BLOODBATH

The Wacken Carnage

2008 - Peaceville Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
21/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Continua la nostra analisi della discografia dei Bloodbath, e in particolare della loro produzione del 2008, la quale presenta l'EP "Unblessing The Purity" da noi precedentemente recensito, il disco intero "The Fathomless Mastery" e il live qui presentato "The Wacken Carnage - Il Massacro Al Wacken"; in un certo modo tutte e tre le pubblicazioni celebrano la nuova fase della band e il ritorno nelle sue fila di Mikael Åkerfeldt, ma nel caso del disco dal vivo, il riferimento è ancora un periodo di transizione di molto precedente, ovvero il 2005, durante il quale la presenza in sede live di Åkerfeldt era ancora momentanea, e Dan Swanö non aveva ancora abbandonato la band occupandosi assieme ad Anders "Blakkheim" Nyström delle chitarre, presentando quindi per l'ultima volta la formazione originale del super gruppo al completo con Jonas Renkse al basso e l'aggiunta del batterista Martin Axenrot, nuovo elemento introdotto in "Nightmares Made Flesh", prima di una serie di cambiamenti che avrebbero lasciato il cantante in pianta stabile (almeno fino al prossimo, definitivo, abbandono) e avrebbero presentato il nuovo acquisto Per "Sodomizer" Eriksson come nuovo chitarrista, presente già nel EP sopramenzionato. Il live (primo, e all'epoca presentato come unico dei nostri, anche se poi in realtà in futuro ve ne saranno altri) è stato registrato, come intuibile dal titolo, durante il "Wacken Open Air", vera e propria celebrazione dell'ascesa del gruppo fresco del successo del disco con Peter Tägtgren alla voce, il quale aveva lanciato definitivamente il progetto non più come mero side project di secondo piano da parte di musicisti della scena Melo Death annoiati e desiderosi di giocare con il Death originale mossi dalla nostalgia, bensì come realtà viva e di successo nel Death moderno, accattivante grazie ai propri ritornelli e ai suoni allo stesso tempo trascinanti e vecchia scuola; naturalmente questo attirerà come sempre anche una buona parte di detrattori che non vedranno di buon occhio l'unione tra le tendenze old-school e la facciata commerciale dei nostri, reputando il tutto come uno snaturamento e prendendo come paragone fisso i mostri sacri del genere ben più primitivi e "genuini". In ogni caso la fama d'ora in poi non mancherà, e la storia del gruppo sarà seguita sempre più da vicino da appassionati e riviste di settore, creando articoli su ogni indiscrezione e soprattutto sulle continue vicende legate alla line up della band, mutevole per sua stessa natura di super gruppo composito spartito con le altre grandi realtà principali  dei nostri (Opeth, Katatonia, Edge Of Sanity), le quali richiedono anch’esse un notevole tempo ed energia. Concentrandoci sul lavoro qui recensito, troviamo una serie di successi della band riproposti dal vivo, con un Åkerfeldt che ha il compito anche di rielaborare e fare propri i pezzi cantati su disco da Tägtgren, cantante dal registro meno profondo e più gridato; saggiamente non segue la strada dell'imitazione, piuttosto rielabora secondo il proprio timbro e stile quanto fatto dal collega, approfittando del ri-arrangiamento live per fare propri i brani (salvo alcuni casi in cui tenta l’uso dello screaming, risultando però molto meno incisivo rispetto al suo collega). Una testimonianza dunque che all’epoca prometteva di essere unica, e che grazie ad una produzione certosina e priva di sbavature riesce a catturare con chiarezza l’impatto dal vivo del gruppo, permettendo anche all’ascoltatore casalingo di godere della sua potenza; uno dei migliori live del Death moderno, il quale cattura un momento particolare di transizione e di successo per il gruppo, che come detto era ora una realtà concreta del panorama musicale mondiale.



I primi venticinque secondi dell’album sono occupati dalle maestose tastiere dell’ "Intro", che anticipano l’inizio vero  e proprio del concerto con i suoi toni epici e solenni, accompagnati dagli applausi ritmati sempre più forti del pubblico, che richiama i nostri; "Cancer Of The Soul - Cancro All'Anima" parte poi con i colpi di piatto di batteria a cui seguono un muro di chitarre distorte e rocciose monolitiche, cariche di una tensione epocale pronta ad esplodere in tutta la sua barbara potenza. Esso è cadenzato dai colpi dilatati e controllati di batteria, in un rituale preparatorio che gioca con le aspettative degli spettatori dilungando la composizione; al ventesimo secondo un rifting martellante giostrato sulle bordate e le esclamazioni di Åkerfeldt apre la marcia veloce e possente dai ritmi marziali, dando spazio al cuore del brano. La doppia cassa del drumming prende posto serrata e potente, mentre le chitarre si lanciano in giri taglienti e solenni come ci aspettiamo dal Death massacrante dei nostri; al trentatreesimo secondo un fraseggio distorto crea uno stop, dopo il quale esplode il loop roboante delle chitarre insieme al cupo growl profondo del cantante, creando un andamento incalzante intervallato da dissonanze e impennate dal grande effetto. Al quarantaseiesimo secondo la batteria si fa ancora più ossessiva sottolineando il cantato altrettanto sincopato, ma il movimento continua a giocare in un continuo stop and go grazie alla presenza delle punte di giri circolari dalla solenne melodia atonale; l’effetto è quello di bordate continue ed implacabili che delineano il songwriting e mantengono alto il coinvolgimento dell’ascoltatore. Al primo minuto troviamo una nuova cesura con fraseggio tetro, il quale si protrae per alcuni secondi con la sua nera atmosfera sepolcrale; s’instaura poi un groove cadenzato dai giri rocciosi di chitarra e dai colpi di batteria organizzati in un ritmo implacabile che spinge in avanti con energia controllata  la composizione. Al minuto e ventinove si torna su accelerazioni consistenti, con drumming martellante in doppia cassa e riff di chitarra veloci e violenti, sui quali si staglia un grido sommesso da parte di Åkerfeldt; al minuto e quaranta il suo growl maligno segna un nuovo movimento, dove sono i continui loop di chitarra a dominare l’andamento ossessivo, scolpiti nei loro toni marziali dalla riproposizione del contrasto tra corse e  punte discordanti. Al secondo minuto e sei viene ripreso il rallentamento con cupo fraseggio dalla melodia sinistra e dilungata in scale sotto le quali si giostrano i riff rocciosi della chitarra e i battiti di piatto della batteria; al secondo minuto e ventidue esso prosegue supportato da un rifting in piena cavalcata a media velocità,  in un movimento solenne ed epocale ricco di melodia atonale e ritmi marziali ed incalzanti. Al secondo minuto e mezzo la velocità aumenta grazie all’aggiunta dei blast di Axenrot sulla doppia cassa, in un’impennata da tregenda che non può lasciare indifferenti; l’andamento è quindi lanciato in una corsa possente al secondo minuto e trentotto torna ad alternarsi con le bordate ammalianti di chitarra. Si ricrea quindi il gioco di botta e risposta più volte incontrato, donando dinamicità alla composizione così come avveniva anche nella versione da studio; al secondo minuto e cinquantasei per la terza volta ricompare l’ormai familiare fraseggio, il quale poi lascia subito spazio al groove cadenzato di chitarre e batteria, sul quale si delinea il ritornello compulsivo del growl di Åkerfeldt. Al terzo minuto e venti un assolo vorticante frena anche questo movimento, dando spazio ad una doppia cassa massacrante, la quale si alterna con le solite bordate in un finale al fulmicotone coronato da un fraseggio distorto finale che prosegue nel pezzo successivo. Il testo è legato ad uno degli immaginari più classici del Death Metal: la descrizione in prima persona della "non vita" di uno zombie, il quale descrive nei dettagli più truculenti il suo stato, e le sue orribili azioni nei confronti dei viventi. Dopo la morte e la sepoltura, il nostro risorge nella sua nuova condizione ("I seem contorted, a victim of death, Corrupt reality, a poisoned breath, From beyond the grave, a sight of gore, Rise from the crypts, life no more - Sembro contorto, una vittima della morte, Realtà corrotta, un respiro avvelenato, Da oltre la tomba, una visione di orrore, Sorto dalle cripte, senza vita.") realizzando sin da subito qual è il suo destino e cosa gli sta succedendo; subito dopo parte la descrizione dei suoi assalti notturni, conditi da descrizione tra il macabro, il grottesco, e anche il volgare, dando forma ai suoi massacri; nel ritornello "I see death evocation, I see undead dispair, I see decapitation, In the wake of pain, breeding death - Vedo l' evocazione della morte, vedo disperazione non morta, vedo la decapitazione, nel risveglio del dolore, generando morte." viene reiterato il concetto in una morbosa propagazione mortale senza fine, dove il non morto assalta anche il becchino del cimitero deridendo la sua fede e compiendo l'ennesimo omicidio prima di sparire nuovamente sottoterra, in attesa di una nuova vittima. "So You Die – Così, Muori" prosegue il fraseggio precedente intervallandolo con potenti bordate di chitarra e colpi di piatto in un andamento dal gusto Thrash, in un inizio esaltante dalla perfetta natura Metal; la tensione sottintesa si sviluppa in rulli di batteria e riff continui, prima di esplodere al tredicesimo secondo. Qui un grido profondo in growl di Åkerfeldt si dilunga in salire accompagnato dalla doppia cassa e dai loop taglienti di chitarre a motosega; si aggiungono poi assoli stridenti che instaurano una tetra atmosfera dall’animo decisamente Death, riportando nel suono dei nostri la maestria di leggende come Entombed, Dismember, Autopsy, e in generale la vecchia guardia. Il drumming è martellante e legato perfettamente con le chitarre grezze e distorte, in un movimento che prosegue sull’onda della velocità lanciata; si delineano qui i ritornelli aggressivi del cantante, in una performance cavernosa che evoca immagini di cimiteri ed esseri dell’oltretomba. La cavalcata esaltante è segnata quindi sia dai colpi secchi e ripetuti di batteria, sia dai riff distorti e minacciosi, in un ritmo avvolgente che spinge in avanti il pezzo senza lasciare la sua presa sull’ascoltatore nemmeno un secondo; al quarantaduesimo secondo parte un sinistro assolo tagliente, il quale si dilunga nelle sue scale concentriche tempestato dai rullanti possenti di batteria. Dopo una cesura vocale del cinquantunesimo secondo troviamo un fraseggio solenne e vorticante intorno al quale si organizza la doppia cassa in una spirale sonora trascinante giocata sulla concomitanza dei vari elementi; al minuto  e tre si torna ad un galoppo più diretto giocato su loop di chitarra “in brusio”, ultra distorta, e sul drumming incalzante ed ossessivo nei suoi colpi secchi continui. Åkerfeldt prosegue nel suo tono mortifero con le sue declamazioni maligne, in un movimento sicuro che prosegue fino al minuto e ventiquattro; qui troviamo un nuovo sinistro assolo melodico, il quale si delinea accompagnato da marce di chitarra rocciosa e batteria cadenzata, conoscendo anche punte stridenti. Su questo andamento più lento ed atmosferico il cantato cavernoso si mantiene anch’esso strisciante e controllato, ma non meno malvagio ed inquietante, con effetti di riverbero che en sottolineano l’intensità; al secondo minuto e nove tutto si ferma dando spazio ad un fraseggio distorto contornato dai colpi di piatti della batteria. Si prosegue con rullanti di batteria che tagliano il movimento qui ottenuto, fino alla ripresa della corsa diretta al secondo minuto e venti; essa avanza nel suo muro di doppia cassa e riff stridenti di chitarra, in una marea sonora che travolge tutto; al secondo minuto e quaranta il drumming si fa più cadenzato e s’inserisce la melodia atonale di un fraseggio solenne, riportando l’elemento atmosferico nella ritmica sempre veloce  e lanciata. Quest’ultima viene anche sottolineata da punte di giri rocciosi di chitarra, in un effetto marziale tipico del Death feroce dei nostri, riproposto egregiamente anche dal vivo grazie all’apporto di Swanö e Nyström; al secondo minuto e cinquantuno l’andamento rallenta leggermente, facendosi più meccanico dandosi un minimo di varietà. Dopo una cesura vocale in growl profondo al terzo minuto riprende la cavalcata marziale in doppia cassa e chitarre distorte e crudeli, ma la composizione schizofrenica cambia ancora al terzo minuto e dodici, lasciando solo un fraseggio corrosivo; esso si dilunga tempestato dai colpi dilatati e potenti di batteria e dalle punte circolari di chitarra, in un movimento trattenuto che si ferma improvvisamente al terzo minuto e diciotto con un grido di Åkerfeldt. Inevitabilmente troviamo gli incitamenti del pubblico, sui quali il cantante inizia con un discorso di riepilogo dove ricorda il fatto che questo è il loro primo concerto e che la loro intenzione è suonare del sano Death senza fronzoli; negli ultimi secondi mentre il pubblico ripete il loro nome viene presentato il brano successivo e l’album da cui è tratto (l’ultimo "Nightmares Made Flesh"). Il testo descrive un misterioso male interiore che corrode le sue vittime dall'interno fino a distruggerne il corpo e a reclamarne la vita; le interpretazioni possono essere diverse, un demone, o la personalizzazione di una malattia, quello che è certo è il costante tono di trionfo da parte dell'essere, che ricorda continuamente alla sua vittima il destino che la attende: dopo aver enunciato come pasteggerà con essa bruciandola da dentro, prosegue con "I show no mercy, you know i know no other way, than to revel in your flesh, i am born to conquer, so you die - Non mostro pietà, sai che non conosco altro modo, se non quello per crogiolarmi nella tua carne, io sono nato per conquistare, quindi muori." in cui chiarisce il suo desiderio di dominio e la sua natura corrosiva, priva di qualsiasi pietà. Il processo continua, e il nostro reclama con scherno l'anima della sua preda, chiarificando sempre più il suo ruolo e il suo istinto votato alla distruzione ("No living thing can be spared from my attack, when i feel the urge to kill - Nessun essere vivente può salvarsi dal mio attacco, quando sento l'istinto di uccidere."). "Soul Evisceration - Evisceramento Dell'Anima" è introdotta dunque da colpi di piatti di batteria, subito dopo i quali parte un roboante rifting distorto sul quale si organizzano le urla di Åkerfeldt e i montanti incisivi di doppia cassa selvaggia;  si ottiene così un torrente sonoro che toglie il fiato, ossessivo e diretto nella sua corsa violenta, dai connotati praticamente Black nelle sue gelide cacofonie. Al ventesimo secondo ritorna il fraseggio marziale che rallenta nuovamente l’andamento, alternandosi con giri circolari solenni; dopo un colpo di piatto al venticinquesimo secondo si prosegue con questo movimento in un groove contratto e roccioso che spinge in avanti la composizione mentre si delineano i ritornelli in growl del cantante. Al cinquantacinquesimo secondo le chitarre si fanno più rocciose e disturbate, in una panzer massacrante e corrosivo che inietta monolitica aggressività al pezzo; si configurano così efficaci bordate sottolineate dai colpi secchi di batteria, in un continuo ipnotico. Al minuto e ventidue riparte la doppia cassa martellante coadiuvata dai muri di chitarre sviluppate in riff malsani e folli; essa naturalmente fa da sfondo per le urla gutturali di Åkerfeldt in un suono cavernoso ed atavico nella sua primitiva violenza. Al minuto e trentasei si decelera tornando al movimento precedente segnato dai contraccolpi di melodia atonale, e dalle scale sinistre ben strutturate, in un movimento incalzante segnato dalle chitarre in tremolo; quest’ultime tornano poi al secondo minuto e tre a farsi più rocciose in un groove spacca ossa greve e tagliente, ricco di bordate e alternato a giri più stridenti che en sottolineano le parti. Si creano così mitragliate ritmiche dalla chiara essenza Death, sulle quali le vocals di Åkerfeldt assumono toni ora più profondi, ora più gridati, ma sempre cariche di distruttiva aggressività; al secondo minuto e mezzo uno dei suoi growl segna una nuova cesura, la quale da presto spazio ad un tetro assolo cadenzato dalla batteria controllata nei suoi colpi dilatati. Esso si sviluppa in un fraseggio spettrale accompagnato dai riff circolari della chitarra portante, in una struggente melodia ricca di atmosfera funesta ed ammaliante; al secondo minuto e quarantanove le sue scale si fanno più vorticanti e tecniche in un crescendo d’intensità costante, dove in sottofondo continuano le marce lente e rocciose degli arpeggi marziali delle chitarre. Al minuto e due secondi una punta stridente accompagna il growl sincopato e i colpi serrati di batteria,  anticipando la corsa in doppia cassa piena di riff sinistri che si configura subito dopo; improvvisamente al terzo minuto e diciotto una digressione di chitarra ferma tutto, lasciando spazio alle ovazioni del pubblico, e ad una nuova introduzione da parte di Åkerfeldt, che ricorda che sono passati  diversi anni dall’uscita del loro primo disco e chiede alla folla se lo possiede, anticipando così il brano successivo ( e facendo un po’ di marketing che non guasta).  Il testo sembra rifarsi ai temi "clinici" dei primi Carcass, descrivendo una sorta di vivisezione metafisica ai danni di una propria vittima da parte di un maniaco folle e sanguinario, sotto forma di una sorta di filastrocca maligna; "I cut away. Sculpture death. Carve in your thoughts - Taglio via, Scolpisco la morte, Scavo nei tuoi pensieri." rende molto bene il discorso, mostrando la composizione breve e psicotica dei periodi che costituiscono l'incedere orrorifico della descrizione della propria opera, una sorta di "arte malata" dove il corpo diventa materia di modifiche e mutilazioni. Viene anche dato un tocco "poetico" legando gli elementi fisici con altri più astratti e "spirituali", con metafore come "Nauseating pressure, Internal landscapes overflow - Pressione nauseabonda, Il paesaggio interiore strabocca." in cui si fondono gli elementi non senza un certo sarcasmo macabro sott'intenso non certo alieno al Death, o all'opera dei nostri, fatta principalmente con intenti d'immagine legata alla tradizione del genere. "Ways to the Grave - Vie Per La Tomba parte dopo alcuni colpi di piatto con una chitarra distorta e profonda, in un solenne loop che si sviluppa poi con doppia cassa e urla sgolate da parte del cantante (che dimostra comunque di difettare nello screaming rispetto al precedente Tägtgren e di essere più portato per il growl greve e cavernoso) in una corsa veloce; essa viene accompagnata da tetri fraseggi che instaurano un’oscura atmosfera sinistra giocata sulla melodia atonale. Si prosegue dunque su queste coordinate con un drumming martellante e i giri continui di chitarre evocative; al ventiquattresimo secondo si torna al muro di suono precedente dove si organizzano i ritornelli sincopati di Åkerfeldt, in un andamento devastante e solenne giocato sulla furia strumentale e sui growl cavernosi del cantante. Al quarantesimo secondo si parte con un fraseggio serrato e più controllato, infernale nei suoi toni e sottolineato da un cantato ancora più cupo e profondo; l’intensità cresce in una marcia delineata dai blast cadenzati della batteria, imperante nel suo incedere senza sosta. Al cinquantasettesimo secondo anche questo movimento si ferma, e dopo un breve ponte con chitarre taglienti riparte la doppia cassa serrata in una tempesta contornata da riff schizofrenici e accelerazioni esplosive; i toni sono da corazzata sonoro massacrante e solenne, in un grande effetto che di sicuro sarà stato ancora più incisivo in sede live per il pubblico presente. Si torna poi alla cavalcata senza freni abbinata ai loop di chitarre fredde e taglienti, per un clima adrenalinico lanciato a tutta potenza; il drumming è ancora una volta tempestante nei suoi colpi secchi, e il growl feroce di Åkerfeldt segna la composizione con le sue declamazioni. Al minuto e diciassette un nuovo grido segna la ripresa del fraseggio più atmosferico e controllato, sempre ricco di tetra melodia dai connotati sinistri; esso si sviluppa in scale contornate da punte stridenti, in un avanzamento incalzante che si prodiga in una potenza strisciante che non esplode. Si prosegue dunque con l’aggiunta della doppia cassa, che aumenta i toni marziali del movimento, insieme ai growl aggressivi di Åkerfeldt, che ancora una volta delineano il loro racconto horror; al secondo minuto abbiamo una nuova cesura con fraseggio distorto, dopo il quale si organizzano alcune bordate di chitarra incalzanti. Segue l’ennesima corsa in doppia cassa martellante, sempre caratterizzata da un muro di chitarre corrosive e dagli andamenti veloci di cantato e parte strumentale; si inserisce nuovamente al secondo minuto e quindici il fraseggio melodico portante il quale mantiene l’atmosfera tetra nella velocità generale qui raggiunta dal pezzo. Al secondo minuto e ventitré riprendono i giri vorticanti che instaurano un groove tagliente e distorto, il quale sospinge con violenza la composizione sottolineata da punte solenni; al secondo minuto e trentanove i ritmi decelerano e si torna ad una costruzione più morigerata, giocata su drumming cadenzato e loop di chitarra più rocciosi. Su di essa si delineano i growel feroci di Åkerfeldt, evocativi e cavernosi nei loro toni profondi; l’atmosfera dominate è mantenuta come sempre grazie all’uso di fraseggi pieni di melodia atonale, sviluppati in loop serrati. Un ultimo giro circolare e un’esclamazione da parte del cantante segnano al conclusione del brano; dopo di che segue come sempre l’interazione tra pubblico e Åkerfeldt, che spiega le origini dei Bloodbath e la loro intenzione di rendere omaggio ai classici del Death, cogliendo l’occasione per presentare il pezzo successivo tratto dal loro primo EP “Breeding Death”. Il testo è delineato sulla riga di uno dei temi tipici dell'inizio carriera dei nostri: la descrizione piena di disprezzo della tortura di una vittima da parte del folle torturatore che la mette in atto; egli schernisce ogni speranza e credenza, prospettando solo un oscuro destino per la sua preda ("A wretched fate, At the point of no return, Doomed to crawl, Into the darkest of deaths -  Un fato nefasto, Al punto di non ritorno, Condannato a strisciare, Dentro la più oscura delle morti."). Segue una descrizione "poetica" delle torture, con ganci da macellaio e il corpo che crolla sotto le sevizie continue; non c'è pieta o tregua, e il desiderio di morte è brutalmente espresso in passi come "Die, it's time to pay for all your sins, Die, consciousness devoured by a cell of soil, Die, punished and doomed as a liar, Die, hope shall be buried with maggots to coil - Muori, è il momento di morire per tutti i tuoi peccati, Muori, coscienza divorata da una cella di terreno, Muori, punito e condannato come un bugiardo, Muori, la speranza sarà sepolta con vermi come drappo." dove anche il riposo della tomba è vilipeso. "Ominous Bloodvomit - Vomito Sanguinolento Ed Infausto" è a tutti gli effetti quello che può essere considerato un brano storico della band, essendo stato inciso per il loro primissimo lavoro (l’EP prima citato) come seconda traccia d’esempio del loro Death ibrido legato alla vecchia scuola; la sua riproposizione live è introdotta da un suono di chitarra interrotto subito da una bordata con colpi di batteria. Segue subito una serratissima doppia cassa con rifting roboante e diretto, in un altro momento Death tipico dei nostri; all’undicesimo secondo lo spazio viene preso dal growl declamante di Åkerfeldt che rimane in solitario in una cesura ben posizionata. Dopo di essa riprende la corsa lanciata sempre in una ritmica ossessiva ed incalzante, sottolineata dai ruggiti potenti del cantante; al ventiseiesimo secondo troviamo un nuovo stop, dopo il quale si alternano una serie di rulli di batteria e digressioni di chitarra in un andamento sincopato. Si prosegue quindi con un flusso di impennate marziali, in un groove solenne e dinamico ricco di giri circolari e oscure melodie atonali in tremolo;  Åkerfeldt si lascia andare nel ritornello ammaliante che si lega perfettamente con i movimenti della strumentazione, in un crescendo contratto ed efficace. Al cinquantatreesimo secondo abbiamo una nuova digressione, segnata da bordate compatte e linee distorte di chitarra, in un incedere lento e pesante dai toni marziali; al minuto e otto si conseguono una serie di colpi di piatto serrati, dopo i quali riparte la cavalcata compulsiva e veloce segnata dai colpi secchi di doppia cassa e dai loop taglienti delle chitarre.  Ma il songwriting è come sempre giocato su varie alternanze, e al minuto e ventisei nuove bordate rocciose fermano di nuovo il movimento;  riprende subito dopo per l’ennesima volta la doppia cassa martellante  accompagnata dal growl cavernoso di Åkerfeldt. Al minuto e quarantaquattro troviamo un fraseggio più controllato e melodico, scolpito nei suoi giri circolari dal drumming cadenzato giocato sui rullanti ripetuti; esso si dilunga in una marcia ammaliante dove il cantato si organizza in un ritornello sincopato e feroce che spinge in avanti la composizione sottolineata dai grevi toni di chitarra distorta circolare.  Al secondo minuto e diciotto riprende il fraseggio distorto, ormai chiaro segnale di stop, il quale si dilunga nelle sue scale distorte, accompagnandosi poi alla batteria incalzante in un movimento che poi accelera nel suo salire costante; la composizione è piena di un ritmo segnato dalle punte stridenti in un groove aggressivo. Al secondo minuto e cinquantacinque si ritorna alla cavalcata veloce in doppia cassa, al quale presto si esaurisce dopo dieci secondi; riprende il suono controllato di chitarra evocativa, supportato dai rullanti di batteria, con il ritorno del ritornello segnato dalle impennate rocciose ed aggressive. Esso prosegue fino alla conclusione improvvisa del pezzo; seguono le ovazioni del pubblico e i ringraziamenti di Åkerfeldt, che poi segue con i soliti discorsi chiedendo se la gente si sta divertendo, introducendo alla fine il brano successivo come di consueto.  il testo descrivere orrori e mutilazioni, qui il protagonista è la vittima di un folle che lo sta massacrando tramite orribili torture che lo portano lentamente verso alla morte in una lunga agonia; "Stomach slashed open, he wields his blade, Obsessed with flesh from evil he was made, In my own blood soon my killer will wade, Puts glass into my mouth, a diet grim, Fills me up with pain above the brim - Lo stomaco squartato, tiene la sua lama, Ossessionato dalla carne dal male è stato creato, Presto il mio assassino sguazzerà nel mio sangue, Mette vetro nella mia bocca, una dieta tetra, Mi riempie di dolore fino allo sfinimento." ci viene narrato, esprimendo tutto l'orrore della situazione dalla quale non vi è fuga, se non nella morte che però tarda a giungere, lasciando il nostro in balia del dolore insopportabile e continuo. Il ritornello ripetuto diverse volte anche in questo caso reitera il concetto ("Vomit of blood, ominous sign, Puts my health on a steady decline, Terrifying scum, bastard of the earth, Life turns into torture amid its darkened mirth - Vomito sanguinolento, segno nefasto, Mette la mia salute in un decadimento costante, Feccia terrificante, bastardo della terra, La vita diventa tortura nel suo gioco oscuro.") analizzando la decadenza della salute del nostro, manifestata nel vomito di sangue che da il titolo al brano, naturalmente un segno non positivo, e le impotenti ingiurie verso il proprio aguzzino che come in un gioco perverso deforma la sua vittima e la mutila fino a portarlo a diventare un non morto che gode della propria tortura in una perversa corruzione morbosa tipica anch'essa dell'immaginario splatter qui evocato. "Like Fire - Come il Fuoco" parte con un rifting marciante e solenne nelle sue chitarre rocciose e distorte; l’andamento è sottolineato da bordate improvvise e piatti di batteria, in movimento incalzante dal grande effetto. Al decimo secondo si aggiunge il growl maligno di Åkerfeldt, mentre la composizione si fa ancora più irta ed aggressiva nel suo incedere continuo; le vocals del cantante si mantengono controllate come il lento marciare pesante della strumentazione, sottolineate da parti in riverbero nelle loro declamazioni. Al trentaquattresimo secondo si aprono giri circolari ricchi di melodia atonale i quali instaurano l’atmosfera tetra del brano, mentre il drumming si prodiga cadenzato in colpi secchi e precisi. Al cinquantesimo secondo si immette un assolo suadente e dilungato, giocato su struggenti melodie sinistre, intorno al quale si strutturano le mitragliate di chitarra in doppia cassa; quest’ultime proseguono poi spavalde come un panzer sonoro che schiaccia tutto nel suo monolitico cammino da guerra, supportate dalle vocals cavernose di Åkerfeldt e dalle punte discordanti. Al minuto e quattordici incrociamo una serie di giri circolari vorticanti che creano un groove molto incisivo, con dei toni da motoseghe taglienti; al minuto e mezzo riparte la fredda cavalcata in tremolo segnata dalla doppia cassa potente ed ossessiva, rispettando la struttura del pezzo basata su lasciate e riprese continue. Si continua dunque su questo andamento, ricco di tetre melodie atonali e cantato da orco offerto dal front man nella sua performance sentita ed efficace; il crescendo convulso è giocato sui loop circolari di chitarre taglienti, tempestati abilmente dal drumming serrato di Axenrot in una dinamicità lanciata e costante. Al minuto e cinquantatré si instaura un fraseggio distorto più lineare dove s’inseriscono alcuni suoni stridenti di chitarra in soffondo, mentre la batteria prosegue nella sua doppia cassa senza sosta; tutto si ferma al secondo minuto e nove dove un sinistro assolo prende il posto principale, sviluppandosi in una serie di scale contornate prima da bordate di chitarra, poi dalla batteria cadenzata nei suoi colpi ripetuti. Ancora una volta la melodia atonale è votata ad un’atmosfera horror molto evocativa, la quale offre un contrasto ammaliante rispetto alle sezioni più concitate; al secondo minuto e trentatré un greve fraseggio di basso si delinea nel suo incedere distorto accompagnato da alcuni rullanti di batteria. Dopodiché torna la marcia rocciosa basata sulle chitarre lente in un loop massacrante, instaurando l’ennesimo andamento marziale che trascina l’ascoltatore in una monolitica potenza; il movimento è alternato da alcune piccole pause con piatti di batteria, ma prosegue solenne senza scampo alcuno. Al terzo minuto e due tornano i riff circolari più dilatati, i quali creano un groove in scale continue sulle quali Åkerfeldt si lascia andare ai suoi aggressivi ritornelli in growl; al terzo minuto e diciassette viene ripreso il sinistro assolo che ormai ci è familiare, riportando al primo posto la struggente atmosfera funerea tanto cara al suono dei nostri. Esso è supportato dalla doppia cassa e dai colpi secchi e cadenzati di batteria, in una tensione trattenuta e dilungata mantenuta a lungo nei solenni movimenti del pezzo; al terzo minuto e trentaquattro solo esso rimane spettrale nei suoi fraseggi, mentre il resto della strumentazione si ferma, salvo dei leggeri colpi di piatti che mantengono il ritmo lento come un metronomo. Åkerfeldt incita il pubblico a farsi sentire, mentre i colpi dilatati di piatto si fanno più sentiti; al terzo minuto e cinquanta le sue grida sgolate e rauche sottintendono le arie più dilatate delle chitarre, che strisciano ammalianti, sottolineate da alcune dissonanze ben piazzate in contrappunti d’effetto. Infine una digressione di chitarra in feedback e un’ultima bordata chiudono definitivamente il pezzo; seguono nuove ovazioni del pubblico, e i discorsi del cantante che divaga “scusandosi” con il pubblico per eventuali inesattezze nel brano successivo, e ricordando il loro legame con i fan. Si prosegue con classici botta e risposta tra pubblico e cantante che servono a coinvolgere ulteriormente il primo con richieste di grida ed esclamazioni, e alla fine si sfora nella traccia successiva. Il testo riprende i toni misteriosi e sovrannaturali, presentando un essere che si definisce eterno e legato ad una continua lotta contro i cieli; può essere interpretato letteralmente e pensare al diavolo, oppure seguendo la descrizione dei massacri pensare ad un folle omicida con complessi di onnipotenza. Il primo elemento è però rafforzato dal tema onirico, qui infatti durante il sonno avviene la caccia del mostro che preda nei sogni le sue vittime, raggiungendo però toni apocalittici ancora più ampli ed esaltati nelle declamazioni del macabro narratore; "And when they dream, that's when my spirit arise, and when they scream, a little part of them dies - E quando sognano, è il momento in cui il mio spirito sorge, e quando gridano, un piccola parte di essi muore. " ci racconta con gusto, spiegando la sua attività notturna, e poi continua ineffabile nelle sue costanti esaltazioni, come nel trionfante verso "You will never reach me, i am the darkest one, you will never heal me, a mind beyond repair - Non mi raggiungerete mai, sono l'oscuro, non mi curerete mai, una mente oltre la redenzione. ". Un testo quindi horror come da tradizione per la band, preso non a caso dal loro debutto pieno di esempi del genere.  "Bastard Son Of God - Il Figlio Bastardo Di Dio" è introdotta da dei rullanti di batteria, dopo i quali si prosegue con una cavalcata al fulmicotone, segnata dalla doppia cassa incalzante e dal growl profondo di Åkerfeldt, dove le chitarre sono veri e propri disturbi granitici e continui; l’andamento diretto si ferma al diciottesimo secondo dando più spazio ai fraseggi distorti delle chitarre, accompagnati da blast più dilatati in pieno rullante di pedale. Il movimento instaurato viene alternato con giri più stridenti in un ritmo solenne dalla grande presa; tornano poi i muri di batteria organizzata in marziali falcate veloci, in una marcia costante e marziale che si mantiene contratta e arricchisce i ritornelli malvagi del cantante. La struttura del pezzo è molto semplice e diretta rispetto ad altri brani della band, mutuata in una serie di mitragliate spesse e continue che creano loop ossessive e granitici dal gusto decisamente Death; al cinquantesimo secondo dopo un rullo di batteria si riprende con la corsa concitata in doppia cassa veloce e riff freddi e maniacali. Si prosegue poi sempre in velocità, ma con un drumming più cadenzato nei suoi colpi potenti, mantenendo alta al tensione adrenalinica qui presente; Åkerfeldt ne approfitta per organizzare i suoi ritornelli sincopati che seguono al ritmica vorticante della strumentazione. Al minuto e sedici abbiamo una leggera decelerazione con chitarre rocciose e batteria più dilatata, ma sempre in un clima granitico con contrappunti stridenti che la delineano; improvvisamente al minuto e trentadue parte un sinistro fraseggio distorto, mentre il cantante incita sgolato il pubblico. Si prosegue su queste coordinate, mentre Åkerfeldt si da ad una sezione sillabata, alla fine della quale parte un monolitico muro di chitarre in doppia cassa, evocando ancora una volta una tormenta sonora devastante e caotica; la velocità è sempre vorticante, in un marasma sonoro che inghiotte l’ascoltatore; al secondo minuto e sette si torna su una direzione più lineare e diretta, con drumming cadenzato e loop di chitarre precise e sferraglianti. Al secondo minuto e ventidue si instaurano nuove mitragliate incisive e distorte, in una pioggia di colpi incalzante e potente sottolineata dai soliti contraccolpi più stridenti; improvvisamente al secondo minuto e trentotto un urlo di Åkerfeldt ferma tutto, lasciando posto alle incitazioni del pubblico che evoca “Eater”. Il cantante però chiarisce che non è ancora il momento per il loro tormentone del periodo (e non solo) per quanto desideri anche lui cantarlo per la prima volta al posto di Tägtgren ; dopodiché presenta il pezzo successivo, un ritorno al loro primissimo periodo. Il testo è una sorta di lode blasfema ad un "Anti-Cristo" (più nel senso letterale di opposizione, piuttosto che al preciso personaggio biblico messaggero del demonio e dell'Apocalisse) che inverte tutte le qualità del Redentore contaminandole all'inverso; largo quindi a descrizioni come "He is lord of those who dwell bound in sickness, Spitting vomit in the face of faith - Lui è il signore di coloro che si rifugiano nella perversione, Sputando vomito in faccia alla fede." che palesano tutta la sua funzione corrosiva e la sua opposizione ai tradizionali valori. I suoi adoratori si abbeverano della sua emanazione malvagia, assorbendola e facendo la sua opera; i toni si fanno sempre più sinistri celebrando la destruzione in sua nome, e una promessa di morte opposta a quella di salvezza tradizionale ("No salvation is free, Death comes beckoning thee - Nessuna salvezza è gratuita, La morte viene reclamandoti."). Un testo quindi vagamente blasfemo più di stile che altro, il quale vuole riprendere un mondo tematico associato con il Metal estremo tutto, per un'immagine coerente con gli intenti di tributo da parte dei nostri verso di esso. "Breeding Death - Generando Morte" vede all’inizio i soliti colpi di piatto, liberando poi un rifting granitico e roccioso segnato da un groove di giri circolari e rulli di batteria, mentre Åkerfeldt si da ad un grido dilungato; al quindicesimo secondo tutto si ferma lasciando posto all’elemento vocale in una cesura improvvisa che evolve in un growl. Inevitabilmente essa da spazio poi ad una nuova cavalcata serrata in doppia cassa e chitarre in tremolo ricche di melodie atonali; su di essa il cantante si lancia nelle sue declamazioni veloci e compulsive, in un movimento energico e trascinate di sicura presa. Si prosegue poi con i suoni distorti in un fraseggio solenne sul quale si organizza la batteria incalzante, che poi accelera insieme alle chitarre giostrate in loop spessi e veloci; al cinquantaquattresimo secondo si torna su coordinate più controllate, ma sempre aggressive nelle chitarre rocciose e marziali delineate da colpi dilatati di batteria e contrappunti stridenti. Al minuto  e tredici si impone un assolo tagliente sottolineato da colpi secchi ed organizzati di drumming; si riparte poi in una corsa segnata dai giri circolari e discordanti di chitarra e dalla doppia cassa. Al minuto e trentacinque dopo un rullante di batteria si riparte con la corsa diretta che sottintende i ritornelli in growl di Åkerfeldt; si prosegue con il loop in tremolo ossessivo lanciato senza sosta. Al minuto e cinquantacinque s’instaurano delle scale vorticanti di chitarra, in fraseggi struggenti e sinistri che si dilungano supportati dalle marce di chitarra rocciose, con l’intromissione anche di una breve parte di basso; si crea una spirale continua dai toni più tecnici ed ammalianti, che trascina al composizione spingendola in avanti. Al terzo minuto tutto si ferma, e Åkerfeldt incita il pubblico mentre in sottofondo si dilunga un feedback di chitarra; dopodiché parte un assolo di batteria giocata su colpi incalzanti, a cui si aggiunge poi un rifting solenne. Su questo nuovo movimento il cantante si lancia in un ritornello aggressivo ed accattivante; al terzo minuto e ventinove il tutto si fa più cadenzato nei colpi ripetuti di doppia cassa e nel cantato maniacale e sincopato, sottolineato da alcuni colpi di piatti e bordate. Al terzo minuto e quarantatré parte un nuovo fraseggio sommesso e dilatato, strutturato poi in chitarre incalzanti nei loro loop ripetuti e rocciosi di giri circolari; al terzo minuto e cinquantacinque il songwriting si butta nuovamente in una corsa frenetica in doppia cassa e riff fulminei, lanciata in piena potenza. Si configurano poi i ritornelli cupi in growl di Åkerfeldt, segnati da un andamento cadenzato  e martellante di drumming, e dalle chitarre solenni e distorte; il finale vede un’ultima accelerazione assassina che termina il brano con un grido del cantante. Seguono le solite ovazioni e  discorsi del front man, che incita nuovamente il pubblico in maniera simile a quanto fatto precedentemente, presentando poi il pezzo successivo. il testo è legato ad uno degli immaginari più classici del Death Metal: la descrizione in prima persona della "non vita" di uno zombie, il quale descrive nei dettagli più truculenti il suo stato, e le sue orribili azioni nei confronti dei viventi. Dopo la morte e la sepoltura, il nostro risorge nella sua nuova condizione ("I seem contorted, a victim of death, Corrupt reality, a poisoned breath, From beyond the grave, a sight of gore, Rise from the crypts, life no more - Sembro contorto, una vittima della morte, Realtà corrotta, un respiro avvelenato, Da oltre la tomba, una visione di orrore, Sorto dalle cripte, senza vita.") realizzando sin da subito qual è il suo destino e cosa gli sta succedendo; subito dopo parte la descrizione dei suoi assalti notturni, conditi da descrizione tra il macabro, il grottesco, e anche il volgare, dando forma ai suoi massacri; nel ritornello "I see death evocation, I see undead dispair, I see decapitation, In the wake of pain, breeding death - Vedo l' evocazione della morte, vedo disperazione non morta, vedo la decapitazione, nel risveglio del dolore, generando morte." viene reiterato il concetto in una morbosa propagazione mortale senza fine, dove il non morto assalta anche il becchino del cimitero deridendo la sua fede e compiendo l'ennesimo omicidio prima di sparire nuovamente sottoterra, in attesa di una nuova vittima. Niente quindi di particolarmente elaborato, ma anche qui come nella musica l’obbiettivo è semplicemente quello di divertirsi richiamando un certo tipo di estetica. "Outnumbering The Day" ripropone anche in sede live, dopo i colpi di batteria introduttivi ormai obbligatori, il suo fraseggio melodico pieno di tetre suggestioni nel suo incedere struggente e malinconico; esso viene tempestato dai colpi secchi e ripetuti di batteria, sottolineati dai rullanti, in una grande corsa adrenalinica che ne aumenta l’impatto. Si crea dunque un loop ripetuto varie volte, il quale ci trascina in uno dei brani più riusciti dell’ultimo lavoro in studio dell’epoca "Nightmares Made Flesh", qui ripreso abilmente dal vivo in tutta la sua essenza sulfurea ed ammaliante; al ventiseiesimo secondo dopo un colpo stridente di batteria si configura il cantato ruggente di Åkerfeldt accompagnato dai riff vorticanti delle chitarre e dai colpi ora più cadenzati di batteria, in un trascinate groove circolare dalla media velocità. Esso prosegue nelle sue scale sottolineate da alcuni fraseggi distorti in solitario, mentre le vocals proseguono nelle loro feroci declamazioni infernali; al quarantatreesimo secondo torna l’accelerazione in doppia cassa e tempeste di chitarre taglienti, in un movimento distorto dalla chiara natura Death. Al cinquantunesimo secondo parte un assolo sinistro sviluppato in scale concentriche, mentre prosegue il growl cavernoso di Åkerfeldt, e il drumming viene sospinto dai rullanti di pedale; troviamo contrappunti stridenti che donano una connotazione contratta all’andamento, epico e solenne nel suo incedere. Al minuto e nove si riprende con il freddo fraseggio melodico portante, ancora una volta espresso poi in una tetra cavalcata da atmosfera horror, ricco di partiture in tremolo accattivanti, bersagliate dai colpi di batteria e dai suoi rulli improvvisi; ma già al minuto e ventiquattro una chitarra stridente segna il ritorno ai loop concentrici precedenti, in un songwriting dinamico che gioca sulle diverse sezioni per creare movimento con fermate e riprese ripetute nel brano. Si ritagliano ancora una volta isole sonore con fraseggi distorti, riproponendo la struttura già incontrata; al minuto e quarantatré ritorna la doppia cassa martellante che accelera i ritmi, in una cavalcata spasmodica lanciata a tutta velocità. Al minuto e cinquanta incontriamo un assolo tecnico strutturato in scale continue segnate da punte stridenti, intorno al quale si organizzano il drumming cadenzato e i riff circolari; il movimento s’interseca con alcune bordate che fanno abilmente da contrappunti dinamici, mentre in sottofondo si delineano i fraseggi solenni pieni di malinconica melodia. Al secondo minuto e ventisei abbiamo una cesura con fraseggio distorto incalzante, il quale si apre in un andamento tecnico dagli ammalianti movimenti in salire; i connotati sono ora quasi progressivi nelle loro strutture articolate piene di volteggi sonori che creano geometrie continue. Esso si fa più diretto e struggente al secondo minuto e trentasei, dai suoni più classici che evocano certe tendenze Rock elaborate, e accompagnato dalla doppia cassa dai colpi secchi e continui; al secondo minuto e quarantacinque dopo alcune bordate serrate si torna ad una velocità ben più violenta con drumming monolitico e muri di chitarre taglienti, in un andamento ossessivo che non lascia respiro. Al secondo minuto e cinquantaquattro al corsa si fa più cadenzata, ma sempre adrenalinica, mentre torna il growl feroce di Åkerfeldt, lanciato nelle sue declamazioni; un suo ruggito cavernoso segna al terzo minuto e cinque una digressione di chitarra in feedback delineata da suoni di piatti di batteria dilatati, sulla quale inizia con i ringraziamenti. Il finale è segnato da un colpo di batteria, a cui seguono ulteriori ringraziamenti, le ovazioni del pubblico, e un altro intermezzo parlato di Åkerfeldt, il quale si dilunga in alcune battute (non molto umoristiche, va detto) prima di presentare il brano successivo. il testo torna sul tema splatter dell'Apocalisse zombie, tanto cara ai cultori dell' horror più cruento, e di conseguenza anche di quelli del Death Metal più classico (inutile dire che i due spesso coincidono). Un nuovo Inferno, una nuova invasione di non morti, una catastrofe descritte con particolari devastanti dove anche le forze della natura si uniscono alla minaccia in un'azione congiunta contro l' umanità. "When the sky turns black and nature's sounds go mute, The dead walk the earth's last round - Quando il cielo diventa nero e i suoni della natura si ammutoliscono, I morti camminano nell'ultimo giro della Terra. " viene solennemente sentenziato dando tutta l'idea della tragedia in essere e manifestando i suoi aspetti più spaventosi, unendo la ribellione degli elementi alla minaccia non morta, in una situazione in cui l'acqua, il fuoco, i venti assaltano il prossimo in un tormento continuo e senza tregua. La conclusione non può essere che una: la fine dell'umanità e del Mondo, divorato dalle tenebre ("When the rats flee off this sinking ship called earth, The world stops turning as time dies - Quando i ratti scappano da questa nave che affonda chiamata Terra, Il mondo smette di girare mentre il tempo muore.") con la fine del Tempo stesso. "Brave New Hell - Un Nuovo Inferno" parte con impennate roboanti di chitarre guerrafondaie, in un andamento marziale sottolineato dal drumming cadenzato e da contrappunti ammalianti ricchi di melodia atonale; al quindicesimo secondo interviene una corsa in doppia cassa dove si prodigano i growl feroci di Åkerfeldt, altrettanto adrenalinici e lanciati. In sottofondo si delineano i giri circolari in tremolo che mantengono alta l’atmosfera sinistra, mentre in superficie prosegue la violenza sonora; al ventisettesimo secondo abbiamo un fraseggio tagliente e controllato, sul quale si organizzano ora blast più controllati e un cantato sincopato, il quale si dilunga nei suoi ritornelli cupi e grevi. Al quarantesimo secondo le chitarre si fanno ancora più altisonanti e disturbate, in un muro di suono imponente che mette sotto di se ogni cosa; l’andamento ottenuto è sorretto dalla ritmica veloce del drumming, ed è limitato da alcune bordate potenti che creano un effetto di botta e risposta. Al cinquantaquattresimo secondo si rallenta di nuovo, lasciando spazio ad un solenne fraseggio dilungato, sul quale il resto della strumentazione si fa più lenta in un momento Death-Doom dove Åkerfeldt si lascia andare a grida sgolate; subito dopo abbiamo impennate distorte di chitarre sottolineate da batteria incalzante, in una marcia rocciosa dove fanno capolino assoli stridenti dal gusto tetro ed atmosferico. Il songwriting è dinamico e schizofrenico, e già al minuto eventi ritroviamo al doppia cassa ossessiva accompagnata da vocals al fulmicotone, in una forte energia estrema che delinea l’ennesima cavalcata da tregenda; al minuto e trentatré torna il fraseggio sferragliante e più controllato, in un nuovo andamento solenne e massacrante dal grande impatto a media velocità. Al minuto e quarantaquattro ritornano i vortici di doppia cassa, in una tempesta sonora che non lascia scampo e domina con vigore la composizione;  tornano anche le bordate che sottolineano i ritornelli aggressivi di Åkerfeldt, in una perfetta unione tra strumentazione e cantato. Al minuto e cinquantanove abbiamo l’ennesimo rallentamento epocale, giocato su giri dilatati e copi distribuiti di batteria, dove si delineano ancora una volta le urla isteriche del cantante; esso sfocia al secondo minuto e dodici in un assolo tecnico dalle scale vorticanti, il quale offre un movimento trascinante nelle sue geometrie sonore. Esso viene scolpito da colpi secchi di piatti di batteria, in un nuovo botta e risposta pieno di effetto; si uniscono poi i gorgogli cavernosi di Åkerfeldt e le marce rocciose di chitarra, in una marcia feroce prolungata. Essa è supportata dai rullanti di pedale, in un incalzante andamento che sospinge la composizione con la sua adrenalina trattenuta e strisciante; al secondo minuto e trentadue cessa l’assolo mentre rimangono le chitarre taglienti in assetto da guerra e il drumming serrato, facendo da sfondo per le declamazioni maligne del cantante. Al secondo minuto e quarantacinque un colpo di piatto annuncia una cesura, dopo la quale parte un effetto sonoro allucinato sotto il quale si sottintendono colpi di piatti cadenzati e colpi decisi di chitarra; si prosegue poi con il movimento precedente, sempre monolitico e distorto nella sua marcia greve, con l’effetto mantenuto in sottofondo creando un’atmosfera irreale e sinistra.  Si prosegue su queste coordinate mentre le vocals di Åkerfeldt si fanno più gridate, in un feroce ritornello allungato; al terzo minuto e diciotto in concomitanza con un fraseggio stridente il songwriting riprende maggiore velocità, in un andamento più lineare dove i trotti di chitarre vengono sottolineati da alcuni assoli circolari;  al terzo minuto e trentuno ritroviamo al doppia cassa ossessiva, in un’ultima tempesta segnata dalle bordate di chitarra che ne sottolineano i ritornelli accattivanti.  Al terzo minuto e quarantaquattro tutto rallenta di nuovo, lasciando spazio ai colpi di piatti del drumming cadenzato e ai giri rocciosi di chitarra, sui quali si delineano per l’ultima volta le grida del cantante, prima della conclusione del pezzo; seguono i ringraziamenti di rito, e la presentazione del pezzo successivo, non prima di un incitamento in growl rivolto al pubblico. Nel testo tornano i toni apocalittici e sovrannaturali non estranei ai nostri; un essere non morto sorge dall'aldilà pronto a portare terrore e a creare truppe ultra terrene dedite al massacro dei viventi ("The pleasure of the torment, Will bring him back to earth - Il piacere del tormento, Lo riporteranno sulla terra."). Con scherno, viene proposta una salvezza per le vittime: soccombere e diventare a loro volta non morti dediti ai massacri ("Your death for life eternal, Is no high price to play, You'll get more strength, From every single human that you slay - La tua morte per la vita eterna, non è un alto prezzo da pagare, Ne ricaverai più forza, per ogni umano che massacrerai.") ottenendo una "non vita" eterna fatta di orrore e cannibalismo. A genocidio compiuto nulla rimane, e il Mondo stesso muore scomparendo nell'oscurità, dopo che l'umanità è stata divorata in nome del malvagio mostro che ha scatenato tutto questo, entità innominata e demoniaca. "Furnace Funeral - Funerale Nella Fornace" non perde tempo e si organizza subito in un rifting distorto ed incalzante, sul quale si delineano i colpi secchi di batteria; su questo movimento partono poi le vocals taglienti e sgolate di Åkerfeldt, che incomincia un po’ ad accusare la stanchezza del concerto, ma tiene comunque botta rimanendo feroce ed aggressivo. Si prosegue quindi in una perfetta connotazione Death Metal distorta e ritmata, in una cavalcata diretta e potente; al ventiquattresimo secondo una cesura lascia spazio ai rocciosi giri di chitarra in un fraseggio marziale ormai familiare, sul quale si stagliano assoli stridenti e oscuri. Si continua dunque con una marcia cadenzata dai ritmi sincopati, ripresi dal cantato spezzato del cantante, in un andamento trascinante ricco di groove tagliente; al quarantaduesimo secondo le chitarre si fanno ancora più presenti nel loro incedere solenne, aumentando l’impatto del brano.  Al cinquantatreesimo secondo una serie di bordate fermano nuovamente il tutto, lasciando poi posto ad un fraseggio ultra distorto sottolineato da colpi di piatto distribuiti; si riparte subito dopo con al corsa incalzante in doppia cassa dove la velocità si fa adrenalinica sia nella strumentazione, sia nelle vocals di Åkerfeldt. Si prosegue quindi su queste coordinate in un andamento lanciato e lineare spinto a tutta potenza; in sottofondo percepiamo anche oscuri fraseggi in loop, i quali mantengono anche l’elemento evocativo del pezzo durante l’attacco continuo. La ritmica è quindi per lo più dominata dall’esecuzione ieratica, mentre i rallentamenti servono a creare dinamismo contrapponendosi al movimento vorticante generale che caratterizza  il brano; al minuto e trentacinque troviamo chitarre più incalzanti nei loro giri circolari, sottolineate da colpi potenti e distribuiti di drumming in un groove solenne ed esaltante. Qui il suono è tagliente e contratto, in un ottimo momento Death che richiama i maestri americani come Obituary e Autopsy nella sua essenza aggressiva e mortifera; intervengono poi anche piatti ritmati, incalzando l’effetto prorompente delle marcia ossessiva qui instauratasi. Al minuto e cinquantacinque un grido rauco di Åkerfeldt segna il ritorno della doppia cassa, per una nuova cavalcata al fulmicotone tempestata dai colpi secchi di drumming e dalle chitarre distorte a sega elettrica; subito dopo abbiamo una nuova marcia rocciosa che ripropone le alternanze esaltanti tipiche del pezzo, maestose e solenni. Ancora una volta essa è sottolineata dal growl sincopato del cantante, e da assoli circolari ben posizionati; al secondo minuto e trentanove troviamo un nuovo stop, dopo il quale parte un fraseggio distorto scolpito dai blast di batteria cadenzati. Si riparte poi con l’ennesima corsa reiterata nei suoi loop frenetici e nella doppia cassa, per una velocità che non conosce sosta e quiete; al secondo minuto e cinquantacinque riparte il ritornello lineare accompagnato in sottofondo da sinistri riff atmosferici, mentre il cantato sgolato di Åkerfeldt si apre ad urla continue. Al terzo minuto e due si configurano una serie di bordate rocciose che tempestano la composizione con bombardamenti sonori precisi e ben calibrati, i quali instaurano una marcia massacrante; si continua poi con il movimento precedente, in una tetra adrenalinica incalzante e feroce dal sicuro effetto sugli ascoltatori presenti. Al terzo minuto e venti il tutto si ferma con una digressione di chitarra, dilungata in un feedback sul quale si stagliano esercizi di batteria; dopodiché si delinea un bellissimo assolo melodico e struggente, dal sapore classico ed ammaliante nelle sue note profuse in concomitanza con colpi dilatati di batteria e riff taglienti. Si continua con questa coda melodica con l’aggiunta di esclamazioni profonde in growl del cantante, in un’atmosfera malinconica ed evocativa; infine al quarto minuto e diciotto un grido rauco di Åkerfeldt sottolineato da rulli tecnici di batteria segna la conclusione del brano. Seguono i ringraziamenti, e la presentazione del pezzo successivo che tutti aspettavano, il tormentone del periodo che ha fatto molto per far conoscere il super gruppo nel Metal estremo moderno, ovvero la famosa “Eaten”. Il testo tratta di una sfortunata vittima cucinata viva in una fornace da degli esseri cannibali, forse non morti, la quale descrive nei minimi particolari il suo dolore e l'effetto sul suo corpo del processo in atto: "Temperature's increased, searing my skin, I start to realize I'm the last of my kin, Acrid devastation in the furnace of fate, Bubbles on my body, I know it's far too late - La temperatura cresce, abbrustolisce la mia pelle, incomincio a capire che sono l'ultimo della mia specie, Acre devastazione nella fornace del fato, Bolle sul mio corpo, so che è troppo tardi " narra il nostro, prendendo sempre più consapevolezza, con orrore e sentendo il suo corpo che si sfalda, che la fine e giunta e ora sarà divorato dai suoi aguzzini folli e cannibali, forse l'ultimo rimasto della razza umana dopo un'apocalisse che ha portato al suo genocidio da parte di questi esseri deformi e dementi. Dopo esser stato quindi cucinato, egli continua a narrare da morto il suo orribile destino, e a descrivere il banchetto cannibale tenuto dai suoi assassini ("They sit around the table, those ugly fucks, Served as a three-course dinner, yucks! - Siedono intorno al tavolo, quei brutti pervertiti, Servito come un pranzo a tre portate, gasp!") augurandosi che almeno soffochino mentre lo divorano e chiamando in causa il loro essere il risultato di incesti, richiamando l'immagine di film come "Non Aprite Quella Porta" e di famiglie cannibali e deformate che massacrano le proprie vittime. "Eaten - Divorato" è il gran finale, prorompente e aggressivo nel suo famoso ritornello trascinante fatto apposta per ottenere reazioni entusiaste da parte del pubblico; esso si delinea nei suoi riff taglienti scolpiti dal drumming secco, mentre Åkerfeldt prosegue con tono cavernoso e sgolato nella declamazione incalzante del testo cannibale. Al ventiquattresimo secondo partono le marce di chitarra rocciosa sulle quali il cantante fa partire l’atteso ritornello cadenzato reiterato due volte. Esplode quindi la parte principale, supportata dalla doppia cassa e dai loop marziali di chitarra, riproponendo in sede live lo stesso andamento della versione da disco, senza far rimpiangere eccessivamente il cantante precedente grazie ad un adattamento tutto sommato competente da parte di Åkerfeldt, che se non riesce ad essere tagliente e feroce come Tägtgren, si dimostra più cupo e greve; al minuto e dieci parte un assolo stridente che si sviluppa in scale altisonanti mentre prosegue il lavoro di drumming cadenzato e il fraseggio distorto. Questi ultimi poi rimangono in un marcia corrosiva e solenne che avanza verso al minuto e trentacinque; qui si delineano giri circolari pieni di tetro groove, i quali accompagnano l’andamento precedente arricchendolo e aggiungendo tensione sott’intesa. Si riparte al minuto e quarantasette con la riproposizione del ritornello roccioso, preparandoci di nuovo all’esplosione in agguato, sempre contornata da doppia cassa in un panzer sonoro massacrante ed incisivo; al secondo minuto e ventisei parte un effetto allucinante simile a quello usato già in precedenza, dai toni onirici accompagnati da digressioni di chitarra e colpi cadenzati di batteria solenne. Si riprende poi al secondo minuto e cinquantuno con le chitarre aggressive in un rifting tagliente delineato dai colpi di batteria e dalle urla di Åkerfeldt, in un incedere violento; esso inevitabilmente sboccia al terzo minuto e quattro nuovamente nel ritornello in doppia cassa, marziale nelle sue chitarre rocciose e nel cantato cadenzato. Il finale vede una digressione con esercizi tecnici di rullanti di batteria e i ringraziamenti di Åkerfeldt che si congeda dal pubblico. Termina quindi il concerto in maniera semplice e diretta, completando una scaletta fatta ad oc per i fan della band, con tutti quelli che erano fino ad allora i brani più famosi. Il testo fa riferimento ad un caso di cronaca (o meglio s'ispira leggermente ad esso per poi trattare in maniera più generale ed ironica del cannibalismo) che in quegli anni aveva colpito molto l'opinione pubblica, e ispirato anche il singolo dei Rammstein "Mein Teil": il delitto di Rotenburg and der Fulda del 2001, durante il quale un uomo tedesco, Armin Meiwes conobbe su internet Bernd Jürgen Armando Brandes, che divenne una vittima volontaria facendosi prime evirare e poi uccidere, divorato nel frattempo dal primo. Come detto il tutto è affrontato in maniera sarcastica tramite una serie di rime e ritornelli dove il protagonista supplica di essere divorato, poiché è sempre stato il suo desiderio, e si offre liberamente: "Carve me up, slice me apart, Suck my guts, lick my heart - Sfigurami, fammi a pezzi, succhia le mie budella, lecca il mio cuore."  viene detto come un folle invito culinario. Si prosegue con il famoso ritornello che reitera come una filastrocca il concetto cardine, che fa da fondamento a tutto il tema del brano, instaurando poi scene ironiche come l'offerta di una propria ipotetica figlia come antipasto, in una completa devozione. "Desecrate me, Tear me limb from limb, Eviscerate me, Chew me to death - Dissacrami, Squartami da parte a parte, Eviscerami, Masticami a morte." è un'altra supplica che non fa altro che rafforzare il concetto oltre modo.



Tirando le somme, "The Wacken Carnage” è un tassello essenziale della discografia dei Bloodbath, che non può mancare nella discografia di chi segue il gruppo, ma neanche in generale in quella di chi segue il Death Metal moderno; esso cattura il progetto durante la loro prima performance dal vivo, offrendo una riproposizione potente e priva di sbavature dei loro brani in sede live, con una formazione catturata in quel momento e tempo, che poi non tornerà più. Freschi del successo del loro secondo album, i nostri hanno ora una carrellata di anthem da presentare, e lo fanno con perizia mantenendo le caratteristiche basilari di ogni pezzo, pur adattando il songwriting alle esigenze dello spettacolo sul palco. Åkerfeldt ha qui ancora un growl greve e cavernoso, nonché interesse verso la materia Death (pur cominciando con gli Opeth a distaccarsi da esso verso una direzione più progressiva), convogliato in questo progetto tramite un’esecuzione che difetta solo in alcune parti di screaming, che risulta più congeniale al registro del precedente Tägtgren; Renkse è competente nel suo basso, che di certo non è lo strumento più evidenziato dal suono dei nostri, mentre il nuovo membro Axenrot riesce a sottolineare con le sue doppie casse e colpi cadenzati i vari andamenti delle chitarre, quest’ultime sapientemente sviluppate da Nyström e Swanö ora in rifting corrosivi, ora in assoli tecnici e struggenti, ora in lenti panzer rocciosi, collegandosi all’armamentario di quasi due decenni di Death svedese ed americano, giostrandosi tra tirate quasi Black/Grind, melodie funeree, e momenti progressivi più controllati. I suoni del pubblico sono stati ripuliti durante le esibizioni, limitati ai discorsi finali di ogni pezzo, funzionali all’introduzione di quelli successivi; se questo può far storcere il naso agli amanti della “presa diretta”,  è anche vero che permette di godere  del suono proposto senza sovrapposizioni eccessive ed interferenze (e in ogni caso il disco è accompagnato da un DVD che completa sia questa mancanza, sia da un lato visivo al tutto). Alcuni piccoli tocchi rendono comunque i brani qui proposti unici rispetto alla versione da studio, con alcune differenziazioni negli intro, nelle pause, e nell’uso della strumentazione; questo è molto importante, insieme la fatto che i nostri evidentemente provano gusto nel suonare quello che suonano dandogli energia, per dare una propria identità a quanto qui suonato, e a giustificare l’esistenza di quello che altrimenti sarebbe un mero “best of”. In definitiva uno dei migliori live del Metal estremo del nuovo millennio, capace d’intrattenere anche l’ascoltatore/spettatore casalingo, e di riportare in parte (per quanto umanamente possibile) l’impatto del gruppo in sede live; un altro colpo assegno nelle uscite del 2008, che ora mancano solo di un elemento: l’uscita del terzo album The Fathomless Mastery il quale amplierà il corso incominciato con l’EP “Unblessing The Purity” e porterà a compimento la collaborazione di Åkerfeldt con i nostri, il quale si dedicherà poi solo alla sua band principale. Questo darà via ad un altro lungo periodo di pausa, dal quale riemergeranno solo sei anni dopo con nuove sorprese capaci di dividere le opinioni, e di rielaborare ulteriormente il loro suono toccando altri spettri del mondo Death old-school; ma di questo parleremo a tempo debito. 


1) Intro
2) Cancer of the Soul
3) So You Die
4) Soul Evisceration
5) Ways to the Grave
6) Ominous Bloodvomit
7) Like Fire
8) Bastard Son of God
9) Breeding Death
10) Outnumbering the Day
11) Brave New Hell
12) Furnace Funeral
13) Eaten

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