BLUVERTIGO

Acidi e Basi

1995 - Mesca l/ Sony Music

A CURA DI
MARIKA LUCCIOLA
28/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Io dico solo che la musica, se ha una funzione sociale, ha una funzione sociale positiva ed edificatrice. Quando uno esce da un serata e ha sentito per ore una musica martellante, ossessiva e monocorde - e monocellulare, perché ha un elemento solo, e monosillabica con la cassa in quarti che è come una legnata sulla testa - non può essere lucido. Non do la colpa né all'alcol né alle droghe, proprio alla musica. La musica scadente è peggio".

- Morgan, Intervista a Gaspare Baglio per Rolling Stone Magazine

Quelli che tra di voi avranno avuto una formazione "scientifica", ricorderanno le infinite e tediose lezioni di chimica sui composti. Ora, senza scomodare troppo molecole, ioni e soci, vi basti sapere che gli acidi e le basi sono le più importanti classi di composti chimici. E godono di una particolarità: le basi neutralizzano l'acidità degli acidi, gli acidi neutralizzano la basicità delle basi. Che c'entra con la musica? Beh, secondo i Bluvertigo, la capacità di assemblare e scomporre gli elementi dando vita a qualcosa di nuovo non è ravvisabile solo nella tavola periodica, ma anche e soprattutto nella musica. Nella pop music, per essere più precisi. Ed è questa l'idea di partenza da cui nasce l'intero disco, il primo della trilogia della Chimica. La mente dietro l'ambizioso progetto non poteva che essere l'istrionico Marco Castoldi, più noto come Morgan. Insieme a Andy (tastiere, sassofono e sintetizzatore), Sergio Carnevale (batteria, percussioni), Livio Magnini (chitarre), Marco Mancaldi (chitarre) i Bluvertigo cominciano a farsi strada cantando a Sanremo Giovani. Si piazzano tra i primi posti nella graduatoria dei gruppi musicali, ma è difficile, per un gruppo tanto visionario e impegnato, riuscire ad emergere nel contesto musicale degli anni '90. Acidi e Basi viene pubblicato nel 1995; siamo in un mondo lontano anni luce dagli scandali che avrebbero coinvolto Morgan e dalle sue comparsate nei vari talent show. La Nirvana-mania ha contagiato lo Stivale, e la bandiera del grunge è portata alta da 3 adolescenti su 4. Parliamo dell'era in cui MTV riempiva i pomeriggi di tutta Italia, l'era in cui il faccione di Cobain era stampato sulle magliette di decine e decine di ragazzi. In un contesto come questo, in cui schitarrate e camicioni di flanella regnano sovrani, i Bluvertigo appaiono sui piccoli schermi come la copia tricolore dei tedeschi Kraftwerk: vestiti come astronauti e circondati da synth, e mostrando all'intera scena qualcosa di meravigliosamente diverso. I 5 di Monza attingono a tutta quella parte più "dark" della musica: ai lunghi giri di basso di Simon Gallup (Cure), alle teutoniche tastiere dei Depeche Mode, agli immensi virtuosismi di David Bowie. Le influenze sono le più disparate, nel sound quanto nella stessa copertina del disco, che fa manifesto in modo piuttosto esplicito del grande amore dei Bluvertigo per i King Crimson. È chiaro a tutti che saccheggiare dai più grandi come hanno fatto i Bluvertigo non rappresenta, di per sé, nulla di innovativo. Insomma, non ci vuole chissà quale estro artistico per accozzare tra loro diversi generi e stili che: A) Hanno avuto successo e che B) Sappiamo che funzionano. La grandezza di Morgan e soci sta nell'essere riusciti a dare nuova veste a qualcosa di già sentito e straconsumato. E senza mai esser banali. Basta un solo ascolto di Acidi e Basi per capire che suona esattamente come un album del suo tempo: il più rock dei Bluvertigo. E sempre dal primo ascolto, è evidente quanto sia diverso dal calderone grunge/rock/pop che ha segnato la generazione X; non solo nelle melodie, ma anche nei testi, che descrivono la decadenza del secolo scorso in ogni sua sfumatura: religione, soldi, amore e valori. Riprendendo la metafora scientifica, in Acidi e Basi i Bluvertigo sperimentano, scomponendo e mescolando tra loro gli elementi musicali di diversi artisti e generi, esattamente come farebbero dei chimici mescolando composti e soluzioni. Il risultato porta alla creazione di un nuovo "componente": un new wave "poppeggiante" tutto made in Italy.

L'Eretico

"Come ascoltatore non sono mai allineato con i tempi, io. Non accetto la mia contemporaneità e questo implica ricerca (...) La musica si evolve, il linguaggio anche: io non ho due lauree, mi sono dedicato alla musica, il mio linguaggio e la preparazione sono nella norma: ma se cinquemila persone sotto il palco ai concerti mi dicono che sono l'eretico e l'epicureo, o sono stato utile oppure già lo sapevano".

- Morgan, intervista a Marinella Venegoni, La Stampa

Acidi e Basi è l'album di denuncia sociale per eccellenza. E Morgan, autore di 9 testi su 10, decide di rinunciare subito ad una partenza soft, cominciando "col botto". Già dal primo brano, infatti, si avverte la natura dichiaratamente polemica dell'intero disco. Qui si toccano dei temi tuttora scottanti, trascorsi  ormai più di vent'anni dall'uscita del brano. L'Eretico è infatti il manifesto dell'ipocrisia legata alla professione della fede. "Solo perchè non mi professo detentore di chissà quale verità / Ma non per questo sono vuoto o privo di morale", canta Morgan. I riferimenti ai temi più controversi della religione ci sono tutti: i preti dalle "facce rosse e teste nere" che predicano la castità ma che di fatto hanno le saccocce pesanti; l'assenza di religione che, secondo Morgan, viene spesso confusa con l'assenza di morale; il fatto che ci si ricordi del Padre Eterno solo quando si sta soffrendo. Questo messaggio così denso è veicolato da un pezzo fortemente rock, con un poderoso riff di chitarra che si innesta subito dopo l'intro di synth. La melodia si sposa perfettamente con il significato del brano: è virulenta, con le sue chitarre e la batteria pulsante, i bassi pregnanti ad accompagnare l'evidente centralità del cantante, fino ad un assolo centrale acido e squillante e alla coda ritmata, ricercatamente anticonvenzionale. Un sound che esprime perfettamente il senso di nausea che chi canta prova nei confronti dell'ipocrisia dei più credenti.

Iodio

Il titolo del secondo brano, Iodio, è già di per sé eloquente. Il 90% delle canzoni dell'intero panorama musicale vertono sull'amore e sulle sue tante sfumature: innamoramento, rottura, separazione, ritorni di fiamma e giù di lì. Ed è proprio per questo che i Bluvertigo pongono una domanda più che lecita: bisogna sempre parlare di storie d'amore? Così nasce IODIO. Sia chiaro, contrariamente a quello che il titolo del brano può far pensare, non si parla di un inno all'odio, ma di un accettare sinceramente le altre mille sfaccettature della natura umana che, in certe occasioni, sono ben diverse dai cuoricini, arcobaleni ed unicorni raccontate. Morgan ci sta urlando: andiamo, è umano delle volte incazzarsi! Tutto questo su un sfondo musicale tranquillo e disteso, contrastante in modo piuttosto evidente con il significato del testo in ogni sua parte, o quasi. Dietro un brano che potrebbe tranquillamente essere classificato come una canzoncina pop senza troppe pretese, si nasconde in realtà un messaggio così denso da cozzare quasi con la semplicità dell'arrangiamento. Nelle strofe e nel bridge fa da padrona un'impersonale chitarra acustica, che se non sapessimo di chi è il disco e non ascoltassimo il testo, l'avremmo potuta tranquillamente confondere con quella che fa da sottofondo ad alcuni poppeggianti singoli di Giorgia. Solo in alcuni punti si sente una lontana distorsione cara alla natura elettrica del gruppo. Tutte le strofe sono in realtà un insieme di domande:

Bisogna sempre

per forza parlare d'amore?

Bisogna sempre comunque far nascere il sole?

È necessario far credere di fare del bene?

È necessario alle feste donare le rose?

Morgan canta con una semplicità austera, senza fronzoli, senza vocalizzi, quasi con la stessa sincerità che un bambino ha nel conoscere le cose del mondo. Se non fosse per il suo inconfondibile timbro vocale, sarebbe difficile riuscire a riconoscere la firma dei Bluvertigo. Questo fino al ritornello, in cui i 5 di Monza abbandonano i toni pacati per indossare le metalliche tute da astronauti. Qui parte l'elenco di tutti quegli avvenimenti o episodi che generano odio: la vicina che reclama, il frastuono che procuro, e all'ultimo, odiare chi ci porta ad odiare. È in questo punto che esplode in tutta la sua sorda rabbia il contenuto del testo, ed ecco ritornare prepotenti la chitarra elettrica, il basso ritmato alla Gallup e il rullare imperioso della batteria.

I Still Love You

I Still Love You (Ti amo ancora) è la canzone più cara a chi vi scrive ed è il capolavoro riconosciuto dell'intero Acidi e Basi. Fu scritta da un Morgan nemmeno ventenne, subito dopo il suicidio del padre, e non è difficile cogliere i piccoli riferimenti personali buttati qua e là nel brano senza un'apparente logica. Questo è uno spaccato della vita dell'artista che è emerso solo molto dopo la pubblicazione dell'album, durante un'intervista in cui il cantante ha rivelato commosso quale fosse il vero significato di "I Still Love You" , e del dolore che la canzone portava dentro. Fino ad allora, le circostanze in cui il padre era venuto a mancare non erano mai state specificate. È un brano che musicalmente non ha molte pretese, ma che proprio per questo resta disarmante e intenso, nella sua semplicità. Inoltre, è il precursore della sensibilità compositiva che Morgan avrà modo di approfondire solo nelle sue opere da solista. Qui troviamo i pensieri impressi su disco di un ragazzo che si trova ad affrontare dei problemi inaspettatamente più grandi di lui, e di tutte le considerazioni che ne conseguono. Anzi, per la verità sono i pensieri che hanno attraversato ogni ventenne in quella particolarissima fase della vita in cui si è troppo grandi, per essere definiti adolescenti, ma non abbastanza maturi da poter rientrare nella categoria degli adulti. Se Pezzali raccontava questi anni come quelli "in motorino sempre in due", i Bluvertigo raccontano i traumi di quell'età, in cui le amicizie si contano su una mano sola; quel momento in cui ci si rende conto di essere molto più freddi e soli di quel che crediamo. Ora, sarà per via della storia drammatica che si nasconde dietro il brano, sarà perchè parla un po' a tutti, ma "I Still Love You" resta uno dei punti più alti della carriera dei Bluvertigo, nonostante la sua apparente banalità. C'è da aggiungere che l'accompagnamento musicale in sè per sè non è nulla di eccezionalmente portentoso: siamo di fronte alla classica ballad romantica, che, assieme a "Complicità", rappresenta una mosca bianca all'interno dell'album. Questo però non costituisce un limite, dal momento in cui la vera forza del brano sta nel significato del suo testo. 

LSD - La Sua Dimensione

Se i Beetles inserivano qualche vago riferimento alle droghe lisergiche nell'acronimo di Lucy in the Sky with Diamond, i Bluvertigo vanno meno per il sottile con la quarta traccia dell'album: LSD - La Sua Dimensione. In LSD, Morgan esprime un disagio (strano!), quello sociale, padre della profonda depressione figlia del nostro tempo. Fin da bambini siamo nati con la convinzione che la vera crescita personale dovesse svilupparsi dal confronto con gli altri. Ma siamo sicuri che debba essere per forza così? In fin dei conti, arriva un momento in cui relazionarsi con gli altri equivale a scambiarsi frasi di circostanza privi di interesse o di particolari significati. Il "come stai?" circostanziale che segue il "Ciao" dopo un incontro è solo un banale pretesto per parlare dei propri problemi o sbandierare i propri successi. Dunque, non deve stupirci il rifiuto naturale cantato dai Bluvertigo. La soluzione proposta? Trovare la propria dimensione, facendo librare il proprio spirito nell'aria. In questo brano si trova la massima espressione del citazionismo musicale: è innegabile quanto LSD potrebbe essere, per melodia, lunghezza ed intermezzi, il figlio musicale mai nato tra David Bowie e i King Crimson. Il basso è innegabilmente lo strumento musicale dominante dell'intero album, assieme alle distorsioni di chitarra tanto care al giovane Pancaldi. L'intero pezzo si divide in 3 parti: la prima, quella più soft rock, coerente alla linea adottata nel resto del disco; la seconda, jazzata e attraversata da un profondo assolo di sax che va a sostituire la parte cantata; la terza e ultima, quella ferocemente experimental/progressive, in cui si alternano nuove distorsioni a virtuosismi strumentali. Nel finale, quasi a voler rimarcare l'importanza del" lasciare lo spirito libero nell'aria", vengono incise le registrazioni  sparse dell'incidente che coinvolse l'Apollo 13 nel 1970. Il  brano infatti si spegne col voiceover di Ruggero Orlando, all'epoca inviato RAI dell'evento. La missione con destinazione la luna si tradusse in un'impresa quasi impossibile, che aveva come obiettivo non più l'allunaggio ma il ritorno degli astronauti sani e salvi sulla terra. Per questo L'apollo 13 fu 'unico fallimento che sia mai stato degno di essere celebrato.

Vivosunamela

Arrivati a questo punto del disco, i Bluvertigo cominciano a starci un po' sulle balle. Più che altro, perchè vien da chiedersi se la denuncia sociale di cui si fanno portavoce sia realmente sentita; potrebbe essere una presa di posizione, un conformismo nell'anti-conformismo. E se stessero solo giocando a fare gli intellettualoidi, condannando senza riserve tutto ciò che è tendenza?! Il punto è che, cavolo!, hanno ragione, a prescindere dalla natura del motore trainante. E arrivati a metà dell'album, son sicura che più di qualcuno si sarà rivisto e immedesimato in uno dei testi. Vivosunamela, nello specifico, ha un paio di versi che meriterebbero una certa attenzione:

"Ho sempre rifiutato, io, di essere compreso

Perché essere compreso vuol dir prostituirsi"

Che è un bel clichè, ammettiamolo: per essere capiti bisognerebbe uniformarsi al pensiero delle masse, e uniformarsi al pensiero degli altri equivale, per i Bluvertigo, a prostituirsi. Il messaggio suona come già sentito, ma almeno il modo in cui lo si presenta è singolare. Il ritmo è spensierato, il ritornello cadenzato dal suono della batteria che sembra inarrestabile. Una sorta di rock 'n' roll vecchia maniera che inizia Mick Jagger e finisce David Bowie, dirottato verso sensazioni new wave attraverso la dittatura del basso di Morgan. Insieme a Iodio e Decadenza, "Vivosunamela" si spinge più oltre rispetto agli altri brani del disco, abbandonando la vena più melodica e moderata del resto del brano. Dopotutto, l'obiettivo di partenza era dar vita a un genere che fosse la sintesi di diversi generi, e questo è ravvisabile anche qui, in una canzone che sembra la versione hard di un singolo di Battiato.

Decadenza

Decadenza è tra i brani più controversi del disco, di quelli che ancora oggi spaccano letteralmente la critica in due: alcuni addirittura lo considerano come uno dei pezzi migliori dell'intera discografia dei Bluvertigo, altri, come la sottoscritta, credono che in mezzo al lirismo irreverente degli altri brani dell'album, sì, "Decadenza" forse spicca più di altri, ma nemmeno più di tanto. Il fascino del brano sta soprattutto nella sua poetica, in un testo che esprime, ancora una volta, una critica ai luoghi comuni sociali. Morgan indossa il vestito di "vate", e in uno slancio che ricorda quello del post- romanticismo in letteratura, assistiamo alla sua personalissima ode alla decadenza. È qui che infatti parte il suo apprezzamento nei confronti di tutto ciò che generalmente si tende ad evitare:

luoghi poco frequentati,

le strade senza uscita, le discese ripidissime

le imprese senza fine.

[...] i lampi nelle notti scure, la paura

del soprannaturale

È chiaro che anche qui la componente polemica è più che evidente, specie in certi passaggi, come quando il cantante ironizza sulla necessità di creare falsi miti e superuomini à la Bono Vox, il cantante degli U2, da sempre sinonimo della rockstar pulita, pienamente coinvolto in impegni sociali e umanitari... un paraculo senza mezzi termini, parafrasando il pensiero dei Bluvertigo. L'attaccamento alla decadenza è ovviamente un riferimento al movimento artistico e culturale del decadentismo, che in modo più o meno simile, si batteva ideologicamente contro il positivismo del secolo precedente, fermo nella convinzione che ci potesse essere del fascino anche nella decadenza, per l'appunto. E nel verso che canta "Vorrei che invecchiassero gli specchi anzichè io", il riferimento è ancora più evidente, visto che parla di Dorian Gray, il personaggio raccontato da uno dei massimi esponenti della corrente letteraria: Oscar Wilde. Anche qui vediamo rappresentata in versi la crisi della ragione e dell'esiistenzialismo, come espressione di un degrado prevalentemente culturale. È l'unico brano assieme a IODIO in cui si cominciano a sentire le pennellate di elettronica che saranno poi il marchio di fabbrica dei successivi lavori dei Bluvertigo. Il brano prosegue in maniera costante per quasi tutta la sua durata, escluso un inframezzo di mezzo minuto in cui Andy sembra dilettarsi nel migliore dei modi con il sax, incatenandosi alla tastiera suonata da Morgan. Anche il finale è apprezzabile, laddove il basso sovrasta l'intera melodia del brano.

Complicità

In Complicità troviamo il primo, vero riferimento alle influenze musicali del quartetto. Più che una cover, si tratta di un omaggio musicale al genio compositivo di Martin Lee Gore. Rispolverando la track list del celebre "Black Celebration" dei Depeche Mode - pietra miliare pubblicata nell'1986 che non avrebbe bisogno di troppe presentazioni - i Bluvertigo italianizzano uno dei successi della band, dando un significato tutto nuovo al suo lirismo. Il risultato, ovviamente, non può che essere meraviglioso, seppur non all'altezza dell'originale. Rispetto a "Here is The House", in "Complicità" sparisce la parte più new wave del brano: l'assenza di synth, campionamenti e drum ha infatti come risultato una canzone in cui la componente elettronica non è nemmeno lontanamente accennata. Non si spiega dunque il perchè della scelta: è vero, sì, che "Acidi e Basi" risente fortemente dell'influenza grunge dominante del suo periodo, ma è anche vero che Morgan e i suoi hanno dimostrato in più parti la loro propensione allo sperimentare nuove sonorità, alcune delle quali verranni approfondite nei successivi lavori. Dunque che motivo aveva, snaturare il brano nella sua parte più viscerale? Licenza artistica, certo, ma la canzone, pur rappresentando una meravigliosa parentesi nell'album, suona meno convincente dell'originale. Anzi, "Here is The House" -  destrutturato come "Complicità" - in questo modo suona come un brano dei Depeche Mode suonato dai Cure. Il testa è una melanconica dedica all'amore vicendevole: quando due anime si intrecciano a vicenda in un rapporto così profondo da diventare quasi sacro; quando un rapporto è così intenso da creare metaforicamente una casa.

Salvaluomo

Siamo arrivati alle ultime tracce dell'album. Salvaluomo ha un sound abbastanza elementare, nulla di particolarmente eclatante se non l'assolo di chitarra e il basso funkeggiante nel bridge. Nel complesso, il brano si riduce a una ritmica ossessiva che accompagna un'esecuzione generale dal sapore banalmente pop, solo per accelerare progressivamente verso sonorità più rocheggianti, ma comunque, ancora leggere e disimpegnate. Il significato nel testo si allinea perfettamente alle sonorità più semplici: fantasia come evasione dalla realtà. Il concetto è sempre lo stesso, dall'affermazione di se stessi alla rivolta ai dogmi preconfezionati della società. Di diverso, questa volta, troviamo il punto di vista: il testo, come anche l'arrangiamento, mi fanno pensare ai primi passi nel mondo della musica di un ragazzino incazzato col sistema. I professori sono come aguzzini, la massa è percepita come un agglomerato grigio di giacche anonime e cravatte altrattanto anonime, la famiglia stessa come una gabbia e il sistema in generale come una barriera alla vera libertà d'essere. Sembra proprio il pensiero articolato da un giovane adolescente, nel tentativo di voler giustificare la propria diversità, non solo nel pensiero, ma anche nell'aspetto. Siamo di fronte alla narrazione d'un momento essenziale, nella vita d'un artista, di chi per attitudine e natura "pensa differente" e lo grida al mondo, ma il linguaggio musicale, la scelta volutamente elementare delle parole - in linea con una sorta di blando post-futurismo lirico - non sono incisivi come dovrebbero. Il brano meno convincente di tutto l'album, forse: troppo primitivo, molto probabilmente solo un esperimento ancora in una fase embrionale.

Storiamedievale

Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna, raccontava il grande Aldous Huxley. Lo stesso concetto è ripreso e riadattato da Morgan, che in Storiamedievale racconta di una profonda presa di coscienza: l'uomo di millenni fa è lo stesso di oggi; possono cambiare le condizioni, i tempi, ma non l'indole dell'essere umano in quanto tale. Ed è notevole il fatto che in questo brano sembra quasi che i Bluvertigo stiano assolvendo la società da tutte le accuse e le critiche rivolte nei testi precedenti, additando come unico colpevole la natura incontrollabile e imprescindibile dell'uomo. Come se non bastasse, Storiamedievale è il precursore dell'evoluzione stilistica che abbracceranno i Bluvertigo in "Metallo Non Metallo" e "Zero". È la canzone che mostra come questa band possa regalare molto di più al panorama musicale, lasciando intravedere i pregi che la renderà apprezzata e acclamata perfino una volta trascorsi quasi trent'anni dall'esordio.  È innegabile come i cinque di Monza abbiano spolverato qua e là tracce di new wave e di alternative in tutto "Acidi e Basi", ma qui sono molto più evidenti i tributi all'eclettismo di David Bowie e al gotico sound di Robert Smith e soci. Sebbene la voce rimanga assolutamente centrale, in accordo con il tradizionale gusto tutto nostrato verso la "leggiadria del canto all'italiana", qui le distorsioni elettriche fanno la differenza e la ritmica, spesso fin troppo elementare, gioca stavolta anch'essa un ruolo determinante. Effetti sonori di fario genere vanno infine ad arricchire una struttura compositiva non convenzionale, ricca, talvota raffinata pur nel tentativo, evidente, di rendere invisibile e mai stucchevole qualsiasi raffinatezza. Un pezzo che nella sua ricercatezza si pone in evidente, e forse voluto, contrasto col precedente.

Il Dio Denaro

Siamo arrivati alla decima e ultima traccia dell'album, Il Dio Denaro. Come per gli altri nove, anche qui la penna di Morgan fende meglio di un'ascia. Nel grande ventaglio degli argomenti su cui polemizzare, questa volta viene scelto il più inflazionato dal boom economico degli anni '60: il consumismo. Già George R. Romero, nel lontano 1969, aveva adottato come immagine rappresentativo della sua battaglia la figura del non-morto, trasfigurata in un'allegoria per tutta una serie di elementi interni alla cultura americana, ad oggi estesa a tutto il globo. Per cui, lo zombie non era tanto un nemico da combattere, quanto un riflesso di noi stessi. I Bluvertigo, al contrario, utilizzano dei modi più diretti per rappresentare l'aspra critica sociale di cui sopra, usando come base di partenza un titolo che ormai è un modo di dire entrato a far parte del parlato quotidiano. Ecco quindi che i versi sprezzanti esprimono tutta la disapprovazione nei confronti di quello che è diventato un vero culto, addirittura più grande di Dio. Il denaro pare essere la chiave di accesso ad ogni porta, anche alla stessa arte, che si piega alla volontà delle logiche commerciali. Anche qui l'impressione è di un ripudio tipicamente adolescenziale, come per altri punti del disco. A livello musicale, appena parte il pezzo non si può fare a meno di notare due cose: quanto spinga il basso suonato da Morgan e quanto l'intro replichi senza troppe cerimonie il riff di Cocaine, capolavoro di Eric Clapton, distorto solo nella seconda ripetizione. La prima parte abbraccia tutta la scuola stilistica del funk, per cui sembrerà di ascoltare una versione un po' più variopinta di Superstition di Stevie Wonder. La chitarra invece incrocia più di un effetto ed espolde con tutta la sua forza nel ritornello e nella seconda parte del brano, stavolta più vicina alla New Wave che al Funk. Immancabile l'assolo su quello che sembra essere il termine della canzone. Perchè dico "sembra"? Il brano ha una durata esageratamente lunga, 14:18 minuti su carta. Solo i primi cinque sono de Il Dio denaro: all'interno dei successivi tre minuti e mezzo di silenzio (5:45 - 9:15) è stata infatti inserita una ghost track. All'inizio vi sembrerà un sottofondo muto, con una sorta di vibrazione sovraimpressa. Alzando il volume, vi renderete conto che si tratta del brano Decadenza, probabilmente registrato a distanza dal luogo di esibizione o all'esterno di un locale, perché sono distinguibili le sole linee di basso e batteria (ovvero le frequenze più basse).

Conclusioni

"La trilogia è nata sin dall'inizio come tale. Avevo capito che con il primo disco non sarei riuscito ad esprimere tutto il potenziale di anni di incomprensioni, rinunce e aspirazioni. 'Acidi' rappresentava l'infanzia a-problematica. 'Metallo' fu il distacco, l'adolescenza. 'Zero' è il superamento dialettico di tutto questo. Una liberazione, non un annullamento nichilista. L'ideale chiusura di un cerchio".

- Morgan, intervista a Gianni Santoro per Ondarock

Per essere il 1995, e considerando quale fosse la tendenza dominante, i Bluvertigo hanno dimostrato già con Acidi e Basi, il loro album d'esordio, l'intenzione a volersi dissociare da tutto ciò che è tendenza, collocandosi ai "bordi" dello scenario musicale italiano. Utilizzando uno dei termini più abusati del nostro tempo, si sono posti come gli anti-mainstream del '90. Come sappiamo, le novità non vengono sempre accolte in maniera positiva, ed è innegabile che la portata rivoluzionaria del disco sia stata compresa solo trascorsi molti anni dalla sua pubblicazione. Non è stato un flop, intendiamoci: ma certi meriti gli verranno riconosciuti solo dopo molto tempo. Acidi e Basi quindi, come primo pilastro della trilogia chimica, è  stato il battesimo musicale dei 5 di Monza. In quest'occasione i Bluvertigo hanno dimostrato come la potenza compositiva e la densità del lirismo possano abbuiare arrangiamenti e melodia. Nel sound, il disco è ancora molto grezzo e primordiale; rispetto ai successivi Metallo Non Metallo e Zero, Acidi e Basi sente fortemente dell'influenza grunge dominante, e pur discostandosi sapientemente, gli intermezzi musicali con sax, synth o tastiere sono sporadici, se confrontato con i lavori che seguiranno. In ogni brano non si può fare a meno di notare la potenza del basso del buon Morgan, così dominante  da coprire in ogni parte il suono della la chitarra di Pancaldi, meno convincente e più fioca nel complesso. Il suono della chitarra dovrebbe coadiuvare il sound dell'intero gruppo agendo da collante, qui invece sembra essere meno presente rispetto al basso e alla batteria, come se fosse un mero contorno d'accompagnamento. L'impressione è che già dal suo esordio i Bluvertigo non siano uniti, visto che nelle melodie e nell'uso degli strumenti si ha la sensazione che manchi una certa compattezza compositiva e musicale. E conoscendo quello che sarà poi l'epilogo del gruppo, forse è una percezione più che giustificata. Per quanto riguarda i testi, la penna di Morgan ha tanto da dire e la vera chicca di Acidi e Basi  resta il suo lirismo pungente. Anche se, nella fretta di voler dire tutto e tanto, in alcuni tratti sembra perdersi, diluendo la densità dei contenuti: sì, spara a zero contro i più disparati argomenti - conformismo, pensiero dogmatico - ed è pieno di idee meravigliose: il punto è che non sempre sono rese alla perfezione. Ma va bene così, considerato che si tratta dell'esordio musicale di una band che avrà poi modo di raddrizzare il tiro e bilanciare meglio tematiche e arrangiamenti. E anche perchè questa spontaneità fa sì che i testi siano crudi, a tratti antipoetici, per cui non è importante la musicalità con sui si concatenano le parole ma il loro significato più profondo. Il pubblico restò in buona parte spiazzato dalla generale atmosfera opprimente e decadente dell'album, ma finì per essere apprezzato. Il successo dei Bluvertigo fu lento proprio perchè è un disco molto al di fuori degli schemi commerciali, ma assieme ai colleghi Timoria, hanno contribuito a svegliare lo stivale dal torpore musicale da cui era attraversato. Quindi ritornando alla metafora della chimica e dei banchi di scuola, i Bluvertigo sono bravi e hanno molte potenzialità, ma non si impegnano (ancora) abbastanza: meritano un bel 7, con la certezza che si tramuti in 8 nei successivi lavori.

"È un compito morale quello di un cantautore, di un poeta".

- Morgan

1) L'Eretico
2) Iodio
3) I Still Love You
4) LSD - La Sua Dimensione
5) Vivosunamela
6) Decadenza
7) Complicità
8) Salvaluomo
9) Storiamedievale
10) Il Dio Denaro