BURZUM

Dauði Baldrs

1997 - Misanthropy Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
23/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Come abbiamo già avuto modo di apprendere nel corso dei precedenti articoli, durante il periodo di tempo in cui Varg Vikernes trascorse i propri giorni dietro le sbarre il nostro ebbe modo di barcamenarsi comunque fra le sue due più grandi passioni: la musica e la Storia del suo paese, delle sue terre d'origine. Oltre ad aver avuto la possibilità (grazie ad ordinanze speciali) di ricevere e tenere con sé un computer ed un sintetizzatore (per coltivare i suoi interessi musicali), Varg si dedicò in particolar modo allo studio approfondito della mitologia norrena. Questa ricerca costante, questo grande amore per il paganesimo e per il folklore dei suoi avi lo portò verso un cambiamento psico-politico sostanziale, sancito dal suo bisogno impellente di divulgazione delle proprie teorie tramite libri (vedi il "Vargsmal") od opuscoli, ma non riscontrando molto successo a causa di varie problematiche in fase di stampa e distribuzione delle varie pubblicazioni. Anche, possiamo dirlo, per via del calo di interesse incontro al quale il nome Burzum era inevitabilmente incappato, nonostante album stupendi e decisamente importanti. Stessa situazione Vikernes riscontrò quando ebbe, intorno ai primi mesi del 1996, la possibilità di essere intervistato da Michael Moynihan per la realizzazione di quello che sarebbe diventato uno dei libri più famosi del genere estremo: "Lords of Chaos". Ormai il suo nome era caduto negli abissi del dimenticatoio; come ci si poteva aspettare, l'omicidio, l'Inner Circle, le dichiarazioni anti giudeo-cristiane, furono tutte seppellite dopo aver dato, solo per i primi tempi, pane da mangiare per gli avvoltoi della stampa norvegese. L'unico mezzo di divulgazione che gli era rimasto era il proprio progetto nato otto anni prima: nient'altro che Burzum. Come ben si sa, Varg, è sempre stato un artista eclettico e dalle mille sfaccettature. La situazione in cui si trovava poteva solamente sottolineare quel cambiamento radicale che era in atto e stava raggiungendo l'acme, dal punto di vista umano e dal punto di vista artistico. Fu così che il Lupo di Bergen decise di intraprendere un cammino triptico che aveva il puro intento di divulgare la conoscenza a chi aveva dimenticato la tradizione alla base del retaggio culturale scandinavo: la propria mitologia e conseguenti saghe. La trilogia premeditata dal cantautore di Bergen iniziava proprio con: "Dauði Baldrs (La morte di Baldr)". Definito come il "passaggio pragmatico dalla scena black metal a quella dark ambient", questo nuovo album, uscito nel 1997, è il primo full-length che il nostro compose in carcere e a cui si dedicò per numerosi mesi a causa dell'impossibilità di accedere quotidianamente al sintetizzatore ed al registratore. Originariamente, il disco venne rilasciato (sempre dalla "Misanthropy Records") con un titolo diverso: "Baldrs Død", nonché con una cover art diversa da quella che diventerà  la copertina che tutti, oggi, conosciamo; il dipinto iniziale raffigurava infatti un guerriero ariano svestito ed in ginocchio, in procinto di essere giustiziato con una mazza chiodata, posto davanti al simbolo della croce, in compagnia un sacerdote in nero. Il tutto contornato da colori gelidi, misti tra nero, blu notte e bianco perlato. Faceva decisamente contraltare alla versione definitiva della copertina dell'album. La seconda versione godé di una copertina dai colori molto più caldi, misti tra giallo, rosso e marrone, cambiando anche la modalità della rappresentazione scenica (ma meno il contenuto). Il guerriero ariano appariva innanzitutto vestito, con un mantello blu sgargiante che presentava una svastica oro su di esso, ed inchinato d'innanzi ad un sacerdote che sembra avere la mano aperta in segno di accoglienza. La scena viene contornata da una schiera di soldati vichinghi disposti in stile marziale dietro al sacerdote. L'unico disguido che "macchiò" alcune copie di questo disco riguardò solamente il logo, posto in alto a sinistra: infatti, su alcuni esemplari dell'album, (a causa di un disguido) venne di netto "amputata" la "M" di Burzum, lasciando il nome privo della sua consonante finale. Entrambi gli artworks furono ideati e realizzato dalla splendida Tanya Steine, autrice delle cover art dei primi due lavori degli Ulver ed anche musicista nella band Aghast. In aggiunta, le prime stampe vennero consegnate (in casi estremamente rari, a mo' di limited edition) con un booklet "artistico" insieme a testi in norvegese ed un set di sei tarocchi. Con questo lavoro, targato Varg Qisling Larrsøn Vikernes (così si firmò dopo aver rilasciato l'intervista per "Lords of Chaos" ed aver parlato del gerarca norvegese Vidkun Quisling, il quale fondò un governo collaborazionista con la Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale), veniva alla luce il lato più concettuale del nostro. Sebbene inizialmente l'idea fosse stata quella di creare un album con note di sintetizzatore accompagnate da una voce narrante, questa soluzione non ebbe luogo a causa dell'impossibilità di utilizzare un microfono. Per il primo capitolo della trilogia (rimasta tutt'oggi incompiuta), il Conte decise di far ricadere la scelta sulla vicenda della morte del dio della luce Baldr, figlio di Odino. Per riuscire nell'impresa si ispirò dunque al "Gylfaginning" (L'inganno di Gylfi), il primo libro dell' "Edda in prosa" di Snorri Sturluson (1178 - 1241); quest'ultimo uno storico islandese, tra i più conosciuto perché traduttore e narratore delle vicende norrene, riguardanti le sacre scritture vichinghe (la cosiddetta "Edda Poetica"). L'intera opera è composta da ben sei brani che affrontano le vicende che intercorrono dalla morte di Baldr al Crepuscolo degli Dei (il Ragnarok). Siamo nel 1997, e dopo un capolavoro come "Filosofem", Varg Vikernes si presentava - ancora una volta - mostrandoci un volto inedito della sua complessa personalità.

Dauði Baldrs

Iniziamo dunque ad approcciarci all'ascolto dell'album con il primo brano, nonché titletrack: "Dauði Baldrs" (La morte di Baldr). Per comprendere appieno l'intero progetto, il solo ascolto del brano non basta; esso deve essere eseguito in concomitanza con la lettura della storia narrata e direttamente collegata ad ogni singola track dell'opera. Sebbene l'originale testo del nostro fu pubblicato in antico norvegese, numerose furono le traduzioni che ne seguirono, permettendo, anche a chi non era (e non è) avvezzo alla disciplina, di gustarsi per intero questa saga. Vi era un tempo, all'inizio di questa storia, in cui esisteva Baldr; dio della luce, acclamato da tutti, benevolo ed amato da tutti gli Aesir (stirpe divina della quale facevano parte tutte le entità più conosciute la mondo occidentale, come Thor, Tyr, lo stesso Odino; contrapposta ai Vanir). Una notte come un'altra, accadde l'irreparabile: il Bello (appellativo affibbiato a Baldr per via della sua bellezza) fu oggetto di un sogno premonitore che anticipava eventuali pericoli per la sua incolumità. Preso atto di questo, decise di non attardarsi nel comunicare al consiglio degli Dei (Aesir) quanto era avvenuta la notte precedente. Gli stessi, prendendo le redini della situazione in mano, decisero quindi di promettere un'immunità totale a Baldr, in modo tale che egli non potesse essere ferito né da fuoco o acqua, né da acciaio né da tutti i tipi di metallo, pietra, terra, alberi. Sarebbe stato immune a malattie e attacchi di animali, e nemmeno il veleno avrebbe potuto ucciderlo. Tutto questo venne promesso e reso reale grazie a Frigg (moglie di Odino), la quale fu incaricata di chiedere ad ogni oggetto animato e non animato il proprio consenso. Detto questo, Baldr divenne fonte di intrattenimento per tutti gli Dei e non; ognuno si divertiva a lanciargli oggetti addosso, sicuri di non poterlo scalfire o recargli danno, donando al Dio una gloria infinita. Quando però Loki (dio del travestimento e dei trabocchetti) vide quanto era in atto, non ne fu poi molto felice. Decise di travestirsi da donna e presentarsi da Frigg chiedendo spiegazioni di quanto si stava consumando all'assemblea. La moglie di Odino rispose in tutta sincerità, spiegando la situazione: "Armi e legno non feriscono Baldr. Ho stretto un patto con loro". Così, incuriosito, Loki (trasformato sempre in donna) chiese: "Davvero ogni cosa ha stretto un patto simile con Baldr?". Allora Frigg rispose che vi era una radice ad ovest del Valhalla che le era sembrata troppo giovane per poter stringere con essa un patto del genere. Questa radice era chiamata "vischio". All'improvviso la donna scomparve per poi riapparire, poco tempo dopo, all'assemblea. Accostandosi vicino al dio cieco Hod (Hodr, dio dell'inverno), gli chiese il perché se ne stesse in disparte non aggiungendosi alla calca di persone che lanciavano oggetti verso il dio della luce. Hod rispose che era cieco e non aveva armi, quindi era abbastanza inutile provarci. Furbamente Loki lo invogliò, raggirandolo e facendogli credere di provare solo per il gusto di ricoprire Baldr di maggiore gloria. Il dio dell'inverno, il quale acconsentì,  non poteva sapere che gli era stato passato un rametto di vischio: pertanto, con l'aiuto di Loki nel prendere la mira, lanciò il rametto colpendo in pieno il glorioso dio Baldr, uccidendolo all'istante. All'improvviso grida di stupore e di disperazione riecheggiarono nella sala, facendo da sottofondo a quel momento così triste, ma che non venne mai vendicato immediatamente poiché Asgard era un luogo sacro e non adatto allo spargimento di sangue. Odino era il più preoccupato e scioccato tra tutti, sapeva che quanto era accaduto avrebbe dato il via al Ragnarok (il Crepuscolo degli Dei). Una volta che tutti gli Aesir presenti ritornarono in loro, Frigg si levò su tutti e chiese chi era tra loro il valoroso pronto ad affrontare un viaggio verso l'Helheimr (dimora di Hel, figlia di Loki) per offrire un sacrificio e riportare Baldr ad Asgard; tra tutti si fece coraggio Hermod "il Calvo" che venne ricompensato da Odino con il suo cavallo Sleipnir. Il dio partì immediatamente a galoppo. La trasposizione musicale del testo viene presentata su grandi linee da note di sintetizzatore che sembrano come sviolinate; immediatamente si stagliano i suoni dei tasti bicolori che ci accompagnano e ci fanno addentrare in quell'atmosfera minimale e minacciosa. L'arrangiamento reiterato viene largamente delineato da pause lente e meno allegre. Effettivamente, possiamo constatare che l'intero brano è un susseguirsi incessante ed imperante delle stesse sonorità d'incipit ; un brano ipnotico che dà la possibilità alla mente di potersi addentrare in quegli spazi dell'immaginazione più reconditi, facendo da background ad ogni singola parola messa nero su bianco. La melodia ed il lavoro del Conte su quei tasti lascerà il segno su lavori di artisti underground come i Vinkaldr (provenienti dall'Australia e fautori di un atmospheric black metal misto a dark ambient davvero simile alle sonorità qui presente). Curiosità: proprio questo brano venne poi ri-registrato diventando il "Belus død" dell'album "Belus" del 2010. Lo scandire, a sprazzi, del tempo da parte di timpani, ci suggestiona incommensurabilmente catturando l'orecchio e portandoci al brano ed al capitolo successivo.

Hermoðr á Helferð

Arriva il momento di "Hermoðr á Helferð" (Hermodr in viaggio verso l'Hel). Nove furono le notti di viaggio che il coraggioso Hermodr dovette affrontare, lungo le valli più oscure e profonde; così tanto che nulla riusciva a scorgere il suo occhio fino a quando incontrò sul suo cammino il fiume Gjoll, attraversandolo grazie al ponte ricoperto d'oro scintillante che lo solcava. Al suo termine vi era una dama che fungeva da sentinella, di nome Modgud. Ella gli chiese il nome e la sua storia dicendo che cinque giorni prima passarono ben cinque battaglioni di morti, proprio da quel ponte, e che lui non assomigliava a nessuno dei soldati di alcuno di essi. Non aveva la pelle dei defunti, quindi si domandava cosa ci facesse lì. Hermodr le chiese se sapeva nulla del dio Baldr dato che era lì proprio per cercarlo: scoprì dunque che il dio aveva varcato le soglie dell'Hel poco tempo prima e che l'ingresso per il Regno della figlia di Loki era a Nord ed in basso.  Hermodr non esitò e si accinse immediatamente a raggiungere le porte, forzando la serratura, e valicando la soglia con il cavallo donato da Odino riuscì ad entrare nella sala del trono dove vide il corpo del suo fratello Baldr sedere su di un posto d'onore. L'arrangiamento scelto dal compositore di Bergen è veramente semplice: un arpeggio minimale viene ripetuto per l'intera durata del brano ed effettivamente mette in mostra quanto è stato raccontato. Iniziamo con due note sole che vengono, ogni dieci secondi, "incorniciate" da un suono artificiale simile a quello di un violino. Il cavallo di Hermodr galoppa e con lui si fa alta la tensione musicale arbitrata da quella stessa metrica d'ouverture, reiterata per tutti i due minuti e quaranta di brano. Abbiamo note semplici con un ritmo ipnotico, un accorgimento che ci regala davvero una situazione contemplativa e sognante allo stesso tempo. Siamo davanti ad uno dei brani più semplici dell'intero platter, sebbene, nella sua semplicità, possa suscitare emozioni complesse, controverse ma complementari, come, ad esempio: timore e voglia di avventura.

Bálferð Baldrs

Giungiamo dunque alla terza track del full-lenght: "Bálferð Baldrs" (La cremazione di Baldr). Gli Aesir presero con loro, quindi, il corpo del Dio Bianco (altro appellativo di Baldr) trasportandolo verso il mare e preparandolo al funerale tipicamente vichingo. La nave su cui fu disposta la salma del figlio di Odino era chiamata "Hringorni" ed era la più possente e grande di tutte; tanto immensa che mise in difficoltà gli dei stessi, nello spostamento. L'idea degli Aesir era dunque quella di appiccare il fuoco e cremare il defunto facendogli attraversare il mare come se fosse il suo ultimo viaggio, ma il drakkar (tipico nome vichingo delle navi) si rifiutò di spostarsi. L'intero Pantheon norreno si diresse verso lo Jotunheim, le lande dei giganti, per chiedere aiuto alla principessa Hyrrokin. Quando ella arrivò, cavalcando il suo lupo (utilizzando serpenti come redini), Odino invocò dei bersekr (guerrieri leggendari noti per la loro ferocia e forza) per tenere testa al lupo-destriero, mentre la gigantessa smuoveva l'imbarcazione. Hyrrokkin si diresse dunque alla prua della nave, e con un solo tocco smosse il fuoco dai rulli di legno, facendo tremare le terre; tuttavia, stufo di aspettare, Thor perse la pazienza e decise di pendere in mano il suo martello, puntandolo contro la testa della principessa, intimandole di far presto. Tutti gli Dei, però, cominciarono insistentemente a pregarlo di graziarla, riuscendo alla fine a calmarlo. In seguito, mentre il corpo di Baldr venne trasportato sulla nave, sua moglie Nanna (figlia di Nepr) cadde morente a causa del dolore ed il suo corpo venne adagiato di fianco a quello del marito; ad entrambi quindi venne dato fuoco. Thor era dunque pronto a consacrare la pira funeraria con il suo Mijollnir, ma ecco che vide un nano di nome Lit passargli davanti ai piedi. Infastidito, il dio del tuono scalcio il povero essere lanciandolo nel fuoco, dove arse. La trasposizione musicale rappresenta più che bene la scena triste e funebre che era lì intenta a consumarsi. Note tirate per il lungo con un minimo comune denominatore di synth ambientale idealizzano la tristezza e la malinconia degli dei presenti a quella scena; qualche nota emessa mediante effetti che addirittura ricordano un grave sassofono acutizzano ed idealizzano l'impresa massiccia della principessa dello Jotunheim alle prese con quell'enorme nave tomba che portava con sé la Luce. Un cambio repentino  di tempo parte dal quarto minuto, tutto è ancora più cupo e triste: Nanna è morta ed ora non resta nient'altro che dire addio ad entrambi, salutandoli per l'ultima volta con le note d'incipit suonate senza alcun synth ambientale di sottofondo ed in modo molto più delicato. Osserviamo, in lontananza, la pira funeraria allontanarsi.

Í heimr Heljar

Con il prossimo brano facciamo un passo indietro. "Í heimr Heljar" (Nella dimora di Hel) racconta ancora di quando Hermodr entrò nel castello della figlia di Loki (Hel), nell'Helheim. Il mattino seguente l'impavido incaricato da Frigg pregò Hel che suo fratello potesse tornare con lui verso casa, raccontandole della sofferenza nel pantheon norreno. Hel rispose che doveva essere sicura che ogni creatura amasse realmente tanto il dio della luce per riportarlo in vita, pertanto chiedeva che ogni essere vivente nell'intero cosmo dovesse piangere la sua morte; altrimenti, il dio sarebbe rimasto negli inferi. A queste parole, Hermodr si alzò e con lui Baldr, fuori dalla sala egli prese Draupnir (l'anello che Odino mandò a Baldr, come ricordo) porgendolo come dono al fratello, dando invece a Nanna una veste di lino donatale da Frigg e a Fulla (altra divinità facente parte degli Aesir, si dice fosse l'unica ad avere la conoscenza dei segreti di Frigg) un anello. Il nostro ci offre, in maniera totalmente coerente, un altro brano che fa da colonna sonora al continuo del racconto. Una track che si apre con note cupe di sintetizzatore che vengono sancite da battiti di timpano ed un rintocco di crash, un ensemble che definirei comunque "alla bene e meglio", figlio dei pesanti impedimenti e restrizioni alle quali Varg venne sottoposto in galera. All'improvviso si sente in background quel leggero suono ambientale che offusca l'atmosfera, e si continua con quell'insieme di note durante questi due minuti di brano, quasi a delineare questo aspetto come minimo comune denominatore dell'opera, ovvero il suo forte valore ambient e quasi trascendentale. L'insieme genera un'atmosfera carica di tensione e di preoccupazione, spiegando a grandi linee i sentimenti di Hermodr d'innanzi alle parole di Hel che, sebbene da una parte danno una speranza, dall'altra invece emanano inquietudine ed incertezza di quello che ne sarà. 

Illa tiðandi

Giungiamo verso la fine dell'opera concettuale e mitologica con il penultimo brano: "Illa tiðandi" (Cattive notizie). Dopo quanto aveva appreso da Hel, Hermodr si diresse ad Asgard per avvisare tutti gli Aesir delle ultime nuove. Così gli dei inviarono in ogni angolo del cosmo degli emissari, affinché avvisassero ogni essere vivente dell'accaduto, chiedendogli di piangere per Baldr in modo tale da poterlo far ritornare dall'Hel. Così la pioggia, gli alberi, il legno, i sassi, ogni tipo di metallo fece notare la propria tristezza per quanto era accaduto al dio della luce e tutto sembrava andare per il meglio; ma proprio quando gli inviati erano sulla via del ritorno, si accorsero che in una grotta vi era una gigantessa seduta il cui nome era Thanks. I mandatari tutti le pregavano di far sentire il proprio lamento per il defunto, ma ebbero di risposta una negazione. Per lei era inutile lamentarsi, non avrebbe ricevuto nulla in cambio qualora Baldr fosse tornato in vita, come nulla ebbe in cambio durante la sua vita. Se Baldr si trovava in quella posizione era per opera di Loki e nulla poteva essere modificato quanto era stato. La composizione musicale assume le sembianze di una nenia, piccole note concitate eseguite lentamente e con un fare malinconico e decadente che penetrano nell'animo dell'ascoltatore con una freddezza stravagante. Non si tratta di cattive notizie solo per chi proveniva da Asgard, ma quelle stesse notizie assumono importanza anche per noi, esterni e terzi nell'opera primaria. Senza troppe pretese, il nostro ci presenta quindi una versione alternative di "Decrepitude I" dell'album precedente, esaminandolo ed eliminando le tracce black metal per offrirci, in chiave più sinfonica e meno distorta, questo ensemble emozionale di cori e note di piano. L'aspetto dark ambient assume le sue peculiarità più intime in questo brano, il quale ancora una volta si rivela perfettamente funzionale a quanto abbiamo sino ad ora letto. 

Móti Ragnarokum

Terminiamo questa analisi con "Móti Ragnarokum" (Verso il Ragnarok). Discostandoci dall'evento portante dell'opera, quale la morte di Baldr, il compositore di Bergen decide di estrapolare un estratto della "Völuspá" (La profezia della veggente, apertura dell' "Edda Poetica"); durante il Crepuscolo degli Dei, spariranno quindi Sól (Sole) e Máni (Luna): i due lupi (Skoll e Hati) che, nel corso del tempo, perennemente inseguivano i due astri, finalmente li raggiungeranno, divorandoli, oscurando ogni angolo del mondo. Quando poi Yggdrasill (Frassino sacro posto al centro del mondo, del quale è il pilastro) si scuoterà accadranno catastrofi in ogni dove: alluvioni, terremoti e morte. Le creature del caos attaccheranno il mondo: Fenrir (il lupo figlio di Loki) verrà liberato dalla sua catena, mentre il Miðgarðsormr (il serpente marino anch'esso figlio di Loki) emergerà dalle profondità delle acque. La nave infernale Naglfar leverà le ancore per trasportare le potenze della distruzione verso battaglia, guidate da Hel. Al timone ci sarà il dio Loki. I misteriosi Múspellsmegir (una delle due razze di giganti) cavalcheranno su Bifrost (il ponte arcobaleno) facendolo crollare. Heimdallr, il bianco dio guardiano, soffierà nel suo corno, il Gjallarhorn, per chiamare allo scontro finale Odino, le altre divinità, e i guerrieri del Valhollr (gli einherjar). Nel grande combattimento finale, che avverrà nella pianura di Vígrídr, ogni divinità si scontrerà con la propria nemesi, in una distruzione reciproca. Il lupo Fenrir divorerà Odino, che quindi sarà vendicato da suo figlio Víðarr. Thor e il Midgardsormr si uccideranno a vicenda, e così Týr e il cane infernale Garmr. Surtr abbatterà Freyr e l'ultimo duello sarà tra Heimdallr e Loki, che si uccideranno a vicenda: quindi il gigante del fuoco Surtr, proveniente da Múspellsheimr, darà fuoco al mondo con la sua spada fiammeggiante. Dalle ceneri, il mondo risorgerà. I figli di Odino (Vídarr e Váli) e i figli di Thor (Módi e Magni) erediteranno i poteri dei padri. Baldr, il dio della speranza, con sua moglie Nanna e Hodr suo fratello, torneranno da Hel, il regno della morte. La stirpe umana risorgerà grazie ad una nuova coppia originaria, Líf e Líftrasir, sopravvissuti al disastro nascondendosi nel bosco di Hoddmímir; infine la rinascita del mondo sarà adombrata dal volo, alto nel cielo, di Nídhoggr, la serpe di Nidafjoll, misteriosa creatura tra le cui piume porterà dei cadaveri. Il conte ha deciso, per questa ultima traccia, di raccogliere note pulite e ripetute in modo da formare una colonna sonora degna ad incorniciare l'evento ultimo della storia. Si tratta di articolazioni di note davvero semplici che vengono accompagnate, per tutti e nove minuti della canzone, da un allungamento del suono in stile organo il quale dona spessore al ritmo fin troppo minimale; il battito di tamburi scandisce quindi il tempo come un metronomo ed ecco che ad un terzo del brano troviamo il ritorno del violino sintetizzato che, come un fulmine a ciel sereno, appare gelando l'atmosfera. L'intero trancio viene praticamente e coerentemente copiato ed incollato fino all'ultima nota di questo ultimo brano dell'opera, un bel brano ma dalla struttura incredibilmente ciclica e ripetitiva, figlia ancora una volta del clima di "impossibilità" che ha sin da subito caratterizzato quest'opera. Sarebbe stato oggettivamente impossibile far di più, viste le condizioni in cui Varg imperversava e viste comunque le ferree e rigidissime regole delle carceri in generale.

Conclusioni

Annotazione importante prima di continuare ed arrivare alle conclusioni finali è quella di dover sottolineare la presenza, nel libretto illustrativo del CD, sia dei testi (come è di consueto) che di immagini illustrative di stampo vichingo e medioevale; effettivamente possiamo trovare, oltre alla presenza della seconda copertina (quella in cui l'uomo viene torturato), un'immagine che ritrae delle donne bianche che danzano girando attorno ad una di loro distesa sul terreno, nonché l'immagine di una svastica illuminata al centro del disegno. Un'altra ancora che raffigura delle donne ariane legate ad un palo con sotto di loro un fuoco ed infine un'ulteriore che presenta un sole calante, un tramonto rosso, quindi, su un mare, e al centro del sole una svastica. Come si può ben capire, il simbolo della svastica è quasi onnipresente negli artworks di questa sesta opera del compositore di Bergen; prima di arrivare però a conclusioni azzardate, di stampo politico, bisogna far attenzione alla nota scritta sia in francese che in tedesco da Varg stesso: "Il martello di Thor, ugualmente conosciuto con il nome di Swastica, croce Flyfot, ruota del sole o Hakenkreuz, è un antico simbolo indo-europeo. E' il simbolo dei poteri donatori di vita del sole e dei poteri che preservano la vita di Thor. E' il simbolo più sacro della tradizione nordica.". Questo quindi spiega la sua ossessiva presenza, distruggendo alla base l'idea di una correlazione ad idee filo-naziste dell'intera opera. Oltre però a questa piccola annotazione da parte del nostro, nel digipack si può leggere un commento dello stesso all'inizio ed alla fine del libretto, che ci aiuta a comprendere meglio il lavoro fatto dal Lupo norvegese in un contesto proibizionista imposto dal carcere in cui era: "Il significato della vita è profondamente perduto nell'inconscio della psiche umana. Alcune persone sono motivate dall'energia di Urano (quindi Odino) ed essi cercano di viaggiare nella loro interiorità  per poter riscoprire il senso della vita. Ma questo non può avere successo, non in questa maniera. Quando noi, amareggiati, diciamo addio al nostro amato senso della vita, congediamo anche ogni tipo di fiducia e lo bruciamo sul rogo. L'intera umanità soffre, bruciamo da dentro, piangiamo. La Logica, con la sua arrabbiata spinta scientifica, la sua arroganza e le sue contraddizioni, impedisce agli Occultisti di riscoprire il senso della vita. Non c'è il male dietro a tutto questo, solo logica fredda e calcolatrice. La Logica piange lacrime secche nella sua mancanza di sentimenti. Tutto questo porta al Ragnarok: inizio, Causa, Simbolo, Testimonianza, Destino e Crepuscolo degli Dei. La battaglia nella psiche umana è combattuta tra la mente cosciente e mente incosciente. Nessuno Jotunn può tornare vivo da Asgard.". Preso coscienza quindi di quanto scritto dal Nostro, possiamo ben comprendere la scelta concettuale ricaduta in definitiva sul poema del "Gylfaginning"; con questa opera non viene solamente sottolineata la passione per lo studio della mitologia norrena, che invade la vita di Varg dal momento in cui è stato incarcerato, ma sottolinea anche la parte più accusativa e anti giudaico-cristiana del nostro. Mediante questo album, è come se Varg Vikernes si autoproclamasse guida spirituale dei propri seguaci, utilizzando metafore atte a spiegare l'ottenebramento del paganesimo attraverso le concezioni che ormai tutti conosciamo. Appartenenti, queste ultime, alla logica, alla scienza e alle religioni monoteiste disruttrici della tradizione. Un aspetto, questo, da non sottovalutare. Passando all'aspetto musicale dell'opera di certo non possiamo parlare di un raggiungimento dell'acme dal punto di vista musicale; ritmi ripetitivi e talvolta spinti allo spasimo accompagnano l'intero ascolto dell'album il quale, privo del racconto in forma scritta, risulterebbe scarso e a tratti anche scadente. Di certo bisogna anche contestualizzare l'intera opera nel preciso momento della storia del Nostro, un momento in cui non aveva alcuna possibilità di realizzazione tramite strumenti come chitarra, microfono, batteria e basso. Nonostante le attenuanti del caso, quello che ne è uscito (a mio avviso) poteva sicuramente uscire meglio. Molti parlano di sperimentazione, lo stesso Varg parlava anche di essersi stancato della scena metal, troppo - a suo dire - corrotta e non più vera. Per quanto mi riguarda, questo album è il semplice frutto degli ascolti di cui si è permeato il nostro norvegese durante quegli anni: Apshyx Twin, Dead Can Dance, New Order e molti altri classici di maestri della scuola ambient, come David Sylvian. Niente di più e niente di meno. L'inizio di una presunta trilogia, un lavoro forzato ma a tratti estremamente affascinante.

1) Dauði Baldrs
2) Hermoðr á Helferð
3) Bálferð Baldrs
4) Í heimr Heljar
5) Illa tiðandi
6) Móti Ragnarokum
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