BURZUM

Anthology

2002 - Cymophane Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
14/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
5,5

Introduzione Recensione

A dieci anni di distanza dalla pubblicazione del primo, omonimo full-length del Lupo di Bergen (Burzum, 1992, DeathlikeSilence Productions), entrava nei commerci europei quella che oggi è considerata  - a tutti gli effetti -  la prima antologia dedicata al progetto norvegese, in cui i più fedeli ed i novizi hanno tutt'oggi la possibilità di ritrovare alcuni estratti appartenenti ai lavori licenziati sino a quel momento (ed anche qualcosina in più, come vedremo). Siamo nel 2002 ed è ormai inutile dire che Varg Vikernes si trovasse nel pieno dei suoi anni di prigionia i quali  - ricordiamo - furono stati attribuiti per l'omicidio del suo amico e mentore, Øystein Aarseth (in arte Euronymous), avvenuto la notte del 10 agosto del 1993. La monotonia e meccanicità della vita carceraria lo avevano già formato e gli avevano persino permesso di continuare ad approfondire i suoi studi sul proprio retaggio culturale, sui propri antenati, sulla propria stirpe, avvicinandolo sempre più ad una visione più matura della sua spiritualità pagana e ad un pensiero politico più razionale ma comunque non distaccato da quello che più rappresentava il proprio pensiero religioso: il culto odalistico. Dunque, se da un lato quelle sbarre d'acciaio verticali gli avevano portato "miseria" dal punto di vista artistico, in quanto la sua etichetta "Cymophane Records" divenne certamente inutilizzabile ed inoltre qualsiasi etichetta si indisponeva alle richieste di un uomo con una tale fedina penale (escluso l'interesse di Tiziana Stupia, in arte Diamanda, che fondò la "Misanthropy Records" con l'obiettivo di licenziare album come "Filosofem", "Dauði Baldrs" e "Hliðskjálf"), da un altro lato, da un punto di vista personale, sicuramente il nostro Varg ne uscì arricchito grazie anche alle sue varie pubblicazioni bibliografiche (i.e. "Vargsmål"  del 1997, oppure "Guide to the Norse Gods and their Names" del 2001, finendo con "Irminsûl" proprio del 2002) le cui realizzazioni accompagnarono quegli anni. Durante il periodo di prigionia, di certo non si fermò l'onda mediatica che seguiva l'ombra del nostro, molto spesso collegandolo ad associazioni internazionali di stampo filo-nazionalsocialista come la Allgermanische Heidnische Front (che vedremo essere collegata con questa raccolta) - da cui egli si discosterà successivamente, pur lasciandoci alcune domande in sospeso, pronunciandosi così: "Non ho mai formato o preso parte alle attività di tale organizzazione" e continuando "il NHF (Norwegian Heathen Front - una sorta di associazione satellite) è stata perseguitata in Norvegia dai numerosi antifa i quali scrissero ripetutamente di quanto questa associazione guidata da Varg Vikernes fosse neo-nazista. Persino quando la stessa NHF disse che Varg Vikernes non era in assoluto il leader di tale associazione o della AHF, loro continuarono imperterriti. Persino quando venne intervistato uno dei militanti di suddetta associazione dalla polizia segreta, ed egli si espresse dicendo in assoluto che io non ne facessi parte, loro fecero finta di nulla, continuando a perseguire sulla loro strada"; insomma, accuse pesanti il cui solo pretesto - ed ora possiamo affermarlo - era quello di voler diffamare la sua figura per trarne ritorni economici. Ebbene, dopo tre anni di fermo artistico (seguenti la pubblicazione di "Hliðskjálf" del 1999), arriva sul mercato un nuovo lavoro firmato Burzum, "Anthology"; licenziato - presumibilmente - sotto l'ala protettiva della "Cymophane Records", gestita ovviamente dall'esterno. Al momento della sua uscita, ciò che venne presentato fu un bootleg ufficiale, fatto passare come una raccolta ispirata dai migliori lavori del Conte e che venne sfruttata da esterni come foriera per la raccolta fondi destinata alla AHF. Ogni spicciolo ricavato dalla vendita di questa lega di brani, era destinato proprio a quell'associazione da cui tanto il nostro si discostava.. eppure, la realtà dei fatti era quella, lampante più che mai; si generò un marasma di idee e speculazioni su quanto fu dichiarato a riguardo e quanto, in realtà, accadeva sottobanco. Tanto da arrivare a pensare che il tutto non fosse stato assolutamente pubblicato dalla Cymophane Prod., e che non risultasse nemmeno proveniente dalla Norbegia, bensì da paesi come la Germania oppure dall'America Latina, da cui espatriò in verità un ulteriore bootleg, non ufficiale questa volta in quanto non presentato sul blog originale di Burzum, distinto da un disco bianco, a differenza di quello nero appartenente al lavoro "ufficioso" di cui a breve parleremo nel dettaglio. Insomma, le idee contrastanti furono molteplici ma mettiamole un attimo da parte ed apprestiamoci all'ascolto di questa compilation presentata da una copertina dai colori caldi e pastello, contrastati da una luce trascendente che illumina dall'alto la bruma e le nuvole, generando un chiaro-scuro ammaliante. Al cui centro si staglia un'ombra che sembra essere quella di un uomo, mentre in basso a destra il titolo "Anthology" viene incorniciato dalla rune Algiz (simbolo dell'unione dell'uomo con le Divinità) e Calc (simbolo dell'unione dell'uomo con il "basso", con i regni di sotto e le radici dell'Yggdrasil).

Ea, Lord of the Depths

Ad aprire il sipario su questa collezione è direttamente un brano estratto dal primo lavoro del Conte: "Ea, Lord of the Depths" (trad. Ea, Signore delle Profondità), canzone composta nel novembre del 1991. Un blast beat di straordinario portento, che canalizza la nostra attenzione verso quello che potrebbe porsi d'innanzi ai nostri occhi ripercorrendo i passaggi tracciati nel corso di quel platter, si staglia fin dall'inizio; imbastendo il tracciato su cui marceremo con la nostra immaginazione: iniziamo dunque il viaggio alla scoperta delle profondità. L'emissione di due note confuse e dissonanti ci fa perdere il controllo di quell'incipit, come se fossimo stati rimbalzati dalla barca su cui navigavamo, in una tempesta i cui roboanti tuoni venivano battuti dall'incedere delle pelli, in mare. Così parte un riffing gelido, ferale ed a tratti ipnotico nella sua sedicente ripetitività. Immersi in un mare di disperazione, freddo ed in tumulto, perdiamo coscienza e cadiamo inesorabilmente negli abissi mentre lì fuori la pioggia continua a battere sulla superfice marina a suon di doppia cassa. Ecco che ritorniamo a noi quando il grido del nostro apre le porte del brano e nell'oscurità marine, lì dove i raggi solari non ancora hanno toccato terreno.. un'ombra enorme, imponente che si muove con delicata pericolosità. I ritmi più serrati ed accelerati che giocano sui tempi infrangendosi con maggiore crudeltà cadenzano l'avvicinarsi imperterrito di quell'atroce mostruosità; la testa come quella di un serpente, dalle corna avvolte in tre spire ed orecchie di Basilisco.. il corpo come quello di pesce luna ed artigli affilati alla base dei suoi piedi, ecco che la sagoma si dispiega ai nostri occhi, altri non è che il "drago di Babilonia" (SassuWunnu), il mostro marino, abitante delle profondità della mitologia babilonese. La voce graffiante e luciferina del lupo di Bergen altro non fa che sottolineare quella sensazione di timore, angoscia e cattiveria che aleggia in queste immagini quando, d'improvviso, scandito dalla martellante batteria che ricopre l'intero tappeto sonoro del brano, fa la sua comparsa un assolo melodico eppure tagliente che ben si adatta all'estremità della situazione, incorniciando l'ensemble melodico con queste gelide e rugginose note della sei corde. Una piccola curiosità, che vorrebbe collegarsi alle mostruosità, suggerisce un'anomalia grafica apparsa sulle prime copie distribuite dalla Deathlike Silence Productions che videro, nel titolo, la trasformazione dell'attuale "Depths" (comparso con la successiva edizione della MisanthropyRec.) in "Deeps" per volere di Euronymous. 

War

La seconda posizione viene affidata ad un altro brano proveniente dal self titled: "War" (trad. Guerra). Ecco uno di quei brani che facilmente si discosta dal precedente in materia di ritmica ed eloquenza: quello che abbiamo d'innanzi è una vera e propria dichiarazione di guerra! Fin dal principio, il ritmo della sei corde risulta incalzante, sostenuto ed a tratti thrasheggiante, manifestando in maniera preponderante il passato musicale dello stesso Varg, immerso per anni in tali ambienti con i vecchi Old Funeral. "E' guerra!" è la dichiarazione primaria del nostro, il quale, da lì a poco, sulle note di basso e delle pelli che marciano pulsanti, inizierà a dar sfoggio della propria rabbia con la sua classica voce proveniente dalle profondità dell'Hel.  Giacciamo inermi sul terreno invernale, migliaia di corpi ci circondano, alcuni inermi ed altri sanguinanti, mentre la neve si tinge di rosso.. ed allora, "GUERRA!". Continua l'andatura che richiama la vecchia scuola battuta in passato da gruppi come Venom, Celtic Frost, Bathory ma anche Motorhead passando per gli Slayer. Ed allora urla di morte e sofferenza echeggiano in quell'arena della tribolazione, invocando i moribondi i nomi delle proprie madri. Ecco dunque cosa rappresentano le grida di Varg: le urla silenziose di coloro i quali, morenti in battaglia, non hanno potuto affermare la loro esistenza, non hanno potuto fermare, mai, un massacro ed un fratricidio che a nulla poteva portare. "Ore ed ore di tormento, gocce ed ancora gocce di sangue, ma non bisogna arrendersi"; ecco il testamento ultimo che incita alla rivalsa, alla vendetta intesa nel senso più puro. Improvvisamente giunge il momento solista, di foggia speed-thrash eseguito  nientemeno che dal suo amico e mentore Euronymous. Assolo che ci accompagna dunque alla fine del pezzo in maniera eccelsa, chiudendo il cerchio di questa triste, drammatica ma anche patriottica immagine, il cui titolo diverrà parte del motto del Black Metal negli anni successivi, in quanto esso fosse, già all'epoca, qualcos'altro in più di un semplice genere musicale. 

Stemmen Fra Tarnet

Passiamo ora ad un estratto dal mini full-length o - come dir si voglia - EP "Aske" del 1993: "Stemmen Fra Tarnet" (trad. La voce dalla Torre). Un crescendo imperante del volume della ipnotica sei corde accompagnata dal ripetitivo battere della doppia cassa ci accoglie nel mondo di Arda, più precisamente dove sembra sorgere Barad-dûr, nella profonda oscurità delle terre di Mordor, dove ha sede Sauron, l'Oscuro Signore un tempo servo di Morgoth. Ecco che si palesa dunque l'immaginario tolkeniano, tanto caro al nostro Varg Vikernes come si evince da un'intervista in cui esordì  raccontando di come l'origine della musica di Burzum non è certo da riscontrarsi solamente nella musica thrash o nella musica classica, bensì affonda le sue radici nell'Universo ricreato nero su bianco dal Professore di Bloemfontein. Giunti in quelle tetre terre, il ritmo cambia repentinamente, accompagnando la visione con un incalzante ed affascinante gioco della sei corde con cui Varg scandisce la pesantezza dell'immagine, anche grazie al cadenzato battere del rullante giunto in aiuto. Scritta nel dicembre del 1991, così inizia la prima canzone che presenta un testo completamente in norvegese, come se fosse stata ideata solo ad appannaggio di coloro i quali riuscivano ad "intendere" dal punto di vista linguistico. Riparte il martellante blast beat che avvolge il tappeto sonoro quando d'improvviso lo scream innaturale e scavatore del profondo del Nostro fa la sua comparsa, impersonificando  quella voce sconosciuta che echeggia dalla torre nel luogo in cui nessuno osa scavare, oltre le fitte foreste, ove non esiste vita. Dunque imperversa l'ensemble melodico a cui siamo stati abituati mentre il basso, gestito in sede da Samoth (ndr. chitarrista degli Emperor e della death metal band Zyklon), delinea le parti di chitarra, ben accompagnandole. Siamo immersi in una notte umida e gelida e mentre l'insieme compositivo si ripete ciclicamente, quella oscura voce sembra essere la nostra unica compagna in questo viaggio nei pensieri mai spiegati, nella realtà distopica, manipolatrice, coperta da una coltre di nuvole oscure. Continuiamo dunque a camminare su quella strada palesata dai minacciosi sospiri notturni delle creature che governano quei luoghi, fino a quando gli strumenti  non cesseranno di suonare, dissolvendosi velocemente.

Hvis Lyset tar Oss

Continuiamo con un titolo diventato emblema di una generazione e della one-man band stessa, che - tra l'altro - riprende l'intestazione del full-length di provenienza: "Hvis Lyset tar Oss" (trad. Se la Luce ci prendesse). L'inizio ferale, scandito dal funesto doppio pedale che accompagna la spedita sei corde, acuisce perfettamente l'atmosfera, rendendola più gelida e tesa che mai. Un insieme caotico ma controllato di ritmiche incalzanti, ecco l'incipit. Dunque nell'immediato giunge a dar forma al contenuto il canto luciferino del lupo di Bergen che si spande inesorabilmente nelle pareti dei padiglioni auricolari e ci trasporta con non poca delicatezza in una nuova visione: imprigionati in una boscaglia, in mezzo ad una radura, incatenati dalla luce del Sole di Dio. L'idea di "tortura psicologica" prende piede dunque negli spazi aperti della nostra mente, rivelandoci quella visione certamente distruttiva della religione cristiana, aguzzina della tradizione europea e dei popoli. Quando allora la batteria diviene più incalzante ecco che i suoi raggi, al contatto con la carne, bruciano inesorabilmente, producendo quel fumo tipico della combustione che raggiunge il cielo, prendendo la nostra forma. Allorché' il riff minimale ed artico continua nella sua cavalcata, incorniciando l'avvento di questa terribile minaccia spirituale e materiale: il cristianesimo. Prigionieri, dunque, della tanto decantata "bontà" di Dio, seguendo la quale, per molti secoli, furono arsi sul rogo coloro i quali non rientrassero negli "stilemi" imposti dal cattolicesimo. Ecco che il riff ossessivo, il battere incessante delle pelli ed il parlare di carne che brucia, prende forma nell'immagine di sofferenza delle genti autoctone, pagane ed europee che dovettero sopportare tali ingiustizie per molto, troppo tempo.

Lost Wisdom

Giunge il momento di passare a "Lost Wisdom" (trad. Saggezza Perduta), scritta e composta nel giugno del 1991, proveniente dal suo terzo o secondo inedito: "Det som Engang Var" del 1993. La sei corde che intona un riff catchy, qualche battito di rullante, un insieme che incalza e ci porta in una nuova dimensione; la voce aguzzina di Varg ci mostra finalmente come la realtà che ci circonda non sia altro che una manifestazione dell'essenza, chiara percezione di quello che possiamo creare con la nostra energia.. e come dargli torto, infondo persino dall'Oriente ci sono sempre arrivati spunti del genere: "noi siamo ciò che pensiamo"; e fin quando non capiremo questo importante passaggio, non potremo essere felici. Di fatti, il Conte, con la reiterata combinazione sinfonica, ci mostra come possano esistere altre sponde oltre il comune "sentire" o vedere, oltre le strade più comuni, eppure nulla di tutto questo è meno reale di ciò che noi percepiamo come tale. Allorché si aprono le porte di un assolo coinvolgente, ipnotizzante, il cui spalancarsi è accompagnato dal pungente grido del nostro per un breve lasso di tempo, per poi ritornare sulle sicure sponde melodiche d'incipit, più lente ma non meno avvolgenti. Allora ecco che grazie a quella saggezza perduta ci rendiamo conto di come quei mondi invisibili siano stati massacrati e taciuti dal Dio che tutti ora conosciamo, proprio quel Dio che bruciò i vessilli della conoscenza.

Jesus' Tod / JesuDød

Ed allora, questo cinismo del compositore norvegese in altro non può sfociare che in uno dei brani cardine del suo quarto o quinto full-length (sempre considerando "Aske" nella lista): "Filosofem". Stiamo parlando proprio di "Jesus' Tod/JesuDød" (trad. La morte di Gesù), scritta nel febbraio 1993. Un ritmo distorto, morboso e minimale viene scandito fin da subito dalla chitarra principale mentre la sei corde ritmica intona un sottofondo capace di incorniciare alla perfezione l'ensemble, riuscendoci ad accompagnare perfettamente sino all'entrata in scena della doppia cassa con cui si sottolinea questa melodia sporca, ferale e ossessiva. Ipnotizzati dall'insieme melodico, con l'ausilio della voce sporca e distorta del nostro, giungiamo in una radura; la visione è poco chiara intorno a noi ma una figura si staglia al centro di quel luogo, distesa per terra, così cattiva, oscura che nessun fiore riesce persino a crescere intorno al suo corpo, così fredda che persino l'acqua si trasforma in ghiaccio. L'immagine è chiara, quel corpo rigido al centro della radura si spiega essere il Cristo o ciò che il cristianesimo stesso ha rappresentato, la divinità cristiana che tanta angoscia ed agonia e dolore portò alle genti pagane, tant'è che viene indicata morente (nell'atto di morte si chiude il cerchio di vendetta), maligna ed oscura (in quanto seminò ottenebranza in quelle popolazioni la cui tradizione politeista era radicata nella propria essenza) e fredda (poiché cruda e senza pietà nella sua azione di parassita spirituale). Dunque quel ritmo reiterato, creato dalla duplice azione di chitarra ritmica e principale in accordo della doppia cassa si fa persistente, mostrandoci, non troppo lontano,  un'ombra che cade sulla foresta, dal cielo, mentre da quel corpo avvizzito, un'altra ombra fuoriesce, dirigendosi verso il punto di caduta nella foresta, mostrandosi come un'ombra maligna, il cui avvicinarsi l'un l'altra viene scandito dal ripetersi del riff principale quasi fino allo spasmo, chiudendo il sipario del brano poco più tardi. 

Í heimr Heljar

Ecco che facciamo un leggero passo in avanti, avviciniamoci dunque al primo platter totalmente strumentale completamente ideato negli anni di permanenza in carcere. Proveniente da "Dauði Baldrs" del  1997, continuiamo con "Í heimr Heljar" (trad. Nella dimora di Hel). Note cupe di sintetizzatore, battiti di timpano e rintocchi di crash aprono le porte di questo viaggio intrapreso da Hermoðr per recuperare il fratello Baldr dalla dimora di Hel, morto per l'invidia e le malefatte del dio Loki. Dopo aver sorpassato le lande desolate ed il ponte che precede i cancelli del regno della figlia di Loki, ecco che finalmente il dio a cavallo entra nel castello dell'Helheimr. Impavido, ivi, al mattino seguente, secondo quanto chiesto dalla stessa Frigg, chiede a sua volta alla stessa Hel di poter riportar con sé suo fratello, raccontandole della sofferenza che la sua dipartita aveva provocato tra gli altri Dei. Allorché, la stessa dispensatrice di morte e vita, la stessa Hel, chiese di voler vedere quanto ogni creatura amasse il dio della luce Baldr, solo allora lo avrebbe riportarlo in vita; ma se non avessero pianto tutti gli esseri viventi, allora egli sarebbe rimasto negli Inferi. A queste parole, scandito da note cupe che ricreano un'atmosfera carica di tensione, lo stesso Hermoðr pose l'anello Draupnir, donatogli da Odino per farlo recapitare allo stesso Baldr come ricordo, nelle mani del fratello mentre le note generate dalle mani del Conte riescono perfettamente a farci percepire l'angoscia, la preoccupazione che regnava tutt'intorno. In quanto, se da una parte le parole della figlia di Loki avessero dato speranza, dall'altra persisteva l'incertezza di quanto doveva essere. Allora ecco che piccole note espanse chiudono questo momento.

Ansuzgardaraiwô

Un tema particolarmente folkloristico viene raccontato in questo prossimo brano, proveniente dal secondo album strumentale uscito dalle mura carcerarie. Ecco che arriva: "Ansuzgardaraiwô"(trad. I guerrieri di Ansuzgarda). Un suono singolare e riflessivo chiude le porte di Asgard alle spalle del corteo ed apre, invece, questo episodio strumentale. Raccontare della "Caccia Selvaggia" (meglio conosciuta grazie al famoso dipinto dell'artista norvegese Peter Nicolai Arbo: "Åsgårdsreien", presente nel museo di Oslo) non è affatto facile; ebbene sì, stiamo parlando del famoso corteo notturno, guidato - a seconda della tradizione - da Wotan (Odino) piuttosto che da Re Artù oppure da Carlo Magno e composto tra i più svariati elementi. Animali, anime dannate e creature ultraterrene, un insieme che si manifestava durante i dodici giorni di Yule/Jul  (i giorni successivi al Solstizio d'Inverno) e che - si diceva - chiunque avesse avuto la possibilità di scorgerlo nei cieli plumbei della notte, sarebbe stato ammantato di particolare sventura. Immediatamente il suono d'incipit viene scandito da piccoli momenti di silenzio che cadenzano la ridda compiuta dal corteo intorno alla Terra; oscure presenze, dunque, si librano nel cielo, pronti a far razzia e a seminare preoccupazione e stupore tra la popolazione, mentre leggeri rintocchi di crash acuiscono l'atmosfera. E' il momento di cavalcare sopra le nubi e sotto le meravigliose stelle, al chiarore di Mani (la Luna), passando per il Nord, arrivando ad Est vero poi Ovest, ritornando ad Asgard verso il sorgere del Sole, accompagnati da synth pugnaci che fanno ritornare a mente il brano "Han Som Reiste" presente in "Det Som Engang Var".

Et hvittlys over skogen

Giungiamo ora ad uno di quei brani presenti solo in qualche bootleg, fra i quali annoveriamo "Svarte Dauen": "Et hvittlys over skogen" (trad. Una luce bianca sulla foresta).  Ancora una volta ci ritroviamo immersi in un bosco fitto, i cui rami degli alberi rendono impossibile il passaggio della luce del Sole. I raggi, al contatto con la nostra pelle, iniziano a bruciare.. proprio come abbiamo già visto in precedenza, in occasione di "Hvis Lyset Tar Oss". Un insieme strumentale già noto apre le porte di questo penultimo brano, intonando un gioco di chitarra in velocità, sfociando nel già conosciuto grido luciferino del Conte. La bontà di Dio ci tormenta ancora una volta, chiusi dai rami degli alberi non possiamo far altro che patire una sorte che non può rivelarsi peggiore. Infondo, è questo il nostro Inferno. Mentre lo scream di Varg e l'ensemble sonoro continua la sua cavalcata, immersi in una foresta di pini al calar della notte, l'incedere del tempo viene scandito dal battere della doppia cassa e dal riff portante che permea di mistero l'intero brano. Camminiamo in cerca di una via d'uscita attraverso quella boscaglia così fitta, sembra come se ci fossimo persi ma ecco che il riff iniziale ritorna, prendendo il posto del bridge ipnotico e ripetuto che era subentrato durante il nostro percorso. Tutto ritorna ad avere un senso, i rami rappresentano la sopraffazione del credo giudaico, il Sole, la saggezza (perduta). Vivendo nell'oscurantismo cristiano e delle religioni abramitiche, ci viene negata la possibilità di raggiungere la conoscenza.  Ecco che diviene un brano criptico ma già noto, trascendente e con una vena dietrologica che lascia supporre tutto e nulla. Un brano che ci indirizza ai primi lavori del nostro in cui la rivendicazione pagana ha un ruolo portante.

Hávamál

Ed infine giungiamo ad un brano un po' particolare, totalmente estraneo a qualsiasi lavoro del nostro se non fosse che per l'insieme strumentale che ne fa da sottofondo, proveniente direttamente da "Det Som Engang Var". Possiamo infatti udire, nel background, "Han Som Reiste". Eccoci giunti fino al racconto dell' "Hávamál" (trad. Il discorso dell'Eccelso). Accompagnato, come anticipato, dal suddetto brano strumentale di carattere minimale, reiterato e - se vogliamo - predecessore di quello che poi diventerà un vero e proprio genere, il "dungeonsynth". Ivi abbiamo la possibilità di ascoltare una delle registrazioni del primo presidente dell'associazione politeista etena "Ásatrú", Sveinbjörn Beinteinsson, morto nel 1993, in cui egli risulta intento a narrare le 164 stanze del 'Discorso dell'Eccelso'; un monologo in cui è lo stesso Odino a parlare in persona, dispensando consigli per il quotidiano, per riuscire nell'amore ed anche per vivere meglio in senso lato.

Conclusioni

Poco c'è da dire, infondo, per questa prima raccolta. Un prodotto pregevole, sebbene non ufficiale, comunque non esente da più di qualche difetto; i quali, fossero stati corretti in sedi opportune, non avrebbero potuto pesare più di tanto sull'insieme. Creatori insomma che sarebbero sicuramente stati capaci di donarci un lavoro di più ampio respiro, estremamente più interessante. La scelta attuata dai creatori di questo bootleg, per quanto riguarda le canzoni da inserire in lista, poteva difatti risultare migliore, magari rivista con più attenzione. Il processo di selezione è sempre assai delicato, soprattutto se ad essere tirato in causa risulta un artista come Varg Vikernes, autore di una sterminata sequela di capolavori. Scegliere, fra questa moltitudine, risulta incredibilmente arduo e difficoltoso, nonché imbarazzante a tratti. Proprio in virtù di questo, possiamo quindi difendere "a metà" la scelta effettuata da chi di dovere. Spezzando una lancia, in seconda battuta, nei confronti dell'introduzione graduale, in ordine cronologico, di brani che, bene o male, hanno reso onore al nostro. Una sequenza ordinata in modo preciso e puntuale, risultata in seguito abbastanza apprezzata dal pubblico. Sebbene questo platter non consista nell'antologia più famosa di Burzum, comunque si presta - modestamente - ad essere ascoltata, soprattutto per l'ultimo brano, vera e propria particolarità ad emergere in maniera netta. Sia nel bene che nel male: una chiusura che, per alcuni, risulta essere inutile, senza senso e priva di alcuna connessione con l'operato del lupo di Bergen; per altri, invece, risulta essere attinente sia in materia (in quanto viene declamato un testo sacro della tradizione norrena da una figura importante per il panorama pagano odierno) che musicalmente parlando, grazie al possibile ascolto della celebre "Han Som Reiste". Nell'insieme possiamo dire che venga reso persino onore ad un brano non rilasciato ufficialmente da Varg stesso ma che rientrerebbe perfettamente in una lista delle migliori tracce prodotte. Probabilmente non originariamente inserita a causa del testo quasi ripetuto già in due tracce (vedasi "Hvis lyset tar oss"). Da un punto di vista oggettivo, quindi, non si può parlare né  di una collezione di bassa lega ma nemmeno di un'eccellenza. Un lavoro che dunque si colloca nell'esatta metà, fra l'utile (per sommi capi) ed il collezionismo fine a sé stesso. La sostanziale bontà del materiale proposto, comunque, rimane. E su questo, tutti siamo concordi. In sostanza,  "Anthology" potrà sicuramente essere intesa come una di quelle pubblicazioni da avere assolutamente sullo scaffale ma solo per una maggiore completezza della discografia. E ben sappiamo quanto, in ambito Black Metal, il culto del materiale e del disco "raro" sia pressoché preponderante, all'interno del movimento tutto.

1) Ea, Lord of the Depths
2) War
3) Stemmen Fra Tarnet
4) Hvis Lyset tar Oss
5) Lost Wisdom
6) Jesus' Tod / JesuDød
7) Í heimr Heljar
8) Ansuzgardaraiwô
9) Et hvittlys over skogen
10) Hávamál
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