BURZUM

Aske

1993 - Deathlike Silence Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
24/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Annata 1992-93: il clima gelato e tempestoso tipico dei fiordi Norvegesi era prossimo a raffreddare drasticamente il rapporto fra Varg Vikernes ed Øystein "Euronymous" Aarseth, scatenando contro la loro amicizia una bufera potente e carica di tragiche conseguenze. Al tempo, una vasta schiera di musicisti in Norvegia sosteneva e credeva nella figura emblematica del proprietario dell'Helvete; molto presto, però, in troppi si ricrebbero, ribellandosi all'autorità di Aarseth (bollato come "fanfarone" più incline alle parole che ai fatti)  e preferendo distaccarsi da lui, scatenando con il loro "voltafaccia" una serie di cosiddette "reazioni a catena" che cambiarono radicalmente le sorti sia di Øystein sia di Varg, ormai suo ex braccio destro. Andando con ordine: quando nel maggio 1992 la "Deathlike Silence Productions" (casa discografica indipendente -si ricorda- di Aarseth) pubblicò l'album di debutto del nostro Vikernes, l'impossibilità finanziaria nel sostenere una spesa di pubblicazione di tale portata condusse Øystein a dover chiedere un prestito forfettario al musicista di Bergen. Una volta vendute tutte le mille copie del disco, la realtà dei fatti fu che Euronymous scelse (con il ricavato) di risanare i propri debiti privati piuttosto che quelli con Varg, decidendo inoltre di non investire il ricavato nella produzione di ulteriori dischi di Burzum. Scelta che mandò Vikernes su tutte furie, in quanto egli desiderava pubblicare nell'immediato almeno altri due dischi, vista l'abbondanza del proprio materiale. Euronymous tuttavia non sembrava dello stesso avviso, quasi divertendosi ad intralciare l'amico. Un comportamento non proprio esemplare, dato che così facendo il chitarrista non ebbe altro risultato se non quello di acuire notevolmente il divario relazionale e di sfiducia che stava prendendo piede nella relazione tra lui ed il suo amico, il tutto inserito nella cornice dell'estremo contesto musicale dell'epoca, che cominciava a franare addosso al leader dei Mayhem. E' proprio riflettendo su questa situazione che Varg trasse le proprie conseguenze e prese le sue drastiche decisioni: il "Conte" diede quasi definitivamente un taglio netto all'amicizia con Aarseth, decidendo di distaccarsi da quella persona ed avviando una propria etichetta,  chiamata dapprima "Burznazg" (tradotto nel linguaggio nero del "Signore degli Anelli", "anello oscuro") ed in seconda battuta "Cymophane" (tradotto dal greco in "venire dall'onda", in omaggio ad una pietra a forma di occhio comunemente nota con il nome di "occhio di gatto"). Varg decise dunque di optare per la via dell'autoproduzione,  affermando: "Non avevo bisogno di lui. Tutto quello che faceva Euronymous era sedere sul suo grasso culo nel suo negozio, a bere Coca Cola e mangiare kebab tutto il giorno. Il suo negozio andava in malora ed era solo questione di tempo prima che lui facesse bancarotta". Prima del definitivo strappo, tutta via, entrambe le parti cercarono di "mediare", quanto meno per cercare di salvare il salvabile. Dapprima, Euronymous invitò Varg a partecipare come bassista alla realizzazione di quello che fu (in futuro) uno dei capolavori definitivi del Black Metal norvegese, ovvero "De Mysteriis Dom Sathanas"; proposta che non lasciò di certo Varg indifferente, in quanto suonare nei Mayhem sarebbe stata una vetrina eccezionale per lui ed i suoi progetti musicali. Sebbene Øystein non fosse proprio in acque felicissime, il nome del suo gruppo era ancora un'istituzione in Norvegia e farne parte anche solo per una registrazione avrebbe potuto significare molto per un musicista in rampa di lancio come il Nostro. Un Vikernes dunque momentaneamente "rabbonito", nonostante Euronymous  perseverasse nel recitare la parte dello "gnorri" e continuasse, con il denaro ricavato dalle vendite del primo LP di Burzum, a finanziare le sue attività evitando di immettere troppo denaro nei dischi che l'amico voleva realizzare; malelingue affermano tutt'oggi che, dietro questo "temporeggiare" da parte di Aarseth, non ci furono tanto problemi economici quanto pura e semplice invidia nei riguardi delle ottime vendite di "Burzum", le cui prime mille copie andarono esaurite in pochissimo. Cercando di far nuovamente squadra e dunque decidendo di ovviare assieme ad una "crisi di clientela" che stava colpendo la "Deathlike.." così come l' "Helvete", Euronymous decise di far partecipare Varg (in anonimato) ad un'intervista, all'interno della quale il Conte avrebbe dovuto raccontare storie non veritiere e volutamente esagerate, prendendo in giro il giornalista. Il tutto per creare stupore e destare interesse sul Black Metal e sull'Inner Circle (congrega dei primissimi blackster norvegesi), donando di conseguenza all' "Helvete" una clientela florida e disposta a spendere. Il giorno successivo all'intervista, tuttavia, qualcosa andò storto, ed a rimetterci fu proprio Vikernes:  Varg fu infatti imprigionato -dopo essere stato denunciato dallo stesso giornalista, il quale credette davvero a quelle storie assurde- e recluso in una cella d'isolamento. Parallelamente, sul giornale, l'autore dell'intervista pubblicò le notizie dal proprio punto di vista, non potendo ascoltare Vikernes che nel mentre era tenuto in cella ed impossibilitato a chiarire l'equivoco. In tutto questo marasma, quasi pateticamente, Aarseth decise incredibilmente di chiudere l' "Helvete", spinto dai propri genitori allarmati da tutta quell'attenzione. "Trascorsi sei mesi in custodia cautelare per quei fatti, e tutto ciò che lui fece fu chiudere il negozio! I clienti arrivavano a frotte, ma ad un negozio chiuso! Quanto è stupida una cosa del genere?!". La proverbiale goccia che fece traboccare il vaso, una situazione che si riversò prepotentemente nell'opinione generale. Aarseth era ormai visto come un chiacchierone privo di spina dorsale, divenendo in un frangente brevissimo da leader a nemico pubblico numero uno di tutta la scena Black Metal. In troppi ormai stavano prendendo le distanze da lui e lo stesso Hellhammer (batterista dei Mayhem dell'epoca, succeduto a Manheim) accusava questa sorta di antipatia nei confronti del chitarrista di Oslo; tanto che, nel 1992, durante la registrazione di "De Mystheriis Dom Sathanas", scherzando esclamò: "io questo lo ammazzo!", quasi a lasciar involontariamente presagire quel che sarebbe stato in un futuro nemmeno troppo lontano. Euronymous era stato definitivamente smascherato, nella scena metal aveva perso di credibilità e tutto sembrava iniziare ad andare in frantumi. Il Black Metal, l'attitudine priva di regole, la volontà di ribellione.. erano veramente tutte frottole? La fama che stava riscuotendo Varg, anche grazie all'intervista-parodia, sembrava voler affermare il contrario. Il Conte faceva maledettamente sul serio, ed i fatti avvenuti nell'estate del '92 ne furono la prova: la  "Stavkirke di Fantoft", capolavoro architettonico norvegese e simbolo della cristianità del luogo (Fana, Bergen), venne divorata da un incendio appiccato proprio da Vikernes; il quale, seguendo il suo credo odalista ed inneggiando alle antiche radici pagane del popolo scandinavo, dichiarava ufficialmente guerra al cattolicesimo. Il Black Metal mostrava così il suo lato feroce e di rottura, un atto quello del rogo che ne scatenò altrettanti in diverse parti della penisola scandinava (sempre aventi come bersaglio chiese ed edifici sacri), in uno dei quali un pompiere perse addirittura la vita. Dopo i fatti di Fantoft, Varg venne incarcerato a causa delle sue vanterie (amava descrivere ai suoi amici ogni minimo particolare della sua impresa piromane) ma rilasciato dopo un mese per assenza di prove. Incarcerazione, questa, che lo rese ancor più popolare agli occhi dei suoi seguaci, compromettendo ancor di più la posizione ormai ridicola di Euronymous. In questo clima di contenziosi, rivalità, atti di terrorismo e di cattive gestioni, nel 1993 venne dunque pubblicato il mini-LP "Aske" (in norvegese, "ceneri"), registrato da Varg già nell'Agosto del '92 (esclusa la seconda traccia, già pronta da Aprile dello stesso anno) e con il preciso intento di Euronymous di far "economia". Un EP di tre tracce costò infatti molto meno di un Full Length completo, permettendo al leader della "Deathlike.." di risparmiare molti soldi. Alla fine, Varg accettò di pubblicarlo con la "Deathlike.." per via della confusione generata dalla falsa intervista, confusione che non gli permise di gestire al meglio le pratiche che avrebbero avviato la "Cymophane.." alla sua definitiva attività. Il titolo fa riferimento, come ben si può carpire dall'immagine di copertina, proprio alla chiesa di Bergen.. o meglio, alle sue ceneri; infatti, dopo il rogo, Varg scattò una foto allo scheletro della stessa chiesa, ricavandone un'immagine che diverrà emblema del Black Metal e di questo periodo in particolare. Una rappresentazione tanto forte ed iconoclasta da essere stata impressa, successivamente, anche su di un accendino allegato alle copie distribuite dalla "Voices of Wonder Records". Una trovata che destò, inutile a dirlo, enorme scompiglio; anche se, tutt'oggi, nessuno sa con certezza se il famoso rogo sia stato effettivamente appiccato da Varg (nonostante egli sia reo confesso). Proprio come avvenuto nell'album precedente, anche questo mini-LP fu diviso in due parti: Winter ed Hate. La sua registrazione avvenne presso i "Grieghallen Studios" di Bergen (principalmente una sala concerti utilizzata anche per numerose registrazioni di gruppi black metal quali: Immortal, Emperor, Mayhem, Enslaved  ecc.), ed alla consolle troviamo questa volta unicamente Varg e Pytten (pseudonimo di Eirik Hundvin), con Euronymous tagliato definitivamente fuori. Particolarità: il lavoro fu poi ristampato nel 1995 dalla "Mysanthropic Records" unendolo al debut album "Burzum".

Stemmen fra tårnet

Ci porge immediatamente il benvenuto all'ascolto il primo pezzo del lato "Hate", "Stemmen fra tårnet (La voce dalla torre)", la cui particolarità risiede (ed è facilmente notabile dal titolo) in un testo scritto completamente in norvegese, lingua madre di Varg. I secondi di apertura consistono in un crescendo del riff d'apertura e del battere di rullante e cassa, nelle tipiche sonorità oscure del Conte il quale questa volta decide di donarci un pezzo più "movimentato" (quasi sulla falsariga di "War"). Un crescendo che conosce il suo culmine al quarantacinquesimo secondo quando sul tutto si staglia un innaturale scream che scava nel profondo dell'anima, in grado di farci tremare e sobbalzare. Il crudele cantare demoniaco è accompagnato al minuto 1:00 da un riff ancor più concitato e gelido, in accordo perfetto con l'intero ensemble strumentale. Abbiamo un breve rallentamento verso il minuto 1:20, ma ben presto si riprendono i ritmi alla Hellhammer (verrebbe quasi da pensare ad episodi come "Massacra") tipici di questo pezzo. Chitarra e rullante /cassa sono magistralmente ben amalgamati, assieme al basso (suonato, tra l'altro da Samoth, conosciuto per esser membro degli Emperor e del gruppo death metal Zyklon) anch'esso capacissimo di dire la sua. La struttura si ripete in maniera ciclica,  accompagnandoci ben presto al momento più "calmo" ascoltato in precedenza ed in cui riprendono le grida luciferine di Varg; un insieme inserito in una tempesta melodica non troppo elaborata, a tratti elementare. Il ritmo non si spreca per gli interi sei minuti di brano, se non quando imperante cambia assetto ritmico in quei brevissimi momenti già descritti. Dalla metà del terzo minuto, però, il Conte decide di cambiare stile, regalandoci un riff molto più funesto ed ipnotico, con lo scream onnipresente che dà peso al contesto. Da segnalare, in questa seconda metà, anche un uso magistrale di tastiera. Burzum è uno dei pochi musicisti che riesce ad aggiungere note perfette al momento giusto, senza strafare, facendoci arrivare al termine del brano senza provare alcuna assuefazione uditiva. Il pezzo continua dunque con i suoi ritmi di batteria abbastanza concitati ma sempre dominati da un riffing gelido e funereo; canzone che si esaurisce poco a poco dapprima rallentando abbastanza il tempo ed in seguito chiudendo con il riff d'incipit più accelerato. Nel testo, il mondo immaginario dipinto dal nostro si dipana in quel che può sembrare una rappresentazione del mondo di Arda, l'universo Tolkeniano molto caro all'artista (in una recente dichiarazione rilasciata sul suo canale youtube, infatti, Varg ammette che la "responsabilità" della nascita della sua musica non va tanto ricercata nel Thrash Metal o nella Classica, bensì dalle sue attente ed appassionate letture dei libri di Tolkien); in queste parole, notiamo come una voce echeggi nell'aere, proveniente da una torre inabitata ubicata oltre i boschi, dove nulla ha vita. Un omaggio alla torre Barad-dûr, situata nel profondo di Mordor, in cui ha sede la base di Sauron; in cima alla torre, l'occhio senza palpebre ed insonne dell'oscuro signore vigila minaccioso su tutto e tutti. La voce presente sembra volerci svegliare dal sonno profondo e rassicurante per farci ritornare alla realtà, una realtà distopica, caratterizzata da una luna coperta da nuvole oscure. Siamo immersi in una notte umida e gelida, la tetra voce è la nostra unica compagna in questo viaggio nel regno dei pensieri non nati, la cui strada ormai è stata palesata dai minacciosi sospiri notturni.

Dominus Sathanas

A seguire, dopo questo lungo primo brano troviamo uno strumentale dal titolo "Dominus Sathanas (Maestro Satana)", che difatto chiude il lato "Hate". La melodia consiste in un susseguirsi per due minuti e cinquantasei secondi di varie chitarre registrate. I momenti iniziali ed il dipanarsi del brano sono un esempio lampante di "stratificazione" del suono (i vari riff poggiano l'uno sull'altro in maniera pressappoco perfetta)  ed armonia dell'ensemble chitarristico, amalgamato talmente bene da riuscire a creare una delle strumentali "definitive" di tutto il repertorio di Varg. In aggiunta, troviamo sparsi qui e lì vocalizzi e scream lancinanti atti ad impreziosire il tutto rendendolo incredibilmente più glaciale e malvagio. Il pezzo segue un tempo davvero particolare, un'andatura non dettata da pazzi blast beat ma anzi estremamente incedente; riff oscuri e tetri, che, possiamo dirlo, rispettano completamente l'aspettativa che ci si è creati leggendo il titolo del brano. L'ambientazione che viene a crearsi è di stampo dark ambient se vogliamo, ed il pezzo si conclude con un atmosferico rallentamento il quale risulta incredibilmente "epico" e medievaleggiante, tratto che avevamo notato in diversi pezzi del debut album del Conte. Notevole, da parte di Varg, il voler insistere sui suoi propositi originali, ovvero quelli di creare musica che sappia colpire, smuovere l'animo di chi si trova ad ascoltarla. Non siamo certo dinnanzi ad una durata "esemplare" (parlando di mero minutaggio), ma la malinconica epicità delle melodie e la sapiente amalgama dei vari riff rende "Dominus.." un autentico gioiello, una nera pietra da contemplare e sulla quale adagiarsi, lasciandosi trasportare fra i neri manieri ed i minacciosi altipiani di Mordor. Foreste oscure, guerrieri orcheschi, l'Occhio di Sauron.. tutto sembra concentrato in questo brano così oscuro eppure così terribilmente affascinante. Crudele per le orecchie quanto eccezionale per l'anima.. uno dei brani che ci aiuta a compiere il passo definitivo nello strano mondo di Varg Vikernes.

A lost forgotten sad spirit

Eccoci dunque all'ultimo brano del mini-LP ed all'unico brano del lato "Winter": "A lost forgotten sad spirit (Uno spirito smarrito, dimenticato e triste)". Sebbene l'abbiamo già incontrata nel precedente album di debutto, è sempre un piacere poter ascoltare questa meraviglia della fiamma nera, la quale ci viene presentata addirittura in una veste assai migliore, resa ancor più imperativa e possente da una produzione che le fa rivivere letteralmente una seconda giovinezza. L'aggiunta di Samoth (assente nel precedente pezzi), poi, rende il tutto ancor più valido ed esaltante. Per il resto, non vi sono variazioni di sorta ed il brano, salvo l'ottima resa audio, resta immutato nella sua struttura e nei suoi passaggi: ci si ripresenta infatti lo stesso riff cupo ed ipnotico accompagnato sempre da un ritmo preciso ed incalzante, in grado di sorreggere l'ottimo lavoro chitarristico. Un connubio che dà vita, sinergicamente, ad una melodia aggressiva che dapprima (verso il trentesimo secondo) sembra poi beneficiare di ritmiche ben più cadenzate e ragionate.. ma che è prontissima ad esplodere al  secondo 0:45 in una vera e propria tempesta sonora, densa di rabbia ed oppressione, qui magnificamente resa dalla produzione "restaurata". Le urla diaboliche del Conte, poi, partendo più imperanti di prima e ben destreggiandosi attraverso minime variazioni di tempi di chitarra e di batteria (tamburi che rimangono sempre incalzanti), risultano nuovamente un ottimo valore aggiunto. Gli strumenti, accompagnati dalle parole sgraziate ed urlate di Varg, vengono enormemente valorizzati ed ottengono un incredibile innalzamento dei loro "poteri distruttivi", dominando la scena in maniera totalitaria. Ci addentriamo al minuto 2:28 in cui parte uno dei momenti più particolari, melodici e suggestivi dell'intero brano; il tutto diviene misticheggiante ed espressivo, conservando però l'alternanza di velocità (cadenza ed accelerazioni). Le strofe declamate solcano il brano in maniera gagliarda e possente, sino a condurci al minuto 6:37. Dopo una breve assenza della lirica ed un momento "solista" di chitarra, ha il suo definitivo inizio una sorta di "implosione" sonora tagliente come un'ascia, fredda e cupa, momento in cui il tutto si calma ed anche la batteria sembra scandire un tempo ripetuto come il battere del martello su di un ferro caldo. Atmosfera dilatata e quasi "ariosa", in cui Varg torna a cantare ferocemente e con una voce distruggente; il tutto  va poi mano a mano a scemare e a scomparire in una chiusura sfumata. Il pezzo si esaurisce poco a poco, lasciandoci ascoltare i tristi lamenti di una chitarra sempre più oscurata e silenziosa. La cornice di tutto questo è una distopica ambientazione in cui nulla è più ciò che era: il fuoco nel cielo, dato dalla battaglia, è estinto. Le acque non hanno più di che agitarsi, le chiome degli alberi non hanno movimento poiché il fresco del vento ormai non esiste più ed in un tutto questo la pioggia ha smesso di cadere, limitandosi solo qualche goccia rimane vacillante e scorre lenta dalle vene di un ragazzo oramai morto anni or sono. Una staticità che è dunque metafora dell'interruzione della vita. In mezzo al nulla si staglia una nera pietra sepolcrale, abbellita mestamente  da un altare ed abbracciata unicamente dai gelidi abbracci dell'oscurità. Un triste luogo di riposo che funge da giaciglio per il sonno eterno, quello in cui i sogni degli omini sono sogni di sollievo e pace. Stanno per spalancarsi, però, le porte dell'Inferno. Il Nulla della morte, che lascia indisturbato il sonno degli Uomini, viene presto scosso ed il sepolcro si apre, condannando l'anima che lo abita a ritornare nel precedente mondo, condannandosi ad essere uno spirito smarrito, dimenticato e triste, destinato al tormento eterno. Una storia di disgrazia e dolore, nella quale l'uomo si vede privato della facoltà "consolatrice" della Morte per passare un'eternità nelle vesti di anima costretta a vagare all'infinito, non trovando pace e soprattutto non trovando modo di alleviare le sue preoccupazioni. 

Conclusioni

Concludendo, si può certamente delineare la capacità di competizione di questo mini-LP con il precedente "full" album del Conte. Sebbene il lavoro oggi recensito sia composto da solo 3 brani (un particolare che aumenta l'idea secondo la quale "poco" equivalga sempre a "male"), questi tengono perfettamente alto il morale, non sfigurando ma anzi rafforzando ancor di più i loro predecessori, facendo figurare il debut album come un inizio ottimo ma comunque ancora in fieri. Sarà stata la produzione migliore o comunque il grande estro di Varg.. fatto sta che, se escludiamo la terza traccia, nelle due precedenti riusciamo a vedere chiaramente una notevole crescita ed una voglia di sperimentare nuove soluzioni, attingendo dal passato (l'eco degli Hellhammer, come detto, è fortemente presente) ed anche guardando verso il futuro (le incursioni in campo ambient ed atmosferico). Un terzetto, insomma, che fa emergere ancora di più la complessità della figura di Varg Vikernes. La scelta stilistica di divisione del disco in due parti, poi, è ancora una volta sintomatica della caratteristica ideologia posta alla base dell'intero progetto Burzum: quella ferrea volontà di non rendere la musica un qualcosa per la massa, ma anzi per un gruppo ristretto di ascoltatori. Quasi come se la tematica dell'oscurità e dell'inverno accendessero i brani di ancora più mistero e particolarità.. un alone che può essere compreso solo da chi deciderà di approcciarvisi con curiosità e voglia di esplorare. I riff dell'intero EP sono ormai diventati tratti caratteristici, ed insieme alla qualità del sound ( certo migliorata ma comunque sempre squisitamente lo-fi) definiscono perfettamente il concetto di Black Metal underground. Un genere che proprio in quel momento si "esibiva" in un periodo frastagliato da lotte personali e lotte collettive, in un clima di tensioni. Menzione d'onore, poi, per un brano in particolare: a livello emozionale sicuramente ed prescindere da tutto, posso affermare con certezza come "Dominus Sathanas" riesca a regalare "viaggi" inaspettati, segno della volontà di Varg di rivolgere il suo sguardo, con acute attenzioni, anche alla dinamicità dell'immaginazione umana. Unita alle altre due track, in trio i pezzi creano un'atmosfera surreale, che ci accompagna nel viaggio all'interno della Selva alla quale si accennava nel disco precedente. La selva oscura, che ormai sta bruciando e ci avvolge ingoiandoci inesorabilmente. 

1) Stemmen fra tårnet
2) Dominus Sathanas
3) A lost forgotten sad spirit
correlati