BURZUM

Burzum

1992 - Deathlike Silence Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
27/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Appassionati o meno del genere, chiunque può vantare la conoscenza di uno dei numerosi gruppi scandinavi (tra cui Darkthrone, Mayhem, Immortal, Emperor, etc.) maggiormente rappresentanti le fondamenta del black metal come lo conosciamo noi. Un gruppo il cui cuore è costituito da una delle personalità più complesse e discusse della storia della musica. Per molti un criminale, per molti un genio, per altri entrambe le cose: parliamo proprio di Burzum, one man band formata, come si deduce, da un solo membro. Quel Varg Vikernes arcinoto per un motivo o per un altro, un nome che in realtà nacque come pseudonimo, poiché alla nascita il Nostro fu battezzato con il nome di Kristian (dal greco Kristos, quindi Cristo). Non sentendosi per nulla rappresentato da un qualcosa di così legato al cristianesimo, decise dunque nel 1993 di cambiare legalmente nome in Varg; termine che, nell'antica lingua nordica, designava la figura del lupo, creatura carica di un valore simbolico che per il fu Kristian era sicuramente più appropriato per descrivere la personalità di un uomo come lui, molto legato alle proprie radici pagane. Un musicista particolare e poliedrico, il quale attuò nel corso del suo periodo di attività più prospero tutta una serie di sperimentazioni, passando dal Black Metal più grezzo e primordiale al dark ambient più ascetico e contemplativo. Andando con ordine, il progetto Burzum affonda le proprie origini nell'anno demoni 1988/1989, nascendo ufficialmente con il nome di Kalashnikov (nome scelto dallo stesso Varg, amante del fucile russo e grande appassionato di storia bellica, nonché accanito giocatore di giochi di ruolo); la prima line-up era composta quindi da Varg stesso ed altri due membri, definiti dallo stesso Vikernes come due tali "conosciuti per caso 12 anni prima". Poco dopo, estremamente influenzato dall'universo letterario di Arda (il mondo creato da Tolkien nei suoi capolavori "Il Signore degli Anelli" e "Lo Hobbit"), decise di cambiare nome al proprio gruppo in Uruk-Hai in onore, come i fan della saga sanno, alla razza di "orchi maggiori" al servizio di Sauron, sovrano di Mordor. Al tempo, il Nostro provava una sorta di forte attrazione nei riguardi del Signore Oscuro della Terra di Mezzo, per una serie di analogie che aveva stilato tra la figura immaginaria ed Odino, Dio Padre del pantheon scandinavo. Similarità come la mancanza di un occhio (così come Sauron, anche Odino doveva contare su una vista parzialmente menomata), un unico anello posseduto da entrambi ("Draupnir", "Colui che gocciola", magico anello dorato posseduto dal padre degli Dei ed in grado di generare altri otto anelli del tutto simili all'originale); ancora, la torre Barad-Dûr, dimora di Sauron e molto simile al trono del dio norreno (denominato Hliðskjálf, "Luogo del rituale segreto"), i gruppi degli orchi (Uruk-Hai appunto) e dei troll (Olog-Hai) creati derivandoli direttamente dai guerrieri Berserker vichinghi come ispirazione, e così via. Il tutto riportava, dunque, ad una rielaborazione in chiave "nordica" di queste figure, anche se il giovane Vikernes mal sopportava che la il suo retaggio culturale fosse stato messo al servizio di una sorta di "distorsione" che proprio non capiva. Dal suo punto di vista, le schiere di Mordor erano dalla parte del giusto, in quanto il popolo Vichingo aveva subito nel corso della sua storia notevoli e devastanti affronti dalla cultura cattolica dominante, controparte identificata da Vikernes con gli eserciti di Gondor ed in generale con le forze del bene. Con l'oppressione e la forzata imposizione del cristianesimo, importanti miti ed eroiche leggende venivano dunque viste come materiale letterario e di intrattenimento, l'antica religione norrena veniva ridotta a semplici storielle adatte per i best-seller. In molti consideravano assurdo questo suo "schierarsi" dalla parte dei "cattivi", eppure peri l giovane Vikernes la questione era più importante che mai. Dichiarò, in seguito: "Per me, le 'forze oscure' che attaccavano Gondor equivalevano all'esercito dei miei antenati intenti a loro volta ad attaccare la Francia cristiana di Carlo Magno. Ed attaccare Rhoan era come muovere guerra all'Inghilterra Cristiana. I vichinghi hanno perso le loro guerre, proprio come Sauron.. ma non me n'è mai importato di simpatizzare per i 'perdenti'. Ho sempre creduto nel fare ciò che si ritiene giusto, accettandone le conseguenze; anche se combatto per una causa persa, non me ne preoccupo. Preferisco morire per ciò che ritengo giusto, piuttosto che vivere in maniera passiva". Fu allora che il suo forte spirito nazionalista venne fuori, preparandosi a maturare il terreno per molte delle azioni intraprese e degli ideali sposati, in futuro. In molti avevano letto queste sue teorie come frutto di una sorta di malessere, dovuto ad un'infanzia-adolescenza travagliate, ma  Varg non aveva mai avuto particolari problemi a livello famigliare (benché si sostenga ancora, lui ha categoricamente smentito più volte il fatto di essere stato maltrattato); la sua immaginazione volava fervida ed instancabile. Tutto quello che gli interessava era la musica (soprattutto Thrash / Death Metal ma anche Folk o Techno) e le sue letture fantasy - storiche, incentrate come detto sulla mitologia Norrena, sulla Storia del suo antico popolo e sulla lettura critica delle saghe Tolkeniane. Un insieme, come già detto, che preludeva al futuro che lo attendeva. Tuttavia, il progetto Uruk-Hai stentò a decollare: Varg credeva molto nelle sue potenzialità ed avrebbe voluto creare un qualcosa di importante ed impegnativo, scelta purtroppo non condivisa dai suoi compagni di band, i quali vedevano nella band solo un espediente per far colpo sulle donne. L'inizio della svolta si ebbe però quando, nel 1989, incontrò i ragazzi del gruppo death metal Old Funeral. Membro principale del gruppo era nientemeno che Olve Eikemo, meglio conosciuto da tutti con il nome di Abbath e per essere stato lo storico membro fondatore degli Immortal. Avendo bisogno di un chitarrista, Olve non ci pensò due volte e chiese a Varg di potersi unire alla causa degli Old Funeral, dediti come già detto ad un Death Metal di forgia americana; entusiasta, Vikernes salì a bordo e potette così avere la sua prima esperienza da musicista serio. Suonò negli Old Funeral per ben 2 anni (incidendo ben due demo) per poi entrare a far parte (in veste però di special guest e non come membro effettivo), sempre insieme ad Abbath, nei Satanel, altro gruppo guidato da quest'ultimo. Poco dopo, avendo maturato una maggiore esperienza come musicista, Varg abbandonò tutto questo in cerca di una propria soddisfazione e di un'espressione maggiormente particolare della propria musica, più personale ed originale. Invece di riavviare il progetto Uruk-Hai ne intraprese uno ex-novo, per l'appunto il più conosciuto: Burzum. Non decidendo di coinvolgere nessun'altro e suonando tutto da solo, recuperò alcuni riff del gruppo precedente ma con l'idea di non suonare musica dal vivo, volendo rimanere lontano dagli stilemi del Metal e del Rock'n'Roll: difatti, Vikernes non amava il concetto di "musica per il pubblico" e non voleva assolutamente fare musica per attirare l'attenzione delle masse, per diventare famoso e guadagnare soldi. Come si intuiva dal nome del suo progetto, Burzum infatti, il tutto sembrava essere costruito su di una concezione maggiormente elitaria ed intimistica dell'arte. Il termine, ben lontano dall'anglofonia allora imperante nella scena Metal, fu nuovamente mutuato dopo attente letture Tolkieniane: sempre nell'universo di Arda, la parola (nella lingua nera di Mordor) significava "oscurità" ed era tratta dalla famosa poesia dell'anello, il cui verso più noto recita: "un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli", nell'originale "Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul, ash nazg thrakatulûk, agh burzum-ishi krimpatul". Con queste premesse, il musicista aveva l'intenzione di avvicinarsi ai solis sacerdotibus, ai pochi iniziati che sapevano ed erano a conoscenza delle opere sul mondo di Arda. Varg voleva essere il buio nella luce della società monotona e troppo piatta in cui stava vivendo, e voleva sperimentare quella magia capace di concretizzare una realtà alternativa. In questo modo avrebbe poi potuto dare fondo alla sua creatività senza sottoporla al giudizio di nessun altro musicista. Sarebbe stato l'unico ed il solo giudice del suo operato, lontano dalla noia delle intromissioni non richieste e dalle riunioni con altri membri per decidere sul da farsi. Tuttavia, l'incontro con un'altra grande personalità dell'epoca si rivelò fondamentale per lo sviluppo di questo suo progetto. Ben presto, nella vita del Conte Grishnackh (pseudonimo sempre tratto dal "Signore Degli Anelli", appartenente ad un orco ed adottato da Varg in concomitanza dell'avvio del progetto Burzum) avrebbe fatto breccia la figura di Øystein Aarseth. All'epoca Euronymous (questo lo pseudonimo di Aarseth), chitarrista dei seminali Mayhem (la prima veraband  Black Metal della Storia), beneficiava della nomea di satanista, occultista e personaggio oscuro nonché malvagio, e questo gli permise di accerchiarsi di numerosi individui attratti dal fascino del profano e del proibito tra cui lo stesso Varg e Thomas Haugen dei futuri Emperor. Inizialmente, il rapporto fra i due sarebbe dovuto essere solo professionale: Varg aveva bisogno di una realtà discografica disposta a sostenere la sua musica, realtà che a Bergen (sua città Natale) non riusciva a trovare. Venendo a conoscenza della "Deathlike Silence" di Oslo, etichetta di Aarseth specializzata in musica estrema, lo contattò avviando con lui una folta corrispondenza. I due cominciarono a trovarsi su molti punti musicali ed anche ideologici (avversione per il cristianesimo, concezione di "estremo" in musica ecc.), decidendo dunque di trovarsi di persona per discutere sia di affari sia di questioni extra-musicali. Ben presto fra i due ragazzi si instaurò un rapporto molto simile a quello di un capo e del suo fidatissimo braccio destro: entusiasta dei demo che Varg gli aveva inviato, Euronymous decise di rendere Vikernes il nome di punta della sua etichetta, arrivando ben presto a pubblicare il primissimo album del progetto Burzum, ovvero l'omonimo album rilasciato nel Maggio del 1992. Un sodalizio che col tempo divenne ben più intenso e particolare, che solamente musicale o affaristico. Varg fu spesso ospitato da Euronymous ad Oslo, il quale gli permise di utilizzare l' "Helvete" (negozio di dischi specializzato in release estreme e di proprietà della famiglia di Euronymous, così denominato in quanto il termine rappresenta il nostro corrispettivo di "inferno") come una seconda casa, ed entrambi amavano provocare e shockare l'opinione pubblica, spesso sfoggiando ideali politici estremisti (Oystein più propenso ad un comunismo sovietico, Varg molto più incline all'estrema destra) o annunciando il Male che la loro musica, il Black Metal, avrebbe portato sul mondo. Il problema fu unico e fondamentale: Varg cominciò a credere veramente in quei proclami, e ben presto chiese ad Euronymous di passare ai fatti. Quando l'amico si dimostrò restio (era pur sempre una persona con un lavoro ed una rispettabile famiglia alle spalle), il Conte decise allora di prendere l'iniziativa, coinvolgendo tutti i fedelissimi di Aarseth in quella che divenne una sua personalissima crociata al mondo perbenista e borghese. Risalgono infatti ai primi anni di avvicinamento dei due personaggi i primi misfatti attribuiti dai frequentatori dell' "Helvete"; usando il retrobottega del negozio come covo, i seguaci di Euronymous vennero ben presero identificati con il nome di "Inner Circle", macabra congrega della quale Vikernes si elevò ben presto a leader dedito ad azioni ai confini del terrorismo. Sempre più appassionato e studioso di cultura norrena, infatti, arrivò ben presto ad abbracciare un credo religioso corrispondente al culto "odalista", ovvero un movimento religioso basato sulla risorgenza delle antiche tradizioni spirituali germaniche e scandinave. Una visione del mondo incentrata sull'orgogliosa appartenenza alla propria razza, alle proprie radici, ad una cultura arcana che per Varg era stata distrutta ed ignobilmente calpestata dal cattolicesimo. Identificando i cristiani come propri rivali, tuttavia si scansò dal satanismo imperante nell'Inner Circle proprio per non avere nulla a che fare con il mondo cattolico (Satana era pur sempre una figura d'invenzione cristiano-ebrea), e presto stanco delle continue parole di Euronymous, il quale come già detto aveva abbondato di discorsi propagandistici ma non era mai definitivamente passato ai fatti, decise di dare una svolta significativa alla situazione. Varg fu infatti il fautore di incendi di edifici religiosi (tra cui anche la famosa Svafkirke di Fantoft, ed il cui scheletro al rogo divenne, poi, l'immagine di copertina di Aske, suo EP del 1993), provocando grande apprensione nel popolo norvegese soprattutto quando altri roghi vennero appiccati da chi, in suo onore, voleva emularne le gesta. Il tutto non in segno satanista, sottolineò Vikernes quando rivendicò gli attentati, ma in segno di decisiva estirpazione del cristianesimo, eliminatore dell'antica religione vichinga. Il tutto non si fermò ai roghi: profanazione di tombe, diversi altri atti vandalici.. Oystein era ormai passato in secondo piano e nessuno più lo vedeva come un leader. Tutti gli occhi, musicali e non, venivano quindi puntati su Varg Vikernes, il quale riusciva comunque a far parlare di sé anche per il proprio talento dietro la sei corde. Macchiata da questo caos, da una vena estremista e terribilmente violenta, la prima pubblicazione del progetto Burzum ebbe un discreto successo nel panorama black metal dell'epoca; successo che, sommato alla popolarità acquisita da Varg per via dei suoi atti piromani e profani, iniziava a mettere in allerta lo stesso Aarseth, il quale era ormai sul piede di guerra e pronto a rinnegare il suo ex braccio destro, cercando di ostacolarlo in tutti i modi possibili. Questa, però e come si suol dire, è un'altra storia. Iniziamo in questo preciso momento ad avviarci al mondo utopistico voluto dall'indigeno di Bergen attraverso l'analisi del suo primo inedito e self-titled. Un disco che mostra appieno lo spirito ribelle, sovversivo e la personalità complessa dello stesso autore già dall'immagine di copertina, artwork dell'artista norvegese Jannicke Wiese-Hansen (tra l'altro fautrice del vecchio ed attuale logo della one man band) la quale definisce il suo disegno come frutto di incubi, di incertezze nonché come la sua creazione maggiormente prematura. Senza dubbio, quel disegno monocromatico con sfumature di bianco e nero e con particolare attenzione alle ombre ed ai contorni cattura l'occhio dell'ascoltatore che, osservandolo, si rivela inquieto ed impaurito da quella mera figura incappucciata ed attorniata da una tale atmosfera tetra. Lo stile di questo suo primo (capo)lavoro inoltre si discosta fortemente dai progetti dei suoi coevi, portando il Black Metal ad un livello successivo con riff primordiali e gelide melodie, lo scream straziante e l'uso di blast beat violenti con note di sintetizzatore concitate. Nota essenziale: il disco venne prodotto nientemeno che da Eirik "Pytten" Hundvin, il cui nome possiamo trovare inciso su tante altre leggendarie release, come "In The Nightshade Eclipse" degli Emperor, "Pure Holocaust" degli Immortal e "Antichrist" dei Gorgoroth, giusto per citare tre titoli "a caso".

Feeble screams from forests unknown

Notiamo immediatamente che i due lati del vinile sono denominati in maniera differente dalla consueta "A" e "B". Nella prima parte, chiamata Hate ("Odio") apre le danze l'opener "Feeble screams from forests unknown" (trad. Flebili grida da foreste sconosciute) in cui i primi secondi sono dettati da una tastiera sinistra ed ipnotica, ma è subito il blast beat violento e diretto della batteria ad introdurre un riff di chitarra pestato e crudele, tagliente come la lama di un rasoio. Si continua così, alternando l'aggressività a qualche soluzione leggermente più spinta verso la creazione di una melodia sinistra e gelida, con la chitarra abilissima a destreggiarsi fra questi due stili. La violenza rimane comunque il minimo comun denominatore, ed abbiamo una variazione dei tempi di batteria verso il minuto 1:22, in cui possiamo percepire un tempo molto più cadenzato e tranquillo, rispetto alla furia dei blast beat. Il tempo rimane comunque incalzante e finalmente lo scream prepotente e luciferino di Varg viene fuori, ben stagliandosi su di una chitarra che rimane si sporca ma meno violenta che in precedenza. Le note ricamate sono pesanti e cupe, vanno a delineare realmente l'idea di una foresta oscura nella quale siamo immersi. Il riff principale ritorna ben presto ad essere eseguito ma a differenza di prima non su un blast beat; il ritmo rimane infatti preciso ed efficace, e per un frangente la voce del Conte sembra prendere il sopravvento sul resto, declamando una strofa quasi in "solitaria". In seguito udiamo solo la chitarra, confusa e dissonante, mentre un flebile urlo sospirato si interseca fra note oscure e dannate. I tempi si calmano verso il minuto 3:22, momento in cui il tutto sembra divenire più atmosferico, anche la chitarra cambia registro divenendo più evocativa e meno violenta. Lunghe note e rintocchi di crash dominano la scena per una buona porzione di brano, il tutto sembra quasi sfumare verso una fine mesta e cupa con la sola chitarra lasciata in sottofondo.. ma ecco che al minuto 5:11 torna imperiale il blast beat e la chitarra si spoglia della sua malinconia, divenendo di nuovo un'arma capace di distruggere. Violentissime plettrate scandiscono un riff a motosega, sul quale Varg torna a cantare, urlando letteralmente le parole, donandoci una sensazione di fredda ferocia. Un nuovo momento di "calma" al minuto 6:09, urla di Varg e si ritorna su un tempo di batteria più ragionato e cadenzato, che diviene man mano più sostenuto. La fine giunge dunque così, su questi ritmi incalzanti ma calmi, con la chitarra che si oscura poco a poco, emettendo un ultima e lunga nota dissonante. Il testo, come da tradizione Burzum, risulta essere particolarmente poetico e criptico. L'ambientazione è un'oscura foresta dominata da una fitta vegetazione, in cui un'anima persa sembra peregrinare cercando un senso alla propria impalpabile esistenza. Scivola nell'aria, sorvolando un lago ghiacciato, ricordando i bei tempi andati. I sogni e le speranze sono persi in un profondo pozzo dominato dall'acqua oscura, l'anima tormentata è stanca di cercarli e si chiede se ne varrebbe realmente la pena, continuare a cercare. Anno dopo anno, giorno dopo giorno.. pian piano la voglia di continuare ad andare avanti svanisce. Svaniscono i sogni, i desideri, svanisce la speranza. La stupidità vince.. l'anima senza possibilità' continua desolata la sua ricerca, con sempre meno speranze per il futuro, che appare triste e desolante. 

Ea, Lord of the Depths

Appena il tempo di riprenderci ed ecco che parte "Ea, Lord of the Depths" (trad. Ea, Signore degli Abissi) i cui primi secondi  sono dettati da un ritmo ripetuto e concitato, incredibilmente simile alla doppia cassa di Phil Taylor dei Motorhead nel brano "Overkill"; un espediente "blackizzato" per l'occasione e che quindi non conduce il brano troppo fuori dall'immagine e dal contesto che ci si era creato precedentemente in "Feeble..". La batteria continua, ed udiamo in seguito l'emissione due note confuse e dissonanti quasi simili ad una sirena d'allarme, che sembrano provenire quasi più da un sintetizzatore che da una chitarra; il riff introduttivo è dunque gelido e ferale, ripetuto per un determinato lasso di tempo sino allo scoccare del secondo 0:52, momento in cui sembra mutare  in un suono cadenzato ed a tratti "mistico", sempre molto aiutato da una ritmica incalzante. Il tutto ci prepara dunque al grido maligno del minuto 1:08, il quale smuove la scena come un'onda gelida che si infrange sui tempi, i quali diventano molto più serrati, come lo stesso guitar work che giova del ritmo accelerato per tingersi di maggiore crudeltà. Al solito, la melodia che ne scaturisce è cacofonica e gelida, disturbante come lo scream di Varg; sembra quasi che la voce del conte provenga, effettivamente, da abissi infernali. Il tutto prosegue su questa linea sino al minuto 4:04 in cui Vikernes ci presenta un assolo funesto e particolarmente ispirato, adattissimo al contesto estremo e magnificamente supportato dal riff portante. Melodico eppure tagliente, rugginoso eppure gelido, della durata di qualche secondo e terminato con il riff portante, più un'amelodica plettrata liberatrice. Quanto è stato creato dalle note del Conte in questo brano prende vita attraverso un testo descrittivo, parlando di immagini rimandanti alla mitologia babilonese atte a declamare la figura del "drago di Babilonia" (Sassu Wunnu), un mostro marino abitante delle profondità più recondite, che incute timore e che con il suo solo manifestarsi prelude ad un qualcosa di apocalittico. Testa di serpente, corna avvolte in tre spire, orecchie del Basilisco, corpo di pesce luna ed artigli affilati alla base dei suoi piedi.. quasi un avo della Chimera, una rappresentazione delle molteplici forme che Ea, la divinità citata in apertura di brano, può assumere. Nell'accezione sumera, Ea era anche noto come Enki anche se in tutte le culture sembra assumere un ruolo assai benigno: era considerato il dio della Creazione, dell'Acqua, del Mare, del Bene e della Sapienza, anche se in questo caso Vikernes sembra lodarne l'aspetto mostruoso comparandolo alla nota bestia dell'Apocalisse di San Giovanni. La cultura babilonese fu infatti di grande "aiuto" ai primissimi cristiani ed ebrei, i quali attinsero da quel mondo per creare figure demoniache e spaventose in grado di impressionare i seguaci della parola di Dio. Molte divinità vennero decontestualizzate e fatte apparire come malvage, è il caso di Babilonia tutta, identificata come la summa di ogni male e la "prostituta scarlatta", portatrice di sventure. Il Conte dunque attinge da questa vecchia abitudine per presentarci una belva di per sé benigna in una veste orribile e minacciosa, satanica (egli continuò nonostante tutto ad abusare di tale tematica, unicamente "per far scena", a detta su) e portatrice di disgrazie. Piccola curiosità: il titolo è stato corretto in "Depths" solo quando la "Misanthropy Records" ne pubblicò una successiva edizione. Il titolo ufficiale della prima uscita fu, infatti, corretto in "Deeps" per inspiegabile volere di Euronymous, cosa che fece non poco alterare Varg.

Spell of Destruction

Ecco che un suono gelido ed evocatore ci presenta la terza track dell'album: "Spell of Destruction" (trad. Incantesimo della Distruzione)la quale per i primi secondi ci offre un ritmo incalzante ma per nulla sfrenato di batteria, sul quale si staglia perentoria una sostanziale melodia meditativa e reiterata, che si infrange di getto al secondo 00:40 in un assolo gelido, profondo e con di sottofondo un primo rintocco di crash, quasi simile a quello di un gong, il quale prelude alla ripresa di un ritmo quasi atto a scandire il tempo di un "rituale", come accadeva millenni fa ad Uppsala, durante i riti vichinghi, quelli in cui venivano offerti sacrifici umani ad Odino. La melanconia e l'aura maledetta della chitarra sembrerebbe farci pensare ad uno scenario simile. Si continua così almeno sino al minuto 1:46, momento nel quale la batteria decide di osare maggiormente (cercando di infilarci anche qualche rapida rullata) ed a colpire è sicuramente la voce sgraziata e perversa di Varg il quale, come un sacerdote, declama strofe ad hoc immergendoci in quei tempi vetusti, in cui ci si raccoglieva intorno ad un menhir a lodare gli dei, compiacerli con sacrifici umani e animali accompagnati da un "godar" (sacerdote pagano) la cui voce era la sola udibile e la cui spada, vibrante nell'aria, segnav il destino dei sacrificati. Il brano è caratterizzato da una forte linearità e sembra raggiungere il suo picco verso il minuto 3:56, quando il ritmo diventa più accelerato ed ecco il Conte che elargisce il cuore dell'incantesimo, con la sua voce che urla: "the World's tragedy is served at my feast" ovvero "la tragedia del mondo è servita al mio banchetto" ed arriviamo al termine del brano con le urla strazianti ed un riff simile ad una marcia funebre, inizialmente lasciato in compagnia dai soli "vocalizzi" di Varg ed in seguito da un singolo rintocco di crash, almeno fin quando la batteria non riprende un ritmo molto incalzante ed elementare. Arriva così la conclusione del rituale sacrificale in cui le sole voci udibili ora sono le urla delle offerte umane ed animali, con la chitarra intenta ad infrangersi in un suono strozzato e dissonante. Si parlava di rituali, proprio perché il testo (brevissimo ed assai criptico) presenta elementi che farebbero pensare al Conte proprio nelle vesti di uno stregone di forgia Tolkeniana, un Saruman intento ad evocare i Grandi Antichi. La presenza delle terribili creature letterarie ideate da un'altra grande mente della letteratura fantastica, Howard Phillips Lovecraft, è giustificata da un esplicito tributo presente a mo' di formula magica apparentemente insensata: : "Damkuna, Iftraga Sheb Nigurepur, Dafast", versi definiti dallo stesso Varg privi di significato ma ispirati al linguaggio del "Necronomicon", finto libro ideato dal solitario di Providence nel quale sarebbero presenti formule magiche scritte in caratteri incomprensibili ai più, ma in grado di richiamare sulla terra atroci mostruosità aliene. I grandi antichi, appunto, il nome di uno dei quali compare storpiato nel versetto citato pocanzi. "Sheb Niugurepur" sembrerebbe infatti ricordare molto da vicino quella Shub Niggurath anche definita come "il capro dall'innumerevole prole", divinità dalle fattezze femminili e considerata fra le più potenti di tutto il pantheon Lovecraftiano, assieme ai ben noti Cthulhu Nyarlathotep. Per il resto, nel testo il Varg Stregone impugna una spada, usata per propiziare il rito e l'incantesimo, arma con il quale sgorgherà sangue innocente che potenzierà il rituale per permettere appunto al celebrante di estinguere in un sol colpo la razza umana. C'è da aggiungere il fatto che anche questo titolo, come il precedente, venne alterato da Euronymous, aggiungendo l'aggettivo "Black", rinominando il tutto come "Black Spell of Destruction". Fu sempre la "Misanthropy Records", con la sua ripubblicazione, a correggere il tutto e a mostrare le reali intenzioni di Varg

Channeling the power of souls into a new god

A termine della prima parte dell'album, quella dell'Odio, compare ( quasi a mo' di catalizzatore delle esperienze future) "Channeling the power of souls into a new god" (trad. Canalizzando il potere delle anime in un nuovo dio), un brano che ci presenta la parte dark ambient dell'anima di Varg, altra grande sperimentazione assieme al suo screaming demoniaco e alle sue chitarre distorte, capaci di evocare melodie comunque gelide e disturbanti. Vengono sin da subito emesse note di sintetizzatore spettrali e mistiche, incredibilmente oscure ed assai melodiche, coadiuvate da leggeri effetti che sembrano richiamare rumori naturali come silenziose folate di vento ed a tratti lo scrosciare di una fitta e leggera pioggia. Sensazioni che vagano in libertà, un trasporto emotivo senza pari, pochissime note e nulla di complesso a livello di compositivo.. eppure, il tutto sembra così dannatamente evocativo e partecipato. Malinconia e depressione sembrano insinuarsi nel nostro animo, lungo questi tre minuti abbondanti che risultano essere perentori e malvagi pur non disponendo di ritmiche furiose e di urla sguaiate. Un'ipnosi perpetua, una spirale nera nella quale perdersi, in un viaggio senza ritorno verso i più profondi anfratti del lato oscuro della nostra anima. Una composizione inserita quasi a sottolineare lo spirito rivoluzionario del norvegese nel panorama della fiamma nera, un'esperienza assai particolare che lascia il segno e ci lascia anche un po' sbigottiti: del resto, chi si sarebbe mai aspettato un brano di questa caratura, dopo tanta violenza sonora? La fine, poi, è il vero capolavoro: il brano sfuma pian piano, sino a lasciarci in balia di un tetro sussurro che di fatto chiude questo momento sui generis ma validissimo. Nell'uso dei sintetizzatori di "Channeling.." è racchiuso tutto il gusto della melodia che, in seguito, vedremo svilupparsi concretamente in molte release di band appartenenti alle correnti Symphonic, Depressive e Melodic Black Metal. Ascoltate attentamente e traete anche voi le vostre conclusioni. Essendo un brano strumentale,  di testo non v'è traccia se non per l'unica parola sussurrata in "pulito": "whorship me" ("adorami / adoratemi"), come se questa fosse la risposta dei Grandi Antichi ai rituali precedenti.

War

La seconda parte dell'album (lato Winter, ovvero Inverno) si apre con una dichiarazione di guerra; non a caso, il titolo del brano in cui incappiamo è quanto meno semplice quanto eloquente. "War" (trad. Guerra)  si discosta dai precedenti pezzi, possiamo notarlo già dalle battute iniziali: Varg dapprima è intento a gridare in "pulito" la più coincisa delle dichiarazioni ("This is war! - E' guerra!") con, in sottofondo, il definitivo elemento di "distacco" dalle canzoni appena scorse. Il ritmo sostenuto è difatti thrasheggiante, una chitarra elettrica la quale, clinica, manifesta il passato musicale dello stesso autore, che con gli Old Funeral era stato per anni immerso in contesti Death e Thrash. La batteria è precisa e pulsante, elementare per certi tratti, non udiamo blast beat o sfuriate degne di nota; anzi il tutto preferisce concedersi ad un un'andatura che appunto richiami la vecchia scuola, quella di gruppi come VenomBathory Celtic Frost. Menzione d'onore per l'assolo finale (minuto 2:03), anch'esso di squisita forgia speed-thrash ed eseguito nientemeno che da Euronymous, all'epoca (ancora) amico fraterno di Varg. Momento solista che ci accompagna dunque alla fine del pezzo, in maniera oseremmo dire magistrale. Un brano dunque particolarissimo, che come il suo predecessore dà un'ulteriore nota di varietà ad un disco che, sino a questo momento, si sta rivelando  sorprendente. Sul tutto spicca ancora una volta la voce luciferina del Conte, il quale si fa sentire facendoci immergere, grazie alle sue urla e ad un testo ad effetto, in un vero e proprio scenario di guerra:  un corpo ferito giace su un terreno gelido, invernale e meschino, attorniato da migliaia di corpi esanimi e molti altri rimasti in bilico fra la vita e la morte, feriti e indifesi, supini sullo scarlatto ed innevato campo di battaglia. Note ed urla che si configurano come i suoni della sofferenza, patita sotto l'acciaio e tra le rovine, condita dalle grida di aiuto emesse da coloro che ancora non sono deceduti e rivolgono un pensiero alle loro madri e famiglie lontane, andate incontro a chissà quale terribile sorte. Il riff portante, imperante e scriteriato, ci accompagna dunque in questa avventura verso la conquista, verso il Valhalla che si avvicina sempre di più dopo giorni di guerra e dopo l'incessante vibrazione nell'aria di asce e spade. I nostri nemici sono nel panico e noi, in quanto guerrieri valorosi, saremo degni di combattere al fianco degli dei. Le anime dei nostri compagni caduti in guerra vagano in attesa delle Valchirie ma per non è ora di arrendersi, non lo sarà mai finché il cuore sarà in grado di emettere ancora anche solo un battito. Vengono citate anche "delle tante ore di musica", verso per nulla singolare in quanto il Black Metal, all'epoca, era visto più come un modo di vivere in maniera guerresca che come un genere puramente musicale. Come avrebbe detto Kanwulf molti anni dopo, "Il Black Metal è Guerra", è violenza sia sonora sia fisica, da perpetrarsi ai danni di chiunque osi sfidarci e metterci i bastoni fra le ruote. 

The Crying Orc

Arriviamo dunque ad uno dei migliori brani "di stacco" che io abbia avuto il piacere di ascoltare, ovvero "The Crying Orc" (trad. L'orco piangente). "Di stacco" perché, più che un brano vero e proprio, sembra trattarsi unicamente di una piccola parentesi strumentale atta a presentarci gli ultimi tre pezzi del lotto, cambiando totalmente atmosfera e facendoci scordare la crudeltà udita in "War". Parliamo, infatti, quasi di una marcia funerea di soli 58 secondi eseguita mediante uno "sdoppiamento" di Varg che, scandendo un riff dai toni maggiormente bassi ed un altro dai toni ben più alti, riesce a creare una melodia ancora una volta ipnotizzante e mesta, la quale va a condurci ancora una volta verso un mondo oscuro ed obnubilato da pesanti nuvole cariche dei pioggia e di disperazione. L'orco piange, e la qualità lo-fi del tutto sembra quasi far sembrare il brano come un divertissement improvvisato in sala prove. Fatto sta che l'insieme funziona e risulta assai evocativo. Chiudendo gli occhi, difatti, possiamo far volare la nostra fantasia e considerare questa parentesi come un sottofondo perfetto per quello che deve esser stato un rituale funebre, con il rilascio delle navi tomba con a bordo i corpi dei combattenti dipartiti durante "War". Orchi, in questo caso.. l'universo Tolkeniano torna prepotentemente a dominare, dunque, l'immaginario compositivo del conte.

A lost forgotten sad spirit

 L'animo rivoluzionario, nichilista e misantropo di Vikernes si fa più vivido che mai nella settima track dell'album , la piu' lunga, composta da ben nove minuti di puro misticismo. "A lost forgotten sad spirit" (trad. Uno spirito smarrito, dimenticato e triste) si presenta infatti all'ascoltatore con un riff cupo ed ipnotico accompagnato da una doppia cassa pulsante e martellante, capacissima di sorreggere la tetra pesantezza della chitarra. Un connubio che dà vita, sinergicamente, ad una melodia aggressiva che dapprima, verso il trentesimo secondo, sembra poi beneficiare di ritmiche ben più cadenzate e ragionate.. ma che è prontissima ad esplodere al  secondo 0:45 in una vera e propria tempesta sonora, densa di rabbia ed oppressione. Le urla diaboliche del Conte, poi, partendo più imperanti di prima e ben destreggiandosi attraverso minime variazioni di tempi di chitarra e di batteria (tamburi che rimangono sempre incalzanti), risultano nuovamente un ottimo valore aggiunto. Gli strumenti, accompagnati dalle parole sgraziate ed urlate di Varg, vengono enormemente valorizzati ed ottengono un incredibile innalzamento dei loro "poteri distruttivi", dominando la scena in maniera totalitaria. Ci addentriamo al minuto 2:28 in cui parte uno dei momenti più particolari, melodici e suggestivi dell'intero brano; il tutto diviene misticheggiante ed espressivo, conservando però l'alternanza di velocità (cadenza ed accelerazioni). Le strofe declamate solcano il brano in maniera gagliarda e possente, sino a condurci al minuto 6:37. Dopo una breve assenza della lirica ed un momento "solista" di chitarra, ha il suo definitivo inizio una sorta di "implosione" sonora tagliente come un'ascia, fredda e cupa, momento in cui il tutto si calma ed anche la batteria sembra scandire un tempo ripetuto come il battere del martello su di un ferro caldo. Atmosfera dilatata e quasi "ariosa", in cui Varg torna a cantare ferocemente e con una voce distruggente; il tutto  va poi mano a mano a scemare e a scomparire in una chiusura sfumata. Il pezzo si esaurisce poco a poco, lasciandoci ascoltare i tristi lamenti di una chitarra sempre più oscurata e silenziosa. La cornice di tutto questo è una distopica ambientazione in cui nulla è più ciò che era: il fuoco nel cielo, dato dalla battaglia, è estinto. Le acque non hanno più di che agitarsi, le chiome degli alberi non hanno movimento poiché il fresco del vento ormai non esiste più ed in un tutto questo la pioggia ha smesso di cadere, limitandosi solo qualche goccia rimane vacillante e scorre lenta dalle vene di un ragazzo oramai morto anni or sono. Una staticità che è dunque metafora dell'interruzione della vita. In mezzo al nulla si staglia una nera pietra sepolcrale, abbellita mestamente  da un altare ed abbracciata unicamente dai gelidi abbracci dell'oscurità. Un triste luogo di riposo che funge da giaciglio per il sonno eterno, quello in cui i sogni degli omini sono sogni di sollievo e pace. Stanno per spalancarsi, però, le porte dell'Inferno. Il Nulla della morte, che lascia indisturbato il sonno degli Uomini, viene presto scosso ed il sepolcro si apre, condannando l'anima che lo abita a ritornare nel precedente mondo, condannandosi ad essere uno spirito smarrito, dimenticato e triste, destinato al tormento eterno. Una storia di disgrazia e dolore, nella quale l'uomo si vede privato della facoltà "consolatrice" della Morte per passare un'eternità nelle vesti di anima costretta a vagare all'infinito, non trovando pace e soprattutto non trovando modo di alleviare le sue preoccupazioni. 

My journey to the stars

Come a spezzare questa lugubre atmosfera, parte subito la penultima track dell'album: "My journey to the stars" (trad. Il mio viaggio verso le stelle) è presto scandita da un iniziale duetto tra chitarre elettriche, un "dialogo" che ci mostra le due anime dello stesso strumento, in questo caso: disarmante e opacizzata la ritmica in sottofondo ma pungente quella solista, in grado di ergersi in maniera melodica sovrastando il backcground più rugginoso e striente. Il tutto è accompagnato da (quasi impercettibili) note di sintetizzatore, atte a creare atmosfera e soprattutto a supportare le melodie taglienti emesse dall'ascia del Conte. Si parte dunque in un crescendo di strumenti verso l'entrata in scena della voce stridula e luciferina di Varg che dal minuto 1:22 si diverte ad instaurare sorprendenti atmosfere surreali, una voce accompagnata dal solito background sempre centrato e mai troppo esagerato, con una cadenza di metrica musicale realizzata egregiamente. Dopo qualche pulsazione di doppia cassa e qualche plettrata di gusto fortemente Death (dal minuto 2:52) il ritmo inizia a prendere una diversa direzione giusto a metà del brano, al minuto 4:00; il riff opacizzato iniziale inizia a prendere forma attraverso un suono più "heavy" (facendo le dovute proporzioni), dimenticando però ben presto queste velleità e tornando a beneficiare di un tappeto sonoro infernale ed oscuro, accompagnato dalle grida misantrope di Vikernes. Ecco che al minuto 6:12, dopo un minimo fermo degli strumenti a mo' di stacco, inizia la - se vogliamo - terza parte del brano, quella più death metal già udita in precedenza, quella più oscura, in cui il riff principale viene eseguito seguendo stilemi tipici del genere suonato da Vikernes con gli Old Funeral, ripetuto si ma mai logorante, con blast beat intensi che ci guidanodunque verso il termine della canzone. Nel suo viaggio introspettivo e divino  il Conte si vede materializzarsi nell'ignoto andando lentamente alla deriva, percependo un vento freddo e cavalcando gli elementi su pianure invernali che giacciono intatte, verso le stelle non visibili. La sua è una ricerca della conoscenza nella luminosità astrale e man mano che ci si avvicina sente un fetore intensificarsi; l'odore della putrefazione, dopo centinaia di vite umane che egli ha visto estinguersi ha imparato ad analizzare e ad apprendere. Mediante la morte, dunque, la conoscenza. Consuma tutto il sapere concentrato in quel luogo in una sorta di sfera "mistica" dall'immenso potere, sino a diventare immortale e ad essere pronto per ritornare sul mondo, portando con sé odio, caos, guerra, ed un inverno perenne. Ha raggiunto quanto di più bramava nel suo cuore, portare oscurità nel mondo luminoso e monotono in cui viveva. 

Dungeons of darkness

L'oscurità ha anch'essa il suo stesso lato oscuro che si presenta appieno nell'ultima track dell'intero album: "Dungeons of darkness" (trad. Sotterranei dell'oscurità). Il brano si configura appieno come un perfetto pezzo ambient, degnissima chiusura del viaggio che abbiamo intrapreso l'ungo l'intera opera analizzata. E' per certi versi molto diverso dalla strumentale affrontata nel lato dell'Odio. Non udiamo note ma solamente una sorta di buio "rimbombo" che si protrae all'incirca per un minuto e quaranta secondi; successivamente, cominciamo a percepire dei debolissimi effetti di synth quasi "spaziali" nel loro palesarsi, effetti che avrebbero sicuramente fatto la felicità di gruppi come gli Hawkwind. L'oscura e flebilissima psichedelica è però più simile al vagito di un demonio appena nato, e ben presto sopraggiungono anche dei rumori "naturali". Sembra quasi che una grandinata si stia abbattendo su di una lastra d'acciaio, un tutto che lascia spazio all'immaginazione con i suoi quattro minuti e cinquantadue in cui si avvicendano suoni demoniaci, di catene, del vento e di rami di alberi, di gocce e di oscurità per l'appunto. Un climax che pian piano si intensifica e giunge al suo culmine con un progressivo aumento del volume, il quale diviene sempre più intenso man mano che il brano si avvia verso la fine. Vi è poi un "rilassamento" che ci permette di carpire appieno il lato "space" dei Synth, i quali chiudono il brano emettendo una lunga e tremolante nota, che va poi a sfumarsi, ingoiata dal buio. Cosa dire, se non che ci troviamo dinnanzi ad un brano pazzo ed allo stesso tempo precursore? Attingendo dal ricco filone del progressive più sperimentale (determinati effetti furono senza dubbio elementi qualificanti del sound di colossi come i già citati Hawkwind, per l'appunto), Varg ci ha dimostrato come Black Metal ed elettronica possano tranquillamente convivere nello stesso disco, abbattendo le barriere e costruendo un momento che va ben ad intersecarsi con l'atmosfera generale di un album crudele ed al contempo dominato da una gelida e funerea vena ambient. Tanto di cappello.

Conclusioni

Finito dunque il nostro viaggio all'interno del debutto del Conte nella scena "oscura" norvegese, possiamo tirano le somme su quanto ascoltato e vissuto sino ad ora. Quel che possiamo senza dubbio dire è che ci troviamo dinnanzi ad un album pieno di individualità, conditio sine qua non di tutta l'opera, a partire dalla concezione dell'album stesso (destinato ai pochi eletti, date le molte sperimentazioni) ed arrivando alla sua materiale realizzazione (stampato in CD ed in Vinile in sole mille copie). Ancora più particolare la capacità del Conte nel comporre e realizzare interamente da solo un disco dalle due facce evidentemente "diverse" ma assai ben conciliate: da una parte abbiamo una vera e propria macchina da guerra, portata avanti a suon di riff rugginosi e da una qualità lo-fi intenta ad imbarbarire l'intero contesto; d'altro canto, l'altro volto della medaglia ci rivela l'intera opera come una sorta di viaggio introspettivo, che solca i tempi remoti e le zone più velate dell'immaginazione umana riuscendo, in una mistura di cripticità lirica e ecletticità musicale, a catturarci intimamente e selvaggiamente. Se la lezione dei Mayhem, fautori del capolavoro "Deathcrush", era stata perfettamente incamerata ed aveva dato il via definitivo alla prima scena Black cosiddetta e codificata, "Burzum" si rivela una degna continuazione di quel capolavoro riuscendo però a distanziarsene, paradossalmente rimanendogli fedele e proponendo al contempo un qualcosa di nuovo. Forte introspezione, come dicevamo, brani composti mediante synth, vena dark ambient ben visibile, testi poetici.. il tutto, poi, concepito da una sola persona e non da una band effettiva. Un lavoro che, subito dopo "Deathcrush", piazza un'ulteriore pietra miliare nella scena Black, mostrando uno sperimentalismo che in seguito sarà molto caro a diverse band che sfoceranno nell'Avant Garde od in altri generi come il Symphonic, l'Ambient ed il Melodic, appunto. Una gran bella lezione, figlia di un presente travagliato e macchiato dalle convinzioni politiche e sociali di Varg, le quali lo stavano pericolosamente portando verso una deriva dalla quale sarebbe uscito a fatica.. o dalla quale, forse, è ancora intrappolato. Non sta certo a noi improvvisarsi psicologi e diramare diagnosi comportamentali, d'altro canto non siano neanche in grado di sapere con certezza cosa effettivamente ci sia stato sotto certi atti, a livello motivazionale e mentale (benché siano terribili, e su questo non ci piove). Siamo chiamati a giudicare la musica, e quella (fortunatamente) sembra parlare a favore di Varg Vikernes, il quale non si è mai tirato indietro dall'osare e dal proporre una sua personalissima visione del Black Metal, a partire da questo splendido esordio. Varcare le soglie di un album come "Burzum" significa cominciare un autentico viaggio, una camminata verso il freddo ed i ghiacci dell'Hel, l'antico reame vichingo dei morti, dominato dall'omonima e spaventosa regina figlia di Loki. Avrete il coraggio di addentrarvi in questa selva? Citando una nota personalità letteraria, lasciate ogni speranza o' voi che vi addentrate in questo Universo. Perché, statene certi, non ne uscirete più (come prima).

1) Feeble screams from forests unknown
2) Ea, Lord of the Depths
3) Spell of Destruction
4) Channeling the power of souls into a new god
5) War
6) The Crying Orc
7) A lost forgotten sad spirit
8) My journey to the stars
9) Dungeons of darkness
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