonostante non abbia mai ascoltato il mixaggio finale, l'effetto dovrebbe essere abbastanza simile alle mie intenzioni. Probabilmente, la maggior prova di questo è la traccia inedita "Once Emperor" (presente su qualche bootleg) nella quale io stesso utilizzavo una distorsione simile". La dicotomia di chitarra distorta e batteria è imperante, e con un'andatura drammatica e pesante l'ensemble strumentale ci conduce allo scoccare del primo minuto. Dopo un appiattimento sonoro parte un nuovo incedere di chitarra plumbeo, incantatore, freddo come la morte; accompagnato, da questa parte in poi, non solo dalla drum machine ma anche da note di sintetizzatore che fanno da cornice dorata all'intero di questo quadro sonoro. Se l'aspetto "nuovo" dato da chitarra ultradistorta e sintetizzatore melodiosamente drammatico non era bastato, allora il cambiamento della parte vocale ci darà il colpo di grazia, sorprendendoci definitvamente; di fatti il Conte (pur mantenendo uno scream abbastanza allucinante) sembra dedicarsi quasi ad un recitato del testo, più che un cantato. Lo scream non più luciferino sancisce quindi un cambiamento radicale che avrà uno sviluppo più pulito nei lavori successivi. La melodia ripetitiva si spalma per tutta la durata del brano, ed al minuto 4:41 (dopo una ripresa del riff iniziale) possiamo addirittura udire un cantato in pulito, sebbene distorto da qualche effetto. Una frazione in cui si possono facilmente distinguere le parole del testo. La ripetitività del ritmo, così aggressivo e allo stesso tempo luttuoso, ed il testo ermetico e filosofico, rendono il brano aperto a tutti e a pochi allo stesso tempo, facendogli dunque guadagnare la fama che si è a posteriori meritato. Per la cronaca, questo brano fu l'unico per il quale venne realizzato un video musicale che ebbe anche una discreta diffusione, persino su note emittenti televisive. Semplice e diretto, il nostro spiega il contenuto del testo nel suo libretto. Ci parla sostanzialmente di due luci: quella solare e quella lunare. Sebbene ambedue illuminino il globo, ognuna rende visibile paesaggi diversi. L'essere umano si sente al sicuro nella luce del sole e al calare della notte si ritira, impaurito dalla luce lunare che illumina le creature notturne dando al tutto una nuova forma. La forza oscura della natura. Solo chi ha il coraggio di affrontare quella realtà apparentemente infausta potrà trovare, secondo Varg, il vero senso dell'esistenza. Prescindendo dalla narrazione parallela del cantautore norvegese, possiamo comunque facilmente rilevare e assimilare il concetto primario di un testo così tanto ermetico quanto significativo. Quando calano le tenebre, infatti, queste ricoprono il mondo come farebbe un mantello fatto di fitta nebbia plumbea, decretandone (apparentemente) la triste condanna ultima dello stesso. Un mondo destinato, metaforicamente,  al decadimento ed infine alla morte. Ma ecco che improvvisamente qualcosa di inaspettato ascende dal terreno, un brivido gelido percorre la selce e la terra inumidita, stagliandosi nel nostro cuore come il tuono del dio Thor nel cielo, liberando la via da quella tetra, gelida e surreale atmosfera prossima alla resa. Ecco il nuovo inizio. In realtà, le strofe scritte dal Conte altro non sono che un invito ad andare oltre le apparenze giudeo-cristiane che inculcano nella mente dell'individuo medio europeo, la correlazione tra oscurità e malvagità. Le tenebre, dunque, sono davvero da temere? Memore dei suoi antenati, Varg intende utilizzare la similitudine del "brivido" freddo per indicare il fascino ancestrale degli ambienti notturni, un incitamento al risveglio della propria cultura. Le antiche popolazioni nordiche, in effetti, amavano la notte: i falò, i racconti mitologici, i percorsi marittimi e terrestri che solo grazie alle stelle era possibile affrontare quando calava il sole.. tutto ciò fa parte del retaggio culturale di una delle popolazioni più avanzate, per l'epoca in cui vissero, ovvero quelle vichinghe. Popoli direttamente connessi al Nostro, che di loro narra le gesta e fa contemporaneamente da portabandiera nei riguardi di una sorta di "azione difensiva" favorevole a questi ultimi, da compiersi però come "attacco" nei confronti di quella mera concezione giudeo-cristiana che eliminò con la forza quanto era stato  costruito con sapienza dai Vichinghi. L'atmosfera  venutasi a creare viene infine sottolineata dall'aggiunta del Conte dell'illustrazione di Kittelsen, in cui ci viene mostra una luna piena che si scorge dietro le fronde alte degli alberi.

Jesus' Tod / Jesu Død

La seconda traccia è intitolata "Jesus' Tod / Jesu Død (La morte di Gesù)", scritta nel febbraio del 1993, viene aperta da una melodia violenta. L'incipit è caratterizzato dal riff della chitarra principale, veloce e ipnotico, sinistramente melodico, posto come contraltare a quello scandito dalla chitarra ritmica, morboso e pesante. I due si alternano alla perfezione, riuscendo quindi ad accompagnarci sino all'entrata in scena della doppia cassa, la quale si presta benissimo a sottolineare l'atmosfera ossessiva. Il tutto sembra poi risolversi verso un riff portante fatto di melodia sporca (quasi ritmica e solista avessero trovato un compromesso, "fondendo" i due spiriti), ed al secondo minuto vediamo l'entrata della voce del Conte, il quale ci illustra con maestria il testo catturando lo spirito dell'ascoltatore con il sempre più ossessivo riff di apertura. La situazione si protrae non cambiando di una nota (giochi di atmosfere decadenti ed asfissianti) fino a quando, a metà del brano, si sentono dei rintocchi di crash in background che con fare spasmodico si aggiungono al blast beat di partenza. L'intera track viene quindi costellata da questo espediente, l'ensemble si spinge quasi fino allo spasimo. La ritmica non varia ma la distorsione e la registrazione di più chitarre rivelano, ascolto dopo ascolto, sempre nuove variazioni, rendendo il pezzo mai noioso o banale. Il tutto viene quindi chiuso dal riff iniziale, reso sempre carico e maggiormente distorto. Una distorsione che aumenta l'alone di mistero e favorisce dunque il crearsi di un qualcosa di particolare, di ossessivo ma anche di "mistico", sotto alcuni aspetti. Il testo viene associato, dal nostro, sempre ad un'illustrazione del pittore norvegese autore della copertina. Un'illustrazione in cui viene ritratto un cavallo bianco con gli zoccoli immersi nell'acqua, in cui nella stessa si riflette la luna piena. Il commento del cantautore di Bergen è nudo e crudo; parla di un tempo in cui, nel nord, venivano consumati sacrifici umani e animali per compiacere le divinità, sperando di ricevere da tutto ciò forza e possanza, nonché fortuna e buona sorte. Ad un certo punto arrivò una malattia maligna di stampo spirituale che si introdusse, come un parassita, nei cuori degli abitanti. Facendogli quindi abbandonare le proprie tradizioni, facendogli dimenticare il proprio Essere. Quello che era ormai andato perso, però, poteva essere ritrovato solo da chi era libero dai vincoli e dalle catene del cristianesimo. In semplici righe ci viene mostrato quindi quanto di più infausto ci possa essere stato, per Varg. Sul terreno giace una figura oscura la cui sola presenza risucchia l'energia vitale di ciò che le sta attorno: i laghi ghiacciano, i boschi si intristiscono e l'anima stessa di quell'essere appassisce alla sola percezione della propria malignità. Una figura assimilabile al Cristo o a ciò che il Cristianesimo ha rappresentato, nel corso dei millenni. Davvero un testo sacrilego, freddo e ferocemente oppositore di quello che è stato il cristianesimo per la terra del nostro: un culto portatore di morte e distruzione, un credo prevaricatore e violento. Come per il testo del brano precedente, il nostro rivolge un appello di disgusto e di profanazione nei confronti dei veri barbari che distrussero la storia, calpestando ogni centimetro di quello che era stato, per la sola volontà di instaurarsi come verità assoluta. Questo "commento" del Conte, neanche a dirlo, destò molto scalpore per via del tema, del titolo e del testo non troppo criptico.

Erblicket die Töchter des Firmaments / Beholding the Daughters of the Firmament

Passiamo alla track intermedia di questo capolavoro: "Erblicket die Töchter des Firmaments / Beholding the Daughters of the Firmament" (Contemplando le figlie del firmamento) risalente al gennaio 1993. Sulla scia di "Dunkelheit", anche questo brano preannuncia il suo andazzo fin dall'inizio, facendo da contraltare alla canzone precedente. Niente "melodia", ma solo cupe note di chitarra su solito battito di rullante, insieme che definisce i primi secondi fino allo scoccare del minuto 1:04, frangente in cui (dopo un leggero break down) "inizia" la vera e propria track. Il suono distorto della chitarra, il ritmo leggero e pesante della drum machine e qualche rintocco di crash scandiscono i secondi uno ad uno, in un ensemble che rende vano l'utilizzo di tastiera. Il suono pesante si lega al nuovo tipo di canto di Varg che scandisce benissimo il testo (in inglese), trafiggendo anima e corpo, rendendoci schiavi di questo suono angoscioso e funebre. Si continua così, con quel ritmo reiterato ed a sprazzi leggerissimamente "variabile" se ascoltato attentamente. L'atmosfera si incupisce ancora di più verso il quinto minuto, momento in cui si aggiunge lo spasmodico suono dei piatti della drum machine, rendendo poco più violenta la melodia ossessiva e funerea che si era creata, sfumando verso il rintocco dell'ottavo minuto, attimo in cui termina il brano. Una vera e propria manifestazione di drammaticità e malinconia, un brano che non presenta variazioni importanti ma comunque riesce a stringere la nostra anima come in una morsa. Ben pochi musicisti sarebbero capaci di instaurare un clima del genere, e da una traccia come questa possiamo ben capire quanto l'anima di Varg sia incredibilmente complessa. Tanto capace da partorire una traccia sofferta come questa, quanto di uccidere una persona. Un binomio paradossale, risolvibile però con una giusta e sacrosanta propensione per il lato artistico qui mostrato. L'illustrazione attribuita dal nostro a questo brano, appartenente sempre a Kittelsen, ci mostra questa volta una figura sinistra e plumbea posta su di una snekke (nave vichinga di piccole dimensioni) in balia delle onde. Una figura dotata di occhi luminescenti e con le braccia alzate, che sembrerebbe quasi in cerca di aiuto. Nel commento all'interno del libretto d'illustrazione del CD, Vikernes racconta, commentando il testo, di antichi re norvegesi che ancora oggi vagano di onda in onda a bordo delle loro navi-tombe. Effettivamente, secondo il funerale vichingo, quando una persona moriva, il corpo veniva disposto su queste navi adibite a tale atto; il tutto veniva dato alle fiamme ed abbandonato quindi nelle acque. Non riuscendo a trovare approdo per riposarsi da questo naufragio eterno, le anime vagano quindi disperate, quasi come se si sentissero "tradite" da coloro che li amavano e che li hanno dimenticati. L'intero commento viene a prendere forma quando si inizia a leggere il testo, scritto come se fosse una "poesia filosofica". Naufragati nel mare dei nostri pensieri,  si medita su come possa essere un eventuale "dopo", senza possedere un passato; come sarà l'inverno, senza avere la possibilità di vivere la primavera? Come potrà essere la notte senza avere la possibilità di vivere il giorno? Le risposte sono da ricercare nei meandri della nostra mente e del nostro presente. Attraversando mari inquieti ed acque dolci arriveremo alla pace assoluta di questa vita eterna, liberi da tormenti. Nel frattempo bisogna tenere duro ed affrontare i freddi differenti di ogni inverno, per uscirne gloriosi. 

Gebrechlichkeit I / Decrepitude I

Nel vinile si concludeva quindi il lato A, quello molto più dedito al Black Metal più tradizionalista, e si apriva il lato B con: "Gebrechlichkeit I / Decrepitude I (Decrepitezza, Pt. I)". Scritto nel lontano dicembre del '92, il pezzo si connetteva nel vinile alla seconda parte del platter, la quale analizzeremo nel dettaglio più avanti. L'overture è composta da un suono ambientale che sembra essere il rintocco continuo e veloce di un orologio a pendolo. Lo stesso orologio che, seppur nascosto sotto il resto dell'arrangiamento, sancisce attimo dopo attimo l'inesorabile "decadimento" del brano, tenendo quindi fede al titolo di quest'ultimo. Il complesso sonoro del brano si rivela dunque essere l'instancabile proseguo di un duello atemporale e ripetitivo che si sviluppa su due fronti:  quello della chitarra (con cui il nostro si diletta emettendo suoni cupi e sulfurei) e quello del sintetizzatore, dai cui tasti fuoriescono note davvero angosciose e malate. L'insieme dei due viene incorniciato dallo scream distorto che aggiunge decrepitezza (è il caso di dirlo) all'insieme tutto, per un risultato quasi alienante, trascendentale a dire poco. Questa lugubre atmosfera viene spalmata in tutto il brano, senza alcuna variazione se non verso il termine in cui, sfumando lentamente, si lascia spazio a quei suoni ascoltati all'inizio, chiudendo quindi  il cerchio. La mancanza di suono di batteria rende l'ascolto davvero particolare e avvicina il pensiero dell'ascoltatore con il significato che il Lupo di Bergen vuole qui presentarci, attraverso liriche poetiche e colme di riflessioni. Secondo lui, il pacifismo cristiano ha svuotato il suo popolo che, anziché morire in battaglia, preferisce adesso morire nel proprio letto. Negandosi, automaticamente, l'entrata nel Valhalla e rendendo il tutto troppo mediocre, privando Odino di una stirpe di guerrieri gloriosi che assieme a lui dovranno combattere nel Ragnarok. L'illustrazione scelta non a caso sempre di Kitten) è quella di un letto impolverato su cui giace un cadavere scheletrico, circondato dalla camminata svelta di topi, che scorrazzano per tutta la stanza. Leggendo il testo si riesce a comprendere con maggiore ardore quanto detto prima: ci si ritrova sull'erba, esanimi e stanchi, costretti da vincoli coercitivi provenienti da quel "lume"  (la concezione della giustizia giudeo-cristiana profilata oggigiorno nei territori scandinavi) che portò via dal "male" quelli che un tempo erano guerrieri valorosi e coraggiosi, facendogli credere che il loro antico retaggio culturale fosse il male assoluto. Le lacrime scivolano via dagli occhi ghiacciati degli avi di Varg, riempiendo il viso di quella tristezza sorta a causa di quanto è stato perduto, ancora una volta, e difficilmente tornerà in auge. 

Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität / Rundtgåing av Den Transcendentale Egenhetens Støtte

Arriviamo ora al brano più lungo dell'intero progetto Burzum, fino ad ora: "Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität / Rundtgåing av Den Transcendentale Egenhetens Støtte" (Girando attorno alle colonne trascendentali della singolarità). Risalente al marzo del 1993, consta di ben 25:11 minuti di trasporto ultraterreno e psicologico, un componimento più unico che raro. L'intero brano è un seguirsi di synth minimali ed intrecciati, a volte, con registrazioni aggiunte in fase di mixaggio. Effettivamente i primi dieci minuti della track rilasciano un'aura a dir poco trascendentale, proprio come nel titolo viene effettivamente detto; note che assumono la forma di una corda che trascina senza alcuna paura l'ascoltatore in uno stato di catarsi e di celebrazione dello spirito. Le aspettative per un brano così imponente sono molte ma il suono minimale tipico di Burzum non delude affatto, pur nel suo essere tipico di un brano per nulla troppo elaborato. Dal decimo minuto in poi parte una calma apparente, note concitate e molto lente iniziano a riempire di colore il quadro;  sfumature dei colori primari, essenziali come l'intera opera, vengono a formarsi su quello che è il ritratto sonoro; persiste un ripetersi di tre note che sublimano l'operato armonizzando quindi la tela "del suono", rendendola uniforme. Il tempo scorre lentamente, talmente tanto che sembra essersi fermato, di fatti facendoci perdere in un limbo privo di ore, minuti e secondi. Arriviamo adagio al termine del brano, dove le note in background spariscono per far terminare l'incantesimo a cui avevamo abboccato dolcemente. A questo pezzo il Nostro associa la frase di un poeta norvegese, curiosamente incline ad un nazionalismo moderato. Scrisse quindi Johan Sebastian Cammermeyer Welhaven (1807-1873): "Il pozzo della regione non è più lungo di una profondità oscura, nel quale noi fissiamo, ma un corso vivente, che scorre fertilmente attraverso le terre del Nord. Si, alla più elevate visioni dell'essenza, questa vita può ora elevarsi nello sviluppo del suo vero potere e particolarità, elevato al padre di tutti, che è su nel Valhalla, a lui, il vero dio". Una citazione di chiaro stampo patriottico che tratta, utilizzando la similitudine del pozzo, della cultura pagana e scandinava; non si tratta più di uccisione ma di rinascita. Il pozzo della cultura pagana scandinava non è un semplice pozzo conducente alle profondità più recondite ma al contrario si dipana in tutte le terre del Nord, portando all'essenziale quanto di più complicato: la vita. Elevandola col tempo al suo grado massimo, quello più particolare e di celebrazione di sé stessa, donando serenità e potenza, appartenendo essa stessa al VERO padre di tutti: Odino.

Gebrechlichkeit II/ Decrepitude II

Il brano di chiusura dell'opera burzumiana altro non è che la seconda parte della track precedente, a cui avevamo già accennato: "Gebrechlichkeit II/ Decrepitude II (Decrepitezza, pt. II)". Il suono ambientale che ricordava il meccanismo di un orologio a pendolo viene ripreso anche qui e ci apre ad una lenta e gelida atmosfera scandita dalla tastiera del Conte. Lentamente viene introdotta la chitarra distorta che accompagna il suono gelido facendogli quasi da spasimante, ben amalgamandosi con esso in un tutt'uno incredibile. Mano a mano che il brano va avanti l'intensità delle sei corde aumenta, arrotondando la malinconia e la freddezza trasmessa fino ad ora. La magniloquenza dell'arrangiamento, sebbene sia molto semplice, rende perfettamente l'emozione che può provare chiunque sia privato di qualcosa a sé radicato e legato. La mancanza di vocals, più che impoverire, annullano qualsiasi azione diretta, lasciando intendere tutto e niente. Si termina come si è iniziato, fermando l'orologio sul numero 10, come il valore di questa sua opera.

Conclusioni

In definitiva, "Filosofem" è un album irrinunciabile ed imprescindibile. Si dipana tra sonorità Black Metal e suono ambient in una maniera talmente magistrale da aver conferito la definitiva fama al nostro Varg Vikernes, facendolo assurgere come uno dei compositori migliori dell'intera scena Black scandinava. Un album che ci esalta e riesce addirittura a lasciarci, per di più, con l'amaro in bocca; il quale sopraggiunge se per un attimo pensiamo a quel che avrebbe potuto fare, il Nostro, se non fosse finito in carcere. Di sicuro, l'opera d'arte qual è quest'album (sebbene  fosse stata sfornata in un anno in cui si ebbe la comparsa di capolavori come "Nemesis Divina" dei Satyricon, "Stormblåst" dei Dimmu Borgir e "For Kunsten Maa Vi Evig Vike" di Kvist) riesce ad accedere nel pantheon dei dischi maggiormente imprescindibili e seminali della storia della musica estrema, senza neanche troppa difficoltà; nonostante la concorrenza agguerrita, anche rimanendo nell'ambito della sola Norvegia. Il tutto, proprio per merito del tema trattato (personalissima narrazione di tempi arcani, supportati da attentissime ricerche storiche) e per via della produzione particolare, schiva, essenziale. Suoni talmente distorti, talmente "imperfetti" che si ebbero numerose voci di corridoio volte ad affermare addirittura "l'inesperienza" del Lupo di Bergen, giudicato assai malamente da molti "puristi". Eppure, la fredda composizione dei suoni ha fatto si che il disco entrasse di diritto nei cuori di milioni di appassionati, di tutti coloro i quali sapevano andare oltre l'apparenza, captando appieno il forte valore trascendentale dell'intero platter. Tanto sono numerose, queste inutili "voci", quante sono di contro le ragioni per cui bisognerebbe dedicarsi completamente a "Filosofem". Un'opera che abbraccia il presente ed il futuro di Burzum, diventando quasi uno spartiacque definitivo, un "muro divisorio", visto quello che seguirà successivamente. Sarà la produzione particolare, la distorsione di chitarra e voci, forse ci si aggiunge anche quel dark ambient suggestivo e di spessore.. ma questo platter si configurò un successo garantito sin dai suoi primi giorni di vita. Un disco che reca con sé un turbinio di emozioni, che ci porta a pensare, "scervellarci", immaginando e vivendo vicende atemporali. Canzoni che danno voce e smuovono sensazioni primitive ed intime, come spesso accade per i lavori del Nostro. Sebbene il progetto fosse sorto con l'intenzione di non arrivare alla massa ma anzi di rimanere "nei vicoli", da vendersi sottobanco, "Filosofem" (per fortuna o per sfortuna) raggiunse le orecchie anche di chi non era poi così avvezzo a questo genere così estremo, facendo entrare nella memoria collettiva il nome di Burzum, da questo momento in poi non più solo come il "satanista assassino", ma anche come polistrumentista dall'immenso valore. Un album eclettico che fa da cornice a quanto stava accadendo proprio in quel periodo nella vita di Vikernes, trasportato da una parte all'altra, da un carcere ad un altro e frustrato dalle innumerevoli diffamazioni e voci di corridoio che logoravano la sua persona e chi gli stava intorno. Come detto in precedenza, però (da artista quale è lui) il Nostro è riuscito ad uscire vittorioso da tutto ciò. Proprio quel che sperava di fare, con la pubblicazione di quest'album. Ci troviamo quindi verso l'uscita dalla Selva in cui ci eravamo trovati all'inizio di questo percorso: d'ora in poi tutto cambierà, sia nella vita di Varg che nella sua musica. E ce ne accorgeremo presto. Ma intanto, godiamoci questo meraviglioso pezzo di storia del Black Metal.

1) Dunkelheit / Burzum
2) Jesus' Tod / Jesu Død
3) Erblicket die Töchter des Firmaments / Beholding the Daughters of the Firmament
4) Gebrechlichkeit I / Decrepitude I
5) Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität / Rundtgåing av Den Transcendentale Egenhetens Støtte
6) Gebrechlichkeit II/ Decrepitude II
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