BLOODMORES

The Seeds Of Seasons

2019 - Indipendent

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
17/03/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Ritorno con un certo piacere a scandagliare i meandri dell'underground più "oscuro" per prendere in esame un gruppo che, nonostante non sia proprio conosciuto, mi ha offerto ben più di uno spunto. Stavolta ho deciso (lo confesso: tramite la mia aggiornatissima redazione, altrimenti difficilmente avrebbero solleticato la mia attenzione) di puntare i riflettori sugli inglesi Bloodmores, autori di un unico parto discografico - peraltro nuovo di pacca essendo del 2019 - ossia "The Seeds of Seasons". Un disco che come dicevo, mi ha offerto interessanti suggestioni, dato che si tratta di un prodotto che pur partendo da un sostrato death/thrash, è pieno di spunti melodici dal piglio, perchè no, vagamente epico. Tanto che durante l'ascolto del disco più di una volta è baluginato nella mia mente il termine "epic-black/thrash", nonostante che il prefisso da me usato non è minimamente menzionato da Metallum. Ne da nessuno, considerato che di recensioni sul disco ne ho trovate sul web meno di zero. Avrò cercato male io? Non credo. Ero abbastanza curioso, dopo alcuni ascolti, di sapere cosa ne pensavano altre webzine, italiane o straniere, se questo tocco di epos era una cosa che avevo percepito solo io oppure se era stata notata in qualche maniera da qualche critico/recensore. In più ero curioso, dopo essermi fatto una mia idea personale sul prodotto, di sapere cosa ne pensavano i vari colleghi italiani e stranieri. Ma niente. Sul web il vuoto assoluto, cosmico. Siderale direi. Pazienza, anche se considerando la bontà del prodotto - eh si, iniziamo a sbilanciarci - mi sarei aspettato più risonanza, maggiore attenzione. Magari anche quelle due/tre recensioni atte ad azzimare un gruppo che - mi sbilancio ulteriormente - merita davvero, considerando che non parliamo del solito canonico death/thrash (generalmente ritmiche che richiamano il thrash più indiavolato e voce infera). Non abbiamo dei cloni dei Merciless o di tutti quelli che usano la materia death/thrash solo per distruggere, fare "tabula rasa", ma bensì dei sapienti ed ispirati esecutori capaci di intessere partiture pregne di un certo flavour ancestrale, evocativo... epico, tanto per ripetermi. Brani articolati in cui il guitar work si fa sapiente, in cui emergono architetture sonore capaci di catturare e condurre l'ascoltatore verso precise direzioni. E non è solo il lavoro chitarristico l'elemento di pregio, dato che tutti gli strumentisti sono molto bravi ed il vocalist, pur non esagerando nel gutturale (non abbiamo un emulo di Ross Dolan) dimostra carisma ed ottime capacità. Che poi tra l'altro essendo un prodotto "ibrido" non era nemmeno necessario affidarsi ad un vocalist con voce fognaria o impostato in "pig squealing". La sua performance basta e avanza e ci va benissimo. Ma gli spunti non finiscono qui, considerando che anche i testi hanno suscitato in me un qualcosa, anche se non so dire esattamente cosa, considerando che mi si sono spalancati davanti ermetici, criptici che neanche il Montale avrebbe saputo articolarli. Proprio per essere sinceri, dopo averli letti più volte, mi è sempre rimasto il dubbio di dove volessero veramente "andare a parare": pochi sono gli indizi che possano ricondurci a delle tematiche ben precise, dato che nel complessivo tutto sembra accennato e fatto più per suggerire, per scatenare nell'ascoltatore delle visioni, piuttosto che per narrare e dare una precisa idea riguardo al contesto, ad un qualche accadimento, a un filo conduttore. Delle cartoline che stampano nella nostra mente immagini ma non raccontano, almeno nel senso più comune del termine. Come voler fare un sunto di un film dell'ultimo Lynch dopo averlo visto solo una volta. Abbastanza difficile. Ma per il resto, tralasciando l'ambito testuale (che nonostante tutto mi ha in qualche modo colpito essendo molto "particolare") musicalmente ci troviamo di fronte ad una bomba: nove brani di rara bellezza fatti apposta per catturare l'attenzione, per essere ascoltati e riascoltati, ricchi di sfumature ed altresì parecchio potenti. Ma mi soffermerò ulteriormente sul disco in ultima analisi, nelle conclusioni. Stringata stavolta la biografia (ho cercato sulla loro pagina Facebook, penso il canale più attendibile per estrapolare qualche info), comunque quanto ci serve sapere è che la band, composta da Alex Cunliffe alla chitarra e alla voce, Richard Jodrell alla chitarra, Connor Heelis al basso elettrico, Chris Mansell alla batteria, si è formata nel 2018, e l'anno dopo (il primo febbraio del 2019) ha rilasciato il loro primo disco, "The Seed Of Seasons"; le loro influenze vanno dal thrash più classico, al metalcore, al death melodico. Benone, detto questo passiamo alla nostra consueta track-by-track.

Metamorphosis

Si inizia molto bene con "Metamorphosis" (Metamorfosi), ottimo brano corredato da un testo che, come accennato in precedenza, risulta estremamente criptico esattamente come le liriche di tutti i brani compresi in questo platter. Difficile stabilire se si tratta di una loro precisa linea concettuale o se ci sono sottigliezze difficili da evidenziare ad un impatto diretto ed "immediato". Ho puntualizzato che comunque tutto questo può avermi colpito in qualche maniera, ma a dire il vero non sarebbe stato male avere a che fare con dei testi più digeribili. Quindi pur essendo stato solleticato dal potere immaginifico di certi richiami non nascondo una certa confusione nel trovarmi a che fare con un collage di immagini talvolta apparentemente slegate tra loro e facenti riferimento a cose non meglio precisate. Ma evitando le chiacchiere superflue, in questo primo brano ci troviamo a che fare con una voce fuori campo che ammonisce una qualche figura (non sappiamo se umana, ultra-umana, infera etc.) sul fatto che il "suo prossimo" (del personaggio di cui non sappiamo nulla) ha avuto una qualche fine ingloriosa, e si lascia intendere che dovrebbe essere questo personaggio il possibile responsabile. L'unico modo per riscattarsi da quanto questo individuo ha combinato è la "metamorfosi", un cambiamento dunque, non sappiamo se metaforico o reale. Si tratta di un angelo? O solo un umano? Non possiamo saperlo. Nel frattempo la voce "narrante" vaneggia letteralmente sul fatto che "loro" (il gruppo/la razza/l'etnia a cui appartiene) non sarà la sola a fallire in questo compito, ma comprendere di che compito si possa trattare è cosa oscura. Trattasi come già specificato di un testo ermetico, privo di dati che possano rimandare a un preciso discorso, ma volendo a tutti i costi cercare di dare una spiegazione "logica e razionale" un'interpretazione plausibile potrebbe essere che per andare avanti e combattere la vita, la quotidianità, ognuno di noi ha bisogno di attuare una metamorfosi, facendo una sorta di autoanalisi, magari partendo da peccatore selvaggio, poi maturando per trovare una dimensione diciamo più matura. A livello musicale invece, a dispetto di quanto offerto dall'apparato testuale, non abbiamo niente di astruso. Articolato sicuramente, elaborato, ma mai scarsamente intellegibile, considerando che come specificato in precedenza siamo al cospetto di un death/thrash dai connotati melodici ed "epici" nell'andamento. E così, dopo una introduzione strumentale sicuramente di grande effetto, già parecchio evocativa grazie ai sapienti ceselli di chitarra e una batteria mai invasiva, siamo catapultati in un brano ricco di violenza ma mai sterile e fine a se stessa. Si oltrepassa il minuto, la maestosa introduzione si estingue e si lascia spazio a una gragnola velocissima di rintocchi di batteria e a un guitar work ispirato e possente. Dal minuto e quaranta il brano si assesta su connotati memori di un certo modern thrash, dunque parecchio energico, sostenuto da un lavoro di batteria incalzante, ma altresì arricchito dalla voce di Alex Cunliffe ferale e animalesca come da tradizione death, anche se non parossistica nell'impostazione, dato che in un prodotto musicale simile non vi è necessità di ricorrere a vocioni da cloaca. La struttura, avviata verso ritmi martellanti e fortemente thrashy nell'impostazione svincolano verso i due minuti e venti verso aperture melodiche di gran gusto, in cui il guitar work erige strutture parecchio evocative e pregne di quella sensibilità "epica" di cui parlavo in precedenza, non necessariamente incasellata in stilemi thrash ma debitore piuttosto di certo death melodico. Piccola parentesi questa che porta il brano, dopo una ventina di secondi, a rincasellarsi in una struttura maggiormente essenziale, ancora una volta più thrash che death (ma in questo territorio di confine qualsiasi palizzata è alquanto labile), e assolutamente in linea con quanto udito prima dei due minuti e venti. Superati di misura i tre minuti abbiamo un riutilizzo del frangente "melodico/epico" già sentito in precedenza, quindi un troncone strumentale massiccio che funge da parentesi, senza guizzi ne grandi voli pindarici. Un riffone in perfetto stile thrash introduce quindi (verso i tre minuti e cinquanta) un solo guitar dapprima veloce, isterico, quindi pregno di un certo epos assolutamente nelle corde del gruppo, forse addirittura vagamente maideniano (e lo dico senza grandi azzardi considerando che molti gruppi melodic-death si sono abbeverati nella fonte dei Maiden ben prima dei nostri). Ben oltre i quattro minuti e trenta il vocione del singer si adagia sulla struttura musicale ora particolarmente melodica che rappresenta la coda del precedente troncone strumentale. Oltrepassati i cinque minuti parte un riffing meccanico, marziale, a cui si aggiunge ben presto un cesello melodico capace di irrorare quest'ultima parte di un'ulteriore senso di grandeur, già percepita per buona parte del brano.

The Circle Of Betrayal

Si continua con "The Circle Of Betrayal" (Il Cerchio Del Tradimento) brano ancora una volta ottimo nella sua essenza musicale e nuovamente "particolare" nell'ambito testuale. Fedeli a se stessi, i Bloodmores continuano con questo secondo pezzo il trend dell'ermetismo lirico, fornendoci una serie di spunti che solo con una qualche difficoltà possono essere interpretati, non si sa bene se correttamente. Si parla stavolta una prigionia delle masse, di un uomo "confinato e sobrio", di catene metaforiche usate per legare la mente. Una serie di dati giustapposti che, volendo tentare un'analisi, ci portano a un senso di schiavitù diffusa a livello sociale, gabbia metaforica da cui l'uomo può e deve sottrarsi, spezzando i legacci che lo cingono. Basta averne la volontà più che la capacità, e qualsiasi prigionia mentale o materiale, qualsiasi schiavitù allegorica o vera che sia può essere combattuta. Avere le chiavi di questa prigione non è impossibile, tutto quel che conta è l'umana perseveranza, la grinta, la voglia di non arrendersi. Perchè, pur lastricata di difficoltà, la vita ci offre anche le soluzioni ai nostri mali. A livello musicale notiamo come la prima parte tradisca notevoli influenze dei Morbid Angel, specie nell'uso della batteria velocissima più il riffing monolitico in sottofondo. Ma gradualmente si passa ad un prodotto assolutamente distante dal combo di Tampa, e più orientato ad un articolatissimo death/thrash stavolta meno carico di quella componente epica e melodica udita in precedenza. Il martellamento è continuo e senza sosta, ma già al quarantesimo secondo si avverte uno spiraglio più "catchy", parzialmente irrorato di certe componenti melodiche di cui i nostri sono assolutamente padroni. Superato di misura il minuto il riffing si fa più schiacciante, ma capace comunque di catturare senza ricorrere a soluzioni particolarmente orecchiabili. Quasi al minuto e trenta siamo solleticati da un solo guitar che apre una gradevolissima parentesi strumentale, pregna di gusto e non scevra da una certa vena melodica. Si ritorna a tritare senza compromessi oltrepassati il minuto e quaranta, considerato il riassestarsi del brano su versanti spaccaossa e votate al puro assalto. Ancora una parentesi tendenzialmente melodica dopo il secondo minuto, quindi una parte marziale checi porta, in ultima battuta ad un cesello strumentale freddo, asettico, perfetto per porre il sigillo su questa piccola perla.

Save Your Prayers

"Save Your Prayers" (Salva Le Tue Preghiere), il terzo brano, testualmente, sembra ricollegarsi a parte del plot offerto dal primo brano, per l'esattezza quando si parla di una possibile trasformazione di quello che potrebbe essere definito il protagonista del pezzo. Il personaggio sembra essere lo stesso, o comunque sembra avere forti analogie con quest'ultimo. Qui si parla bene o male di una trasformazione ormai avvenuta, il personaggio sembra essere divenuto quello che mai avrebbe voluto, una sorta di anti-messia dotato di una qualche connotazione satanica. Vi è sempre una voce fuori campo che potrebbe essere la stessa dell'altro personaggio presente nel primo brano, il quale illustra al protagonista questo suo cambiamento, che possibilmente coinciderebbe con il suo trapasso. Il protagonista sembra avverso al suo destino, ma come suggerito dalla voce fuori campo tutto quello che può fare è piegarsi al suo destino, ormai scritto. Ancora una volta si suggerisce più che narrare, ma le trame si fanno forse meno nebuolse offrendo all'ascoltatore maggiore materia su cui eventualmente elucubrare. Musicalmente si parte con delle belle partiture thrash corpose, goderecce, che tradiscono richiami anche a un mood thrashy più classico. Il brano quindi sfocia in una parte memore di certo groove thrash (ritmi serrati, meccanici, "molleggiati" in uno stop and go) prima di ritornare in seno ad un thrash più canonico. Oltrepassato il quarantesimo secondo si inserisce la voce, possente ed arcigna come sempre, adagiandosi su partiture ormai assestate su strutture palesemente thrash oriented. Notevole il supporto chitarristico, che come già udito altrove, sa inanellare ricami di gran gusto melodico. Poco prima del minuto e trenta la voce, sino ad ora ben presente, si estingue per lasciare spazio ad un frangente strumentale particolarmente potente e strutturalmente cangiante: si parte infatti con una coda del sottofondo strumentale in cui la voce era adagiata, ad una parte più marziale e claustrofobica, e quindi ad una parentesi vagamente più melodica e fruibile, ovattata, che funge da apripista per un ritorno a pieni polmoni del vocalist. E si ritorna quindi a strutture thrashy ed energiche, in cui la "melodia" è offerta giusto da un riffing reiterato ma a suo modo catchy. Un lavoro strumentale ovattato quindi apre un nuovo frangente, con un riffing schiacciasassi ancora subodorante groove thrash, se non addirittura post-thrash. Il clima si fa decisamente claustrofobico con un apporto strumentale parecchio cupo e asfissiante a fare da contraltare alla voce licantropica del singer. A spezzare questo clima torbido ci pensa una nuova parentesi strumentale, corredata di un ottimo solo guitar. Piccola parentesi ancora una volta brumosa e marziale, quindi ancora un assolo di chitarra estremamente pregevole, acuto e veloce, capace di donare luminosità ad un contesto umbratile e soffocante. Ritorno della voce e di ritmi thrash stentorei nelle ultime battute.

As Mercy Renders You Senseless

"As Mercy Renders You Senseless" (Come La Misericordia Ti Rende Insensibile), quarto brano, ci porta al cospetto di un uomo - non sappiamo se lo stesso presente in un paio di brani precedenti - il quale sembra avvolto da una tetra dannazione e rimugina tormentato sulla sua condizione esistenziale. Si evince un gran malessere interiore in quello che a tutti gli effetti si presenta come una sorta di personaggio dannato, obnubilato da una impenetrabile oscurità mentale. Il suo status è quello di un essere sull'orlo del totale decadimento e quanto lascia trasparire il testo non lascia ottimistiche possibilità sulla sua salute psicologica e fisica. La sua dannazione lo ha spinto a divenire un uomo freddo, impassibile, ha bruciato ogni suo sentimento facendo di lui una sorta di morto che cammina. Musicalmente abbiamo già dalle prime battute ritmi incalzanti, possenti, poco allineati con il thrash più classico e più memori di certo groove thrash o possibilmente di certo death. Verso il ventesimo secondo i ritmi si fanno più incandescenti fungendo da apripista alla voce ferale di Cunliffe. Intorno al quarantesimo secondo, a spezzare un andamento più incline al death che al thrash ci pensa un riffing stavolta marcatamente thrash, che smorzandosi pochi secondi dopo, ci riporta a partiture estremamente possenti e martellanti. Successivamente viene ripescato il rifferama thrash di cui sopra, e quindi, al minuto e venti vi è un'interessante apertura melodica cesellata da un guitar work in gran spolvero. Ancora una volta l'apporto chitarristico contribuisce a erigere strutture immaginifiche e dotate di un pathos che non può in alcun modo lasciare indifferenti. Al minuto e quaranta si riparte in seno al più crudo martellamento, foraggiato da un lavoro chitarristico claustrofobico e privo inizialmente di qualsiasi concessione melodica, che comunque non tarda ad arrivare grazie all'inserimento della seconda chitarra, questa prodiga di vezzi melodici che presto si traducono in un solo guitar serpeggiante e velocissimo. Anche al riemergere della voce non viene lesinato un sottofondo armonioso ed orecchiabile, pregno di epos ed evocativo sino al midollo. Verso i due minuti e quarantacinque la voce lascia spazio ad un frangente strumentale estremamente melodico e particolarmente ricco di nuances immaginifiche, che con grazia assoluta ci porta soddisfatti alla fine di un brano decisamente affascinante.

A Monument To Illusions

Il quinto brano "A Monument To Illusions" (Un Monumento Alle Illusioni) conferma nuovamente l'amore dei nostri per testi di difficile comprensione, la cui esegesi risulta abbastanza difficile se non si usa una certa immaginazione per tentare di collegare tra loro le immagini fornite. Si è comunque un pizzico meno spiazzati dato che, come nel testo precedente, la figura è solo una e tutto il brano sembra essere imperniato attorno a questa. Ci sono riferimenti impliciti a un rito iniziatico che porta il protagonista ad "elevare" la sua figura a discapito della gente attorno a lui, genitori compresi. Ed infatti si fa riferimento al sacrificio di sua madre, perpetrato dalla sua persona. Ma in realtà il prezzo da lui pagato, le persone che ha seppellito per arrivare lontano, non gli hanno fruttato un successo, una "crescita", bensì solo rovina e dannazione. La sua ambizione di diventare qualcosa in più rispeto a ciò che era dunque ha solo condotto quest'uomo alla rovina. Un'uomo che ha inseguito delle illusioni facendo tabula rasa attorno a se, e rendendosi conto poi che quanto ha seminato non gli ha fruttato nulla. Per quanto riguarda la parte strettamente musicale la parte iniziale è affidata in toto ad un'introduzione particolarmente pregevole, strutturalmente varia e decisamente dirompente. Pur non essendo estremamente lunga (una cinquantina di secondi si e no), la sua morfologia cangiante riesce a creare un'architettura a se stante e autosufficiente, una sorta di mini-brano nel brano, capace di introdurre con maestria quanto ci viene offerto in seconda battuta, ossia una parte più strutturalmente canonica e fatta implacabilmente per martellare e per concedere al palato del fruitore una devastazione belluina e sfrenata. In tutto ciò si inserisce, in breve tempo, una sezione più melodica, che non inficiando con l'aggressione della main-structure, riesce a fornirle un respiro più ampio e maggiore evocatività. Superato ampiamente il primo minuto, complice un lavoro terremotante di batteria, ci si assesta su un'aggressione sonica capace di far accapponare la pelle, che comunque dura poco permettendo al brano di rimettersi su binari meno frenetici e irrorati da maggiore melodia. Conseguentemente ad un sali-scendi musicale fatto di parti più o meno frenetiche si ha, verso i tre minuti un eccellente sezione strumentale dall'andamento marziale ma in cui la melodia la fa da padrona, anch'essa destinata a non durare molto dato che in breve si ha il ritorno della voce, stavolta adagiata in un contesto nettamente melodico ed evocativo (per quanto particolarmente energico, considerando che i nostri pur indulgendo in partiture ricche di epos non lesinano mai un notevole surplus di grinta). Oltrepassati i quattro minuti e dieci un solo guitar di particolare bellezza arricchisce notevolmente il già ricco diadema sonoro sino a qui articolato. Stavolta si erige un lavoro chitarristico capace veramente di catturare, di mandare in totale visibilio l'ascoltatore: un affresco epico e immaginifico espresso in maniera magistrale, che già da se riesce ad elevare il brano allo status di capolavoro. Quindi, nelle ultime battute, ritorno dell'apporto del vocalist e una sezione ancora indirizzata su binari tendenzialmente melodici e una conclusiva parte strumentale destinata a sfumare in fade out.

Blind To The Fore

"Blind To The Fore" (Cieco Dalla Testa), il sesto brano, vede come protagonista un personaggio che potrebbe essere lo stesso visto in precedenza, più di un occasione, o comunque uno stretto omologo. Un uomo che, accecato dal suo ego, annebbiato dalle sue ambizioni, sembra essere arrivato "in alto" nella scala gerarchica sociale (un presidente, o un generale, o comunque una persona con ruoli di comando) facendo pagare ai suoi sottoposti un caro prezzo, dato che intorno a lui tutto è ormai in preda al caos, alla corruzione. Il percorso scelto da quest'uomo può essere stato adeguato per concretizzare la sua smania di potere, ma distruttivo, nocivo, destabilizzante per il resto della società. Cripticamente, alla fine, la voce narrante dice che è giunto il momento di morire: enigmatica frase come quasi tutto il resto, si presta a mio parere a una doppia interpretazione. Ossia che chi si è ribellato - che viene rappresentato dalla voce narrante - decreta a un certo punto la morte del "dittatore", di questa figura malefica che ha saputo solo spingere la società verso la rovina. Oppure che ormai è giunta la fine, e in tal senso la voce narrante - che rappresenta il popolo - sottolinea la propria fine, ossia la fine degli innocenti, dei vessati, di chi ha subito le varie ingiustizie. Difficile propendere per una spiegazione rispetto all'altra essendo tutte e due opinabili, dunque lascio all'ascoltatore la facoltà di decidere, per quanto la prima esegesi, più ottimistica, posso dire sia più interessante e godereccia. Musicalmente abbiamo un'inizio in fade in che presto si concretizza in una sezione ritmica martellante in cui emerge un riffing potente e deciso. Il subentrare della voce determina un assestamento del brano su linee possenti e schiaccianti, in cui risulta determinante, a parte il solito apporto dell'impeccabile drum work, un lavoro chiarristico sopraffino e capace di creare come sempre architetture degne di nota e coinvolgenti. Il lavoro di cesello della chitarra è evidenziabile ad esempio in frangenti come quello successivo al minuto e dieci, in cui viene articolata una parte prega di evocatività. Successivamente abbiamo un frangente più marziale, quindi un ritorno sulla struttura principale, incasellata su binari maggiormente dinamici. Nuovamente scosso da un ulteriore frangente marziale, il brano successivamente si sposta verso territori iperdinamici (intorno ai tre minuti e venti) scattando su ritmiche forsennate, sempre memori di un certo retaggio thrash. Un sostenuto gioco di batteria quindi ci traghetta verso una tessitura strumentale parecchio evocativa, sorretta da un solo guitar ancora una volta pregevolissimo e dal gusto apocalittico.

The Gauntlet And The Guillotine

Il settimo brano "The Gauntlet And The Guillotine" (Il Guanto e La Ghigliottina), ci offre un testo non troppo distante dal precedente: è difficile da comprendere se si tratta di una continuazione delle liriche di cui sopra o di una narrazione del tutto slegata, ma ciò non inficia nell'economia della nostra analisi. Sta di fatto che un personaggio oscuro e corrotto ha causato la morte di persone innocenti, cosa percepibile nelle primissime battute, nelle quali si accenna a una delle tante vittime ("La profondità di questa tribolazione / Determinata dalla vittima/ Caduta abbracciata al solo volere"). Ma chi è stato vessato dal potere di questo temibile personaggio non è disposto a piegarsi in silenzio. E' già raccolto il guanto di sfida: gli innocenti, le persone colpite da ingiustizie sono pronte a gridare vendetta, a lottare contro quest'uomo per riacquisire la propria dignità umana. Ancora una volta si parla, come nel sesto brano, della lotta tra oppressi ed oppressori, dello scontro tra chi è stato danneggiato da un potere cieco e i vertici di quel potere destinato come sempre a "logorare chi non ne ha" (cit.). Quindi eventualmente si evince ottimismo, espresso in una lotta contro le angherie e le sopraffazioni destinate a riportare il giusto ordine sociale. Spostandoci quindi sul frangente musicale, notiamo come il brano sin dalle primissime battute, tramite un'asfissiante muro strumentale, cerchi di evocare atmosfere caotiche e torbide. La voce subentra quasi subito, incasellandosi a dovere nella soffocante texture eretta dagli strumentisti. La batteria martella che è un piacere, mentre un riffing destabilizzante eregge architetture impenetrabili. Presto subentra un nuovo guitar work stavolta meno cupo e dal gusto più melodico ed armonioso, pennellando note che sembrano tocchi di colore su uno sfondo grigio. Immediatamente prima del minuto subentra una tessitura meccanica, "militaresca", che nel suo incedere non può che ricordare certo groove thrash. Ancora un guitar work tendenzialmente melodico provvede a dare un minimo tocco di vitalità a un contesto sempre più brumoso e spento. Si riparte dunque in seno a ritmiche forsennate che sembrano voler fare tabula rasa di ogni cosa. Dopo una nuova ripetizione della parte "militaresca" di cui sopra, subentra una gradevole tessitura strumentale che vede presto l'inserimento di un serpeggiante solo guitar, ancora una volta di gran gusto e pregio.

Cessation For A Tortured Soul

L'ottavo brano "Cessation For A Tortured Soul" (Cessazione Per Un'Anima Torturata) ci riporta, dopo due brani tutto sommato "comprensibili" (le virgolette sono sempre d'obbligo) ad un testo ermetico e di difficile comprensione. Ermetismo che, a dire il vero, qui raggiunge l'acme, considerando che risulta molto difficile capire effettivamente di cosa si stia parlando. Immaginiamo che possa trattarsi della lotta contro l'oppressore - e se fosse così alcuni brani del lotto avrebbero decisamente un trait d'union - oppure della volontà assassina di un protagonista non meglio specificato. Comunque sia si fa riferimento al fatto che mentre costui si pone come obiettivo la morte, perpetrata ai danni di qualcuno, una voce fuori campo lo sprona usando comunque parole ambigue: parla di tentativi di distrazione attraverso argento e oro - quindi sembrerebbe fargli presente che qualcuno tenta di coromperlo per non permettergli di realizzare i suoi obiettivi - ma al contempo gli dice di non concentrarsi troppo. Trovo inutile soffermarmi eccessivamente su una serie di flash visuali che in realtà, come ribadito in precedenza, hanno solo il potere di scatenare immagini nella mente dell'ascoltatore. Esprimere conclusioni su un testo che in realtà non ha una precisa direzione sarebbe azzardato per il sottoscritto e fuorviante per il lettore. Musicalmente abbiamo una parte introduttiva suadente, delicata, letteralmente carezzata dalla chitarra, che sfocia nell'arco di poco in una parte granitica ma pregna di gran gusto melodico. Quindi, poco prima del minuto, una parte martellante scolpita da un guitar work roboante e plumbeo. Un piccolo stop ci inserisce quindi un una nuova parte parecchio catchy pennellata come sempre da un chitarrismo egregio, capace di evocare in maniera sopraffina colori invernali e scenari decadenti come solo il pennello di un gran pittore può fare. Dopo un primo troncone tutto impostato su partiture assoutamente affini al melodic death (ma pregne di quel sottile gusto epico che i nostri padroneggiano alla perfezione), abbiamo un piccolo stop, che ci inserisce in breve in una parte più cadenzata ma mai scevra da un notevole flavour melodico, imposto come come sempre da un chitarrismo magistrale. Verso i tre minuti, dopo un ulteriore inserimento della voce, abbiamo un notevole troncone strumentale, in cui la chitarra solistica pennella note evocative e malinconiche su un sottofondo cupo e ridondante. Ancora una piccola pausa, strumenti che si estinguono in fade out, quindi un intarsio malinconico e delicato, che ci porta subito ad un'ulteriore parte violenta ma estremamente catchy, orchestrata come sempre da un chitarrismo egregio.

The Seeds Of Seasons

Concludiamo con la title-track, "The Seeds Of Seasons" (I Semi Delle Stagioni), brano dotato del testo più lungo, articolato e criptico dell'intero lotto. Stavolta abbiamo a che fare con un monologo interiore di un personaggio, qui in veste di voce narrante. Nonostante l'ardua interpretazione evinciamo che tale personaggio è ormai prossimo alla morte, o comunque trascinato in un decadimento che presto lo porterà alla tomba. E riflette sul mondo attorno a lui - i massacri, le persone morte - e soprattutto su se stesso, sulla sua condizione di uomo destinato ad una fine certa, consapevole che alla con la sua dipartita pian piano i colori inizieranno a sfocarsi e le luci ad estinguersi per sempre. Quest'uomo si rivolge ad un altro personaggio incolpandolo del fatto di averlo portato prematuramente verso la fine, ma le parole da lui proferite non sono di odio o vendetta: quanto enunciato sembra essere frutto di una persona abbastanza saggia che non cerca una rivalsa, ma che sa comprendere e perdonare. Musicalmente si parte stavolta con una parte macilenta, pesante che sfocia subito in una tessitura veloce e dirompente. La voce si addiziona agli strumenti per incrementare questo gioco al massacro. Il clima diviene gradualmente più incandescente, sino a sfociare in una tessitura eretta su stop and go, abbastanza incline a richiami groove thrash. Quindi si riparte su binari destabilizzanti e totalmente inclini alla violenza più becera. Non manca l'apporto melodico, ma sepolto da quintali di acredine, che in queste battute sembra avere la prevalenza su qualsiasi genere di armonia. Un riffing marcatamente thrash (due minuti e trentacinque) ci conduce quindi ad una parte cadenzata, strutturata su tempi medi. Si addiziona quindi un cesello di chitarra particolarmente catchy, che inizia a serpeggiare in uno slalom tra la voce e il wall of sound di sfondo. Protagonismo del suddetto cesello di chiarra verso i tre minuti e quaranta, preambolo ad una parte strumentale di eccellente fattura. Abbiamo quindi un'intarsio chitarristico ovattato verso i quattro minuti e trenta, molto evocativo, che porta verso un frangente suadente carezzato dalle clean vocals (!) del singer. Verso i cinque minuti e trenta un guitar work roboante traghetta il brano verso in frangente cadenzato, stavolta accompagnato dal growl del vocalist. A sei minuti e quindici si torna su binari più veloci, in una sezione strumentale deliziata da un chitarrismo apparentemente contorto ma di grande effetto. Si prosegue letteralmente in corsa prima di una pausa e un nuovo frangente su binari velocissimi e destabilizzanti, in cui un urlazzo del vocalist funge da preambolo ad un suo reinserimento nel pattern, ora frenetico e asfissiante, in cui vige il più puro martellamento. Il tutto si fa un pizzico più melodico verso gli otto minuti e venti, grazie ad pregevolizzimi escamotages chitarristici. Dai nove minuti un nuovo frangente strumentale, inutile a dirsi, ancora una volta eccellente, in cui fa bella mostra di se un solo guitar di indubbio gusto. Una quarantina di secondi dopo il brano è solleticato da una parte più ragionata, suadente, un pizzico malinconica in cui prevale il tocco leggero della chitarra. E ancora si scivola in una parte fregiata dalle clean vocals del singer. La delicatezza la fa da padrona in quest'ultima parte, dominata da tessiture evanescenti e placide, che smorzano nettamente l'energia profusa sino ad ora. Un brano davvero avvincente, a dispetto dei suoi quattordici minuti e passa, in cui tutto sembra incastrato a dovere e sembra scorrere senza difficoltà e forzature, riuscendo a coinvolgere in maniera assolutamente magistrale.

Conclusioni

E arriviamo così alle consuete considerazioni finali. Se avete avuto la pazienza di seguire passo passo le varie parti di questa recensione, dalla sezione introduttiva alla track by track avrete sicuramente notato la mia opinione positiva, espressa in più parti, nei confronti di un disco decisamente meritorio di ascolto, brillante, con molte luci e poche ombre. Un disco messo in piedi da una band sicura di se, talentuosa, e dotata di una personalità innegabile, nella quale ogni membro da piena prova di un'assoluta padronanza con il proprio strumento e riesce a dare sfoggio di una bravura percepibile solo nei musicisti più navigati. Un ensemble di Musicisti con la M maiuscola, e un cantante che riesce a brillare grazie alle sue innegabili capacità. Che poi, lo sappiamo, la bravura, la tecnica, le capacità personali non sono tutto per creare un disco ottimo o memorabile: la componente fondamentale è l'ispirazione, elemento che permette talvolta anche a gruppi meno dotati di creare perle di incommensurabile bellezza. E qui, oltre alla tecnica, alle capacità degli strumentisti, vi è una notevole dose di ispirazione, che contribuisce ampiamente alla riuscita di un disco che non mancherà di affascinare non solo gli amanti del death, del death/thrash o del thrash, ma qualunque metallaro alla ricerca di un prodotto ottimo, potente, catchy ma non ruffiano. Infatti normalmente il metallaro è uno di quei musicofili con pochi paraocchi, e quando si parla di "buon metal" non importa che l'estrazione sia quella del defender o del blackster, alla fine qualsiasi elemento di qualsiasi "categoria" un'ascoltata al buon disco non esita a darla. Dunque un disco che consiglierei a qualsiasi metallaro, perchè davvero è un prodotto che merita. Ed è solo il primo disco, di una band che se continua su queste direttive non mancherà di stupire, arrivando in breve a sfornare dei capolavori che saranno ricordati come pietre miliari del genere. Ma ho comunque parlato di luci ed ombre, premettendo che le prime sono nettamente più preponderanti delle seconde. Bene: se di ombre si deve parlare queste coincidono con un apparato testuale sin troppo criptico. Ho specificato nell'introduzione che comunque la cosa non mi ha infastidito, ma comunque non nascondo che qualche perplessità in merito può subentrare. Abbiamo infatti dei testi che suggeriscono invece di narrare, dando spazio all'ascoltatore di tirare arbitrariamente conclusioni su quale sia l'argomento. Non è un male, per carità, ma se i testi fossero stati più concisi e chiari le cosiddette ombre sarebbero state nulle. Invece abbiamo delle liriche nebulose, che possono creare difficoltà non solo nell'incauto ascoltatore, ma anche in chi - come il sottoscritto o qualsiasi altro critico - ne voglia tentare un'esegesi. In generale, in un brano il sottoscritto ama maggiormente la chiarezza: insomma, è interessante capire di cosa il gruppo stia parlando. Se si tratta di un testo sull'apocalisse, sui morti viventi, di stampo introspettivo o di critica sociale. Perché un testo può essere a suo modo un mini racconto, mentre abbozzando le argomentazioni si finisce in qualche maniera per essere disorientati. Ma ripeto, perplesso o disorientato non è assolutamente "schifato", questa è una precisa scelta e va rispettata, anche se per il futuro mi preme consigliare dei testi più fruibili, che possano fungere da corollario alle bellissime musiche che i nostri sanno architettare. Questo è l'unico neo, ma per il resto il disco è ottimo, esattamente quello che avevo bisogno di sentire e che molti metallari come me vogliono sentire. Un disco melodico ma terremotante, potente ma catchy. Un disco da mettere e rimettere nello stereo sino a consumarlo. Bravi Bloodmores, un ottimo inizio. Ora aspettiamo con ansia per vedere cosa ci riserverà il futuro. 

1) Metamorphosis
2) The Circle Of Betrayal
3) Save Your Prayers
4) As Mercy Renders You Senseless
5) A Monument To Illusions
6) Blind To The Fore
7) The Gauntlet And The Guillotine
8) Cessation For A Tortured Soul
9) The Seeds Of Seasons