BURZUM

Anthology

2008 - Back on Black

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
14/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Poco tempo prima della scarcerazione di Varg Vikernes e della successiva pubblicazione di "Belus" (avvenuta, come sappiamo, nel 2010), venne pubblicata, nel 2008 (sotto l'ala dell'etichetta inglese "Back on Black", la quale consta nelle proprie file alcuni celebri nomi Black Metal come anche di altri generi, quali i polacchi Behemoth, gli statunitensi Anthrax e i francesi Blut Aus Nord, nonché i britannici Bolt Thrower) la seconda compilation ufficiale di Burzum. Una prima vera raccolta di suoi brani venne ad onor del vero pubblicata nel 2002 per la "Cymophane Rec.", non ottenendo comunque molto successo, sebbene contenesse anche tracce inedite e provenienti da bootleg rari e difficilmente reperibili. Questa volta le cose andarono sicuramente meglio, facendo assurgere la suddetta compilation ad oggetto del desiderio di molti Metalheads, i quali in buona parte continuano ad incensarla ancora oggi. Questo secondo "best of" del Conte, denominato semplicemente "Anthologycome il suo predecessore, ricevette numerosi apprezzamenti anche grazie ad un allegato d'eccezione,  fornito insieme al CD: in credibile ma vero, un'aggiunta che consiste nel primo ed unico videoclip mai realizzato da Varg Vikernes, per una sua celeberrima canzone proveniente dall'album "Filosofem" del 1996,  "Dunkelheit/Burzum""Anthology", dunque; un titolo, possiamo dirlo, più che mai adatto. Proprio perché, effettivamente, ci trovaiamo senza alcun dubbio al cospetto di una vera e propria antologia, una raccolta varia e compatta di brani tratti da diversi episodi della discografia del Conte. Una discografia indagata e scandagliata nei limiti temporali che intercorrevano, naturalmente, dal 1992 sino al 2008. Lungo la tracklist (composta di nove brani in totale, fra cui due strumentali) possiamo quindi trovare alcuni tratti dall'album di debutto del 1992 ("Burzum"), altri tratti da "Hvis Lyset Tar Oss" del 1994 nonché altri provenienti da "Det Som Engang Var" del 1993 ed anche da "Filosofem" del 1996. Senza scordarsi dei due album strumentali, ovvero "Daudi Bladrs" ed "Hlidskjalf". Dicevamo di quanto il lavoro in questione fosse stato apprezzato, dunque, dal pubblico. Certamente per via della varietà dei brani, certamente per via del videoclip; ma è bene non trascurare un fattore importante, ovvero quello "iconografico". Guardando la copertina di quest'antologia, difatti, pressoché tutti voi lettori riconoscerete quella che nel tempo è divenuta L'immagine di Vikernes, una posa che lo immortala in uno degli scatti divenuti ormai antonomastici ed emblematici di tutta la corrente Black Metal. Un bel "ritratto" di Varg, una fotografia scattata nella cantina del celebre e vecchio negozio del compianto Euronymous, l'"Helvete". Il Conte impugnante una mazza chiodata e con indosso vari pezzi di armatura, con enormi guanti "orcheschi" alle mani. Il tutto è contornato dall'espressione aggressiva del nostro, pronto alla battaglia ed a scagliarsi contro il nemico di turno. Un Vikernes versione "Uruk-Hai", quasi nelle vesti di un feroce orco di Mordor. L'immagine rappresentata viene poi "colorata" e resa "antica" grazie ad un effetto marroncino, ed incorniciata in stile simil-gotico, proprio per aumentare la solennità nonché l'oscurità del tutto. Il nome "Burzum"  e quello del disco vengono racchiusi in dei riquadri marroni, entrambi dotati di un font tipicamente Burzumiano: osservando poi il riquadro racchiudente la scritta "Anthology", ci si accorge della presenza della runa Algiz (pronunciata in "ahl-geezs"), rappresentante l'unione tra spirito di sopravvivenza e protezione. Ci troviamo dunque dinnanzi ad un lavoro particolarmente curato anche dal punto di vista visivo, ricco di episodi interessanti e dotato di diversi elementi che di sicuro sono capaci di far risaltare il prodotto. Una compilation, dunque, che ci apprestiamo ad udire ed analizzare con il nostro consueto approccio "track by track".

Feeble screams from forests unknown

La prima traccia che ci si presenta all'ascolto proviene dall'album omonimo del Conte, direttamente dal suo debutto: parliamo di "Feeble screams from forests unknown (Flebili grida da foreste sconosciute)", scritta e concepita originariamente nel settembre del lontano 1991. Il brano si apre con note di tastiera concitate e gelide, le quali ci accompagnano all'inizio vero e proprio, sancito da un doppio pedale violento e sinistro, unito e complementare al riff emesso della vecchia chitarra Wreston del Conte. Un riff che sublima l'atmosfera d'incipit e ci trasporta in un vortice di gelida violenza. L'urlo luciferino di Varg si dipana nell'aria introducendoci a quel tipo di sinistra tensione la quale profilerà ampiamente per tutto il resto del brano. Si aggredisce e si dilania, ma subito il refrain cambia le carte in tavola, diventando ipnotico e surreale, pur rimanendo tagliente come la lama di un rasoio. Questo primo minuto è dunque basato su di un gioco di alternanze:  blast beat veementi e tremolo picking sulfurei, anche se il vero momento catartico si raggiunge a partire dal quindicesimo secondo del primo minuto. Frangente in cui ci viene presentato il riff principale del brano, scandito per i primi secondi da rintocchi di crash e battito di rullante, in concomitanza con lo scream graffiato del nostro, il quale è intento a recitare il testo con fare violento ed aggressivo. Le note di chitarra ricamate dal Conte rimangono dunque cupe ed insistenti, stagliandosi bene su quel cantato demoniaco, creando un particolare ensemble di sensazioni.  Quasi come stessimo realmente attraversando una foresta oscura e fitta di abeti e pini, con una brezza di tramontana che ci gela il viso. Imperanti, si procede lungo quel sentiero boschivo, con in sottofondo un riffing work plumbeo ed in un frangente privo della batteria dannata che abbiamo incontrato; improvvisamente battiti di tamburo ed un profilarsi di note eseguite con la sei corde ci introducono ad una parte cantata del nostro, che sembra quasi una recitazione in solitaria. L' atmosfera è surreale, la luce lunare viene a mancare coperta dalle nuvole cariche di pioggia mentre il suono inizia a farsi incalzante. Il doppio pedale fa il suo rientro in scena, la chitarra genera un suono concitato e minimale e con reiterati rintocchi di crash veniamo scortati alla parte più cupa del brano che, come la calma prima della tempesta, ci scaglia direttamente verso una parentesi strumentale di una violenza inaudita. Un riff a motosega che consacra il brano al Black Metal più violento e puro, sul quale il Nostro ritorna a canta più forte di prima, delineando la cattiveria intrinseca del contesto. Lentamente, ci avviciniamo al termine vero e proprio del brano; una lunga nota fulminea che genera, in conclusione, un' ultima nota dissonante. Il testo, come da tradizione Burzum, risulta essere particolarmente poetico e criptico. L'ambientazione è un'oscura foresta dominata da una fitta vegetazione, in cui un'anima persa sembra peregrinare cercando un senso alla propria impalpabile esistenza. Scivola nell'aria, sorvolando un lago ghiacciato, ricordando i bei tempi andati. I sogni e le speranze sono persi in un profondo pozzo dominato dall'acqua oscura, l'anima tormentata è stanca di cercarli e si chiede se ne varrebbe realmente la pena, continuare a cercare. Anno dopo anno, giorno dopo giorno.. pian piano la voglia di continuare ad andare avanti svanisce. Svaniscono i sogni, i desideri, svanisce la speranza. La stupidità vince.. l'anima senza possibilità' continua desolata la sua ricerca, con sempre meno speranze per il futuro, che appare triste e desolante. 

Stemmen fra tårnet

"Stemmen fra tårnet (La voce dalla torre)" oltre ad essere la seconda track di questa raccolta è anche l'open track del celebre EP "Aske", originariamente pubblicato (come anche per quanto riguarda l'estratto precedente) dalla "Deathlike Silence Productions". Un climax di doppio pedale ed un suono distorto di chitarra aprono quindi il sipario sul brano, presentandocelo in tutta la sua magnificenza. Immediatamente il blast beat si ferma, lasciando spazio ad un vero incipit di sei corde, le quali elargiscono potenza emettendo un suono aggressivo e movimentato, scandito a sprazzi dal battere delle bacchette sul rullante. Segue a questa ouverture la doppia cassa, sinergica al ritorno dello scream luciferino di Varg; come se cantasse da una delle torri più alte del "regno", il Nostro domina e rigoverna le legioni di soldati ai piedi dell'edificio. Fulmineo si staglia un riff di un freddo antartico che si accorda bene con l'atmosfera venutasi a creare. La chitarra in accordo con la batteria ed il basso riescono perfettamente nell'intento primario di donare una sorta di trance musicale all'ascoltatore, e proprio quando il ritmo ritorna ad essere ciclico, in perfetta sintonia con gli stilemi del genere, di nuovo una sorta di calma apparente (in stile sostanzialmente Hellhammer) fa la sua comparsa, la quale ipnotizza ed incatena l'ascoltatore. La voce funesta continua imperterrita a decantare le parole del testo, scritto in norvegese, fino a sfumare verso il termine del brano, insieme agli altri strumenti.  Nel testo, il mondo immaginario dipinto dal nostro si dipana in quel che può sembrare una rappresentazione del mondo di Arda, l'universo Tolkeniano molto caro all'artista (in una recente dichiarazione rilasciata sul suo canale youtube, infatti, Varg ammette che la "responsabilità" della nascita della sua musica non va tanto ricercata nel Thrash Metal o nella Classica, bensì dalle sue attente ed appassionate letture dei libri di Tolkien); in queste parole, notiamo come una voce echeggi nell'aere, proveniente da una torre inabitata ubicata oltre i boschi, dove nulla ha vita. Un omaggio alla torre Barad-dûr, situata nel profondo di Mordor, in cui ha sede la base di Sauron; in cima alla torre, l'occhio senza palpebre ed insonne dell'oscuro signore vigila minaccioso su tutto e tutti. La voce presente sembra volerci svegliare dal sonno profondo e rassicurante per farci ritornare alla realtà, una realtà distopica, caratterizzata da una luna coperta da nuvole oscure. Siamo immersi in una notte umida e gelida, la tetra voce è la nostra unica compagna in questo viaggio nel regno dei pensieri non nati, la cui strada ormai è stata palesata dai minacciosi sospiri notturni. Giungiamo al terzo brano proveniente dal secondo full-lenght del conte ("Det Som Engang Var" del 1993).

Lost Wisdom

Parliamo quindi di "Lost Wisdom (Saggezza perduta)". Si parte con un riff stranamente orecchiabile e marziale, che ci introduce dunque nell' "effettivo" del brano mediante un leggero riff melodico ed un battito di rullante imponente, che consacra definitivamente l'ambientazione in cui siamo venuti a trovarci. Le dita sulle sei corde iniziano a formare un ritmo cadenzato ma avvolgente, e subito sul tutto si staglia la voce di Varg, naturalmente in scream. Si lascia in seguito spazio alla melodia cupa e triste, alla quale fummo già introdotti durante le prime fasi. La voce riesce ad incorniciare l'atmosfera di perdizione, con quell'urlo demoniaco ben emesso del nostro, ed arriviamo, pian piano, alla seconda metà del brano; frangente in cui domina un ritmo incalzante, veloce e funesto, le cui note elargiscono trascendenza in un ensemble catartico e liberatorio. Un leggero tremolo picking ed il solito battito di rullante fanno ripartire quel suono malinconico e gelido, sinergico con il ritorno della voce, insieme che ci conduce ad un piccolo assolo ipnotico ed elettrizzante. Sembra come se fossimo prossimi ad iniziare un'avventura senza precedenti, quasi come se queste note fossero effettivamente capaci di trasportarci nell'universo di Arda. Si continua su questa scia fino al termine del brano, termine sancito da quello stacco di sei corde che ormai rappresenta una peculiarità stilistica del sound di Burzum. Le parole presenti nel testo sono in questo caso parole di dissenso, odio ed astio nei confronti della Chiesa, rea di essere un organo profondamente oscurantista e dedito alla privazione della libertà di ognuno: oltre ciò in cui possiamo credere, oltre il nostro mondo, la nostra realtà, può esserci difatti molto, molto altro. Il tutto non è altro che la manifestazione dell'essenza, una manifestazione da noi percepita mai in maniera univoca. Ognuno può vedere nella manifestazione ciò che vuole, può percepirvi ciò che la sua anima gli suggerisce. Altre pianure esistono oltre il recinto del "senso normale" e delle strade comuni. Luoghi inizialmente sconosciuti ma non per questo meno reali di ciò che vediamo, tocchiamo o sentiamo. Una concezione rifiutata dalla cieca Chiesa, poiché non in riga con le parole del loro Dio, lo stesso Dio che vietò all'uomo la facoltà di conoscere. Sono parole pesanti, ricche di significato per chi sa intenderle; parole derivanti dal cinismo di Varg e dal suo puro sangue pagano, ribollente nella sua mente, per lui motivo di orgoglio. Un tutto accentuato da successioni armoniche decise e tristi.

Svarte Troner

Subito ci troviamo innanzi alla quarta traccia: "Svarte Troner (Troni neri)", proveniente sempre dall'album in cui è presente anche precedente brano. Un pezzo quasi strumentale, difficile da inquadrare e da interiorizzarsi passo dopo passo. Un brano nebbioso e maligno che rende perfettamente l'idea del concetto di "terrificante". Suoni maligni accompagnati dalla voce di Varg, questa volte lugubre ed opacizzata, rendono l'atmosfera fredda e carica di tensione. Due minuti abbondanti di brividi che salgono lungo la schiena e si ramificano lungo tutto il corpo.. un ensemble strumentale creato dal nostro quasi come se egli volesse effettivamente mostrarci com'è l'inferno, la parte peggiore di ognuno: quella che siede su un trono oscuro, presente nelle profondità di ogni essere umano. Viscere rigurgitate, lacrime di sangue che scivolano via dagli occhi ed anime inquiete ed afflitte, che vengono frustate fino allo scorticamento. Questo ensemble mette a dura prova le nostre orecchie durante tutta la sua durata, crea ansia e paura fino al suo concludersi: con uno spiffero d'aria ed un suono simile al "ringhio" di una motosega arrugginita e trascurata, quindi, il brano ci saluta, accommiatandosi improvvisamente.

Det som en gang var

Unica traccia proveniente dal quarto lavoro del Conte (terzo, non considerando "Aske") è "Det som en gang var (Ciò che una volta era)", la quale ci introduce in una realtà differente rispetto a quella già udita. L'ouverture è sancita da decadenti e flemmatiche note emesse dalla sei corde, note sulle quali e nell'immediato si stagliano irriverenti e avvolgenti synth, in un insieme sonoro che letteralmente spalanca le porte di un viaggio onirico senza precedenti. Si apre uno scenario in declino, figlio delle più malinconiche storie provenienti da passati remoti. Fulmineo ricade un leggero abbassamento del volume atto a farci completamente dimenticare ogni sorta di azione che stavamo compiendo, ogni preoccupazione o qualsivoglia pensiero ci stava martellando la mente, per lanciarci in maniera subitanea lungo il cammino trascendentale. Scanditi da battiti di doppia cassa e rullante i nostri passi incedono senza alcuna paura verso il profilarsi della malefica voce di Varg che si staglia su note ambientali di synth, le quali ricreano un ambiente gelido e plumbeo ma sempre elettrizzato dal riff principale e da una batteria nient'affatto pretenziosa. Proprio in questo punto viene fuori l'intero spleen posto alla base del brano e dell'opera tutta. Si continua così, con il Conte che decanta le strofe chiudendo perfettamente una prima porzione di pezzo. La precisa metà viene egregiamente sancita da un riff in tremolo picking sicuramente molto più catchy in confronto ai precedenti platter, sebbene questi siano stati molto meno - per così dire - concettuali e profondi come simili episodi. Il ritmo ed il tempo cambiano all'unisono,  il tutto diventa più ipnotico ed evocativo, le mani sui tasti bicolore riescono dunque a mantenere quell'alone catartico con cui si era iniziato, portandoci mano nella mano verso il termine del brano, in un connubio di linea di basso, synth, grancassa e chitarra ,sommate alla voce luciferina e surreale del conte. Il testo, seguendo perfettamente le linee musicali, tratta di un viaggio onirico, misto alla nostalgia per i tempi che furono, rievocati dalla magnificenza di un paesaggio ormai perso fra le sabbie del tempo. Ci si risveglia dietro a cespugli e steppe, intenti ad ascoltare, furtivi, discussioni di gente che sembra esser venuta da un'altra era. Fissiamo le loro figure, godendoci un panorama da sogno. Il ruscello che scorre, la magnificenza degli alberi.. possiamo quasi toccare con mano la bellezza e la sacralità dei valori semplici di una volta. Quelle figure che ascoltiamo e fissiamo altro non sono che spiriti tormentati, anime di valorosi guerrieri e uomini d'onore, ormai estintisi da tempo. Parlano di speranze smarrite per sempre, di canzoni elfiche che mai più verranno udite. Lo sgocciolare dell'acqua fa loro da sottofondo, mentre noi ci disperiamo con loro. Tutto ciò che era ormai è lontano, perso per sempre: l'onore, le antiche genti, gli antichi valori.. tutto spazzato via dalla brama di potere di un invasore (probabilmente i cristiano-giudaici, ndr). Il dolore ed il sangue sono ancora percepibili (come se fossero gli elementi chiave e distopici della realtà, in contrapposizione al sogno di una terra incontaminata). Non siamo nemmeno morti, è come se non avessimo mai vissuto. Una chiusura terribilmente pessimistica e sintomatica del forte disagio che Varg poteva provare nei riguardi della storia della sua gente.

Jesus' Tod

Continuiamo la scalata lungo i diversi lavori del Conte passando ora per il suo celeberrimo album "Filosofem" del 1996 (anno nel quale, tra l'altro, il buon Vikernes aveva appena iniziato a scontare la sua pena per omicidio), da cui viene quindi estratta la prossima track: "Jesus' Tod (La morte di Gesù)", scritta nel febbraio '93. L'incipit è caratterizzato dal riff della chitarra principale, veloce e ipnotico, sinistramente melodico, posto come contraltare a quello scandito dalla chitarra ritmica, morboso e pesante. I due si alternano alla perfezione, riuscendo quindi ad accompagnarci sino all'entrata in scena della doppia cassa, la quale si presta benissimo a sottolineare l'atmosfera ossessiva. Il tutto sembra poi risolversi verso un riff portante fatto di melodia sporca (quasi ritmica e solista avessero trovato un compromesso, "fondendo" i due spiriti), ed al secondo minuto vediamo l'entrata della voce del Conte, il quale ci illustra con maestria il testo catturando lo spirito dell'ascoltatore con il sempre più ossessivo riff di apertura. La situazione si protrae non cambiando di una nota (giochi di atmosfere decadenti ed asfissianti) fino a quando, a metà del brano, si sentono dei rintocchi di crash in background che con fare spasmodico si aggiungono al blast beat di partenza. L'intera track viene quindi costellata da questo espediente, l'ensemble si spinge quasi fino allo spasimo. La ritmica non varia ma la distorsione e la registrazione di più chitarre rivelano, ascolto dopo ascolto, sempre nuove variazioni, rendendo il pezzo mai noioso o banale. Il tutto viene quindi chiuso dal riff iniziale, reso sempre carico e maggiormente distorto. Una distorsione che aumenta l'alone di mistero e favorisce dunque il crearsi di un qualcosa di particolare, di ossessivo ma anche di "mistico", sotto alcuni aspetti. Il testo viene associato, dal nostro, sempre ad un'illustrazione del pittore norvegese autore della copertina. Un'illustrazione in cui viene ritratto un cavallo bianco con gli zoccoli immersi nell'acqua, in cui nella stessa si riflette la luna piena. Il commento del cantautore di Bergen è nudo e crudo; parla di un tempo in cui, nel nord, venivano consumati sacrifici umani e animali per compiacere le divinità, sperando di ricevere da tutto ciò forza e possanza, nonché fortuna e buona sorte. Ad un certo punto arrivò una malattia maligna di stampo spirituale che si introdusse, come un parassita, nei cuori degli abitanti. Facendogli quindi abbandonare le proprie tradizioni, facendogli dimenticare il proprio Essere. Quello che era ormai andato perso, però, poteva essere ritrovato solo da chi era libero dai vincoli e dalle catene del cristianesimo. In semplici righe ci viene mostrato quindi quanto di più infausto ci possa essere stato, per Varg. Sul terreno giace una figura oscura la cui sola presenza risucchia l'energia vitale di ciò che le sta attorno: i laghi ghiacciano, i boschi si intristiscono e l'anima stessa di quell'essere appassisce alla sola percezione della propria malignità. Una figura assimilabile al Cristo o a ciò che il Cristianesimo ha rappresentato, nel corso dei millenni. Davvero un testo sacrilego, freddo e ferocemente oppositore di quello che è stato il cristianesimo per la terra del nostro: un culto portatore di morte e distruzione, un credo prevaricatore e violento. Come per il testo del brano precedente, il nostro rivolge un appello di disgusto e di profanazione nei confronti dei veri barbari che distrussero la storia, calpestando ogni centimetro di quello che era stato, per la sola volontà di instaurarsi come verità assoluta. Questo "commento" del Conte, neanche a dirlo, destò molto scalpore per via del tema, del titolo e del testo non troppo criptico.

Gebrechlichkeit II

Ecco arrivati al secondo estratto del magniloquente "filosofema", "Gebrechlichkeit II (Decrepitezza pt.II)",  brano mediante il quale veniamo condotti verso il termine della compilation. Il suono ambientale che ricordava il meccanismo di un orologio a pendolo viene ripreso anche qui e ci apre ad una lenta e gelida atmosfera scandita dalla tastiera del Conte. Lentamente viene introdotta la chitarra distorta che accompagna il suono gelido facendogli quasi da spasimante, ben amalgamandosi con esso in un tutt'uno incredibile. Mano a mano che il brano va avanti l'intensità delle sei corde aumenta, arrotondando la malinconia e la freddezza trasmessa in generale in tutto "Filosofem" ed anche nel brano "gemello" di "Gebrechlichkeit", ovvero la sua prima ed omonima parte. La magniloquenza dell'arrangiamento, sebbene sia molto semplice, rende perfettamente l'emozione che può provare chiunque sia privato di qualcosa a sé radicato e legato. La mancanza di vocals, più che impoverire, annulla qualsiasi azione diretta, lasciando intendere tutto e niente. Passa un anno da "Filosofem" e le priorità, nella mente del nostro, cambiano. Varg comincia a spostare i suoi interessi sempre più verso temi politici, storici e tradizionalisti. Ed il vero cambiamento musicale viene concretizzato, definitivamente, anche grazie (o a causa) delle restrizioni a cui doveva sottostare nel carcere in cui si trovava: ovvero, la possibilità di registrare e creare musica mediante il solo l'ausilio di un sintetizzatore. Il risultato di tutto questo fu l'album "Daudi Baldrs".

Balferd Baldrs

Esattamente, perché proprio da "Daudi Baldrs" del 1997 proviene la prossima traccia: "Balferd Baldrs (La cremazione di Baldr)". Con questo brano (in generale con gli ultimi due di questa raccolta) arriviamo quindi ad ascoltare alcuni assaggi estratti da una coppia di album concettuali, inerenti alle scritture sacre della mitologia nordica e seguenti saghe. In questo album in particolare ("Daudi..") si tratta della morte del Dio Bianco Baldr per mano del maligno Loki. I brani, totalmente strumentali, vengono accompagna da scritti alloro volta estrapolati dalle traduzioni effettuate tempo addietro dallo svedese Snorre Sturluson, storico studioso dell' "Edda". Troviamo quindi gli gli Aesir dispiaciuti per la morte di Baldr. Questi ultimi decidono di donare al Dio Bianco una degna sepultura, trasportandolo verso il mare e preparandolo al funerale tipicamente vichingo. La nave su cui fu disposta la salma del figlio di Odino era chiamata "Hringorni" ed era la più possente e grande di tutte; tanto immensa che mise in difficoltà gli dei stessi, nello spostamento. L'idea degli Aesir era dunque quella di appiccare il fuoco e cremare il defunto facendogli attraversare il mare come se fosse il suo ultimo viaggio, ma il drakkar (tipico nome vichingo delle navi) si rifiutò di spostarsi. L'intero Pantheon norreno si diresse verso lo Jotunheim, le lande dei giganti, per chiedere aiuto alla principessa Hyrrokin. Quando ella arrivò, cavalcando il suo lupo (utilizzando serpenti come redini), Odino invocò dei bersekr (guerrieri leggendari noti per la loro ferocia e forza) per tenere testa al lupo-destriero, mentre la gigantessa smuoveva l'imbarcazione. Hyrrokkin si diresse dunque alla prua della nave, e con un solo tocco smosse il fuoco dai rulli di legno, facendo tremare le terre; tuttavia, stufo di aspettare, Thor perse la pazienza e decise di pendere in mano il suo martello, puntandolo contro la testa della principessa, intimandole di far presto. Tutti gli Dei, però, cominciarono insistentemente a pregarlo di graziarla, riuscendo alla fine a calmarlo. In seguito, mentre il corpo di Baldr venne trasportato sulla nave, sua moglie Nanna (figlia di Nepr) cadde morente a causa del dolore ed il suo corpo venne adagiato di fianco a quello del marito; ad entrambi quindi venne dato fuoco. Thor era dunque pronto a consacrare la pira funeraria con il suo Mijollnir, ma ecco che vide un nano di nome Lit passargli davanti ai piedi. Infastidito, il dio del tuono scalcio il povero essere lanciandolo nel fuoco, dove arse. La trasposizione musicale rappresenta più che bene la scena triste e funebre che era lì intenta a consumarsi. Note tirate per il lungo con un minimo comune denominatore di synth ambientale idealizzano la tristezza e la malinconia degli dei presenti a quella scena; qualche nota emessa mediante effetti che addirittura ricordano un grave sassofono acutizzano ed idealizzano l'impresa massiccia della principessa dello Jotunheim alle prese con quell'enorme nave tomba che portava con sé la Luce. Un cambio repentino  di tempo parte dal quarto minuto, tutto è ancora più cupo e triste: Nanna è morta ed ora non resta nient'altro che dire addio ad entrambi, salutandoli per l'ultima volta con le note d'incipit suonate senza alcun synth ambientale di sottofondo ed in modo molto più delicato. Osserviamo, in lontananza, la pira funeraria allontanarsi.

Ansuzgardaiwo

Eccoci giunti al termine della compilation, con l'ultimo brano estratto dal successore di "Daudi..", ovvero "Hlidskjalf" del 1999. Il pezzo in questione è nientemeno che "Ansuzgardaiwo (I guerrieri di Ansuzgarda)", brano con cui Varg Vikernes  raccontare della "Caccia Selvaggia", meglio conosciuta tra i tanti grazie al dipinto dell'artista norvegese Peter Arbo: "Åsgårdsreien", presente ad Oslo. Si tratta di un tema particolarmente folkloristico che vede la presenza di un corteo notturno, composto tra i più svariati elementi; giusto per citarne qualcuno: Wuotan, Re Artù, Carlo Magno, accompagnati da animali, anime dannate e creature ultraterrene. Questo corteo funereo si verificava dunque durante i dodici giorni di Yule (i dodici giorni successivi del solstizio d'inverno), e si diceva che chiunque avesse avuto la possibilità di vederlo, sarebbe incappato in sventura e catastrofi. Le origini di questa credenza risalgono alla Scandinavia e secondo il credo popolare, Odino, a cavallo del suo destriero a otto zampe Snaupnir, cavalcava d'innanzi al corteo di anime e guerrieri, guidandoli nella ridda intorno al globo. Le motivazioni dunque sono assimilabili facilmente alla paura atavica del buio e di rimanere da soli in ambienti esterni privi di illuminazione, tipico delle società premoderne.  Musicalmente parlando, questo brano può essere facilmente interpretato come il proseguo di "Han Som Reiste", incontrato nel precedente capolavoro "Det Som Engang Var". Si apre dunque con un suono atipico e meditativo che incornicia la chiusura dei portoni di Asgard alle spalle del corteo, il cui cammino è scandito da dei simili rintocchi di crash che ne gelificano l'atmosfera. Proprio quest'ultimi incalzano quindi il viaggio in giro per il mondo. I guerrieri sono pronti a fare razzia, a cacciare le proprie prede e a dispensare preoccupazioni e stupori tra la popolazione. Subito note marziali e pungenti ci scalfiscono i timpani, ritmando la cavalcata dell'orda di guerrieri nel cielo i quali, tra le nuvole plumbee che oscurano la luna nella sua interezza, si vedono uniti verso un fine ultimo; immediatamente l'ensemble sonoro viene inframmezzato, in tempi ben precisi, da un leggero silenzio accarezzato dal suono ambientale d'incipit intimandoci all'osservazione e contemplazione di quanto è in atto nei cieli, riuscendo a trasmettere quella sensazione di oppressione e curiosità provata da chiunque poteva essere presente ad ammirare quella sensazionale immagine. Insieme ad Odino ed i suoi guerrieri  viaggiamo quindi per tutta la notte, passando per il Nord ed arrivando ad Est verso poi l'Ovest e ritirandoci ad Asgard verso il sorgere del Sole, fieri di quanto abbiamo viaggiato e visto e provato, accompagnati da synth isolati, sicuri e pugnaci.


Conclusioni

Siamo dunque arrivati al termine di questa compilation, momento nel quale sarebbe opportuno anche spendere qualche parola circa l'unico video mai realizzato per il progetto Burzum, il tutto da considerarsi propedeutico ad una costruzione "totale" del giudizio finale. Come avevamo anticipato all'inizio, questa seconda "Anthology" ha saputo far breccia nel cuore dei fan anche per via di simili trovate:  il video musicale, fiore all'occhiello e sorpresa definitiva, è collegato ad canzone appartenente al quarto album del Conte, "Filosofem". Il pezzo prescelto fu dunque "Dunkelheit", in generale uno dei brani più amati dell'intera carriera del Lupo di Bergen. Il video è composto in modo visivamente coerente e legato all'emblematica atmosfera musicale che abbiamo avuto già modo di udire. Una serie di immagini in time-lapse, quasi in stile Godfrey Reggio, modificate secondo tutta una serie di accorgimenti che le rendono di fatto eccentriche ed avvolgenti, sebbene a tratti il video risulti decisamente disturbante. Tuttavia, il susseguirsi di paesaggi che cambiano in maniera repentina, alternandosi ad altre immagini di rune e laghi d'autunno, è senz'altro un qualcosa di suggestivo e capace di catturare l'occhio del telespettatore. Forti di ciò che abbiamo visto, possiamo quindi tirare delle somme realmente definitive circa questa compilation appena ascoltata. Ricordiamo come il lavoro precedente di raccolta dei vari brani, i quali avrebbero dovuto racchiudere l'essenza del Nostro, non andò poi a buon fine, passando totalmente inosservato. Le scarse vendite, lo scarso interessamento verso quella prima compilation spinse dunque la "Back on Black" a riproporre il tutto in una veste decisamente più accattivante e ponderata. Abbiamo in questa "Anthology" (ovviamente da intendersi tali contemporaneamente in modo oggettivo e soggettivo) le "massime" del cantautore di Bergen, fino a quel momento. Un insieme di brani sicuramente validi che fanno il loro lavoro all'interno della compilation, in modo più che discreto. Un lavoro che dunque svolge benissimo il suo compito, rendendo facile l'avvicinarsi, per i novizi, al progetto Burzum; facendone conoscere i brani alle fondamenta, dando uno spaccato incredibilmente esauriente di tutto l'arco della carriera preso in considerazione. Una raccolta composta da brani di tutto rispetto, provenienti dagli album appartenenti alla prima parte ed alla parte centrale della carriera di Burzum. Nove episodi risiedenti in ben sei album ed un EP di tutto rispetto. Non possiamo dunque non lodare la voglia di raccontare in modo generale (seppur troppo "concentrato") una storia immensa che intercorre dai primi anni '90 a poco prima della scarcerazione di Varg. Va sempre bene non perdere mai di vista nessun dettaglio, nessun capitolo, se parliamo del nostro Conte: le storie dietro ogni lavoro di Burzum, dopo tutto, non possono di certo essere lasciate nel dimenticatoio o essere messe da parte, nemmeno per un secondo.

1) Feeble screams from forests unknown
2) Stemmen fra tårnet
3) Lost Wisdom
4) Svarte Troner
5) Det som en gang var
6) Jesus' Tod
7) Gebrechlichkeit II
8) Balferd Baldrs
9) Ansuzgardaiwo
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